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Confessioni di un
frate
C'era aria di neve
stamattina da quando era uscita da casa, e lo immaginava fin da
quando era scesa dal letto, perchè aveva le mani secche.
Una donna certe cose le sente.
Ora era in auto, ferma ormai da venti minuti e non riusciva a
spostarsi di lì.
Aveva avuto il primo sentore che sarebbe stata una nevicata
storica quando i pazienti si erano defilati con molta velocità
dal suo studio, o avevano telefonato, provocando così
un'interminabile sequela di zzzzzz dall'interfono, che la
obbligava ogni volta ad interrompere la seduta.
Era la sua segretaria, che la avvertiva delle persone che
disdicevano gli appuntamenti delle ore a seguire.
Danielle, per far calare la tensione di essere in una coda
interminabile di macchine pensa a suo marito (lo Psichiatra), a
Torino.
Ha il turno di notte, che fortuna..... sarebbe arrivato in
ospedale alle 2 del mattino col traffico che ci sarebbe stato
nel capoluogo piemontese; poteva fare il confronto con Bologna.
Pensare le faceva un effetto calmante, riusciva a oltrepassare
le barriere del tempo e a farlo scorrere molto meglio.
Tornò col pensiero al pomeriggio, in studio da lei,
ricordandosi di quella strana visita.
Era un uomo di statura non tanto elevata e con evidenti segni di
stanchezza, quello che era entrato nello studio mentre tutti,
compresi i due soci, stavano uscendo per tornare a casa, prima
che la nevicata avesse paralizzato tutti i trasporti.
Danielle non poteva rifiutare di riceverlo, poi era troppo
contenta di non lavorare più alla caserma di Bologna come
psicologa, e per gratitudine verso i soci dello studio, avrebbe
fatto anche 3 ore di straordinario al giorno.
Mise in ordine i cuscini del divano posto a fianco alla
scrivania, poi andò a riscaldarsi le mani vicino alla stufa,
abilmente cammuffata da una tenda, ai clienti veniva data
l'illusione di un ambiente confortevole con l'immagine del fuoco
che ardeva, ma era solamente proiettato sul vetro del caminetto.
Alla fine, l'uomo entrò, sembrava fosse vestito da lavoro,
ipotizzò Danielle, non poteva essere vestito con quattro capi
d'abbigliamento l'uno sull'altro più il cappotto, come se fosse
un senzatetto.
L'uomo si sedette sul divano, ma sembrò restare rigido.
Danielle lo annotò mentalmente.
"Buongiorno," cominciò la conversazione "come
mai ha deciso di rivolgersi al nostro studio?"
"Avevo bisogno di....confessarmi."
"Come si fa coi preti?" Chiese ingenuamente Danielle.
"Io sono un frate, ma sono diverso!"
Notò che aveva un leggero affanno, e roteava lo sguardo per la
stanza come se stesse cercando qualcosa.
"Sono qui per ascoltarla." Rispose.
"Tutto cominciò la notte di circa due anni fa, passavo ore
e ore in biblioteca a studiare su antichi testi di demonologia e
stregoneria.
Alcuni membri del clero, sono scelti per diventare esorcisti,
sebbene pochi siano i veri esorcismi che dovranno affrontare,
altri sono scelti per lavorare nell'ombra dei monasteri, sempre
viaggiando di luogo in luogo, cercare e consultare tomi, o
magari acquistarli quando si pensa che se ne possa essere
trovato uno orignale in qualche antica bottega. Io sono uno di
costoro, dovevo studiare per sapere contro chi dovevamo lottare,
al momento dell'esorcismo, e restare a fianco dell'esorcista.
Per lo Stato, risulto morto un anno dopo la fine del mio
noviziato, quando venni investito di questa carica, del tutto
particolare, dalla Chiesa.
L'uomo che incontrai in biblioteca, diceva di sentire, ogni
notte, prima di addormentarsi un respiro, simile ad un sibilo,
nell'orecchio destro, e l'alito caldo sul collo.
Il fatto era dovuto ad una seduta spiritica riuscita male perchè
fatta da incompetenti.
Mi chiese se potevo aiutarlo, ma feci finta di non capire, gli
dissi che non sapevo cosa fare, ero solamente un frate e dovevo
tenere aperta la biblioteca. Gli proposi, così, di incontrarsi
con un esorcista.
Fu allora che mi disse: "Dove provengo, dove vado, il mio
lavoro."
Era la mia frase di indentificazione, questo era segno che lui
sapeva di me.
Non ero sicuro se rispondergli, ma era chiaro che ormai mi aveva
identificato.
"Dal nulla, verso l'ignoto, uno straniero me lo indicherà"
gli risposi dopo un po' di esitazione.
L'uomo rise e piegò la testa all'indietro, poi ancora e ancora
fino a che non udii un secco schiocco simile allo spezzarsi del
legno ancora verde.
Mentre la testa gli ciondolava indietro, sentii un respiro
simile ad un sibilo, nel mio orecchio destro e poi l'alito sul
collo."
Danielle guardò l'orologio a pendolo sul muro, senza farsi
notare, era un quatro d'ora che stava parlando.
