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Sto
precipitando, da sempre sto precipitando: sono stata spinta giù da
un’alta terrazza ed ho visto nella mia caduta milioni, forse miliardi
di finestre, alcune chiuse, altre aperte, altre ancora con uomini e
donne che mi guardavano stupiti oltre i vetri.
Ero
ad una festa, una di quelle di gran lusso con tanta bella gente e poi
sono caduta, no, mi hanno buttata giù e tutto s’è svolto in un
attimo e non sono riuscita neppure a vedere i miei assassini, poiché
incredula e nello stesso tempo terrorizzata ho visto subito il vuoto
sotto di me che mi attirava irresistibilmente.
Ma
la morte non è avvenuta, non mi sono spiaccicata sull’asfalto
sottostante, come avrebbe dovuto esser prevedibile, no, ho continuato a
cadere, finestra dopo finestra, grattacielo dopo grattacielo.
Il
terrore prima s’è trasformato in semplice paura, poi in curiosità.
Anche la curiosità è svanita da tempo, adesso desidererei solo
arrivare in fondo a questa caduta senza fine, senza scopo, ma forse non
mi è concesso. Le notti s’alternano ai giorni, ed i giorni alle
stagioni, ma il sibilo del vento nella mia caduta è costante da
tempo…da quanto tempo? Ho la sensazione di cadere da sempre, che il
precipitare sia l’unica mia ragione d’esistere. Le finestre sono
solo dei rettangoli che s’aprono in un vuoto in discesa ma infinito,
rettangoli talvolta illuminati, dietro i quali si celano timorosi esseri
umani d’ogni tipo, vecchi e bambini, ricchi e poveri, uomini e donne,
bianchi e di colore. Spalancano tutti la bocca nello stesso modo quando
mi vedono passare, e sgranano gli occhi, ma poi, immagino, scuotono
ancora una volta la testa, si stropicciano gli occhi e proseguono nelle
loro occupazioni da stanza come se niente fosse e si dimenticano in
fretta del mio passaggio rimovendolo del tutto.
Vedo
feste, veglie di morte, giovani amanti, televisori accesi, gente che
mangia, che legge, che litiga, che lavora, occupata nei bagni….. Sono
sferzata dal vento, dall’acqua, dalla neve, il sole mi riscalda di
giorno, la luna m’illumina la notte. Bevo la pioggia e mangio la neve,
non ho cibo e sembro non risentirne, talvolta dormo e sogno, ma nessun
sogno è mai interamente un sogno.
E la
mia folle discesa prosegue nell’indifferenza generale, ed anch’io
sono ormai indifferente alla mia sorte. All’inizio quando la curiosità
della situazione aveva il sopravvento riuscivo a guardare con attenzione
dietro le finestre, rubando scorci d’intimità, mandavo baci ai bei
ragazzi, sorridevo ai bambini, agitavo le braccia se mi sembrava
d’aver riconosciuto qualcuno. Poi cominciavo anche a sbattere gli arti
come per volare o nuotare, e riuscivo a compiere qualche piccolo
spostamento nella direzione voluta. Ma mi sono stancata presto di questi
giochi e sempre più mi sono chiusa in me stessa cercando d’ignorare
il più possibile questo folle mondo che sale vertiginosamente sempre più
in alto. Adesso ne sono sicura: è il mondo che viene scagliato in alto
nei cieli, mentre io sono ferma, immobile a mezz’aria. Per due volte
ho incrociato persone che erano nel vuoto come me, la prima fu una
bambina che avrà avuto sei o sette anni, completamente nuda, nera di
pelle, mi ha sorpassato in fretta venendo dal basso ed ho lasciato che
volasse sempre più in alto sopra di me.
La
seconda era un bel giovane in abito scuro con una cravatta azzurra, m’è
sembrato in abito da cerimonia ma stringeva in una mano una borsa di
pelle nera, mi ha superato scendendo in tutta fretta, gli ho fatto cenno
e lui mi ha risposto agitando il braccio libero, gli ho urlato qualcosa,
ma la voce s’è persa nel vento, allora ho cercato di raggiungerlo, ma
tutto è stato inutile.
Sto
ancora precipitando ed ho ancora indosso tutti i vestiti di quella
lontana festa e sono incredibilmente ancora in ordine: un piccolo abito
di seta verde che lascia vedere in trasparenza tutto il mio corpo nudo,
un bracciale d’oro ed una collana di perle, solo le scarpe se ne sono
andate chissà dove.
Le
finestre non sono più rettangolari adesso, ma rotonde, tutte rotonde,
come grandi oblò di nave, ed il colore della luce dietro queste
finestre rotonde da lavatrice è decisamente giallo. E dietro vedo
muoversi strane forme con grandi occhi piatti, rotondi, tutti d’un
bianco abbagliante. E precipito, sto continuando nella mia corsa, oppure
è il mondo che sale, questo mondo che sta divenendo sempre più strano
e sale sempre più mentre io sono lì ferma a mezz’aria, immobile.
C’è
qualcosa che sta velocemente scendendo verso di me, è un animale
marino, sembra una medusa, è bianco, trasparente e muove convulsamente
dei tentacoli, sul manto distinguo chiaramente due occhi, vuoti,
bianchi, rotondi, piatti, sono identici a quelli che mi guardano con
indifferenza da dietro gli oblò.
Mi
sorpassa veloce scendendo in picchiata ed a mo’ di saluto agita ancor
più i tentacoli bianchi e traslucidi nella mia direzione. Riesco a
girarmi con la testa rivolta verso il basso, ormai sono brava a compiere
queste manovre, e lo saluto, come si saluta un amico sulla nave in
partenza.
E precipito, seguito a precipitare, o è il mondo che
sale ed io sono ferma a mezz’aria.
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LIRICHE SENZA TITOLO DEDICATE AD ORIANA
1.
già musil poteva parlare del
nostro tempo come di una civiltà nella
quale esistono esperienze
senza colui che le vive
i suoi articoli e suoi libri
quando tutto si è concluso il pubblico è
balzato in piedi dedicandole
un lungo e caldo applauso intervento
sulla guerra che il terrorismo
islamico ha scagliato contro tra via
d’accesso e meta non
sdoppiamento felicità com’episodio nell’
oggetto della ricerca con
l’esercizio del cercar se polvere la polvere
spirito da stanze popolose
d’argenti in quelle case uniche disabitate
irregolarità avvicendamenti
precipitazioni ed esistono parole senza
che ne sia stata elaborata
l’emozione
ritto su un balcone cammino
corro incespico precipito in spazi
altissimi retrocedenti con
l’estrema azzurrina schiarita com’episodio
di felicità ogni cosa al mondo
c’è nuova su questa strada dai capelli
di tomba che ancora
risplendono come specchio di solitudine desueta
provvida nell’episodio del
pipistrello bianco non preceduta ruzzolo
mi rialzo osservo cammino
corro il grido-scrittrice wake up occidente
intermittenze collisioni di
cose ed eventi
sveglia nel living-room della
casa newyorchese dove ha creato in ferventi
notti insonni rabbia e
orgoglio spicca una bella cornice incespico
precipito ruzzolo sprofondo
nuoto incespico precipito ruzzolo in spazio argenteo
2.
