VIAGGIO IN CERCA
DI LEI
La felpa strapazzata sul pavimento, macchiata del
porto bevuto e
rovesciato al porto di Corfù. Il papillon dell'abito
da sera sciolto per
l'ultima volta da Laurie nella sua cabina del ponte
Promenade, tre piani
sopra il mio. Le scarpe da tennis sfinite dalle
partite a pallone sulla
spiaggia di Tangeri per rifare il verso a
Mediterraneo. In mutande, sul
divano.
La fine di un viaggio è già un po' l'inizio di un
altro, il prossimo, ed in
realtà non è mai proprio la fine perché i suoi echi
t'inseguono ancora e per
sempre anche dopo che hai dismesso la valigia. E
questo vale sia per i
viaggi di movimento, sia per i viaggi di memoria,
ricerca e metamorfosi. In
realtà esiste un viaggio del corpo e un viaggio
della mente che non
necessariamente percorrono sempre la stessa strada e
approdano sempre alle
stesse mete. La stessa vita è un intero viaggio che
porta in tanti luoghi,
della carta geografica e dell'essere uomo.
Domani, vestito di fresco con quello che è rimasto,
ripercorri le strade di
casa, le stesse. Parli e racconti del mercato di
Marrakesch e delle Colonne
d'Ercole, ma non riesci a raccontare del cuore.
Nemmeno le foto avranno
l'effetto che fanno al tuo sguardo, trasfigurate
dalle sensazioni che non
impressionano la carta chimica o la scheda
elettronica. La prima volta fu
per le vacanze di famiglia. La prima volta che hai
capito che stavi andando
da qualche parte. Agli occhi di un bambino le mete e
le distanze apparivano
viaggi nel tempo. Posti incredibili e meravigliosi
che al solo pensiero
eccitavano dentro tutta una serie d'emozioni
sconosciute che non ti facevano
dormire. Erano solo 40 chilometri, un trenino, un
lago. Ma la preparazione e
l'emozione erano quelle di un "giro del mondo in
ottanta giorni". Non si
ritornava uguali. Si tornava cresciuti e reduci,
eroi e purificati.
Dopo, la magia dei primi amori. Fomentati e cullati
dai viaggi di scuola. La
normalità violata del rigido rituale della classe, i
banchi, la lavagna. La
follia del tutto all'aria, ciò che normalmente per
giorni e giorni erano
campanelle e zaini, libri e fogli protocollo, da
piegare a metà.
E così è iniziato il viaggio nel viaggio. Quello per
cercare chi fossi nella
realtà della città
e del mondo. Quello per capire cosa c'era da fare e
chi c'era da trovare. Un
futuro simile ad un grande centro commerciale, con
tutto lì da prendere e da
scoprire.
Rapidamente e in crescendo le strade si sono
moltiplicate e i confini
spostati. Trafelati e ingordi si ingoiavano miglia,
sogni e speranze. Volti
e voci sovrapposte e in disordine tracciavano segni
indelebili nel cuore ma
andavano via. Come un cucciolo che vuol fare il
randagio, si prendeva a
piene mani tutto di tutto; per poi piano piano
scoprire, che in realtà, sei
in viaggio, in cerca di lei!
Lei, una sola fra mille volti in transito. Lei che
ogni volta pensavi di
riconoscere ma poi ti risvegliavi in piena notte
sentendoti solo. Lei che ti
mandava a star sveglio le notti perché se ne andava
via. Ed il viaggio
continuava attraverso strade solitarie di quei
dolori sordi e profondi fino
in fondo allo stomaco. Attraverso gallerie sotto
montagne di disperazione
che pareva non dover finire mai. Ma anche attraverso
città-Las Vegas di
follie 24 ore su 24 da diventare fantasmi malconci
all'alba buttati fra i
rifiuti di un porto del sud. Poi, piano piano le
cose si fanno serie. Le
voglie e le necessità si fanno complesse. La
bramosia del conoscere ciò che
c'è oltre, irrefrenabile. Il viaggio diventa viaggio
vero. Come quel
ferragosto folle e diluviante per raggiungere lei
per qualche ora attraverso
treni, traghetti, acqua alta e fiabesche lagune. O
quei week end
inspiegabili a sopportare genitori sconosciuti per
stare vicino a lei. O
addirittura un'Europa traversata sul retro di un van,
dormendo sul fieno con
nobili criniere in attesa del vento a riempire
quello spazio che di solito è
il soffitto di una camera. A cercare un'altra lei
per avvicinarsi al cielo.
