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Intervista
con la Morte.
L’ho incontrata, di sfuggita e in circostanze
in cui ho provato molto dolore, lei sa che la
temo, per gli altri e per me, ne ho quasi
fatto un’ossessione così si decide a
ricevermi.
Non mi sento a mio agio con lei, ha un aspetto
sempre diverso, e può anche essere dolce,
compassionevole, pietosa, ardita, sensuale e
molto misteriosa.
Vuole mettermi
a mio agio perciò si presenta come una donna
comune, che mi concede un appuntamento, e
anche se non porta la polso l’orologio conosce
il valore del suo tempo.
Sembro una
scolaretta al suo cospetto ed è così, ma lei
mi guarda negli occhi, io non vedo i suoi, si
gira verso di me, strano profuma di spighe e
di lavanda, e mi apostrofa:
“Chi pensi di
essere, per chiedermi di portarti via come
vuoi tu? “
“Sono io a decidere
il tempo, il luogo e il modo tutto il problema
sta nell’accogliermi per il grande salto”.
“Apprezzo la tua
curiosità ma non andare oltre oppure ascoltami
bene!”- si siede e mi invita a fare
altrettanto.
Non posso fare
a meno di esprimere un giudizio su di lei,
certo è volitiva, ma d’altronde con il suo
potere chi non lo sarebbe, e poi è una donna
di gran classe.
Sorride, mi
legge nel pensiero, sono così trasparenti i
miei pensieri?
Da
intervistatrice passo ad intervistata.
Mi offre da
bere e, tanto se sono sua ospite qualche
rischio lo devo correre!
“E’solo una tisana
di erbe, ti rilasserà, anche perché ne hai
bisogno, non sai come sei arrivata, ma per te
è una gran fatica.”
“Non sono solo io ad
aver il potere più grande, ti sbagli, non hai
tenuto conto di mia sorella, la gemella: Vita.
Vita lavora nei
posti più impensati ed inattesi, è una che
soffre molto ma è gagliarda- “Non diresti
così?”
Annuisco, la tisana è la cosa più buona che
mai bevuto, sgrano gli occhi e lei mi dice che
mi faceva più perspicace, certo che Vita è
Morte sono sorelle e gemelle.
“Spesso ci troviamo
insieme, lottiamo, abbiamo un destino di
guerriere.
“E’ un scontro
continuo, spesso lei cerca di sottrarmi
qualcosa che è mio, io faccio lo stesso”.
“Una totale
divergenza di opinioni, anche lei non è poi
quello di cui si parla così bene.
“Molte
persone soffrono, non provano più niente per
lei, Vita li incita come può a tirare avanti,
ma molti ammalati soffrono e mi chiamano, ci
sono anziani dimenticati da Vita, bambini che
sopravvivono ad atrocità incredibili, gente
che sta bene e non capisce il valore di vita e
mi viene a cercare “
“Voi persone siete
strane, nei vostri sentimenti inneggiate a
Vita e basta una piccola ferita per venire a
cercarmi.
Molte persone piene
di Vita, sono talmente saturi da cercarmi come
un‘amante a cui concedono tutto.”
Ha
una conversazione fluida, mi precede nelle
domande, le chiedo se vanno d’accordo con la
sorella Vita.
Sorride: in maniera molto composta mi chiede -
“ Tu vai d’accordo con la tua immagine?”-
Mi
sembra una domanda non pertinente, in effetti
devo confessarle che ho un rapporto molto
schizofrenico con me stessa, a volte mi
piaccio un po’ di più, quasi sempre quando mi
vedo allo specchio mi sento estranea.
“E’ esattamente
quello che provo per Vita, io lo specchio non
lo guardo mai, lo vedo negli occhi di chi sta
per seguirmi, del dubbio che li attanaglia.”
“Non sai quanta
gente si è offesa con me perché non li
vogliono, mi cercano in tutti i modi, quando
li respingo molti si attaccano alla vita,
altri si lasciano vivere ed ogni tanto
ritornano a cercarmi, ma non è vero.
Solo loro a non
voler stare né con me né con Vita”.
“Altri si
dimenticano che io esisto, e riattaccano a
Vita, dicono loro, si attaccano al benessere
materiale, ma hanno mille ansie, vogliono
cambiare il corso delle vite degli altri e poi
in pieno delirio di onnipotenza vado incontro
a loro e li trovo tremanti, vogliono
corrompermi, piangono, hanno mostrato una
faccia non loro, ma a me non possono morire.”
“Altre volte siamo
insieme io e Vita e nella legge del kaos che
governa l’Universo perfetto, teniamo la mano
alla stessa persona, Vita lentamente lascia la
mano e la persona si aggrappa alla mia”.
