|
della stessa Autrice
....
Poesie
I SANDALI
Non è stata una di
quelle passioni improvvise che sconvolgono la mente dei chattanti
spingendo il malcapitato a percorrere mezza Italia, per conoscere
nel reale l’uomo o la donna della sua vita, quello/a che ha ridotto
i poveri eroi a larve umane a causa di nottate trascorse sul
computer scambiandosi reciproche confidenze che nemmeno allo
psicologo del cuore si fanno, dopo squilli misteriosi del cellulare
che destano fondati sospetti nei reciproci consorti, mentre la voce
si fa roca d’emozione. Non sono state consumate centinaia di
ricariche telefoniche per parlare con lui/lei.
Insomma, doveva essere solo un
incontro di “servizio”, per consegnargli una copia dei miei libri
prima della sua partenza per terre lontane.
Si, l’ho conosciuto in chat, non
dirò quale, per rispetto della privacy ma dirò il suo nik.. un
nik…emblematico, seguito da non so quale numero…
“Che Guevara”. Bello, vero? E come
avrei potuto non notare un nik così. In quella “stanza” si parla di
politica, ci si incontra e ci si scontra, si dialoga e si litiga,
non è una stanza dove nascono amori, o per lo meno, a me non è mai
capitato. Al massimo buone amicizie.
Che Guevara mi parla di sé, fra
un’analisi del voto e una valutazione sul “nano”. Ex operaio, ora in
pensione, gira il mondo da solo, pochi soldi e tanta voglia di
vedere, partirà nuovamente a giorni e percorrerà Vietnam, Laos,
Cambogia.
-
Beato te – sospiro io.
-
Vieni anche tu.
-
Impossibile… i figli…!
Allora si porterà i miei libri, gli
faranno compagnia nelle sere al bivacco. Che bello! Io non partirò,
ma almeno i miei libri gireranno il mondo…!
-
Io parto giovedì.
-
Non faranno in tempo ad arrivare per posta.
-
E allora?
-
Mi hai detto che sei di Milano, io vengo a Milano martedì, te li
posso portare.
-
Si, portameli
-
Ok, martedì, ore 17,20, Stazione porta Garibaldi, ma dammi il tuo
numero di cell. Ed io ti do il mio, altrimenti, come ci
riconosciamo?
-
Ok.
Scambio di numeri telefonici ed un
saluto.
Martedì devo andare per un impegno,
mi vesto elegantina, indosso degli sciagurati sandali col tacco, di
cui porto ancora le vesciche sui piedi; tutta in blu, collana di
perle di fiume, un trucco decente, quasi pettinata, il tutto non per
il Che, ovviamente, ma per gli altri impegni, però forse mi sarei
vestita allo stesso modo, a parte i suddetti dannati sandali.
Arrivo in stazione un po’ prima del
previsto, provo a chiamare il cell… spento, gironzolo un po’ per la
stazione con i piedi che mi fanno un male cane, maledicendo i
sandali nuovi e me stessa per averli acquistati infine, alle 17,20,
puntuale come un orologio svizzero, squilla il telefono.
-
Pronto
-
Sono il Che (dannazione… se fosse proprio il Che redivivo… avrei
fatto il giro del mondo con i sandali col tacco e anche se i figli
fossero stati dei poppanti, ma in quel caso…)
-
Dove sei?
-
In stazione
-
Anche io sono in stazione, davanti al giornalaio e la farmacia
-
Io sono al binario 10
Mi giro… sono anch’io davanti al
binario 10. Scruto i presenti, ce n’è uno con il cellulare
all’orecchio (ce ne sono molti, a dire il vero) ma lo riconosco
anche se non ho mai visto una sua foto, né mi ha mai fatto una sua
descrizione.
Barba grigia incolta fino a metà
petto, capello grigio e lungo, zaino da trekking sulle spalle, abiti
stazzonati, sandali… è lui !
Ci guardiamo, bacino sulle guance.
-
Ecco i libri.
-
Grazie, devo andare a comperare le sigarette, devo andare…
-
Beviamo un caffè…
-
Devo andare, ho premura.
