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Nunzio Cocivera

Lui”    “L’altro “
L'avrei intagliata
Sapori di città
Il the alla menta
E' Natale
Un profumo di zagara
Cardo triste
Maria

Cirsium Heterophyllum o Cardo Triste

Matilde la pazza

Dello stesso Autore Testi teatrali- Racconti Fantasy

 

 

 

 

 

L’avrei intagliata

 

Con Il passare degli anni l'unica  cosa che lei ancora ammirava  di me ere li mio lavoro di intarsio e di intaglio.

Era a pochi passi da me e ammirava “l’ultima cena" che stavo intagliando su una tavola  ,di ciliegio africano, mi guardava con una certa ammirazione , ma non l’uomo bensì l’artista.

Erano trascorsi sette lunghi anni da quel dì  nel quale mi scelse come sua vittima,ma, almeno   da quattro ci univa solo ' Il sesso, un sesso - amore che mi teneva legato a lei come prigioniero

Di un sentimento tra l’odio e l’amore.

Aveva un corpo scultoreo, trasudava sesso, a vista d’occhio,sembrava dicesse “prendetemi”.

Ma non riuscivo ad allontanarla da me, ero vittima  dei suoi tradimenti sfrontati e sfoggiati,vittima senza dignità,umiliato , esiliato e rinpatriato tra le sue cosce ,agognate ero come  schiavo, come burattino dei quale lei muoveva i fili a suo  piacimento.

A volte mi scioglievo in un pianto, quando mi diceva ti “pianto”, e gli restavo accanto,perché

L’amavo tanto!

1 nostri  discorsi erano ormai formali ,solo dialoghi fatti di si e di no e su argomenti  occasionali

Sei bravo mi disse, quei personaggi  sembra che parlino I

Era sincera lo sapevo, l'unica cosa che amava ancora di me era il  mio lavoro.

Spronato dal suoi approcci di dialogo e dei complimenti  ricevuti, abbozzai un dialogo sull' argomento  del momento e dessi certo che questa epidemia della mucca pazza sta buttando alle ortiche   intere aziende, e i lavoratori del settore.

Sei Il solito Ignorante replicò lei , il termine epidemia si può usare quando si parla di Infezioni e patologie  umane, per gli animali  si usa il termine epizozia, ma tu sei Il solito "ZOION" e se vuoi sapere cosa significa ti informo che vuol dire animale vivente, In pratica ciò che sei.

Giuro l'avrei Intagliata o meglio intarsiata, Incastrando In lei un cuore più buono, una mente più umile e sentimenti come rispetto, affetto, amore, cose mai esistite dentro di lei.

A volte cresceva dentro me un'angoscia che mi buttava nella Disillusione più nera perché vivevo con lei, prendendo I suoi scarti, I pochi attimi di sesso che mi donava e quando lo faceva mi portava così in basso fíno ad annullare l'uomo fisico e morale in quel momenti aveva tutto di me anima e corpo.

Perchè mi faceva quell'effetto, perchè pur avendolo pensato e detto varie volto non avevo Il coraggio di andare fino In fondo e di partire per chissà dove basta che lontano da Iei..

Mormorò ancora varie cose, dentro di me cresceva una strana rabbia, alzai il braccio con impeto e la colpii, nell ‘attimo finale prima di vibrare Il colpo decisivo di martello provai paura, paura di farle del male.

Emise solo un lieve gemito e si accasciò sul pavimento, 1 suoi lunghi capelli le coprivano Il viso, Il suo dolce viso di fata, scostai piano 1 capelli, I suoi occhi neri erano fissi, stupiti.

Piansi per lei,recitai come Catullo  una bellissima poesia,che incisi  su un enorme tronco di rovere siciliano, poi cominciai Il mio grande capolavoro finale  scolpii lei.  Ero sudato e stanco, affamato da matti, per due giorni lavorai Ininterrottamente per lei, e lei era lì, sublime , adagiata dentro la sua dimora,  dentro quel meraviglioso tronco di rovere dei nebrodi,la baciai teneramente, poi: con abbonadante colla vinilica la sigillai. All’esterno la Intaglaii nuda come una Venere, nella parte superiore circondata da fiori e piante bellissime

Col muletto portai quel tronco all'Ingresso dei capannone, lo issai, lei era li, bellissima come un bronzo di Riace solo che era di rovere siciliano. Poi mangiai i suoi pesci rossi ,unici esseri viventi che amava, bevvi l’acqua, ed’ero come “liberato”feci un bel falò con le sue cose,infine sfinito l’ammiravo, sembrava parlarmi, ma non favellò, la insultai, mi sfogai dissi cose mai dette ero felice e triste insieme.

 Ricevetti  molte offerte per anni, per quel mio capolavoro, tutti potevano ammirarla, ma nessuno potè più averla, ormai era solo mia e per sempre.

I suoi amici,  amanti, vennero ad  informarsi, a cercarla, ma lei era partita, chissà con quale amante e chissà   per dove.

 

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“Lui”    “L’altro “

 

“Lui” era piccolo, grasso, basso, ma era felice.

Viveva su un’isola tutta sua, su un pianeta tutto suo.

Finchè arrivo “L’altro”

Gli disse:- io sono bello, alto grosso, devi sgloggiare

Da oggi questo posto è mio !-

Ma io vivo qui da sempre !

“L’altro”  lo minacciò:  -vai via  oppure ti ammazzo !-

“Lui” cominciò a vagare, in cerca di un posto dove stare.

