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L’avrei
intagliata
Con
Il passare degli anni l'unica cosa
che lei ancora ammirava di
me ere li mio lavoro di intarsio e di intaglio.
Era
a pochi passi da me e ammirava “l’ultima cena" che stavo intagliando
su una tavola ,di ciliegio
africano, mi guardava con una certa ammirazione , ma non l’uomo bensì
l’artista.
Erano
trascorsi sette lunghi anni da quel dì nel quale mi scelse come
sua vittima,ma, almeno da
quattro ci univa solo ' Il sesso, un sesso - amore che mi teneva legato
a lei come prigioniero
Di
un sentimento tra l’odio e l’amore.
Aveva
un corpo scultoreo, trasudava sesso, a vista d’occhio,sembrava dicesse
“prendetemi”.
Ma
non riuscivo ad allontanarla da me, ero vittima dei suoi tradimenti sfrontati e sfoggiati,vittima senza
dignità,umiliato , esiliato e rinpatriato tra le sue cosce ,agognate
ero come schiavo, come
burattino dei quale lei muoveva i fili a suo
piacimento.
A
volte mi scioglievo in un pianto, quando mi diceva ti “pianto”, e
gli restavo accanto,perché
L’amavo
tanto!
1
nostri discorsi erano ormai
formali ,solo dialoghi fatti di si e di no e su argomenti occasionali
Sei
bravo mi disse, quei personaggi sembra
che parlino I
Era
sincera lo sapevo, l'unica cosa che amava ancora di me era il
mio lavoro.
Spronato
dal suoi approcci di dialogo e dei complimenti
ricevuti, abbozzai un dialogo sull' argomento del momento e dessi certo che questa epidemia della mucca
pazza sta buttando alle ortiche
intere aziende, e i lavoratori del settore.
Sei
Il solito Ignorante replicò lei , il termine epidemia si può usare
quando si parla di Infezioni e patologie
umane, per gli animali si
usa il termine epizozia, ma tu sei Il solito "ZOION" e se vuoi
sapere cosa significa ti informo che vuol dire animale vivente, In
pratica ciò che sei.
Giuro
l'avrei Intagliata o meglio intarsiata, Incastrando In lei un cuore più
buono, una mente più umile e sentimenti come rispetto, affetto, amore,
cose mai esistite dentro di lei.
A
volte cresceva dentro me un'angoscia che mi buttava nella Disillusione
più nera perché vivevo con lei, prendendo I suoi scarti, I pochi
attimi di sesso che mi donava e quando lo faceva mi portava così in
basso fíno ad annullare l'uomo fisico e morale in quel momenti aveva
tutto di me anima e corpo.
Perchè
mi faceva quell'effetto, perchè pur avendolo pensato e detto varie
volto non avevo Il coraggio di andare fino In fondo e di partire per
chissà dove basta che lontano da Iei..
Mormorò
ancora varie cose, dentro di me cresceva una strana rabbia, alzai il
braccio con impeto e la colpii, nell ‘attimo finale prima di vibrare
Il colpo decisivo di martello provai paura, paura di farle del male.
Emise
solo un lieve gemito e si accasciò sul pavimento, 1 suoi lunghi capelli
le coprivano Il viso, Il suo dolce viso di fata, scostai piano 1
capelli, I suoi occhi neri erano fissi, stupiti.
Piansi
per lei,recitai come Catullo una
bellissima poesia,che incisi su
un enorme tronco di rovere siciliano, poi cominciai Il mio grande
capolavoro finale scolpii
lei. Ero sudato e stanco,
affamato da matti, per due giorni lavorai Ininterrottamente per lei, e
lei era lì, sublime , adagiata dentro la sua dimora,
dentro quel meraviglioso tronco di rovere dei nebrodi,la baciai
teneramente, poi: con abbonadante colla vinilica la sigillai.
All’esterno la Intaglaii nuda come una Venere, nella parte superiore
circondata da fiori e piante bellissime
Col
muletto portai quel tronco all'Ingresso dei capannone, lo issai, lei era
li, bellissima come un bronzo di Riace solo che era di rovere siciliano.
Poi mangiai i suoi pesci rossi ,unici esseri viventi che amava, bevvi
l’acqua, ed’ero come “liberato”feci un bel falò con le sue
cose,infine sfinito l’ammiravo, sembrava parlarmi, ma non favellò, la
insultai, mi sfogai dissi cose mai dette ero felice e triste insieme.
Ricevetti
molte offerte per anni, per quel mio capolavoro, tutti potevano
ammirarla, ma nessuno potè più averla, ormai era solo mia e per
sempre.
I
suoi amici, amanti, vennero
ad informarsi, a cercarla,
ma lei era partita, chissà con quale amante e chissà
per dove.
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“Lui”
“L’altro “
“Lui” era piccolo, grasso, basso,
ma era felice.
Viveva su un’isola tutta sua, su
un pianeta tutto suo.
Finchè arrivo “L’altro”
Gli disse:- io sono bello, alto
grosso, devi sgloggiare
Da oggi questo posto è mio !-
Ma io vivo qui da sempre !
“L’altro” lo minacciò: -vai via
oppure ti ammazzo !-
“Lui” cominciò a vagare, in cerca
di un posto dove stare.
Finchè arrivo in un posto molto
bello.
Il cibo c’era, l’acqua pure, si
dissetò e si cibò.
Pensò:” resto qui “
Ma arrivò un altro era enorme
minaccioso: -cosa fai in casa mia ?-
“Io volevo…”
-Vai via oppure ti ammazzo !-
“Lui “ scappo di nuovo, fuggendo
pensò:
devo trovare un posto dove l’altro
sia piccolo.