"Chi pensa che fosse?"
"Non so, ma da allora ho fallito e il respiro mi segue
dovunque vada."
"Che fine ha fatto l'uomo?"
"Svenni appena dopo aver sentito il respiro, erano tre
giorni che digiunavo per purificarmi della vita che facevo
quando ero laico."
"Sono abituali i suoi svenimenti?"
"No, mi capita raramente, spesso sono in viaggio e devo
essere in forze."
"Quanto e' rimasto incosciente?"
"Non abbiamo orologi. So che era ancora notte quando mi
risvegliai."
Danielle era rassicurata dal fatto che fosse lucido nei
ragionamenti e nel processo deduttivo.
Quello che era certo, era che avrebbe azzardato una probable
diagnosi di allucinazioni con conflitto interiore legato alla
sua vita laica, del resto la scelta della frase "di
indentificazione", riguardava le sue radici e il suo
futuro, che erano stati cancellati, e solamente il lavoro aveva
rilievo.
"Perchè è vestito così?"
"Sono scappato due giorni fa dal monastero, sono stato tra
i senza tetto, e nelle stazioni, ho cercato di prendere quanti
piu' vestiti possibili, mettendomeli uno sopra l'altro per
difendermi dal freddo, e ho mangiato quello che trovavo per
strada o nei cassonetti, anche se una volta o due qualche
persona che mi offriva un panino, l'ho trovata.
Non posso più andare avanti, il respiro mi segue ovunque e da
poco sento anche dei passi che mi seguono.
Onestamente non credo che sia qualche umano che mi cerca, a meno
che non sappia
saltare anche da un tetto all'altro.
"Perchè non si fa aiutare da un esorcista o da uno
studioso come lei?"
"Gli studiosi come me, vengono chiamati
"striscianti", per la caratteristica di non farsi mai
vedere o riconoscere se non con la frase d'identificazione.
Io non conosco nessun altro strisciante, e non posso di certo
andare in giro a dire frasi d'identificazione a tutti i frati
della città.
Ognuno ha una sola certezza: che lui è unico fino a quando la
frase non viene completata.
Quanto riguarda gli esorcisti, mi ucciderebbero.
Se uno strisciante viene preso, non si può recuperare.
"Preso da chi?" Chiese Danielle senza capire nulla in
tutta la spiegazione del frate.
"Da qualcuno che non è umano, e dalla stessa entità che
ha fatto rompere il collo a quel poveretto davanti a me in
biblioteca, facendolo rimanere in piedi, con la stesta che gli
ciondolava, poco prima che sentissi il respiro sul collo.
E' riuscito a segnare un punto, chiunque sia, prendendomi, ma
non posso permettere, che possa prendere altra gente.
Sono qui, per consegnarle questa" estrasse un foglio
piegato ordinatamente "la spedisca all'indirizzo scritto
sopra la carta da lettere."
Il frate si alzò e fece vedere la pistola a Danielle.
"Voglio uccidermi, come le ho già detto, ma stia
tranquilla, non lo farò qui, mettendola nei guai.
Ho dei soldi per pagarla del tempo che lei mi ha dedicato, sono
gli ultimi rimastimi, sa in monastero, non importa molto quanti
soldi hai. Li darò alla segretaria, così sembrerà tutto
normale e lei non avrà problemi, se verrà la polizia ad
interrogarla quando mi troveranno morto e saranno in grado di
ricostruire i miei ultimi spostamenti.
Se l'autorità ecclesiastica le chiedesse qualcosa, racconti
tutto, se lo facesse la polizia, dica di rivolgersi all'autorità
ecclesiastica."
"Aspetti!" Lo fermò Danielle mentre stava varcando la
soglia dello studio.
"Perchè ha scelto me?"
"Perchè era l'unica disponibile in questo studio."
Rispose il frate, poi chiuse la porta.
Danielle restò per un po' nel suo ufficio a guardare la neve
che cadeva, e pensava a quella pazza storia di veri o presunti
frati ed entità che si manifestavano nei modi e nelle forme più
strane, mentre giocherellava coi capelli rossi e ricci.
Anche se il posto ben presto fu preso dal week-end che si stava
avvicinando e che avrebbe passato con suo marito e sua figlia di
due anni, in una baita sulla montagne svizzere, a qualche
chilometro dalla prima città, coi cellulari che non prendevano
la linea, e tante provviste per non dover più uscire di casa.
Cosa le mancava?
Avrebbe portato anche la tuta da sci, ma in fondo, sarebbe stato
così bello, poter passare davvero due giorni senza niente che
le ricordasse la civiltà.
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all'indice Autore
Ti
prende poco a poco "Sei un mostro, Dario!" Gli gracchiò contro Valentina dalla sua
postazione davanti alla TV.
"Ehi, senti un po' chi si è svegliata dall'ipnosi televisiva, la
mia cara amica Vale, sempre pronta a darmi sostegno!" Replicò
ironico Dario.
"Vaffanculo, caro amico!" Rispose lei immediatamente.
"Allora, sentiamo, perchè secondo te sarei un mostro, come mi
hai poc'anzi definito?" Le chiese.