manifesto d’una delle molte
conferenze che salvemini grande
amico di toscanini tenne negli
stati uniti per sensibilizzare l’opinione
pubblica americana manifesto
che recita domenica 7 maggio 1933
punti di silenzio abissale
rotaie
alle 2.30 del pomeriggio
meeting all’irving plaza hotel di new york. il
meeting è organizzato sotto
gli auspici del movimento italiano
karol attorno a sé fenomeno
mediatico senza precedenti quasi una risposta
di un mondo diverso ma antico
stanco della vigliaccheria della troppa
visibilità data ai negatori
tagliagola della civiltà della cultura delle
conquiste sociali e civili una
riposta ad un triste sanguinario medioevo nazislam
un moto molteplice incerto
confuso irregolare disordinato
attorno a karol il grande
l’umanità
intera quasi simbolo di
riscossa d’orgoglio
ritrovato nel mistero semplice
della morte
un ondeggiamento vago la
varietà l’incertezza il non vedere
è come se a nostra
disposizione fosse rimasto solo l’uso della parola
giustizia e libertà racconta
nella prefazione del libro e
il legame oriana-gaetano non è
certo casuale
giustizia e libertà è stata la fede della scrittrice
e della sua famiglia quando lei era giovanissima
combattente lo scorso martedì l’american enterprise
institute
3.
a washington invitata a
presentare l’edizione americana
di the rage
and the
tutto il potersi spaziare con
l’immaginazione riguardo a ciò
che non si vede l’entropia ha
il potere di giustapporre in un unico luogo reale
pride era la prima volta che appariva in pubblico
dopo oltre dieci anni di silenzio
evento ha avuto la stessa
forza dirompente occidente è incominciato con ciò
che chiama ironicamente il discorso della montagna
cioè il discorso sul mondo islamico sulla religione
islamica come nel libro ha avuto anche un altro
destinatario occidente che ha perso la capacità di
combattere per un
diversi spazi diversi luoghi
che sono tra loro incompatibili
ideale per una fede che ha perso la passione quella
passione che invece sostiene la montagna il finale
del discorso un grido quasi disperato wake up
occidente svegliati immagine si fonde con quella di
salvemini che nel 1933 parla all’irving plaza.
per restare nel tempo stabilito la lettura di un
discorso in pubblico avviene a volte con brevi tagli
che sintetizzano un passaggio o passaggi del
linguaggio senza discorso una
parola senza frase senza sintassi
testo quello che pubblichiamo è il testo integrale
nero episodio di felicità
certezze di appigli
consueti e rinuncia allo zero
vicino in movimento
avvista in dettaglio la
partitura spartita in un auditorium attento
4.
apparente profilo d’una cima
nel pensiero
inespresso che riconosce
(infine) lo spazio-deserto
né parti né grammatica una
lingua di pura effusione al di là del
grazie d’essere venuti grazie
a tutti bé a tutti purché in questa sala non vi sia
il tipo (un fondamentalista islamico)
(suppone) che si inserisce
nelle sue telefonate e in francese
(un francese-libanese osiamo
dire) la minaccia con queste parole
vous restez
toujours cachée chez vous mais nous allons
vous trouver tout le même
(lei) sta sempre nascosta
nel grido ma al di qua della
fenditura che articola il tempo
in casa ma noi la troveremo lo stesso eh no monsieur
nous-allons-vous-trouver-tout-le-même lei non si
nasconde
affatto non si è mai nascosta
non si nasconderà mai in
casa ci sta molto perché
lavora sempre e il suo lavoro si fa lì
e come se a nostra
disposizione fosse rimasto solo l’uso della parola
in casa
comunque ora è qui maintenant je suis ici je suis
ici et c’est
moi è qui ed è lei che prima o
poi ti beccherà scemo grazie
disarticola l’unità immediata
del senso nella quale l’essere del soggetto
anche a michael ledeen per
averla invitata a parlare in questo
prestigioso deposito di
cervelli che chiamano american enetrprprise
istitute
5.
grazie d’aver detto quelle
belle cose su di lei
(alcuni non gliene saranno grati) e soprattutto
d’aver sottolineato quanto
le dia disagio e quindi le sia difficile mostrarsi
in pubblico da molti
anni non si mostra in pubblico molti e del pensiero
non si distingue né dal suo
atto né dai suoi attributi
lasciandoci un passaggio tra
spettri calcinati in territorio
inaridito da scorie al centro
del sogno il desiderio di muovere le mani
guardare una
spiga-meravigliata torre invisibile non si
può più raggiungere cara
soffiata anima ricercante in passi avventurosi cioè
da quando venne a washington per leggere alcune
pagine del suo
romanzo inshallah e anche dopo
la pubblicazione de la rabbia e
dopo il 900 dopo la
sospensione del senso e in assenza di significazione
orgoglio in italia in francia
in spagna in germania eccetera non ha aperto bocca
o si è fatta vedere in
pubblico niente interviste niente televisioni niente
pubblicità lo stesso accadrà
quando il libro uscirà in olanda in ungheria
in polonia in romania in
scandinavia in grecia in israele in argentina
in australia in corea in
giappone in cina e il motivo non è quello
malignamente fornito da chi
non le vuol bene ma
come parlare? come presentare
la parola per dire il dopo
la malattia che chiama
l’alieno le sue rughe l’età
6.
silenzio e ciò che era prima
del dopo in cui siamo
l’alieno lo tiene a bada gli
ha fatto capire che se l’uccide
muore con lei che quindi è
meglio vivere assieme
per quanto vivere con lei sia
arduo per ora ci sta…vostro senso
dell’orientamento parola da
dove enigmatico suolo in fecondo
e inesauribile prezioso
assassino sorge terreno poetico nel venir
meno la caduta dell’infittirsi
mistero
decisiva è forse l’alleanza
tra poetare e pensare
dentro un mare azzurro-tinto è
innocente la consistenza delle
cose nella sostanzialità
concreta modulato e sottostante fino allo
svenimento corrisponde il
deserto della forma alla divisione e
bruna e tersa apparenza
visibile indifferente ad ogni perdita
avanza su una corda tesa
annichilente e svuotante superfici solo
per puro guadagno le rughe
sono le sue medaglie onorificenze che
tra parola poetica e parola
filosofica nella complessa relazione
s’è guadagnata invecchiare è
bellissimo perché come usa dire
a invecchiare si conquista una
libertà che da giovani non avevamo
una libertà assoluta data
alternativa inoltre aver quest’età è la
cosa migliore che potesse
capitarle che possa capitare a tutti
il motivo per cui si tiene in disparte e anche dopo
l’uscita
7.