Arrivò su un’isola quasi uguale
alla sua; si guardò in giro…
Infine lo vide: era piccolo,
rosso, gracile.
All’ombra di un albero.
“Lui “ si fece minaccioso: “vai
via o ti uccido !”
“L’altro “ per nulla impaurito gli
disse :
-io non sono come mi vedi, in
realtà sono un mostro
così grosso che ti inghiottirei in
un boccone, così come ho fatto con tutti !-
“Lui “pensò: non crederò una
balla simile !
-Resta con me invece mi sento solo
ci faremo compagnia !-
“Non credo a questa storia vai via
oppure sei morto !”
-Potremo farci compagnia dividere
il cibo, diventare amici -
“Lui “ pensò che “L’altro “
voleva fare il furbo.
“Basta storie ! Vai via o sei
morto”, e avanzò minaccioso…
Fu un lampo “L’altro “ lo
inghiottì. Poi ritorno piccolo e gracile,
verso una lacrima rossa, per
l’amico mancato
e ritornò all’ombra…
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SAPORI
di CITTA’
Chiunque
debba attraversare lo stretto ci deve passare davanti, diceva Lucio,
“Sapore di città”, sarà il locale dei turisti, il locale dei
camionisti, con sale grandi, ben arredate, con vista sullo stretto, da lì
si può vedere la Sicilia come a due passi; Lucio era davvero
entusiasta. E poi Berlusconi farà il ponte! Rilancerà alla grande
Reggio Calabria.
Si era buttato a capofitto,
lavorava anche 15 ore al giorno perché tutto fosse perfetto; il datore
di lavoro era un amico d’infanzia e Lucio gli dedicava l’anima pieno
di gioia, sentiva quel locale come se fosse un po’ suo. E “Sapore di
città” aprì e diventò realmente un locale di successo come Lucio
aveva immaginato, poi all’improvviso la beffa, il suo licenziamento
che arrivò come un fulmine a ciel sereno, senza alcun chiarimento ma
con tante scuse inutili.
Lucio
non lo sopportò e scelse la via peggiore, pochi giorni dopo, infatti,
deluso e depresso come non mai, si buttò proprio nello stretto.
Nicola
non capì neanche l’amico, anche se non si dava pace, gli sembrava
assurdo uccidersi per un licenziamento.
Lo
stesso destino, di lì a poco, toccò anche a lui, una doccia fredda, il
suo capo lo mise alla porta e furono tante le porte alle quali bussò
invano.
E’
preso dallo sconforto, l’ansia lo assale, le cambiali firmate per il
corredo della figlia, il mutuo da pagare; da poco inoltre ha comprato
un’auto alla moglie, aveva fatto tutti i conti prima per far quadrare
il bilancio, ma non era servito a niente perché la crisi generale si
riversò anche su lui facendogli crollare tutti i piani, facendogli
sballare tutti i conti, facendogli crollare il mondo addosso.
Seduto su quella panchina del lungomare, sconfitto e
deluso, non può fare a meno di pensare all’amico Lucio, al vuoto
interiore, alla delusione cocente che prova dentro; non può fare a meno
di pensare che su 40 non era giusto che tutto quello succedesse proprio
a lui e solamente ad altri tre.
Purtroppo
però la sua qualifica all’interno della ditta, che in quei 17 anni si
era spostata in altri settori, non era più contemplata, il
“cementista formatore” che c’entrava in un’industria di
lavorazione marmi – onici e graniti?
Ora capisce perché Lucio si è buttato a mare, la
delusione, le amarezze, la rabbia interiore piegano anche l’uomo più
forte.
Non
sa che fare, ma certo non seguirà l’esempio di Lucio; lui ha due
donne che lo aspettano e confidano in lui, deve risollevarsi, trovare un
nuovo lavoro; sua moglie ottimista da sempre gli ripete di continuo che
sarà questione di poco tempo, di un po’ di pazienza…
Ma
i giorni scorrono, ne sono già passati 15 e ancora niente di nuovo,
come se non bastasse, la macchina di sua moglie è stata tamponata al
parcheggio e non si sa chi sia stato, il preventivo fatto dal lattoniere
ammonta a 3.950.000 lire, e dove trovarli?
Un
amico fortunatamente si offre di tenergliela in garage fino a quando
potranno aggiustarla.
Il
18° giorno stanno cenando, bene o male, nel silenzio più cupo, con la
TV spenta, forse per la prima volta da anni, ma cosa importa, in fondo
è solo fuorviante, dà ai nervi e poi devono parlare della loro
situazione familiare, quando ad un tratto suona il campanello di casa.
Con
grande sorpresa è il loro testimone di nozze, mentre gli offrono da
bere e dopo che lui si è scusato per la lontananza degli ultimi tempi,
gli viene proposto di partecipare ad un sistema al Totogol, nel quale
una quota costa 1.200.000 lire.
Ma
come riuscire a decidere di spendere quella cifra se in cassa hanno
solamente 1.712.000 lire? Sarebbe pazzesco, tuttavia sua moglie spinta
da una strana forza interiore lo convince a rischiare, così lui più
impaurito che mai si lascia andare.
