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Vittorio Baccelli

Liriche senza titolo dedicate ad Oriana

Precipitando

La strada

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dello stesso Autore...Futuro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PRECIPITANDO

Sto precipitando, da sempre sto precipitando: sono stata spinta giù da un’alta terrazza ed ho visto nella mia caduta milioni, forse miliardi di finestre, alcune chiuse, altre aperte, altre ancora con uomini e donne che mi guardavano stupiti oltre i vetri.

Ero ad una festa, una di quelle di gran lusso con tanta bella gente e poi sono caduta, no, mi hanno buttata giù e tutto s’è svolto in un attimo e non sono riuscita neppure a vedere i miei assassini, poiché incredula e nello stesso tempo terrorizzata ho visto subito il vuoto sotto di me che mi attirava irresistibilmente.

Ma la morte non è avvenuta, non mi sono spiaccicata sull’asfalto sottostante, come avrebbe dovuto esser prevedibile, no, ho continuato a cadere, finestra dopo finestra, grattacielo dopo grattacielo.

Il terrore prima s’è trasformato in semplice paura, poi in curiosità. Anche la curiosità è svanita da tempo, adesso desidererei solo arrivare in fondo a questa caduta senza fine, senza scopo, ma forse non mi è concesso. Le notti s’alternano ai giorni, ed i giorni alle stagioni, ma il sibilo del vento nella mia caduta è costante da tempo…da quanto tempo? Ho la sensazione di cadere da sempre, che il precipitare sia l’unica mia ragione d’esistere. Le finestre sono solo dei rettangoli che s’aprono in un vuoto in discesa ma infinito, rettangoli talvolta illuminati, dietro i quali si celano timorosi esseri umani d’ogni tipo, vecchi e bambini, ricchi e poveri, uomini e donne, bianchi e di colore. Spalancano tutti la bocca nello stesso modo quando mi vedono passare, e sgranano gli occhi, ma poi, immagino, scuotono ancora una volta la testa, si stropicciano gli occhi e proseguono nelle loro occupazioni da stanza come se niente fosse e si dimenticano in fretta del mio passaggio rimovendolo del tutto.

Vedo feste, veglie di morte, giovani amanti, televisori accesi, gente che mangia, che legge, che litiga, che lavora, occupata nei bagni….. Sono sferzata dal vento, dall’acqua, dalla neve, il sole mi riscalda di giorno, la luna m’illumina la notte. Bevo la pioggia e mangio la neve, non ho cibo e sembro non risentirne, talvolta dormo e sogno, ma nessun sogno è mai interamente un sogno.

E la mia folle discesa prosegue nell’indifferenza generale, ed anch’io sono ormai indifferente alla mia sorte. All’inizio quando la curiosità della situazione aveva il sopravvento riuscivo a guardare con attenzione dietro le finestre, rubando scorci d’intimità, mandavo baci ai bei ragazzi, sorridevo ai bambini, agitavo le braccia se mi sembrava d’aver riconosciuto qualcuno. Poi cominciavo anche a sbattere gli arti come per volare o nuotare, e riuscivo a compiere qualche piccolo spostamento nella direzione voluta. Ma mi sono stancata presto di questi giochi e sempre più mi sono chiusa in me stessa cercando d’ignorare il più possibile questo folle mondo che sale vertiginosamente sempre più in alto. Adesso ne sono sicura: è il mondo che viene scagliato in alto nei cieli, mentre io sono ferma, immobile a mezz’aria. Per due volte ho incrociato persone che erano nel vuoto come me, la prima fu una bambina che avrà avuto sei o sette anni, completamente nuda, nera di pelle, mi ha sorpassato in fretta venendo dal basso ed ho lasciato che volasse sempre più in alto sopra di me.

La seconda era un bel giovane in abito scuro con una cravatta azzurra, m’è sembrato in abito da cerimonia ma stringeva in una mano una borsa di pelle nera, mi ha superato scendendo in tutta fretta, gli ho fatto cenno e lui mi ha risposto agitando il braccio libero, gli ho urlato qualcosa, ma la voce s’è persa nel vento, allora ho cercato di raggiungerlo, ma tutto è stato inutile.

Sto ancora precipitando ed ho ancora indosso tutti i vestiti di quella lontana festa e sono incredibilmente ancora in ordine: un piccolo abito di seta verde che lascia vedere in trasparenza tutto il mio corpo nudo, un bracciale d’oro ed una collana di perle, solo le scarpe se ne sono andate chissà dove.

Le finestre non sono più rettangolari adesso, ma rotonde, tutte rotonde, come grandi oblò di nave, ed il colore della luce dietro queste finestre rotonde da lavatrice è decisamente giallo. E dietro vedo muoversi strane forme con grandi occhi piatti, rotondi, tutti d’un bianco abbagliante. E precipito, sto continuando nella mia corsa, oppure è il mondo che sale, questo mondo che sta divenendo sempre più strano e sale sempre più mentre io sono lì ferma a mezz’aria, immobile.

C’è qualcosa che sta velocemente scendendo verso di me, è un animale marino, sembra una medusa, è bianco, trasparente e muove convulsamente dei tentacoli, sul manto distinguo chiaramente due occhi, vuoti, bianchi, rotondi, piatti, sono identici a quelli che mi guardano con indifferenza da dietro gli oblò.

Mi sorpassa veloce scendendo in picchiata ed a mo’ di saluto agita ancor più i tentacoli bianchi e traslucidi nella mia direzione. Riesco a girarmi con la testa rivolta verso il basso, ormai sono brava a compiere queste manovre, e lo saluto, come si saluta un amico sulla nave in partenza.

E precipito, seguito a precipitare, o è il mondo che sale ed io sono ferma a mezz’aria.

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LIRICHE  SENZA  TITOLO  DEDICATE  AD  ORIANA

 

1.

già musil poteva parlare del nostro tempo come di una civiltà nella

quale esistono esperienze senza colui che le vive

i suoi articoli e suoi libri quando tutto si è concluso il pubblico è

balzato in piedi dedicandole un lungo e caldo applauso intervento

sulla guerra che il terrorismo islamico ha scagliato contro tra via

 

d’accesso e meta non sdoppiamento felicità com’episodio nell’

oggetto della ricerca con l’esercizio del cercar se polvere la polvere

spirito da stanze popolose d’argenti in quelle case uniche disabitate

irregolarità avvicendamenti precipitazioni ed esistono parole senza

che ne sia stata elaborata l’emozione

 

ritto su un balcone cammino corro incespico precipito in spazi

altissimi retrocedenti con l’estrema azzurrina schiarita com’episodio

di felicità ogni cosa al mondo c’è nuova su questa strada dai capelli

di tomba che ancora risplendono come specchio di solitudine desueta

provvida nell’episodio del pipistrello bianco non preceduta ruzzolo

 

mi rialzo osservo cammino corro il grido-scrittrice wake up occidente

intermittenze collisioni di cose ed eventi

sveglia nel living-room della casa newyorchese dove ha creato in ferventi

notti insonni rabbia e orgoglio spicca una bella cornice incespico

precipito ruzzolo sprofondo nuoto incespico precipito ruzzolo in spazio argenteo

 