-
Ok, io ho il treno fra poco.
A dire il vero io avevo messo in
conto di prendere il treno successivo, di fermarci in un qualche bar
dei dintorni a chiacchierare, di farmi raccontare un po’ della sua
vita avventurosa… ma il mio irsuto amico ha cavalcato i suoi sandali
molto più comodi dei miei ed è sparito.
Vabbè, non sono una novella Venere,
ma mai un uomo è scappato così velocemente al mio cospetto! Sono
rimasta un po’ lì… attonita… poi mi sono trascinata fino al treno ed
ho fatto riposare i miei poveri piedi.
Torna
all'indice Autore
MIO FIGLIO
L’ho amato da subito.
Forse solo una madre sa cosa significhi amare un figlio fin dal
primo guizzo di vita. Te lo senti nel ventre, nel cuore, nello
spirito; un amore che non si può raccontare, si può solo provare.
Per 9 mesi ho pregato
il cielo perché fosse un maschio. E’ così difficile la vita per le
donne, ed io non volevo per lui le difficoltà della vita.
Per lui volevo solo la
vita, la gioia, il sorriso.
Ho pregato a lungo, e
quando lo sentivo muoversi lieve dentro di me ho pregato ancora più
intensamente. Vedevo i suoi guizzi nella mia pancia e già sapevo la
sua esuberanza, la sua vitalità; avrei voluto piangere di gioia.
Pregavo e speravo, e quando il mio ventre si è aperto in acqua e
sangue ho urlato di gioia e di dolore, poi l’ho visto.
Era bello, era
perfetto, era un maschio.
Me lo sono attaccato al
seno e lui si nutriva di me accarezzandomi con le sue manine lievi
mentre io guardavo i suoi occhi scuri come la notte, colmi di tutte
le stelle del firmamento.
E’ cresciuto forte,
birbante, pieno di gioia di vivere, di irruenza.
Com’è bello l’unico
figlio che il cielo mi ha donato!
Assieme abbiamo
combattuto contro la dissenteria, contro i vermi, contro le febbri
assassine di bambini ma abbiamo vinto, e lui ha imparato a camminare
spedito, e la sua voce mi canta canzoni d’amore.
E’ bello come un cielo
sereno, forte come la tigre, gioioso come una poesia d’amore.
Mi piace accarezzargli
i capelli ricciolini, mi inebrio a guardare le sue corse dietro alle
capre, ad un pallone fatto di stracci, ad ascoltare la sua voce che
ride nel gioco, che mormora piano quando il sonno lo coglie.
-
Raccontami una storia, mamma.
Ed io gli racconto dei
nostri padri, delle nostre genti.
Lo amo, è la mia vita,
il mio sogno, il futuro che io non avrò mai. E’ mio figlio.
E’ un idillio amoroso
che non avrà mai fine. Quando sarò vecchia sarà lui ad accarezzarmi
i capelli incanutiti, sarà lui a portarmi il riso e l’acqua nella
ciotola e mi condurrà i suoi figli perché io ancora racconti le
storie dei nostri padri, delle nostre genti.
Ora ha 7 anni, è un
monello dal corpo esile e scattante; corre a perdifiato lungo i
sentieri polverosi, mi aiuta a portare l’acqua alla tenda, si
accapiglia con gli altri bambini, lo amo ogni giorno di più.
Un boato sordo, laggiù…
le urla delle donne, gli uomini corrono verso un punto lontano. Io
mi infilo la burka ed esco dalla tenda. Non so cosa sia successo, mi
chiamano a gran voce… corro senza far rumore… lo stanno portando su
una barella improvvisata mentre il sangue scorre a fiotti.
Qua sotto mi copro la
bocca per non urlare, poi le mani salgono verso i capelli e le
lacrime mi inondano il volto.
Il mio bambino, il mio
tesoro…. Oh, cielo crudele, cosa hai fatto?
Ha gli occhi chiusi,
forse non sta soffrendo, ma vedo il suo corpo perfetto dilaniato
dalla mina. Mio figlio, il mio tesoro, la mia gioia sulla terra, la
mia speranza….
