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Roberto Bitetti

Banshee
Deriva

 

 

 

 

 

 

 

Banshee*

* Figura leggendaria della mitologia irlandese. (N.d.A.)

 Come il vento d'estate va e viene fra gli alberi,così andava e veniva quel gemito luttuoso. "L'avvertimento di Hertford O'Donnell" Charlotte Riddell


1937

La tempesta colse l'auto del signor Haze una sera d'Ottobre lungo il viaggio che avrebbe dovuto condurlo in città. La strada di terra battuta si faceva via via impraticabile ma era deciso a non fermarsi e proseguire prima che facesse buio. Avere fretta e tenere un'andatura elevata su questi percorsi non era saggio, ma il signor Haze voleva uscirne il più rapidamente possibile.
Quando la vettura si arrestò irrimediabilmente in una voragine del terreno, si rese conto con sommo disappunto che era impossibile andare avanti. Ma al signor Haze importava più il fatto di dover sciupare un giorno di lavoro e un importante affare che si sarebbe svolto il mattino seguente, che l'idea di dover affrontare la brughiera di sera a piedi sotto la tempesta. Il suo carattere risoluto, ereditato dai nonni paterni di stirpe irlandese, tuttavia, non lo scoraggiava, e le suggestioni popolari su questi luoghi non lo sfioravano minimamente; sapeva che ad un paio di miglia a sud avrebbe trovato un piccolo centro abitato e quindi un posto dove passare la notte al riparo.
Raccolse lo stretto necessario e cominciò dunque ad incamminarsi lungo un sentiero appena tracciato da rare file di alberi magri e scuri che il vento faceva ondeggiare, ripromettendosi di recuperare l'auto il giorno seguente. Ogni tanto si voltava ad osservare la strada percorsa e la sua vettura che lentamente scompariva nell'oscurità. Non provava paura. I suoi unici pensieri erano occupati dalla questione di dover spendere del denaro per effettuare le riparazioni e per trascorrere la notte fuori casa. Senza parlare dei mancati guadagni dell'affare che avrebbe dovuto sbrigare l'indomani. Lo urtava persino il fatto di doversi recare in un piccolo paese di provincia e venire in contatto con quella gente che riteneva ottusa e senza piglio.
La pioggia scendeva sempre più fitta, e il signor Haze tentava di proteggersi dall'acqua e dal freddo avvolgendosi alla meglio nel cappotto. Nonostante la visibilità fosse scarsa, cercava in tutti i modi di non perdersi, avvalendosi anche della torcia che teneva saldamente nella mano destra.
La luce era flebile ma il signor Haze si fidava soprattutto del suo istinto, e il sentiero lo condusse a quello che aveva tutta l'aria di un camposanto abbandonato. Notò con disappunto che mancava ancora circa un miglio al paese e incominciò a superare quel terreno disseminato di croci di legno fradicio e lapidi di marmo tanto modeste quanto rare. Maledisse quel posto che doveva essere un cimitero di povera gente, forse contadini, e disprezzò il fatto che, per assurde suggestioni folkloristiche, i morti venissero seppelliti così lontano dalla civiltà.
Pensò anche che fosse uno strano posto per costruirvi un camposanto dato che il terreno argilloso e sabbioso della brughiera di certo non favoriva la conservazione dei "cari estinti". Ma forse era stato proprio per questo motivo che questo luogo era stato abbandonato.
Il vento e il freddo diventavano intanto sempre più pungenti e il signor Haze, prima di proseguire, si soffermò un attimo a riflettere su quale fosse la strada da scegliere.
Era assai strano come il vento che passava tra i piccoli alberi, unito al rumore della pioggia, creasse uno strano suono, quasi un sibilo non facilmente percepibile. Passò qualche istante e tutto divenne più distinto. Sembrava quasi un grido fievole, simile a un lamento, che fluttuava nell'aria; un gemito che cresceva d'intensità e solo a tratti si interrompeva, come se fosse un singhiozzo, per poi riprendere con maggior vigore e infine affievolirsi, spegnersi, e riprendere nuovamente.
Il signor Haze si voltò di scatto per cercare di capire da dove provenisse questo suono e i suoi occhi incontrarono ciò che non avrebbe mai voluto vedere nella sua vita.
Era una Banshee.