2.

manifesto d’una delle molte conferenze che salvemini grande

amico di toscanini tenne negli stati uniti per sensibilizzare l’opinione

pubblica americana manifesto che recita domenica 7 maggio 1933

punti di silenzio abissale rotaie

alle 2.30 del pomeriggio meeting all’irving plaza hotel di new york. il

 

meeting è organizzato sotto gli auspici del movimento italiano

karol attorno a sé fenomeno mediatico senza precedenti quasi una risposta

di un mondo diverso ma antico stanco della vigliaccheria della troppa

visibilità data ai negatori tagliagola della civiltà della cultura delle

conquiste sociali e civili una riposta ad un triste sanguinario medioevo nazislam

 

un moto molteplice incerto confuso irregolare disordinato

attorno a karol il grande l’umanità

intera quasi simbolo di riscossa d’orgoglio

ritrovato nel mistero semplice della morte

un ondeggiamento vago la varietà l’incertezza il non vedere

 

è come se a nostra disposizione fosse rimasto solo l’uso della parola

giustizia e libertà racconta nella prefazione del libro e

il legame oriana-gaetano non è certo casuale
giustizia e libertà è stata la fede della scrittrice e della sua famiglia quando lei era giovanissima combattente lo scorso martedì l’american enterprise institute

 

3.

a washington invitata a presentare l’edizione americana

di the rage and the

tutto il potersi spaziare con l’immaginazione riguardo a ciò

che non si vede l’entropia ha il potere di giustapporre in un unico luogo reale
pride era la prima volta che appariva in pubblico dopo oltre dieci anni di silenzio

 

evento ha avuto la stessa forza dirompente occidente è incominciato con ciò che chiama ironicamente il discorso della montagna cioè il discorso sul mondo islamico sulla religione islamica come nel libro ha avuto anche un altro destinatario occidente che ha perso la capacità di combattere per un

diversi spazi diversi luoghi che sono tra loro incompatibili


ideale per una fede che ha perso la passione quella passione che invece sostiene la montagna il finale del discorso un grido quasi disperato wake up occidente svegliati immagine si fonde con quella di salvemini che nel 1933 parla all’irving plaza.
per restare nel tempo stabilito la lettura di un discorso in pubblico avviene a volte con brevi tagli che sintetizzano un passaggio o passaggi del

 

linguaggio senza discorso una parola senza frase senza sintassi
testo quello che pubblichiamo è il testo integrale

nero episodio di felicità certezze di appigli

consueti e rinuncia allo zero vicino in movimento

avvista in dettaglio la partitura spartita in un auditorium attento

 

4.

apparente profilo d’una cima nel pensiero

inespresso che riconosce (infine) lo spazio-deserto

né parti né grammatica una lingua di pura effusione al di là del

grazie d’essere venuti grazie a tutti bé a tutti purché in questa sala non vi sia il tipo (un fondamentalista islamico)

 

(suppone) che si inserisce nelle sue telefonate e in francese

(un francese-libanese osiamo dire) la minaccia con queste parole

vous restez toujours cachée chez vous mais nous allons

vous trouver tout le même (lei) sta sempre nascosta

nel grido ma al di qua della fenditura che articola il tempo


in casa ma noi la troveremo lo stesso eh no monsieur

nous-allons-vous-trouver-tout-le-même lei non si nasconde

affatto non si è mai nascosta non si nasconderà mai in

casa ci sta molto perché lavora sempre e il suo lavoro si fa lì

e come se a nostra disposizione fosse rimasto solo l’uso della parola

 

in casa comunque ora è qui maintenant je suis ici je suis ici et c’est

moi è qui ed è lei che prima o poi ti beccherà scemo grazie

disarticola l’unità immediata del senso nella quale l’essere del soggetto

anche a michael ledeen per averla invitata a parlare in questo

prestigioso deposito di cervelli che chiamano american  enetrprprise istitute


5.

grazie d’aver detto quelle belle cose su di lei
(alcuni non gliene saranno grati) e soprattutto d’aver sottolineato quanto
le dia disagio e quindi le sia difficile mostrarsi in pubblico da molti
anni non si mostra in pubblico molti e del pensiero

non si distingue né dal suo atto né dai suoi  attributi

 

lasciandoci un passaggio tra spettri calcinati in territorio

inaridito da scorie al centro del sogno il desiderio di muovere le mani

guardare una spiga-meravigliata torre invisibile non si

può più raggiungere cara soffiata anima ricercante in passi avventurosi cioè da quando venne a washington per leggere alcune pagine del suo

 

romanzo inshallah e anche dopo la pubblicazione de la rabbia e

dopo il 900 dopo la sospensione del senso e in assenza di significazione

orgoglio in italia in francia in spagna in germania eccetera non  ha aperto bocca

o si è fatta vedere in pubblico niente interviste niente televisioni niente

pubblicità lo stesso accadrà quando il libro uscirà in olanda in ungheria

 

in polonia in romania in scandinavia in grecia in israele in argentina

in australia in corea in giappone in cina e il motivo non è quello

malignamente fornito da chi non le vuol bene ma

come parlare? come presentare la parola per dire il dopo

la malattia che chiama l’alieno le sue rughe l’età

 

6.

silenzio e ciò che era prima del dopo in cui siamo

l’alieno lo tiene a bada gli ha fatto capire che se l’uccide

muore con lei che quindi è meglio vivere assieme

per quanto vivere con lei sia arduo per ora  ci sta…vostro senso

dell’orientamento parola da dove enigmatico suolo in fecondo

 

e inesauribile prezioso assassino sorge terreno poetico nel venir

meno la caduta dell’infittirsi mistero

decisiva è forse l’alleanza tra poetare e pensare

dentro un mare azzurro-tinto è innocente la consistenza delle

cose nella sostanzialità concreta modulato e sottostante fino allo

 

svenimento corrisponde il deserto della forma alla divisione e

bruna e tersa apparenza visibile indifferente ad ogni perdita

avanza su una corda tesa annichilente e svuotante superfici solo

per puro guadagno le rughe sono le sue medaglie onorificenze che

tra parola poetica e parola filosofica nella complessa relazione

 

s’è guadagnata invecchiare è bellissimo perché come usa dire

a invecchiare si conquista una libertà che da giovani non avevamo

una libertà assoluta data alternativa inoltre aver quest’età è la

cosa migliore che potesse capitarle che possa capitare a tutti
il motivo per cui si tiene in disparte e anche dopo l’uscita

