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Antonio Locci

Montecassino
Daniela

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Montecassino

 

Erano i primi giorni del maggio 1944. La guerra aveva ormai devastato il continente europeo. L'Italia era in ginocchio.
In una piccola località nella ciociaria si combatteva per sbarrare l'avanzata verso Roma delle divisioni britanniche e statunitensi.
Mesi di bombardamenti avevano ridotto l'antico monastero di Montecassino in un cumulo di macerie. Quella che era un'abbazia benedettina, un luogo di culto secolare, ormai non esisteva più, ridotto in polvere e detriti. Restavano in piedi solamente le antiche mura perimetrali della chiesa.
 
I tedeschi difendevano con ogni mezzo quell'importante avamposto strategico, ma ormai sapevano che mesi di sanguinari tentativi di sfondamento della linea, portati avanti sin dal mese di gennaio,  stavano per giungere al termine. Il secondo corpo polacco e l'ottava armata britannica erano pronte a sferrare uno degli ultimi attacchi per lo sfondamento delle linee tedesche e per la conquista del monastero.
 
In una sera di maggio il presagio di un imminente attacco di artiglieria, l'ennesimo, teneva all'erta le truppe tedesche. Erano quasi le 19 e l'oscurità calava su quel paesaggio già tetro. Il sole ormai stava per sparire all'orizzonte, gli ultimi raggi tingevano di rosso i muri dell'antico convento e le cime dei pochi alberi rimasti in piedi accanto alla secolare costruzione, adiacente al fitto bosco.
 
Una figura si muoveva accanto alle macerie, proprio dove, pochi giorni prima, un pesante bombardamento aveva decimato parte della prima divisione tedesca, la Fallschirmjager Division. Le sentinelle tedesche erano all'erta e quella figura non potè certo passare inosservata. Era la figura di un uomo. Un uomo incappucciato, vestito da monaco, che procedeva tra le rovine a passi lenti ma decisi.
 
La sentinella lo vide in lontananza e mentre puntava con il proprio fucile gli intimò di fermarsi, attirando l'attenzione dei militari vicini. In un attimo una quindicina di uomini era pronta a fare fuoco su quello che pareva essere un monaco, ma che poteva essere un militare nemico oppure un partigiano.
Il monaco parve non prestare attenzione alle urla degli uomini tedeschi che, in un italiano quasi perfetto, gridavano rabbiosamente di stare immobile. Si voltò, cambiando direzione, procedendo sempre a passi lenti e decisi verso il bosco, lasciando il campo di battaglia alle proprie spalle.
 
Il sole calava e l'ambiente ormai era sempre più cupo. I soldati non potevano lasciar scappare quell'uomo, dovevano fermarlo e portarlo dai propri superiori. Uno di loro, un sottufficiale, stremato da quell'inferno psicologico accumulato in anni di guerra puntò l'arma verso il cielo e sparò a raffica, ordinando all'uomo, con quanto fiato aveva in corpo, di fermarsi. Ma il monaco non si fermò e procedette per altri sei o sette metri.
 
Passarono pochi attimi, una manciata di secondi che parvero un'eternità, quando accadde qualcosa che restò per sempre nella mente di tutti gli uomini in quel momento presenti. Il monaco si bloccò prima di arrivare al bosco, restando seminascosto dall'oscurità della vegetazione. Era quasi impossibile vederlo, si scorgeva appena la sagoma. In quel momento un urlo sovrumano, agghiacciante echeggiò nell'ambiente e le poche mura del convento rimaste in piedi fecero in modo che quell'urlo terrificante risultasse amplificato e ancora più terribile.
Nessuno dei soldati presenti in quel momento riuscì a muoversi, ghiacciati, pietrificati.
 
Il monaco sparito nel buio della vegetazione, nessuno ne seppe più nulla, nessuno ebbe il coraggio di andare a cercarlo.
Poche ore dopo, alle luci dell'alba, un bombardamento finì di devastare il perimetro dell'abbazia.
 
I pochi che sopravissero ricordarono quelle ore per il resto della loro vita, e ricordarono quel monaco sparito nel nulla dopo quell'urlo terrificante e stridente.
 
Si dice che quella sera, la sera prima dell’attacco, la morte visitò il campo di battaglia.

 

 

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Daniela

 

Percorro la strada che porta fuori città. E' notte fonda, poco traffico. E' una normale notte di fine estate. Dalle casse della radio escono le note di una canzone di Paulina Rubio, "Ni una sola palabra", una canzone che per una serie di circostanze mi porterà a ricordare questa particolare estate appena trascorsa.