In un attimo gli tornarono in mente i racconti che aveva ascoltato da bambino a cui non aveva mai veramente creduto. Si ricordava dei cantastorie irlandesi, i "seanchaì", che attorno a un focolare affascinavano gli ascoltatori narrando di storie grottesche e inquietanti.
La Banshee era una tra queste. Tale apparizione avveniva subito prima di una morte, si manifestava con un gemito di dolore e si materializzava sotto forma di una giovane ragazza o di una vecchia avvolta in abiti a strascico.
Era proprio ciò che il signor Haze aveva davanti a sé in quel momento. A poche decine di metri si trovava una figura femminile, una fanciulla con un lungo lenzuolo che le scendeva giù per il corpo ed ondeggiava al vento; essa avanzava lentamente e sembrava che i suoi piedi non toccassero il suolo. Il volto della giovane era pallido e segnato da una smorfia di dolore, e la bocca semiaperta lasciava uscire un gemito ultraterreno mentre gli occhi erano gonfi ed arrossati a causa del pianto incessante.
A sua volta il viso serio del signor Haze assunse un aspetto mai visto: un terrore indicibile ne segnava ora i lineamenti. Che la Banshee presagisse la sua morte imminente? Tale pensiero si insediò in modo orribile nella sua mente e la paura gli fece scivolare dalla mano la torcia ancora accesa che cadde a terra e si spense al contatto con la terra bagnata; ma ora il camposanto era totalmente illuminato da quell'immagine, da quel lungo vestito bianchissimo.
Il signor Haze era immobilizzato sulle gambe. Sentiva il suo cuore battere forte in petto e gli sembrava che la forte emozione non gli consentisse più di respirare. La sua voce, che era sempre stata calma e pacata, era ora fievole e sconnessa:
"Chi sei?" - affermò con voce tremolante - "Sei realmente tu?"
E ancora: "Vieni per me?"
Ma l'unica risposta fu un lamento che si faceva sempre più vicino ed era oramai diventato insopportabile.
Gli occhi del signor Haze incrociarono all'improvviso un qualcosa di cui non si era accorto precedentemente: una piccola struttura di pietra, probabilmente una cripta situata a una cinquantina di metri da lui. Ritrovò le forze e prese a correre senza voltarsi, arrancando con fatica nel fango della terra bagnata.
Non fu difficile entrare e chiudersi dentro, dato che l'ingresso era garantito da un vecchio e rovinato portale di legno i cui cardini erano segnati dal tempo e dall'umidità. Afferrò qualcosa, forse una pesante pietra, e la pose davanti all'uscio per fare in modo che la Banshee non potesse entrare.
Tutto ora tornato nel silenzio: si poteva sentire solo il rumore della pioggia e l'ululato del vento, ma niente di più. La cripta era avvolta in una completa oscurità che non permetteva allo stesso signor Haze, il quale si trovava al centro della stanza, di vedere nulla. La cosa tuttavia non gli dispiaceva affatto.
Trascorsero lunghi e interminabili momenti in cui poté ascoltare il suo cuore, il cui battito tornava ad essere regolare, i suoi respiri che si facevano più profondi e le gocce d'acqua che grondavano dal soffitto e dal suo cappotto bagnato.
Non sapeva cosa fare, se aspettare che la tempesta si placasse e rimanere lì al buio o uscire e correre all'impazzata verso il paese sperando che la Banshee non si trovasse più fuori.
Chiuse gli occhi. Ma quando li riaprì, non poté trattenere un urlo strozzato dal terrore. A pochi metri si trovava la giovane in lacrime che tornava ad emettere un lamento straziante e che con il suo abito bianchissimo illuminava la cripta e le vecchie casse di legno disseminate al suo interno.
Il volto della Banshee mutò all'improvviso e assunse le sembianze di una vecchia megera in preda a un dolore sconfortante, scaraventando il signor Haze nel pieno terrore. Questi indietreggiò, un passo, due passi, fino ad urtare un bastione di legno e a provocare la caduta di una pesante bara posta su un ripiano in alto che, piombandogli addosso, lo fece stramazzare a terra.
Il corpo esanime giaceva lì sul terreno mentre il sangue si mischiava alla acqua piovana. Tornò il silenzio. La Banshee scompariva nella notte e il lungo lenzuolo che la ricopriva era ora diventato il freddo sudario del signor Haze.