 
7.

rabbia e l’orgoglio non ha dato interviste non è apparsa

che si istituisce ognuno dei due termini è sospinto al limite
televisione non è andata a stringer mani come un candidato che chiede
voti è ben diverso sta nel fatto che mostrarsi in pubblico è per lei
un’auto-violenza un disturbo da una persona ossessionata dalla privacy

 
conduce una vita molto severa le piace star sola star sola le consente di
fare ciò che vuole scrivere studiare e il tempo passa così
velocemente ne rimane poco e in quel poco non c’è  posto  per

del proprio senso in zone per le quali non esistono ancora nomi adeguati

esibizionismi servono solo ad esaudire le altrui curiosità

 

cullata dagli ultrasuoni inondata da raggi portanti di vita e di morte

indifferentemente sculture dei battenti del tempio suburbano

incombono sconcertanti sconcezze sono vie quelle del labirinto

perché è qui all’american enterprise dunque?

esattamente là dove nella contemporaneità si schiude lo spazio

 

del silenzio

perché qui fa ciò che
non ha fatto e non fa in europa? semplice perché dall’11 settembre
siamo in guerra perché la prima linea di questa guerra è in america non in
europa oggi come oggi l’europa è in retrovia


8.

corrispondente di guerra preferiva stare in prima linea non in retrovia e
qui non si sente nemmeno un corrispondente di guerra si sente un soldato

parlare di quest’ora senza nome significa sfidare la lingua a divenire
il dovere d’un soldato è combattere è qui per combattere e per
combattere questa guerra ha un’arma speciale un’arma che non serve a

 
sparare serve a pensare far pensare svegliare chi dorme cioè un libro
un piccolo libro (187 pagine) che si chiama the rage and the pride
questo the rage and the pride che in europa ha fatto e fa tanto fracasso
ha provocato e provoca reazioni tanto opposte da una parte quelli che

la lingua del dopo a pronunziare il silenzio come tale consentendo alle parole


lo amano lo riveriscono gli cantano osanna dall’altra quelli che lo odiano
che lo condannano che lo insultano che vorrebbero bruciarlo insieme a lei
come negli anni trenta i nazi di berlino bruciavano le librerie brucia
la strega bruciala ammazza l’eretica ammazzala questo the rage and the
pride che scoppiò all’improvviso rubandola al romanzo che stava scrivendo

 
e che da allora la imprigiona con le sue traduzioni la ossessiona col suo

farsi puro significato nel disastro del tempo e di crearsi un varco entro
il successo la schiavizza al punto di metterle addosso una sorta di
risentimento a volte di nausea questo the rage and the pride che
mise al mondo in poche settimane col raziocinio che viene dalla saggezza

 
9.

tuttavia col candore d’un bambino il bambino che nella fiaba di grimm
strilla il re è nudo! (sì: il re non porta neppure le mutande nella
fiaba di grimm) ma i cortigiani non fanno che lodare i suoi abiti che bel

nucleo del più profondo ammutolire non il senso che dia senso al niente
mantello indossa oggi  maestà che bei pantaloni e il bambino strilla con

 
candore il re è nudo
il re è nudo e la sua arma di soldato è l’arma della verità una verità che
prende l’avvio dalla verità di cui ora vi leggo il seguente brano
dall’afghanistan al sudan dall’indonesia al pakistan dalla malesia
all’iran dall’egitto all’iraq dall’algeria al senegal dalla siria al…

 

ma il significante che significhi il niente come tale
…kenia dalla libia al ciad dal libano al marocco dalla palestina allo
yemen dall’arabia saudita alla somalia l’odio per l'occidente cresce

è la lingua del poema dell’adesso dell’incessante rotazione meccanica

che caratterizza il presente descrivendo lo sviluppo crescente dei

dispositivi automatici della distruzione in atto

è come se ci fosse rimasto solo l’uso della parola

ma c’è la sensazione d’averne perduto l’altra metà

la sua sensazione interna eppure sono davanti ai nostri occhi

ancora le categorie della percezione dell’essere

 

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La strada

 

Sono nato in questa strada, una via ampia che scorre dritta, un senso procede a sud verso il mare e s’incrocia con l’ampio lungomare sempre trafficato ad ogni ora del giorno.

Il senso opposto, quello che si dirige a nord, prima attraversa una statale, c’è un semaforo all’incrocio, poi si perde verso l’interno mantenendo sempre la stessa direzione.

Dicevo che sono nato in una casa sita su questa via a circa un chilometro più verso il mare da dove abito adesso.

Quando ero ragazzo, avevo tutti gli amici che stavano nella stessa mia strada e talvolta con loro facevamo delle scorribande risalendo con le bici verso il nord.

Inforcavamo i nostri velocipedi e con l’irruenza di quegli anni verdi pedalavamo veloci lasciando presto le nostre case a più piani per trovarci circondati da abitazioni coloniche con capanne, stalle, campi coltivati, covoni di paglia col palo piantato nel mezzo ed un barattolo rovesciato all’estremità del palo.

Ci venivano incontro vociando torme di bambini scalzi che chiaramente erano i figli dei contadini.

La prima scuola, i primi amici, la chiesa che i miei frequentavano, i negozi nei quali si faceva la spesa, il cinema, tutto si snodava lungo la strada, anche il circo ed il luna park che ogni anno montavano le loro tende ed i loro stand, arrivavano da questa via e a lato di essa si fermavano per poi ripartire.

Andai poi alle scuole superiori, usando la metropolitana che portava in centro, finite le scuole trovai un lavoro, sempre in centro, ed ho costantemente usato la metropolitana per questi spostamenti quotidiani.

L’auto l’usavo solo la domenica, per raggiungere il lungomare e talvolta proseguivo per chilometri e chilometri lungo la costa finchè non trovavo un tratto di mare adatto ad i miei tuffi.

Sono adesso in pensione ed abito ancora in questa stessa via, l’ho già detto, un chilometro più a nord da dove sono nato, talvolta incontro alcuni dei miei vecchi amici dell’infanzia.

Guardo non verso il mare ove la strada finisce, ma verso nord ove la via prosegue e non so fin dove.

Ho esplorato un pezzo di essa da ragazzo, solo da ragazzo, poi non sono mai più tornato al nord. Sono passate diecine di anni da allora, sicuramente tutto sarà cambiato.

La direzione nord della strada mi attira sempre più, è una calamita che ruba tutti i miei pensieri, mi richiama ogni giorno più prepotentemente.

Ho finalmente deciso d’imboccare nuovamente quella via, voglio vedere ove sbocca, sono sempre più curioso, anche perché nelle carte che ho consultato, la strada sembra interrompersi a soli dieci chilometri dalla mia abitazione, cosa che so non vera poiché con le esplorazioni in bici arrivammo ben oltre.