“Ti ho dedicato
troppo tempo, di quello che per voi umani è
importante, però sappi che verrò a prenderti,
so già la data di scadenza e non potrai
prorogarla neanche per un istante hai capito
che anche Vita deve correre dove è necessario,
non perderti nulla”
“Vattene dolcemente
e questa volta senza voltarti, potresti essere
sorpresa da ciò che vedresti, questa è la
terza ed ultima volta e non te lo perdonerei.
Ti cerco io, quando è il momento di non
separarci mai più”
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Farneticazioni
(dedicato a chi mi ha insultato per rendermi
balbuziente e autocelebrarsi)
Giorno 11 giugno sono partita da Torino verso
Firenze,
avevo ricevuto un invito per partecipare ad un
dibattito fra
scrittori ed editori.
Se non fosse stato per Franca, sorella di
cuore e di affinità,
sarei andata incontro ad una delle giornate
più tediose ed
insignificanti della mia vita.
Mi sono sentita tradita!
Mi sento tradita da persone che non conosco.
Gente di scarso tatto, poca cultura, zero in
convilialità
ed educazione.
Esseri cosi pieni di sé che aveva bisogno di
un paniere
Per ficcarci dentro tutto il resto.
Non eravamo neanche ad un mercato del
bestiame.
Di solito il contadino che guadagna duramente
prima di acquistare
un capo di bestiame si degna di guardarlo.
Come mi sono sentita io?
Meno di un capo di bestiame da macellare!
L'affare era già avvenuto.
La Banca aveva pagato, le sovvenzioni erano
arrivate, chi può
valutare come sono andate le cose?
All'auditorium gli editori sbandieravano la
loro onestà, però non
guardavano in faccia nessuno.
Loro sono gli EDITORI!
Credevo che per una elementare forma di
educazione occorresse almeno
rivolgersi al pubblico.
Invece non è così che funziona.
A tavola è stato un tormento, in un tavolo per
sei persone si giocava tre
contro tre.
Potevo avere anche sei orecchie a corona sulla
mia testa, nessuno ha avuto
la buona creanza di dare una benché minima
apparenza di quello che si
chiama convivialità.
Ho pensato addirittura di non aver messo il
deodorante, che magari puzzassi
troppo perché non è possibile essere così
palloni gonfiati.
Ho ascoltato i discorsi di questi scrittori
famosi: il festival
dell'ipocrisia!
E mi sono detta caro John Steinbeck, amico
mio!
Compagno di solitudine dei giorni di prigionia
di mio padre, ( ragazzo
mandato in guerra prigioniero per sette
lunghi anni) ho imparato la lezione
sui mostri tratta dalla Valle dell'Eden e
voglio continuare nelle mie
farneticazioni.
Capita spesso che nella vita di tutti i giorni
ci siano dei black-out
comunicativi; perché?
Quando il bambino comincia ad esprimersi parte
dalla lallazione
per cercare di comunicare.
Gli adulti o non lo aiutano e fanno dei versi
inverosimili- tali da
confondere il bambino-o peggio ancora qualche
pediatra nazista ha
consigliato ai genitori, alle neo-mamme, di
non dare da bere o da mangiare
ignorando, il bisogno fisico del bambino, fino
a quando non riesce a dire in
maniera chiara: acqua, pappa, pipì e popò.
Dalla costrizione cosa può scaturire?
Una balbuzie dell'anima e persino un mutismo.
Gli artistici chiedono aiuto col loro
silenzio, i balbuzienti hanno paura
della derisione e non parlano.
E se avessero dei problemi gli adulti?
E se la mancanza di comunicazione fosse la
figlia di una sordità da parte di
chi ascolta?
E' tutto possibile se rivolgo lo sguardo solo
a chi ritengo meritevole di
ascolto perché io sto su un altro piano?
Gabriel Gargia Marquez , zio Gabo, nella sua
lettera di commiato agli amici,
nella consapevolezza di essere una marionetta
di stoffa, dice che un uomo ha
diritto di guardare in dall'alto in basso un
altro uomo solo quando si china
a tendergli la mano per aiutarlo a rialzarsi.
Gabo ha detto, anche, che ci sono uomini che
amano stare in cima alla vetta
e guardarsi intorno senza capire che è molto
più bello risalire la scarpata.
Allora il dono di comunicare è una cosa che
bisogna usare con estrema
delicatezza ed umiltà.
Ascoltare per sentirsi vicini ad una umanità
splendida perché è anonima.
Una umanità che non si auto-celebra.
