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Massimo Montalbani

Golden girl & Silver Boy

Nostalgia
Il ritorno di Althes
Caraibi
Cronache di una sopravvivenza
 

dello sesso Autore Poesie

 

 

 

 

Golden girl & Silver Boy (la descrizione di un attimo)

Lui arrivò e la trovò lì, in piedi davanti alla vetrata che dava sul cortile del dipartimento: cielo com’era bella! (…non c’è niente di più bello di quel corpo e di quel viso…)
La camicia a righe le cadeva sbarazzina sopra i jeans strappati su un ginocchio, e quel particolare, quella finestra sulla sua carne fresca e giovane, arricchiva quella sua femminilità che forse solo lui e pochi altri le riconoscevano. Aveva i capelli raccolti, quel giorno, e così le guance, belle e tenere come quelle di una bambina, fecero bella mostra a contorno del sorriso che lei volle donargli; lui rispose come fosse uno specchio, e ne seguì uno sguardo d’intesa che probabilmente nessun’altro lì presente riconobbe come tale.
Lei invitante, come al solito, stava nel suo angolo sorridendo, mentre la fatale attrazione che provocava faceva il suo corso: come una calamita lui le si avvicinò, le cinse la vita con un braccio e le baciò la guancia, poi il collo, una, due, tre volte, mentre lei bellissima timida ripiegava il capo sul suo chino in un misto di imbarazzo, solletico e compiacimento. La magia fu compiuta, e i due si ritrovarono l’uno abbracciato all’altra, stretti stretti come per sentire dell’altro tutta la tenerezza del corpo, mentre un lungo e dolcissimo bacio ne univa le anime.
Quell’attimo sembrò loro eterno, e nulla importò se in quel momento la lezione stava per cominciare…

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Nostalgia

Quella sera d’agosto, in una Ferrara che sembrava Praga, la ragazza bretone suonava il suo flauto traverso, ma la musica che sentivo pareva piuttosto provenire dal cielo, come una invisibile pioggia dorata che solo su di lei infondeva la sua energia.
La melodia era dolce, struggente, un pezzo di quel repertorio celtico che già da un po’ proponeva con il ragazzo alla chitarra e l’arpista: mi ricordò quelle cerimonie pagane del nord-Europa, come quella nel film di Mel Gibson, “Braveheart”. Ed era così bella la ragazza… Certo semplice, ma col fascino incredibile degli artisti di strada, e il modo con cui suonava poi aveva qualcosa di magico. Ebbi l’impressione che le calde luci del vicolo illuminassero solo lei.
Terminato il pezzo, un gran numero di persone l’avvicinarono per acquistare nastri e dischi (il nome del gruppo è ‘Meghan’), tentare brevi dialoghi in francese o in inglese o semplicemente complimentarsi. Ci fu addirittura chi le chiese una breve intervista da riprendere con la videocamera. Ma Danielle aveva un sorriso per tutti, un sorriso spontaneo e vero come vera era l’emozione con la quale i suoi occhi raccoglievano gli applausi entusiasti della gente. Intuii allora la capacità che aveva di attirare su di sé ammirazione e curiosità, mettendo quasi in secondo piano i pur simpatici e capaci compagni. Rimasi quasi accanto a lei tutta sera, mentre le ballate si alternavano a fantasie che trascinavano il pubblico in un ritmato e sincrono batter di mani: me ne stavo forse innamorando? Stavo lì sognando di saper suonare uno strumento qualunque per unirmi a loro e fare con lei quella vita sregolata, in giro per l’Europa; che sia quella la vita che merita veramente di essere vissuta?
L’unica risposta che ebbi, infine, fu la certezza che mi aveva toccato profondamente, e me ne andai con in mano quell’unico ricordo di lei, un demotape dal titolo quantomai profetico: “Nostalgia”.