Finchè arrivo in un posto molto bello.

Il cibo c’era, l’acqua pure, si dissetò e si cibò.

Pensò:” resto qui “

Ma arrivò  un altro era enorme minaccioso: -cosa fai in casa mia ?-

“Io volevo…”

-Vai via oppure ti ammazzo !-

“Lui “ scappo di nuovo, fuggendo pensò:

devo trovare un posto dove l’altro sia piccolo.

Arrivò su un’isola quasi uguale alla sua; si guardò in giro…

Infine lo vide: era piccolo, rosso, gracile.

All’ombra di un albero.

“Lui “  si fece minaccioso: “vai via o ti uccido !”

“L’altro “ per nulla impaurito gli disse  :

-io non sono come mi vedi, in realtà sono un mostro

così grosso che ti inghiottirei in un boccone, così come ho fatto con tutti !-

“Lui “pensò:  non crederò una balla simile !

-Resta con me invece mi sento solo ci faremo compagnia !-

“Non credo a questa storia vai via oppure sei morto !”

-Potremo farci compagnia dividere il cibo, diventare amici -

“Lui “  pensò che “L’altro “  voleva fare il furbo.

“Basta  storie !  Vai via o sei morto”, e avanzò minaccioso…

Fu un lampo  “L’altro “  lo inghiottì. Poi ritorno piccolo e gracile,

verso una lacrima rossa, per l’amico mancato

e ritornò all’ombra…

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SAPORI di CITTA’

 

Chiunque debba attraversare lo stretto ci deve passare davanti, diceva Lucio, “Sapore di città”, sarà il locale dei turisti, il locale dei camionisti, con sale grandi, ben arredate, con vista sullo stretto, da lì si può vedere la Sicilia come a due passi; Lucio era davvero entusiasta. E poi Berlusconi farà il ponte! Rilancerà alla grande Reggio Calabria.

Si era buttato a capofitto, lavorava anche 15 ore al giorno perché tutto fosse perfetto; il datore di lavoro era un amico d’infanzia e Lucio gli dedicava l’anima pieno di gioia, sentiva quel locale come se fosse un po’ suo. E “Sapore di città” aprì e diventò realmente un locale di successo come Lucio aveva immaginato, poi all’improvviso la beffa, il suo licenziamento che arrivò come un fulmine a ciel sereno, senza alcun chiarimento ma con tante scuse inutili.

Lucio non lo sopportò e scelse la via peggiore, pochi giorni dopo, infatti, deluso e depresso come non mai, si buttò proprio nello stretto.

Nicola non capì neanche l’amico, anche se non si dava pace, gli sembrava assurdo uccidersi per un licenziamento.

Lo stesso destino, di lì a poco, toccò anche a lui, una doccia fredda, il suo capo lo mise alla porta e furono tante le porte alle quali bussò invano.

E’ preso dallo sconforto, l’ansia lo assale, le cambiali firmate per il corredo della figlia, il mutuo da pagare; da poco inoltre ha comprato un’auto alla moglie, aveva fatto tutti i conti prima per far quadrare il bilancio, ma non era servito a niente perché la crisi generale si riversò anche su lui facendogli crollare tutti i piani, facendogli sballare tutti i conti, facendogli crollare il mondo addosso.

Seduto su quella panchina del lungomare, sconfitto e deluso, non può fare a meno di pensare all’amico Lucio, al vuoto interiore, alla delusione cocente che prova dentro; non può fare a meno di pensare che su 40 non era giusto che tutto quello succedesse proprio a lui e solamente ad altri tre.

Purtroppo però la sua qualifica all’interno della ditta, che in quei 17 anni si era spostata in altri settori, non era più contemplata, il “cementista formatore” che c’entrava in un’industria di lavorazione marmi – onici e graniti?

Ora capisce perché Lucio si è buttato a mare, la delusione, le amarezze, la rabbia interiore piegano anche l’uomo più forte.

Non sa che fare, ma certo non seguirà l’esempio di Lucio; lui ha due donne che lo aspettano e confidano in lui, deve risollevarsi, trovare un nuovo lavoro; sua moglie ottimista da sempre gli ripete di continuo che sarà questione di poco tempo, di un po’ di pazienza…

Ma i giorni scorrono, ne sono già passati 15 e ancora niente di nuovo, come se non bastasse, la macchina di sua moglie è stata tamponata al parcheggio e non si sa chi sia stato, il preventivo fatto dal lattoniere ammonta a 3.950.000 lire, e dove trovarli?

Un amico fortunatamente si offre di tenergliela in garage fino a quando potranno aggiustarla.

 

Il 18° giorno stanno cenando, bene o male, nel silenzio più cupo, con la TV spenta, forse per la prima volta da anni, ma cosa importa, in fondo è solo fuorviante, dà ai nervi e poi devono parlare della loro situazione familiare, quando ad un tratto suona il campanello di casa.

Con grande sorpresa è il loro testimone di nozze, mentre gli offrono da bere e dopo che lui si è scusato per la lontananza degli ultimi tempi, gli viene proposto di partecipare ad un sistema al Totogol, nel quale una quota costa 1.200.000 lire.

Ma come riuscire a decidere di spendere quella cifra se in cassa hanno solamente 1.712.000 lire? Sarebbe pazzesco, tuttavia sua moglie spinta da una strana forza interiore lo convince a rischiare, così lui più impaurito che mai si lascia andare.

