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Banshee*
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Figura leggendaria della mitologia irlandese. (N.d.A.)
Come il vento d'estate va e viene fra gli alberi,così andava e veniva quel
gemito luttuoso. "L'avvertimento di Hertford O'Donnell"
Charlotte Riddell
1937
La tempesta colse l'auto del signor Haze una sera d'Ottobre
lungo il viaggio che avrebbe dovuto condurlo in città. La strada
di terra battuta si faceva via via impraticabile ma era deciso a
non fermarsi e proseguire prima che facesse buio. Avere fretta e
tenere un'andatura elevata su questi percorsi non era saggio, ma
il signor Haze voleva uscirne il più rapidamente possibile.
Quando la vettura si arrestò irrimediabilmente in una voragine
del terreno, si rese conto con sommo disappunto che era
impossibile andare avanti. Ma al signor Haze importava più il
fatto di dover sciupare un giorno di lavoro e un importante
affare che si sarebbe svolto il mattino seguente, che l'idea di
dover affrontare la brughiera di sera a piedi sotto la tempesta.
Il suo carattere risoluto, ereditato dai nonni paterni di stirpe
irlandese, tuttavia, non lo scoraggiava, e le suggestioni
popolari su questi luoghi non lo sfioravano minimamente; sapeva
che ad un paio di miglia a sud avrebbe trovato un piccolo centro
abitato e quindi un posto dove passare la notte al riparo.
Raccolse lo stretto necessario e cominciò dunque ad incamminarsi
lungo un sentiero appena tracciato da rare file di alberi magri
e scuri che il vento faceva ondeggiare, ripromettendosi di
recuperare l'auto il giorno seguente. Ogni tanto si voltava ad
osservare la strada percorsa e la sua vettura che lentamente
scompariva nell'oscurità. Non provava paura. I suoi unici
pensieri erano occupati dalla questione di dover spendere del
denaro per effettuare le riparazioni e per trascorrere la notte
fuori casa. Senza parlare dei mancati guadagni dell'affare che
avrebbe dovuto sbrigare l'indomani. Lo urtava persino il fatto
di doversi recare in un piccolo paese di provincia e venire in
contatto con quella gente che riteneva ottusa e senza piglio.
La pioggia scendeva sempre più fitta, e il signor Haze tentava
di proteggersi dall'acqua e dal freddo avvolgendosi alla meglio
nel cappotto. Nonostante la visibilità fosse scarsa, cercava in
tutti i modi di non perdersi, avvalendosi anche della torcia che
teneva saldamente nella mano destra.
La luce era flebile ma il signor Haze si fidava soprattutto del
suo istinto, e il sentiero lo condusse a quello che aveva tutta
l'aria di un camposanto abbandonato. Notò con disappunto che
mancava ancora circa un miglio al paese e incominciò a superare
quel terreno disseminato di croci di legno fradicio e lapidi di
marmo tanto modeste quanto rare. Maledisse quel posto che doveva
essere un cimitero di povera gente, forse contadini, e disprezzò
il fatto che, per assurde suggestioni folkloristiche, i morti
venissero seppelliti così lontano dalla civiltà.
Pensò anche che fosse uno strano posto per costruirvi un
camposanto dato che il terreno argilloso e sabbioso della
brughiera di certo non favoriva la conservazione dei "cari
estinti". Ma forse era stato proprio per questo motivo che
questo luogo era stato abbandonato.
Il vento e il freddo diventavano intanto sempre più pungenti e
il signor Haze, prima di proseguire, si soffermò un attimo a
riflettere su quale fosse la strada da scegliere.
Era assai strano come il vento che passava tra i piccoli alberi,
unito al rumore della pioggia, creasse uno strano suono, quasi
un sibilo non facilmente percepibile. Passò qualche istante e
tutto divenne più distinto. Sembrava quasi un grido fievole,
simile a un lamento, che fluttuava nell'aria; un gemito che
cresceva d'intensità e solo a tratti si interrompeva, come se
fosse un singhiozzo, per poi riprendere con maggior vigore e
infine affievolirsi, spegnersi, e riprendere nuovamente.
Il signor Haze si voltò di scatto per cercare di capire da dove
provenisse questo suono e i suoi occhi incontrarono ciò che non
avrebbe mai voluto vedere nella sua vita.