rabbia e l’orgoglio non ha
dato interviste non è apparsa
che si istituisce ognuno dei
due termini è sospinto al limite
televisione non è andata a stringer mani come un
candidato che chiede
voti è ben diverso sta nel fatto che mostrarsi in
pubblico è per lei
un’auto-violenza un disturbo da una persona
ossessionata dalla privacy
conduce una vita molto severa le piace star sola
star sola le consente di
fare ciò che vuole scrivere studiare e il tempo
passa così
velocemente ne rimane poco e in quel poco non c’è
posto per
del proprio senso in zone per
le quali non esistono ancora nomi adeguati
esibizionismi servono solo ad
esaudire le altrui curiosità
cullata dagli ultrasuoni
inondata da raggi portanti di vita e di morte
indifferentemente sculture dei
battenti del tempio suburbano
incombono sconcertanti
sconcezze sono vie quelle del labirinto
perché è qui all’american
enterprise dunque?
esattamente là dove nella
contemporaneità si schiude lo spazio
del silenzio
perché qui fa ciò che
non ha fatto e non fa in europa? semplice perché
dall’11 settembre
siamo in guerra perché la prima linea di questa
guerra è in america non in
europa oggi come oggi l’europa è in retrovia
8.
corrispondente di guerra
preferiva stare in prima linea non in retrovia e
qui non si sente nemmeno un corrispondente di guerra
si sente un soldato
parlare di quest’ora senza
nome significa sfidare la lingua a divenire
il dovere d’un soldato è combattere è qui per
combattere e per
combattere questa guerra ha un’arma speciale un’arma
che non serve a
sparare serve a pensare far pensare svegliare chi
dorme cioè un libro
un piccolo libro (187 pagine) che si chiama the rage
and the pride
questo the rage and the pride che in europa ha fatto
e fa tanto fracasso
ha provocato e provoca reazioni tanto opposte da una
parte quelli che
la lingua del dopo a
pronunziare il silenzio come tale consentendo alle
parole
lo amano lo riveriscono gli cantano osanna
dall’altra quelli che lo odiano
che lo condannano che lo insultano che vorrebbero
bruciarlo insieme a lei
come negli anni trenta i nazi di berlino bruciavano
le librerie brucia
la strega bruciala ammazza l’eretica ammazzala
questo the rage and the
pride che scoppiò all’improvviso rubandola al
romanzo che stava scrivendo
e che da allora la imprigiona con le sue traduzioni
la ossessiona col suo
farsi puro significato nel
disastro del tempo e di crearsi un varco entro
il successo la schiavizza al punto di metterle
addosso una sorta di
risentimento a volte di nausea questo the rage and
the pride che
mise al mondo in poche settimane col raziocinio che
viene dalla saggezza
9.
tuttavia col candore d’un
bambino il bambino che nella fiaba di grimm
strilla il re è nudo! (sì: il re non porta neppure
le mutande nella
fiaba di grimm) ma i cortigiani non fanno che lodare
i suoi abiti che bel
nucleo del più profondo
ammutolire non il senso che dia senso al niente
mantello indossa oggi maestà che bei pantaloni e il
bambino strilla con
candore il re è nudo
il re è nudo e la sua arma di soldato è l’arma della
verità una verità che
prende l’avvio dalla verità di cui ora vi leggo il
seguente brano
dall’afghanistan al sudan dall’indonesia al pakistan
dalla malesia
all’iran dall’egitto all’iraq dall’algeria al
senegal dalla siria al…
ma il significante che
significhi il niente come tale
…kenia dalla libia al ciad dal libano al marocco
dalla palestina allo
yemen dall’arabia saudita alla somalia l’odio per
l'occidente cresce
è la lingua del poema
dell’adesso dell’incessante rotazione meccanica
che caratterizza il presente
descrivendo lo sviluppo crescente dei
dispositivi automatici della
distruzione in atto
è come se ci fosse rimasto
solo l’uso della parola
ma c’è la sensazione d’averne
perduto l’altra metà
la sua sensazione interna
eppure sono davanti ai nostri occhi
ancora le categorie della
percezione dell’essere
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La strada
Sono nato in questa strada, una via ampia che scorre dritta, un
senso procede a sud verso il mare e s’incrocia con l’ampio lungomare
sempre trafficato ad ogni ora del giorno.
Il senso opposto, quello che si dirige a
nord, prima attraversa una statale, c’è un semaforo all’incrocio, poi si
perde verso l’interno mantenendo sempre la stessa direzione.
Dicevo che sono nato in una casa sita su
questa via a circa un chilometro più verso il mare da dove abito adesso.
Quando ero ragazzo, avevo tutti gli amici
che stavano nella stessa mia strada e talvolta con loro facevamo delle
scorribande risalendo con le bici verso il nord.
Inforcavamo i nostri velocipedi e con
l’irruenza di quegli anni verdi pedalavamo veloci lasciando presto le
nostre case a più piani per trovarci circondati da abitazioni coloniche
con capanne, stalle, campi coltivati, covoni di paglia col palo piantato
nel mezzo ed un barattolo rovesciato all’estremità del palo.
Ci venivano incontro vociando torme di
bambini scalzi che chiaramente erano i figli dei contadini.
La prima scuola, i primi amici, la chiesa
che i miei frequentavano, i negozi nei quali si faceva la spesa, il
cinema, tutto si snodava lungo la strada, anche il circo ed il luna park
che ogni anno montavano le loro tende ed i loro stand, arrivavano da
questa via e a lato di essa si fermavano per poi ripartire.
Andai poi alle scuole superiori, usando la
metropolitana che portava in centro, finite le scuole trovai un lavoro,
sempre in centro, ed ho costantemente usato la metropolitana per questi
spostamenti quotidiani.
L’auto l’usavo solo la domenica, per
raggiungere il lungomare e talvolta proseguivo per chilometri e
chilometri lungo la costa finchè non trovavo un tratto di mare adatto ad
i miei tuffi.
Sono adesso in pensione ed abito ancora in
questa stessa via, l’ho già detto, un chilometro più a nord da dove sono
nato, talvolta incontro alcuni dei miei vecchi amici dell’infanzia.
Guardo non verso il mare ove la strada
finisce, ma verso nord ove la via prosegue e non so fin dove.
Ho esplorato un pezzo di essa da ragazzo,
solo da ragazzo, poi non sono mai più tornato al nord. Sono passate
diecine di anni da allora, sicuramente tutto sarà cambiato.
La direzione nord della strada mi attira
sempre più, è una calamita che ruba tutti i miei pensieri, mi richiama
ogni giorno più prepotentemente.
Ho finalmente deciso d’imboccare nuovamente
quella via, voglio vedere ove sbocca, sono sempre più curioso, anche
perché nelle carte che ho consultato, la strada sembra interrompersi a
soli dieci chilometri dalla mia abitazione, cosa che so non vera poiché
con le esplorazioni in bici arrivammo ben oltre.
