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Tornavo
a casa e lentamente...
Tornavo a casa e lentamente calpestavo i miei
pensieri, lentamente,
passo dopo passo li frantumavo e già li
rimpiangevo. La mia inadempienza
verso una vita attiva, il mio non essere di
questo mondo, la certezza di non
farcela, erano queste le voci, le più vere, che
mi raccontavano e dicevano
quello che ero sempre stata.
Poi la neve, il suo manto bianco poggiato su
ogni cosa con pudore, mi rapì.
La sua bellezza muta adorna di un'assenza mi
scivolò sul volto, sui capelli,
sulle mani ed io stetti lì a guardarla passare,
bellissima donna, che faceva
capolino in quella sera. Tutto il paesaggio fu
trasformato dalla sua venuta.
Smisi di percepire la città, le sue urla
sgraziate, ogni cosa fu ammutolita
sotto il velo della bianca morte. Così anch'io,
senza saperlo, in
quell'attimo mi disfai di me stessa, mi
dimenticai. Fu allora che la neve mi
venne addosso senza ritegno, la respirai, la
masticai, il cielo ne era tutto
pregno. Gli alberi si inanellarono di castità,
caddero come per incanto in
uno splendore angelico. Vicino, i resti di
quattro panchine formavano un
cerchio magico. Nessuno sarebbe venuto lì,
sarebbero rimaste per sempre
vuote fino a diventare sagome indistinte. E più
guardavo quella scarna
scenografia, più mi avvicinavo alla verità. In
quel cerchio non sarebbe
entrato nessuno, nessuno l'avrebbe violato, ecco
perché era magico. Lì
potevano essere custoditi i miei pensieri, lì,
sepolto come un oggetto
smarrito potevo lasciare me stessa, e finalmente
percepii la carezza della
morte, il fruscio delle sue vesti che scorrevano
intorno al cerchio magico,
seducenti. Ecco, la bianca morte era giunta e
sedeva in cerchio con se
stessa, non vista, non udita da alcuno. Io la
spiai e lei mi lasciò fare. La
morte è bianca, ora lo so, è soffice e leggera
perché porta all'oblio, alla
dimenticanza e per questo consola. La morte è
bianca perché è casta, spoglia
di tutto e rende bambini e dalla vecchiaia porta
subito alla prima infanzia.
La morte quella sera sembrò anche danzare,
d'improvviso interruppe nella
vita, ne sfece la trama complicata, arrotondò i
contorni spigolosi, diede
respiro agli spazi angusti, ridisegnò i profili,
i tratti dimenticati di
un'esistenza che si era allontanata dal centro.
Così vidi più chiaro, sapevo che la morte non
poteva essere un compimento
della vita, ché questa pretende l'immortalità,
ma l'abbandono delle sue
attese. Mi tornò alla mente lo stupore della
giovinezza, il suo indomito
fervore dell'inizio e lo paragonai a quel senso
di infinità, di piacere
estatico che mi aveva pervaso, così simili, così
fratelli erano. La candida
veste della morte, l'aria fine e sgravata di
pesantezza preludevano ad una
nuova nascita. Dalle lunghe dita degli alberi
parve cadere un velo, il cielo
si cancellò, trasparente era il mondo.
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In cima
alla roccia
testo: Prese le sue quattro cose, chiuse la porta
dietro di sé e partì.
Il treno per Camogli-San Fruttuoso viaggiava con
mezz'ora di ritardo, era particolarmente affollato e
caldo. Si trovò un posto alla bell'e meglio e chiuse
gli occhi. Gli piaceva ascoltare quei ritagli di
discorsi che si intrecciavano fra loro, come linee
d'un fitto reticolo, monchi e senza futuro. Immagini
imprecise di storie lontane mischiate l'una
nell'altra. E poi le frigna dei bambini e quei volti
rigati di anziani coi capelli come la neve che
correvano verso qualcosa.
Camogli era bella con le sue stradine e le lenzuola
appese sbattute dal vento. La spiaggia era ancora
semideserta, a tratti s'intravedeva il sole. Ma per
lui era solo una tappa obbligata per raggiungere San
Fruttuoso e la sua abbazia, tutti e due sperduti nel
mare come fari.
Prese la strada che costeggia il porticciolo, il
vaporetto era all'attracco, sarebbe partito a
momenti. "Vorrei un biglietto, questo va a San
Fruttuoso, vero?" Chiese, "No il mare è troppo
mosso, ci fermiamo a Punta Chiappa, magari facciamo
una corsa nel pomeriggio se migliora". Restò lì un
po' titubante a guardare l'orizzonte, forse in cerca
di quella meta che si rendeva d'improvviso
inaccessibile. "C'è un sentiero che porta là, mi sa
dire da dove lo prendo?", "Son più di 90 minuti di
cammino, deve risalire a Ruta, e poi non vede? Il
tempo sta imbruttendo, guardi che nuvole".