Vado piano, perché in queste strade che portano fuori dal centro abitato so bene che è facile trovare il velox in agguato. Vado piano e vedo ai bordi delle strade una vetrina, lunghissima quanto tutta la via. Una vetrina comune a tante città, non solo italiane, con manichini in mostra che si muovono, aspettano. Non vendono capi di abbigliamento. Vendono piacere, vendono il loro corpo. Fa uno strano effetto pensare che fino a qualche sera fa c'era anche lei.

Daniela, era qui tutti i giorni, o per meglio dire, tutte le notti. Solitamente stava vicino all'incrocio con la via laterale che passa accanto al cimitero. La conobbi qualche mese fa. Passavo in questa via in una sera di luglio, senza una meta, con il finestrino abbassato per godermi un po' di aria fresca e alleviare la sofferenza di un'afa implacabile.

Passavo, vedevo quelle ragazze in vetrina e mi chiedevo cosa o chi le avesse spinte a battere il marciapiede, passare nottate con dei vestitini ad aspettare che lo sconosciuto di turno si fermasse per scegliere la migliore, la più bella, la più brava, o più semplicemente la prima che capitava. Come in pizzeria si sceglie una pizza, sulla strada che porta alla statale si sceglie una ragazza. Una in particolare mi colpì più di tutte. Snella, un corpo perfetto, biondina. Chissà chi era, chissà da dove arrivava. Rientrai a casa con quel tarlo nella testa. Un tarlo che scavava, perché anche il giorno dopo pensavo a quella ragazza che dimostrava venticinque, ventisei anni, la mia età.

La sera successiva mi ritrovai a percorrere quella stessa strada. Un po' incuriosito rallentai. La riconobbi appoggiata ad un'auto ferma, intenta a parlare. Fece davvero uno strano effetto. Non la conoscevo, non sapevo nulla di lei. Stava contrattando, ma evidentemente non ottenne successo, la macchina lentamente ripartì. In quel momento non capii più cosa stavo per fare. Accostai. Era come se un'altra mano guidava la macchina. E sentivo una sensazione strana, sentivo il cuore nello stomaco. Stavo per fermarmi con una prostituta, era una cosa che fino a pochi attimi prima mi schifava da ogni punto di vista. Si avvicinò camminando su quelle scarpe con tacco vertiginoso, così come era vertiginosa la minigonna che indossava. Guardò dentro la macchina, mi squadrò e mi disse quanto avrebbe preso. Rimasi qualche istante sorpreso, cercando di rimanere aggrappato alla razionalità, conservare un po' di lucidità. Credo di non aver sentito neppure gli importi che mi aveva appena detto. Di istinto le dissi di salire. Un profumo di gomma da masticare alla fragola è il mio ricordo legato al rumore dello sportello che si chiuse. Ingranai la prima, partendo le chiesi dove dovevo andare, con una voce che, credo, tradiva il mio stato d'animo.

- Svolta al semaforo a destra, avanti cento metri poi a sinistra - disse con un accento che rivelava le sue origini non italiane. Si guardava nello specchietto dell'aletta parasole e si sistemava il trucco. Io non parlavo. Non sapevo cosa dire, non sapevo cosa stavo facendo, cosa avrei fatto! Arrivati al bivio dopo aver seguito le sue indicazioni ci trovammo in uno spiazzo deserto, di giorno punto di scambio di semirimorchi per i trasporti di una grossa ditta edile dei paraggi. Mi fermai. Lei aveva appena finito di sistemarsi. Mi aggrappai a quella lucidità rimastami e le chiesi come si chiamasse. - Daniela - mi disse.

- Allora? Cominciamo? - mi chiese dopo una piccolissima manciata di secondi. Fu a quel punto che mi girai a guardare le luci della città che si scorgevano da dietro un muro di blocchetti e da una rete metallica.

- Come mai sei in Italia? -

- Sei uno sbirro? -

- No, era solo una domanda... per rompere il ghiaccio... -

- Sono qui da un anno. Contento? Adesso cominciamo, non posso stare qui tutta la notte - mi rispose con voce di chi si sta stufando.

- Posso farti un'altra domanda? -

- Perché devo trovare sempre io quelli che si fanno paranoie... - si lasciò sfuggire volontariamente mentre si girava seccata verso il finestrino.

- Perché fai questa vita? -

- Non sei uno sbirro, sembri troppo stupido per esserlo. Sei un giornalista? - Rise. Le vidi i denti, bellissimi.

- Dai, sul serio... rispondimi... -

- Sono qui perché mi va di esserci - disse ritornando seria.