E grazie a lei, a questa lei indefinita che si
componeva piano, come un
affresco prezioso, fuori e dentro te, hai percorso
le miglia del cuore ed
anche della conoscenza. Hai conosciuto scogliere a
strapiombo sul un mare in
tempesta che chiedevano disperatamente la tua anima,
ululanti e spaventose.
Lunghe indolenti giornate di nulla su spiagge
bianche dall'altra parte del
mondo a cullare prospettive improponibili ignaro di
un futuro che di lì a
poco ti avrebbe fatto diventare ancora più grande.
Tumultuose sarabande in
taverne disperse in pascoli da cartolina inebetito
da birra e voci di
folletti femminili che scompaiono dentro albe
trasognanti di rosa e
arancioni e fredde rugiade.
Poi lunghe teorie di case, alberi, cascine,
capannoni industriali, dai
finestrini del treno. Periferie inanimate circonfuse
da luci un tempo
limpide. Ghirigori di autostrade da far
girar la testa e ponti e gallerie. Chilometri e
pensieri per trovare il
bandolo. Per trovare una sensazione di uomo in
marcia di conquista. Per un
istante di emozione, per un pugno di batticuori, per
degli impercettibili
trasalire. E sempre con quella lei nel cuore da
cercare, convinti potesse
passeggiare tranquillamente nella Valle dei Templi o
bussare alla camera di
una pensione per rifarti la camera. E tante
illusioni hanno accompagnato le
sere d'estate appartati, nascosti sui lettini della
spiaggia a contemplare
il buio. Tante certezze parevano, tanti sabato sera
sgargianti di luci e
paillettes con l'aria vissuta e la noia parcheggiata
insieme all'auto
sportiva. La felpa strapazzata sul pavimento, mille
volte. Intrisa di
foreste, di deserti, di gabbiani in scia e dei
colori del mondo.
Inevitabilmente poi si rallenta. Cambiano
destinazioni e mezzi di trasporto,
per assaporare con più calma il muoversi del tempo
ed il trasformarsi dello
spazio. Meno emozione, meno follia. Velocità di
crociera e niente
fuoristrada. L'autostop non più percorribile. Si
comincia a guardare negli
occhi, sia lo specchio, che l'anima in transito sui
tuoi binari. Ed è nel
viaggio dell'anima che poi trovi lei.
Nell'intervallo tra una coincidenza e
l'altra o a sorpresa mentre sosti in attesa di
riparazioni. Era lì a due
passi da casa ma i tuoi confini, troppo fervidi,
come l'immaginazione,
avevano impedito allo sguardo di accorgersi dello
scintillio rapido dei suoi
occhi. Ma era lì che attendeva da sempre uno stridio
di gomme.
Adesso il viaggio si trasforma. Partenze nell'alba
foriera di sole luminoso
e certo. Transiti senza strade sconnesse verso
approdi di sabbia vellutata
dove lasciare impronte che possano essere seguite.
Orizzonti che respirano
gioia, al ritmo di un mare calmo che accarezza il
cuore insieme ai suoi
capelli. L'ansia si placa in un dolce respiro che
abbraccia sicuro in un
raggiunto senso di appagamento. Tutto si ridipinge
con dei colori mai notati
prima, che non sono compresi nel prisma della luce.
Vanno dentro il cuore,
laggiù dove arriva solo, la lei per sempre. Ora il
passaporto è vistato solo
da certezze. Non ci saranno più naufragi disperati
dentro notti senza
stelle. Non più perquisizioni all'alba con fogli di
via. Il viaggio prosegue
ogni giorno che nasce e trovo i suoi occhi che
ridono sul guanciale al mio
fianco, che sia del Plaza di New York o della
pensione Cairoli a
Intra-Pallanza. Ora per viaggiare basta anche un
tram, abbonamento a vista, per tutta la vita.
