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Rocco Chinnici

Amici di un tempo
L'ignoranza e l'ingegno
Lo strano terremoto
Melo e il pescespada

Il vecchio Pietro

Dello stesso autore.....Teatro

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

AMICI DI UN TEMPO

 

Fifone.

Molti avrebbero pensato ad un ragazzo pieno di paura, ad uno che davanti al primo pericolo se la facesse sotto; mentre, invece, il pericolo pareva lo andasse cercando. Le paure, le emozioni erano per Fifì (era quello il suo vero nome) vera ragione di vita.

Fifone (il nome era dovuto alla sua smisurata mole) aveva sempre fame, mangiava che sembrava non vedesse cibo da mesi. Gli occhietti, piccoli, parevano soffocare in quel faccione rosso e lentigginoso.

Compagno di banco e suo migliore amico, era Vannino, Giovanni per l’anagrafe. Usanza in alcuni paesini dell’entroterra siculo è ancora quella di storpiare, ai piccoli, i nomi che poi li accompagnano per tutta la vita. A Vannino sembrava non importasse proprio quella piccola variante al suo vero nome.

«Paiono Gianni e Pinotto, maestra!» gridava qualcuno dal fondo dell’aula, alludendo a due comici dell’epoca; il paragone sembrava azzeccato, ma, ai due, anche di questo, pareva che non gliene importasse proprio.

«Stupide battute, da stupidi compagni!» così Vanni rincuorava il compagno Fifone.

Erano le migliori guide dei lupetti, il gruppo scout dell’oratorio. Vannino, per il suo esile fisico, era il primo ad esplorare i posti inaccessibili a Fifone.

«Vedi niente?» gridava Fifone, indispettito per il non facile passaggio.

«Dovete prendere in moglie due sorelle!» gridava spesso donna Lena, mamma di Fifone, vedendoli sempre insieme. «Ma badate» aggiungeva «che siano una magra e una cicciona!».

Venne il giorno che i due dovettero separarsi; frequentavano l’ultimo anno delle elementari, e Vannino la quinta ebbe a finirla altrove a causa di una promozione a dirigente di un ente telefonico nazionale conferita al proprio papà e arrivata dopo una lunghissima attesa.

Si trasferirono da quel piccolo paese della provincia di Palermo alla gran metropoli capitale d’Italia, Roma.

Gli anni, instancabili maratoneti del tempo, fuggono correndo; e di quella famiglia non si ebbero più notizie. A Fifone il militare fece l’effetto di una dieta; sembrava un altro, s’era fatto di diverso aspetto. Caso volle che divenne bidello delle elementari in quella scuola dove, con Vannino, avevano vissuto gli anni più belli.

“Vannino!” ricordava sempre quel suo amico d’infanzia, ora lontano. “Chissà cosa farà?” pensava.

 

«Papà, vieni anche tu? Voglio che mi accompagni! Dai, su!».

Mariolino, il più grande dei tre figli di Fifone, era molto attaccato a papà e, dovendo partire con la squadra sportiva della scuola media, scelta come rappresentante regionale, a disputare le gare nazionali a Roma, desiderava tanto che egli lo seguisse anche là. Finì che Fifone accontentò Mariolino e partì anche lui.

Roma, a Fifone, che non era mai uscito dal paesino di Belmonte Mezzagno, tranne che per il militare e per qualche viaggio a Palermo, sembrava un immenso formicaio, un andirivieni di persone e di macchine in grovigli di vie.

«Quanto è grande piazza San Pietro! Quanto è bello il Colosseo! Oh, che meraviglia il Pantheon, papà! E la fontana di Trevi!».

Mariolino e Fifone sembrava che vivessero un sogno, un sogno che volevano non finisse mai. La squadra di Mariolino si aggiudicò, vincendo la finale con un’altra di Firenze, il titolo di campioni d’Italia. Furono ricevuti al Quirinale e premiati dal presidente del Consiglio in persona, il quale consegnò ad ogni singolo giocatore la medaglia.

«Vannino!» gridò Fifone, pieno di gioia, ad uno che stava accanto al presidente e che ancora distribuiva medaglie.

