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Barbara Marchi

TORNAVO A CASA LENTAMENTE

DALLA FINESTRA

A VOCE SOLA

LE DUE AMICHE

IN CIMA ALLA ROCCIA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Tornavo a casa e lentamente...

Tornavo a casa e lentamente calpestavo i miei pensieri, lentamente,
passo dopo passo li frantumavo e già li rimpiangevo. La mia inadempienza
verso una vita attiva, il mio non essere di questo mondo, la certezza di non
farcela, erano queste le voci, le più vere, che mi raccontavano e dicevano
quello che ero sempre stata.
Poi la neve, il suo manto bianco poggiato su ogni cosa con pudore, mi rapì.
La sua bellezza muta adorna di un'assenza mi scivolò sul volto, sui capelli,
sulle mani ed io stetti lì a guardarla passare, bellissima donna, che faceva
capolino in quella sera. Tutto il paesaggio fu trasformato dalla sua venuta.
Smisi di percepire la città, le sue urla sgraziate, ogni cosa fu ammutolita
sotto il velo della bianca morte. Così anch'io, senza saperlo, in
quell'attimo mi disfai di me stessa, mi dimenticai. Fu allora che la neve mi
venne addosso senza ritegno, la respirai, la masticai, il cielo ne era tutto
pregno. Gli alberi si inanellarono di castità, caddero come per incanto in
uno splendore angelico. Vicino, i resti di quattro panchine formavano un
cerchio magico. Nessuno sarebbe venuto lì, sarebbero rimaste per sempre
vuote fino a diventare sagome indistinte. E più guardavo quella scarna
scenografia, più mi avvicinavo alla verità. In quel cerchio non sarebbe
entrato nessuno, nessuno l'avrebbe violato, ecco perché era magico. Lì
potevano essere custoditi i miei pensieri, lì, sepolto come un oggetto
smarrito potevo lasciare me stessa, e finalmente percepii la carezza della
morte, il fruscio delle sue vesti che scorrevano intorno al cerchio magico,
seducenti. Ecco, la bianca morte era giunta e sedeva in cerchio con se
stessa, non vista, non udita da alcuno. Io la spiai e lei mi lasciò fare. La
morte è bianca, ora lo so, è soffice e leggera perché porta all'oblio, alla
dimenticanza e per questo consola. La morte è bianca perché è casta, spoglia
di tutto e rende bambini e dalla vecchiaia porta subito alla prima infanzia.
La morte quella sera sembrò anche danzare, d'improvviso interruppe nella
vita, ne sfece la trama complicata, arrotondò i contorni spigolosi, diede
respiro agli spazi angusti, ridisegnò i profili, i tratti dimenticati di
un'esistenza che si era allontanata dal centro.
Così vidi più chiaro, sapevo che la morte non poteva essere un compimento
della vita, ché questa pretende l'immortalità, ma l'abbandono delle sue
attese. Mi tornò alla mente lo stupore della giovinezza, il suo indomito
fervore dell'inizio e lo paragonai a quel senso di infinità, di piacere
estatico che mi aveva pervaso, così simili, così fratelli erano. La candida
veste della morte, l'aria fine e sgravata di pesantezza preludevano ad una
nuova nascita. Dalle lunghe dita degli alberi parve cadere un velo, il cielo
si cancellò, trasparente era il mondo.

 