La domenica sera si ritrovano davanti alla Tv per
seguire gli sviluppi, anche se i primi tempi non promettono niente di
buono, ma la speranza è l’ultima morire; suona di nuovo il
campanello, sono i tre amici licenziati insieme a lui che hanno qualcosa
da dirgli. Si allontana dalla televisione per poter parlare
indisturbati, anche se con un po’ di rammarico pensando che i suoi
amici gli vogliano raccontare le loro angosce, invece gli propongono di
aderire ad un loro progetto, vale a dire quello di mettersi in proprio,
investendo 25 milioni a testa. L’idea certo lo alletta ma per mancanza
di fondi si trova costretto a rifiutare, nello stesso istante però
arriva sua moglie che con gioia incontenibile gli annuncia che hanno
vinto, a questo punto non gli rimane altro da fare che brindare alla
nuova società e ricominciare a sorridere alla vita.
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IL
THE ALLA MENTA
Il bianco della tazza da the
spiccava in bell’evidenza sul tavolino di marmo rosso, in sottofondo
una soave musica di Mozart, sulla mia sinistra un bel gatto tigrato
addormentato sul tappeto orientale; una lieve brezza di maggio faceva
vibrare le foglie dell’immensa pianta, per me tropicale, mai vista,
tutt’attorno alla pianta un cespuglio di menta spandeva nell’aria un
odore forte.
Lei mi versò il the e disse:
- “Nel pomeriggio è
salutare gustare un the caldo, non trova?”
- “Sì”, risposi,
“grazie”, mentre pènsavo che a quell’ora non avevo mai bevuto il
the, che anzi prendo solo in inverno inoltrato e solo se sto poco bene.
- “Finalmente si è deciso
ad accettare il mio invito, sa lo sapevo che lei è diverso dagli altri
che mi evitano, credono che sia una iettatrice portatrice di malocchio e
disgrazie varie, tutti si toccano passando davanti casa mia, lei no?”
-
“No io lo faccio solo quando sono eccitato”, replicai, ma mi
pentii subito di averlo detto, così mi scusai per la volgarità.
-
“Non fa nulla sa, è normale, dunque lei non è superstizioso,
bene ne sono felice, sarà l’occasione per scambiare due parole ogni
tanto, le dispiace?”
-
“Oh no anche a me fa piacere parlare con qualcuno di tanto in
tanto, qui non conosco nessuno, mi distraggo leggendo alla libreria di
Pegacity.
-
“Da quale località viene, sostituisce il portalettere,
vero?”
-
“Sì, tre mesi di supplenza dei quali uno è già passato; io
sono invece di Librizzi in provincia di Messina, un piccolo paesino di
collina.”
-
“E dove vive, in pensione? Paga molto?”
-
“Sono in mezza pensione e pago 800.000 al mese, quasi mezzo
stipendio.”
-
“Sono degli approfittatori, le faccio io una proposta: venga a
stare qui da me, la casa è grande ed io sono sola, ho ottanta anni
suonati e comincio a soffrire la solitudine… sa, non le costerà
nulla.”
-
“Signora, lei mi prende un po’ alla sprovvista, non so che
dirle.”
-
“Ci pensi con calma e se lo riterrà opportuno la stanza è
sempre qui e stia tranquillo che non attenterò alla sua privacy,
l’avverto però che ho la reputazione di strega che ormai è come un
marchio e siccome tutti mi evitano faranno di tutto per tentare di
dissuaderla dal venire qui.”
Sorrisi, finii il mio the e
poi chiesi incuriosito: “Che tipo di pianta è questa?”
-
“Non lo sa? E’ la pianta del pistacchio, il suo nome è
Pistacchia.”
-
“E non ha frutti?”
-
“Oh, non fruttifica mai; è una questione di impollinazione: ci
vuole una pianta maschio ogni otto femmine, questa è sola, poverina.”
-
“E’ maschio o femmina?”
Lei sorrise, “non lo so,
proprio non lo so.”
-
“Bene”, risposi, “arrivederci.”
Ripresi a distribuire la
posta nel rione delle arti (troppa posta ricevono gli artisti!) senza
riuscire a dimenticare quella tenera vecchietta e quel dolce sapore del
the caldo, un po’ troppo zuccherato, ma un signore dal fare scorbutico
con un grosso porro sul naso mi riportò alla mia triste condizione; ero
stanco, sudato e in un posto che neanche conoscevo.
-
“Che modi sono questi, alle cinque del pomeriggio, chi cerca…
che cavolo rompe… io cerco di riposare e lei suona, non compro nulla,
vada via!”
-
“Mi scusi io non sono un venditore, sono il sostituto del
postino.”
-
“Cosa? E distribuisce la posta a quest’ora, mi risulta che si
faccia di mattina.”
-
“Lo so, ma purtroppo per me non riesco a smaltire il lavoro
arretrato e poi non conosco il posto, le vie, le persone: i rioni sono
tanti a Pegacity!”
-
“Bene”, riprese con un sorriso che mostrò i suoi denti
ingialliti dal tabacco, “venga dentro che le offro da bere, avrà
certo sete.”
Superai quella soglia come
sollevato, aveva cambiato tono, era gentile ed io avevo sete, quel the
mi aveva procurato una forte arsura.
-
“Ecco, beva”, mi disse davanti una bevanda che aveva il
colore di una palude africana. Guardandomi perplesso disse:
-
“Beva, beva pure: è un the alla menta, un bel the freddo alla
menta di mia produzione.”
Il pensiero corse di nuovo
alla vecchietta, ma bevono tutti the qui, pensai mentre cominciavo a
bere rassegnato.
Anche in questo caso era la
prima volta che bevevo un the freddo, non era una mia bevanda abituale.
Bevvi piano e devo dire che
era molto dissetante, mi sentii sollevato e rinfrancato; consegnai la
posta e poi me ne andai.