Ho riempito l’auto di viveri, acqua e
taniche di benzina, ho caricato la mia vecchia bici sul portabagagli ed
ho girato la chiavetta d’accensione.
Parto lentamente in direzione nord: osservo
come fosse la prima volta il luogo ove abito, quanti ricordi
s’affastellano confusi nella mente, volti di donne e di bambini, interni
di case e di negozi, fiori sbocciati, danze, cerimonie liete e tristi…..
Sfilano palazzi signorili a cinque sei
piani, foderati in travertino, in preziosi tasselli di ceramiche
colorate e marmi, per proteggerli dal salmastro nei giorni di vento, coi
giardini ben curati, le siepi di pitosforo recentemente sforbiciate, le
rose le buganvillee, gli oleandri in fiore, larghi marciapiedi con
alberelli ornamentali, qualche severo pino maremmano nello sfondo,
lampioni e panchine a distanze regolari, le auto lucenti parcheggiate in
fila accosto ai marciapiedi.
All’improvviso c’è poi uno slargo di verde,
un grande giardino pubblico, ove spesso andavo, con siepi e panchine,
giochi per ragazzi ed un laghetto coi cigni. Scorgo giovani che corrono
ed anziani seduti immersi nella lettura.
Proseguo e salgo il cavalcaferrovia: sotto
passano rotaie sulle quali i treni sfrecciano veloci. Dal
cavalcaferrovia vedo il grande centro commerciale ed i negozi che lo
circondano.
Mi fermo proprio in cima al cavalcaferrovia
e scendo dall’auto, la strada è grande e non intralcio nessun altro
mezzo, guardo verso il mare e scorgo il mio condominio e più lontano la
casetta ove sono nato che adesso è stata ristrutturata e trasformata in
villetta. Poi leggermente a sinistra c’è l’entrata della metro, più
lontano la riga brillante del mare.
Riparto nella mia direzione e mi fermo al
semaforo che trovo all’incrocio con la statale. Il semaforo è rosso ed
io aspetto pazientemente senza spegnere il motore: la statale è molto
trafficata e file di auto multicolori sfrecciano veloci nelle due
direzioni. Attendo: infine il semaforo passa al verde, parto veloce
perché so che nella mia direzione il verde dura solo un attimo e non di
più. Vedo infatti la massa delle auto che di malavoglia s’è arrestata,
negli abitacoli i conducenti nervosi sgasano con rabbia e ripartono
facendo stridere le gomme quando io non ho ancora finito d’attraversare
la strada.
Proseguo e per qualche chilometro tutto
sembra essere uguale a dove io abito. Più avanti però le case non sono
foderate di pietra ed hanno l’intonaco scrostato, si fanno sempre più
brutte, più maltenute, sembrano anche più antiche, ma questo non è
possibile, perché quando passavo qui da ragazzo queste abitazioni non
c’erano ancora.
I giardini non sono più curati come nel mio
quartiere ed alcuni sono addirittura abbandonati: qualche abitazione ha
nientemeno che due assi incrociati sopra le porte e le finestre.
Sono adesso in un agglomerato ove le case si
stringono fitte ai lati della strada. Parcheggio e scendo per fare un
giro. Gli appartamenti sono ora a due, tre piani, i giardini qui non ci
sono, ma corti sterrate utilizzate come parcheggio dalle auto.
Alcune macchine sembrano abbandonate da
tempo, sono coperte di cocci e di ruggine.
La strada è attraversata da innumerevoli
fili metallici, del telefono, della luce e chissà d’altro.
I negozi hanno tutti le saracinesche
abbassate ed alcuni carrelli da supermercato, arrugginiti, giacciono
rovesciati accanto alle porte d’ingresso.
Passanti furtivi mi guardano di sottecchi e
girano veloci gli angoli, un uomo strattona una giovane ragazza e la
conduce a forza in un portone, nessuno sembra notare niente d’insolito e
la ragazza vistosamente si ribella, ma non emette un solo suono.
Turbato risalgo in auto e riparto, voglio
andare avanti, ancora più avanti.
Mangio un panino imbottito e bevo birra
mentre l’auto prosegue, ed i venti chilometri previsti da quella stupida
cartina sono già stati abbondantemente superati da altri venti e la
strada prosegue ancora chissà per quanto.
È giunta la notte, parcheggio l’auto e
mangio della frutta, lì vicino c’è un’insegna tremolante BAR, mi farò un
caffè poi dormirò nell’auto e domattina andrò ancora più avanti.
A piedi faccio i cento metri che mi separano
dal bar, entro da una cigolante porta a vetri, l’interno è poco
illuminato e alcuni avventori, vestiti come operai del secolo scorso se
ne stanno giocando a carte con mezzette di vino rosso e calici squadrati
davanti.
Per terra all’ingresso c’è una sputacchiera,
le avevo viste solo nei vecchi film, cerco di non guardarla ed entro in
quest’ambiente estremamente fumoso.
Sì, il fumo qui è a strati, c’è odore di
sigaro e di pipa, c’è anche odore d’orina, e mi ricorda che devo andare
al bagno.
Mi avvicino al bancone di legno, è lurido, e
chiedo al barista che indossa una giacca che sicuramente molto, molto
tempo prima era bianca, un caffè.
-
Corretto?
-
No, semplice.
Prendo il caffè, lo zucchero e mi siedo ad
un tavolo vuoto. C’è una porticina ed una targhetta “LATRINA”, mi alzo,
ci vado. E’ un bugigattolo puzzolente con un foro circolare per terra su
un lastra di marmo lurida ed un “tappo” anch’esso di marmo con una
maniglia metallica: mi arrangio mentre l’odore di ammoniaca si leva da
quel foro nel pavimento, poi ritappo il buco ed esco.
Al mio tavolo c’è un ragazza seduta, mi
siedo accanto al mio caffè e la guardo: è sudicia ed ha alcuni denti
cariati, è giovane, ma sento che pure puzza di sporco.
La ignoro, bevo il caffè, poi mi accendo una
sigaretta, lei prende una delle mie sigarette e l’accende.
Seguito ad ignorarla e mi guardo attorno:
sembra un’osteria del 1900, anche la macchina del caffè è enorme e in
ottone di quelle con gli stantuffi, pure gli avventori sembrano piovuti
da quel secolo.
Nessuno presta la pur minima attenzione al
sottoscritto, neppure la lurida ragazza che è seduta al mio tavolo e che
sta con piacere assaporando la sigaretta che mi ha preso. Vedo un
quotidiano piagato su una sedia poco distante, lo prendo per sfogliarlo.
È scritto in alfabeto cirillico,
meravigliato lo riposo, c’è un mazzo di carte, mi faccio un solitario,
poi un altro e questo lo risolvo.
La ragazza seduta ha finito la sigaretta e
la spenge dentro la tazza vuota del mio caffè, estrae un seno dalla
scollatura e mi fa – Andiamo? – No, grazie – Le rispondo, mi alzo, vado
al bancone chiedo quanto è, ma il barista mi fissa senza rispondere, gli
lascio allora sul banco un euro e lui guarda la moneta con interesse, ma
non dice niente.
