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Montecassino
Erano i primi giorni del maggio 1944. La guerra
aveva ormai devastato il continente europeo.
L'Italia era in ginocchio.
In una piccola località nella ciociaria si
combatteva per sbarrare l'avanzata verso Roma
delle divisioni britanniche e statunitensi.
Mesi di bombardamenti avevano ridotto l'antico
monastero di Montecassino in un cumulo di
macerie. Quella che era un'abbazia benedettina,
un luogo di culto secolare, ormai non esisteva
più, ridotto in polvere e detriti. Restavano in
piedi solamente le antiche mura perimetrali
della chiesa.
I tedeschi difendevano con ogni mezzo
quell'importante avamposto strategico, ma ormai
sapevano che mesi di sanguinari tentativi di
sfondamento della linea, portati avanti sin dal
mese di gennaio, stavano per giungere al
termine. Il secondo corpo polacco e l'ottava
armata britannica erano pronte a sferrare uno
degli ultimi attacchi per lo sfondamento delle
linee tedesche e per la conquista del monastero.
In una sera di maggio il presagio di un
imminente attacco di artiglieria, l'ennesimo,
teneva all'erta le truppe tedesche. Erano quasi
le 19 e l'oscurità calava su quel paesaggio già
tetro. Il sole ormai stava per sparire
all'orizzonte, gli ultimi raggi tingevano di
rosso i muri dell'antico convento e le cime dei
pochi alberi rimasti in piedi accanto alla
secolare costruzione, adiacente al fitto bosco.
Una figura si muoveva accanto alle macerie,
proprio dove, pochi giorni prima, un pesante
bombardamento aveva decimato parte della prima
divisione tedesca, la Fallschirmjager Division.
Le sentinelle tedesche erano all'erta e quella
figura non potè certo passare inosservata. Era
la figura di un uomo. Un uomo incappucciato,
vestito da monaco, che procedeva tra le rovine a
passi lenti ma decisi.
La sentinella lo vide in lontananza e mentre
puntava con il proprio fucile gli intimò di
fermarsi, attirando l'attenzione dei militari
vicini. In un attimo una quindicina di uomini
era pronta a fare fuoco su quello che pareva
essere un monaco, ma che poteva essere un
militare nemico oppure un partigiano.
Il monaco parve non prestare attenzione alle
urla degli uomini tedeschi che, in un italiano
quasi perfetto, gridavano rabbiosamente di stare
immobile. Si voltò, cambiando direzione,
procedendo sempre a passi lenti e decisi verso
il bosco, lasciando il campo di battaglia alle
proprie spalle.
Il sole calava e l'ambiente ormai era sempre più
cupo. I soldati non potevano lasciar scappare
quell'uomo, dovevano fermarlo e portarlo dai
propri superiori. Uno di loro, un sottufficiale,
stremato da quell'inferno psicologico accumulato
in anni di guerra puntò l'arma verso il cielo e
sparò a raffica, ordinando all'uomo, con quanto
fiato aveva in corpo, di fermarsi. Ma il monaco
non si fermò e procedette per altri sei o sette
metri.
Passarono pochi attimi, una manciata di secondi
che parvero un'eternità, quando accadde qualcosa
che restò per sempre nella mente di tutti gli
uomini in quel momento presenti. Il monaco si
bloccò prima di arrivare al bosco,
restando seminascosto dall'oscurità della
vegetazione. Era quasi impossibile vederlo, si
scorgeva appena la sagoma. In quel momento un
urlo sovrumano, agghiacciante echeggiò
nell'ambiente e le poche mura del convento
rimaste in piedi fecero in modo che quell'urlo
terrificante risultasse amplificato e ancora più
terribile.
Nessuno dei soldati presenti in quel momento
riuscì a muoversi, ghiacciati, pietrificati.
Il monaco sparito nel buio della vegetazione,
nessuno ne seppe più nulla, nessuno ebbe il
coraggio di andare a cercarlo.
Poche ore dopo, alle luci dell'alba, un
bombardamento finì di devastare il perimetro
dell'abbazia.
I pochi che sopravissero ricordarono quelle ore
per il resto della loro vita, e ricordarono quel
monaco sparito nel nulla dopo quell'urlo
terrificante e stridente.
Si dice che quella sera, la sera prima
dell’attacco, la morte visitò il campo di
battaglia.
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Daniela
Percorro la strada che porta
fuori città. E' notte fonda, poco traffico. E' una
normale notte di fine estate. Dalle casse della radio
escono le note di una canzone di Paulina Rubio, "Ni una
sola palabra", una canzone che per una serie di
circostanze mi porterà a ricordare questa particolare
estate appena trascorsa.