Alla pensione quasi piansero
per me appena dissi loro che a fine settimana sarei andato via e proprio
lì mi informarono che altre persone che avevano accettato l’ospitalità
della strega erano sparite nel nulla: mi dissero che dovevo essere
impazzito e per farmi desistere da quell’idea mi abbassarono di
200.000 lire la pensione, dovevo restare lì se volevo restare vivo.
Chiesi la prova di quanto
affermavano: per esempio, nessuno lavora per lei, mi riferirono, eppure
ha un parco ben curato!
-
“Un parco? Un piccolo giardino davanti alla casa”, dissi.
-
“No, proprio un parco all’interno della villa”, io ho visto
solo la facciata davanti..
-
“Una villa con centinaia di stanze, come fa una vecchietta sola
a pulirla se non con l’aiuto dei demoni?”
-
“Ma fate i seri”, ripresi, “lo fa con l’aiuto di Dio, è
in buona salute e non facendo altro può anche farli da sola quei
lavori.
Mi portarono la nonna che era
coetanea della strega e mi raccontò di strani rumori, strane luci, voci
e pianti di bambini sentiti per anni, circa 40 anni prima e a tutte le
ore, strani movimenti e ombre notturne poi si susseguono da anni. E poi
la spesa che fa!
-
“Che cosa compra di così strano?”
-
“Rossetti, ombretti, smalti, profumi, scarpe di misura 38,
calze, vestiti femminili taglia 50, assorbenti… e l’abbiamo tenuta
d’occhio: non si trucca e non ha mai messo nulla di ciò che per anni
ha comprato. Fa la spesa per più persone, non può assolutamente
mangiare tutte quelle cose!”
-
“Beh, ha un gatto”.
-
“Compra anche il cibo per gatti e ai tempi che sentivo il
pianto comprava cibo per bambini, vestitini, giocattoli come se in
quella casa ci fosse davvero un bimbo.”
-
“Beh”, dissi io, “non credo che ci sia nulla di così
diabolico, sarà un po’ fissata, magari ama la stramberia.
-
“Senta”, disse infine la vecchia, “dirò a mio figlio di
prenderle solo 500.000 lire per questi due mesi, ma non vada lì nel
modo più assoluto.”
Chissà perché io, invece,
ho sempre fatto l’opposto di quello che gli altri si aspettavano, fin
da ragazzo; così decisi che sarei andato lì, dovevo farlo non per i
soldi, ma perché sentivo dentro di me qualcosa che mi spingeva a farlo.
Bussai deciso a quella porta,
lei mi aprì con un sorriso.
-
“La aspettavo”, disse, “Venga le mostro la sua stanza.”
Dappertutto c’erano mobili,
bellissimi stucchi, mosaici e sui muri dei quadri bellini, però
moderni, così chiesi: “Sono belli, ma chi li fa e con quale
tecnica?”
-
“Si chiama trompe l’oeli, le dirò chi li fa
un’altra volta.”
Poi mi portò in quella che
doveva essere la mia stanza: un letto, un armadio sempre in stile antico
e sulle pareti quadri con ballerine in tutù, copie perfette delle
ballerine del grande Degas.
-
“Questa è la sua stanza, in fondo a sinistra c’è il salone,
ci riuniamo tutti lì per la cena.”
Uscì con un lieve inchino.
Le corsi dietro nel
corridoio… “Senta!”, lei si voltò facendo una piroetta.
-
“Sì !?”
-
“Lei.. lei ha detto ci vediamo tutti?
-
“Certo caro, tutti, io, lei e tutti i fantasmi di questa
casa”, sorrise e se ne andò.
Mi sentii gelare il sangue
nelle vene, un fremito di paura mi assalì, una gocciolina di sudore
dalla nuca scese sulle natiche facendomi sussultare; che diamine ripetei
a me stesso, scherzava, avrà uno spiccato senso dell’humour.
Disfeci la mia valigia,
riposi i capi nell’armadio, udii quasi per caso la musica a bassissimo
volume che proveniva dal piano superiore, la solita musica di Mozart.
Mi venne voglia di vedere il
salone, così mi mossi in quella direzione. Appena vi entrai, sulla
parete centrale vidi un’immensa opera di circa 20 metri per 10,
raffigurante una copia in scala maggiore de “I Girasoli” di van Gogh,
mentre sulla sinistra un’altra tela raffigurava “Il prosciutto di
Manet”, anch’essa però era di dimensioni maggiori, forse 3 metri
per 4; tutt’attorno poi c’erano tele con vari dipinti che a prima
vista non sono riuscito ad identificare.
Mentre assorto ammiravo quei
quadri, in verità perfetti, una dolce voce femminile molto sottile
disse:
-
“Buonasera, vedo che apprezza i miei quadri”
Mi girai e rimasi senza
parole: una donna alta circa 1 m. e 50, sui 30/35 anni, molto in carne,
con sandali da francescano, gambe massicce e pelose come quelle di un
uomo, con una gonna a pieghe molto ampia a fantasia, un top verde
pisello che evidenziava un seno enorme. Il viso sembrava una maschera di
Pierrot, ma truccato male e in modo eccessivo: mi sembrò di rivedere
l’uomo del the alla menta.
Ero esterrefatto: era una
visione, era lui oppure sua figlia con quel porro enorme sul naso?
-
“Lei è Nunzio, vero? Piacere, Prisca.”
Ho la reputazione di avere
grandi mani, ma le mie le avvolse completamente in una stretta decisa ed
energica, poi disse:
-
“Ho tanto di quel tempo disponibile che per farlo passare
dipingo, lo faccio da quando ero bambina.”