"Tu devi essere matto, a Dario!" Rise Miky. "Famme capì bene, la
tua ragazza ti ha smollato perchè TU te sei fatto trovare a
letto con una della modelle che lavoravano co' te?!"
"Sì, esatto!"
"Non se fa, Dario!
Non è mica tanto corretto, non se fa mica così, dai!" Lo
redarguì bonariamente Miky.
"Eh no, cazzo, Dario," lo aggredì Valentina visibilmente
alterata per il suo comportamento: "te ne sei andato per lavoro
un mese all'isola Gran Canaria, in Spagna, pe' fa' alcuni
servizi fotografici pe' la ditta con cui lavori, e poi, hai
invitato a stare con te anche la tua ragazza.
Ma il giorno prima del suo arrivo, eri in compagnia d'alcune
modelle, così quando lei è entrata nella tua camera in albergo
pensando de farti una sorpresa, perchè aveva trovato un posto in
un volo il giorno prima, in realtà ti ha rotto soltanto le uova
nel paniere.
Se io fossi stata in lei," poi prese vistosamente fiato perchè
aveva detto tutto senza pause "e Miky avesse fatto qualcosa di
simile, avrei spaccato 'a faccia prima a quelle zoccolette
smagrite di modelle, poi gliel'avrei schiacciato sotto il mio
tacco, al signorino!"
"Sai che me piaci così aggressiva, amore!" Le disse rapito Miky.
"OK, ok! Ma le ho mandato due mazzi di fiori, dalla Spagna, qui
in Italia, per farmi perdonare.
Cosa posso fare di più?"
"Non basterebbe tutta la cazzo de serra della regina d'inghilterra
perchè te perdonassi!" Gli fece aspramente Valentina.
"Secondo voi, non ho speranze?" Chiese alla fine Dario quasi
sconsolato.
"La mia opinione la conosci Dario, comunque ora c'è il secondo
tempo di Three Kings e non me posso perdere George!" Disse
Valentina rapita dalla TV.
"Chi?" Chiese Dario incredulo perchè era successo nuovamente:
era stata di nuovo ipnotizzata e non c'era voluto tanto: circa
due secondi, poi... ZAM, tagliata fuori dal mondo.
"George Clooney!
Aò, e stattene un po' sul nostro mondo invece che andare sulla
Gran Canaria con le canarine e le passerotte!
So' due giorni che ne parla, Vale, ne ho du' palle, io!"
"Tranquillo!
Per la vostra felicità non vi lascerò per un'altra settimana che
ho preso di ferie!" Lo tranquillizzò Dario.
"Anche una settimana de ferie!
Nun te basta d'essere tornato mò dalla Spagna?!
Sei tarmente abbronzato che pari un extra, e vestito così poi...
lassa perde'!"
"Va bene, Miky, io intanto vado e fare un bagno, e dopo sei ore
di viaggio con due scali perchè non c'era il volo diretto, emano
cattivi odori quasi al 100%!" Lo salutò Dario, andandosene.
"Ah, quasi dimenticavo, Dario, nun te dispiace se restiamo con
te per uno o due mesetti?
Giusto il tempo che se liberi l'appartamento delle case comunali
in cui abbiamo avuto il culo d'entrare.
Sai, finchè i parenti della vecchia morta, non si decidono a
togliere tutto da là dentro, noi non ci possiamo entrare!"
"Tranquilli, restate pure!
Poi è meglio così, mi darete una mano moralmente, e magari mi
cucinerete qualcosa di buono e io non dovrò andare al ristorante
quattro sere su cinque!" Tranquillizzò Miky mentre con la mente
era già proiettato nella vasca da bagno.
Sei giorni dopo.
Domenica.
"Ah sì?!
Bene, ma che meraviglia, Lara!"
La voce di Dario svegliò di soprassalto Valentina che si era
appisolata sul divano.
"OK, allora se non mi credi più, e non sai nemmeno se mi ami o
no, puoi startene tranquillamente a casa stasera!
Certamente che me ne andrò con qualcun'altra!" Le disse dopo un
attimo di pausa.
"Il mondo è interessante anche senza te!" Le urlò poi sbattè il
ricevitore, e poi di nuovo e una terza volta ancora!
Valentina lo guardava col mento appoggiato sullo schienale della
poltrona: Dario non aveva una bella cera, erano quasi tutta la
settimana che mangiava irregolarmente e a degli orari strani, si
alzava alle tre del pomeriggio, mangiava alle cinque, poi andava
al bowling coi suoi amici e tornava verso le 5 di mattina, non
lo aveva mai visto comportarsi in questo modo.
Dario si mise seduto al tavolo, la testa tra le mani e una
disperazione crescente nel corpo.
Valentina andò da lui e lo toccò su una spalla.
"Ciao Vale!" Gli disse lui sollevandosi dalla posizione in cui
era.
"Ciao Dario! Che c'è che non te funzia con Lara?"
"Non lo riesci ad immaginare?" Chiese lui.
"Posso immagina' che tra te e lei sia finita!
Ma, vedi, il problema non è quel che immaggino io." Diceva
sempre così: immaggino, raddoppiando le consonanti in certe
parole.