Ho riempito l’auto di viveri, acqua e taniche di benzina, ho caricato la mia vecchia bici sul portabagagli ed ho girato la chiavetta d’accensione.

Parto lentamente in direzione nord: osservo come fosse la prima volta il luogo ove abito, quanti ricordi s’affastellano confusi nella mente, volti di donne e di bambini, interni di case e di negozi, fiori sbocciati, danze, cerimonie liete e tristi…..

Sfilano palazzi signorili a cinque sei piani, foderati in travertino, in preziosi tasselli di ceramiche colorate e marmi, per proteggerli dal salmastro nei giorni di vento, coi giardini ben curati, le siepi di pitosforo recentemente sforbiciate, le rose le buganvillee, gli oleandri in fiore, larghi marciapiedi con alberelli ornamentali, qualche severo pino maremmano nello sfondo, lampioni e panchine a distanze regolari, le auto lucenti parcheggiate in fila accosto ai marciapiedi.

All’improvviso c’è poi uno slargo di verde, un grande giardino pubblico, ove spesso andavo, con siepi e panchine, giochi per ragazzi ed un laghetto coi cigni. Scorgo giovani che corrono ed anziani seduti immersi nella lettura.

Proseguo e salgo il cavalcaferrovia: sotto passano rotaie sulle quali i treni sfrecciano veloci. Dal cavalcaferrovia vedo il grande centro commerciale ed i negozi che lo circondano.

Mi fermo proprio in cima al cavalcaferrovia e scendo dall’auto, la strada è grande e non intralcio nessun altro mezzo, guardo verso il mare e scorgo il mio condominio e più lontano la casetta ove sono nato che adesso è stata ristrutturata e trasformata in villetta. Poi leggermente a sinistra c’è l’entrata della metro, più lontano la riga brillante del mare.

Riparto nella mia direzione e mi fermo al semaforo che trovo all’incrocio con la statale. Il semaforo è rosso ed io aspetto pazientemente senza spegnere il motore: la statale è molto trafficata e file di auto multicolori sfrecciano veloci nelle due direzioni. Attendo: infine il semaforo passa al verde, parto veloce perché so che nella mia direzione il verde dura solo un attimo e non di più. Vedo infatti la massa delle auto che di malavoglia s’è arrestata, negli abitacoli i conducenti nervosi sgasano con rabbia e ripartono facendo stridere le gomme quando io non ho ancora finito d’attraversare la strada.

Proseguo e per qualche chilometro tutto sembra essere uguale a dove io abito. Più avanti però le case non sono foderate di pietra ed hanno l’intonaco scrostato, si fanno sempre più brutte, più maltenute, sembrano anche più antiche, ma questo non è possibile, perché quando passavo qui da ragazzo queste abitazioni non c’erano ancora.

I giardini non sono più curati come nel mio quartiere ed alcuni sono addirittura abbandonati: qualche abitazione ha nientemeno che due assi incrociati sopra le porte e le finestre.

Sono adesso in un agglomerato ove le case si stringono fitte ai lati della strada. Parcheggio e scendo per fare un giro. Gli appartamenti sono ora a due, tre piani, i giardini qui non ci sono, ma corti sterrate utilizzate come parcheggio dalle auto.

Alcune macchine sembrano abbandonate da tempo, sono coperte di cocci e di ruggine.

La strada è attraversata da innumerevoli fili metallici, del telefono, della luce e chissà d’altro.

I negozi hanno tutti le saracinesche abbassate ed alcuni carrelli da supermercato, arrugginiti, giacciono rovesciati accanto alle porte d’ingresso.

Passanti furtivi mi guardano di sottecchi e girano veloci gli angoli, un uomo strattona una giovane ragazza e la conduce a forza in un portone, nessuno sembra notare niente d’insolito e la ragazza vistosamente si ribella, ma non emette un solo suono.

Turbato risalgo in auto e riparto, voglio andare avanti, ancora più avanti.

Mangio un panino imbottito e bevo birra mentre l’auto prosegue, ed i venti chilometri previsti da quella stupida cartina sono già stati abbondantemente superati da altri venti e la strada prosegue ancora chissà per quanto.

È giunta la notte, parcheggio l’auto e mangio della frutta, lì vicino c’è un’insegna tremolante BAR, mi farò un caffè poi dormirò nell’auto e domattina andrò ancora più avanti.

A piedi faccio i cento metri che mi separano dal bar, entro da una cigolante porta a vetri, l’interno è poco illuminato e alcuni avventori, vestiti come operai del secolo scorso se ne stanno giocando a carte con mezzette di vino rosso e calici squadrati davanti.

Per terra all’ingresso c’è una sputacchiera, le avevo viste solo nei vecchi film, cerco di non guardarla ed entro in quest’ambiente estremamente fumoso.

Sì, il fumo qui è a strati, c’è odore di sigaro e di pipa, c’è anche odore d’orina, e mi ricorda che devo andare al bagno.

Mi avvicino al bancone di legno, è lurido, e chiedo al barista che indossa una giacca che sicuramente molto, molto tempo prima era bianca, un caffè.

-         Corretto?

-         No, semplice.

Prendo il caffè, lo zucchero e mi siedo ad un tavolo vuoto. C’è una porticina ed una targhetta “LATRINA”, mi alzo, ci vado. E’ un bugigattolo puzzolente con un foro circolare per terra su un lastra di marmo lurida ed un “tappo” anch’esso di marmo con una maniglia metallica: mi arrangio mentre l’odore di ammoniaca si leva da quel foro nel pavimento, poi ritappo il buco ed esco.

Al mio tavolo c’è un ragazza seduta, mi siedo accanto al mio caffè e la guardo: è sudicia ed ha alcuni denti cariati, è giovane, ma sento che pure puzza di sporco.

La ignoro, bevo il caffè, poi mi accendo una sigaretta, lei prende una delle mie sigarette e l’accende.

Seguito ad ignorarla e mi guardo attorno: sembra un’osteria del 1900, anche la macchina del caffè è enorme e in ottone di quelle con gli stantuffi, pure gli avventori sembrano piovuti da quel secolo.

Nessuno presta la pur minima attenzione al sottoscritto, neppure la lurida ragazza che è seduta al mio tavolo e che sta con piacere assaporando la sigaretta che mi ha preso. Vedo un quotidiano piagato su una sedia poco distante, lo prendo per sfogliarlo.

È scritto in alfabeto cirillico, meravigliato lo riposo, c’è un mazzo di carte, mi faccio un solitario, poi un altro e questo lo risolvo.