-
“E’ brava”, le
dissi, “ma fa solo copie?”
-
“Oh, no. Amo molto gli impressionisti e li copio, ma ho anche
uno stile mio, anzi due per essere più precisa.”
-
“Come due?”
-
“Venga.”
Mi prese la mano e mi trascinò
felice su per le scale, nonostante la mole e le gambe corte e tozze
saliva le scale di corsa e mi trascinò dietro a sé.
Giunti al piano superiore mi
fece attraversare un corridoio lunghissimo; in fondo, da una piccola
finestra, filtrava una tenue luce, fuori era quasi buio.
Dopo aver attraversato ambo i
lati e non so quante porte, giungemmo alla meta; spalancò una porta
sulla nostra sinistra e mi buttò dentro, poi finalmente mi lasciò la
mano che mi faceva un male boia.
-
“Guardi, guardi” e volteggiò per l’enorme stanza come una
danzatrice da lago dei cigni.
Era una stanza di almeno 50
metri quadri, nel soffitto un’unica opera: un cielo azzurro, credo ci
fossero tutti i volatili del mondo nei loro colori migliori. Sulle
pareti fiori, insetti, pesci, piante, uno spettacolo; non sapevo dove
guardare prima mentre lei rideva felice e solare.
Senza mentire le dissi che
era un genio, che era un lavoro meraviglioso.
Mi stampò un bacio sulla
guancia.
-
“Grazie”, disse d’impeto, “Oh mi scusi, ma sa mai nessuno
mi dice che sono brava.”
-
“Non fa niente”, risposi.
-
“Bè venga adesso deve vedere l’altro mio stile” disse
diventando triste e seria.
Uscimmo sul corridoio, la
porta di fronte era già aperta: all’interno quadri orribili, mostri,
animali, deformi, diavoli, streghe.
Alzai gli occhi al soffitto e
vidi un cielo nero e cupo con migliaia di serpenti che mi sembrò
stessero precipitandomi addosso, mi prese la paura e una gran voglia di
fuggire via.
Ma ero in trappola, lei era
sulla porta, ferma, immobile, fissava un punto di fronte a lei, un
quadro con dei fiori appassiti e frutta marcia.
Due grosse lacrime le
solcarono il viso sciogliendo gran parte del trucco della maschera che
aveva disegnata sul volto, fino ad arrivare sul top verde.
Di colpo il top si trasformò
da verde in vari colori, quella che arrivò sul pavimento diventò
invece una macchia tra il viola ed il rosso sangue in cui sguazzavano
come anguille dei vermi orribili, cacciai un urlo!
Lei fuggì via lasciando
libera l’uscita, in me rimase solo un pensiero: fuggire via da quella
casa.
Saltai fuori e corsi in quel
corridoio interminabile; stavo per precipitarmi giù per le scale quando
mi si mise davanti un uomo che, vedendomi trasalire, si scusò.
-
“Mi perdoni se l’ho spaventata”, disse “non volevo.”
-
“Lei chi è?” chiesi.
-
“Basco Eutitio, prof. Di disegno, pittore e scultore, piacere.
Sa, insegno a Prisca le tecniche, è brava vero? A Parigi i suoi quadri
sono ben quotati.”
-
“Quali? Quelli con i mostri?
-
“Ah glieli ha fatti vedere entrambi?”
-
“Sì entrambi”
-
“Sa, lei è il primo al quale lei ha permesso di guardare i
suoi due mondi completamente opposti, quello interiore e quello
esteriore, povera ragazza è sola triste, brutta, anzi orribile.
Ma quanti di noi sono belli fuori ed orribili dentro? Eppure l’aspetto
esteriore domina troppe volte le nostre misere vite.”
-
“Lei vive qui professore?”
-
“Certo, da 30 anni.”
-
“Da trenta anni?”
-
“Si, sa ero un promettente prof. di disegno, ma ero solo
riuscito a fare qualche supplenza quando la signora mi contattò: dovevo
dedicarmi ad una bambina di 10 anni con tendenze artistiche; con una
paga elevatissima, vitto, alloggio e 300 milioni all’anno per 30 anni.
Domani scade il mio contratto.”
-
“E anche il mio”, disse una voce dietro di me.
Mi voltai piano e vidi una
donna di circa 50 anni, ben curata ma strabica e con il corpo un po’
incurvato.
-
“Le presento la dottoressa e professoressa Rufina Maiela,
laureata in lettere, lingue, storia, filosofia e qualche altra laurea,
nonché mia moglie.”
-
“Piacere”, disse “anche io vivo qui da 30 anni e la storia
è quasi la stessa, solo che la paga è diversa, la mia infatti è di
500 milioni all’anno; l’unica pecca è stata una norma del contratto
che ci impediva di farci vedere dagli abitanti del paese, ma il gioco
valeva la candela.”
-
“Adesso dobbiamo andare, ricchi e felici, sì felici, ci siamo
incontrati qui anni fa e più che altro era la nostra solitudine ad
unirci, ma ora ci amiamo davvero.”
-
“Come mai adesso ve ne andate?”
-
“Prisca ormai non ha più bisogno di noi e poi si sposa e va a
vivere a Parigi.”
-
“Bene, un bel cambiamento da Pegacity a Parigi, ma sono molto
ricchi?”
-
“Certo, erano già ricchi di famiglia, una delle caste più
antiche della Sicilia, negli ultimi anni hanno guadagnato miliardi
speculando in borsa e con azioni varie delle più grosse società
mondiali.”
-
“Ed il padre di Prisca chi è? Dov’è?”