Vado piano, perché in queste
strade che portano fuori dal centro abitato so bene che
è facile trovare il velox in agguato. Vado piano e vedo
ai bordi delle strade una vetrina, lunghissima quanto
tutta la via. Una vetrina comune a tante città, non solo
italiane, con manichini in mostra che si muovono,
aspettano. Non vendono capi di abbigliamento. Vendono
piacere, vendono il loro corpo. Fa uno strano effetto
pensare che fino a qualche sera fa c'era anche lei.
Daniela, era qui tutti i
giorni, o per meglio dire, tutte le notti. Solitamente
stava vicino all'incrocio con la via laterale che passa
accanto al cimitero. La conobbi qualche mese fa. Passavo
in questa via in una sera di luglio, senza una meta, con
il finestrino abbassato per godermi un po' di aria
fresca e alleviare la sofferenza di un'afa implacabile.
Passavo, vedevo quelle
ragazze in vetrina e mi chiedevo cosa o chi le avesse
spinte a battere il marciapiede, passare nottate con dei
vestitini ad aspettare che lo sconosciuto di turno si
fermasse per scegliere la migliore, la più bella, la più
brava, o più semplicemente la prima che capitava. Come
in pizzeria si sceglie una pizza, sulla strada che porta
alla statale si sceglie una ragazza. Una in particolare
mi colpì più di tutte. Snella, un corpo perfetto,
biondina. Chissà chi era, chissà da dove arrivava.
Rientrai a casa con quel tarlo nella testa. Un tarlo che
scavava, perché anche il giorno dopo pensavo a quella
ragazza che dimostrava venticinque, ventisei anni, la
mia età.
La sera successiva mi
ritrovai a percorrere quella stessa strada. Un po'
incuriosito rallentai. La riconobbi appoggiata ad
un'auto ferma, intenta a parlare. Fece davvero uno
strano effetto. Non la conoscevo, non sapevo nulla di
lei. Stava contrattando, ma evidentemente non ottenne
successo, la macchina lentamente ripartì. In quel
momento non capii più cosa stavo per fare. Accostai. Era
come se un'altra mano guidava la macchina. E sentivo una
sensazione strana, sentivo il cuore nello stomaco. Stavo
per fermarmi con una prostituta, era una cosa che fino a
pochi attimi prima mi schifava da ogni punto di vista.
Si avvicinò camminando su quelle scarpe con tacco
vertiginoso, così come era vertiginosa la minigonna che
indossava. Guardò dentro la macchina, mi squadrò e mi
disse quanto avrebbe preso. Rimasi qualche istante
sorpreso, cercando di rimanere aggrappato alla
razionalità, conservare un po' di lucidità. Credo di non
aver sentito neppure gli importi che mi aveva appena
detto. Di istinto le dissi di salire. Un profumo di
gomma da masticare alla fragola è il mio ricordo legato
al rumore dello sportello che si chiuse. Ingranai la
prima, partendo le chiesi dove dovevo andare, con una
voce che, credo, tradiva il mio stato d'animo.
- Svolta al semaforo a
destra, avanti cento metri poi a sinistra - disse con un
accento che rivelava le sue origini non italiane. Si
guardava nello specchietto dell'aletta parasole e si
sistemava il trucco. Io non parlavo. Non sapevo cosa
dire, non sapevo cosa stavo facendo, cosa avrei fatto!
Arrivati al bivio dopo aver seguito le sue indicazioni
ci trovammo in uno spiazzo deserto, di giorno punto di
scambio di semirimorchi per i trasporti di una grossa
ditta edile dei paraggi. Mi fermai. Lei aveva appena
finito di sistemarsi. Mi aggrappai a quella lucidità
rimastami e le chiesi come si chiamasse. - Daniela - mi
disse.
- Allora? Cominciamo? - mi
chiese dopo una piccolissima manciata di secondi. Fu a
quel punto che mi girai a guardare le luci della città
che si scorgevano da dietro un muro di blocchetti e da
una rete metallica.
- Come mai sei in Italia? -
- Sei uno sbirro? -
- No, era solo una
domanda... per rompere il ghiaccio... -
- Sono qui da un anno.
Contento? Adesso cominciamo, non posso stare qui tutta
la notte - mi rispose con voce di chi si sta stufando.
- Posso farti un'altra
domanda? -
- Perché devo trovare sempre
io quelli che si fanno paranoie... - si lasciò sfuggire
volontariamente mentre si girava seccata verso il
finestrino.
- Perché fai questa vita? -
- Non sei uno sbirro, sembri
troppo stupido per esserlo. Sei un giornalista? - Rise.
Le vidi i denti, bellissimi.
- Dai, sul serio...
rispondimi... -
- Sono qui perché mi va di
esserci - disse ritornando seria.