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Il ritorno di Althes

“Salute a te, fiore di campo!”, disse il cavaliere appena giunto nella stanza. “E non me ne vogliate, dame che affollate distratte codesto luogo: lei è di tutte voi di certo la più bella, perché ogni punto del suo corpo è di ogni corpo il rappresentante più degno, e i suoi occhi di cielo due fari luminosi che mi condurranno sicuro nell’ambìto porto delle sue labbra!”.
La voce virile di Althes, sostenuta da un tono volutamente alto, irruppe nella locanda, in quel momento affollata della più variegata umanità; tutti si voltarono verso di lui, i più truci avventori con aria di sufficienza – se non con sommessi ghigni di scherno -, le damigelle al contrario con gote d’un tratto rosse e sguardi languidi di sognante, improvvisa ammirazione; chi lo conosceva rimase semplicemente stupefatto dinnanzi all’insperato ritorno. Ma le attenzioni di lui erano solo per Ehlyeen, su cui ora cadeva il suo sguardo più penetrante; sulle sue labbra barbute quel mezzo sorriso di complicità che lei aveva lungamente sognato. Fuggì trascinandosi sollevando l’ampia gonna bianca decorata dai fini ricami di mille giovani rampicanti, il suo cuore colmo di gioia come un sontuoso calice di vino rosso al cospetto di un viaggiatore per troppo tempo assetato; l’amore per cui aveva versato troppe lacrime amare adesso le empiva il volto, e fu per lei un dolce affogare.
Lui la attese in giardino, sicuro del suo ritorno, col cuore percosso da schiere di tamburi, e lì, nella sera scarlatta, consumarono infine il frutto della loro passione.
 

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Caraibi

La strada incerta e battuta dal sole spietato del torrido agosto sembrava perdersi, disgregandosi, nella foresta. Quel bagno al cenote aveva inesorabilmente privato John della cognizione del tempo, ma ora il sole allo zenit avvertiva che era giunto il momento di fare ritorno da Elizabeth, che di certo lo stava aspettando per il consueto, rituale pranzo allargato della domenica. Ritrovato il sentiero percorso all' alba tra iguane e koapi, si diresse con più decisione verso la costa; vi arrivò mentre un gruppo di giovani turisti, accampati sotto un cerchio di palme, era intento alla spartizione di una noce di cocco faticosamente frantumata sopra una roccia sporgente. Percorse quasi accecato la tavolozza di colori che dal verde cambiava rapidamente in bianco per sfumare al beige, al turchese, all' acquamarina, azzurro, smeraldo, blu e blu cobalto; quando sentì lambirsi le caviglie dall' umido abbraccio dell' acqua girò a destra e si diresse verso sud.
Quella striscia sinuosa e infinita tra il grande mare e la spiaggia calcarea, qualche centimetro più in alto, era perfetta per i suoi pensieri: così come pareva essere un labile confine tra due mondi differenti, la lattiginosa via si riempiva di ricordi subito seguiti da nuove speranze e ricorrenti domande, in un incessante alternarsi e rincorrersi al pari delle onde morenti che stava calpestando.
A terra, con le sue, una moltitudine di orme, fugaci testimonianze di altre vite, altre storie, altri percorsi. Sorrise alla vista delle piccole forme lasciate dai cuccioli d' uomo, confusi residui di rincorse e stridule grida.
Resosi conto della troppa distanza percorsa all' andata ebbe l impulso di accelerare; lo fece, poi all'opposto decise di abbandonarsi a quel paradiso che ancora continuava a stupirlo; rallentò il passo, chiuse gli occhi e si lasciò guidare dall'altezza dell'acqua, il bisbiglio del vento, il canto degli uccelli e gli echi di voci lontane.
Ormai punto indistinto tra il turchese e l'argento fuso del primo pomeriggio, si lasciò alle spalle la miriade di dita schiumanti che invano, ripetute, agognano la presa sulla terra degli uomini.
Un lungo cammino che lo avrebbe riportato a casa.



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Cronache di una sopravvivenza

 

 

Era un tramonto come tanti, di quella stagione: freddo, anzi freddissimo; secco e cristallino. Nubi lenticolari macchiavano di rosa il crepuscolo, come ufo di guardia all'orizzonte. Più in alto un aereo lasciava la sua scia ignaro di tutto, tiepida isola di coperte e libri di avventura...