-
“E’ una brutta storia: molti anni fa un losco individuo del
paese ha abusato della signorina che da quello stupro rimase incinta e
purtroppo Prisca è l’esatta copia del padre. Lei nascose tutto,
nessuno è al corrente dell’esistenza di Prisca, neanche quell’uomo
sa di avere una figlia.
Scendiamo ora, la cena sarà sicuramente pronta.”
Giunti nel salone la tavola
era imbandita in modo regale. La signora era felice, seduta a
capotavola, mancava Prisca che aveva preferito mangiare in camera sua.
Mangiammo totalmente in silenzio, si sentiva solo il nostro masticare ed
il rumore delle posate che intonava nell’enorme salone.
Appena finimmo, la signora mi
chiese di ascoltarla attentamente per conoscere il motivo della mia
presenza lì; agli altri chiese di rimanere per fare da testimoni sia
all’accordo sia al matrimonio.
-
“A quale matrimonio?”
-
“Ma a quello suo con Prisca!”
-
“Il mio ?!?”
-
“Si, la proposta è la seguente: lei si sposerà Prisca ed
andrete a vivere a Parigi.
Lei in cambio otterrà un miliardo subito ed un miliardo all’anno per
ogni anno trascorso con Prisca.
Loro saranno i tutori di Prisca: visto che sono i padrini di Prisca, sia
di battesimo che di cresima, saranno anche i testimoni; non vivranno con
voi, ma mensilmente Prisca li contatterà e ne potrà disporre
liberamente.
Se non ci saranno figli e lei dovesse sopravvivere a Prisca, sarà tutto
suo: un patrimonio che oggi si aggira sui 340 miliardi. Se invece lei
lascerà Prisca o divorzierà perderà tutto.”
-
“Ma… io sono senza parole…”
-
“Bè non dica nulla adesso, starà qui un mese e poi mi darà
la risposta.
Buonanotte, e ci pensi bene.”
Ritornai nella mia stanza
dopo aver salutato i professori.
Mille mostri popolarono il
mio dormiveglia, finché all’una decisi: non avrei sposato quella
povera donna, non avrei rinunciato agli occhi belli della mia Maria, la
mia dolce ragazza che avevo lasciato al paese e che non vedevo da due
mesi. Non c’erano miliardi che potessero convincermi, di vita ce n’è
una sola e bisogna viverla al meglio, forse senza lussi, ma almeno con
serenità.
Preparai le valige ed in
punta di piedi cercai di uscire; sul portone al buio cercai la maniglia,
accovacciato a terra c’era il gatto, non lo vidi ma lo sentii dopo
avergli pestato la coda, poiché emise un urlo e mi graffiò una gamba.
In strada respirai forte,
finalmente ero libero. Ritornai con passo da maratoneta verso la
pensione voltandomi spesso per assicurarmi che nessuno mi seguisse.
Giunto alla pensione fu come
tornare alla realtà: due ragazzini fermi su un motorino si baciavano
molto teneramente.
Varcai la porta, dietro il
banco non c’era nessuno: la chiave della mia stanza era il numero 7,
la presi e corsi su. Caddi sul letto esausto e mi addormentai.
Il sole mi svegliò con il
suo tepore; guardai l’orologio, erano le 7.20. Uscii sul balcone:
davanti a me la campagna appariva rigogliosa.
Scesi giù in fretta, dovevo
spiegarmi con i proprietari.
-
“Buongiorno, ben alzato.”
-
“Ieri sera sono rientrato all’una e, non trovando nessuno,
sono andato a dormire.”
-
“Come al solito, è normale.”
-
“Sa, vorrei riparlarle delle 500.000 lire mensili.”
-
“Non so proprio di cosa stia parlando!”
-
“Io ho deciso di restare ed accetto la vostra offerta di
sconto.”
-
“Sconto? Che sconto, di cosa parla, si è alzato strano
stamattina.”
Risposi: - “E’ vero, mi
scusi, stanotte ho dormito proprio male.”
-
“Colpa vostra, voi giovani andate a letto troppo tardi.”
Gli feci un cenno con la mano
ed uscii. Procedevo verso la porta confuso… avevo dunque sognato
tutto? Dovevo scoprirlo a tutti i costi. Rifeci il giro verso quella
casa finché la notai; esisteva! Più mi avvicinavo e più l’ansia mi
assaliva.
Giuntovi di fronte vidi
l’enorme Pistacchia secca, uno scheletro, attorno la nuda terra senza
menta.
Ritornai verso la casa del
the alla menta, anche quello faceva parte del sogno o forse era realtà.
Giuntovi trovai una casa
diroccata, semicoperta dai rovi e da un enorme albero di eucalipto.
Lì non abitava nessuno da tanti anni… eppure lo avevo bevuto lì un
the alla menta!
Più confuso che persuaso cominciai a convincermi
di aver davvero sognato tutto, ma mentre smistavo la posta, nel
raccogliere delle buste che mi erano cadute, notai la mia gamba
graffiata…
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E'
Natale
-
“Mamma, apri mamma! Domani è Natale. Sono tre anni
mamma… aprimi! Ho voglia di abbracciarti. Apri quella porta. Ho
freddo mamma, piove e sto bagnandomi tutta!
-
Mamma, ti prego, apri. Devo dirti una cosa importante.”
Lui
era rimasto muto, non faceva che tenerle l’ombrello, ma la
pioggia si intensificava.
Erano
ormai inzuppati entrambe: lei continuava a bussare e chiamare;
finchè Luigi sbottò:
-
“Basta! Sono anni che ad ogni festa mi trascini dietro
questa porta. Quella pazza non aprirà, neanche ‘stavolta!”