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Notte di
nascita
La penombra e il
silenzio hanno preso il posto del clamore e della confusione
di poche ore fa. Da qui, seduto su una panca di legno
all'intersezione delle corsie, l'ospedale sembra una città
andata a dormire. Restano le luci, in fondo, nella guardiola
delle infermiere e quelle dei punti di passaggio, come questo.
Gli ascensori tacciono dopo aver percorso diecimila viaggi per
tutto il giorno e i corridoi sono deserti. I camici bianchi di
turno sono giù al pronto soccorso e qui ci si appresta a
trascorrere la notte. Tutto è immoto. Ma in ospedale spesso
giorno e notte si confondono e si inseguono. Ogni tanto
qualcosa o qualcuno produce rumori che risultano amplificati
dal contrasto col silenzio di fondo. Io sono qui da stamattina
ad aspettare. Prima su una sedia di ferro in camera, poi su
uno sgabello di ferro in sala parto, adesso su questa panca di
legno. Mi sono travestito da medico già due volte, indossando
camici verdi in carta e sovrascarpe, e mi sono ingurgitato
qualche schifo di panino ad ore impossibili. Fuori stà finendo
la domenica. Fino a poco fa tifosi impazziti festeggiavano la
vittoria in campionato della loro squadra. Attendo. Attendo
che le porte di un montacarichi mi riportino mia moglie e
nostro figlio che in questo momento è qui da qualche parte che
lotta per nascere ed io sono su una panca, a poter solo
aspettare. Inganno l'attesa immaginandomi come sarà. Come sarà
lui e come sarà quello che succederà fra poco. Come sarà mia
moglie. Mi faranno tenere il bambino? Saprò cosa fare in
qualsiasi evenienza? Chi me l'ha data la patente di padre? Chi
dice che ne sarò capace? Ogni tanto un medico si materializza
e scompare come un fantasma, inseguendo i suoi pensieri. Una
ragazza con suo marito arrivano per una controllo. L'ora è
insolita ma i bimbi non hanno orari. Loro sono all'inizio del
viaggio, io ho già passato la trafila. Li guardo con l'aria
stupida di chi crede di sapere cosa succede dopo. Poi di nuovo
silenzio. Di nuovo solo. Ad ogni sigaretta, penso che non
riuscirò a finirla ma poi arriva veloce il tempo per un'altra.
Nella solitudine arriva anche il tempo del sospetto. Il
sospetto che stia passando troppo tempo. Che a mia insaputa si
stia compiendo un dramma, che verrò a sapere quando non ci
sarà che piangere. Ma è una prassi; in realtà il cuore non ci
crede mai. Non può capitare a me, come la lotteria. Poi, ad un
tratto, si accende il mondo. Il montacarichi si apre. Rumore
di rotelle. In fondo al corridoio, nell'ombra, infermiera,
culla termica. Qualcosa dentro che si agita e, avvicinandosi,
strepita. L'infermiera mi raggiunge. Rallenta e si ferma. Un
piccolo, grinzoso, urlante esserino mi viene presentato come
mio figlio. La cosa che si nota di più è il bracciale bianco,
troppo grande per lui. Cerco spasmodicamente segnali di
emergenza. Cose che non vanno. Non ce ne sono. Non c'è molto
da dire. Che sia bello, ammesso sia vero, è comunque
superfluo. Dovremo conoscerci ed imparare ad amarci. Mi
attendono di sotto per i lavaggi. Ora mia moglie. Arriva anche
lei, intontita e di cattivo umore per l'anestesia e il dolore.