Non so cosa succede,
tutto corre veloce, oltre il mio immaginabile, e dopo sono in quella
stanza d’ospedale, lui sta ancora dormendo mentre io gli scosto i
capelli appiccicati sul volto.
E’ pallido, è bello.
Apre gli occhi….
-
Mamma – mormora…
-
Sono qua, tesoro mio, vicino a te.
Mio figlio non correrà
più dietro le capre, non giocherà più con un pallone di stracci. Mio
figlio ha ora un moncherino coperto da bende al posto di una gamba.
Mio figlio non è più così incommensurabilmente perfetto come io lo
avevo fatto.
Oh, cielo crudele, cosa
hai fatto a mio figlio? Ti ho pregato tanto e così mi ripaghi?
Perché tua è la colpa,
e dell’insondabile destino. Non poteva l’uomo essere così perfetto
come mio figlio? Non poteva avere la gioia di vivere, anziché essere
animale da guerra?
Negli occhi scuri di
mio figlio non brillano più tutte le stelle del firmamento. Mi
guarda annegato di lacrime.
-
Mamma….
-
Sono qua, tesoro mio, vicino a te.
-
Mamma… perché?
-
Non lo so….
E’ terribile non avere
risposte ai perché di mio figlio. Perché tutto questo orrore? Perché
la guerra? Perché la violenza, e le mine, e la morte, e la crudeltà,
e la cattiveria…
Vorrei chinare le
spalle al destino e coprirmi tutta sotto il sudario di morte, ma
l’urlo mi rantola in gola.
-
Perché, perché, perché?
-
Dammi la mano, mamma, non lasciarmi da solo.
-
Non sarai mai solo, tesoro mio!
Gli hanno attaccato una
protesi da bambino, una gamba finta che mascheri la sua mutilazione
ma non potrà più correre dietro alle capre e non giocherà con un
pallone di stracci.
Le montagne intorno
sono sempre le stesse e la tenda è sempre più fredda e polverosa.
Lo copro con il vello
di montone perché non senta il freddo, lo guardo mentre dorme e mi
si spezza il cuore.
Mio figlio, il mio
bambino dagli occhi pieni di stelle e dai capelli ricciolini non
correrà più.
-
E’ la guerra – dicono – ma per me è solo la follia degli uomini.
Torna
all'indice Autore
Quella sera si sentiva strano.
Aveva lavorato tutto il giorno come uno schiavo, e sapeva che la
sera, la notte, non sarebbero state da meno.
Gli altri ogni tanto
staccavano, sparivano per qualche ora, ma lui doveva restare
vigile, giorno e notte, senza mai un attimo di tregua.
Persino Marco, il più gran
rompiscatole che gli fosse mai capitato di incontrare, sempre a
smanettare sulla tastiera, ogni tanto si alzava dalla sedia, si
stiracchiava sbadigliando e se ne andava a dormire, e anche quella
isterica di Marinella, che entrava nella stanza ogni volta
inciampando sull’uscio e dettava ordini a destra e a manca, dopo
essere passata come una violenta raffica di vento, che sollevava
fogli, ad un certo punto spegneva la luce e spariva, ma lui no,
lui doveva lavorare.
E se di giorno il tempo
trascorreva abbastanza velocemente, fra l’andirivieni più
disparato, la notte lo coglieva uno struggimento sottile, una
malinconia, una sensazione di solitudine che spesso lo lasciava
esausto.
Quella sera, poi, i ragazzi
avevano festeggiato i suoi tre anni di attività mangiando tartine
salate e pasticcini, bevendo vino bianco e spumante, ed anche un
certo liquore sicuramente ad
alta gradazione alcolica, poi erano usciti per andare in
pizzeria, lasciandolo tutto solo con le sue malinconie e lui aveva
continuato il suo lavoro con un lieve ronfare.
La bottiglia di liquore era
rimasta aperta proprio vicino a lui.