Per ciò chiedo ai comunicatori di aprire
l'orecchio del cuore e scoprire la
bellezza di ciò che ci accomuna.
A chi decanta le proprie lodi da vivo
consiglio di usare le parole, con cui
si auto-proclamato con vari titoli ed
appellativi, come proprio epitaffio da
scrivere sulla lapide.
Se c'è ancora dentro di voi una piccola luce
usatela per vivere.
Non saranno le vostre lodi a riportarvi in
vita.
Se avete già un cammino tracciato
avventuratevi in un sentiero non battuto.
Siate uguali a quello che avete sognato di
essere e permettete agli altri di
fare altrettanto.
Io so che avete messo a tacere anime che
potrebbero illuminare il vostro
cammino.
Rischiarare la via col confronto, rispetto
per chi ha un'anima timida e
balbuziente per la vostra derisione.
Potreste divertirvi, incoraggiare persone
insicure da cui potreste ricevere
Luce, arricchimento, comunicazione, e persino
un nuovo modo di guardare alla
vita.
Non sprecate la vita di un uomo, non lo fate
marcire in silenzio ( tratto da
"Ubriaco di Vita"- Giovanni Armone).
Aprite l'anima e da un torrente ingarbugliato
di parole potrete scoprire il
torrente dei sentimenti.
Io mi tengo le mie farneticazioni.
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Lettera a Liù
10- Giugno 2006-
Stavo iniziando col dirti carissima Liù e
sapevo che ti saresti rotolata per
terra dalla risate, tu e quell'altra stronza
di Nadia.
Perciò esordisco con una domanda molto
diretta: in quanto tempo si prescrive un reato
grave?
Potrei darmi una risposta giuridica, ma voglio
saperlo proprio da te.
Si tratta di un reato non previsto dal codice
penale, ma dal codice di amore e di amicizia
che ha unito come un atomo te, Nadia e me.
Liù, il canto, Nadia la musica ed io la
poesia, come ci definisti quel fine settimana,
a casa di Nadia.
Molte persone ci hanno visto come bestie da
circo, perché trovavano l'esistenza di un
legame cosi forte fra tre ragazze così diverse
ma con una cosa in comune eravamo artiste di
strada e affamate di vita.
Questi sono legami celesti, ci incontreremo
ancora in un'altra dimensione e ci
riconosceremo al volo.
Ti ho già scritto come mio angelo, nel corso
sul percorso dell'artista, quello sperimentato
da Katya nel corso Creatività.
Adesso voglio dirti che non è passato giorno
in cui non mi sono sentita vigliacca dopo
quella sera, quindici anni fa, ti ho visto in
TV, su Rai Due.
Una trasmissione serale, molto ascoltata, tu
stavi dicendo tranquillamente che stavi
morendo, il tuo male era ormai all'ultimo
stadio, AIDS conclamato.
Non riuscivo a staccare gli occhi dal video.
Ho incontrato il tuo sguardo, i tuoi occhi
azzurri come due zaffiri australiani.
Ho capito che stavi parlando a noi due: La
Musica e la Poesia.
Serenamente ci stavi dando l'ultimo saluto e
ci stavi dicendo ancora di non fare la tua
fine.
Mi sono tormentata per tanto tempo, avevo
trovato l'indirizzo di tuo fratello ed avrei
potuto trovarti, incontrarti, abbracciarti.
Ho condiviso la scelta di spiritualità che ti
ha sostenuto negli ultimi giorni del tuo duro
cammino.
Tu che mi conosci sai che quando abbraccio
un'idea, quando una scelta a mia,
mi farei bruciare sul rogo per amore della
verità e perdonerei chi appicca il fuoco.
Per questo non mi sono mai sentita lontana da
te e sono certa che sai già quanto ti ho
pensato e come ti sento vicina nei momento
più duri della mia esistenza.
In qualche momento ce l'ho avuto con te:
quando mi sentita ed abbandonata da te;
tuttavia so che mi hai sostenuto.
Il caso volle che quando ti invitai per la
prima volta in casa mia tu mi fosti vicina.
Proprio quella volta che volevo farti
conoscere i miei ... morì papà.
Hai aspettato pochi giorni e lo hai
conosciuto: morto in ospedale.
Perché proprio tu vicina a me in quel momento?
Perché tu, che avevi bisogno di aiuto, ti sei
trovata ad aiutarmi?
Nadia si è sentita in colpa, ma come faceva a
starmi vicina se anche lei stava vivendo un
momento molto difficile? Oltre ai suoi casini
anche suo padre stava male.
Te ne sei andata via a 28 anni e mi hai
lasciato il ricordo della complicità,
dell'amore e della tua giovinezza.