- Mi prendi in giro... -

- Senti, guarda che ho altro da fare invece che stare qui a rispondere all'intervista... - disse ridendo ancora una volta.

- Qui ci vedono? - le chiesi ipotizzando la presenza di eventuali protettori.

- No. Sei timido? - mi chiese mentre si sporgeva verso me, mettendo in mostra la scollatura.

Mi stava prendendo in giro, ma a me non importava. Ormai mi ero spinto fino a quel punto e mi decisi di andare avanti, tanto più che la tensione che avevo all'inizio stava pian piano scemando. Ero solo curioso.

- Guarda che... ti pago lo stesso... - le dissi togliendo il mio sguardo dalla sua faccia, quasi vergognandomi.

A quel punto mi guardò con un sorriso smorzato e mi chiese - chi sei? -

- Ti vedo tutte le sere. Vorrei solo sapere qualcosa su di te. -

Mi guardò con un po' di sorpresa. In quel momento pensai che avrebbe aperto lo sportello della macchina e sarebbe scesa sbattendolo alle sue spalle per tornare indietro sul marciapiede. Invece mi sbagliai. Abbassò lo schienale del sedile e si sdraiò, poggiando i piedi sul cruscotto.

- Ti rompe se riposo le gambe? -

- No... -

- Perché ti interessi di me? - chiese guardandomi con un'espressione quasi schifata. Non capii e non capirò mai il motivo di quell'espressione. - Ti sei cotto di me? - chiese scoppiando in una risata e mostrando ancora una volta quel sorriso.

- No, no. Te l'ho detto, sono solo curioso. E'... diciamo... la prima volte che... - Non feci in tempo a terminare la frase che mi bloccò con un - me ne sono accorta. -

Lo disse mentre guardavo l'orologio digitale sul cruscotto, facendo attenzione a far passare una quantità di tempo ragionevole prima di rimettere in moto. Fu allora che iniziò a parlare. Parlava con un tono serio. Aveva 19 anni, veniva dalla Romania. Era lì perché in Romania la famiglia, numerosa, stava economicamente male. Una sua amica la convinse un anno e mezzo prima a venire in Italia. Si presentarono a delle persone che le "convinsero" a lavorare in una fantomatica agenzia di moda. Prima qualche servizio fotografico per fotografi privati, poi il marciapiede. Il salto fu breve. Una storia già sentita tante volte. Troppe purtroppo.

- Ti picchiano? -

- All'inizio qualche botta. Poi mi sono rassegnata. Sapevo come funziona, che non c'è scampo. Mi hanno detto che devo fare questo lavoro per ancora qualche anno. Loro mi lasciano un po' di soldi, mi danno da mangiare e dove stare, poi tra qualche tempo potrò riavere il passaporto e tutto. -

- Hai mai pensato di denunciarli? -

Saltò come una matta - non dire cazzate! Mi ammazzano! Guai se provi a parlare, tanto hanno già preso la targa, ti rintracciano e ti ammazzano! E ammazzano anche me! -

- Lo so, lo avevo immaginato, per quello ti ho chiesto se qui ci vedono. -

- Tu devi essere scemo, ti manca qualche ruotella. -

- Rotella - le dissi io correggendo il suo italiano tutto sommato fin troppo perfetto per una come lei, nelle sue condizioni.

- Quello che è. Non cambia che sei pazzo. -

- Penso che sia stupido chiederti se quello che fai ti piace, se a te va bene, se sei in qualche modo felice... -

- Si, infatti. E' stupido. Ma è la mia vita. Mi devo adeguare. Si è fatto tardi, riaccompagnami. -

La guardai per un altro istante, mentre mettevo in moto e intanto che lei sollevava lo schienale del sedile feci manovra. Prima del semaforo le chiesi qual'era la tariffa che dovevo pagare. Mi guardò come fossi un alieno, poi mi disse una cifra che, tra tutte quelle dette poco prima, credo fosse la più bassa. Mentre accostavo afferrai il portafogli, avendo cura di tenere nascosto al suo sguardo la parte interna, quello con la placca della Polizia di Stato, con la scritta dorata "Polizia".

- Ti ringrazio per la chiacchierata. Se ci hanno visti fermi senza far nulla spero con tutto il cuore, davvero, che non ti creino casini. -

- Non ti preoccupare, questi giorni sono impegnati in altri affari credo, non controllano molto come prima. -

- Mi fermo qui, va bene? -

- Va bene. Ciao giornalista pazzo... -

- Non sono giornalista... -

- Allora sei solo pazzo... -

Abbozzai un sorriso, ma rimasi di pietra quando lei aprì la portiera, si girò un attimo verso di me prima di scendere e mi disse, seria - Grazie davvero... -

Rientrai a casa e presi sonno solo a tarda notte. Passarono alcuni giorni, ma per non correre rischi, non saprei neppure quali in effetti, passai da tutt'altra parte, evitando intenzionalmente la zona in cui Daniela lavorava.