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In cima alla roccia

testo: Prese le sue quattro cose, chiuse la porta dietro di sé e partì.
Il treno per Camogli-San Fruttuoso viaggiava con mezz'ora di ritardo, era particolarmente affollato e caldo. Si trovò un posto alla bell'e meglio e chiuse gli occhi. Gli piaceva ascoltare quei ritagli di discorsi che si intrecciavano fra loro, come linee d'un fitto reticolo, monchi e senza futuro. Immagini imprecise di storie lontane mischiate l'una nell'altra. E poi le frigna dei bambini e quei volti rigati di anziani coi capelli come la neve che correvano verso qualcosa.
Camogli era bella con le sue stradine e le lenzuola appese sbattute dal vento. La spiaggia era ancora semideserta, a tratti s'intravedeva il sole. Ma per lui era solo una tappa obbligata per raggiungere San Fruttuoso e la sua abbazia, tutti e due sperduti nel mare come fari.
Prese la strada che costeggia il porticciolo, il vaporetto era all'attracco, sarebbe partito a momenti. "Vorrei un biglietto, questo va a San Fruttuoso, vero?" Chiese, "No il mare è troppo mosso, ci fermiamo a Punta Chiappa, magari facciamo una corsa nel pomeriggio se migliora". Restò lì un po' titubante a guardare l'orizzonte, forse in cerca di quella meta che si rendeva d'improvviso inaccessibile. "C'è un sentiero che porta là, mi sa dire da dove lo prendo?", "Son più di 90 minuti di cammino, deve risalire a Ruta, e poi non vede? Il tempo sta imbruttendo, guardi che nuvole".
Alzò lo sguardo al cielo, in pochi minuti s'era quasi interamente coperto e non prometteva nulla di buono.
"Va bene, allora prendo un biglietto", disse; si sarebbe imbarcato comunque. Non voleva stare nella stiva, così salì le scalette e si mise a sedere. Con lui c'era solo un vecchietto e quattro francesi che appena il vaporetto cominciò a solcare le onde presero a ridere e a urlare dalla paura. Il vento feriva il viso e a fatica si riusciva a tenere gli occhi aperti. Il vaporetto traballava nel mare, scosso da violenti onde. Guardò indietro, Camogli con le sue casette color pastello era già lontana. Un senso di libertà, di gioia profonda lo soccorse, quella corsa incosciente sul mare l'aveva svegliato togliendogli quel senso di inadeguatezza alla vita che si portava dietro, quel suo non stare mai bene che gli rubava gli anni della giovinezza e lo faceva già sentire vecchio. Con avidità aspirò l'aria salmastra, voleva ridere, ridere a crepa pelle della sua miseria che scivolava via come pioggia che cade e anche del suo timido stare al mondo che d'un tratto pareva vinto.
Punta Chiappa è una fortezza fatte di rocce a ridosso del mare, ma per giungere in cima bisogna prima salire un sentiero costeggiato da grandi fiori gialli e da una fitta boscaglia che a fatica lascia intravedere il cielo, fino a che, come un tesoro riportato alla luce, appare la lingua frastagliata e arida, disegnata dal vento e dalla salsedine. Punta Chiappa è solitaria e muta. Il mare mai l'abbandona e la stringe e la tormenta come un amante insoddisfatto e geloso. Lei altera lo respinge e gli si concede insieme.
Sedette sulla cima della roccia a guardare lontano. L'orizzonte era piatto. Le onde gridavano. Livido e rude era il cielo. Il mare schiumeggiante come le fauci di una fiera lo affascinava perché prometteva la fine di qualcosa, il venir meno di una tensione, la morte della sua stessa individualità, di quel suo rovistare nella vita rabbioso e inconcludente. Ora sapeva che non sarebbe tornato indietro, che quel promontorio era la meta. Si sfilò di dosso i germi di una vita futura che non sarebbe venuta e con un balzo fu il mare.

 

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Dalla finestra

Spense la luce, accese il fuoco nel camino che cominciò subito a
fremere. La tavola era apparecchiata per due, forse due amanti che si
ritrovavano dopo molto tempo. Una tavola semplice, di poche pretese con al
centro una candela. L'accese e per un poco stette a guardare la fiammella
che si muoveva al minimo soffio d'aria e sembrava spegnersi per poi
allungarsi nella fredda sera. Tutto fu illuminato da un debole chiarore,
ogni cosa assunse una forma diversa, qualcuna si nascose del tutto alla
vista, sparì come d'incanto, qualcun'altra riemerse come dal nulla mostrando
parte di sé. Il soffitto si muoveva al fremito della candela e ricordava le
onde del mare. Tutto era silenzio, solo si udiva il ticchettio
dell'orologio, lo scoppiettìo del fuoco e ancora più in lontananza un rumore
sordo e costante.
Era la neve che cadeva lentamente. S'alzò e andò alla finestra. Solo ora si
accorse che il paesaggio era cambiato; con quel suo nuovo abito, candido e
puro, illuminava la notte conferendole un bagliore tutto particolare. Ne fu
incantato, davanti a lui apparve un mondo nascosto e silenzioso dal respiro
lungo che si percepiva a mala pena, ritmico e leggero. Lo ascoltò come una
melodia antica ritrovata per caso, all'improvviso.
Cos'era che gli piaceva tanto, che rendeva sopportabile l'attesa, che lo
riportava a se stesso? Quel suono sordo, quei coriandoli bianchi che
sembravano ballare nella notte e la tappezzavano tutta? Quel biancore
improvviso che non sapeva paragonare ad alcunché, che stava al di là del
conosciuto? Per un attimo s'illuse che fosse una carezza divina.
Alzò lo sguardo e vide che il cielo era scomparso; sopra di lui c'era solo
un baluginare frenetico, un fitto pulviscolo che si dimenava di qua e di là,
incoerente e senza posa, e fu allora che capì che il silenzio che aveva
creduto di ascoltare era in verità un frastuono, il roboante vociare
dell'universo.