Era una Banshee.
In un attimo gli tornarono in mente i racconti che aveva
ascoltato da bambino a cui non aveva mai veramente creduto. Si
ricordava dei cantastorie irlandesi, i "seanchaì", che attorno a
un focolare affascinavano gli ascoltatori narrando di storie
grottesche e inquietanti.
La Banshee era una tra queste. Tale apparizione avveniva subito
prima di una morte, si manifestava con un gemito di dolore e si
materializzava sotto forma di una giovane ragazza o di una
vecchia avvolta in abiti a strascico.
Era proprio ciò che il signor Haze aveva davanti a sé in quel
momento. A poche decine di metri si trovava una figura
femminile, una fanciulla con un lungo lenzuolo che le scendeva
giù per il corpo ed ondeggiava al vento; essa avanzava
lentamente e sembrava che i suoi piedi non toccassero il suolo.
Il volto della giovane era pallido e segnato da una smorfia di
dolore, e la bocca semiaperta lasciava uscire un gemito
ultraterreno mentre gli occhi erano gonfi ed arrossati a causa
del pianto incessante.
A sua volta il viso serio del signor Haze assunse un aspetto mai
visto: un terrore indicibile ne segnava ora i lineamenti. Che la
Banshee presagisse la sua morte imminente? Tale pensiero si
insediò in modo orribile nella sua mente e la paura gli fece
scivolare dalla mano la torcia ancora accesa che cadde a terra e
si spense al contatto con la terra bagnata; ma ora il camposanto
era totalmente illuminato da quell'immagine, da quel lungo
vestito bianchissimo.
Il signor Haze era immobilizzato sulle gambe. Sentiva il suo
cuore battere forte in petto e gli sembrava che la forte
emozione non gli consentisse più di respirare. La sua voce, che
era sempre stata calma e pacata, era ora fievole e sconnessa:
"Chi sei?" - affermò con voce tremolante - "Sei realmente tu?"
E ancora: "Vieni per me?"
Ma l'unica risposta fu un lamento che si faceva sempre più
vicino ed era oramai diventato insopportabile.
Gli occhi del signor Haze incrociarono all'improvviso un
qualcosa di cui non si era accorto precedentemente: una piccola
struttura di pietra, probabilmente una cripta situata a una
cinquantina di metri da lui. Ritrovò le forze e prese a correre
senza voltarsi, arrancando con fatica nel fango della terra
bagnata.
Non fu difficile entrare e chiudersi dentro, dato che l'ingresso
era garantito da un vecchio e rovinato portale di legno i cui
cardini erano segnati dal tempo e dall'umidità. Afferrò
qualcosa, forse una pesante pietra, e la pose davanti all'uscio
per fare in modo che la Banshee non potesse entrare.
Tutto ora tornato nel silenzio: si poteva sentire solo il rumore
della pioggia e l'ululato del vento, ma niente di più. La cripta
era avvolta in una completa oscurità che non permetteva allo
stesso signor Haze, il quale si trovava al centro della stanza,
di vedere nulla. La cosa tuttavia non gli dispiaceva affatto.
Trascorsero lunghi e interminabili momenti in cui poté ascoltare
il suo cuore, il cui battito tornava ad essere regolare, i suoi
respiri che si facevano più profondi e le gocce d'acqua che
grondavano dal soffitto e dal suo cappotto bagnato.
Non sapeva cosa fare, se aspettare che la tempesta si placasse e
rimanere lì al buio o uscire e correre all'impazzata verso il
paese sperando che la Banshee non si trovasse più fuori.
Chiuse gli occhi. Ma quando li riaprì, non poté trattenere un
urlo strozzato dal terrore. A pochi metri si trovava la giovane
in lacrime che tornava ad emettere un lamento straziante e che
con il suo abito bianchissimo illuminava la cripta e le vecchie
casse di legno disseminate al suo interno.
Il volto della Banshee mutò all'improvviso e assunse le
sembianze di una vecchia megera in preda a un dolore
sconfortante, scaraventando il signor Haze nel pieno terrore.
Questi indietreggiò, un passo, due passi, fino ad urtare un
bastione di legno e a provocare la caduta di una pesante bara
posta su un ripiano in alto che, piombandogli addosso, lo fece
stramazzare a terra.