 

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Deriva

L'oceano ha gli occhi di chi riflette su cose misteriose;e nelle intricate correnti aleggia la presenza di un colosso inerte che finalmente salirà dagli abissi antichissimi e camminerà sulla terra. The Night Ocean  R.H.Barlow




I-

La barca di Mor Larsen arrivò stancamente a Norkfolt nel settembre di parecchi anni orsono. Il marinaio era giunto lì una sera al calare delle ultime luci del tramonto, dopo tre lunghe settimane trascorse interamente in mare in perfetta solitudine.
Sapeva bene di avere assolutamente bisogno di riposo dopo quel viaggio estenuante, e benché fosse sempre stato un uomo schivo a cui non piacesse stare in mezzo alla gente (tutti gli uomini di mare lo sono in fondo), quella sera in cui il cielo era terso e appena illuminato dalla pallida luna, forse attratto dalla terraferma che da tempo non vedeva, decise di scendere alla taverna situata presso il molo.
La "Drague Inn" si presentava tutt'altro che accogliente. Vista dal di fuori era squallida e mal strutturata e l'insegna praticamente illeggibile appesa alla facciata era costituita da un asse di legno fradicio.
Non che a Mor importasse più di tanto. L'unica cosa che in quel momento desiderava era trascorrere un paio d'ore in tranquillità ed annegare i suoi pensieri in un buona bottiglia di rum.
Una volta varcata la soglia della taverna si entrava in un ambiente migliore di quello che appariva dall'esterno. Gran parte di ciò che si poteva vedere era costituito da legno: le pareti, il soffitto, gli scaffali, il pavimento, e numerose casse e barili che si trovavano sparpagliati per l'unico ma ampio stanzone, dovevano derivare da fusti d'albero massicci e robusti. Inutile parlare della confusione e della densa nebbia di fumo da tabacco che aleggiava nella taverna.
Ma quel brusio di voci, il fragore delle risate, quella strana atmosfera insomma, suonavano alle orecchie di Mor come un qualcosa di veramente insolito per chi come lui aveva trascorso lunghe giornate nel completo silenzio.
Tuttavia non era suo interesse, o per meglio dire, non era nella sua natura, partecipare alle discussioni tra marinai e mostrare eccessiva confidenza. Il suo carattere chiuso e riservato non glielo avrebbe permesso.
Nessuno, o per lo meno apparentemente, si accorse del suo ingresso. Tutte le persone presenti, che a giudicarle dalla prima impressione sembravano tutti marinai, erano troppo presi a gozzovigliare e a ubriacarsi per potersi veramente curare di chi entrasse o uscisse dalla taverna. Mor si soffermò quindi un attimo a studiare la situazione e poi decise di acquattarsi in fondo al bancone dove avrebbe potuto usufruire di maggiore tranquillità.
Decise pertanto di dare le spalle al salone proprio per fare in modo che nessuno gli potesse rivolgere parola e di mantenere gli occhi fissi sul bancone.