-
“Zitto, per favore. Mamma, hai sentito? Apri, fagli
vedere che si sbaglia, aprimi.
Stavolta non andrò via. Ricordi?
Mi hai detto che per te ero morta: bene, morirò dietro questa
porta, non andrò via se non apri!”
Una
bestemmia più forte di un tuono.
Anche
lei si voltò stupita: il suo Luigi non lo aveva mai sentito
bestemmiare.
Il
pensiero corse al passato, a quelle giornate nere, tra tribunali e
liti in casa.
Quel
porco del dottore aveva abusato di lei più volte: quando si era
ripresa, aveva confidato tutto a sua madre in lacrime. L’aveva
narcotizzata e l’aveva tenuta due giorni alla sua mercé.
Sua
madre non voleva che lo denunciasse, doveva tacere: il paese è
piccolo e la gente parla… non si può accusare il dottore,
mettere in piazza un fatto di questa dimensione.
Dunque
doveva tacere.
-
“Tu farnetichi! Deve farla franca dopo ciò che mi ha
fatto? Ti rendi conto cosa mi chiedi?
Io sono la vittima, e quando la vittima tace crea altre vittime.
Non posso tacere non è giusto.”
-
“Ma io non voglio che il paese sappia, non potrei più
uscire di casa!”
Difatti
erano anni che non usciva se non raramente. La sua compagnia era
un gatto nero.
Anche
lei nella sua ostinazione si creò una prigione ed allontanò la
sua unica figlia da lei.
-
“Mamma, ora sono qui, apri! Voglio darti un bacio e poi
devo darti una bella notizia.”
Quella
porta non si aprì.
Lei
pensò a quell’ultimo giorno, quando uscì decisa da quella
porta; lei la seguì fuori:
-
“Non andare ti prego, ascoltami!”
-
“Mamma, ciò che mi chiedi non è giusto. Non potrei
tornare ad essere donna con questo peso dentro e sapendo quel
maledetto libero. Vado a denunciarlo.”
-
“No, ti prego! Per me sei morta se fai una cosa del
genere..”
-
“Tu non ragioni mamma, tu non sai come ci si sente dopo
uno stupro!”
-
“Sei sicura?”
Ricorda…
quelle parole le fecero provare un brivido. Dunque anche lei?
Si
voltò. Sua madre piangeva.
-
“Mamma.. anche tu?”
-
“Solo che il mio fu uno stupro autorizzato,
certificato..”
Ricorda
che si sedette su quello scalino e guardò sua madre in silenzio,
dopo essersi asciugata
le lacrime, continuò:
-
“..avevo 13 anni allora, non sapevo nulla né di uomini né
della vita; avevo i miei sogni di ragazzina.. Lui erano mesi che
veniva con mio padre, legava il cavallo fuori e beveva un
bicchiere di vino; aveva 28 anni più di me, mai avrei pensato che
papà e mamma mi avrebbero venduta. Sì, venduta! Non fu che una
vendita.
Mamma venne nella mia stanza e mi parlò: il cavaliere ti vuole
per moglie; ci darà la casa e il terreno e ti sposerà.
..ma è vecchio, brutto, grasso.
Avevo 13 anni, cosa potevo capire. Entrambi i miei genitori mi
convinsero che era la mia fortuna, dovevo accettare, ed accettai!
Fu uno stupro che durò una vita, solo che ero vittima consapevole
di essere stata sacrificata.”
-
“Erano altri tempi. Mamma lo capisci o no che eri
consenziente… io no!”
Non
ricorda suo padre: morì che lei aveva 6 anni.
Ma,
nonostante avesse scoperto la verità sul vero rapporto dei suoi
genitori, proseguì ed accusò quell’uomo e lo fece condannare.
-
“Mamma aprimi! Devi aprire, devo dirti una cosa
meravigliosa.”
-
“Basta!” – urlò lui.
-
“Non puoi ucciderti ed uccidere il nostro bambino. Vieni
via o ti porto via di peso!”
Il
rumore della porta che si apriva… Lei apparve in lacrime.
-
“Un figlio. Aspetti un figlio… aspetti… Un nipote.”
– tartagliò confusa.
Si
abbracciarono sotto la pioggia.
-
“Che diamine!” - disse lui
-
“Non potete abbracciarvi dentro?” - Li spinse dentro,
lui rimase sull’uscio.
-
“Entra.” - disse la vecchia.
-
“Torno domani.” - disse lui.
E
scomparve sotto la pioggia.
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Un
profumo di zagara
La
tramontana lieve portava verso la casa un profumo di zagara di
arance rosse di Sicilia.
Lei
era appena due passi dietro di me e piangeva.
-
“Tu non capisci” – mi disse poco prima.
-
“Non sai. Io non piango per lui, ma per me, per me!
Adesso sono libera da un incubo, da una prigione psicologica,
oltre che logistica. Certo io non sapevo.. come potevo
sapere…”
Era
venuto lì il giorno del matrimonio di
tre anni addietro; lei era raggiante, bellissima in
quell’abito bianco, e felice del suo bel principe azzurro.
Quella
era la villa dove avrebbe vissuto con lui, lontano dal paese,
circondata da arance e clementine, la sua reggia “prigione”.
Erano
tre anni che non poteva andare oltre quel giardino, era pericoloso.
Per
una settimana fu felice: amore, solo amore. Poi lui doveva partire
e lei restare lì ad aspettare come una buona moglie.