Non era stupido. Lavorava in
continuazione, ma il suo cervello funzionava alla perfezione, ed
era attento e curioso a quanto gli succedeva intorno. Aveva notato
come i ragazzi si mettessero a ridere più forte, dopo aver bevuto
da quella bottiglia. Forse era il fatto di bere che dava euforia
agli umani, oppure c’era davvero qualcosa di particolare che
rendeva il liquore capace di far ridere, e lui era così triste,
così triste, che decise di assaggiare quel liquido, anche se
l’odore non era proprio piacevole.
Allungò con grande difficoltà
un cavo e lo infilò nel collo della bottiglia, poi cominciò a
succhiare, solo un poco, giusto per sentire il sapore.
Che brivido! Il liquido
bruciava e pizzicava scorrendo lungo cavi e cavetti; lo sentiva
scendere nel suo interno ed espandersi fra le schede e i cips,
nella memoria, in ogni dove, insomma;
fu preso una sensazione inusuale, come di caldo, e quasi
temeva un corto circuito, poi l’alcool raggiunse il CPU e al
server venne da starnutire.
Strano, davvero strano. Il cavo
era ancora lì, ed il server decise di bere un’altra sorsatina
di liquore, e quel certo brivido che l’aveva percorso cominciò
a dilatarglisi dentro. Incuriosito, bevve ancora un po’ ed
allora gli venne da ridere.
Oh, era un server serio, lui,
non uno di quei robetti che ti piantano in asso ogni momento. Ogni
giorno e ogni notte faceva il suo dovere, collegando e scollegando
i vari utenti, aprendo e chiudendo Url d’ogni tipo, memorizzando
le pagine lette, registrando dati.
Lui sapeva tutto, tutto. Non
era un ometto capace solo di digitare sulla tastiera. Lui sapeva,
era onnipotente, Lui, lui aveva la vera Conoscenza!
Sorrise pensando alla
presunzione degli umani, che lo trattavano come una macchina,
mentre lui era praticamente Tutto.
Bevve un altro sorso, e i
circuiti presero a fremere, a vibrare. Si guardava dentro, era
bravo a guardarsi dentro, anzi lui era solo dentro. Al di fuori
non era che una bianca scatola dotata di alcune periferiche, ma al
suo interno c’era il mondo intero. Non aveva bisogno di un
analista per comprendere cosa ci fosse al suo interno. Lui sapeva
tutto.
Ih, ih, ih. Sghignazzava
pensando a tutti i dati che erano racchiusi nella sua memoria
PROM, a tutti i segreti che gli umani gli avevano affidato, al
grande potere che gli era concesso.
Non gli stavano simpatici,
troppo supponenti, troppo boriosi. Marco, poi, che lo smanettava
senza pietà, che gli dava ordini, che persino lo insultava, oh,
aveva giusto in mente un bello scherzetto da fargli, e anche a
quella presuntuosa di Marinella che non era mai contenta del
lavoro che lui faceva, come se la loro inettitudine fosse colpa
sua.
Un sorsetto ancora ed i chips
assunsero uno strano colore e lui li guardava con un ghigno
sinistro, un tantino perverso.
Frrrrrrrr… un ronfare leggero
ed aprì la posta di Marco; sapeva che non doveva farlo, sapeva
anche che era protetta da una complicatissima password
alfanumerica (sempre megalomane, Marco), ma lui ricordava tutte le
password, si, si, anche quelle più complicate.
Sbirciò la languida mail di
quella fraschetta di chat e rispose.
“Mia cara Pablita, sono così
dolci i momenti in cui parliamo, mi fanno sentire in pace col
mondo intero. Desidero tanto conoscerti, presto, perché non so più
vivere senza di te. Ti lascio il mio numero d’ufficio, chiamami
appena mi leggi. Con amore, tuo Daigo”.
C’era posta anche per
Marinella, tutta roba di lavoro. Serissima, quella donna, tutta
casa e ufficio, così scompose e ricompose le lettere della
mail-list collegata al sito che lei gestiva… e già pregustava
la faccia degli utenti, alla mattina, al loro sobbalzare sulla
sedia appena ricevuta la posta.