- Mi prendi in giro... -
- Senti, guarda che ho altro
da fare invece che stare qui a rispondere
all'intervista... - disse ridendo ancora una volta.
- Qui ci vedono? - le chiesi
ipotizzando la presenza di eventuali protettori.
- No. Sei timido? - mi
chiese mentre si sporgeva verso me, mettendo in mostra
la scollatura.
Mi stava prendendo in giro,
ma a me non importava. Ormai mi ero spinto fino a quel
punto e mi decisi di andare avanti, tanto più che la
tensione che avevo all'inizio stava pian piano scemando.
Ero solo curioso.
- Guarda che... ti pago lo
stesso... - le dissi togliendo il mio sguardo dalla sua
faccia, quasi vergognandomi.
A quel punto mi guardò con
un sorriso smorzato e mi chiese - chi sei? -
- Ti vedo tutte le sere.
Vorrei solo sapere qualcosa su di te. -
Mi guardò con un po' di
sorpresa. In quel momento pensai che avrebbe aperto lo
sportello della macchina e sarebbe scesa sbattendolo
alle sue spalle per tornare indietro sul marciapiede.
Invece mi sbagliai. Abbassò lo schienale del sedile e si
sdraiò, poggiando i piedi sul cruscotto.
- Ti rompe se riposo le
gambe? -
- No... -
- Perché ti interessi di me?
- chiese guardandomi con un'espressione quasi schifata.
Non capii e non capirò mai il motivo di
quell'espressione. - Ti sei cotto di me? - chiese
scoppiando in una risata e mostrando ancora una volta
quel sorriso.
- No, no. Te l'ho detto,
sono solo curioso. E'... diciamo... la prima volte
che... - Non feci in tempo a terminare la frase che mi
bloccò con un - me ne sono accorta. -
Lo disse mentre guardavo
l'orologio digitale sul cruscotto, facendo attenzione a
far passare una quantità di tempo ragionevole prima di
rimettere in moto. Fu allora che iniziò a parlare.
Parlava con un tono serio. Aveva 19 anni, veniva dalla
Romania. Era lì perché in Romania la famiglia,
numerosa, stava economicamente male. Una sua amica la
convinse un anno e mezzo prima a venire in Italia. Si
presentarono a delle persone che le "convinsero" a
lavorare in una fantomatica agenzia di moda. Prima
qualche servizio fotografico per fotografi privati, poi
il marciapiede. Il salto fu breve. Una storia già
sentita tante volte. Troppe purtroppo.
- Ti picchiano? -
- All'inizio qualche botta.
Poi mi sono rassegnata. Sapevo come funziona, che non
c'è scampo. Mi hanno detto che devo fare questo lavoro
per ancora qualche anno. Loro mi lasciano un po' di
soldi, mi danno da mangiare e dove stare, poi tra
qualche tempo potrò riavere il passaporto e tutto. -
- Hai mai pensato di
denunciarli? -
Saltò come una matta - non
dire cazzate! Mi ammazzano! Guai se provi a parlare,
tanto hanno già preso la targa, ti rintracciano e ti
ammazzano! E ammazzano anche me! -
- Lo so, lo avevo
immaginato, per quello ti ho chiesto se qui ci vedono. -
- Tu devi essere scemo, ti
manca qualche ruotella. -
- Rotella - le dissi io
correggendo il suo italiano tutto sommato fin troppo
perfetto per una come lei, nelle sue condizioni.
- Quello che è. Non cambia
che sei pazzo. -
- Penso che sia stupido
chiederti se quello che fai ti piace, se a te va bene,
se sei in qualche modo felice... -
- Si, infatti. E' stupido.
Ma è la mia vita. Mi devo adeguare. Si è fatto tardi,
riaccompagnami. -
La guardai per un altro
istante, mentre mettevo in moto e intanto che lei
sollevava lo schienale del sedile feci manovra. Prima
del semaforo le chiesi qual'era la tariffa che dovevo
pagare. Mi guardò come fossi un alieno, poi mi disse una
cifra che, tra tutte quelle dette poco prima, credo
fosse la più bassa. Mentre accostavo afferrai il
portafogli, avendo cura di tenere nascosto al suo
sguardo la parte interna, quello con la placca della
Polizia di Stato, con la scritta dorata "Polizia".
- Ti ringrazio per la
chiacchierata. Se ci hanno visti fermi senza far nulla
spero con tutto il cuore, davvero, che non ti creino
casini. -
- Non ti preoccupare, questi
giorni sono impegnati in altri affari credo, non
controllano molto come prima. -
- Mi fermo qui, va bene? -
- Va bene. Ciao giornalista
pazzo... -
- Non sono giornalista... -
- Allora sei solo pazzo... -
Abbozzai un sorriso, ma
rimasi di pietra quando lei aprì la portiera, si girò un
attimo verso di me prima di scendere e mi disse, seria -
Grazie davvero... -
Rientrai a casa e presi
sonno solo a tarda notte. Passarono alcuni giorni, ma
per non correre rischi, non saprei neppure quali in
effetti, passai da tutt'altra parte, evitando
intenzionalmente la zona in cui Daniela lavorava.