 

La domenica sera si ritrovano davanti alla Tv per seguire gli sviluppi, anche se i primi tempi non promettono niente di buono, ma la speranza è l’ultima morire; suona di nuovo il campanello, sono i tre amici licenziati insieme a lui che hanno qualcosa da dirgli. Si allontana dalla televisione per poter parlare indisturbati, anche se con un po’ di rammarico pensando che i suoi amici gli vogliano raccontare le loro angosce, invece gli propongono di aderire ad un loro progetto, vale a dire quello di mettersi in proprio, investendo 25 milioni a testa. L’idea certo lo alletta ma per mancanza di fondi si trova costretto a rifiutare, nello stesso istante però arriva sua moglie che con gioia incontenibile gli annuncia che hanno vinto, a questo punto non gli rimane altro da fare che brindare alla nuova società e ricominciare a sorridere alla vita.

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IL THE ALLA MENTA

 

Il bianco della tazza da the spiccava in bell’evidenza sul tavolino di marmo rosso, in sottofondo una soave musica di Mozart, sulla mia sinistra un bel gatto tigrato addormentato sul tappeto orientale; una lieve brezza di maggio faceva vibrare le foglie dell’immensa pianta, per me tropicale, mai vista, tutt’attorno alla pianta un cespuglio di menta spandeva nell’aria un odore forte.

Lei mi versò il the e disse:

- “Nel pomeriggio è salutare gustare un the caldo, non trova?”

- “Sì”, risposi, “grazie”, mentre pènsavo che a quell’ora non avevo mai bevuto il the, che anzi prendo solo in inverno inoltrato e solo se sto poco bene.

- “Finalmente si è deciso ad accettare il mio invito, sa lo sapevo che lei è diverso dagli altri che mi evitano, credono che sia una iettatrice portatrice di malocchio e disgrazie varie, tutti si toccano passando davanti casa mia, lei no?”

-         “No io lo faccio solo quando sono eccitato”, replicai, ma mi pentii subito di averlo detto, così mi scusai per la volgarità.

-         “Non fa nulla sa, è normale, dunque lei non è superstizioso, bene ne sono felice, sarà l’occasione per scambiare due parole ogni tanto, le dispiace?”

-         “Oh no anche a me fa piacere parlare con qualcuno di tanto in tanto, qui non conosco nessuno, mi distraggo leggendo alla libreria di Pegacity.

-         “Da quale località viene, sostituisce il portalettere, vero?”

-         “Sì, tre mesi di supplenza dei quali uno è già passato; io sono invece di Librizzi in provincia di Messina, un piccolo paesino di collina.”

-         “E dove vive, in pensione? Paga molto?”

-         “Sono in mezza pensione e pago 800.000 al mese, quasi mezzo stipendio.”

-         “Sono degli approfittatori, le faccio io una proposta: venga a stare qui da me, la casa è grande ed io sono sola, ho ottanta anni suonati e comincio a soffrire la solitudine… sa, non le costerà nulla.”

-         “Signora, lei mi prende un po’ alla sprovvista, non so che dirle.”

-         “Ci pensi con calma e se lo riterrà opportuno la stanza è sempre qui e stia tranquillo che non attenterò alla sua privacy, l’avverto però che ho la reputazione di strega che ormai è come un marchio e siccome tutti mi evitano faranno di tutto per tentare di dissuaderla dal venire qui.”

Sorrisi, finii il mio the e poi chiesi incuriosito: “Che tipo di pianta è questa?”

-         “Non lo sa? E’ la pianta del pistacchio, il suo nome è Pistacchia.”

-         “E non ha frutti?”

-         “Oh, non fruttifica mai; è una questione di impollinazione: ci vuole una pianta maschio ogni otto femmine, questa è sola, poverina.”

-         “E’ maschio o femmina?”

Lei sorrise, “non lo so, proprio non lo so.”

-         “Bene”, risposi, “arrivederci.”

Ripresi a distribuire la posta nel rione delle arti (troppa posta ricevono gli artisti!) senza riuscire a dimenticare quella tenera vecchietta e quel dolce sapore del the caldo, un po’ troppo zuccherato, ma un signore dal fare scorbutico con un grosso porro sul naso mi riportò alla mia triste condizione; ero stanco, sudato e in un posto che neanche conoscevo.

-         “Che modi sono questi, alle cinque del pomeriggio, chi cerca… che cavolo rompe… io cerco di riposare e lei suona, non compro nulla, vada via!”

-         “Mi scusi io non sono un venditore, sono il sostituto del postino.”

-         “Cosa? E distribuisce la posta a quest’ora, mi risulta che si faccia di mattina.”

-         “Lo so, ma purtroppo per me non riesco a smaltire il lavoro arretrato e poi non conosco il posto, le vie, le persone: i rioni sono tanti a Pegacity!”

-         “Bene”, riprese con un sorriso che mostrò i suoi denti ingialliti dal tabacco, “venga dentro che le offro da bere, avrà certo sete.”

Superai quella soglia come sollevato, aveva cambiato tono, era gentile ed io avevo sete, quel the mi aveva procurato una forte arsura.

-         “Ecco, beva”, mi disse davanti una bevanda che aveva il colore di una palude africana. Guardandomi perplesso disse:

-         “Beva, beva pure: è un the alla menta, un bel the freddo alla menta di mia produzione.”

Il pensiero corse di nuovo alla vecchietta, ma bevono tutti the qui, pensai mentre cominciavo a bere rassegnato.