"De cose ne immaggino tante, me interessa de più quel che vuoi
raccontarmi!" Spiegò lei.
"Quello che voglio raccontarti?
Dice che non si fida più di me e che non sa nemmeno se mi ama
più, prova solamente apatia.
Ieri sera abbiamo provato ad uscire insieme dopo quasi due
settimane che non ci vedevamo; siamo andati a mangiare fuori,
poi siamo andati a fare un giretto in macchina fino a perderci
in montagna.
Finita la stradina, abbiamo continuato a camminare per dieci
minuti a piedi fino a che non siamo arrivati in uno spiazzo
libero dagli alberi del boschetto che apriva la visuale sulla
pianura sottostante.
Si poteva vedere tutto, le città illuminate, le stradine con le
file di lampioni, le luci dell'aeroporto, ma lei niente.
Ha lasciato parlare me tutto il tempo, non si sedeva accanto a
me, ed era diventata intrattabile: vedeva sempre un secondo fine
in quello che le dicevo, come se fossi diventato banale tutto
d'un tratto.
Io cercavo di essere carino e lei mi paragonava ai suoi amici di
merda che ci provano quasi sempre.
Criticava qualsiasi cosa e anche la scelta del posto.
Diceva che non riusciva più a guardarmi negli occhi, che pensava
alla Spagna, e a tutti i desideri e le aspettative che aveva per
quella settimana, ma che aveva dovuto farle cadere e rendersi
conto che sarebbero rimasti soltanto sogni.
Ho deciso di portarla in un locale all'aperto, ma poi si era
barricata in se stessa, diceva che tanto facevamo quello che
volevo io, così l'ho riportata a casa."
Valentina non disse niente, non ce la faceva, non poteva dirgli
così palesemente che se lo meritava, non poteva aumentargli il
dolore.
"Che pensavi di fa' con lei?
De nun dì niente?
De continua' a prenderla in giro?"
"Lo so che non potevo continuare così, me lo sono già chiesto!"
Rispose lui.
"Che posso fa' pe' te?" Chiese Valentina.
"Fatti con me!"
"Che?" Chiese lei sbigottita.
"Prepara uno schizzo!" Le ripetè Dario.
"Sei sicuro Da'?" Valentina usava chiamarlo così alcune volte.
"Ti prego fallo per me, almeno tu stammi vicino, sto troppo
male!
Tieni questi soldi per la dose!"
Valentina li prese un po' riluttante.
"So che forse i soldi che vi ho dato ieri li avete usati per
comprare questa droga, del resto, era impossibile che vi foste
mangiati metà della spesa di ieri in un pasto, ma non fa niente!
Ti prego, fatti con me!"
Valentina non disse niente, annuì gravemente come un dottore a
cui il paziente avesse chiesto un'eutanasia.
Prese due siringhe nuove, ancora chiuse nella loro confezione e
ne aprì una, prese l'eroina dal sacchetto che aveva nascosto
dietro il frigorifero, ne mise l'equivalente di due dosi in un
cucchiaio, accese la candela che le sarebbe servita per
scaldarla, poi sciolse la roba con del succo di limone.
Gli fece stringere un legaccio che aveva fatto con della stoffa
sopra il gomito per fargli ingrossare le vene.
Aspriò una parte di eroina con la prima siringa, poi esaminò il
braccio di Dario: erano spuntate mille venuzze, tutte quante in
rilievo, così differenti da quelle di Miky, che erano collassate
e dure.
Ne palpò una con l'indice, si sentiva che non si era mai fatto,
era come sparare alla crocerossa: troppo facile.
Tolse la siringa dai denti, dove l'aveva messa un attimo per
poter palpare meglio il braccio di Dario e infilò l'ago dritto
nella vena, un po' più sotto del gomito di Dario, lo guardò un
attimo per vedere se era sicuro.
I suoi occhi avevano uno sguardo duro e imperscrutabile.
Valentina estrasse per qualche millimetro lo stuffione dal
cilindro della siringa per vedere se era in vena; non appena
vide il sangue comparire col tipico rosso scuro tipico del
sangue venoso appena sopra l'ago, premette tutto, fino in fondo.
Un attimo dopo fece la stessa cosa col suo braccio.
Dario era già steso sul pavimento: l'eroina, se iniettata,
passava direttamente dal flusso sanguigno al cervello, ottenendo
così un effetto pressochè immediato e il suo corpo si era
liquefatto e si era afflosciato sul pavimento.
Si stese con lui.
"Sai, Vale, quando sono partito per la Spagna, tutto mi
sembrava brutto!
Sarei rimasto per un po' di tempo da solo, avrei scattato
fotografie su fotografie, e ancora, e ancora e ancora!
Modelle coperte da veli, svolazzanti grazie a ventilatori, sulla
sabbia bianca della spiaggia.
Decine di ore spese per cercare l'inquadratura, il trucco, la
luce, lo sfondo, l'abito, la posa.
La modella è solamente il membro più in vista di un gruppo molto
più ampio di persone che lavorano, tutte quante, per lo stesso
risultato.
