|
Golden girl & Silver Boy
(la descrizione di un attimo)
Lui arrivò e la trovò lì, in piedi davanti
alla vetrata che dava sul cortile del dipartimento: cielo
com’era bella! (…non c’è niente di più bello di quel corpo e di
quel viso…)
La camicia a righe le cadeva sbarazzina sopra i jeans strappati
su un ginocchio, e quel particolare, quella finestra sulla sua
carne fresca e giovane, arricchiva quella sua femminilità che
forse solo lui e pochi altri le riconoscevano. Aveva i capelli
raccolti, quel giorno, e così le guance, belle e tenere come
quelle di una bambina, fecero bella mostra a contorno del
sorriso che lei volle donargli; lui rispose come fosse uno
specchio, e ne seguì uno sguardo d’intesa che probabilmente
nessun’altro lì presente riconobbe come tale.
Lei invitante, come al solito, stava nel suo angolo sorridendo,
mentre la fatale attrazione che provocava faceva il suo corso:
come una calamita lui le si avvicinò, le cinse la vita con un
braccio e le baciò la guancia, poi il collo, una, due, tre
volte, mentre lei bellissima timida ripiegava il capo sul suo
chino in un misto di imbarazzo, solletico e compiacimento. La
magia fu compiuta, e i due si ritrovarono l’uno abbracciato
all’altra, stretti stretti come per sentire dell’altro tutta la
tenerezza del corpo, mentre un lungo e dolcissimo bacio ne univa
le anime.
Quell’attimo sembrò loro eterno, e nulla importò se in quel
momento la lezione stava per cominciare…
torna all'indice Autore
Nostalgia
Quella sera d’agosto, in una Ferrara
che sembrava Praga, la ragazza bretone suonava il suo flauto
traverso, ma la musica che sentivo pareva piuttosto provenire
dal cielo, come una invisibile pioggia dorata che solo su di lei
infondeva la sua energia.
La melodia era dolce, struggente, un pezzo di quel repertorio
celtico che già da un po’ proponeva con il ragazzo alla chitarra
e l’arpista: mi ricordò quelle cerimonie pagane del nord-Europa,
come quella nel film di Mel Gibson, “Braveheart”. Ed era così
bella la ragazza… Certo semplice, ma col fascino incredibile
degli artisti di strada, e il modo con cui suonava poi aveva
qualcosa di magico. Ebbi l’impressione che le calde luci del
vicolo illuminassero solo lei.
Terminato il pezzo, un gran numero di persone l’avvicinarono per
acquistare nastri e dischi (il nome del gruppo è ‘Meghan’),
tentare brevi dialoghi in francese o in inglese o semplicemente
complimentarsi. Ci fu addirittura chi le chiese una breve
intervista da riprendere con la videocamera. Ma Danielle aveva
un sorriso per tutti, un sorriso spontaneo e vero come vera era
l’emozione con la quale i suoi occhi raccoglievano gli applausi
entusiasti della gente. Intuii allora la capacità che aveva di
attirare su di sé ammirazione e curiosità, mettendo quasi in
secondo piano i pur simpatici e capaci compagni. Rimasi quasi
accanto a lei tutta sera, mentre le ballate si alternavano a
fantasie che trascinavano il pubblico in un ritmato e sincrono
batter di mani: me ne stavo forse innamorando? Stavo lì sognando
di saper suonare uno strumento qualunque per unirmi a loro e
fare con lei quella vita sregolata, in giro per l’Europa; che
sia quella la vita che merita veramente di essere vissuta?
L’unica risposta che ebbi, infine, fu la certezza che mi aveva
toccato profondamente, e me ne andai con in mano quell’unico
ricordo di lei, un demotape dal titolo quantomai profetico:
“Nostalgia”.
Torna all'indice Autore
Il ritorno di Althes
“Salute a te, fiore di campo!”, disse
il cavaliere appena giunto nella stanza. “E non me ne vogliate,
dame che affollate distratte codesto luogo: lei è di tutte voi
di certo la più bella, perché ogni punto del suo corpo è di ogni
corpo il rappresentante più degno, e i suoi occhi di cielo due
fari luminosi che mi condurranno sicuro nell’ambìto porto delle
sue labbra!”.