Poi ieri mattina, mentre
andavo a prendere il caffè durante una pausa
dall'ufficio, passai davanti un'edicola. La prima pagina
del quotidiano locale, affissa all'ingresso, parlava di
una prostituta sgozzata. Mi fermai a leggere le prime
righe, ma non c'erano riferimenti. Presi una copia.
Sentii una fitta allo stomaco, un senso di nausea, una
sensazione di sudore freddo.
"Ha ucciso una prostituta
con una coltellata alla gola. Poi, Daniele Mereu,
trentenne di Sestu, si è impiccato a un albero. Lei,
Daniela Vasilica Barbulescu, prostituta diciannovenne,
era stata appena uccisa: sgozzata e gettata da un'auto
proprio davanti al cimitero di San Michele. Ha cercato
di aggrapparsi alla vita. Sanguinante, strisciando, ha
descritto un semicerchio per raggiungere un cumulo di
cartone dove, però, è morta dopo pochi minuti. Ha
preceduto soltanto di pochi minuti il suo killer,
Daniele Mereu, bracciante agricolo trentenne di Sestu,
che appena si è reso conto di quello che aveva fatto, si
è impiccato.
La ragazza, come tutti i
giorni, aveva raggiunto, su un pullman della linea 9, il
suo "posto di lavoro" intorno alle 18,30. Minigonna
rossa, coprispalla nero su un top azzurro, cintura
marrone, scarpe bianche con un tacco di dieci
centimetri, la ragazza era stata vista, intorno alle 21,
in attesa di qualche cliente. La solita giornata di
Daniela che batteva in quella zona da almeno un anno, un
anno e mezzo. Nella borsetta tutto l'occorrente: gomme
da masticare, un portamonete, il passaporto, un foglio
di carta e, naturalmente, tanti preservativi. A darle
ancora più sicurezza il fatto che, poco vicino, c'era
una connazionale che, come capita per qualunque cliente
sconosciuto, era pronta a scrivere il numero di targa.
Dunque, la ragazza è salita tranquilla sull'auto del
cliente. E, insieme a lui, si è diretta in un viottolo a
fianco al cimitero dove vengono normalmente consumati
questi rapporti occasionali. Impossibile capire che cosa
si accaduto tra la ragazza e il suo killer. Di certo,
c'è soltanto il fatto che l'uomo, dopo aver accoltellato
la donna, ha messo in moto l'auto, è arrivato a una
certa velocità (come dimostrano le tracce degli
pneumatici) allo stop davanti al cimitero. E lì ha
scaricato la sua vittima. Fatale è stata, naturalmente,
la coltellata al collo ma la ragazza è stata ferita
anche in altre parti del corpo, in particolare nel
braccio, usato in un disperato tentativo di difesa.
Difficile stabilire le ragioni che hanno portato
all'omicidio. Improbabile che Mereu avesse intenzione di
mettere a segno una rapina: i frequentatori abituali di
prostitute sanno bene che le donne, dopo ogni
prestazione, nascondono il denaro in posti sicuri, dopo
una serie di rapine (molte delle quali non denunciate
dalla vittime) messa a segno contro di loro. Difficile
anche che a scatenare la furia di Mereu sia stata una
prestazione negata. Probabilmente l'assassino è stato
colto da un raptus d'ira assolutamente incontrollabile.
A confermare questa ipotesi, il fatto che l'uomo,
sentendosi braccato e forse in preda ai sensi di colpa,
abbia imboccato la strada verso la zona di campagna a
circa un chilometro da Sestu. Lì ha bruciato l'auto
dov'era avvenuto l'omicidio e poi si è impiccato a un
albero. Sul luogo dell'omicidio, oltre agli agenti della
Squadra Mobile, sono arrivati anche gli specialisti
della Scientifica, accompagnati dal medico legale. A
occuparsi delle indagini, invece, il magistrato di
turno".
Daniela è morta lì, in
quella strada dove l'ho conosciuta, sola, lontana dalla
sua terra, lontana dalla sua famiglia, lontana dal
mondo, dalla dignità. Ripenso al momento in cui
scendendo dalla macchina e girandosi mi ringraziò. Aveva
un'espressione particolare. Solo adesso posso provare a
immaginare. Forse sono stato uno dei pochi che in
quell'anno e mezzo che è stata qui l'ha trattata come
una persona. E una lacrima mi segna il viso. Ciao
Daniela...
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