II-

Ma qualcosa che si trovava davanti a lui, destò subito il suo interesse. Ovvero, sulla parete, oltre a trovare scaffali piene di brocche, bottiglie contrassegnate da etichette scolorite e quant'altro, si potevano osservare un paio di mezzetinte di modeste dimensioni appese ad un vecchio chiodo. Mor capì subito, anche se non era certo un intenditore d'arte, che si dovevano trattare di piccole opere senza alcuna pretesa, probabilmente eseguite da un dilettante, magari un marinaio di passaggio qui a Norkfolt che le aveva dipinte. Sembravano pressoché identiche, invece a un più attento sguardo si potevano scorgere lievi differenze. Entrambe raffiguravano una spiaggia di mare di notte al flebile chiarore della luna, ma le figure presenti, difficilmente distinguibili, si trovavano in posizioni differenti nelle due mezzetinte.
Osservarle richiedeva un ulteriore sforzo dato che era presente un'oscurità aggiuntiva. Se si fosse trattata di una nebbia abilmente raffigurata dall'autore o più semplicemente di sporcizia o di una spessa patina di fumo non era facile dirlo, in special modo perché Mor non si trovava a una distanza tale da effettuare un'accurata analisi. Ma torniamo a ciò che rappresentavano. Nella prima mezzatinta si poteva scorgere in primo piano una persona, probabilmente un uomo, raffigurata di spalle ai piedi della spiaggia che sembrava osservare ciò che si presentava davanti a lui: un mare calmissimo appena illuminato dal fascio lunare e una qualche cosa o qualcuno che si trovava sulla riva. Non si sarebbe potuto dire infatti se questa si trattasse di una particolare sporgenza o di un'altra persona: ma pareva chiaro che in quest'ultimo caso la figura dovesse trovarsi seduta. Nella seconda, l'uomo in primo piano scompariva e dava spazio alla visione del mare che ora presentava in più punti strane increspature dalla forma bizzarra, e il loro risalto era dovuto alla lucentezza e alla brillantezza della spuma delle onde conferito dalla luce lunare; quella cosa o quel qualcuno situato in riva al mare si trovava invece nella stessa posizione del dipinto precedente.
Strano fatto quello di raffigurare due scene assai simili tra loro. Mor non riusciva a capire la loro connessione. Forse dovevano seguire un processo logico: ipotizzò che magari l'autore delle mezzetinte ne avesse eseguite delle altre che però non erano presenti nella taverna. Mor si voltò in più direzioni cercando di scrutarne altre che potessero essere appese ad un'altra parete. Ma niente di tutto questo, solo qualche quadro di modeste proporzioni che raffiguravano scene di pesca, ma che non avevano senz'altro alcuna attinenza con i due dipinti in questione. Anzi, un'ulteriore particolare che lo colpì, che non aveva notato precedentemente, fu il fatto che alla base delle cornice delle due mezzetinte si trovavano due minuscole ma profonde incisioni. Una scritta a quanto pareva, probabilmente il titolo delle due opere. Ebbene, dopo qualche tentativo per decifrarne il contenuto, Mor poté leggere "Deriva" su entrambe. Identico titolo, ma raffigurazioni leggermente diverse. Difficile credere che a tale incisione ne potesse seguire un'altra, quale ad esempio un numero, in modo tale che si potesse capire che fossero ordinate in senso cronologico. Niente di tutto questo. Le cornici, fatta eccezione per l'incisione in questione, erano intatte, e se il tempo, l'umidità, la sporcizia o altro avessero cancellato qualcosa, si sarebbe sicuramente notato.

