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Maurizio Marchesi

Viaggio in cerca di lei

Notte di nascita

Estate: ultimo atto

 

 

 

 

 

 

VIAGGIO IN CERCA DI LEI

La felpa strapazzata sul pavimento, macchiata del porto bevuto e
rovesciato al porto di Corfù. Il papillon dell'abito da sera sciolto per
l'ultima volta da Laurie nella sua cabina del ponte Promenade, tre piani
sopra il mio. Le scarpe da tennis sfinite dalle partite a pallone sulla
spiaggia di Tangeri per rifare il verso a Mediterraneo. In mutande, sul
divano.
La fine di un viaggio è già un po' l'inizio di un altro, il prossimo, ed in
realtà non è mai proprio la fine perché i suoi echi t'inseguono ancora e per
sempre anche dopo che hai dismesso la valigia. E questo vale sia per i
viaggi di movimento, sia per i viaggi di memoria, ricerca e metamorfosi. In
realtà esiste un viaggio del corpo e un viaggio della mente che non
necessariamente percorrono sempre la stessa strada e approdano sempre alle
stesse mete. La stessa vita è un intero viaggio che porta in tanti luoghi,
della carta geografica e dell'essere uomo.
Domani, vestito di fresco con quello che è rimasto, ripercorri le strade di
casa, le stesse. Parli e racconti del mercato di Marrakesch e delle Colonne
d'Ercole, ma non riesci a raccontare del cuore. Nemmeno le foto avranno
l'effetto che fanno al tuo sguardo, trasfigurate dalle sensazioni che non
impressionano la carta chimica o la scheda elettronica. La prima volta fu
per le vacanze di famiglia. La prima volta che hai capito che stavi andando
da qualche parte. Agli occhi di un bambino le mete e le distanze apparivano
viaggi nel tempo. Posti incredibili e meravigliosi che al solo pensiero
eccitavano dentro tutta una serie d'emozioni sconosciute che non ti facevano
dormire. Erano solo 40 chilometri, un trenino, un lago. Ma la preparazione e
l'emozione erano quelle di un "giro del mondo in ottanta giorni". Non si
ritornava uguali. Si tornava cresciuti e reduci, eroi e purificati.
Dopo, la magia dei primi amori. Fomentati e cullati dai viaggi di scuola. La
normalità violata del rigido rituale della classe, i banchi, la lavagna. La
follia del tutto all'aria, ciò che normalmente per giorni e giorni erano
campanelle e zaini, libri e fogli protocollo, da piegare a metà.
E così è iniziato il viaggio nel viaggio. Quello per cercare chi fossi nella
realtà della città
e del mondo. Quello per capire cosa c'era da fare e chi c'era da trovare. Un
futuro simile ad un grande centro commerciale, con tutto lì da prendere e da
scoprire.
Rapidamente e in crescendo le strade si sono moltiplicate e i confini
spostati. Trafelati e ingordi si ingoiavano miglia, sogni e speranze. Volti
e voci sovrapposte e in disordine tracciavano segni indelebili nel cuore ma
andavano via. Come un cucciolo che vuol fare il randagio, si prendeva a
piene mani tutto di tutto; per poi piano piano scoprire, che in realtà, sei
in viaggio, in cerca di lei!
Lei, una sola fra mille volti in transito. Lei che ogni volta pensavi di
riconoscere ma poi ti risvegliavi in piena notte sentendoti solo. Lei che ti
mandava a star sveglio le notti perché se ne andava via. Ed il viaggio
continuava attraverso strade solitarie di quei dolori sordi e profondi fino
in fondo allo stomaco. Attraverso gallerie sotto montagne di disperazione
che pareva non dover finire mai. Ma anche attraverso città-Las Vegas di
follie 24 ore su 24 da diventare fantasmi malconci all'alba buttati fra i
rifiuti di un porto del sud. Poi, piano piano le cose si fanno serie. Le
voglie e le necessità si fanno complesse. La bramosia del conoscere ciò che
c'è oltre, irrefrenabile. Il viaggio diventa viaggio vero. Come quel
ferragosto folle e diluviante per raggiungere lei per qualche ora attraverso