«Non ti ricordi di me?» continuò ad alta voce in mezzo a quella gente altolocata. «Io sono: Fifone! Il tuo compagno di banco!».

A questo punto, quel tizio gli si avvicinò e, facendo finta di non conoscerlo, gli disse: «Guardi che io non sono quel suo Vannino, ma il senatore Renzi!».

Tutti lo guardavano, Fifone abbassò gli occhi e volle subito far finire quello che per lui era stato un bel sogno; gli affiorò in mente il paesello e le cose semplici d’allora. Il Vannino Renzi di un tempo, ora, era divenuto adulto.

«Papà, papà,» fece Mariolino abbracciandolo «ti sarai sbagliato!».

Fifone guardò ancora Vannino Renzi intento a parlare, indifferente, con altri, anch’essi forse deputati; s’abbassò ad abbracciare il figliolo e gli sussurrò all’orecchio: «Mariolino, quando sarai adulto, ricordati sempre d’essere stato bambino».

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L’IGNORANZA E L’INGEGNO

 

Doveva star male, per vederlo triste e col viso pallido, il piccolo Damiano; piccolo per modo di dire, aveva compiuto da poco 10 anni, e il suo peso era già di 35 chili, tanto che gli amici lo avevano battezzato Damianazzo. Pigro, con un faccione rosso, come un tuorlo d’uovo di gallina nostrana, che a guardarlo ti veniva voglia di schiaffeggiarlo, non perché avesse un cattivo carattere, anzi, ma per il gusto di toccare quelle paffute guance. Seduto, guardava da dietro i vetri, quasi che volesse contare i grossi fiocchi di neve che scendevano giù lungo la strada, come se stessero eseguendo una danza Mozartiana. Aspettava che arrivassero gli amici: Francesca (Ciccia per gli amici), esile ragazzina dal viso lentigginoso, vivace (ai vicini di casa ne combinava di tutti i colori). I gatti, quando la vedevano spuntare in fondo alla strada, scappavano dal terrore, riusciva quasi sempre a prenderne qualcuno. Titti, poverino, si divertiva a prendersi il sole sdraiato a pancia all’aria sulla “jittena”; lei lo acchiappò per la coda e lo fece girare in aria, tanto che, povera bestia, dalla paura, in quelle giravolte fece la pipì investendo qualche passante, mentre le donne si premuravano a chiudere gli usci (mezze porte) perché non entrasse dentro quella pioggia di urine. Ciccia arrivò puntuale al solito orario; con lei c’era anche Angelino, ragazzo studioso, attento alle spiegazioni che la maestra, “vecchia zitella”, come la definiva Ciccia, faceva in classe. Appena arrivati, nonna Lucia li invita ad entrare e li fa accomodare su gli sgabelli attorno al braciere acceso. A Ciccia, asciuga i capelli ancora pieni di neve e poi offre ai ragazzi della mostarda e un po' di surrogato caldo. Nonna Lucia amava quei ragazzi quanto amava Damianazzo.