Lo sai che adesso saresti anche tu a
invecchiare? Quando uno conosce troppi morti
sta diventando vecchio.
Forse tu sei diventata più vecchia già a
diciassette anni quando è morto il tuo
bambino.
Non si mai pronti alla morte di un figlio, e
me ne parlavi sempre. Mi ricordo di lui ma non
ricordo se potevi avere una sua foto.
No! Non credo proprio, che tu avessi foto del
bimbo morto dopo una settimana di vita.
Nessuno fra quelli che ti hanno conosciuto
sapevano quanto fosse forte il tuo istinto
materno.
Tu avevi già deciso che non avresti avuto una
lunga esistenza ma volevi che noi
continuassimo a vivere e ad essere felici.
Sto continuando a vivere, ho passato parecchi
anni della mia esistenza a ballare sui carboni
accesi.
Sto ritrovando la voglia di vivere, di essere
me stessa.
Tutti gli aspetti del mio essere donna; se non
so chi sono so cosa voglio e cosa devo fare:
una patetica Gelsomina, ( Fortunella di
Fellini) artista di strada.
Artista di una strada impervia, che cerca la
propria via fra i più derelitti, con i suoi
tre quarti di nobiltà, riconosciuti da
qualcuno solo per la sua fragile e vulnerabile
umanità.
Cara Liù, quando ti vidi per l'ultima volta ti
chiamavamo con un nome che non ti mai
appartenuto: Adelaide.
Il nome che hanno scritto sul tuo certificato
di morte.
Per questo Liù è ancora viva con la sua vita
che preme il piede sullo l'accelleratore .
Fammi sentire ancora il tuo canto.
Cantami il Manichino di Gino Paoli. Cantami
le canzone di Piero Ciampi.
Maria Grazia con tutti i suoi colori.
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IL sogno di Piotr
Vagavo
smarrita; l’ombra della mia anima arrancava dietro di
me.
Era
stanca di seguirmi, mi ha detto anche lei che si
sentiva trascurata; ero molto in difetto, sapevo che
quando l’anima ti parla ha qualcosa da dirti.
E’ la
parte più tua, ha diritto di dirti come sta e non puoi
barare con lei, io la portavo a spasso da anni e ora
avvertivo le sue resistenze.
Era una
bella notte, rischiarata dalla luce della luna.
La piazza
era quasi deserta, non sapevo dove mi trovavo; né come
avessi fatto ad arrivare fin li.
Certo è
che ero stanca; dovevo dar atto alla mia anima che ho
sempre cercato di ostacolarmi nelle imprese che mi
accingevo a fare; per dire non ce la faccio, non sono
all’altezza.
Mi creavo
alibi morali, ma non ero contenta di vivere con un
alibi inventato da me; era una continua guerra con me
stessa.
Esaurivo
le mie energie, pensavo che un progetto o un sogno
fossero dei lussi che non potevo permettermi.
Avevo
fatto dei tagli paurosi: niente tempo per me, se il
tempo determina il valore delle cose io non mi
attribuivo nessun valore o ero così presuntuosa da
pensare che potevo farne a meno.
Il
massimo della mia programmazione non andava al di là
di impegni di lavoro, doveri, responsabilità e paure
vecchie, nuove voglia di autodistruzione.
Diventavo
sempre più stanca di una vita tracciata.
Una vita
tracciata può essere tollerata ma non è degna di
essere vissuta.
Non
riuscivo a liberami del senso di sconfitta.
Sentivo
tutto il male che mi stavo facendo: in nome di cose a
cui ho creduto l’amore e l’amicizia ma mi erano
costate parecchio; avevo perso me stessa.
Pensavo
che non potesse esistere altro modo di vivere però
sentivo sulla mia carne i morsi dei miei demoni
divoratori, sentivo colare il mio sangue.
Chi ama
non può essere distruttivo con l’amato.
Molte
volte non dato ascolto al cuore perché credevo mi
ingannasse, gli ho sempre chiesto le prove e sono
puntualmente arrivate e mi hanno fatto vedere come può
soffrire il cuore.
Parlo di
lui come se fosse un tiranno ma è la parte più
importante di me
mi ha
aperto orizzonti nuovi, mi ha fatto vedere come a
recuperare un sogno.
Quando
hai ritrovato il tuo cuore tutto diventa abbondante,
puoi fare dei regali a te stessa e anche agli altri
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I compagni di sbronze non celebreranno mai la vostra
sobrietà.
I
compagni di sbronze non celebreranno mai la vostra
sobrietà.
Perché?