Anche in questo caso era la prima volta che bevevo un the freddo, non era una mia bevanda abituale.

Bevvi piano e devo dire che era molto dissetante, mi sentii sollevato e rinfrancato; consegnai la posta e poi me ne andai.

Alla pensione quasi piansero per me appena dissi loro che a fine settimana sarei andato via e proprio lì mi informarono che altre persone che avevano accettato l’ospitalità della strega erano sparite nel nulla: mi dissero che dovevo essere impazzito e per farmi desistere da quell’idea mi abbassarono di 200.000 lire la pensione, dovevo restare lì se volevo restare vivo.

Chiesi la prova di quanto affermavano: per esempio, nessuno lavora per lei, mi riferirono, eppure ha un parco ben curato!

-         “Un parco? Un piccolo giardino davanti alla casa”, dissi.

-         “No, proprio un parco all’interno della villa”, io ho visto solo la facciata davanti..

-         “Una villa con centinaia di stanze, come fa una vecchietta sola a pulirla se non con l’aiuto dei demoni?”

-         “Ma fate i seri”, ripresi, “lo fa con l’aiuto di Dio, è in buona salute e non facendo altro può anche farli da sola quei lavori.

Mi portarono la nonna che era coetanea della strega e mi raccontò di strani rumori, strane luci, voci e pianti di bambini sentiti per anni, circa 40 anni prima e a tutte le ore, strani movimenti e ombre notturne poi si susseguono da anni. E poi la spesa che fa!

-         “Che cosa compra di così strano?”

-         “Rossetti, ombretti, smalti, profumi, scarpe di misura 38, calze, vestiti femminili taglia 50, assorbenti… e l’abbiamo tenuta d’occhio: non si trucca e non ha mai messo nulla di ciò che per anni ha comprato. Fa la spesa per più persone, non può assolutamente mangiare tutte quelle cose!”

-         “Beh, ha un gatto”.

-         “Compra anche il cibo per gatti e ai tempi che sentivo il pianto comprava cibo per bambini, vestitini, giocattoli come se in quella casa ci fosse davvero un bimbo.”

-         “Beh”, dissi io, “non credo che ci sia nulla di così diabolico, sarà un po’ fissata, magari ama la stramberia.

-         “Senta”, disse infine la vecchia, “dirò a mio figlio di prenderle solo 500.000 lire per questi due mesi, ma non vada lì nel modo più assoluto.”

Chissà perché io, invece, ho sempre fatto l’opposto di quello che gli altri si aspettavano, fin da ragazzo; così decisi che sarei andato lì, dovevo farlo non per i soldi, ma perché sentivo dentro di me qualcosa che mi spingeva a farlo.

 

Bussai deciso a quella porta, lei mi aprì con un sorriso.

-         “La aspettavo”, disse, “Venga le mostro la sua stanza.”

Dappertutto c’erano mobili, bellissimi stucchi, mosaici e sui muri dei quadri bellini, però moderni, così chiesi: “Sono belli, ma chi li fa e con quale tecnica?”

-         “Si chiama trompe l’oeli, le dirò chi li fa un’altra volta.”

Poi mi portò in quella che doveva essere la mia stanza: un letto, un armadio sempre in stile antico e sulle pareti quadri con ballerine in tutù, copie perfette delle ballerine del grande Degas.

-         “Questa è la sua stanza, in fondo a sinistra c’è il salone, ci riuniamo tutti lì per la cena.”

Uscì con un lieve inchino.

Le corsi dietro nel corridoio… “Senta!”, lei si voltò facendo una piroetta.

-         “Sì !?”

-         “Lei.. lei ha detto ci vediamo tutti?

-         “Certo caro, tutti, io, lei e tutti i fantasmi di questa casa”, sorrise e se ne andò.

Mi sentii gelare il sangue nelle vene, un fremito di paura mi assalì, una gocciolina di sudore dalla nuca scese sulle natiche facendomi sussultare; che diamine ripetei a me stesso, scherzava, avrà uno spiccato senso dell’humour.

Disfeci la mia valigia, riposi i capi nell’armadio, udii quasi per caso la musica a bassissimo volume che proveniva dal piano superiore, la solita musica di Mozart.

Mi venne voglia di vedere il salone, così mi mossi in quella direzione. Appena vi entrai, sulla parete centrale vidi un’immensa opera di circa 20 metri per 10, raffigurante una copia in scala maggiore de “I Girasoli” di van Gogh, mentre sulla sinistra un’altra tela raffigurava “Il prosciutto di Manet”, anch’essa però era di dimensioni maggiori, forse 3 metri per 4; tutt’attorno poi c’erano tele con vari dipinti che a prima vista non sono riuscito ad identificare.

Mentre assorto ammiravo quei quadri, in verità perfetti, una dolce voce femminile molto sottile disse:

-         “Buonasera, vedo che apprezza i miei quadri”

Mi girai e rimasi senza parole: una donna alta circa 1 m. e 50, sui 30/35 anni, molto in carne, con sandali da francescano, gambe massicce e pelose come quelle di un uomo, con una gonna a pieghe molto ampia a fantasia, un top verde pisello che evidenziava un seno enorme. Il viso sembrava una maschera di Pierrot, ma truccato male e in modo eccessivo: mi sembrò di rivedere l’uomo del the alla menta.

Ero esterrefatto: era una visione, era lui oppure sua figlia con quel porro enorme sul naso?

-         “Lei è Nunzio, vero? Piacere, Prisca.”