La ragazza seduta ha finito la sigaretta e la spenge dentro la tazza vuota del mio caffè, estrae un seno dalla scollatura e mi fa – Andiamo? – No, grazie – Le rispondo, mi alzo, vado al bancone chiedo quanto è, ma il barista mi fissa senza rispondere, gli lascio allora sul banco un euro e lui guarda la moneta con interesse, ma non dice niente.

Esco e torno all’auto, inclino i sedili, mi metto un plaid addosso e mi addormento.

Durante la notte qualcuno sbatte con violenza contro la carrozzeria della mia macchina emettendo un grido, un ubriaco? Ma non riesce a svegliarmi del tutto.

Al mattino riparto e più mi addentro verso il nord, più tutto sembra diverso, il traffico ora è quasi inesistente, ho incontrato solo un paio di carri trainati da cavalli, ed anche i pedoni sono rari.

Bar più non se ne vedono, distributori di carburante neppure a parlarne. Ma ho portato ben due taniche piene di benzina, così mi fermo e realizzo il pieno con esse. Proseguo senza mai fermarmi per molte ore, poi faccio una sosta in un’area ove le case sono tutte diroccate, sembra proprio che siano cadute per incuria.

Lascio sul selciato i miei bisogni, mi sgranchisco le gambe, mangio e bevo qualcosa. C’è una casa che è proprio rasa al suolo e tra le macerie si scorgono i resti di una vecchia auto degli anni ’50. Mi avvicino e tra i detriti distinguo delle bianche ossa che mi sembrano umane, non ho voglia d’indagare su questi aspetti e proseguo.

I marciapiedi qui hanno molte pietre divelte e sull’asfalto crepato della strada col gesso vedo disegnati dei giochi di ragazzi: qualcuno allora è stato qui recentemente.

Mi sento osservato e mi giro verso un muro sbrecciato. Chiunque fosse la dietro, s’accorge che l’ho visto e fugge veloce. Lo chiamo, ma quell’indistinta figura è già sparita.

Torno all’auto e proseguo il mio viaggio, guido fino a notte inoltrata, mi fermo seguendo un cartello che indica PARCHEGGIO: nell’area della sosta ci sono solo gli scheletri di altre due auto, guardo le targhe, ma sono illeggibili, la ruggine le ha cancellate.

Le luci sono tutte spente, cespugli sono nati tutt’intorno all’area di parcheggio ed in alcuni punti sono riusciti a conquistarsi anche fette d’asfalto. Sembra non esserci anima viva e rottami e fili metallici sono ovunque.

La notte però odo grida, colpi d’arma da fuoco, rumori d’ogni tipo: in piena oscurità un animale si avvicina all’auto, lo vedo cercar di guardare all’interno, appannare il cristallo con una bocca canina, gli occhi brillanti, i lunghi bianchi denti e la lingua gocciolante. Mi faccio piccolo piccolo sotto il plaid: l’animale annusa a lungo tutta l’auto, poi addenta più volte i pneumatici, e infine se ne va.

Al mattino ho una gomma forata, la cambio e riparto e lungo la strada vedo solo edifici che sembrano aver subito un bombardamento, parte della carreggiata è talvolta occupata da masse indefinibili di metallo arrugginito. Macerie, macerie, solo macerie per chilometri e chilometri, interrotte talvolta da alcuni campi incolti.

Quando si fa notte qualcosa cambia, ci sono degli edifici abitati ed incontro dei campi coltivati, ma la strada s’è fatta più stretta ed è sterrata, non più asfaltata.

Proseguo fin quasi al mattino ed ad un certo punto l’auto si ferma, la benzina è finita.

Carico allora il cibo, l’acqua e le poche cose indispensabili su uno zaino e prendo la bici.

Adesso davanti a me c’è un lungo ponte in legno che attraversa un fossato, ma forse è un fiume, mi accorgo che è molto ampio e le sue acque devono essere profonde.

Il ponte ha delle spallette, anch’esse in legno, ci appoggio la bici e scendo verso le acque che scorrono.

-         Fossi in te non lo farei!

Mi fermo, mi guardo intorno e scorgo un uomo sul ponte vestito in jeans e camicione a quadri.

-         Scusi, diceva a me?

-         Fossi in lei non andrei troppo vicino all’acqua.

-         Perché?

-         Ci sono le scille!

-         Che cosa?

-         Le scille!

-         Non so cosa siano.

-         Guardi allora.

L’uomo si china e da una cesta di vimini trae un pesce e lo lancia in acqua. Il pesce non fa in tempo a cadere nel fiume che un lungo tentacolo s’alza di scatto e lo inghiotte.

Il tentacolo poi si mette eretto, dritto verso l’alto e si aprono come dei petali colorati sulla sua sommità, a raggiera, sì che l’effetto finale è quello d’una enorme margherita colorata.

-         E’ una pianta carnivora?

-         No, è un animale, una scilla d’acqua dolce, ed il fiume ne è pieno: per questo non è saggio avvicinarsi troppo.

-         Mangiano anche le persone?

-         Sì, le trascinano in acqua e le strappano a morsi.

-         Non lo sapevo, grazie per avermi avvertito.

Risalgo veloce verso il ponte, voglio calorosamente ringraziare il pescatore per avermi salvato la vita, ma di lui non v’è traccia, monto allora nuovamente sulla bici e mi fermo proprio nel mezzo del ponte.

Immobile guardo l’acqua scorrere, per un po’ non succede proprio nulla, poi lentamente, una ad una le scille emergono, innalzano il loro collo a forma di stelo ed i mortali petali s’aprono a corona.

Il fiume ora è pieno di grandissimi fiori colorati, solo in apparenza innocui: ma ogni tanto un fiore silenziosamente e repentino su tuffa per carpire un pesce, più raramente qualche altro fa un guizzo per prendere al volo con quella bocca rotonda che è circondata dai petali, qualche ignaro uccello.

Osservo a lungo, non ho mai visto animali del genere, poi ricomincio a pedalare e mi sposto nuovamente più a nord.

Pedalo lungo la dritta strada sterrata e giungo ad un centro abitato.

Alcuni ragazzi vestiti di stracci mi osservano arrivare e sento i loro occhi penetranti che seguono ogni mio avanzamento. Ci sono bambini dappertutto e mi osservano con degli strani occhiali bianchi, non mi vengono incontro, sono quasi immobili.

Pedalo finchè non vedo quella che mi sembra un’osteria, scendo dalla bici ed entro: macchine del caffè non ne vedo, ma boccali da birra rovesciati sono accatastati lungo il bancone.

Dietro c’è una ragazza rossa di capelli e dall’aspetto florido, meno male che non è lurida e non porta quelli strani occhiali bianchi.

-         Una birra.

Lei mi serve un boccale abbastanza grande d’una birra bionda spumeggiante, il sapore è un po’ aspro, ma gradevole.

Mi siedo su uno sgabello di legno nero e bevo con calma. Mi accendo una sigaretta e scorgo uno sguardo di disappunto negli occhi dell’ostessa.