III-

Mor Larsen tornò ai suoi pensieri e alla bottiglia di rum che aveva davanti quando il suo sguardo incrociò il volto di un uomo che sedeva accanto a lui. Egli non ricordava se fosse già presente al suo arrivo. Probabilmente era giunto dopo e non se ne era accorto, preso dalle considerazioni sulle due mezzetinte che tanto avevano suscitato il suo interesse.
L'aspetto dell'uomo era misterioso quanto strano. Mor lo scorse con la coda dell'occhio per fare in modo che non si accorgesse che lo stesse osservando, ma poi, non riuscendo inspiegabilmente a distinguere i lineamenti del suo viso, attratto da qualcosa a cui non era possibile sottrarsi, Mor diresse il suo sguardo più volte verso quella losca figura, quasi non curandosi della possibilità di essere scoperto.
Non c'era nulla da fare. Gli occhi di Mor erano completamente in balia di quell'immagine: una figura di un uomo, il quale gli appariva di profilo, che teneva le braccia conserte sul bancone. Cosa che gli impediva di vedere le mani. La sua corporatura, a un'attenta analisi, gli appariva gracile e poco ossuta benché (ma questa forse era solo una ipotesi) il pesante e sudicio cappotto scuro che lo avvolgeva gli conferisse una maggiore robustezza. I pantaloni che l'uomo indossava sembravano di buon tessuto, pur tuttavia gli scarponi che portava ai piedi erano vecchi e sporchi di fango. Cosa strana visto che in paese non aveva piovuto e che non si doveva trattare di sabbia bagnata o di qualcos'altro di natura marina.
Si è già accennato al fatto che era assai arduo distinguere la forma del suo volto. Probabilmente l'uomo aveva la carnagione scura ma questo da solo non bastava a spiegare tutto ciò. Le spesse palpebre coprivano gli occhi semichiusi fissi sul bancone, mentre un vecchio cappello consunto dal tempo gli nascondeva i capelli e gli celava la quasi totalità del volto. Sembrava impietrito, e solo a tratti il suo corpo vacillava leggermente come se stesse tremando. Di tanto in tanto si aggiustava, muovendo in su le spalle, il suo cappotto che sembrava assumere il compito, oltre quello di celarlo per bene, di coprirlo dal freddo. Freddo che non si avvertiva assolutamente nella taverna: la massa di persone presenti, il fumo denso e l'odore dell'alcool rendevano l'aria calda e irrespirabile.
Ma per chi come il marinaio Mor Larsen ha viaggiato per mare in lungo e in largo sa che in ogni luogo in cui si viene a contatto, le malattie sono dietro l'angolo e non è sempre facile abituarsi ai differenti tipi di clima. Impossibile sapere se ciò dovesse riguardare la persona in questione, che tra l'altro, con la sua misteriosa identità, non riusciva a far comprenderne l'età.
Mor chiuse non senza sforzo gli occhi per cercare di distogliersi da ciò che aveva catturato il suo sguardo, e dopo qualche istante li riaprì, questa volta indirizzandoli verso il bicchiere di rum ancora mezzo pieno che aveva davanti e che faceva ruotare tra le sua dita. Tale movimento creava insieme con la luce fioca che illuminava la taverna, degli strani effetti, i quali facevano luccicare il bicchiere e lo proiettavano in uno stato di ipnosi.
Passò qualche minuto, ossia quando il vociare degli altri marinai diventò sempre più persistente, prima che Mor si ridestasse da quella sorta di dormiveglia.
Afferrò il bicchiere e senza esitazione mandò giù tutto di un fiato. Sapeva bene che quella sera si sarebbe sbronzato e forse avrebbe avvertito di meno la malinconia che gli batteva forte in petto.


IV-

Quando si voltò, Mor si accorse che l'uomo misterioso lo stava osservando. C'era qualcosa di affascinante ma allo stesso tempo di terribile in quella persona. Era ancora impossibile distinguere nettamente i lineamenti del suo volto ma ora si potevano vedere con chiarezza i suoi occhi. Due nere pupille contornate da due cornee bianchissime che scintillavano e sembravano avessero il potere di leggere la mente. La sua bocca era semichiusa e lasciava spazio a denti ingialliti e rovinati che digrignavano. Per qualche istante Mor rimase immobile, poi, grazie a uno sforzo che gli parve incredibile, i suoi occhi tornarono al bicchiere di rum, ora vuoto. Quell'uomo suscitava in lui qualcosa di inquietante che non sapeva interamente spiegare con il volto che aveva osservato.
Mor si voltò di nuovo. Lo sgabello di legno marcio sui cui l'uomo era seduto era adesso vuoto. Questi era scomparso in modo misterioso così come era apparso la prima volta. Il fatto di non essersi accorto dell'arrivo (e successivamente di quella che poteva sembrare una fuga) di colui che si trovava pressoché accanto a Mor, lo stupiva e lo innervosiva non poco.
Sollevò gli occhi dirigendo il suo sguardo verso il resto del grosso salone e in particolare verso la porta cercando di riconoscere tra le tante persone presenti, quel losco individuo. Cosa non facile data la confusione e quella maledetta nebbia di fumo. Ma il caso volle che Mor riuscisse a vedere quell'uomo mentre silenziosamente usciva dalla taverna, e potesse seguirlo appena fu in grado di farsi largo tra la massa di ubriaconi che si trovavano nell'ampio salone. Non sapeva bene perché lo stesse facendo, cosa lo stesse spingendo senza che potesse opporsi. Era qualcosa più forte di lui.
Ma tornare all'aperto non gli dispiaceva affatto: abbandonava quella gentaglia ma soprattutto quel caldo e quel fumo soffocante.
Soffiava una leggera brezza e l'aria fresca che batteva sul viso di Mor lo rallegrava e sembrava purificarlo da quell'ambiente chiuso e opprimente. Probabilmente l'immenso oceano gli piaceva proprio per questo. Quando si trovava in mare aperto non di rado chiudeva gli occhi e sentiva l'odore dell'acqua verde e l'aria che lambiva il suo corpo. Una piacevole sensazione, un momento in cui si sentiva veramente libero e non lontano da casa. 