Poi
la scoperta: la villa bunker di un “capo”… aveva sposato un
“uomo d’onore”!
Ma
quale onore, un delinquente, un mafioso! Questa era la realtà.
Suo
malgrado dovette obbedire, lui la picchiò selvaggiamente, e fu
chiaro:
-
“Io sono il tuo padrone, tu devi obbedire e sottostare.
Io ti amo, e questa è la prima ed ultima volta che ti picchio, se
non mi costringerai… Devi essere una buona moglie, obbediente; e
quando verrò mi farai, e crescerai
i miei figli.”
Il
primo mese tentò, in un momento di calma, di liberarsi e fuggire:
chiamò i carabinieri, che arrivarono al cancello e chiesero
dov’è il ladro….
Lei spiegò che voleva fuggire dal marito che la teneva segregata.
Risero di cuore: il maresciallo disse: “non dica fesserie, torni
a casa.”
L’Alfa partì sgommando oltre il viale e l’illusione di libertà
anche!
Ma
ora era libera: l’avevano liberata due colpi di fucile di
precisione che lasciarono sul balcone di casa, come un burattino
rotto, il burattinaio.
Come
tutte le mattine lui
usciva sul balcone “a prendere una boccata di salute”, diceva.
Quel
mattino credo gli sia rimasta in gola.
L’elicottero
apparve e scomparve in un lampo, e come un lampo il fucile colpì.
Lei
sentì i colpi e capì che era finita.
Ebbe
paura, paura che fosse solo ferito: sarebbe rientrato sanguinante
e l’avrebbe abbracciata imbrattandola di sangue, ma non rientrò.
Si affacciò piano e lo guardò. Erano anni che non lo amava più,
ma gli fece pena: “che brutta fine”, pensò. Poi lo prese a
calci:
-
“Bastardo, maledetto! Avrebbero ucciso anche me a causa
tua. Mi hai rubato tre anni di vita!”
Tornò
dentro e prese le pillole dal suo nascondiglio e disse:
-
“Vedi, non porterò in grembo un altro bastardo come te.
La tua dinastia muore con te.”
Si
inorridì da sola di quei pensieri e parole;mio Dio disse :
-
“Cosa hai fatto di me? Cosa mi hai fatto diventare! Io
non ero così crudele, io ero dolce, insicura, ingenua.”
Ripenso,
con terrore a quella notte di un anno prima. Saranno state le due
o le tre di notte.
Lui
“tornò”. La svegliò in malo modo e disse:
-
“Tesoro, non credi che sia ora che pensiamo ad un
figlio?”
-
“Un figlio?”
-
“Sì, un figlio. Ho deciso: avremo un figlio.”
Era
inorridita. No, proprio non voleva un figlio, non con lui! Non
come lui!
Chissà
quanti omicidi aveva commesso…
Fu
più uno stupro che un rapporto d’amore. Ormai erano anni che
giaceva con lui “per forza”. Fingeva, era inevitabile! La
mattina dopo piangeva.
“Lei”
arrivò come tutti i giorni. Aveva circa la sua età, viveva con
lei da due anni; occhi neri senza riflessi, sembravano spenti da
una vita di stenti ed umiliazioni.
I
suoi genitori erano stati uccisi quando lei aveva nove anni, da
allora visse con la zia, una donna rude e crudele che la mandò
fino alla quinta elementare e poi in casa con lei a fare la serva.
Finché, due anni prima, la vendette a suo marito e questi la portò
in casa per accudirla.
Solo
questa sapeva di lei , e niente altro, perché Genoveffa era muta,
non dalla nascita, ma dicono dalla morte dei suoi. Quando suo
marito la portò lì, lei diffidava: “sarà per sorvegliarmi”,
pensò.
Finché
pian piano si ricredette: la vedeva soffrire con lei e per lei.
Cominciò a trattarla meglio, come una sorella; si confortavano a
vicenda.
Lei
non parlava, ma le sue carezze, i suoi abbracci sono stati a volte
più espressivi di
mille parole.
Non
può scordare quel 20 luglio dell’anno prima.
Suo
marito la picchiò in malo modo, poi voleva possederla: cominciò
a denudarla, sempre picchiandola, finché, quasi nuda e sfinita,
stava per cedere. Genoveffa entrò di corsa con un grosso coltello
in mano. Suo marito e lei si stupirono entrambe. Aveva uno sguardo
minaccioso mentre avanzava verso di loro, ma lui:
-
“Guarda là! Ti vuole aiutare. Cosa vuoi fare? Vuoi
uccidermi? Vieni stronza! Uno di questi giorni prenderò anche te!
E’ ora che provi anche tu un uomo”.
Poi
rise di cuore; si ricompose ed andò via.
Lei corse ad abbracciarla.
Ripensò
come si confidò con lei e cercò di dirle terrorizzata che lui
voleva un figlio, ma lei no, non voleva; chinò il capo in
lacrime, lei le passò una mano tra i capelli ed andò via.
Suo
marito cominciò a toccare Genoveffa, e, se lei reagiva, a
picchiarla. O meglio, a picchiarle entrambe. L’avrebbe
violentata, era inevitabile, cosa potevano fare?
Genoveffa trovò una soluzione per entrambe: c’era
Mimmo, uno dei suoi uomini, il più
arrogante, un tipo capace di tenere testa anche al capo.
Faceva il filo a Genoveffa da anni, ma lei nisba… Finché quella
domenica dell’anno prima Genoveffa parlò, sì parlò!
-
“Prendi queste pillole disse, io mi sono fidanzata con
Mimmo, così tuo marito mi lascerà in pa |