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Acquerello senza pretese
L’albero dei passeri
Non mancava molto all’imbrunire.
Ad ondate, stormi di passeri si
posavano dolcemente sulle foglie verdi del
vecchio ficus accanto alla dogana,
scomparendo alla vista.
Soltanto il cinguettio assordante
ne faceva intuire la presenza.
Mi ero fermato incuriosito a
guardare il cielo, meravigliato dal
continuo arrivare di nuovi stormi,
di venti, trenta passeri, che si univano al
coro.
Venivano quasi tutti dal centro
della città.
Avevano lasciato gli alberi dei
corsi principali, appena potati, e quelli
della villa comunale, richiamati
dal canto insistito e gioioso che dal ficus si
liberava nel cielo.
Come se si recassero ad una grande
festa, ad un appuntamento da
tempo atteso.
Ed il ficus, nel suo imponente
splendore, sembrava attenderli sereno, quasi
felice di essere il palcoscenico
del loro concerto incantato.
Ed il cinguettio aumentava
d’intensità ad ogni minuto che passava, in un
crescendo irreale.
All’orizzonte, dietro il ficus,
nuvolette rosate annunciavano la sera, mentre
passanti frettolosi sembravano
ignorare quella insolita sinfonia.
Ero ancora lì, trattenevo il
respiro, immobile, per ascoltarne la magia,
quando scese, di colpo, la sera.
Tacquero i passeri, s’interruppe il
concerto e la piazzetta ripiombò in un
innaturale silenzio.
L’incantesimo era finito.
Anche l’albero, che il grande
spettacolo della vita pareva avere animato,
ritornò alla sua placida
immobilità.
Ma non si addormentò, continuò a
vegliare sul sonno dei centomila
passerotti amorevolmente
abbracciati dalle sue foglie.
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