Non può pensare adesso. Non può rispondere a delle mie
domande. Va tutto bene, meglio che riposi e si rimandi tutto a
domani. Domani che è già oggi. E' iniziato il lunedì da un'ora
ma per me è sempre la stessa giornata, che non si sa quando
finirà. Di corsa di sotto. Sistemano il bimbo. Me lo fanno
tenere. Lo tengo sicuramente in modo maldestro facendo la
ridicola, tenera figura del neopadre. Quanti ne hanno visti le
ragazze della nursery. Per loro sono solo un altro in più. Per
me è uno dei momenti più importanti della vita. Stesso
episodio, diverse valutazioni. Lui continua imperterrito a
piangere e non ce niente che si possa fare. Ancora io non ho
ruolo nella vicenda, sono uno spettatore interessato. Assisto
passivo alle varie fasi, cosciente che passerà del tempo,
prima che lui si interessi a me e mi riconosca come qualcuno
importante per la sua vita. Ora è impegnato a togliersi di
dosso quei fastidi, dolori, incazzature o chissà che altro
dovuti al brusco cambiamento di ambiente. Ultime incombenze.
Cabina telefonica e diffusione della buona novella. Sono le
due del mattino. Il modo dorme. In qualche casa il telefono
squilla stridente. Questa volta per una buona notizia. Non mi
resta che andare a vegliare mia moglie, anche lei impegnata a
combattere dolori e fastidi. La camera è immersa
nell'oscurità. Lei dorme un sonno agitato e dolente. Il viso,
lo sento, tirato e disfatto. Rimango lì sperando che non ci
sia bisogno di me ma che la sensazione della mia presenza le
faccia bene. Rimango lì senza far nulla orgogliosa e
inespugnabile sentinella. Nell'altra stanza, finalmente riposa
Daniele. Tra pochissimo ci sarà il sole. A volte vale la pena
di non dormire. Sono papà. Benvenuto bimbo!
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Estate:
ultimo atto
Le gocce di pioggia imperlano le vetrate in plastica della veranda del
bar, frettolosamente montata. Temerari, corrono affannati, cercando di
ripararsi inutilmente sotto piccoli ombrelli. Rigagnoli d'acqua,
disegnano geografie di fiumi fra le ordinate piastrelle del viale. Una
donna ritira in fretta salvagenti e palloni ormai improbabili, per oggi.
Ragazze piombano nel bar fradice, affannate e coperte da colorati k-way
sopra canotte e calzoncini a fiori, stridenti contro il cielo e il
mondo, improvvisamente grigi autunno. Inesorabile, la fine estate è
arrivata anche quest'anno. Anche quest'anno, le onde del mare cominciano
a risciacquare spiagge sempre più deserte. Anche quest'anno, in qualche
prossima giornata ventosa, uomini rimuoveranno tutti i colori dalla
sabbia. Anche quest'anno, presto, i gabbiani rimarranno gli unici
proprietari di umidi chilometri di terra, orfana di risa. Qualche
innamorato fuori stagione, cercherà di colmare il vuoto con strisce
d'orme, che si perderanno presto nella successiva pioggia. Qualche eco
lasciata da urla di bimbo. Qualche secchiello rotto, impavido, a
custodire ricordi. Anche quest'anno amori e sogni spariscono su treni e
auto, e nell'aria restano solo tracce di addii e malinconia. Anche
quest'anno, se ne vanno i ragazzini che si sono promessi di scriversi
mentre si baciavano nelle vie più buie, nelle dolci sere d'agosto. Mille
cuori infranti appresso a un sogno che non hanno raggiunto. Uomini e
donne che domani ricorderanno, con sorrisi o lacrime. Bambini, che fra
tanti anni torneranno da adulti, a farsi stringere il cuore da immagini
perse nell'oblio. Passano gli anni ed ogni anno tutto si ripete.
Cambiano i colori degli ombrelloni. Cambiano i proprietari degli hotel.
Cambiano i giochi nelle sale giochi e le fogge dei vestiti. Ma i sogni e
le speranze, le delusioni e le trame dei giorni, sono sempre le stesse.
Dal treno si vede sparire lentamente il cartello blu che indica la
località e si stringe un poco il cuore. Dall'auto si seguono i cartelli
verdi verso l'autostrada e non ci si può nemmeno voltare un attimo per
l'ultimo sguardo al mare. E dopo chilometri e chilometri di grigio
silenzio che trasportano l'anima sia nello spazio sia nel tempo,
sorniona, la città ti attende, ogni anno, con un sorriso fra il maligno
e l'ammiccante, come a dirti. "Ma guarda chi sì rivede"
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