-Oggi,- disse loro, -voglio narrarvi “il racconto di massaro Dionisio”. Seduti ed in silenzio si preparavano a vivere quei momenti fantastici. -C’era una volta, di tanto tempo fa, massaro Dionisio che ne combinava di tutti i colori. Un giorno andarono a trovarlo due suoi compari, appena li scorse in lontananza disse alla moglie di nascondere la pentola di terracotta piena di pasta, condita con finocchi e sarde, sotto il letto; quindi fece entrare i due compari, e questi, siccome era ora di pranzo, dissero alla comare: -Oggi non si mangia?- -Sì!- fece ella -perché?- -Siccome è l'ora di pranzo e di mangiare non ne vediamo i preparativi... - -Perché, avreste intenzioni di mangiare qui voialtri?- Fece lesto compare Dionisio. -Nossignore! Così… ho solamente chiesto se…- Massaro Dionisio pensò subito di burlarsi dei compari dicendo loro che non occorreva che la moglie preparasse, perché tanto ci avrebbe pensato la pentola magica. -Magica?- Rispose uno dei compari. -Sì, proprio così! Ch'è? non ci credete, vero? Ora vi mostro un pò!- Prese la pentola e le disse: <<pentolina, pentolella, più ti guardo più sei bella, per il bene che mi devi del gran fuoco che ti scanso, su, preparami un bel pranzo!>> Aprì il coperchio, e, col fumo si levò in aria un buonissimo odore che riuscì a stuzzicare le papille gustative dei due allocchi compari rimasti a guardarsi in faccia, meravigliati. -Dovete venderci questa pentola a qualsiasi costo!- Disse il più anziano dei compari. -Vendere? Ma quale vendere!- Rispose massaro Dionisio. Ma finì che, dopo tanta insistenza dei due compari gli vendette la pentola; del resto era questa l’intenzione: burlarsi di loro. -E quando il compare arrivò a casa, che fece nonna? Funzionò la pentola? E sua moglie che fece? Che fece, nonna?- -Aspetta, non correre!- Esclamò nonna Lucia a Ciccia impaziente di sapere la conclusione della storia. -Arrivati a casa, uno dei compari disse alla moglie di buttare quello che aveva preparato da mangiare perché si doveva provare la pentola nuova. -Ho fatto del capretto in tegame!- Rispose la moglie seccata. -Perché devo buttarlo via?- -Perché lo dico io, e devi darmi ascolto!- Ribattè il marito. La donna buttò, a malincuore il capretto ai cani che inghiottirono in un baleno quel bel pranzetto, leccandosi la ciotola e guardando la padrona come a volerle chiedere il motivo di quel regalo. -Apparecchia la tavola! E t'accorgerai di quanto succederà- continuò il marito. La moglie, incredula, continuava a guardare il marito, e quella pentola, cercando di capire come, e che cosa avrebbero dovuto mangiare, ora. Quando la tavola fu bella e apparecchiata... -Pentolina, pentolella, più ti guardo più sei bella, del gran bene che mi devi per il fuoco che ti scanso, su, preparaci un bellissimo pranzo!- Diss’egli; ma niente. -Preparami un bellissimo pranzo!- Continò Dionisio sotto gli occhi increduli della moglie che continuava ad osservare la pentola.- Ma nella pentola non succedeva niente. Del resto, cosa avrebbe dovuto preparare quella povera pentola. Continuò ancora per diverse volte, e, rendendosi conto della burla, i due fecero ritorno da compare Dionisio, il quale, prevedendo la reazione dei due, suggerì alla moglie di mettersi, sotto la veste una vescichetta piena di sangue d'agnello da poco sgozzato - Per far cosa, nonna? Su, su dai racconta! -   Quando arrivarono i compari, marito e moglie si fecero vedere che litigavano, una finta s’intende, tanto che quelli non vollero più sapere la ragione dello scherzo della pentola, anzi cercavano di riappacificare i due; ma il diverbio, fra marito e moglie si accendeva sempre più; Dionisio finì che prese un coltello e colpì la moglie conficcandoglielo nella vescichetta; in un batter d’occhio, a terra fu pieno di sangue. I due compari restarono più sconvolti che sorpresi. - Ma cosa avete fatto, compare Dionisio? Avete ucciso vostra moglie! E ora? - - Ora cosa?- Rispose adirato massaro Dionisio. - Dovevo pur farle capire come si discute! Era testarda! Credeva di dover fare sempre ciò che diceva lei! - - Ma cosa dovete farle capire, ora che l'avete uccisa! - - Ma che uccisa e uccisa!- Fece Dionisio certo dei fatti suoi; -Se è per questo, non datevene peso; adesso vi faccio vedere una cosa .