Esco e torno all’auto, inclino i sedili, mi
metto un plaid addosso e mi addormento.
Durante la notte qualcuno sbatte con
violenza contro la carrozzeria della mia macchina emettendo un grido, un
ubriaco? Ma non riesce a svegliarmi del tutto.
Al mattino riparto e più mi addentro verso
il nord, più tutto sembra diverso, il traffico ora è quasi inesistente,
ho incontrato solo un paio di carri trainati da cavalli, ed anche i
pedoni sono rari.
Bar più non se ne vedono, distributori di
carburante neppure a parlarne. Ma ho portato ben due taniche piene di
benzina, così mi fermo e realizzo il pieno con esse. Proseguo senza mai
fermarmi per molte ore, poi faccio una sosta in un’area ove le case sono
tutte diroccate, sembra proprio che siano cadute per incuria.
Lascio sul selciato i miei bisogni, mi
sgranchisco le gambe, mangio e bevo qualcosa. C’è una casa che è proprio
rasa al suolo e tra le macerie si scorgono i resti di una vecchia auto
degli anni ’50. Mi avvicino e tra i detriti distinguo delle bianche ossa
che mi sembrano umane, non ho voglia d’indagare su questi aspetti e
proseguo.
I marciapiedi qui hanno molte pietre divelte
e sull’asfalto crepato della strada col gesso vedo disegnati dei giochi
di ragazzi: qualcuno allora è stato qui recentemente.
Mi sento osservato e mi giro verso un muro
sbrecciato. Chiunque fosse la dietro, s’accorge che l’ho visto e fugge
veloce. Lo chiamo, ma quell’indistinta figura è già sparita.
Torno all’auto e proseguo il mio viaggio,
guido fino a notte inoltrata, mi fermo seguendo un cartello che indica
PARCHEGGIO: nell’area della sosta ci sono solo gli scheletri di altre
due auto, guardo le targhe, ma sono illeggibili, la ruggine le ha
cancellate.
Le luci sono tutte spente, cespugli sono
nati tutt’intorno all’area di parcheggio ed in alcuni punti sono
riusciti a conquistarsi anche fette d’asfalto. Sembra non esserci anima
viva e rottami e fili metallici sono ovunque.
La notte però odo grida, colpi d’arma da
fuoco, rumori d’ogni tipo: in piena oscurità un animale si avvicina
all’auto, lo vedo cercar di guardare all’interno, appannare il cristallo
con una bocca canina, gli occhi brillanti, i lunghi bianchi denti e la
lingua gocciolante. Mi faccio piccolo piccolo sotto il plaid: l’animale
annusa a lungo tutta l’auto, poi addenta più volte i pneumatici, e
infine se ne va.
Al mattino ho una gomma forata, la cambio e
riparto e lungo la strada vedo solo edifici che sembrano aver subito un
bombardamento, parte della carreggiata è talvolta occupata da masse
indefinibili di metallo arrugginito. Macerie, macerie, solo macerie per
chilometri e chilometri, interrotte talvolta da alcuni campi incolti.
Quando si fa notte qualcosa cambia, ci sono
degli edifici abitati ed incontro dei campi coltivati, ma la strada s’è
fatta più stretta ed è sterrata, non più asfaltata.
Proseguo fin quasi al mattino ed ad un certo
punto l’auto si ferma, la benzina è finita.
Carico allora il cibo, l’acqua e le poche
cose indispensabili su uno zaino e prendo la bici.
Adesso davanti a me c’è un lungo ponte in
legno che attraversa un fossato, ma forse è un fiume, mi accorgo che è
molto ampio e le sue acque devono essere profonde.
Il ponte ha delle spallette, anch’esse in
legno, ci appoggio la bici e scendo verso le acque che scorrono.
-
Fossi in te non lo farei!
Mi fermo, mi guardo intorno e scorgo un uomo
sul ponte vestito in jeans e camicione a quadri.
-
Scusi, diceva a me?
-
Fossi in lei non andrei troppo vicino all’acqua.
-
Perché?
-
Ci sono le scille!
-
Che cosa?
-
Le scille!
-
Non so cosa siano.
-
Guardi allora.
L’uomo si china e da una cesta di vimini
trae un pesce e lo lancia in acqua. Il pesce non fa in tempo a cadere
nel fiume che un lungo tentacolo s’alza di scatto e lo inghiotte.
Il tentacolo poi si mette eretto, dritto
verso l’alto e si aprono come dei petali colorati sulla sua sommità, a
raggiera, sì che l’effetto finale è quello d’una enorme margherita
colorata.
-
E’ una pianta carnivora?
-
No, è un animale, una scilla d’acqua dolce, ed il fiume ne è
pieno: per questo non è saggio avvicinarsi troppo.
-
Mangiano anche le persone?
-
Sì, le trascinano in acqua e le strappano a morsi.
-
Non lo sapevo, grazie per avermi avvertito.
Risalgo veloce verso il ponte, voglio
calorosamente ringraziare il pescatore per avermi salvato la vita, ma di
lui non v’è traccia, monto allora nuovamente sulla bici e mi fermo
proprio nel mezzo del ponte.
Immobile guardo l’acqua scorrere, per un po’
non succede proprio nulla, poi lentamente, una ad una le scille
emergono, innalzano il loro collo a forma di stelo ed i mortali petali
s’aprono a corona.
Il fiume ora è pieno di grandissimi fiori
colorati, solo in apparenza innocui: ma ogni tanto un fiore
silenziosamente e repentino su tuffa per carpire un pesce, più raramente
qualche altro fa un guizzo per prendere al volo con quella bocca rotonda
che è circondata dai petali, qualche ignaro uccello.
Osservo a lungo, non ho mai visto animali
del genere, poi ricomincio a pedalare e mi sposto nuovamente più a nord.
Pedalo lungo la dritta strada sterrata e
giungo ad un centro abitato.
Alcuni ragazzi vestiti di stracci mi
osservano arrivare e sento i loro occhi penetranti che seguono ogni mio
avanzamento. Ci sono bambini dappertutto e mi osservano con degli strani
occhiali bianchi, non mi vengono incontro, sono quasi immobili.
Pedalo finchè non vedo quella che mi sembra
un’osteria, scendo dalla bici ed entro: macchine del caffè non ne vedo,
ma boccali da birra rovesciati sono accatastati lungo il bancone.
Dietro c’è una ragazza rossa di capelli e
dall’aspetto florido, meno male che non è lurida e non porta quelli
strani occhiali bianchi.
-
Una birra.
Lei mi serve un boccale abbastanza grande
d’una birra bionda spumeggiante, il sapore è un po’ aspro, ma gradevole.
Mi siedo su uno sgabello di legno nero e
bevo con calma. Mi accendo una sigaretta e scorgo uno sguardo di
disappunto negli occhi dell’ostessa.