Ho la reputazione di avere grandi mani, ma le mie le avvolse completamente in una stretta decisa ed energica, poi disse:

-         “Ho tanto di quel tempo disponibile che per farlo passare dipingo, lo faccio da quando ero bambina.”

-          “E’ brava”, le dissi, “ma fa solo copie?”

-         “Oh, no. Amo molto gli impressionisti e li copio, ma ho anche uno stile mio, anzi due per essere più precisa.”

-         “Come due?”

-         “Venga.”

Mi prese la mano e mi trascinò felice su per le scale, nonostante la mole e le gambe corte e tozze saliva le scale di corsa e mi trascinò dietro a sé.

Giunti al piano superiore mi fece attraversare un corridoio lunghissimo; in fondo, da una piccola finestra, filtrava una tenue luce, fuori era quasi buio.

Dopo aver attraversato ambo i lati e non so quante porte, giungemmo alla meta; spalancò una porta sulla nostra sinistra e mi buttò dentro, poi finalmente mi lasciò la mano che mi faceva un male boia.

-         “Guardi, guardi” e volteggiò per l’enorme stanza come una danzatrice da lago dei cigni.

Era una stanza di almeno 50 metri quadri, nel soffitto un’unica opera: un cielo azzurro, credo ci fossero tutti i volatili del mondo nei loro colori migliori. Sulle pareti fiori, insetti, pesci, piante, uno spettacolo; non sapevo dove guardare prima mentre lei rideva felice e solare.

Senza mentire le dissi che era un genio, che era un lavoro meraviglioso.

Mi stampò un bacio sulla guancia.

-         “Grazie”, disse d’impeto, “Oh mi scusi, ma sa mai nessuno mi dice che sono brava.”

-         “Non fa niente”, risposi.

-         “Bè venga adesso deve vedere l’altro mio stile” disse diventando triste e seria.

Uscimmo sul corridoio, la porta di fronte era già aperta: all’interno quadri orribili, mostri, animali, deformi, diavoli, streghe.

Alzai gli occhi al soffitto e vidi un cielo nero e cupo con migliaia di serpenti che mi sembrò stessero precipitandomi addosso, mi prese la paura e una gran voglia di fuggire via.

Ma ero in trappola, lei era sulla porta, ferma, immobile, fissava un punto di fronte a lei, un quadro con dei fiori appassiti e frutta marcia.

Due grosse lacrime le solcarono il viso sciogliendo gran parte del trucco della maschera che aveva disegnata sul volto, fino ad arrivare sul top verde.

Di colpo il top si trasformò da verde in vari colori, quella che arrivò sul pavimento diventò invece una macchia tra il viola ed il rosso sangue in cui sguazzavano come anguille dei vermi orribili, cacciai un urlo!

Lei fuggì via lasciando libera l’uscita, in me rimase solo un pensiero: fuggire via da quella casa.

Saltai fuori e corsi in quel corridoio interminabile; stavo per precipitarmi giù per le scale quando mi si mise davanti un uomo che, vedendomi trasalire, si scusò.

-         “Mi perdoni se l’ho spaventata”, disse “non volevo.”

-         “Lei chi è?” chiesi.

-         “Basco Eutitio, prof. Di disegno, pittore e scultore, piacere. Sa, insegno a Prisca le tecniche, è brava vero? A Parigi i suoi quadri sono ben quotati.”

-         “Quali? Quelli con i mostri?

-         “Ah glieli ha fatti vedere entrambi?”

-         “Sì entrambi”

-         “Sa, lei è il primo al quale lei ha permesso di guardare i suoi due mondi completamente opposti, quello interiore e quello esteriore, povera ragazza è sola triste, brutta, anzi orribile.
Ma quanti di noi sono belli fuori ed orribili dentro? Eppure l’aspetto esteriore domina troppe volte le nostre misere vite.”

-         “Lei vive qui professore?”

-         “Certo, da 30 anni.”

-         “Da trenta anni?”

-         “Si, sa ero un promettente prof. di disegno, ma ero solo riuscito a fare qualche supplenza quando la signora mi contattò: dovevo dedicarmi ad una bambina di 10 anni con tendenze artistiche; con una paga elevatissima, vitto, alloggio e 300 milioni all’anno per 30 anni.
Domani scade il mio contratto.”

-         “E anche il mio”, disse una voce dietro di me.

Mi voltai piano e vidi una donna di circa 50 anni, ben curata ma strabica e con il corpo un po’ incurvato.

-         “Le presento la dottoressa e professoressa Rufina Maiela, laureata in lettere, lingue, storia, filosofia e qualche altra laurea, nonché mia moglie.”

-         “Piacere”, disse “anche io vivo qui da 30 anni e la storia è quasi la stessa, solo che la paga è diversa, la mia infatti è di 500 milioni all’anno; l’unica pecca è stata una norma del contratto che ci impediva di farci vedere dagli abitanti del paese, ma il gioco valeva la candela.”

-         “Adesso dobbiamo andare, ricchi e felici, sì felici, ci siamo incontrati qui anni fa e più che altro era la nostra solitudine ad unirci, ma ora ci amiamo davvero.”

-         “Come mai adesso ve ne andate?”

-         “Prisca ormai non ha più bisogno di noi e poi si sposa e va a vivere a Parigi.”

-         “Bene, un bel cambiamento da Pegacity a Parigi, ma sono molto ricchi?”

-         “Certo, erano già ricchi di famiglia, una delle caste più antiche della Sicilia, negli ultimi anni hanno guadagnato miliardi speculando in borsa e con azioni varie delle più grosse società mondiali.”