La voce virile di Althes, sostenuta da un tono volutamente alto,
irruppe nella locanda, in quel momento affollata della più
variegata umanità; tutti si voltarono verso di lui, i più truci
avventori con aria di sufficienza – se non con sommessi ghigni
di scherno -, le damigelle al contrario con gote d’un tratto
rosse e sguardi languidi di sognante, improvvisa ammirazione;
chi lo conosceva rimase semplicemente stupefatto dinnanzi
all’insperato ritorno. Ma le attenzioni di lui erano solo per
Ehlyeen, su cui ora cadeva il suo sguardo più penetrante; sulle
sue labbra barbute quel mezzo sorriso di complicità che lei
aveva lungamente sognato. Fuggì trascinandosi sollevando l’ampia
gonna bianca decorata dai fini ricami di mille giovani
rampicanti, il suo cuore colmo di gioia come un sontuoso calice
di vino rosso al cospetto di un viaggiatore per troppo tempo
assetato; l’amore per cui aveva versato troppe lacrime amare
adesso le empiva il volto, e fu per lei un dolce affogare.
Lui la attese in giardino, sicuro del suo ritorno, col cuore
percosso da schiere di tamburi, e lì, nella sera scarlatta,
consumarono infine il frutto della loro passione.
Torna all'indice Autore
Caraibi
La strada incerta e battuta dal sole spietato del torrido agosto
sembrava perdersi, disgregandosi, nella foresta. Quel bagno al
cenote aveva inesorabilmente privato John della cognizione del
tempo, ma ora il sole allo zenit avvertiva che era giunto il
momento di fare ritorno da Elizabeth, che di certo lo stava
aspettando per il consueto, rituale pranzo allargato della
domenica. Ritrovato il sentiero percorso all' alba tra iguane e
koapi, si diresse con più decisione verso la costa; vi arrivò
mentre un gruppo di giovani turisti, accampati sotto un cerchio
di palme, era intento alla spartizione di una noce di cocco
faticosamente frantumata sopra una roccia sporgente. Percorse
quasi accecato la tavolozza di colori che dal verde cambiava
rapidamente in bianco per sfumare al beige, al turchese, all'
acquamarina, azzurro, smeraldo, blu e blu cobalto; quando sentì
lambirsi le caviglie dall' umido abbraccio dell' acqua girò a
destra e si diresse verso sud.
Quella striscia sinuosa e infinita tra il grande mare e la
spiaggia calcarea, qualche centimetro più in alto, era perfetta
per i suoi pensieri: così come pareva essere un labile confine
tra due mondi differenti, la lattiginosa via si riempiva di
ricordi subito seguiti da nuove speranze e ricorrenti domande,
in un incessante alternarsi e rincorrersi al pari delle onde
morenti che stava calpestando.
A terra, con le sue, una moltitudine di orme, fugaci
testimonianze di altre vite, altre storie, altri percorsi.
Sorrise alla vista delle piccole forme lasciate dai cuccioli d'
uomo, confusi residui di rincorse e stridule grida.
Resosi conto della troppa distanza percorsa all' andata ebbe l
impulso di accelerare; lo fece, poi all'opposto decise di
abbandonarsi a quel paradiso che ancora continuava a stupirlo;
rallentò il passo, chiuse gli occhi e si lasciò guidare
dall'altezza dell'acqua, il bisbiglio del vento, il canto degli
uccelli e gli echi di voci lontane.
Ormai punto indistinto tra il turchese e l'argento fuso del
primo pomeriggio, si lasciò alle spalle la miriade di dita
schiumanti che invano, ripetute, agognano la presa sulla terra
degli uomini.
Un lungo cammino che lo avrebbe riportato a casa.
Torna all'indice Autore
Cronache di una
sopravvivenza
Era un tramonto come
tanti, di quella stagione: freddo, anzi freddissimo; secco e
cristallino. Nubi lenticolari macchiavano di rosa il crepuscolo,
come ufo di guardia all'orizzonte. Più in alto un aereo lasciava
la sua scia ignaro di tutto, tiepida isola di coperte e libri di
avventura...