Più tardi pago e lei guarda con attenzione
le monete che le ho lasciato sul banco, poi scuote la testa e le ripone
in un cassetto sotto il bancone.
Con lo zaino in spalla esco, ma la bici più
non c’è. Faccio segno ad un ragazzo con gli occhiali bianchi, ma quello
sparisce, e sono spariti tutti, nella strada non c’è più nessuno.
Mi sistemo ammodo lo zaino sulle spalle e
riparto a piedi nella direzione nord, la strada non è più sterrata, ma
neppure asfaltata, sembra sia stata spennellata con più strati di
silicone. Più vado avanti più le case sono strane, quasi
orientaleggianti, ma con gli angoli smussati, quasi a pianta circolare,
non saprei come definirle, hanno un qualcosa d’inquietante e d’alieno,
sono riapparsi anche i marciapiedi, ma hanno un che di sbagliato.
Incontro anche alcuni passanti, ma i loro
sguardi sotto quegli assurdi occhiali bianchi, sono ambigui ed i loro
vestiti troppo stretti e corti: sembra che si siano tutti abbigliati con
i loro abiti da ragazzo.
Alcuni scivolano sulla strada con strani
pattini e vanno molto veloci.
Sono tutti in pantaloncini corti o minigonne
quasi inesistenti e tutti si muovono in fretta, alcuni addirittura mi
urtano.
Le abitazioni sono adesso disegnate con
volute geometriche ed alcune ricordano disegni psichedelici.
Vi sono molti negozi con vetrine illuminate.
Mi fermo ad osservare le vetrine e scorgo esposti oggetti impossibili,
le insegne poi sembrano dipinte con volute colorate.
Eppure sono sicuro che quello è un alfabeto,
ma chissà da dove l’hanno preso. Proseguo ed ora le abitazioni sono
proprio tutte a pianta rotonda e gli abitanti che incontro hanno tutti,
proprio tutti, quegli assurdi occhiali con le lenti bianche.
C’è un giardino pubblico con fiori e
panchine: mi fermo.
Sto mangiando dei biscotti e sono seduto su
una panchina che pensavo di pietra, invece è tiepida e soffice, quando
un ragazzo si siede accanto a me. È quasi nudo con quei suoi vestiti
striminziti, osservo meglio quei buffi occhiali, ma solo allora mi
accorgo che sono i suoi occhi: ovali, bianchi, piatti, lisci.
Anche lui mi osserva, prima incuriosito, poi
quando mi vede alzare di scatto, s’alza pure lui e mi rivolge alcune
parole in un linguaggio gutturale che non capisco. Allora lui emette un
fischio e dopo pochi secondi appare una bellissima ragazza vestita in
nero, anzi molto poco vestita in nero. Il ragazzo se ne va ed io rimango
con questo schianto quasi nuda e vedo che quelli che credevo occhiali,
sono occhi anche per lei.
Con gli stessi versi del ragazzo, che ora è
sparito, lei vuol dirmi qualcosa, le faccio segno che non ho capito
nulla e le sorrido.
Anche lei mi sorride e mi fa cenno di
seguirla, così dopo una lunga passeggiata mi ritrovo all’interno d’una
casa rotonda e lei mi offre del cibo, poi mi dà da fumare ed infine mi
serve un liquore dal sapore gradevolissimo e leggermente alcolico.
C’è calore qui, e c’è musica, è strano ma
c’è sempre musica. Fuori ora è notte, ma all’interno c’è luce e non
comprendo da dove provenga. Una parete si colora ed appaiono immagini, è
una specie di TV e quello dev’essere l’equivalente del nostro
telegiornale, solo che parlano in una lingua incomprensibile ed hanno
tutti quegli strani occhi piatti, brutti no, ma inquietanti.
Dopo il tg c’è musica ed un programma così
strano come non ne ho mai visti.
Mi ritrovo a letto nudo con la padrona di
casa e solo allora mi rendo perfettamente conto che a parte gli occhi e
la lingua proprio impossibile, questa è giovane e molto, molto bella,
troppo per me.
Malgrado sia un po’ sull’arrugginito
nell’argomento riesco lo stesso a fare una buona figura, ed io sono il
primo ad esserne meravigliato.
Al mattino la colazione è servita, le mie
cose che avevo nello zaino sono già state disposte nella stanza e
quella strana TV è già in funzione.
Il caffè è buono, anche se non credo proprio
che sia caffè, ed una tazza colma di cioccolato caldo mi aspetta: sono
certo che non si tratta di cioccolato, ma di qualcosa di altrettanto
gradevole.
Sul tavolo c’è un pacchetto di sigarette
dall’aspetto alquanto strano: è tutto azzurro con arabeschi in oro.
Dopo il caffè ed il cioccolato accendo una
sigaretta tolta da quel pacchetto assurdo, l’assaporo, il gusto è
lievemente speziato e devo dire che è veramente ottima.
Forse era questo il posto che ho cercato per
tutta la vita: lei mi osserva con quegli strani occhi, mi prende la
mano, la bacia e mi sorride.
Fuori alcuni ragazzi dagli occhi piatti
stanno provando la mia bicicletta: cazzo! ecco dov’era finita! Però me
l’hanno riportata.
Vedo che uno di loro già riesce a stare in
equilibrio.
Gli sorrido.
È ormai già un bel po’ di tempo che mi trovo
in questo luogo, lo so la strada prosegue ancora verso nord, ma mi è
passata la voglia di andare avanti.
Tornare indietro, non se ne parla neppure,
non rientrava nei miei programmi.
Comincio ad imparare la loro lingua e qui mi
trovo così bene come non sono mai stato.
La mattina quando mi rado la barba, mi
osservo attentamente allo specchio e sono ringiovanito di diecine
d’anni: chissà perché?
La ragazza è sempre così affettuosa con me e
non mi lascia mai, sono felice d’averla incontrata. Mi riempie sempre di
piccoli regali, ho imparato anch’io a scivolare sulla strada con le loro
scarpe anti-g che lei ovviamente mi ha regalato. Anche questo sapone da
barba, il rasoio, il dopobarba e la crema da spalmare sugli occhi sono
suoi regali.
La crema da occhi poi è fantastica, i miei
occhi ovali bianchi assumono ora variazioni cromatiche madreperlacee.
Delle volte mi sembra proprio che questo
posto sia veramente troppo per me e mi chiedo: “Dove sarà l’imbroglio?”
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SDOT OR
(questo racconto vuol essere un omaggio al popolo ed alla letteratura
d’Israele)
Salgo sulla mia vecchissima auto e devo ricordarmi di rientrare prima
che faccia buio perché i fanali hanno smesso di funzionare una settimana
fa. Dovevo andare dall’elettrauto, ma poi me lo sono scordato, non è che
adoperi molto l’auto, preferisco camminare a piedi.
Mi sembra di vivere in un
sogno, anzi in un incubo, tutto è cominciato stamani con una telefonata.