- Tirò fuori dalla tasca un fischietto, e, suonando..., come d’incanto, la moglie incominciò ad alzarsi. - Che cosa!!! - Gridarono, sbalorditi, guardandosi in faccia i due compari con ancora la pentola in mano. - Questo - disse massaro Dionisio indicando il fischietto, - è’ magico!… - - E voi - risposero i compari continuando - se ora volete veramente rimediare al torto che ci avete fatto della pentola, ci dovete vendere questo fischietto! -  -Giusto! Ce lo dovete vendere! - Rispose anche l'altro compare - Massaro Dionisio, fece come per dire di no; poi, allungò la mano e si fece dare i soldi del fischietto, e li rimproverò dicendo che se la pentola non ha funzionato dovevano prendersela con loro stessi, perché non hanno sicuramente pronunziato bene le parole magiche. I due si guardarono smarriti, lasciano la pentola sul tavolo e vanno via contenti con quel fischietto in mano ripromettendosi, lungo la strada, che non appena arrivati a casa avrebbero principiato una calorosa lite con le rispettive mogli, una bella scenata, insomma, per poter provare il fischietto. - E cosa hanno fatto? Cosa hanno fatto, nonna Lucia? - - Non puoi saltare avanti, Ciccia! Devi avere pazienza, o vuoi che ti racconti solo la fine! - - No, no! Nonna Lucia - Rispose Angelino. -La vogliamo sentire tutta la storia! Stai zitta Ciccia! Dai, dai nonna! - Damianazzo, che la storia l’aveva già sentita più volte, si divertiva a rosicchiare delle fave che faceva abbrustolire sulla brace; ogni tanto nonna Lucia, con della cenere, doveva coprire qualche fava dimenticata da Damianazzo che, bruciando, faceva fumo. A casa del primo compare, in meno che lo si dicesse, nacque una rissa con la moglie, la quale, senza capirne il perché e la ragione, si vide arrivare una coltellata dal marito; cadde per terra in una pozza di sangue, mentre il marito, lesto soffiava il fischietto invano. Ritornarono dal compare con intenzione tutt’altro che amichevole stavolta. Arrivati, lo presero e, senza spiegazioni, lo infilarono dentro un sacco, lo legarono, e decisero di andarlo a buttare a mare. S’incamminarono; durante il viaggio fecero sosta in una locanda, lasciarono il sacco fuori ed entrarono per rifocillarsi un po' e riposarsi, stanchi per quel gran fardello portato sulle spalle già da diverse ore. Massaro Dionisio incominciò a lamentarsi: - ” Non la voglio la figlia del re! Fatemi uscire! Non voglio sposare la principessa! - Continuava a gridare. - Si trovò a passare, lungo quella strada di campagna, un capraio il quale, incuriosito da quei lamenti, si avvicinò e chiese all’uomo dentro il sacco il motivo per il quale non avrebbe voluto in sposa la figlia del re; quegli rispose che non avrebbe sposato per nessuna cosa al mondo una principessa da altri impostagli. - La sposo io!- Disse il piccolo capraio. - Senti ansi che facciamo, ti do le mie caprette e tu mi fai entrare li dentro al posto tuo.- E così fecero. Usciti i due compari, ignari dell'accaduto, si ricaricarono il sacco sulle spalle e s’avviarono meravigliati di sentir dire: "La voglio la figlia del re! La sposo la principessa!" - Adesso, adesso te la diamo noi la figlia del re! Stiamo arrivando al castello! - Risposero ironici i due compari che, guardandosi in faccia scoppiarono a ridere. Arrivarono finalmente a mare, legarono al sacco una grossissima pietra e lo mandarono al fondo. Tranquilli, rifecero la strada del ritorno, contenti finalmente che il compare, burlone, non li avrebbe più derisi. Ma... giunti vicino al paese, s’accorsero, sbalorditi, di massaro Dionisio che suonava un flauto, seduto su una grossa pietra a guardia delle caprette che pascolavano. -Com'è possibile? - Fece uno dei compari - Lo abbiamo buttato a mare, lo abbiamo pure visto annegare, e ora siete qua? - - Eh, quanto siete stati fessi ed io sfortunato! - Rispose  massaro Dionisio - Mi avete buttato dove l'acqua era bassa! E mi è toccato di prendere queste quattro caprette; se mi avessimo, invece buttato nell'acqua un po’ più alta, avrei sicuramente preso una gran mandria di buoi! - I due si guardarono in faccia, salutarono compare Dionisio e scomparvero correndo verso la spiaggia, sicuri che sta volta sarebbero sicuramente arricchiti buttandosi in alto mare. - Ancora nonna! ancora!- Dissero Ciccia e Angelino; Damianazzo continuava a rosicchiare, mentre il fumo di qualche fava bruciata saliva, arricchendo lo scenario di quella favola di un tempo.  