V-

Le strade erano semideserte e silenziose e fu per questo che per Mor fu facile notare l'uomo mentre procedeva con passo lento e goffo, nonostante fosse uscito dalla taverna qualche attimo dopo di questi.
Mor mantenne una certa distanza che però gli consentisse di osservarlo sempre abbastanza bene. Fu talmente preso dallo scrutare ogni suo particolare gesto e movimento e dal fatto che in più punti incespicava, che non si accorse che l'uomo si stesse dirigendo verso la spiaggia; e non verso il porticciolo dove avevano attraccato le barche dei marinai.
Mor continuava a seguirlo anche se a tratti si chiedeva il senso di tutto ciò: l'uomo forse cercava solo un punto solitario per ubriacarsi ed annegare i suoi dispiaceri nell'alcol.
Abbandonato il sentiero, sotto ai loro piedi ora c'era la soffice sabbia marina e l'uomo sembrava  trovarsi più a suo agio su questo tipo di terreno che sulla strada battuta e proseguiva a passo più spedito. Mor dovette accelerare il passo per non perderlo di vista, anche perché l'oscurità era sempre più fitta, ponendo maggior cura a non provocare alcun rumore. Si acquattò dietro ciò che rimaneva di una barca ormai abbandonata da tempo, mentre l'uomo, qualche metro più avanti, si sedeva sul bagnasciuga.
Questi rimase a lungo immobile. Nessun movimento, nessun rumore.
L'unica cosa che ora si poteva sentire era il suono delle onde infrangersi sulla riva. E c'era un'inspiegabile nebbia fitta, ma per fortuna il chiarore lunare illuminava almeno un poco la spiaggia.