Era tarda mattinata, ma me ne stavo sdraiato sul letto con le finestre
chiuse per lasciare fuori il caldo ed il sole, non avevo lezioni e me la
stavo prendendo comoda, avevo tra l’altro qualche linea di febbre. Il
telefono squilla a lungo, dall’altro capo c’è qualcuno che dovrei
conoscere, ma non ricordo il suo nome, mi dice che è morta, un
attentato, lo stanno dicendo anche alla tivù. Non riesco a levarmi il
torpore da dosso, ringrazio e bruscamente butto giù il telefono prima
ancora d’aver messo a fuoco la notizia.
Mi
getto nuovamente sul letto, poi il volto di lei brilla nella memoria: un
attentato? Non è possibile! Mi alzo velocemente, la mente ora non è più
annebbiata dal sonno, ma un dolore profondo mi avvolge, la febbre mi fa
sentire la testa, cosa mi è stato detto al telefono? Mi sono sognato
tutto?
Rimango nudo in piedi davanti alla finestra chiusa, guardo il ricevitore
come fosse un nemico. Poi schizzo verso l’angolo più ignorato della
casa, dove c’è un vecchio televisore in bianco e nero che non accendo
quasi mai. Giro la manopola e lentamente appaiono alcune immagini
pubblicitarie, cambio canale finchè trovo un notiziario: sta parlando di
un attentato in un mercatino di Tel Aviv, il solito disperato imbottito
di tritolo, tre morti. Appaiono in quel bianco e nero di sapore antico
le immagini dell’angolo di mercato devastato, alcuni intervistati
raccontano ciò che hanno visto, conversano anche con un ferito
all’ospedale, poi le foto dei tre morti. Una foto è la sua, resto
paralizzato, i miei occhi sono secchi come l’aria attorno, sembra che mi
brucino, mi dico non è possibile, è solo un sogno, e poi perché?
Con l’auto giro verso le colline, l’asfalto della strada è zeppo di
buche e la mia vecchia auto sobbalza cigolando, gli ammortizzatori
scarichi si ribellano alle sollecitazioni, mi fermo in uno spiazzo
aperto, c’è un’altra auto arrugginita, forse abbandonata da tempo. In
lontananza un rumoroso trattore munito di pala aggredisce una collinetta
ghiaiosa. Poso la testa sul volante e ritorno al tardo mattino, davanti
alla tivù, mentre lancio un urlo ed il suo volto resta impresso nella
memoria. Mi copro il capo, m’infilo pigiama e pantofole. Con un coltello
faccio un lungo taglio al pigiama all’altezza del cuore. Esco, il
televisore è rimasto acceso, la porta è aperta, cammino, cammino: qui
alla periferia di Gerusalemme tra rovi ostinati che crescono nella
polvere e tagliano le mie gambe insensibili. Vago in pigiama coi piedi
sanguinanti, Gerusalemme è l’unica città al mondo ove puoi passeggiare
in pigiama e pantofole senza destare curiosità. Giro tutto attorno al
mio quartiere, più volte, perdo il conto delle ore, il pomeriggio è ora
avanzato, il dolore non si placa, ed allora ritorno davanti alla mia
abitazione salgo sull’auto e giro la chiavetta, mentre un bambino mi
osserva con l’aria interrogativa. Giungo prima all’università e giro
attorno ai padiglioni, qualche studente carico di libri mi riconosce e
fa un cenno di saluto.
Ora sono qui in questo desolato parcheggio tra colli e le vallate che
arrivano fino al Sinai. Ulivi, pietre, in lontananza il rumore
affievolito d’un trattore. Nella nottata è caduto uno spruzzo di pioggia
e dove mi trovo ci sono delle pozzanghere, ma la mota è quasi secca.
Ricordo, lo scroscio d’acqua è durato solo un attimo ed il terreno sta
già riprendendo quello che brama. A destra un muro sbrecciato, una casa
in costruzione, divago: Gerusalemme è sempre distrutta, malgrado si
costruisca in continuazione, il ricordo della distruzione permane. Il
caldo ha preso pieno possesso dell’aria ed il vento, ora salmastro,
screpola le labbra.
Gerusalemme, la sua periferia sempre in allerta, tutto è confine, la
zona di frontiera passa ovunque, anche nelle menti. Lei non c’è più,
vivemmo anni spensierati a Sdot Or alle prese con viti ed ulivi, amici,
più che amici, io di destra, d’una destra totalmente laica, lei
influenzata dalla nuova sinistra americana. Vestiva di solito in jeans,
talvolta cortissimi, portava scarpe NIKE sempre coperte di terra, fumava
Marlboro. La prendevo sempre in giro, “la tua roba americana, i levi’s
le nike la fanno gli arabi in Marocco e le Marlboro le fanno a Napoli”.
“Gli arabi a Napoli?” Diceva lei e poi ridevamo entrambi. Camice,
t-shirt, portava tutta roba americana e la trovava in certi mercatini
che solo lei conosceva e dove avevano anche le Marlboro a prezzi
stracciati.
In
un mercato a Tel Aviv: era andata in gita e lei aveva subito cercato il
mercato….
Il
vento robusto del mare si sta scontrando con quello del deserto, carico
di sabbia e di promesse mai mantenute. La mia poesia si è inaridita in
questa città, lasciai Sdot Or portandomi dietro i suoi ricordi, quando
bambino giocavo coi trattori di legno e le camionette, giochi rozzi da
bambino di kibbutz. Ero innamorato di lei, ma non seppi rendermene
pienamente conto, stavamo sempre insieme e prima di partire, è storia di
tutti i giorni che qualcuno lascia il suo kibbutz, per giungere a
Gerusalemme e studiare, ci amammo per un giorno intero. Ci siamo poi
sentiti tre o quattro volte al telefono, ci siamo scambiati qualche
cartolina d’auguri. Intanto intorno a noi tutto cambiava in fretta pur
restando immutabile.
Un
giorno ebbi voglia di rivederla e salii sull’auto, questa stessa auto,
che allora era un po’ meno arrugginita d’adesso. Dopo un lungo viaggio
giunsi infine a Sdot Or, ero accaldato e ricoperto della fine polvere
che entra ovunque quando viaggi in questo angolo del mondo. Mi fermai
allora accanto al refettorio comune e cominciai a pettinarmi, a
ripulirmi alla meglio con salviette umidificate, e mentre stavo facendo
toilette la vidi passare, aveva un’enorme pancia, era incinta. Avevo
saputo del suo matrimonio, ma non sapevo che fosse rimasta incinta,
nessuno me lo aveva detto. Allora mi feci piccolo in auto e riuscii a
non farmi vedere. Poi ripartii per Gerusalemme.
Arriva sferragliando un grosso camion che fa manovra in retromarcia
lascia poi sganciato il suo rimorchio scoperto a fianco della mia auto.
Osservo le manovre, il camion riparte, vicino a me, sul terreno formiche
gerosolimitane senza fretta camminano in fila.