Più tardi pago e lei guarda con attenzione le monete che le ho lasciato sul banco, poi scuote la testa e le ripone in un cassetto sotto il bancone.

Con lo zaino in spalla esco, ma la bici più non c’è. Faccio segno ad un ragazzo con gli occhiali bianchi, ma quello sparisce, e sono spariti tutti, nella strada non c’è più nessuno.

Mi sistemo ammodo lo zaino sulle spalle e riparto a piedi nella direzione nord, la strada non è più sterrata, ma neppure asfaltata, sembra sia stata spennellata con più strati di silicone. Più vado avanti più le case sono strane, quasi orientaleggianti, ma con gli angoli smussati, quasi a pianta circolare, non saprei come definirle, hanno un qualcosa d’inquietante e d’alieno, sono riapparsi anche i marciapiedi, ma hanno un che di sbagliato.

Incontro anche alcuni passanti, ma i loro sguardi sotto quegli assurdi occhiali bianchi, sono ambigui ed i loro vestiti troppo stretti e corti: sembra che si siano tutti abbigliati con i loro abiti da ragazzo.

Alcuni scivolano sulla strada con strani pattini e vanno molto veloci.

Sono tutti in pantaloncini corti o minigonne quasi inesistenti e tutti si muovono in fretta, alcuni addirittura mi urtano.

Le abitazioni sono adesso disegnate con volute geometriche ed alcune ricordano disegni psichedelici.

Vi sono molti negozi con vetrine illuminate. Mi fermo ad osservare le vetrine e scorgo esposti oggetti impossibili, le insegne poi sembrano dipinte con volute colorate.

Eppure sono sicuro che quello è un alfabeto, ma chissà da dove l’hanno preso. Proseguo ed ora le abitazioni sono proprio tutte a pianta rotonda e gli abitanti che incontro hanno tutti, proprio tutti, quegli assurdi occhiali con le lenti bianche.

C’è un giardino pubblico con fiori e panchine: mi fermo.

Sto mangiando dei biscotti e sono seduto su una panchina che pensavo di pietra, invece è tiepida e soffice, quando un ragazzo si siede accanto a me. È quasi nudo con quei suoi vestiti striminziti, osservo meglio quei buffi occhiali, ma solo allora mi accorgo che sono i suoi occhi: ovali, bianchi, piatti, lisci.

Anche lui mi osserva, prima incuriosito, poi quando mi vede alzare di scatto, s’alza pure lui e mi rivolge alcune parole in un linguaggio gutturale che non capisco. Allora lui emette un fischio e dopo pochi secondi appare una bellissima ragazza vestita in nero, anzi molto poco vestita in nero. Il ragazzo se ne va ed io rimango con questo schianto quasi nuda e vedo che quelli che credevo occhiali, sono occhi anche per lei.

Con gli stessi versi del ragazzo, che ora è sparito, lei vuol dirmi qualcosa, le faccio segno che non ho capito nulla e le sorrido.

Anche lei mi sorride e  mi fa cenno di seguirla, così dopo una lunga passeggiata mi ritrovo all’interno d’una casa rotonda e lei mi offre del cibo, poi mi dà da fumare ed infine mi serve un liquore dal sapore gradevolissimo e leggermente alcolico.

C’è calore qui, e c’è musica, è strano ma c’è sempre musica. Fuori ora è notte, ma all’interno c’è luce e non comprendo da dove provenga. Una parete si colora ed appaiono immagini, è una specie di TV e quello dev’essere l’equivalente del nostro telegiornale, solo che parlano in una lingua incomprensibile ed hanno tutti quegli strani occhi piatti, brutti no, ma inquietanti.

Dopo il tg c’è musica ed un programma così strano come non ne ho mai visti.

Mi ritrovo a letto nudo con la padrona di casa e solo allora mi rendo perfettamente conto che a parte gli occhi e la lingua proprio impossibile, questa è giovane e molto, molto bella, troppo per me.

Malgrado sia un po’ sull’arrugginito nell’argomento riesco lo stesso a fare una buona figura, ed io sono il primo ad esserne meravigliato.

Al mattino la colazione è servita, le mie cose che avevo nello zaino sono già state disposte nella stanza  e quella strana TV è già in funzione.

Il caffè è buono, anche se non credo proprio che sia caffè, ed una tazza colma di cioccolato caldo mi aspetta: sono certo che non si tratta di cioccolato, ma di qualcosa di altrettanto gradevole.

Sul tavolo c’è un pacchetto di sigarette dall’aspetto alquanto strano: è tutto azzurro con arabeschi in oro.

Dopo il caffè ed il cioccolato accendo una sigaretta tolta da quel pacchetto assurdo, l’assaporo, il gusto è lievemente speziato e devo dire che è veramente ottima.

Forse era questo il posto che ho cercato per tutta la vita: lei mi osserva con quegli strani occhi, mi prende la mano, la bacia e mi sorride.

Fuori alcuni ragazzi dagli occhi piatti stanno provando la mia bicicletta: cazzo! ecco dov’era finita! Però me l’hanno riportata.

Vedo che uno di loro già riesce a stare in equilibrio.

Gli sorrido.

 

 

È ormai già un bel po’ di tempo che mi trovo in questo luogo, lo so la strada prosegue ancora verso nord, ma mi è passata la voglia di andare avanti.

Tornare indietro, non se ne parla neppure, non rientrava nei miei programmi.

Comincio ad imparare la loro lingua e qui mi trovo così bene come non sono mai stato.

La mattina quando mi rado la barba, mi osservo attentamente allo specchio e sono ringiovanito di diecine d’anni: chissà perché?

La ragazza è sempre così affettuosa con me e non mi lascia mai, sono felice d’averla incontrata. Mi riempie sempre di piccoli regali, ho imparato anch’io a scivolare sulla strada con le loro scarpe anti-g che lei ovviamente mi ha regalato. Anche questo sapone da barba, il rasoio, il dopobarba e la crema da spalmare sugli occhi sono suoi regali.

La crema da occhi poi è fantastica, i miei occhi ovali bianchi assumono ora variazioni cromatiche madreperlacee.

Delle volte mi sembra proprio che questo posto sia veramente troppo per me e mi chiedo: “Dove sarà l’imbroglio?”

 

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SDOT  OR

(questo racconto vuol essere un omaggio al popolo ed alla letteratura d’Israele)

 

Salgo sulla mia vecchissima auto e devo ricordarmi di rientrare prima che faccia buio perché i fanali hanno smesso di funzionare una settimana fa. Dovevo andare dall’elettrauto, ma poi me lo sono scordato, non è che adoperi molto l’auto, preferisco camminare a piedi.