VI-

Dopo alcuni minuti trascorsi senza che accadesse nulla, la situazione mutò. Il vento riprese a soffiare più forte e come se non bastasse ora la luna era oscurata da nubi minacciose.
Passarono alcuni istanti immersi in un buio pressoché totale. Quando i flebili raggi lunari tornarono a far capolino sulla spiaggia lo scenario che si presentava era totalmente cambiato. Un brivido di freddo e di paura percorse il corpo di Mor.
Il mare incominciò ad agitarsi furiosamente: sulla sua superficie si poteva notare la spuma bianca che contrastava con l'acqua nera, mentre le onde si rincorrevano e si infrangevano sulla riva in un rapido susseguirsi.
Sembrava fosse il prologo di qualcosa di terribile. Dell'uomo che giaceva seduto sul bagnasciuga non vi era più traccia, era scomparso. Mor rimase lì fermo, sbigottito. L'oscurità era durata pochi attimi e quella misteriosa figura era sparita senza che lui potesse accorgersene.
Ma qualcosa ora si muoveva tra le acque. Era senz'altro una persona, e pareva annaspare tra le gelide onde cercando di tenersi a galla. Mor si avvicinò di gran fretta verso la riva. Non sapeva bene cosa volesse fare, forse cercare di evitare quello che avrebbe potuto trattarsi di un suicidio.
Notò i vestiti abbandonati dell'uomo lì sulla fredda sabbia. Fatto strano per una persona che volesse farla finita. Aveva senso spogliarsi prima di lasciarsi annegare nell'oceano?
Il mare increspato, a un nuovo sguardo, stavolta non faceva intravedere nulla, o per meglio dire nessuno, sulla sua superficie.
Fu quando Mor raccolse il sudicio cappotto del misterioso proprietario che un intenso quanto insopportabile fetore di pesce per poco non gli fece perdere i sensi e lo costrinse a gettare via l'indumento; non prima, di aver notato delle squame o qualcosa di simile al suo interno.
Mor cercò in fretta di riprendersi ma all'improvviso una presa infernale gli afferrò le gambe e lo sballottò sulla sabbia bagnata. Il dolore fu questione di un attimo e si acutizzò in maniera impressionante. Il suo grido straziante riecheggiò nell'aria e si strozzò solo quando il fiato cominciò a mancargli. Inutile il tentativo di divincolarsi. Mor cercò con gli occhi, mentre lentamente veniva trascinato verso il mare, di rendersi conto di ciò che stesse accadendo. Qualcosa d'inumano lo tirava a sé. I lineamenti del corpo viscido e nero di quella orrenda creatura erano difficilmente distinguibili data l'oscurità, ma ciò che si poteva ben notare erano i suoi occhi. Gli stessi dell'uomo che per alcuni istanti lo aveva osservato alla taverna con le sue pupille scintillanti al flebile chiarore della luna, contornate da cornee bianche e terrificanti.
Lo sguardo di quella creatura gli strappò un urlo ancora più forte che tuttavia non sarebbe stato possibile udire. La taverna era distante e sullo sfondo si poteva ascoltare l'inquietante gorgoglio del mare.
Mor provò con le poche forze rimaste ad aggrapparsi a qualche appiglio ma le sue mani scivolavano a contatto con la fredda sabbia umida, mentre lentamente veniva risucchiato nell'acqua del mare che si colorava del suo sangue. Suoni gutturali e sibili acutissimi provenienti dal mare aperto, emessi chissà da quale creatura degli abissi, stridevano nell'aria.
Queste furono le ultime cose che il marinaio Mor Larsen riuscì ad udire prima che la sua ombra si dissolvesse nell'oceano notturno.


VII-

Di lui non si seppe più nulla. Data la natura introversa e il suo ostentato isolamento da tutto e da tutti nessuno si accorse della scomparsa prima che fossero trascorse due settimane. Modeste ricerche portarono solo al ritrovamento a largo di Norkfolt degli indumenti che alcuni marinai che lo conoscevano giudicarono suoi; il fatto che fossero lacerati in più punti non significava nulla e non poteva far presagire a nulla di talmente terribile. La morte di Mor era data per certa, impossibile sfuggire all'oceano, che in questo periodo era freddo e implacabile. Si ipotizzava un annegamento, cosa non poco frequente anche per un marinaio esperto, benché non si potesse certo immaginare cosa fosse successo, dato che inoltre la sua barca era ancora attraccata nel porticciolo di Norkfolt. Quanto al suo mancato ritrovamento, le correnti avrebbero potuto facilmente trascinare il corpo lontano, ma i vecchi uomini di mare erano certi che con la primavera, la tomba verde avrebbe restituito ciò che sarebbe rimasto di Mor Larsen.
Trascorsero alcuni mesi e un pescatore, che si trovava sulla prua della sua barca in una sera illuminata dalla luna e dalle stelle, giurò di aver visto una creatura dal colore nerastro venire su in superficie che lo fissava in un modo inconcepibile per un animale marino. Egli disse di avervi riconosciuto gli occhi del suo cugino Mor.
Sono passati oltre cinque anni ma il corpo del marinaio Larsen non è mai stato ritrovato. Le cronache riportano spesso di altre misteriose sparizioni avvenute a Norkfolt e nei paesi adiacenti, e di numerose testimonianze di avvistamenti di creature marine da parte di persone che hanno riconosciuto in questi ibridi gli occhi degli scomparsi. Ma non si è mai venuto a qualcosa di concreto e di certo.
Di sicuro niente si sa e probabilmente mai si saprà nulla del fatto che le due mezzetinte avessero così infallibilmente previsto quello che accadde a Mor, e forse anche alle altre persone scomparse, quella sera. Anche il nome del loro autore è e rimarrà ignoto per sempre.
 

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