Il corpo esanime giaceva lì sul terreno mentre il sangue si
mischiava alla acqua piovana. Tornò il silenzio. La Banshee
scompariva nella notte e il lungo lenzuolo che la ricopriva era
ora diventato il freddo sudario del signor Haze.
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Deriva
L'oceano ha gli occhi di chi riflette
su cose misteriose;e nelle intricate correnti aleggia la
presenza di un colosso inerte che finalmente salirà dagli abissi
antichissimi e camminerà sulla terra. The Night Ocean
R.H.Barlow
I-
La barca di Mor Larsen arrivò stancamente a Norkfolt nel
settembre di parecchi anni orsono. Il marinaio era giunto lì una
sera al calare delle ultime luci del tramonto, dopo tre lunghe
settimane trascorse interamente in mare in perfetta solitudine.
Sapeva bene di avere assolutamente bisogno di riposo dopo quel
viaggio estenuante, e benché fosse sempre stato un uomo schivo a
cui non piacesse stare in mezzo alla gente (tutti gli uomini di
mare lo sono in fondo), quella sera in cui il cielo era terso e
appena illuminato dalla pallida luna, forse attratto dalla
terraferma che da tempo non vedeva, decise di scendere alla
taverna situata presso il molo.
La "Drague Inn" si presentava tutt'altro che accogliente. Vista
dal di fuori era squallida e mal strutturata e l'insegna
praticamente illeggibile appesa alla facciata era costituita da
un asse di legno fradicio.
Non che a Mor importasse più di tanto. L'unica cosa che in quel
momento desiderava era trascorrere un paio d'ore in tranquillità
ed annegare i suoi pensieri in un buona bottiglia di rum.
Una volta varcata la soglia della taverna si entrava in un
ambiente migliore di quello che appariva dall'esterno. Gran
parte di ciò che si poteva vedere era costituito da legno: le
pareti, il soffitto, gli scaffali, il pavimento, e numerose
casse e barili che si trovavano sparpagliati per l'unico ma
ampio stanzone, dovevano derivare da fusti d'albero massicci e
robusti. Inutile parlare della confusione e della densa nebbia
di fumo da tabacco che aleggiava nella taverna.
Ma quel brusio di voci, il fragore delle risate, quella strana
atmosfera insomma, suonavano alle orecchie di Mor come un
qualcosa di veramente insolito per chi come lui aveva trascorso
lunghe giornate nel completo silenzio.
Tuttavia non era suo interesse, o per meglio dire, non era nella
sua natura, partecipare alle discussioni tra marinai e mostrare
eccessiva confidenza. Il suo carattere chiuso e riservato non
glielo avrebbe permesso.
Nessuno, o per lo meno apparentemente, si accorse del suo
ingresso. Tutte le persone presenti, che a giudicarle dalla
prima impressione sembravano tutti marinai, erano troppo presi a
gozzovigliare e a ubriacarsi per potersi veramente curare di chi
entrasse o uscisse dalla taverna. Mor si soffermò quindi un
attimo a studiare la situazione e poi decise di acquattarsi in
fondo al bancone dove avrebbe potuto usufruire di maggiore
tranquillità.
Decise pertanto di dare le spalle al salone proprio per fare in
modo che nessuno gli potesse rivolgere parola e di mantenere gli
occhi fissi sul bancone.
II-
Ma qualcosa che si trovava davanti a lui, destò subito il suo
interesse. Ovvero, sulla parete, oltre a trovare scaffali piene
di brocche, bottiglie contrassegnate da etichette scolorite e
quant'altro, si potevano osservare un paio di mezzetinte di
modeste dimensioni appese ad un vecchio chiodo. Mor capì subito,
anche se non era certo un intenditore d'arte, che si dovevano
trattare di piccole opere senza alcuna pretesa, probabilmente
eseguite da un dilettante, magari un marinaio di passaggio qui a
Norkfolt che le aveva dipinte. Sembravano pressoché identiche,
invece a un più attento sguardo si potevano scorgere lievi
differenze. Entrambe raffiguravano una spiaggia di mare di notte
al flebile chiarore della luna, ma le figure presenti,
difficilmente distinguibili, si trovavano in posizioni
differenti nelle due mezzetinte.