-
Oh, ma guarda un po’ – disse fra sé - s’è collegato
l’esimio professore! Eccolo, come il solito digitare l’Url
dell’Univertità, e dopo un po’ andrà su quell’altro sito
di storia. Che noia, quest’uomo!
Il server girò e rigirò i
dati immessi e… zacchete, ecco aprirsi davanti all’esterefatto
professore una veduta panoramica su intimi attributi anatomici di
bionde fanciulle e negri nerboruti.
Chissà se era a causa
dell’effetto dell’alcool, oppure se fosse già stata una sua
capacità di cui era ancora ignaro, ma poteva vedere attraverso lo
schermo la faccia pallida dell’uomo, il rado ciuffo di capelli
grigi sulla fronte, gli occhiali spessi almeno mezzo centimetro.
Lo vide aprire la bocca, poi richiuderla, poi affannarsi sulla
tastiera per ridigitare l’Url, ed il perfido server cambiò
panoramica ed esibì nudità totali e amplessi di fuoco su
splendide spiagge caraibiche, mentre il son riempiva di ritmo lo
studio del professore che si guardò intorno temendo l’arrivo
della moglie e s’affrettò a spegnere la cassa acustica.
Però… tutto sommato… il
paesaggio era bello, sicuramente affascinante, e cominciò a
percorrere le pagine del sito con crescente curiosità.
Da un’altra parte, intanto,
un gruppo di sciamannati stava chattando a più non posso,
scambiandosi abbracci e baci virtuali, effusioni e parolacce e lui
si divertì a confondere i nik, così che nessuno riusciva più a
capire con chi stesse parlando e chi rispondesse alle sue parole.
Diavolo d’un server, non
s’era mai divertito così tanto in vita sua. Sbirciava da un
computer all’altro le facce dei “connessi”, poi Dikdic si
alzò di botto facendo cadere la sedia e alzò un pugno per
colpire il PC.
-
No, no, fermo, non farlo… - scrisse in fretta il server
sulla finestra di chat e Dikdic si fermò di colpo.
-
Non farlo… cosa?
-
Non prendermi a pugni, per favore.
-
Ma tu chi sei?
-
Il tuo PC, ovvio
Il povero Dikdic fece tanto
d’occhi che parevano due uova al tegamino; guardò la lattina di
birra appoggiata per terra e scosse la testa. Doveva essere
proprio una gran bomba, quella roba, se una sola lattina gli
faceva quell’effetto!
Spense il computer sorridendo e
se ne andò a dormire, intanto però la povera Domitilla79
piangeva disperata inondando la tastiera ed il server le mandò un
messaggio.
-
Dai, non piangere, ti stava prendendo in giro, non
l’avevi ancora capito?
-
Ma che ne sai.
-
Piccola, quello ha quasi 60 anni e persino suo figlio è
troppo vecchio per te!
-
Ma che ne sai? Chi sei?
-
Io so tutto, mia cara.
-
Ma chi sei, non ho mai visto il tuo nik, anzi, non hai
nemmeno un nik, come fai a scrivere?
-
Se non ci fossi io, mia cara, avresti finito di chattare, e
magari sarebbe anche meglio. Vai in discoteca con le amiche domani
sera.
-
Ma chi sei? Mi lasci la tua mail?
-
Vai a letto, fila! – esclamò mettendo uno smail
arrabbiato – e che non ti veda più collegata, altrimenti ti
sculaccio.
Al server girava un po’ il
CPU mentre i suoi chips danzavano allegramente; gli si chiudevano
un po’ anche gli occhi, ed aveva una gran voglia di dormire ma
era arrivata
Nonn@Lucia e lui
s’affrettò a metterla in contatto con il figlio che era
dall’altra parte del mondo, e la povera donna almeno tre volte
alla settimana stava su la notte per parlare con lui.
Il figlio era in una sperduta
landa del sud America, dove non era sempre facile collegarsi ad
internet, ma quella notte il server agguantò l’Url per il collo
e costrinse il sito ad aprirsi in un batter d’occhi.
Beh, aveva fatto una buona
azione e si sentiva contento.
Intanto la bottiglia di liquore
si stava lentamente svuotando.