treni, traghetti, acqua alta e fiabesche lagune. O quei week end
inspiegabili a sopportare genitori sconosciuti per stare vicino a lei. O
addirittura un'Europa traversata sul retro di un van, dormendo sul fieno con
nobili criniere in attesa del vento a riempire quello spazio che di solito è
il soffitto di una camera. A cercare un'altra lei per avvicinarsi al cielo.
E grazie a lei, a questa lei indefinita che si componeva piano, come un
affresco prezioso, fuori e dentro te, hai percorso le miglia del cuore ed
anche della conoscenza. Hai conosciuto scogliere a strapiombo sul un mare in
tempesta che chiedevano disperatamente la tua anima, ululanti e spaventose.
Lunghe indolenti giornate di nulla su spiagge bianche dall'altra parte del
mondo a cullare prospettive improponibili ignaro di un futuro che di lì a
poco ti avrebbe fatto diventare ancora più grande. Tumultuose sarabande in
taverne disperse in pascoli da cartolina inebetito da birra e voci di
folletti femminili che scompaiono dentro albe trasognanti di rosa e
arancioni e fredde rugiade.
Poi lunghe teorie di case, alberi, cascine, capannoni industriali, dai
finestrini del treno. Periferie inanimate circonfuse da luci un tempo
limpide. Ghirigori di autostrade da far
girar la testa e ponti e gallerie. Chilometri e pensieri per trovare il
bandolo. Per trovare una sensazione di uomo in marcia di conquista. Per un
istante di emozione, per un pugno di batticuori, per degli impercettibili
trasalire. E sempre con quella lei nel cuore da cercare, convinti potesse
passeggiare tranquillamente nella Valle dei Templi o bussare alla camera di
una pensione per rifarti la camera. E tante illusioni hanno accompagnato le
sere d'estate appartati, nascosti sui lettini della spiaggia a contemplare
il buio. Tante certezze parevano, tanti sabato sera sgargianti di luci e
paillettes con l'aria vissuta e la noia parcheggiata insieme all'auto
sportiva. La felpa strapazzata sul pavimento, mille volte. Intrisa di
foreste, di deserti, di gabbiani in scia e dei colori del mondo.
Inevitabilmente poi si rallenta. Cambiano destinazioni e mezzi di trasporto,
per assaporare con più calma il muoversi del tempo ed il trasformarsi dello
spazio. Meno emozione, meno follia. Velocità di crociera e niente
fuoristrada. L'autostop non più percorribile. Si comincia a guardare negli
occhi, sia lo specchio, che l'anima in transito sui tuoi binari. Ed è nel
viaggio dell'anima che poi trovi lei. Nell'intervallo tra una coincidenza e
l'altra o a sorpresa mentre sosti in attesa di riparazioni. Era lì a due
passi da casa ma i tuoi confini, troppo fervidi, come l'immaginazione,
avevano impedito allo sguardo di accorgersi dello scintillio rapido dei suoi
occhi. Ma era lì che attendeva da sempre uno stridio di gomme.
Adesso il viaggio si trasforma. Partenze nell'alba foriera di sole luminoso
e certo. Transiti senza strade sconnesse verso approdi di sabbia vellutata
dove lasciare impronte che possano essere seguite. Orizzonti che respirano
gioia, al ritmo di un mare calmo che accarezza il cuore insieme ai suoi
capelli. L'ansia si placa in un dolce respiro che abbraccia sicuro in un
raggiunto senso di appagamento. Tutto si ridipinge con dei colori mai notati
prima, che non sono compresi nel prisma della luce. Vanno dentro il cuore,
laggiù dove arriva solo, la lei per sempre. Ora il passaporto è vistato solo
da certezze. Non ci saranno più naufragi disperati dentro notti senza
stelle. Non più perquisizioni all'alba con fogli di via. Il viaggio prosegue
ogni giorno che nasce e trovo i suoi occhi che ridono sul guanciale al mio
fianco, che sia del Plaza di New York o della pensione Cairoli a
Intra-Pallanza. Ora per viaggiare basta anche un tram, abbonamento a vista, per tutta la vita.

