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Piero Castellano

Il cuore delle tenebre

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il cuore delle tenebre

Lo svegliò il tocco della mano di lei.

Continuava a dormire, appagata. La guardò alla luce della notte che entrava
dalla finestra aperta. Le lenzuola disfatte incorniciavano il corpo sudato
disteso accanto a lui.

Era bella, e la sua bellezza sembrava accresciuta dalla stanchezza della
passione.

Si alzò ed andò alla finestra. La luna stava per tramontare. Presto sarebbe
dovuto andar via.

Si voltò a guardarla, spostandosi dal centro della finestra come per schivare
la luce della luna.

Era stata una lunga notte, la conclusione di una caccia senza respiro che
aveva dato senso e piacere alle ultime settimane.

L'aveva intravista una sera tra la folla, all'uscita di un teatro, e non
l'aveva più dimenticata. Per un attimo i loro sguardi si erano incontrati,
e in quell'attimo aveva saputo che lei sarebbe stata sua. Quella consapevolezza
aveva risvegliato un istinto da predatore che credeva sopito. Lo sguardo
di lei non era lo sguardo di una preda, ma di un altro cacciatore.

Si rigirò nel letto, e il suo viso fu illuminato dalla luna che, calando,
entrava dalla finestra.

Le sue labbra erano rosee, ora, ma come erano state rosse, quella prima
sera!

L'aveva rivista la settimana successiva, all'interno di un locale dove si
era lasciato guidare dall'istinto che aveva creduto di poter reprimere,
ed era stato facile incontrarsi, riconoscersi da quello sguardo, conoscersi
in uno scambio di battute e un drink. Ma sapersi simili non era servito
ad avvicinarsi, solo a rendere palesi le sue intenzioni, e la riluttante
volontà di lei a cedere solo se lui avesse saputo costringervela.

Una folata di vento gonfiò le tende all'interno della stanza. L'ombra della
tenda coprì il suo corpo dalla luce della luna, ormai rossastra. Lei rabbrividì
nel sonno, e si coprì con il lenzuolo. La guardò con tristezza. Il suo viso
era pallido, e una piccola ferita risaltava sulla pelle chiara del collo.

Aveva inseguito i suoi sentimenti, e lei aveva giocato con lui, cedendo
un po'alla volta, allungando il gioco all'infinito, senza mai concedere
troppo, rendendolo pazzo di desiderio frustrato, ma determinato ad averla.


Alla fine l'aveva avuta, vincendola con la più subdola delle armi: la resa.

Erano entrati nella sua casa, dopo una silenziosa passeggiata lungo la riva
del mare, lei l'aveva guardato con tristezza infinita, e gli aveva regalato
una croce d'oro, dimostrandogli quanto avesse compreso, privandosi volontariamente
dell 'ultima protezione.

E lui l'aveva presa e gettata via, ricordò con un sorriso, mentre guardava
il suo corpo esangue rigirarsi sotto le lenzuola, e aveva preso lei con
tutta la forza e il calore di cui era capace, cercando qualcuno o qualcosa
da amare più di quanto odiasse sé stesso. Rivide la sorpresa di lei, che
aspettava il dolore, che aveva cercato l'autodistruzione, e aveva incontrato
amore e desiderio mai conosciuti. Era stata lei, quella notte, a trovare
un senso alla propria esistenza, a ricevere la forza e il desiderio del
conquistatore, ad impadronirsi di sensazioni e sentimenti con la capacità
di suscitarli.

La luna era tramontata e lui riusciva appena a distinguere il movimento
delle lenzuola, sollevate dal respiro di lei. Guardò l'orizzonte ad ovest.
Schiariva. Di già.

Ancora una volta, prendendo, aveva dato più di quanto avesse dentro di sé.


Avrebbe voluto anche lui saper prendere forza dalla capacità di infonderne.
E avrebbe voluto riceverne abbastanza da giustificare la sua esistenza,
condannato a non dimenticare.

Lanciò un ultimo sguardo alla donna distesa sul letto, la vide distintamente
nel buio, poi salì sul davanzale, spiegò le ali e volò via nella notte.


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