Perché
quando un individuo si stacca da un gruppo e cresce,
quando
qualsiasi
persona riscopre la propria identità, quando comincia
a convincersi
che non è
solo compagno di bevute ma è altro, allora cominciano
a vederti
come un
soggetto strano e pericoloso.
Può
accadere che il sobrio venga messo in difficoltà
perché usa il proprio
criterio
di discernimento perché, la propria etica, la propria
“follia”.
Chi è il
matto?
Il
diverso: quello che ci fa paura anche se non è
offensivo.
Quello
che non ha una facciata da difendere.
Il
diverso ha un altro colore di pelle, appartiene ad
un'altra religione,
ha altri
istinti sessuali, appartiene ad un altro partito o a
nessun partito.
Non è
l’uomo qualsiasi, può essere uno anonimo ma ha
coscienza di sé
in nome
della propria identità, rispettando la diversità degli
altri percorre
il
proprio cammino.
Ai
divoratori di artisti queste persone fanno paura.
Esistono
soggetti che si nutrono dell’energia- creativa altrui,
ci sono
vampiri della creatività e se costoro non possono
nutrirsi
potrebbero morire.
L’artista
deve essere sincero e onesto con se stesso e con gli
altri
altrimenti non vedrà gli altri ma solo se stesso
perché non potrà
vedere o
“sentire” gli altri.
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Alkeidos
e Kaleidos
All'alba della creazione, dalla prima scintilla di
vita, Madre Terra generò
due figlie: Kaleidos e Alkeidos.
Kaleidos era un miscuglio di armonia ed era fiera e
coraggiosa nella sua
originaria bellezza, mentre Alkeidos aveva dentro di
sé tutti i colori del
creato e possedeva la bellezza in ogni sua forma.
Le due figlie di Madre Terra avevano il dono
dell'immortalità ed il compito
di perpetuare ogni forma di esistenza della vita.
Nessuno è mai riuscito a fermarle o vederle nella loro
piena fierezza,
armonia e bellezza.
Si dice che siano perseguitate da una maledizione:
pare che gli uomini, dopo
essersi innamorati di loro, volessero ucciderle per
appropriarsi del potere
e dell'immortalità.
Alkeidos e Kaleidos sfidarono gli uomini in ogni epoca
ed in ogni parte del
mondo e insieme portarono la vita e la luce nei posti
più impensati.
Si calarono nelle segrete delle prigioni, vissero nei
ghetti dei lebbrosari,
visitarono gli ospedali, andarono nei campi di
sterminio, nei luoghi dove
guerra e barbarie regnavano, dove c'era fame carestia
e sofferenza lì si
trovavano per dare ai disperati, ai diseredati ed agli
oppressi la forza per
continuare.
Si fecero fiori sui cigli delle strade, divennero
cartoni per coprire i
barboni, per allietare gli animi divennero poeti,
pittori, comici, clowns,
uccelli, cani, gatti , arcobaleni, farfalle e così
tutti, almeno una volta,
le incontrarono.
Alla fine delle propria esistenza ogni uomo vede le
due sorelle come lo
specchio di se stesso.
Molti uomini videro l'orrore che avevano seminato in
vita: chi per fame di
potere, chi per crudeltà, chi si nascondeva dietro
Dio, chiamandolo in modi
diversi, chi per odio .
I potenti si videro deboli, gli eroi erano vigliacchi
ed ebbero paura.
La paura li spinse a chiamare Kaleidos ed Alkeidos con
nomi ridicoli, le
chiamarono sogni, illusioni e idee; perché
esorcizzando la paura avrebbero
potuto occuparsi di cose importanti come le armi, le
guerre, il petrolio, il
denaro e quindi il potere di decidere delle sorti
delle vite umane e
persino di Madre Terra.
Madre Terra era ferita, straziata nelle sue viscere
sputava lava, ruggiva
con uragani, dai suoi poli si staccavano enormi masse
di ghiaccio, onde
enormi ribollivano in mare, si levavano trombe d'aria
ma sapeva che il
compito che aveva affidato alle figlie l'avrebbe
aiutata a superare i
momenti difficili.
Infatti dove passavano Kaleidos e Alkeidos nasceva la
speranza, raggi di
luce, sogni e idee
che insieme creavano una coscienza ed un dignità di
esistere anche per chi
era disperato.
Furono i più deboli a capire che la vita avrebbe vinto
la morte così come
l'amore sarebbe prevalso sull'odio.
Pace ed Armonia avrebbero regnato su conflitti e
guerre perché tutti gli
uomini così come nascono sono anche destinati a
morire.
Sono le idee a rimanere immortali il resto prima o poi
è destinato a
diventare concime per i fiori.
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