Ma tutto questo non basta, tutti i rullini, ogni singola
fotografia poi va sviluppata, esaminata, ci sono riunioni
intere per discutere se eliminare quel neo sotto al naso,
all'angolo destro della bocca.
Ore spese davanti al computer con la stessa foto della modella
per eliminare le imperfezioni, e io avrei dovuto fare tutto
questo!
Ti giuro che, mentre aspetti che tutto sia pronto, sotto il
sole, odi qualsiasi cosa, anche la spiaggia bianca e il mare
pulito."
"Sei bravo tu!
Lamentate pure, Da', ma preferisci vivere c'a cassa
integrazione, come me, oppure lavorare in torneria come Miky?"
Chiese Valentina voltandosi verso di lui.
"Con le modelle avevo uno dei pochi momenti di gioia.
Ormai non mi facevano più nessun effetto, Vale, le vedevo girare
nude in spiaggia, i loro anfratti più segreti, quelli che
qualsiasi persona avrebbe voluto vedere e pagato per vedere, io
li avevo davanti circa quattro ore al giorno.
Gli ultimi giorni, prima che arrivasse Lara, di sorpresa,
facevamo sesso in due o tre.
Così riuscivo a divertirmi, ma mi mancava Lara.
La conoscevo bene, sapevo a memoria ogni suo neo, ogni sua
passione per i baci, ci intendevamo con un mugugno, un ansimo, e
potevo accarezzarla.
Nemmeno con due, mi riusciva di esprimermi al meglio!" Disse
quasi piangendo.
"Bravo, Da', ma intanto te le sei fatte!" Replicò Valentina.
"Ora mi sento rilassatissimo, mi sembra tutto normale, e capisco
che non posso fare a meno di accettarlo, perchè, in fondo era
così che doveva andare!
Sto benissimo, l'eroina mi aiuta un tot a rilassarme!
Me sento caldo dappertutto, non ho alcun desiderio se non quello
de resta' così come sono ora, pure sdraiato sul pavimento,
nonostante non riesca a respirare troppo bene!"
Valentina si voltò verso di lui, avevano fatto la loro comparsa
i segni evidente dell'assunzione di eroina: parola "impastata",
pupille a spillo, e sonnolenza.
"Che flash che ho avuto!" Disse dopo un attimo, facendo
spaventare Valentina che aveva chiuso gli occhi, rilassandosi.
"Ho rivisto Julia che, mentre la tenevo pe' i capelli, piegata a
quattro zampe, davanti a me sopra er letto dell'hotel mentre
facevamo sesso, roteava la testa de 360 gradi e aveva 'na
siringa tra i denti.
Forse l'ha visto pure Lara, per questo, s'è arrabbiata con me!
Sapeva che lei non era un essere umano.
Al contrario era un'asshhtrunauta!" Disse terminando la frase,
poi roteò la testa da una parte per evitare la saliva che aveva
sputato in aria.
"Ahhh! Che schifo, Da', e non sputare!" Disse Valentina
pulendosi il viso dalla saliva di Dario.
"Che t'hanno messo in bocca? La lingua di un'altra persona?"
Chiese sarcasticamente.
Dario roteò di nuovo la testa verso di lei, come se avesse il
collo spezzato, poi lasciò penzolare la lingua fuori dalla bocca
come fosse morto.
Risero entrambi di quanto aveva fatto appena fatto.
"Grazie Vale, p'avemme fatto scomparire ogni ansia!" Le disse
cingendola con un braccio.
Valentina non disse niente e si addormentò, nonostante il naso
che le continuava a gocciolare.
Dario per un attimo si chiese se si era buscata un raffreddore
estivo o era l'ero, non volle darsi risposta.
Il lunedì mattina, verso le 7,30 era di nuovo in piedi, era
arrivato a letto, anche se non sapeva quando nè come, ma sapeva
che doveva ricominciare il suo daffare quotidiano, e che le
ferie erano finite.
Sembrava un damerino così vestito, pantaloni grigio chiari con
la piega perfetta fatta a ferro sul davanti, tasche alla
carrettera, polo blu scuro sopra, taglio di capelli fatto da
poco tempo e nemmeno un pelo di barba; voleva lasciare alle
spalle la disperazione e lo sfinimento della droga, voleva
tornare al lavoro impeccabile, anche se le sue viscere si
annodavano e le endorfine e i centri del dolore chiedevano dove
si potesse trovare ancora quella meraviglia della sera prima.
Mentre percorreva il corridoio per uscire di casa Valentina uscì
dalla camera da letto,
indossava una maglietta militare di Miky e nient'altro.
"Da'?!" Lo chiamò lei.
"Dimmi Vale!"
"Sei sicuro de sta' bene?" Chiese lei, a volte si dimostrava fin
troppo premurosa con lui.
"Sì, stai tranquilla, quello che è successo ieri, ormai è
passato.
Oggi è l'inizio della settimana e dovremo guardare tutte le foto
delle modelle.
Mi rimetto in moto oggi, stai tranquilla!
Tra circa un mese è Agosto, e poi sarò nuovamente in ferie, fino
ad allora, niente problemi!"
Un mese dopo.
2 Agosto.
"Il caldo me fa sballa', cazzo!" Questo era il pensiero
ricorrente nella mente di Dario.