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Notte di nascita

La penombra e il silenzio hanno preso il posto del clamore e della confusione di poche ore fa. Da qui, seduto su una panca di legno all'intersezione delle corsie, l'ospedale sembra una città andata a dormire. Restano le luci, in fondo, nella guardiola delle infermiere e quelle dei punti di passaggio, come questo. Gli ascensori tacciono dopo aver percorso diecimila viaggi per tutto il giorno e i corridoi sono deserti. I camici bianchi di turno sono giù al pronto soccorso e qui ci si appresta a trascorrere la notte. Tutto è immoto. Ma in ospedale spesso giorno e notte si confondono e si inseguono. Ogni tanto qualcosa o qualcuno produce rumori che risultano amplificati dal contrasto col silenzio di fondo. Io sono qui da stamattina ad aspettare. Prima su una sedia di ferro in camera, poi su uno sgabello di ferro in sala parto, adesso su questa panca di legno. Mi sono travestito da medico già due volte, indossando camici verdi in carta e sovrascarpe, e mi sono ingurgitato qualche schifo di panino ad ore impossibili. Fuori stà finendo la domenica. Fino a poco fa tifosi impazziti festeggiavano la vittoria in campionato della loro squadra. Attendo. Attendo che le porte di un montacarichi mi riportino mia moglie e nostro figlio che in questo momento è qui da qualche parte che lotta per nascere ed io sono su una panca, a poter solo aspettare. Inganno l'attesa immaginandomi come sarà. Come sarà lui e come sarà quello che succederà fra poco. Come sarà mia moglie. Mi faranno tenere il bambino? Saprò cosa fare in qualsiasi evenienza? Chi me l'ha data la patente di padre? Chi dice che ne sarò capace? Ogni tanto un medico si materializza e scompare come un fantasma, inseguendo i suoi pensieri. Una ragazza con suo marito arrivano per una controllo. L'ora è insolita ma i bimbi non hanno orari. Loro sono all'inizio del viaggio, io ho già passato la trafila. Li guardo con l'aria stupida di chi crede di sapere cosa succede dopo. Poi di nuovo silenzio. Di nuovo solo. Ad ogni sigaretta, penso che non riuscirò a finirla ma poi arriva veloce il tempo per un'altra. Nella solitudine arriva anche il tempo del sospetto. Il sospetto che stia passando troppo tempo. Che a mia insaputa si stia compiendo un dramma, che verrò a sapere quando non ci sarà che piangere. Ma è una prassi; in realtà il cuore non ci crede mai. Non può capitare a me, come la lotteria. Poi, ad un tratto, si accende il mondo. Il montacarichi si apre. Rumore di rotelle. In fondo al corridoio, nell'ombra, infermiera, culla termica. Qualcosa dentro che si agita e, avvicinandosi, strepita. L'infermiera mi raggiunge. Rallenta e si ferma. Un piccolo, grinzoso, urlante esserino mi viene presentato come mio figlio. La cosa che si nota di più è il bracciale bianco, troppo grande per lui. Cerco spasmodicamente segnali di emergenza. Cose che non vanno. Non ce ne sono. Non c'è molto da dire. Che sia bello, ammesso sia vero, è comunque superfluo. Dovremo conoscerci ed imparare ad amarci. Mi attendono di sotto per i lavaggi. Ora mia moglie. Arriva anche lei, intontita e di cattivo umore per l'anestesia e il dolore. Non può pensare adesso. Non può rispondere a delle mie domande. Va tutto bene, meglio che riposi e si rimandi tutto a domani. Domani che è già oggi. E' iniziato il lunedì da un'ora ma per me è sempre la stessa giornata, che non si sa quando finirà. Di corsa di sotto. Sistemano il bimbo. Me lo fanno tenere. Lo tengo sicuramente in modo maldestro facendo la ridicola, tenera figura del neopadre. Quanti ne hanno visti le ragazze della nursery. Per loro sono solo un altro in più. Per me è uno dei momenti più importanti della vita. Stesso episodio, diverse valutazioni. Lui continua imperterrito a piangere e non ce niente che si possa fare. Ancora io non ho ruolo nella vicenda, sono uno spettatore interessato. Assisto passivo alle varie fasi, cosciente che passerà del tempo, prima che lui si interessi a me e mi riconosca come qualcuno importante per la sua vita. Ora è impegnato a togliersi di dosso quei fastidi, dolori, incazzature o chissà che altro dovuti al brusco cambiamento di ambiente. Ultime incombenze. Cabina telefonica e diffusione della buona novella. Sono le due del mattino. Il modo dorme. In qualche casa il telefono squilla stridente. Questa volta per una buona notizia. Non mi resta che andare a vegliare mia moglie, anche lei impegnata a combattere dolori e fastidi. La camera è immersa nell'oscurità. Lei dorme un sonno agitato e dolente. Il viso, lo sento, tirato e disfatto. Rimango lì sperando che non ci sia bisogno di me ma che la sensazione della mia presenza le faccia bene. Rimango lì senza far nulla orgogliosa e inespugnabile sentinella. Nell'altra stanza, finalmente riposa Daniele. Tra pochissimo ci sarà il sole. A volte vale la pena di non dormire. Sono papà. Benvenuto bimbo!