Osservarle richiedeva un ulteriore sforzo dato che era presente
un'oscurità aggiuntiva. Se si fosse trattata di una nebbia
abilmente raffigurata dall'autore o più semplicemente di
sporcizia o di una spessa patina di fumo non era facile dirlo,
in special modo perché Mor non si trovava a una distanza tale da
effettuare un'accurata analisi. Ma torniamo a ciò che
rappresentavano. Nella prima mezzatinta si poteva scorgere in
primo piano una persona, probabilmente un uomo, raffigurata di
spalle ai piedi della spiaggia che sembrava osservare ciò che si
presentava davanti a lui: un mare calmissimo appena illuminato
dal fascio lunare e una qualche cosa o qualcuno che si trovava
sulla riva. Non si sarebbe potuto dire infatti se questa si
trattasse di una particolare sporgenza o di un'altra persona: ma
pareva chiaro che in quest'ultimo caso la figura dovesse
trovarsi seduta. Nella seconda, l'uomo in primo piano scompariva
e dava spazio alla visione del mare che ora presentava in più
punti strane increspature dalla forma bizzarra, e il loro
risalto era dovuto alla lucentezza e alla brillantezza della
spuma delle onde conferito dalla luce lunare; quella cosa o quel
qualcuno situato in riva al mare si trovava invece nella stessa
posizione del dipinto precedente.
Strano fatto quello di raffigurare due scene assai simili tra
loro. Mor non riusciva a capire la loro connessione. Forse
dovevano seguire un processo logico: ipotizzò che magari
l'autore delle mezzetinte ne avesse eseguite delle altre che
però non erano presenti nella taverna. Mor si voltò in più
direzioni cercando di scrutarne altre che potessero essere
appese ad un'altra parete. Ma niente di tutto questo, solo
qualche quadro di modeste proporzioni che raffiguravano scene di
pesca, ma che non avevano senz'altro alcuna attinenza con i due
dipinti in questione. Anzi, un'ulteriore particolare che lo
colpì, che non aveva notato precedentemente, fu il fatto che
alla base delle cornice delle due mezzetinte si trovavano due
minuscole ma profonde incisioni. Una scritta a quanto pareva,
probabilmente il titolo delle due opere. Ebbene, dopo qualche
tentativo per decifrarne il contenuto, Mor poté leggere "Deriva"
su entrambe. Identico titolo, ma raffigurazioni leggermente
diverse. Difficile credere che a tale incisione ne potesse
seguire un'altra, quale ad esempio un numero, in modo tale che
si potesse capire che fossero ordinate in senso cronologico.
Niente di tutto questo. Le cornici, fatta eccezione per
l'incisione in questione, erano intatte, e se il tempo,
l'umidità, la sporcizia o altro avessero cancellato qualcosa, si
sarebbe sicuramente notato.
III-
Mor Larsen tornò ai suoi pensieri e alla bottiglia di rum che
aveva davanti quando il suo sguardo incrociò il volto di un uomo
che sedeva accanto a lui. Egli non ricordava se fosse già
presente al suo arrivo. Probabilmente era giunto dopo e non se
ne era accorto, preso dalle considerazioni sulle due mezzetinte
che tanto avevano suscitato il suo interesse.
L'aspetto dell'uomo era misterioso quanto strano. Mor lo scorse
con la coda dell'occhio per fare in modo che non si accorgesse
che lo stesse osservando, ma poi, non riuscendo inspiegabilmente
a distinguere i lineamenti del suo viso, attratto da qualcosa a
cui non era possibile sottrarsi, Mor diresse il suo sguardo più
volte verso quella losca figura, quasi non curandosi della
possibilità di essere scoperto.
Non c'era nulla da fare. Gli occhi di Mor erano completamente in
balia di quell'immagine: una figura di un uomo, il quale gli
appariva di profilo, che teneva le braccia conserte sul bancone.
Cosa che gli impediva di vedere le mani. La sua corporatura, a
un'attenta analisi, gli appariva gracile e poco ossuta benché
(ma questa forse era solo una ipotesi) il pesante e sudicio
cappotto scuro che lo avvolgeva gli conferisse una maggiore
robustezza. I pantaloni che l'uomo indossava sembravano di buon
tessuto, pur tuttavia gli scarponi che portava ai piedi erano
vecchi e sporchi di fango. Cosa strana visto che in paese non
aveva piovuto e che non si doveva trattare di sabbia bagnata o
di qualcos'altro di natura marina.