Quella ti prendeva piano piano, e da un buco ogni tanto ti
ritrovavi che con uguale dosaggio l'effetto non era più lo
stesso, e non si sentiva nemmeno la differenza tra farsi e non
farsi.
La giornata lavorativa era ormai finita, Dario era sul divano, e
stava apoggiato lì sopra come se qualcuno lo avesse
immobilizzato in quella posizione.
Non andava più in bagno da tanto tempo, se non avesse vissuto
per un po' di tempo coi suoi amici, si sarebbe preoccupato, non
sapendo che era colpa dell'ero.
Cercava di non pensare che aveva bisogno di qualcosa per tirarsi
su, certamente, ma sentiva le ossa dentro di sè che erano
diventate secche e friabili come quelle di un vecchio.
Lara non si decideva a tornare, anzi, per quanto ne sapeva lui,
poteva essere tranquillamente a letto con qualcuno a cui
funzionava meglio del suo, il che, non doveva essere molto
difficile perchè soffriva di una strana inappentenza sessuale.
Il lavoro non andava troppo bene, per fortuna era arrivato
Agosto abbastanza in fretta e le otto ore lavorative erano
semplicemente una parentesi tra le serate passate a casa davanti
alla tele che blaterava per ore e ore incessantemente tra i vari
discorsi di Miky, di Valentina e i suoi, tutti e tre sbomballati
a palla come dei rinco, per l'eroina.
A quanto sembrava avevano aumentato la quantità di droga che
consumavano tutti e tre, il rifornimento era passato da due
volte la settimana, a giorni alternati.
Valentina non aveva più il ciclo, erano andati a controllare
sull'enciclopedia medica, per rassicurarla, ed avevano appreso
che poteva verificarsi, ma l'amenorrea comunque, non disturbava
la normale ovulazione femminile.
Decise di alzarsi prima di vomitare su divano e tappeto, quella
sera non aveva toccato la pizza che aveva ordinato, al momento
in cui il ragazzo delle pizze gliel'aveva portata era stato
preso da una sensazione di nausea poco piacevole.
Decise di scendere per andare da Miky, sapeva che molto
probabilmente era nella birreria che avevano sotto casa, e
sapeva anche che l'eroina era finita!
Fece le scale con le gambe che lo tenevano in piedi a stento,
sentiva le budelle che gli si attorcigliavano, ma questa non era
una novità, le mani che gli tremavano invece sì, che lo erano.
Non volle entrare, per non farsi riconoscere come tossico in
piena crisi, nel pub sotto casa, e chiamò Miky al cellulare per
farlo uscire.
Due minuti dopo, erano già partiti in direzione delle stazione
ferroviaria per cercare lo spaccino loro amico.
Era un uomo italiano, lui era il vero e tipico spacciatore, non
si fidava di nessuno, conosceva alcune persone tramite suoi
amici e questi "eletti" diventavano i suoi contatti, non gli
importava niente se chi era con loro era il fratello, la
sorella, o addirittura la madre.
Era un professionista; non come quei negri che lo chiedevano a
tutti e cambiavano in continuazone, giusto il tempo di
conoscerne uno per farselo amico e dopo una settimana, c'era un
ragazzino o una piccola banda che avevano vinto la lotta
territoriale di risse per il posto.
Presero la macchina di Miky e arrivarono in stazione alle 22,45,
la stazione era deserta.
Dario aspettò in macchina.
Mentre Miky stava tornando verso la macchina, lo vide che si
fermò un attimo e prese un orologio che era appoggiato su un
muretto, poi se lo mise in tasca.
Tempo dieci passi e un ragazzo, gli corse dietro gridandogli
qualcosa.
Dario se ne stava seduto, la faccia gli si stava facendo
imbronciata, e una strana rabbia si stava impadronendo di lui.
Vide i due che continuavano a parlare animosamente.
Ad un certo punto, pensò che proprio non era giusto che qualcosa
andasse storto quando Miky stava per arrivare in macchina.
Ci mancava ancora poco alla fine di quella sua avventura, fuori
dal suo appartamentino, in cui si sentiva tanto al sicuro, altra
fissa che gli era venuta fuori in quel mese di lavoro.
Il ragazzetto non voleva proprio lasciare stare Miky, che
cercava di non dargli peso e proseguire, ma sembrava infoiato,
al contrario, e deciso nel suo intento di disturbare la fragile
stabilità psichica di Dario.
Se non fosse stato per le sue gambe molli, che ormai si stavano
quasi squagliando, assieme ai sudori (ma erano freddi, questi!)
che provava chiuso in macchina, sarebbe sceso, e dopo... poteva
succedere di tutto.
Dario si concentrò come era solito fare con le foto sul lavoro,
visualizzava la foto, la ripassava mentalmente tutta, compresa
la luce, il gioco dei veli sulle modelle e le imperfezioni: fece
lostesso con quella scena, pensò intensamente al ragazzino e lo
immaginò per terra svenuto, col sangue che gli usciva dal naso e
dalla bocca, e inerme, non poteva più rovinare il suo piano e la
sua serata.