La scienza non ha fine;

l'ignoranza puo' non aver confini.

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LO STRANO TERREMOTO

Il sole era da poco tramontato, e i contadini, dopo una giornata di zappettare la vigna nel piccolo podere di zio Pietro, stanchi del duro lavoro, si apprestavano a preparare delle zuppe di verdure che sarebbero servite, oltre che per cena, anche a scaldare il corpo in quella umida serata d’autunno. -Zio Pietro, me la racconti una favola, ora che andiamo a letto?- Gridò Vannino - aveva appena 10 anni, e a letto, per modo di dire, sapeva d’averlo detto solo per l’abitudine di averlo sempre fatto ogni qualvolta si avvicinava l’ora di andare a dormire; era la paglia il letto di quella sera, e Vannino non era per niente insoddisfatto, anzi, diceva di dormirci bene. Anche il fatto di sentirsi chiamare Vannino, non lo dispiaceva, era orgoglioso, si sentiva di far parte di quel mondo contadino, un mondo fatto di cose semplici, dove la natura con le sue fioriture lungo il ripetersi delle primavere… col cinguettio degli uccellini in amore, ti nutre di cose semplici e ti aiuta a capire e ad amare di più la vita; un mondo dove tutti i bambini dovrebbero vivere prima di diventare adulti. Quel “Vannino”, un modo in cui i contadini tendono a rendere la parola più vicina alla loro realtà semplice del luogo: il dialetto, lo affascinava proprio. A scuola, frequentava la quinta elementare, per i compagni, era Giovanni; in campagna “Vannino”. Quasi preferiva quel mondo, anche se fatto di lavoro e freddo, che quello di paese fatto spesso di monotonia. -Vannino!- Gridava zio Pietro durante la giornata. -Ci vai a riempire la brocca alla sorgente?- -Aspetta che glielo dico a papà.- Papà era uno degli uomini della “chiurma”, il solito gruppo di lavoratori che zio Pietro metteva insieme per i lavori nei campi. Non davano il tempo a Vannino di comparire sulla la cima del colle e di sentire quel ritmico suono dello zappettìo che qualcuno della chiurma gridava: -Spicciati Vannino, c’avemu a vucca sicca!- Mentre qualcun’altro, scorgendo con la coda dell’occhio zio Pietro salire, lento, lungo la scarpata, gridava di proposito quanto egli sentisse: -E ci dici o zzù Petru ca acchiana a mizzalòra (piccolo barilotto, contenitore di vino) cu vinu!- In un batter d’occhio Vannino era di ritorno dalla sorgente con la brocca piena d’acqua fresca; gli si riempivano gli occhi di gioia nel sentir sospirare gli uomini dopo una lunga sorsata d’acqua fresca. Era questo il compito suo della giornata; capitava pure che all’imbrunire doveva cercare della legna per cucinare. A casa, in paese, vi si faceva ritorno ogni tre, quattro giorni; a volte si stava anche la settimana intera a causa della mancanza dei mezzi di trasporto, allora non ve ne erano molti. Il viaggio era affascinante, quello stare assieme sul carro per diverse ore, lo stare a sentire in silenzio le storie, tante, raccontate da quei contadini, compreso mio padre, alcune vere altre inventate, spunti di piccole cose  accadute.