Si è già accennato al fatto che era assai arduo distinguere la
forma del suo volto. Probabilmente l'uomo aveva la carnagione
scura ma questo da solo non bastava a spiegare tutto ciò. Le
spesse palpebre coprivano gli occhi semichiusi fissi sul
bancone, mentre un vecchio cappello consunto dal tempo gli
nascondeva i capelli e gli celava la quasi totalità del volto.
Sembrava impietrito, e solo a tratti il suo corpo vacillava
leggermente come se stesse tremando. Di tanto in tanto si
aggiustava, muovendo in su le spalle, il suo cappotto che
sembrava assumere il compito, oltre quello di celarlo per bene,
di coprirlo dal freddo. Freddo che non si avvertiva
assolutamente nella taverna: la massa di persone presenti, il
fumo denso e l'odore dell'alcool rendevano l'aria calda e
irrespirabile.
Ma per chi come il marinaio Mor Larsen ha viaggiato per mare in
lungo e in largo sa che in ogni luogo in cui si viene a
contatto, le malattie sono dietro l'angolo e non è sempre facile
abituarsi ai differenti tipi di clima. Impossibile sapere se ciò
dovesse riguardare la persona in questione, che tra l'altro, con
la sua misteriosa identità, non riusciva a far comprenderne
l'età.
Mor chiuse non senza sforzo gli occhi per cercare di
distogliersi da ciò che aveva catturato il suo sguardo, e dopo
qualche istante li riaprì, questa volta indirizzandoli verso il
bicchiere di rum ancora mezzo pieno che aveva davanti e che
faceva ruotare tra le sua dita. Tale movimento creava insieme
con la luce fioca che illuminava la taverna, degli strani
effetti, i quali facevano luccicare il bicchiere e lo
proiettavano in uno stato di ipnosi.
Passò qualche minuto, ossia quando il vociare degli altri
marinai diventò sempre più persistente, prima che Mor si
ridestasse da quella sorta di dormiveglia.
Afferrò il bicchiere e senza esitazione mandò giù tutto di un
fiato. Sapeva bene che quella sera si sarebbe sbronzato e forse
avrebbe avvertito di meno la malinconia che gli batteva forte in
petto.
IV-
Quando si voltò, Mor si accorse che l'uomo misterioso lo stava
osservando. C'era qualcosa di affascinante ma allo stesso tempo
di terribile in quella persona. Era ancora impossibile
distinguere nettamente i lineamenti del suo volto ma ora si
potevano vedere con chiarezza i suoi occhi. Due nere pupille
contornate da due cornee bianchissime che scintillavano e
sembravano avessero il potere di leggere la mente. La sua bocca
era semichiusa e lasciava spazio a denti ingialliti e rovinati
che digrignavano. Per qualche istante Mor rimase immobile, poi,
grazie a uno sforzo che gli parve incredibile, i suoi occhi
tornarono al bicchiere di rum, ora vuoto. Quell'uomo suscitava
in lui qualcosa di inquietante che non sapeva interamente
spiegare con il volto che aveva osservato.
Mor si voltò di nuovo. Lo sgabello di legno marcio sui cui
l'uomo era seduto era adesso vuoto. Questi era scomparso in modo
misterioso così come era apparso la prima volta. Il fatto di non
essersi accorto dell'arrivo (e successivamente di quella che
poteva sembrare una fuga) di colui che si trovava pressoché
accanto a Mor, lo stupiva e lo innervosiva non poco.
Sollevò gli occhi dirigendo il suo sguardo verso il resto del
grosso salone e in particolare verso la porta cercando di
riconoscere tra le tante persone presenti, quel losco individuo.
Cosa non facile data la confusione e quella maledetta nebbia di
fumo. Ma il caso volle che Mor riuscisse a vedere quell'uomo
mentre silenziosamente usciva dalla taverna, e potesse seguirlo
appena fu in grado di farsi largo tra la massa di ubriaconi che
si trovavano nell'ampio salone. Non sapeva bene perché lo stesse
facendo, cosa lo stesse spingendo senza che potesse opporsi. Era
qualcosa più forte di lui.