Mi sembra di vivere in un sogno, anzi in un incubo, tutto è cominciato stamani con una telefonata. Era tarda mattinata, ma  me ne stavo sdraiato sul letto con le finestre chiuse per lasciare fuori il caldo ed il sole, non avevo lezioni e me la stavo prendendo comoda, avevo tra l’altro qualche linea di febbre. Il telefono squilla a lungo, dall’altro capo c’è qualcuno che dovrei conoscere, ma non ricordo il suo nome, mi dice che è morta, un attentato, lo stanno dicendo anche alla tivù. Non riesco a levarmi il torpore da dosso, ringrazio e bruscamente butto giù il telefono prima ancora d’aver messo a fuoco la notizia.

Mi getto nuovamente sul letto, poi il volto di lei brilla nella memoria: un attentato? Non è possibile! Mi alzo velocemente, la mente ora non è più annebbiata dal sonno, ma un dolore profondo mi avvolge, la febbre mi fa sentire la testa, cosa mi è stato detto al telefono? Mi sono sognato tutto?

Rimango nudo in piedi davanti alla finestra chiusa, guardo il ricevitore come fosse un nemico. Poi schizzo verso l’angolo più ignorato della casa, dove c’è un vecchio televisore in bianco e nero che non accendo quasi mai. Giro la manopola e lentamente appaiono alcune immagini pubblicitarie, cambio canale finchè trovo un notiziario: sta parlando di un attentato in un mercatino di Tel Aviv, il solito disperato imbottito di tritolo, tre morti. Appaiono in quel bianco e nero di sapore antico le immagini dell’angolo di mercato devastato, alcuni intervistati raccontano ciò che hanno visto, conversano anche con un ferito all’ospedale, poi le foto dei tre morti. Una foto è la sua, resto paralizzato, i miei occhi sono secchi come l’aria attorno, sembra che mi brucino, mi dico non è possibile, è solo un sogno, e poi perché?

Con l’auto giro verso le colline, l’asfalto della strada è zeppo di buche e la mia vecchia auto sobbalza cigolando, gli ammortizzatori scarichi si ribellano alle sollecitazioni, mi fermo in uno spiazzo aperto, c’è un’altra auto arrugginita, forse abbandonata da tempo. In lontananza un rumoroso trattore munito di pala aggredisce una collinetta ghiaiosa. Poso la testa sul volante e ritorno al tardo mattino, davanti alla tivù, mentre lancio un urlo ed il suo volto resta impresso nella memoria. Mi copro il capo, m’infilo pigiama e pantofole. Con un coltello faccio un lungo taglio al pigiama all’altezza del cuore. Esco, il televisore è rimasto acceso, la porta è aperta, cammino, cammino: qui alla periferia di Gerusalemme tra rovi ostinati che crescono nella polvere e tagliano le mie gambe insensibili. Vago in pigiama coi piedi sanguinanti, Gerusalemme è l’unica città al mondo ove puoi passeggiare in pigiama e pantofole senza destare curiosità. Giro tutto attorno al mio quartiere, più volte, perdo il conto delle ore, il pomeriggio è ora avanzato, il dolore non si placa, ed allora ritorno davanti alla mia abitazione salgo sull’auto e giro la chiavetta, mentre un bambino mi osserva con l’aria interrogativa. Giungo prima all’università e giro attorno ai padiglioni, qualche studente carico di libri mi riconosce e fa un cenno di saluto.

Ora sono qui in questo desolato parcheggio tra colli e le vallate che arrivano fino al Sinai. Ulivi, pietre, in lontananza il rumore affievolito d’un trattore. Nella nottata è caduto uno spruzzo di pioggia e dove mi trovo ci sono delle pozzanghere, ma la mota è quasi secca. Ricordo, lo scroscio d’acqua è durato solo un attimo ed il terreno sta già riprendendo quello che brama. A destra un muro sbrecciato, una casa in costruzione, divago: Gerusalemme è sempre distrutta, malgrado si costruisca in continuazione, il ricordo della distruzione permane. Il caldo ha preso pieno possesso dell’aria ed il vento, ora salmastro, screpola le labbra.

Gerusalemme, la sua periferia sempre in allerta, tutto è confine, la zona di frontiera passa ovunque, anche nelle menti. Lei non c’è più, vivemmo anni spensierati a Sdot Or alle prese con viti ed ulivi, amici, più che amici, io di destra, d’una destra totalmente laica, lei influenzata dalla nuova sinistra americana. Vestiva di solito in jeans, talvolta cortissimi, portava scarpe NIKE sempre coperte di terra, fumava Marlboro. La prendevo sempre in giro, “la tua roba americana, i levi’s le nike la fanno gli arabi in Marocco e le Marlboro le fanno a Napoli”. “Gli arabi a Napoli?” Diceva lei e poi ridevamo entrambi. Camice, t-shirt, portava tutta roba americana e la trovava in certi mercatini che solo lei conosceva e dove avevano anche le Marlboro a prezzi stracciati.

In un mercato a Tel Aviv: era andata in gita e lei aveva subito cercato il mercato….

Il vento robusto del mare si sta scontrando con quello del deserto, carico di sabbia e di promesse mai mantenute. La mia poesia si è inaridita in questa città, lasciai Sdot Or portandomi dietro i suoi ricordi, quando bambino giocavo coi trattori di legno e le camionette, giochi rozzi da bambino di kibbutz. Ero innamorato di lei, ma non seppi rendermene pienamente conto, stavamo sempre insieme e prima di partire, è storia di tutti i giorni che qualcuno lascia il suo kibbutz, per giungere a Gerusalemme e studiare, ci amammo per un giorno intero. Ci siamo poi sentiti tre o quattro volte al telefono, ci siamo scambiati qualche cartolina d’auguri. Intanto intorno a noi tutto cambiava in fretta pur restando immutabile.

Un giorno ebbi voglia di rivederla e salii sull’auto, questa stessa auto, che allora era un po’ meno arrugginita d’adesso. Dopo un lungo viaggio giunsi infine a Sdot Or, ero accaldato e ricoperto della fine polvere che entra ovunque quando viaggi in questo angolo del mondo. Mi fermai allora accanto al refettorio comune e cominciai a pettinarmi, a ripulirmi alla meglio con salviette umidificate, e mentre stavo facendo toilette la vidi passare, aveva un’enorme pancia, era incinta. Avevo saputo del suo matrimonio, ma non sapevo che fosse rimasta incinta, nessuno me lo aveva detto. Allora mi feci piccolo in auto e riuscii a non farmi vedere. Poi ripartii per Gerusalemme.

Arriva sferragliando un grosso camion che fa manovra in retromarcia lascia poi sganciato il suo rimorchio scoperto a fianco della mia auto.

Osservo le manovre, il camion riparte, vicino a me, sul terreno formiche gerosolimitane senza fretta camminano in fila.