La zuppa di verdure, quella sera, sembrava avere un gusto diverso dalle altre; Vannino non riusciva a spiegarsene la ragione; -Forse che nelle verdure raccolte sta volta, v’erano più spinaci!- Diceva zio Pietro, mentre sfilava uno dei pochi fili rimastigli sull’orlo dello scialle; lo sistemò al centro di un piattino con dell’olio di oliva e lo accese; serviva da moccolo a far luce sino a che non si prendeva sonno. A spegnere quel moccolo era sempre quello che si trovava più vicino al piattino. Spesso, anche quando si spegneva subito, la mattina, mancavano sempre olio e stoppino; Vannino capì subito che a trarne vantaggio era sempre qualche topolino. Non capì mai però perché zio Pietro abbondava in olio e stoppino… forse amava i topi? O semplicemente l’abitudine d’aver sempre fatto in quel modo? Si erano distesi da poco sulla paglia del solaio, e uno degli uomini, stanco, già russava; -Lasciatelo russare! – gridava qualcuno -  servirà a tener lontano i topi.- ; mentre si sentiva zio Pietro, ancora di sotto, sbattere la vecchia porta (rivestita a metà con della lamiera perché l’acqua piovana non la infradicisse) e salire i gradini della scala a pioli che portano al solaio. Sdraiatosi, zio Pietro, finalmente iniziò la sospirata favola: -C’era una volta un ré che aveva un cavallo bianco, questo cavallo aveva il dono di saper parlare, e in una delle sue tante galoppate, mi raccontava che aveva incontrato una mamma draga con sette teste, ognuna aveva il suo da fare, la bocca della prima di queste teste serviva a masticare il cibo; l’altra a bere, dall’altra buttava fuoco...- Giusto il tempo di iniziare e fu panico generale; un paniere, che stava appeso al soffitto, cominciò a fare avanti e indietro; in un baleno, tutti furono in piedi e pronti a scendere la scala. -Bastianu! Bastianu!- Gridò zio Pietro a quello che ancora russava. -Bastianu, u tirrimotu!- Fu panico generale e, meno che lo si dica, si trovarono tutti a piedi scalzi sull’aia; si sentiva sotto i piedi l’erbetta bagnata dall’umidità della notte. Era luna piena, e i suoi raggi proiettavano quelle figure umane sul muro del casolare: sei figure, anzi, cinque e mezza, considerando quella di Vannino. Guardavano le figure e si  accorsero che il casolare era fermo; il freddo cominciava a farsi sentire; uno degli uomini s’accorse d’avere un piede dentro la pentola col brodo che zio Pietro aveva lasciato lì davanti la porta. Si chiesero del terremoto, e, a dir la verità, nessuno ebbe a sentirlo. -E u panaru?- Disse zio Pietro. -Non stavo certo sognando!- Si sentì d’un colpo rumore dentro la casa, un tonfo; altra paura, e mentre si guardavano stupiti per capire un po' quello che stava succedendo, sfilò loro davanti lento, e come se nulla fosse, un gatto! Si, era un grosso gattone grigio che trascinava, incurante degli uomini immobili, impauriti e morti di freddo, mezzo metro circa di... non si capiva bene cosa... -A sasizza!- Gridò zio Pietro. -A sasizza du panàru! Avutru chi tirrimotu!-

Capirono che era stato il gatto di zà Rosa, una famiglia di contadini che abitavano un casolare li vicino. Era la salsiccia che avrebbero dovuto mangiare l’indomani a chiusura dei lavori alla vigna. Finì che ritornarono a letto ridendo e qualcuno persino bagnato. Sul carro, il giorno dopo, lungo la strada del ritorno, non si parlò d’altro che dello strano terremoto.

 

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MELO E IL PESCESPADA

Il caldo afoso di quella mattina d'Agosto, dava ad intendere che quel giorno non avrebbe risparmiato nemmeno chi se ne stava all'ombra, rincantucciato sotto una delle tante barche arenate su quella grande spiaggia di quel piccolo paese che contava centinaia di anime: Tonnarella. Un paesino in cui anni or sono, oltre alla pesca veniva praticata la raccolta del gelsomino. Ancora prima che spuntasse l'alba, le donne con i loro canti contadini passavano con grosse ceste adagiate sul capo, colme di quel delizioso fiore il cui profumo entrava dalle finestre di quelle piccole case, inebriando chi, nel dormiveglia, assaporava quell'ultimo sonno della notte.