-         “Ed il padre di Prisca chi è? Dov’è?”

-         “E’ una brutta storia: molti anni fa un losco individuo del paese ha abusato della signorina che da quello stupro rimase incinta e purtroppo Prisca è l’esatta copia del padre. Lei nascose tutto, nessuno è al corrente dell’esistenza di Prisca, neanche quell’uomo sa di avere una figlia.
Scendiamo ora, la cena sarà sicuramente pronta.”

Giunti nel salone la tavola era imbandita in modo regale. La signora era felice, seduta a capotavola, mancava Prisca che aveva preferito mangiare in camera sua.
Mangiammo totalmente in silenzio, si sentiva solo il nostro masticare ed il rumore delle posate che intonava nell’enorme salone.

Appena finimmo, la signora mi chiese di ascoltarla attentamente per conoscere il motivo della mia presenza lì; agli altri chiese di rimanere per fare da testimoni sia all’accordo sia al matrimonio.

-         “A quale matrimonio?”

-         “Ma a quello suo con Prisca!”

-         “Il mio ?!?”

-         “Si, la proposta è la seguente: lei si sposerà Prisca ed andrete a vivere a Parigi.
Lei in cambio otterrà un miliardo subito ed un miliardo all’anno per ogni anno trascorso con Prisca.
Loro saranno i tutori di Prisca: visto che sono i padrini di Prisca, sia di battesimo che di cresima, saranno anche i testimoni; non vivranno con voi, ma mensilmente Prisca li contatterà e ne potrà disporre liberamente.
Se non ci saranno figli e lei dovesse sopravvivere a Prisca, sarà tutto suo: un patrimonio che oggi si aggira sui 340 miliardi. Se invece lei lascerà Prisca o divorzierà perderà tutto.”

-         “Ma… io sono senza parole…”

-         “Bè non dica nulla adesso, starà qui un mese e poi mi darà la risposta.
Buonanotte, e ci pensi bene.”

Ritornai nella mia stanza dopo aver salutato i professori.

Mille mostri popolarono il mio dormiveglia, finché all’una decisi: non avrei sposato quella povera donna, non avrei rinunciato agli occhi belli della mia Maria, la mia dolce ragazza che avevo lasciato al paese e che non vedevo da due mesi. Non c’erano miliardi che potessero convincermi, di vita ce n’è una sola e bisogna viverla al meglio, forse senza lussi, ma almeno con serenità.

Preparai le valige ed in punta di piedi cercai di uscire; sul portone al buio cercai la maniglia, accovacciato a terra c’era il gatto, non lo vidi ma lo sentii dopo avergli pestato la coda, poiché emise un urlo e mi graffiò una gamba.

In strada respirai forte, finalmente ero libero. Ritornai con passo da maratoneta verso la pensione voltandomi spesso per assicurarmi che nessuno mi seguisse.

Giunto alla pensione fu come tornare alla realtà: due ragazzini fermi su un motorino si baciavano molto teneramente.

Varcai la porta, dietro il banco non c’era nessuno: la chiave della mia stanza era il numero 7, la presi e corsi su. Caddi sul letto esausto e mi addormentai.

Il sole mi svegliò con il suo tepore; guardai l’orologio, erano le 7.20. Uscii sul balcone: davanti a me la campagna appariva rigogliosa.

Scesi giù in fretta, dovevo spiegarmi con i proprietari.

-         “Buongiorno, ben alzato.”

-         “Ieri sera sono rientrato all’una e, non trovando nessuno, sono andato a dormire.”

-         “Come al solito, è normale.”

-         “Sa, vorrei riparlarle delle 500.000 lire mensili.”

-         “Non so proprio di cosa stia parlando!”

-         “Io ho deciso di restare ed accetto la vostra offerta di sconto.”

-         “Sconto? Che sconto, di cosa parla, si è alzato strano stamattina.”

Risposi: - “E’ vero, mi scusi, stanotte ho dormito proprio male.”

-         “Colpa vostra, voi giovani andate a letto troppo tardi.”

Gli feci un cenno con la mano ed uscii. Procedevo verso la porta confuso… avevo dunque sognato tutto? Dovevo scoprirlo a tutti i costi. Rifeci il giro verso quella casa finché la notai; esisteva! Più mi avvicinavo e più l’ansia mi assaliva.

Giuntovi di fronte vidi l’enorme Pistacchia secca, uno scheletro, attorno la nuda terra senza menta.

Ritornai verso la casa del the alla menta, anche quello faceva parte del sogno o forse era realtà.

Giuntovi trovai una casa diroccata, semicoperta dai rovi e da un enorme albero di eucalipto.
Lì non abitava nessuno da tanti anni… eppure lo avevo bevuto lì un the alla menta!

Più confuso che persuaso cominciai a convincermi di aver davvero sognato tutto, ma mentre smistavo la posta, nel raccogliere delle buste che mi erano cadute, notai la mia gamba graffiata…

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E' Natale

 

-         “Mamma, apri mamma! Domani è Natale. Sono tre anni mamma… aprimi! Ho voglia di abbracciarti. Apri quella porta. Ho freddo mamma, piove e sto bagnandomi tutta!

-         Mamma, ti prego, apri. Devo dirti una cosa importante.”

Lui era rimasto muto, non faceva che tenerle l’ombrello, ma la pioggia si intensificava.