Gli arrivò una fitta lancinante allo stomaco che non accennava
ad attenuarsi, come se una lama lo avesse trafitto, riaprì gli
occhi di scatto, e cercò di distendere il busto, ma non
diminuiva.
Si infervorò maggiormente tutto gli stava andando storto, e la
crisi non passava: non gli piaceva per niente quella situazione
e trovò il coraggio per uscire dalla macchina.
Corse verso Miky e l'altro ragazzo e quando gli fu abbastanza
vicino gli saltò letteralmente addosso: lo raggiunsero una
sberla e un calcio.
Il ragazzo cadde per terra frastornato non capendo cosa fosse
successo.
Dario lo guardò, ma vide che non era ancora sufficiente e gli
diede una ginocchiata cercando di colpire il naso, mentre era in
ginocchio per rialzarsi.
Lo picchiò con minuziosa malignità, mentre dentro di sè
continuava a crescere un livore che aveva cominciato a
svilupparsi mentre era sigillato in macchina, per non far
filtrare aria da fuori, perchè sebbene ci fossero quasi 24
gradi, sentiva brividi gelati lungo la schiena.
Lo finì con due calci: uno sulle costole e l'altro ai reni.
Guardò il ragazzo a terra sanguinante, non parlava più, e non
era più un intoppo alla sua serata: in quel momento rinvenne
dallo stato narcolettico in cui l'aveva posto l'astinenza.
Le ossa gli facevano davvero male, e sentiva che si sarebbero
sgretolate facendolo finire in polvere.
"Che hai?" Urlò a Miky.
"Niente, andiamo!" Rispose l'altro quasi impaurito.
15 Agosto.
Non sarebbe andato a guardare i fuochi d'artificio sulla
spiaggia e non avrebbe nemmeno visto l'alba, se fosse successo
sarebbe stato un errore, lo sapeva anche lui.
Sarebbe stato ancora vigile all'alba, tanto non andavano mai a
letto prima delle 7 lui,Miky e Valentina, ma non l'avrebbe vista
davvero.
La mattina prima era disteso su un marciapiede vicino ad un
piadinaro, o meglio, c'era stato fino alle 4 il venditore di
piadine e panini, poi era andato via, ma lui non se n'era
accorto, così come non aveva visto il sole che sorgeva, sebbene
avesse il mare quasi di fronte.
Quella sera erano andati in discoteca e Dario si era appoggiato
un attimo su di un divanetto e vi era rimasto per circa due ore,
sospeso a mez'aria a fluttuare come i suoi pensieri, simile ad
un parola che si ha sulla punta della lingua ma che non si
riesce a dire.
Le luci stroboscopiche lo stordivano ancora di più, era una
continua ripetizioni di luci viola, azzurre, e gialle che gli
davano dei flash, ma le sue pupille non sembravano nemmeno
percepirli, tanto erano diventate a spillo; poi cominciavano le
luci ad intemittenza e lì era lo sballo più completo.
Se l'intervallo tra luce ed ombra era poco si vedevano le
persone muoversi come dei robot, delle specie di androidi che
ballavano.
Dal giorno in cui aveva picchiato quel ragazzo, era diventato
molto più aggressivo e aveva sempre meno remore di commettere
una qualsiasi violenza.
Il suo scopo non era solamente procurarsi i soldi, lui vedeva
tutta quella gente che girava in città come zombie che si
opponevano alla sua libertà di potersi fare dove voleva,
praticamente erano tutti un ostacolo, l'egocentrismo in cui lo
poneva l'ero non gli lasciava scampo e l'unico modo di avere
relazioni con chi lo circondava era puntare un coltello al
malcapitato e farsi dare i soldi.
L'aveva saputo dalla televisione il giorno dopo, cosa volesse il
ragazzo "intoppo" della sera prima, del resto non c'era dubbio
che fosse uscito dalla sua tana per comprare un giornale; già
gli rompeva dover uscire per rifornirsi di roba.
Miky passando vicino al muretto aveva fregato l'orologio che
l'altro aveva appoggiato lì mentre si stava lavando le braccia
alla fontana.
Il ragazzo era stato ricoverato e aveva raccontato di essere
stato rapinato e poi malmenato da un teppista che era accorso in
aiuto al suo amico: la polizia aveva ipotizzato che
probabilmente i due aggressori avevano studiato le mosse del
giovane.
"Poliziotti coglioni del cazzo!" Aveva commentato lui.
Per quell'orologio lo avevano pagato 125 Euro, e lo avevano pure
fregato, un Longines come quello valeva ne almeno 200, ma aveva
fatto tacere la voce nella sua testa che era esplosa con urla e
con un'incazzatura bestiale.
Non voleva insistere troppo, era riuscito a strappare 15 Euro in
più della prima offerta, loro non avevano chiesto e lui non
voleva dire, prese i soldi e tagliò corto con la trattativa.
Quella sera si portò a casa due grammi e sei di ero: era quasi
Natale, per lui!
Si era cimentato in alcuni altri lavoretti come furtarelli di
poca entità, era stato pestato due volte: la prima da una banda
di strada della città che lo aveva preso storto e così quando li
aveva mandati a quel paese lo avevano rincorso e pestato, la
seconda volta era stato sorpreso di notte in un vicolo mentre si
stava preparando a sfondare un vetro di una macchina con un
mattone.