All'ombra del Santa Lucia, un vecchio peschereccio ancora marinaro, Melo ricuciva le reti sfaldate la passata notte da qualche grosso delfino rimastovi intrappolato durante la pesca alle alici. Il caldo sembrava non lo infastidisse proprio; il suo corpo asciutto e stagionato, dal nero colore della pelle, sembrava appartenesse alla famiglia Mustafà, una piccola tribù di neri da anni trasferitasi in quel piccolo paese a lavorare nei vivai dei dintorni. I giovani lo chiamavano "Melo il Marocchino"; ad egli sembrava non importasse proprio quel nomignolo. Rammendava, con la pazienza che solo i vecchi lupi di mare hanno, quelle reti che di danni ne avevano subiti tanti. Rammendava e raccontava ai piccoli che si riparavano all'ombra di quella grossa barca, momenti di vita vissuta al largo di quel mare aperto. Essi lo ascoltavano in silenzio, infastiditi solo da qualche moscerino, di quelli che ancora oggi popolano le spiagge. "Zio Melo, raccontaci di quando eri piccolo e volevi prendere il pescespada con la lenza"; era divenuta una legenda. Di anni, Melo ne aveva già tanti, anche se nessuno seppe di preciso quanti; i più dicevano che già da tempo aveva passato gli ottantacinque. Melo Aprile, Aprile si diceva perché il bisnonno venne trovato in fasce in quella spiaggia nel mese di Aprile.

Raccontava, ritornando indietro nel tempo, e gli si leggeva negli occhi infossati ora il dolore, ora la gioia di quei momenti vissuti; spesso riemergeva in quel viso increspato un sereno sorriso ondulato.

 - Ero piccolo", cominciò, "appena dodici anni, e già provvedevo ad aiutare la famiglia; mi trovavo sulla barca, intento a far scendere in acqua il "palancaro…- qualcuno dei piccoli non capiva. E' un lunghissimo filo di nailon - spiegava loro - che contiene tantissimi braccioli sempre di nailon lunghi un metro e distanti due metri e mezzo, con ognuno un suo amo; quindi, era di trecento braccioli, un filo lungo ottocento metri circa; ad ogni amo andavo innescando un pezzettino di sarda, era quella l'esca di quel giorno; altre volte innescavo delle acciughe o piccoli pezzettini di calamaro. Quella mattina, mentre remavo e andavo abbassando in acqua il filo, vidi passare sotto la barca un piccolo pesce spada, era bellissimo, mi si accapponava la pelle al pensiero di vedermelo abboccare da un momento all'altro in uno di quegli ami, tanto era piccolo mi dicevo; non avevo ben chiare ancora le proporzioni di quel pesce che continuava a giocherellare attorno a quegli ami che lentamente scendevano a fondo. Finii di mandare giù l'ultimo amo e quel pesce scomparì con esso. Dovevo aspettare almeno un paio d'ore prima di iniziare a tirare il filo sulla barca; decisi di tornare un po’ a terra; ma… ecco che rivedo il pesce sotto la barca, sembrava di vederlo più grosso sta volta; forse è più in superficie? mi son chiesto. Cercavo di capire come poterlo catturare. Avevo sulla barca un grossissimo amo mezzo arrugginito (reduce di qualche vecchia pesca a tonni da parte di mio padre), e una cordicella di nailon di circa dieci metri, vi legai l'amo a doppio nodo e attaccai la cordicella a poppa; presi una delle sarde rimastami, la innescai per intero a quell'amo e lo buttai a mare. Il pesce sembrò disturbasi di tutti quei continui saliscendi che facevo fare alla cordicella, finì che non lo vidi più; aspettai ancora pensando di vedermelo riapparire dietro l'amo innescato, ma niente. Ripresi a remare verso riva, lasciando in acqua l'amo con tutta la sarda e la cordicella legata sempre a poppa. Avevo dato poche palate, quando sentii un grosso strattone e la barca traballare come se avesse urtato in uno scoglio, non ebbi nemmeno il tempo di pensare che li, in quel posto, era solo sabbia, e la barca cominciò a muoversi all'indietro, subito capii quello che stava accadendo: - come poteva -, mi son chiesto, - un piccolo pesce spada far muovere quella, anche se pur piccola, barca? -  Zio Melo smise di rammendar la rete, fissò il vuoto e si zittì; gli si leggeva nel volto la paura di allora. - Dai, zio Melo! E dopo com'è finita? Perché non continuavi a remare verso terra? - - E come? - intervenivano gli altri rimasti imbambolati. - Ripresi a remare - continuò zio Melo, - ma non riuscivo a guadagnare nemmeno una palata. D'un tratto, la barca cominciò a prendere il largo; i remi, uno mi era caduto in acqua e l'altro dovetti tirarlo in barca. Era come se fossi spinto da un fortissimo vento di scirocco. Cominciai a gridare aiuto, mentre cercavo disperatamente di sciogliere la cordicella che si era aggrovigliata con un piccolo arpione posato a pappa. Nessuno in spiaggia sembrava capire niente di quanto stesse accadendomi. La barca continuava sempre più la sua corsa verso il mare aperto. Non avevo nemmeno come tagliare quella cordicella che continuavo a battere con la sassola, unico attrezzo di cui potevo disporre; niente, la cordicella era spessa quanto l'indice della mia mano, e, se pur avevo dodici anni, capite bene quanto avrebbe potuto tirare. Cominciai a piangere, qualche lacrima mi inumidiva la bocca secca, secca, sicuramente a causa della gran paura del non riuscire a sapere che fare; mentre al largo, il mare, cominciava ad incresparsi sempre più. Tante volte guardai lassù verso il Tindari, implorando la madonna perché venisse in mio aiuto… avevo appena tre anni quando mio padre mi condusse al santuario; partimmo all'alba del giorno sei del mese di Settembre, festa della Madonna, si dovevano percorrere circa 15 Km, ed eravamo tutti a piedi scalzi, era così che si andava al santuario, e mia madre, ricordo che dovette fermarsi e togliersi dal piede una grossa spina di rovo che, ancora oggi, cresce lungo quel viottolo che porta su al monte. A nulla valsero quelle mie implorazioni.