Alzò lo sguardo al cielo, in pochi minuti s'era
quasi interamente coperto e non prometteva nulla di
buono.
"Va bene, allora prendo un biglietto", disse; si
sarebbe imbarcato comunque. Non voleva stare nella
stiva, così salì le scalette e si mise a sedere. Con
lui c'era solo un vecchietto e quattro francesi che
appena il vaporetto cominciò a solcare le onde
presero a ridere e a urlare dalla paura. Il vento
feriva il viso e a fatica si riusciva a tenere gli
occhi aperti. Il vaporetto traballava nel mare,
scosso da violenti onde. Guardò indietro, Camogli
con le sue casette color pastello era già lontana.
Un senso di libertà, di gioia profonda lo soccorse,
quella corsa incosciente sul mare l'aveva svegliato
togliendogli quel senso di inadeguatezza alla vita
che si portava dietro, quel suo non stare mai bene
che gli rubava gli anni della giovinezza e lo faceva
già sentire vecchio. Con avidità aspirò l'aria
salmastra, voleva ridere, ridere a crepa pelle della
sua miseria che scivolava via come pioggia che cade
e anche del suo timido stare al mondo che d'un
tratto pareva vinto.
Punta Chiappa è una fortezza fatte di rocce a
ridosso del mare, ma per giungere in cima bisogna
prima salire un sentiero costeggiato da grandi fiori
gialli e da una fitta boscaglia che a fatica lascia
intravedere il cielo, fino a che, come un tesoro
riportato alla luce, appare la lingua frastagliata e
arida, disegnata dal vento e dalla salsedine. Punta
Chiappa è solitaria e muta. Il mare mai l'abbandona
e la stringe e la tormenta come un amante
insoddisfatto e geloso. Lei altera lo respinge e gli
si concede insieme.
Sedette sulla cima della roccia a guardare lontano.
L'orizzonte era piatto. Le onde gridavano. Livido e
rude era il cielo. Il mare schiumeggiante come le
fauci di una fiera lo affascinava perché prometteva
la fine di qualcosa, il venir meno di una tensione,
la morte della sua stessa individualità, di quel suo
rovistare nella vita rabbioso e inconcludente. Ora
sapeva che non sarebbe tornato indietro, che quel
promontorio era la meta. Si sfilò di dosso i germi
di una vita futura che non sarebbe venuta e con un
balzo fu il mare.
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Dalla
finestra
Spense la luce, accese il fuoco nel camino che
cominciò subito a
fremere. La tavola era apparecchiata per due, forse
due amanti che si
ritrovavano dopo molto tempo. Una tavola semplice, di
poche pretese con al
centro una candela. L'accese e per un poco stette a
guardare la fiammella
che si muoveva al minimo soffio d'aria e sembrava
spegnersi per poi
allungarsi nella fredda sera. Tutto fu illuminato da
un debole chiarore,
ogni cosa assunse una forma diversa, qualcuna si
nascose del tutto alla
vista, sparì come d'incanto, qualcun'altra riemerse
come dal nulla mostrando
parte di sé. Il soffitto si muoveva al fremito della
candela e ricordava le
onde del mare. Tutto era silenzio, solo si udiva il
ticchettio
dell'orologio, lo scoppiettìo del fuoco e ancora più
in lontananza un rumore
sordo e costante.
Era la neve che cadeva lentamente. S'alzò e andò alla
finestra. Solo ora si
accorse che il paesaggio era cambiato; con quel suo
nuovo abito, candido e
puro, illuminava la notte conferendole un bagliore
tutto particolare. Ne fu
incantato, davanti a lui apparve un mondo nascosto e
silenzioso dal respiro
lungo che si percepiva a mala pena, ritmico e leggero.
Lo ascoltò come una
melodia antica ritrovata per caso, all'improvviso.
Cos'era che gli piaceva tanto, che rendeva
sopportabile l'attesa, che lo
riportava a se stesso? Quel suono sordo, quei
coriandoli bianchi che
sembravano ballare nella notte e la tappezzavano
tutta? Quel biancore
improvviso che non sapeva paragonare ad alcunché, che
stava al di là del
conosciuto? Per un attimo s'illuse che fosse una
carezza divina.
Alzò lo sguardo e vide che il cielo era scomparso;
sopra di lui c'era solo
un baluginare frenetico, un fitto pulviscolo che si
dimenava di qua e di là,
incoerente e senza posa, e fu allora che capì che il
silenzio che aveva
creduto di ascoltare era in verità un frastuono, il
roboante vociare
dell'universo.
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A VOCE SOLA
Di sera, nella tarda primavera, quando l'aria è leggera e greve
di profumi,
cammino lungo le viuzze nascoste di Milano, solo. Calpesto
l'asfalto nero,
sfioro i corpi altrui e le loro voci che raccontano storie per
sempre a
metà. Con lentezza mi allontano da casa per seguire un rivolo di
pensiero,
accenno di un'idea ancora allo stato nascente. Le faccio spazio,
cerco di
sedurla perché sia mia; vorrei stringerla per darle forma,
perché sia quel
tutto di cui vado in cerca, ma come nuvola si disfa e trasmuta
in altro.