Sono immobile e la notte arriva con le sue costellazioni infinite, gli
occhi mi si chiudono e mi ritrovo a due passi dal confine con la Siria,
vicino a Sdot Or, sono arrivato con una vecchia moto militare e la sto
aspettando. Ma l’attesa è al termine, ecco che arriva a passo veloce con
le NIKE sporche di terra, coi suoi capelli neri che il vento fa danzare.
I suoi occhi penetranti, minipantaloni e t-shirt avana, un cappello di
rafia che resta miracolosamente in bilico sulla sua chioma. Le sue
labbra carnose, sensuali che si avvicinano al mio volto, la bacio sulla
guancia: un bacio che sa di sale.
Siamo tutt’uno con la nostra terra mentre il ricordo mi avvolge in
questa triste notte d’autunno alla periferia di Gerusalemme.
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Termine che significa
laccio degli stivali, ben conosciuto nella frase “sollevandosi tirandosi
su per i lacci degli stivali”. Processo dunque che si svolge senza aiuti
esterni: in informatica è il programma esistente in ogni PC che contiene
le istruzioni per avviare il computer stesso. In fisica indica teorie
nelle quali ogni famiglia di particelle capaci d’interagire, genera le
successive. In cosmologia definisce teorie secondo le quali l’universo
nasce da una particella iniziale virtuale che rompe la simmetria.
Basta coi pensieri difficili, adesso è il momento della partenza, lo
avverto, consulto in fretta le memorie, ogni frase è collegata ad un
programma, le frasi sono in sequenza, ho inconsciamente memorizzato la
progressione delle frasi, almeno credo…
Ed
ecco, la frase erompe alla memoria, sono sicuro che sia quella giusta:
“E’ brutto il bello, è bello il brutto, libriamoci per la nebbia e l’aer
corrotto!”
È
Shakespeare, sto pensando, ed intanto il bootstrap automaticamente
s’innesta ed ancora una volta mi tiro su per i lacci.
Sono una splendida ragazza e nuda mi sta specchiando su una lastra di
rame che riflette per intero il mio corpo. Mentre ho la piena
consapevolezza della mia formazione anatomica la lastra svanisce e
davanti a me c’è un prato, la temperatura è mite. Una stretta strada
sterrata attraversa il prato, vi è una stazione di servizio ed oltre, il
bosco. Una stazione di servizio su questa strada sterrata? Mi sembra che
ci sia uno sbaglio nel set, sono perplessa, ma è proprio così. Mi
avvicino con cautela e sento la piacevole sensazione del camminare a
piedi nudi sull’erba. Le pompe sono di quelle gigantesche, a colonna,
stile anni ’50, ma potrebbero essere anche più antiche: sono tre, tutte
e tre colorate di rosso, accanto alle pompe c’è il casottino della
stazione di servizio, poi un’asta metallica con una bandiera, anch’essa
metallica. C’è lo stemma di una ditta di benzina con disegnato un
cavallo alato, è uno stemma che conosco ma non mi viene in mente il nome
della marca. All’interno del casottino scorgo un uomo in gilet e maniche
di camicia. Sono nuda, come posso chiedergli dei vestiti? Faccio finta
d’esser pudica e mi copro con le mani, mi avvicino alla finestra, con
aria angelica gli mando un sorriso finto imbarazzato.
-
Per favore, mormoro in intergalattico, ma quello non capisce un
tubo ed ha pure gli occhi spalancati per la sorpresa, poi farfuglia
qualcosa in una lingua incomprensibile. Attivo lo scanner ed in
automatico mi seleziona la lingua: è inglese del ventesimo secolo,
dialetto americano. Ora comprendo e posso rispondere.
-
Per favore…
-
Benedetta bambina, cosa t’è successo, come mai sei così…
-
Nuda?
-
Sì, non puoi girare in queste condizioni.
-
Dormivo sa? E mi sono ritrovata così, qui intorno…
-
Presto vieni dentro prima che qualcuno ti veda, ho delle tute.
-
Grazie.
Dico con un filo di voce ed entro dietro a lui nel
casottino della stazione ed ecco che apre uno scatolone di cartone e da
questo estrae una T-shirt, poi dei pantaloni di tuta ed anche delle
felpe, cerca gli abiti della mia misura: hanno tutti disegnato un
piccolo pegaso.
Sceglie capi tutti di color rosa e sulla sedia
accanto alla scrivania posa una T-shirt, un paio di pantaloni, una felpa
ed anche un paio di calzini, cercando di non farsi notare lancia
occhiate al mio corpo, capisco subito che gli piaccio, e non poco. Apre
un’altra scatola e qui dentro vi sono solo scarpe da tennis, cerca la
mia misura e ne tira fuori un paio, rosa anche queste e col piccolo
pegaso. Mi osserva in silenzio, poi:
-
Ora puoi vestirti.
-
Grazie ancora
-
Aspetta, prima di vestirti…
Chiude la porta e tira le tende, poi mi s’avvicina prendendomi
delicatamente per la vita. Sono incerta, ma lascio fare mentre rifletto.
Potrei incenerirlo immediatamente, oppure fermargli il battito del
cuore. Ma è un bel ragazzo, m’ispira simpatia ed ha gli occhi dolci,
certo è mezzo pelato, però ha proprio l’aria di essere un bravo tipo.
Decido di lasciarlo fare anche perché mi ha messo voglia: mi accarezza
ovunque, mi bacia, mi sdraia sul divano, comincia a spogliarsi. Ma sì,
lasciamolo fare questo simpatico tipetto, gli concedo una ventina di
minuti per farmi come meglio crede. Scade il tempo a lui concesso e
scendo dal divano, c’è un bagno piccolo piccolo con la doccia: mi infilo
sotto il gelido getto. Esco asciugandomi con un telo che lui mi porge.
Si è già rivestito ed ora esce, è arrivato un cliente con un’auto da
museo. Mi vesto con gli abiti rosa, tutti rosa che sembro un confetto,
però sono della mia misura, ha occhio il tipetto. Esco, mi siedo su una
sdraia al sole, devo asciugarmi i capelli, i riccioli biondi sono tutti
bagnati. Il cliente paga, lui viene verso di me.
-
Tutto bene zuccherino?
-
Alla perfezione.
-
Cosa fai adesso?
-
Prendo il sole e mi asciugo i capelli.
-
Vuoi un caffè?
-
Neococa ce l’hai?
-
Cocacola?
-
No neococa.
-
Caffè o cocacola, non c’è altro.
-
Caffè allora.
Se
ne torna nel casottino, esce dopo qualche minuto con due tazze di caffè
fumante.
-
Ho messo due cucchiaini di zucchero, va bene?
-
Perfetto.
-
Mi devi spiegare cosa ci facevi qui intorno.
-
Troppo lungo, troppo complicato, un’altra volta.
-
Ci sarà un’altra volta, zuccherino?
- &nb |