Il vento di scirocco cominciava a soffiare, volevo buttarmi a mare e tenermi aggrappato al remo, unica speranza rimastami, ma la paura di essere attaccato da quel grosso pesce era più forte; quando sentii un rumore di motore, non capivo da che parte arrivasse; la barca sembrò che perdesse la sua corsa, sono salvo! gridai, il pesce deve essersi sboccato. Il mare continuava ad incresparsi sempre più, e le raffiche di vento cominciavano a spingermi acqua addosso, ero inzuppato come un pulcino, non riuscivo a prendere alcuna iniziativa. Il rumore di un motopeschereccio era già vicino, tanto che sentii una voce chiamare: "Melo!" Era Melo il mio nome! Mai quel nome m'era apparso così bello. Mi girai e vidi mio padre con una chiurma di marinai sul Santa Lucia. - -Questo motopeschereccio? - fecero in coto i ragazzi. - Si, proprio questo. La barca riprese a muoversi, il pesce era ancora li, ma la paura era quasi andata via. Gridai loro quanto stesse accadendo e mi dissero di stare fermo, mi assicurarono che a momenti si sarebbe risolto tutto. In meno che lo si dica, circondarono la barca nella quale mi trovavo con una grossa rete e mi buttarono un grosso coltello perché tagliassi la cordicella; subito eseguii, ed uscii da quella rete, aiutato da quell'unico remo rimastomi. Mentre i pescatori tiravano su la rete, mio padre mi aiutò a salire sul motopeschereccio e mi abbracciò forte, forte, legammo la barca al Santa Lucia ed aiutammo gli altri a tirare la rete. Fu una meraviglia generale, quando tirammo in barca quel grosso pesce che si dibatteva furiosamente; aveva ancora l'amo attaccato e la cordicella che gli pendeva dalla grandissima bocca. Qualcuno diceva che sarebbe pesato più di un quintale, e a sentir loro c'era da crederci. Rientrammo cantando in coro " Vitti 'na Crozza "; solo mio padre non cantava, aveva tra le  labbra un gelsomino, ne teneva sempre qualcuno in tasca, glielo dava mia madre quando rientrava dai campi; guardò il Tindari e mi abbracciò commosso.

                                                                                                                       

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IL VECCHIO PIETRO

- Giovanni, Giovanni! Non ne posso più! Si deve pur vedere cosa ha da farsi! E' da stamattina che giro per casa come una matta! - - Sii buona Concetta, cerca di capire. Non è poi così difficile, sai? Sei tu che vuoi fartene un dramma per sbarazzartene; pensaci un po’, non è un soprammobile, sai? Che cosa devo fare? Dimmelo! Ricorda che alla fine si diventa tutti vecchi… e allora? -

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