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Estate: ultimo atto

Le gocce di pioggia imperlano le vetrate in plastica della veranda del bar, frettolosamente montata. Temerari, corrono affannati, cercando di ripararsi inutilmente sotto piccoli ombrelli. Rigagnoli d'acqua, disegnano geografie di fiumi fra le ordinate piastrelle del viale. Una donna ritira in fretta salvagenti e palloni ormai improbabili, per oggi. Ragazze piombano nel bar fradice, affannate e coperte da colorati k-way sopra canotte e calzoncini a fiori, stridenti contro il cielo e il mondo, improvvisamente grigi autunno. Inesorabile, la fine estate è arrivata anche quest'anno. Anche quest'anno, le onde del mare cominciano a risciacquare spiagge sempre più deserte. Anche quest'anno, in qualche prossima giornata ventosa, uomini rimuoveranno tutti i colori dalla sabbia. Anche quest'anno, presto, i gabbiani rimarranno gli unici proprietari di umidi chilometri di terra, orfana di risa. Qualche innamorato fuori stagione, cercherà di colmare il vuoto con strisce d'orme, che si perderanno presto nella successiva pioggia. Qualche eco lasciata da urla di bimbo. Qualche secchiello rotto, impavido, a custodire ricordi. Anche quest'anno amori e sogni spariscono su treni e auto, e nell'aria restano solo tracce di addii e malinconia. Anche quest'anno, se ne vanno i ragazzini che si sono promessi di scriversi mentre si baciavano nelle vie più buie, nelle dolci sere d'agosto. Mille cuori infranti appresso a un sogno che non hanno raggiunto. Uomini e donne che domani ricorderanno, con sorrisi o lacrime. Bambini, che fra tanti anni torneranno da adulti, a farsi stringere il cuore da immagini perse nell'oblio. Passano gli anni ed ogni anno tutto si ripete. Cambiano i colori degli ombrelloni. Cambiano i proprietari degli hotel. Cambiano i giochi nelle sale giochi e le fogge dei vestiti. Ma i sogni e le speranze, le delusioni e le trame dei giorni, sono sempre le stesse. Dal treno si vede sparire lentamente il cartello blu che indica la località e si stringe un poco il cuore. Dall'auto si seguono i cartelli verdi verso l'autostrada e non ci si può nemmeno voltare un attimo per l'ultimo sguardo al mare. E dopo chilometri e chilometri di grigio silenzio che trasportano l'anima sia nello spazio sia nel tempo, sorniona, la città ti attende, ogni anno, con un sorriso fra il maligno e l'ammiccante, come a dirti. "Ma guarda chi sì rivede"

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