 

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A VOCE SOLA


Di sera, nella tarda primavera, quando l'aria è leggera e greve di profumi,
cammino lungo le viuzze nascoste di Milano, solo. Calpesto l'asfalto nero,
sfioro i corpi altrui e le loro voci che raccontano storie per sempre a
metà. Con lentezza mi allontano da casa per seguire un rivolo di pensiero,
accenno di un'idea ancora allo stato nascente. Le faccio spazio, cerco di
sedurla perché sia mia; vorrei stringerla per darle forma, perché sia quel
tutto di cui vado in cerca, ma come nuvola si disfa e trasmuta in altro.
Le strade della mia città sono quelle delle mie abitudini dove ritrovo
qualcosa che ho già visto o udito e mi piace guardarle di sbieco come un
ladro che fugge da qualcosa. Io cammino solo, e a volte, lo confesso, mi
pare quasi di correre col fiato grosso, ma in realtà è solo per confondersi,
per illudersi di non vedere o vedere da lontano quel che urta, disturba e
ferisce. Fare una piroetta, ed ecco sentirsi distanti dal vociare vacuo,
perché voglio farla finita col grigiume di questo tempo, pesante fardello
che accorcia la vita.
Cammino solo perché in fondo sono sempre stato solo ed è un modo per dire a
me stesso che ancora devo sforzarmi, volere fino all'ultimo me stesso, quasi
fosse una malattia che mi porto dietro senza potermene disfare, ma è un
sentiero tortuoso, fatto di valichi e strade chiuse il mio, e poi questa
tensione continua, questa fame che non sazia mai e rende malinconici per
quelle rare gioie, pure e struggenti, che talvolta regala, sta al di sopra
delle mie forze, così mi lascio andare e torno nel frastuono.
Diventare quel che si è: semplice come la verità. Unico, reale compito di
questa povera vita. Ma che cosa devo diventare? Perché non si tratta di
andare da nessuna parte, bisogna restare dove già si è, come insegna
l'antica sapienza taoista e ancora quella greca, delle origini.
In fondo l'ho sempre saputo, ma ora, senza più renitenza, lo confesso a me
stesso, che quel che volevo e che ancora inseguo è stare dalla parte di chi
è svantaggiato, di chi arriverà al traguardo solo dopo gli altri, di chi
cadrà prima e più volte, forse perché anch'io nell'animo cado e muoio.
Essere piccoli significa farsi piccoli come dice il dio dei cristiani,
essere come chi è piccolo. Lavoro di detrazione, faticoso e severo da fare e
rifare senza fine. Ed io lo so che è questa l'unica cosa che conta e di
fronte alla quale restiamo sino alla morte principianti.
E mi sforzo, mi sforzo di diventare piccolo, piccolo come la pietra su cui
scivola la corrente, piccolo come il tronco spezzato, come l'animale ferito
che reclina il muso, voglio essere piccolo come chi si accartoccia e stringe
in se stesso per difendersi dal freddo. Piccolo come la neve d'inverno
destinata a scomparire appena il calore del sole la pervade. Essere naufrago
col naufrago, povero col povero, disperato con chi dispera, sconfitto con lo
sconfitto, affamato con chi è affamato, e adesso sì mi pare di vedere
all'orizzonte la riva, mano nella mano, pianto su pianto, abbraccio
nell'abbraccio; sono le cose vecchie a cadere, sono le parole fatte di
niente a smettere d'esistere, abbandono nell'abbandono, mano nella mano e
l'altro è mio fratello.
 