Erano ormai inzuppati entrambe: lei continuava a bussare e chiamare; finchè Luigi sbottò:

-         “Basta! Sono anni che ad ogni festa mi trascini dietro questa porta. Quella pazza non aprirà, neanche ‘stavolta!”

-         “Zitto, per favore. Mamma, hai sentito? Apri, fagli vedere che si sbaglia, aprimi.
Stavolta non andrò via.  Ricordi? Mi hai detto che per te ero morta: bene, morirò dietro questa porta, non andrò via se non apri!”

Una bestemmia più forte di un tuono.

Anche lei si voltò stupita: il suo Luigi non lo aveva mai sentito bestemmiare.

Il pensiero corse al passato, a quelle giornate nere, tra tribunali e liti in casa.

Quel porco del dottore aveva abusato di lei più volte: quando si era ripresa, aveva confidato tutto a sua madre in lacrime. L’aveva narcotizzata e l’aveva tenuta due giorni alla sua mercé.

Sua madre non voleva che lo denunciasse, doveva tacere: il paese è piccolo e la gente parla… non si può accusare il dottore, mettere in piazza un fatto di questa dimensione.

Dunque doveva tacere.

-         “Tu farnetichi! Deve farla franca dopo ciò che mi ha fatto? Ti rendi conto cosa mi chiedi?
Io sono la vittima, e quando la vittima tace crea altre vittime. Non posso tacere non è giusto.”

-         “Ma io non voglio che il paese sappia, non potrei più uscire di casa!”

Difatti erano anni che non usciva se non raramente. La sua compagnia era un gatto nero.

Anche lei nella sua ostinazione si creò una prigione ed allontanò la sua unica figlia da lei.

-         “Mamma, ora sono qui, apri! Voglio darti un bacio e poi devo darti una bella notizia.”

Quella porta non si aprì.

Lei pensò a quell’ultimo giorno, quando uscì decisa da quella porta; lei la seguì fuori:

-         “Non andare ti prego, ascoltami!”

-         “Mamma, ciò che mi chiedi non è giusto. Non potrei tornare ad essere donna con questo peso dentro e sapendo quel maledetto libero. Vado a denunciarlo.”

-         “No, ti prego! Per me sei morta se fai una cosa del genere..”

-         “Tu non ragioni mamma, tu non sai come ci si sente dopo uno stupro!”

-         “Sei sicura?”

Ricorda… quelle parole le fecero provare un brivido. Dunque anche lei?

Si voltò. Sua madre piangeva.

-         “Mamma.. anche tu?”

-         “Solo che il mio fu uno stupro autorizzato, certificato..”

Ricorda che si sedette su quello scalino e guardò sua madre in silenzio, dopo essersi  asciugata le lacrime, continuò:

-         “..avevo 13 anni allora, non sapevo nulla né di uomini né della vita; avevo i miei sogni di ragazzina.. Lui erano mesi che veniva con mio padre, legava il cavallo fuori e beveva un bicchiere di vino; aveva 28 anni più di me, mai avrei pensato che papà e mamma mi avrebbero venduta. Sì, venduta! Non fu che una vendita.
Mamma venne nella mia stanza e mi parlò: il cavaliere ti vuole per moglie; ci darà la casa e il terreno e ti sposerà.  ..ma è vecchio, brutto, grasso.
Avevo 13 anni, cosa potevo capire. Entrambi i miei genitori mi convinsero che era la mia fortuna, dovevo accettare, ed accettai!
Fu uno stupro che durò una vita, solo che ero vittima consapevole di essere stata sacrificata.”

-         “Erano altri tempi. Mamma lo capisci o no che eri consenziente… io no!”

Non ricorda suo padre: morì che lei aveva 6 anni.

Ma, nonostante avesse scoperto la verità sul vero rapporto dei suoi genitori, proseguì ed accusò quell’uomo e lo fece condannare.

-         “Mamma aprimi! Devi aprire, devo dirti una cosa meravigliosa.”

-         “Basta!” – urlò lui.

-         “Non puoi ucciderti ed uccidere il nostro bambino. Vieni via o ti porto via di peso!”

Il rumore della porta che si apriva… Lei apparve in lacrime.

-         “Un figlio. Aspetti un figlio… aspetti… Un nipote.” – tartagliò confusa.

Si abbracciarono sotto la pioggia.

-         “Che diamine!” - disse lui

-         “Non potete abbracciarvi dentro?” - Li spinse dentro, lui rimase sull’uscio.

-         “Entra.” - disse la vecchia.

-         “Torno domani.” - disse lui.

E scomparve sotto la pioggia.

 

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Un profumo di zagara

La tramontana lieve portava verso la casa un profumo di zagara di arance rosse di Sicilia.

Lei era appena due passi dietro di me e piangeva.

-         “Tu non capisci” – mi disse poco prima.

-         “Non sai. Io non piango per lui, ma per me, per me! Adesso sono libera da un incubo, da una prigione psicologica, oltre che logistica. Certo io non sapevo.. come potevo sapere…”

Era venuto lì il giorno del matrimonio di  tre anni addietro; lei era raggiante, bellissima in quell’abito bianco, e felice del suo bel principe azzurro.

Quella era la villa dove avrebbe vissuto con lui, lontano dal paese, circondata da arance e clementine, la sua reggia “prigione”.

Erano tre anni che non poteva andare oltre quel giardino, era pericoloso.

Per una settimana fu felice: amore, solo amore. Poi lui doveva partire e lei restare lì ad aspettare come una buona moglie.