Ma tornare all'aperto non gli dispiaceva affatto: abbandonava
quella gentaglia ma soprattutto quel caldo e quel fumo
soffocante.
Soffiava una leggera brezza e l'aria fresca che batteva sul viso
di Mor lo rallegrava e sembrava purificarlo da quell'ambiente
chiuso e opprimente. Probabilmente l'immenso oceano gli piaceva
proprio per questo. Quando si trovava in mare aperto non di rado
chiudeva gli occhi e sentiva l'odore dell'acqua verde e l'aria
che lambiva il suo corpo. Una piacevole sensazione, un momento
in cui si sentiva veramente libero e non lontano da casa.
V-
Le strade erano semideserte e silenziose e fu per questo che per
Mor fu facile notare l'uomo mentre procedeva con passo lento e
goffo, nonostante fosse uscito dalla taverna qualche attimo dopo
di questi.
Mor mantenne una certa distanza che però gli consentisse di
osservarlo sempre abbastanza bene. Fu talmente preso dallo
scrutare ogni suo particolare gesto e movimento e dal fatto che
in più punti incespicava, che non si accorse che l'uomo si
stesse dirigendo verso la spiaggia; e non verso il porticciolo
dove avevano attraccato le barche dei marinai.
Mor continuava a seguirlo anche se a tratti si chiedeva il senso
di tutto ciò: l'uomo forse cercava solo un punto solitario per
ubriacarsi ed annegare i suoi dispiaceri nell'alcol.
Abbandonato il sentiero, sotto ai loro piedi ora c'era la
soffice sabbia marina e l'uomo sembrava trovarsi più a suo agio
su questo tipo di terreno che sulla strada battuta e proseguiva
a passo più spedito. Mor dovette accelerare il passo per non
perderlo di vista, anche perché l'oscurità era sempre più fitta,
ponendo maggior cura a non provocare alcun rumore. Si acquattò
dietro ciò che rimaneva di una barca ormai abbandonata da tempo,
mentre l'uomo, qualche metro più avanti, si sedeva sul
bagnasciuga.
Questi rimase a lungo immobile. Nessun movimento, nessun rumore.
L'unica cosa che ora si poteva sentire era il suono delle onde
infrangersi sulla riva. E c'era un'inspiegabile nebbia fitta, ma
per fortuna il chiarore lunare illuminava almeno un poco la
spiaggia.
VI-
Dopo alcuni minuti trascorsi senza che accadesse nulla, la
situazione mutò. Il vento riprese a soffiare più forte e come se
non bastasse ora la luna era oscurata da nubi minacciose.
Passarono alcuni istanti immersi in un buio pressoché totale.
Quando i flebili raggi lunari tornarono a far capolino sulla
spiaggia lo scenario che si presentava era totalmente cambiato.
Un brivido di freddo e di paura percorse il corpo di Mor.
Il mare incominciò ad agitarsi furiosamente: sulla sua
superficie si poteva notare la spuma bianca che contrastava con
l'acqua nera, mentre le onde si rincorrevano e si infrangevano
sulla riva in un rapido susseguirsi.
Sembrava fosse il prologo di qualcosa di terribile. Dell'uomo
che giaceva seduto sul bagnasciuga non vi era più traccia, era
scomparso. Mor rimase lì fermo, sbigottito. L'oscurità era
durata pochi attimi e quella misteriosa figura era sparita senza
che lui potesse accorgersene.
Ma qualcosa ora si muoveva tra le acque. Era senz'altro una
persona, e pareva annaspare tra le gelide onde cercando di
tenersi a galla. Mor si avvicinò di gran fretta verso la riva.
Non sapeva bene cosa volesse fare, forse cercare di evitare
quello che avrebbe potuto trattarsi di un suicidio.
Notò i vestiti abbandonati dell'uomo lì sulla fredda sabbia.
Fatto strano per una persona che volesse farla finita. Aveva
senso spogliarsi prima di lasciarsi annegare nell'oceano?
Il mare increspato, a un nuovo sguardo, stavolta non faceva
intravedere nulla, o per meglio dire nessuno, sulla sua
superficie.