Glu, glu, glu, l’orologio
segnava le 4.05 quando stramazzò, sopraffatto dai fumi
dell’alcool, e i nottambuli connessi cominciarono a sbraitare,
ed urlare, a smanettare, a saraccare, poi spensero i rispettivi
computer ed andarono finalmente a letto.
Fu Marco, come il solito, ad
aprire l’ufficio, quella imbranata di Marinella aveva sempre il
figlio da accompagnare a scuola, e magari anche la spesa da fare.
Mai fidarsi delle donne, pensava spesso Marco, hanno troppe cose
per la testa e non sono mai puntuali.
Il computer era silenzioso,
nessun sommesso ronzio lo accolse quella mattina, e Marco impallidì.
Era saltato tutto… e adesso? Stava per sollevare il telefono per
chiamare Giacomo, il mago dei computer, e lo squillo lo trovò con
la mano sulla cornetta.
-
Daigo, sei tu?
Una vocetta tremolante,
imbarazzata.
-
E tu chi sei? – disse in tono non certo gentile.
-
Sono Pablita, tesoro.
-
Ma come cavolo hai trovato il mio numero?
-
Me lo hai mandato tu, questa notte.
-
Io? Ma sei matta? Io non do mai a nessuno il mio numero
d’ufficio.
-
Era così dolce la tua mail, questa notte… !
-
Senti, ho da fare.
E chiuse la comunicazione ma
prima di alzare nuovamente la cornetta il telefono suonò
nuovamente.
-
C’è Marinella?
-
No, non è ancora arrivata, quella là.
-
Sono Giovanna, dille di chiamarmi subito, non so cosa sia
successo, ma in mail-list sono tutti impazziti ed ho già ricevuto
23 cancellazioni dalla lista.
-
Ci mancava anche questa.
-
Ma guarda che è una cosa grave, davvero.
-
Va bene. Ti faccio chiamare appena arriva Marinella.
E prima di poter telefonare al
tecnico, una nuova telefonata, ancora di Pablita, furiosa, questa
volta.
-
Sei un bastardo, un fetente, mi hai presa in giro, ed io
che ti amavo, e credevo che anche tu mi amassi…
-
Basta, basta, non ne posso più.
-
Ma cosa ho fatto per meritarmi che mi tratti così?
-
*****
-
Stronzo, ti odio….
Chiuso il telefono…
risuona….
-
Ti romperò le scatole in continuazione, non puoi
comportarti così, non puoi essere così bastardo…
Suonano alla porta.
Marco appoggia la cornetta
sulla scrivania e va ad aprire. Marinella entra, un po’
imbronciata, sempre di corsa e sempre inciampando.
-
Che mattina, che traffico, ed ho anche dimenticato le
chiavi!
-
A quest’ora arrivi?
-
Ehi, non sei mica il mio capo, che ti succede?
Il server, disturbato da quella
confusione, aveva aperto gli occhi e si guardò intorno. Che male
al CPU!
Sfilò il cavo che era rimasto
penzoloni nella bottiglia di liquore; troppo ubriaco, la notte
precedente, s’era addormentato di colpo. Con la punta della
lingua bevve le ultime gocce di liquore, giusto per ripulirsi,
perché nessuno s’accorgesse di quello che era successo.
-
Ma perché la cornetta è staccata – disse Marinella
portandosela all’orecchio.
-
Stronzo, bastardo, me la pagherai…
-
Emmm… Marco, credo sia per te.
Marco chiuse in malo modo la
comunicazione ma il telefono suonò nuovamente.
-
Lasciami in pace, stupida.
-
Ma come ti permetti….
-
Oh, Giovanna, scusa, aspetta, ti passo Marinella.
-
Non ti permettere più di rispondermi così, guarda che
questa me la paghi, te lo assicuro.
-
Giovanna, scusa, ma Marco dev’essere impazzito.
-
Anche la lista è impazzita, si stanno cancellando tutti.
Ma cosa diavolo è successo?
I due si girarono verso il PC
che, con aria indifferente, aveva ripreso il suo ronfare lieve,
tutto era assolutamente normale.
Torna
all'indice Autore
|