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LE DUE AMICHE


La guardò con gli occhi grandi, dallo sguardo lungo, silenzioso. La
loro era un'amicizia nata un anno fa, quando Claudia, venne a far parte
della stessa azienda dove lavorava Giulia. Ma solo più tardi, allorché
quest'ultima decise di andar via, le due donne si avvicinarono l'una
all'altra. Gli incontri si fecero più frequenti, le occasioni per conoscersi
e scambiarsi l'affetto reciproco divennero numerose.
A quel che di celato o trattenuto era rimasto fra loro fu tolto il velo. In
una giornata settembrina, dal cielo terso, odorosa d'autunno, Giulia si
accostò all'amica adorata e, come un bambino sgarbato, allungò le labbra su
quelle di Claudia. Le chiese, come fanno gli amanti, la sua carne, la sua
intimità tutta intera, ma Claudia esitò e con l'indice della mano destra
disegnò una linea, quasi a voler confessare la sua indecisione, il pudore di
amare un'altra donna con gli stessi desideri di un uomo.
Giulia le stava accanto, con la fronte alta, come una dea, pronta a
concedersi, e volle toglierle quella timidezza ingiustificata. Con tenerezza
le strofinò il viso sul suo, le labbra sulla pelle rosea e giovane
dell'amica sino a rubarle un altro bacio, questa volta più lungo, più
scaltro del primo. Claudia la guardò con struggimento, non poté dirle
"prendimi", pur volendolo; davanti a sé aveva l'ignoto, il mare aperto e non
c'erano porti ad attenderla. Ma Giulia non si arrese e tenendola stretta a
sé, come a proteggerla da quell'esercito che stava per invadere il suo cuore
e scalpitava per entrarvi, le appuntò un bacio sulla fronte. Claudia fu
turbata da quell'amore paziente e perseverante; gli occhi le si fecero
umidi.
La sera settembrina aveva fatto capolino, il cielo si era leggermente
arrossato e la mitezza, tipica dell'autunno, cominciò a incedere a lenti
passi lungo le pareti della casa. Calò la sera, calò su ogni cosa e la
nascose, calò sulle forme e i colori e vi scivolò sopra, calò sui due corpi
e li avvolse nel suo manto sericeo.
Ma non fu lei a vincere, ché il mondo non poté finire, né cessare d'esser
violento e imperioso come il mare mosso che sospinge e strema.
Ingoiare il desiderio, dovevano, gettarlo il più lontano possibile,
quell'amore che sapeva di vergogna, perché nessuno lo potesse vedere.
Scagliarlo oltre l'orizzonte del già noto, al di là di ogni giudizio e
verità dichiarata. Farlo rotolare lungo i pendii dell'oblio. Disperderlo
negli anfratti del passato.
Sarebbe bastato un soffio, come si fa con la cenere? Come con la cenere che
saltella, galleggia nell'aria e ripiomba a terra per correre di nuovo in
alto verso il niente? E sarebbe diventato leggero, leggero e inconsistente,
fino a svanire del tutto, azzurro fra l'azzurro?
Fu solo allora che Claudia, ancora fra le braccia dell'amica, vide se stessa
bambina correre lungo il sentiero che portava alla casa di campagna, vestita
di verde e di giallo e con la vita sulle labbra. Il suo respiro era lungo e
lo sguardo sicuro. Si vide a sei anni con le braccia danzanti gettarsi verso
la betulla che s'alzava silenziosa davanti al muretto di casa. Dal fusto
sottile, la giovane pianta stava tutta fra le sue braccia. Ferma e
silenziosa accoglieva il corpo di Claudia stretto al suo. Di quel tronco lei
conosceva ogni particolare, ogni più piccola ruga o ferita. Ne amava l'odore
di pioggia che s'impregnava nella sua carne. Ne percorreva con le dita la
superficie, tastando la pelle di carta che al tocco leggermente si
sfagliava.
Senza nome né storia fu quell'incontro.
Si ripeté per alcuni anni sino a che Claudia, vergognandosene, si limitò a
guardare la betulla da lontano.
Il tronco si rinvigorì di anno in anno. Orgogliosa e impavida la pianta
svettava verso il cielo, gettando di qua e di là le sue dita appena il vento
la scuoteva. I rami s'allungarono e coprirono di foglie. D'inverno divenne
anche nido d'uccelli.
Ancora oggi la betulla si para di fronte alla casa di campagna come un
tempo. Ancora oggi strappa il manto della notte insinuandovi la sua esile
figura.

 

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