Poi ieri mattina, mentre andavo a prendere il caffè durante una pausa dall'ufficio, passai davanti un'edicola. La prima pagina del quotidiano locale, affissa all'ingresso, parlava di una prostituta sgozzata. Mi fermai a leggere le prime righe, ma non c'erano riferimenti. Presi una copia. Sentii una fitta allo stomaco, un senso di nausea, una sensazione di sudore freddo.

"Ha ucciso una prostituta con una coltellata alla gola. Poi, Daniele Mereu, trentenne di Sestu, si è impiccato a un albero. Lei, Daniela Vasilica Barbulescu, prostituta diciannovenne, era stata appena uccisa: sgozzata e gettata da un'auto proprio davanti al cimitero di San Michele. Ha cercato di aggrapparsi alla vita. Sanguinante, strisciando, ha descritto un semicerchio per raggiungere un cumulo di cartone dove, però, è morta dopo pochi minuti. Ha preceduto soltanto di pochi minuti il suo killer, Daniele Mereu, bracciante agricolo trentenne di Sestu, che appena si è reso conto di quello che aveva fatto, si è impiccato.

La ragazza, come tutti i giorni, aveva raggiunto, su un pullman della linea 9, il suo "posto di lavoro" intorno alle 18,30. Minigonna rossa, coprispalla nero su un top azzurro, cintura marrone, scarpe bianche con un tacco di dieci centimetri, la ragazza era stata vista, intorno alle 21, in attesa di qualche cliente. La solita giornata di Daniela che batteva in quella zona da almeno un anno, un anno e mezzo. Nella borsetta tutto l'occorrente: gomme da masticare, un portamonete, il passaporto, un foglio di carta e, naturalmente, tanti preservativi. A darle ancora più sicurezza il fatto che, poco vicino, c'era una connazionale che, come capita per qualunque cliente sconosciuto, era pronta a scrivere il numero di targa. Dunque, la ragazza è salita tranquilla sull'auto del cliente. E, insieme a lui, si è diretta in un viottolo a fianco al cimitero dove vengono normalmente consumati questi rapporti occasionali. Impossibile capire che cosa si accaduto tra la ragazza e il suo killer. Di certo, c'è soltanto il fatto che l'uomo, dopo aver accoltellato la donna, ha messo in moto l'auto, è arrivato a una certa velocità (come dimostrano le tracce degli pneumatici) allo stop davanti al cimitero. E lì ha scaricato la sua vittima. Fatale è stata, naturalmente, la coltellata al collo ma la ragazza è stata ferita anche in altre parti del corpo, in particolare nel braccio, usato in un disperato tentativo di difesa. Difficile stabilire le ragioni che hanno portato all'omicidio. Improbabile che Mereu avesse intenzione di mettere a segno una rapina: i frequentatori abituali di prostitute sanno bene che le donne, dopo ogni prestazione, nascondono il denaro in posti sicuri, dopo una serie di rapine (molte delle quali non denunciate dalla vittime) messa a segno contro di loro. Difficile anche che a scatenare la furia di Mereu sia stata una prestazione negata. Probabilmente l'assassino è stato colto da un raptus d'ira assolutamente incontrollabile. A confermare questa ipotesi, il fatto che l'uomo, sentendosi braccato e forse in preda ai sensi di colpa, abbia imboccato la strada verso la zona di campagna a circa un chilometro da Sestu. Lì ha bruciato l'auto dov'era avvenuto l'omicidio e poi si è impiccato a un albero. Sul luogo dell'omicidio, oltre agli agenti della Squadra Mobile, sono arrivati anche gli specialisti della Scientifica, accompagnati dal medico legale. A occuparsi delle indagini, invece, il magistrato di turno".

Daniela è morta lì, in quella strada dove l'ho conosciuta, sola, lontana dalla sua terra, lontana dalla sua famiglia, lontana dal mondo, dalla dignità. Ripenso al momento in cui scendendo dalla macchina e girandosi mi ringraziò. Aveva un'espressione particolare. Solo adesso posso provare a immaginare. Forse sono stato uno dei pochi che in quell'anno e mezzo che è stata qui l'ha trattata come una persona. E una lacrima mi segna il viso. Ciao Daniela...

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