Fu quando Mor raccolse il sudicio cappotto del misterioso
proprietario che un intenso quanto insopportabile fetore di
pesce per poco non gli fece perdere i sensi e lo costrinse a
gettare via l'indumento; non prima, di aver notato delle squame
o qualcosa di simile al suo interno.
Mor cercò in fretta di riprendersi ma all'improvviso una presa
infernale gli afferrò le gambe e lo sballottò sulla sabbia
bagnata. Il dolore fu questione di un attimo e si acutizzò in
maniera impressionante. Il suo grido straziante riecheggiò
nell'aria e si strozzò solo quando il fiato cominciò a
mancargli. Inutile il tentativo di divincolarsi. Mor cercò con
gli occhi, mentre lentamente veniva trascinato verso il mare, di
rendersi conto di ciò che stesse accadendo. Qualcosa d'inumano
lo tirava a sé. I lineamenti del corpo viscido e nero di quella
orrenda creatura erano difficilmente distinguibili data
l'oscurità, ma ciò che si poteva ben notare erano i suoi occhi.
Gli stessi dell'uomo che per alcuni istanti lo aveva osservato
alla taverna con le sue pupille scintillanti al flebile chiarore
della luna, contornate da cornee bianche e terrificanti.
Lo sguardo di quella creatura gli strappò un urlo ancora più
forte che tuttavia non sarebbe stato possibile udire. La taverna
era distante e sullo sfondo si poteva ascoltare l'inquietante
gorgoglio del mare.
Mor provò con le poche forze rimaste ad aggrapparsi a qualche
appiglio ma le sue mani scivolavano a contatto con la fredda
sabbia umida, mentre lentamente veniva risucchiato nell'acqua
del mare che si colorava del suo sangue. Suoni gutturali e
sibili acutissimi provenienti dal mare aperto, emessi chissà da
quale creatura degli abissi, stridevano nell'aria.
Queste furono le ultime cose che il marinaio Mor Larsen riuscì
ad udire prima che la sua ombra si dissolvesse nell'oceano
notturno.
VII-
Di lui non si seppe più nulla. Data la natura introversa e il
suo ostentato isolamento da tutto e da tutti nessuno si accorse
della scomparsa prima che fossero trascorse due settimane.
Modeste ricerche portarono solo al ritrovamento a largo di
Norkfolt degli indumenti che alcuni marinai che lo conoscevano
giudicarono suoi; il fatto che fossero lacerati in più punti non
significava nulla e non poteva far presagire a nulla di talmente
terribile. La morte di Mor era data per certa, impossibile
sfuggire all'oceano, che in questo periodo era freddo e
implacabile. Si ipotizzava un annegamento, cosa non poco
frequente anche per un marinaio esperto, benché non si potesse
certo immaginare cosa fosse successo, dato che inoltre la sua
barca era ancora attraccata nel porticciolo di Norkfolt. Quanto
al suo mancato ritrovamento, le correnti avrebbero potuto
facilmente trascinare il corpo lontano, ma i vecchi uomini di
mare erano certi che con la primavera, la tomba verde avrebbe
restituito ciò che sarebbe rimasto di Mor Larsen.
Trascorsero alcuni mesi e un pescatore, che si trovava sulla
prua della sua barca in una sera illuminata dalla luna e dalle
stelle, giurò di aver visto una creatura dal colore nerastro
venire su in superficie che lo fissava in un modo inconcepibile
per un animale marino. Egli disse di avervi riconosciuto gli
occhi del suo cugino Mor.
Sono passati oltre cinque anni ma il corpo del marinaio Larsen
non è mai stato ritrovato. Le cronache riportano spesso di altre
misteriose sparizioni avvenute a Norkfolt e nei paesi adiacenti,
e di numerose testimonianze di avvistamenti di creature marine
da parte di persone che hanno riconosciuto in questi ibridi gli
occhi degli scomparsi. Ma non si è mai venuto a qualcosa di
concreto e di certo.
Di sicuro niente si sa e probabilmente mai si saprà nulla del
fatto che le due mezzetinte avessero così infallibilmente
previsto quello che accadde a Mor, e forse anche alle altre
persone scomparse, quella sera. Anche il nome del loro autore è
e rimarrà ignoto per sempre.
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