Sono immobile e la notte arriva con le sue costellazioni infinite, gli occhi mi si chiudono e mi ritrovo a due passi dal confine con la Siria, vicino a Sdot Or, sono arrivato con una vecchia moto militare e la sto aspettando. Ma l’attesa è al termine, ecco che arriva a passo veloce con le NIKE sporche di terra, coi suoi capelli neri che il vento fa danzare. I suoi occhi penetranti, minipantaloni e t-shirt avana, un cappello di rafia che resta miracolosamente in bilico sulla sua chioma. Le sue labbra carnose, sensuali che si avvicinano al mio volto, la bacio sulla guancia: un bacio che sa di sale.

Siamo tutt’uno con la nostra terra mentre il ricordo mi avvolge in questa triste notte d’autunno alla periferia di Gerusalemme.

 

 

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BOOTSTRAP

 

Termine che significa laccio degli stivali, ben conosciuto nella frase “sollevandosi tirandosi su per i lacci degli stivali”. Processo dunque che si svolge senza aiuti esterni: in informatica è il programma esistente in ogni PC che contiene le istruzioni per avviare il computer stesso. In fisica indica teorie nelle quali ogni famiglia di particelle capaci d’interagire, genera le successive. In cosmologia definisce teorie secondo le quali l’universo nasce da una particella iniziale virtuale che rompe la simmetria.

Basta coi pensieri difficili, adesso è il momento della partenza, lo avverto, consulto in fretta le memorie, ogni frase è collegata ad un programma, le frasi sono in sequenza, ho inconsciamente memorizzato la progressione delle frasi, almeno credo…

Ed ecco, la frase erompe alla memoria, sono sicuro che sia quella giusta: “E’ brutto il bello, è bello il brutto, libriamoci per la nebbia e l’aer corrotto!”

È Shakespeare, sto pensando, ed intanto il bootstrap automaticamente s’innesta ed ancora una volta mi tiro su per i lacci.

Sono una splendida ragazza e nuda mi sta specchiando su una lastra di rame che riflette per intero il mio corpo. Mentre ho la piena consapevolezza della mia formazione anatomica la lastra svanisce e davanti a me c’è un prato, la temperatura è mite. Una stretta strada sterrata attraversa il prato, vi è una stazione di servizio ed oltre, il bosco. Una stazione di servizio su questa strada sterrata? Mi sembra che ci sia uno sbaglio nel set, sono perplessa, ma è proprio così. Mi avvicino con cautela e sento la piacevole sensazione del camminare a piedi nudi sull’erba. Le pompe sono di quelle gigantesche, a colonna, stile anni ’50, ma potrebbero essere anche più antiche: sono tre, tutte e tre colorate di rosso, accanto alle pompe c’è il casottino della stazione di servizio, poi un’asta metallica con una bandiera, anch’essa metallica. C’è lo stemma di una ditta di benzina con disegnato un cavallo alato, è uno stemma che conosco ma non mi viene in mente il nome della marca. All’interno del casottino scorgo un uomo in gilet e maniche di camicia. Sono nuda, come posso chiedergli dei vestiti? Faccio finta d’esser pudica e mi copro con le mani, mi avvicino alla finestra, con aria angelica gli mando un sorriso finto imbarazzato.

-         Per favore, mormoro in intergalattico, ma quello non capisce un tubo ed ha pure gli occhi spalancati per la sorpresa, poi farfuglia qualcosa in una lingua incomprensibile. Attivo lo scanner ed in automatico mi seleziona la lingua: è inglese del ventesimo secolo, dialetto americano. Ora comprendo e posso rispondere.

-         Per favore…

-         Benedetta bambina, cosa t’è successo,  come mai sei così…

-         Nuda?

-         Sì, non puoi girare in queste condizioni.

-         Dormivo sa? E mi sono ritrovata così, qui intorno…

-         Presto vieni dentro prima che qualcuno ti veda, ho delle tute.

-         Grazie.

Dico con un filo di voce ed entro dietro a lui nel casottino della stazione ed ecco che apre uno scatolone di cartone e da questo estrae una T-shirt, poi dei pantaloni di tuta ed anche delle felpe, cerca gli abiti della mia misura: hanno tutti disegnato un piccolo pegaso.

Sceglie capi tutti di color rosa e sulla sedia accanto alla scrivania posa una T-shirt, un paio di pantaloni, una felpa ed anche un paio di calzini, cercando di non farsi notare lancia occhiate al mio corpo, capisco subito che gli piaccio, e non poco. Apre un’altra scatola e qui dentro vi sono solo scarpe da tennis, cerca la mia misura e ne tira fuori un paio, rosa anche queste e col piccolo pegaso. Mi osserva in silenzio, poi:

-         Ora puoi vestirti.

-         Grazie ancora

-         Aspetta, prima di vestirti…

Chiude la porta e tira le tende, poi mi s’avvicina prendendomi delicatamente per la vita. Sono incerta, ma lascio fare mentre rifletto. Potrei incenerirlo immediatamente, oppure fermargli il battito del cuore. Ma è un bel ragazzo, m’ispira simpatia ed ha gli occhi dolci, certo è mezzo pelato, però ha proprio l’aria di essere un bravo tipo. Decido di lasciarlo fare anche perché mi ha messo voglia: mi accarezza ovunque, mi bacia, mi sdraia sul divano, comincia a spogliarsi. Ma sì, lasciamolo fare questo simpatico tipetto, gli concedo una ventina di minuti per farmi come meglio crede. Scade il tempo a lui concesso e scendo dal divano, c’è un bagno piccolo piccolo con la doccia: mi infilo sotto il gelido getto. Esco asciugandomi con un telo che lui mi porge. Si è già rivestito ed ora esce, è arrivato un cliente con un’auto da museo. Mi vesto con gli abiti rosa, tutti rosa che sembro un confetto, però sono della mia misura, ha occhio il tipetto. Esco, mi siedo su una sdraia al sole, devo asciugarmi i capelli, i riccioli biondi sono tutti bagnati. Il cliente paga, lui viene verso di me.

-         Tutto bene zuccherino?

-         Alla perfezione.

-         Cosa fai adesso?

-         Prendo il sole e mi asciugo i capelli.

-         Vuoi un caffè?

-         Neococa ce l’hai?

-         Cocacola?

-         No neococa.

-         Caffè o cocacola, non c’è altro.

-         Caffè allora.

Se ne torna nel casottino, esce dopo qualche minuto con due tazze di caffè fumante.

-         Ho messo due cucchiaini di zucchero, va bene?

-         Perfetto.

-         Mi devi spiegare cosa ci facevi qui intorno.

-         Troppo lungo, troppo complicato, un’altra volta.

-         Ci sarà un’altra volta, zuccherino?

-      &nb