Quando il gelo cinge
i piedi, e anche i passeri attendono nei nidi il dipartire del
dì, è più difficile dedicarsi alla poesia, ma non mi riusciva di
fare altro che dipingere con la mente quello spettacolo da
idillio, al momento l'unica mia distrazione al dramma. I
soccorsi, se mai fossero partiti, erano certamente distanti e
fuori strada - depistati dai corpi dei compagni abbandonati da
ore - ma il cibo era sufficiente e il morale ancora alto,
nonostante tutto; tanto valeva perdersi ancora una volta, non
più tra le vette di quella catena ma tra i picchi del proprio
immaginario: ne avevo sempre conservato uno fervido di sorprese,
anche per me stesso, e quella volta me ne servii per
sopravvivere. Attingevo dalla letteratura fantastica di
medievali eroi e dalle pellicole di moderni rambo impegnati in
missioni impossibili tra i nevai. Mi convincevo di possedere,
invece di piccole barrette di cioccolato e tozzi di pane, i
leggendari lembas degli elfi tolkieniani, in grado di saziare
con un solo morso, e attendevo quasi invasato l'arrivo dello
yeti o di qualche altra creatura delle alture, di certo in grado
di salvarmi. Ma naturalmente le calorie prodotte dal cervello
non potevano essere sufficienti, e allora mi organizzai per
sfruttare al meglio quel poco spazio a disposizione attorno alla
mia buca nella neve, tra un costone e un dirupo: potevo produrmi
in brevi corse circolari, durante le quali scrutavo le direzioni
in cerca di aiuto, e avevo trasformato la parete di solida
roccia, grazie all'attrezzatura che avevo conservato, in una
sorta di quadro svedese che usavo a riprese regolari per
scaldare un pò i muscoli. Avevo qualche anno di troppo come
ranger ma anche un fisico che rispondeva ancora bene; in più,
ero addestrato per risolvere le emergenze con logica,
pragmatismo e concretezza. Forse era anche per questo che alla
lunga sentii la necessità di evadere, e iniziai a scrivere libri
dai contenuti fantastici, surreali, al limite appena imbevuti di
quelle leggende e di quelle dicerie che l'umanità si porta
appresso da sempre. Mi piace farmi delle domande, e se questo
può aiutarmi a crescere ben venga; si parli di tecniche di
sopravvivenza o di alieni ha, in fondo, ben poca importanza.
Quando iniziai a
sentire ululati in lontananza mi ricordai all'improvviso di
avere ancora con me quel mio libro sui lupi mannari che, già
autografato, avevo promesso a Tommy; ma poiché nel destino della
mia guardia c'era una scivolata di troppo, quel volume rimase a
me. Una compagnia di altro tipo - di certo meno spiritosa - ma
che decisi di utilizzare; ne conoscevo il testo a memoria ma
iniziai ugualmente a rileggere: non volevo dare modo alla mia
parte razionale di permettersi di pensare che tutt'intorno era
buio, e la temperatura ben sotto allo zero. Dovetti violentarmi
però per non sgranocchiare qualcosa ogni due pagine, come faccio
di routine nel caldo salotto di casa mia: quel fuoco
faticosamente alimentato con poche sterpaglie non era di certo
quello del mio camino, e - cosa ancor peggiore - non sarebbe
durato abbastanza.
Avevo i minuti
contati ma mancavo di una via di fuga. La corda era troppo corta
per scendere, mentre il vento si stava alzando. Si sarebbe quasi
potuto fare dell'ironia su questo, se la situazione non fosse
stata così... complicata.
E allora di nuovo a
provare quella dannata radio, fingendo un crash su di un pianeta
ostile, io comandante di una nave interstellare; e poi ancora a
scrutare il cielo in attesa di mitiche ed ipertecnologiche
squadre di soccorso, e ad immaginare l'azione dispettosa di un
qualche fantasma delle nevi quando il fuoco, con un soffio, si
spense per sempre. Era di certo opera dei servizi deviati quella
sonnolenza che mi stava prendendo, e di un qualche sonnifero
superpotente proditoriamente disciolto nella colazione. Dovevo
alimentarmi, dovevo muovermi, dovevo...Un roboante tuono mi
invase le orecchie ormai cianotiche; voci confuse e sovrapposte
riempirono l'aria che sibilava terribile, letale; molte luci mi
illuminarono, ferendo occhi senza più espressione. Erano
atterrati da Zeta Reticuli, o teletrasportati dall'Enterprise,
oppure ancora capitati per caso durante una ricognizione a
caccia di Chupacabras. Ma no, stavo delirando per
l'assideramento, e si trattava di certo di creature del mondo
degli inferi, trasformate dalla mia immaginazione e chiamate
dalla mia testardaggine, che già aveva ucciso la mia squadra.
Ma mi risvegliai nel
letto di un ospedale, a Boston, assistito da un arcigno medico;
mi sentii un pò come Frodo a Gran Burrone...
Torna all'indice Autore
|