Poi la scoperta: la villa bunker di un “capo”… aveva sposato un “uomo d’onore”!

Ma quale onore, un delinquente, un mafioso! Questa era la realtà.

Suo malgrado dovette obbedire, lui la picchiò selvaggiamente, e fu chiaro:

-         “Io sono il tuo padrone, tu devi obbedire e sottostare. Io ti amo, e questa è la prima ed ultima volta che ti picchio, se non mi costringerai… Devi essere una buona moglie, obbediente; e quando verrò mi farai, e crescerai  i miei figli.”

Il primo mese tentò, in un momento di calma, di liberarsi e fuggire: chiamò i carabinieri, che arrivarono al cancello e chiesero dov’è  il ladro…. Lei spiegò che voleva fuggire dal marito che la teneva segregata. Risero di cuore: il maresciallo disse: “non dica fesserie, torni a casa.”
L’Alfa partì sgommando oltre il viale e l’illusione di libertà anche!

 

Ma ora era libera: l’avevano liberata due colpi di fucile di precisione che lasciarono sul balcone di casa, come un burattino rotto, il burattinaio.

 

Come tutte le mattine  lui usciva sul balcone “a prendere una boccata di salute”, diceva.

Quel mattino credo gli sia rimasta in gola.

L’elicottero apparve e scomparve in un lampo, e come un lampo il fucile colpì.

Lei sentì i colpi e capì che era finita.

Ebbe paura, paura che fosse solo ferito: sarebbe rientrato sanguinante e l’avrebbe abbracciata imbrattandola di sangue, ma non rientrò. Si affacciò piano e lo guardò. Erano anni che non lo amava più, ma gli fece pena: “che brutta fine”, pensò. Poi lo prese a calci:

-         “Bastardo, maledetto! Avrebbero ucciso anche me a causa tua. Mi hai rubato tre anni di vita!”

Tornò dentro e prese le pillole dal suo nascondiglio e disse:

-         “Vedi, non porterò in grembo un altro bastardo come te. La tua dinastia muore con te.”

Si inorridì da sola di quei pensieri e parole;mio Dio disse :                                

-         “Cosa hai fatto di me? Cosa mi hai fatto diventare! Io non ero così crudele, io ero dolce, insicura, ingenua.”

Ripenso, con terrore a quella notte di un anno prima. Saranno state le due o le tre di notte.

Lui “tornò”. La svegliò in malo modo e disse:

-         “Tesoro, non credi che sia ora che pensiamo ad un figlio?”

-         “Un figlio?”

-         “Sì, un figlio. Ho deciso: avremo un figlio.”

Era inorridita. No, proprio non voleva un figlio, non con lui! Non come lui!

Chissà quanti omicidi aveva commesso…

Fu più uno stupro che un rapporto d’amore. Ormai erano anni che giaceva con lui “per forza”. Fingeva, era inevitabile! La mattina dopo piangeva.

“Lei” arrivò come tutti i giorni. Aveva circa la sua età, viveva con lei da due anni; occhi neri senza riflessi, sembravano spenti da  una vita di stenti ed umiliazioni.

I suoi genitori erano stati uccisi quando lei aveva nove anni, da allora visse con la zia, una donna rude e crudele che la mandò fino alla quinta elementare e poi in casa con lei a fare la serva. Finché, due anni prima, la vendette a suo marito e questi la portò in casa per accudirla.

Solo questa sapeva di lei , e niente altro, perché Genoveffa era muta, non dalla nascita, ma dicono dalla morte dei suoi. Quando suo marito la portò lì, lei diffidava: “sarà per sorvegliarmi”, pensò.

Finché pian piano si ricredette: la vedeva soffrire con lei e per lei.
Cominciò a trattarla meglio, come una sorella; si confortavano a vicenda.

Lei non parlava, ma le sue carezze, i suoi abbracci sono stati a volte più espressivi  di mille parole.

Non può scordare quel 20 luglio dell’anno prima.

Suo marito la picchiò in malo modo, poi voleva possederla: cominciò a denudarla, sempre picchiandola, finché, quasi nuda e sfinita, stava per cedere. Genoveffa entrò di corsa con un grosso coltello in mano. Suo marito e lei si stupirono entrambe. Aveva uno sguardo minaccioso mentre avanzava verso di loro, ma lui:

-         “Guarda là! Ti vuole aiutare. Cosa vuoi fare? Vuoi uccidermi? Vieni stronza! Uno di questi giorni prenderò anche te! E’ ora che provi anche tu un uomo”.

Poi rise di cuore; si ricompose ed andò via.
Lei corse ad abbracciarla.

Ripensò come si confidò con lei e cercò di dirle terrorizzata che lui voleva un figlio, ma lei no, non voleva; chinò il capo in lacrime, lei le passò una mano tra i capelli ed andò via.

Suo marito cominciò a toccare Genoveffa, e, se lei reagiva, a picchiarla. O meglio, a picchiarle entrambe. L’avrebbe violentata, era inevitabile, cosa potevano fare?

      Genoveffa trovò una soluzione per entrambe: c’era Mimmo, uno dei suoi uomini, il più            arrogante, un tipo capace di tenere testa anche al capo. Faceva il filo a Genoveffa da anni, ma lei nisba… Finché quella domenica dell’anno prima Genoveffa parlò, sì parlò!

-         “Prendi queste pillole disse, io mi sono fidanzata con Mimmo, così tuo marito mi lascerà in pa