Aveva messo a segno solamente un altro colpo d.d.n., come lo
chiamava lui.
Anche se tutti erano d.d.n. cioè degni di nota: una rapina a un
malcapitato turista inglese, ed aveva raccimolato ben 225 Euro,
con cui aveva comprato un coltello butterfly: di quelli in cui
la lama è montata sui manici e che quando si chiude il coltello,
scompare tra di essi.
Era di colore nero, compresa la lama che era sempre
accuratamente affilata da lui stesso: l'aveva preso di quel
colore perchè era più facile da nascondere.
Coi soldi avanzati, poi, aveva offerto anche a Miky e Valentina
un po' di autentica roba italiana, come l'aveva rinominata,
comprata in stazione.
Si alzò da quel divanetto dopo circa due ore e mezzo per andare
in bagno, se ne fregava se le gambe non lo avessero retto,
questa volta era la volta buona per disfarsi di tutti i rifiuti
organici che aveva nell'intestino, aveva provato a calmarsi e
anche a stringere le chiappe...ma niente da fare.
La discoteca era all'aperto e i bagni erano spostati dalla pista
da ballo e dai divanetti.
Percorse i pochi metri che gli mancavano alla tazza del cesso
adorata quasi in estasi perchè era riuscito a camminare e senza
appoggiarsi ai muri o senza fermarsi.
I pochi momenti in cui il suo intestino pigro per tutto quello
che aveva in corpo si svegliava andavano presi al volo, e
sebbene preferisse la privacy di casa sua, se ne fregava: ora un
posto valeva un altro, purchè fosse attrezzato come doveva.
Entrò nella casupola di mattoni e calce che faceva da bagno e
notò un uomo solo che era davanti all'orinatoio, non gli prestò
attenzione e si rinchiuse in bagno.
Dopo circa tre minuti uscì molto più leggero, l'uomo era ancora
lì, gettò furtivamente l'occhio: non stava pisciando, se lo
teneva in mano.
Uscì dal bagno pensando a che schifo poteva fare un uomo di 35
anni che si masturbava in un luogo pubblico.
Andò a chiamare Miky e gli disse di seguirlo in bagno ma di
restare sulla porta per segnalargli se arrivasse qualcuno.
Rientrarono e trovarono quell'uomo ancora là, con la schiena
verso l'entrata le mani impegnate sul davanti.
Lo sorprese alle spalle.
"Amico, che stai a fa'?" Gli chiese Dario.
"Gniente!" Gli rispose quell'altro, parlando a bassa voce.
"Mettelo via e nun fatte più vedè!" Gli ordinò.
"Che è tuo il bagno?" Fece l'uomo strafottente.
Dario estrasse il coltello e allungò il braccio oltre il busto
dell'uomo, col filo della lama vicino al glande.
"Te lo vòi mette' via?!"Gli chiese con tono più deciso.
L'uomo si fece indietro col sedere e colpì Dario allo stomaco,
non troppo forte, ma fu abbastanza per farlo retrocedere un
poco, poi si girò.
"Calmati, amico, stavo solamente rendendo un omaggio ad una
ragazza che ho visto qua dentro!"
"Damme tutti i soldi che c'hai in tasca e vattene!" Gli ordinò
Dario.
L'uomo vide che non stava scherzando e Miky aveva abbandonato la
sua posizione da "palo", per andare ad aiutare Dario.
Mise la mano al potafoglio con ancora la patta dei pantaloni
sbottonata quando fece una finta e cercò di dribblare
assurdamente Dario, Miky lo fermò per un braccio e in un attimo
il coltello affondò nella carne dell'uomo all'altezza del
fegato.
I due amici si guardarono negli occhi, ben consci di quanto
avevano fatto, e uscirono dal sogno in cui credevano di essere
per svegliarsi con la tragica realtà davanti agli occhi e con la
brutta sorpresa di un sonnambulo che scopre di essere uscito di
casa nel cuore della notte e di essersi svegliato appena prima
di mettere il piede in un tombino lasciato aperto.
Dario gettò il coltello nel mare quando uscirono dalla
discoteca.
Miky non disse niente a Valentina di quella sera.
Si fecero tutti quanti uno schizzo in un vecchio capannone sul
mare; Dario pregò che la dose gli fosse fatale e che potesse
morire di overdose.
Intanto le luci di una sirena di un'ambulanza correvano lungo il
cavalcavia davanti a loro fino alla discoteca che distava ancora
qualche centinaia di metri dalla posizione in cui era.
Si svegliò la mattina dopo alle 6,20, la luce ormai filtrava
anche dai vetri del capannone.
Era l'alba.
L'aria sembrava essersi tinta di un colore roseo e chiaro come
una bella donna che lui chiamava Lara, che si svegliava accanto
a lui, nel suo appartamento e nel suo letto, e come primo
pensiero aveva quello d'abbracciarlo e baciarlo; ma accadeva
tanto tempo fa e lui ora aveva un omicidio sul capo.
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