Quando il gelo cinge i piedi, e anche i passeri attendono nei nidi il dipartire del dì, è più difficile dedicarsi alla poesia, ma non mi riusciva di fare altro che dipingere con la mente quello spettacolo da idillio, al momento l'unica mia distrazione al dramma. I soccorsi, se mai fossero partiti, erano certamente distanti e fuori strada  - depistati dai corpi dei compagni abbandonati da ore - ma il cibo era sufficiente e il morale ancora alto, nonostante tutto; tanto valeva perdersi ancora una volta, non più tra le vette di quella catena ma tra i picchi del proprio immaginario: ne avevo sempre conservato uno fervido di sorprese, anche per me stesso, e quella volta me ne servii per sopravvivere. Attingevo dalla letteratura fantastica di medievali eroi e dalle pellicole di moderni rambo impegnati in missioni impossibili tra i nevai. Mi convincevo di possedere, invece di piccole barrette di cioccolato e tozzi di pane, i leggendari lembas degli elfi tolkieniani, in grado di saziare con un solo morso, e attendevo quasi invasato l'arrivo dello yeti o di qualche altra creatura delle alture, di certo in grado di salvarmi. Ma naturalmente le calorie prodotte dal cervello non potevano essere sufficienti, e allora mi organizzai per sfruttare al meglio quel poco spazio a disposizione attorno alla mia buca nella neve, tra un costone e un dirupo: potevo produrmi in brevi corse circolari, durante le quali scrutavo le direzioni in cerca di aiuto, e avevo trasformato la parete di solida roccia, grazie all'attrezzatura che avevo conservato, in una sorta di quadro svedese che usavo a riprese regolari per scaldare un pò i muscoli. Avevo qualche anno di troppo come ranger ma anche un fisico che rispondeva ancora bene; in più, ero addestrato per risolvere le emergenze con logica, pragmatismo e concretezza. Forse era anche per questo che alla lunga sentii la necessità di evadere, e iniziai a scrivere libri dai contenuti fantastici, surreali, al limite appena imbevuti di quelle leggende e di quelle dicerie che l'umanità si porta appresso da sempre. Mi piace farmi delle domande, e se questo può aiutarmi a crescere ben venga; si parli di tecniche di sopravvivenza o di alieni ha, in fondo, ben poca importanza.

Quando iniziai a sentire ululati in lontananza mi ricordai all'improvviso di avere ancora con me quel mio libro sui lupi mannari che, già autografato, avevo promesso a Tommy; ma poiché nel destino della mia guardia c'era una scivolata di troppo, quel volume rimase a me. Una compagnia di altro tipo - di certo meno spiritosa - ma che decisi di utilizzare; ne conoscevo il testo a memoria ma iniziai ugualmente a rileggere: non volevo dare modo alla mia parte razionale di permettersi di pensare che tutt'intorno era buio, e la temperatura ben sotto allo zero. Dovetti violentarmi però per non sgranocchiare qualcosa ogni due pagine, come faccio di routine nel caldo salotto di casa mia: quel fuoco faticosamente alimentato con poche sterpaglie non era di certo quello del mio camino, e - cosa ancor peggiore - non sarebbe durato abbastanza.

Avevo i minuti contati ma mancavo di una via di fuga. La corda era troppo corta per scendere, mentre il vento si stava alzando. Si sarebbe quasi potuto fare dell'ironia su questo, se la situazione non fosse stata così... complicata.

E allora di nuovo a provare quella dannata radio, fingendo un crash su di un pianeta ostile, io comandante di una nave interstellare; e poi ancora a scrutare il cielo in attesa di mitiche ed ipertecnologiche squadre di soccorso, e ad immaginare l'azione dispettosa di un qualche fantasma delle nevi quando il fuoco, con un soffio, si spense per sempre. Era di certo opera dei servizi deviati quella sonnolenza che mi stava prendendo, e di un qualche sonnifero superpotente proditoriamente disciolto nella colazione. Dovevo alimentarmi, dovevo muovermi, dovevo...Un roboante tuono mi invase le orecchie ormai cianotiche; voci confuse e sovrapposte riempirono l'aria che sibilava terribile, letale; molte luci mi illuminarono, ferendo occhi senza più espressione. Erano atterrati da Zeta Reticuli, o teletrasportati dall'Enterprise, oppure ancora capitati per caso durante una ricognizione a caccia di Chupacabras. Ma no, stavo delirando per l'assideramento, e si trattava di certo di creature del mondo degli inferi, trasformate dalla mia immaginazione e chiamate dalla mia testardaggine, che già aveva ucciso la mia squadra.

Ma mi risvegliai nel letto di un ospedale, a Boston, assistito da un arcigno medico; mi sentii un pò come Frodo a Gran Burrone...

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