Le strade della mia città sono quelle delle mie abitudini dove
ritrovo
qualcosa che ho già visto o udito e mi piace guardarle di sbieco
come un
ladro che fugge da qualcosa. Io cammino solo, e a volte, lo
confesso, mi
pare quasi di correre col fiato grosso, ma in realtà è solo per
confondersi,
per illudersi di non vedere o vedere da lontano quel che urta,
disturba e
ferisce. Fare una piroetta, ed ecco sentirsi distanti dal
vociare vacuo,
perché voglio farla finita col grigiume di questo tempo, pesante
fardello
che accorcia la vita.
Cammino solo perché in fondo sono sempre stato solo ed è un modo
per dire a
me stesso che ancora devo sforzarmi, volere fino all'ultimo me
stesso, quasi
fosse una malattia che mi porto dietro senza potermene disfare,
ma è un
sentiero tortuoso, fatto di valichi e strade chiuse il mio, e
poi questa
tensione continua, questa fame che non sazia mai e rende
malinconici per
quelle rare gioie, pure e struggenti, che talvolta regala, sta
al di sopra
delle mie forze, così mi lascio andare e torno nel frastuono.
Diventare quel che si è: semplice come la verità. Unico, reale
compito di
questa povera vita. Ma che cosa devo diventare? Perché non si
tratta di
andare da nessuna parte, bisogna restare dove già si è, come
insegna
l'antica sapienza taoista e ancora quella greca, delle origini.
In fondo l'ho sempre saputo, ma ora, senza più renitenza, lo
confesso a me
stesso, che quel che volevo e che ancora inseguo è stare dalla
parte di chi
è svantaggiato, di chi arriverà al traguardo solo dopo gli
altri, di chi
cadrà prima e più volte, forse perché anch'io nell'animo cado e
muoio.
Essere piccoli significa farsi piccoli come dice il dio dei
cristiani,
essere come chi è piccolo. Lavoro di detrazione, faticoso e
severo da fare e
rifare senza fine. Ed io lo so che è questa l'unica cosa che
conta e di
fronte alla quale restiamo sino alla morte principianti.
E mi sforzo, mi sforzo di diventare piccolo, piccolo come la
pietra su cui
scivola la corrente, piccolo come il tronco spezzato, come
l'animale ferito
che reclina il muso, voglio essere piccolo come chi si
accartoccia e stringe
in se stesso per difendersi dal freddo. Piccolo come la neve
d'inverno
destinata a scomparire appena il calore del sole la pervade.
Essere naufrago
col naufrago, povero col povero, disperato con chi dispera,
sconfitto con lo
sconfitto, affamato con chi è affamato, e adesso sì mi pare di
vedere
all'orizzonte la riva, mano nella mano, pianto su pianto,
abbraccio
nell'abbraccio; sono le cose vecchie a cadere, sono le parole
fatte di
niente a smettere d'esistere, abbandono nell'abbandono, mano
nella mano e
l'altro è mio fratello.
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LE DUE AMICHE
La guardò con gli occhi grandi, dallo sguardo lungo, silenzioso.
La
loro era un'amicizia nata un anno fa, quando Claudia, venne a
far parte
della stessa azienda dove lavorava Giulia. Ma solo più tardi,
allorché
quest'ultima decise di andar via, le due donne si avvicinarono
l'una
all'altra. Gli incontri si fecero più frequenti, le occasioni
per conoscersi
e scambiarsi l'affetto reciproco divennero numerose.
A quel che di celato o trattenuto era rimasto fra loro fu tolto
il velo. In
una giornata settembrina, dal cielo terso, odorosa d'autunno,
Giulia si
accostò all'amica adorata e, come un bambino sgarbato, allungò
le labbra su
quelle di Claudia. Le chiese, come fanno gli amanti, la sua
carne, la sua
intimità tutta intera, ma Claudia esitò e con l'indice della
mano destra
disegnò una linea, quasi a voler confessare la sua indecisione,
il pudore di
amare un'altra donna con gli stessi desideri di un uomo.
Giulia le stava accanto, con la fronte alta, come una dea,
pronta a
concedersi, e volle toglierle quella timidezza ingiustificata.
Con tenerezza
le strofinò il viso sul suo, le labbra sulla pelle rosea e
giovane
dell'amica sino a rubarle un altro bacio, questa volta più
lungo, più
scaltro del primo. Claudia la guardò con struggimento, non poté
dirle
"prendimi", pur volendolo; davanti a sé aveva l'ignoto, il mare
aperto e non
c'erano porti ad attenderla. Ma Giulia non si arrese e tenendola
stretta a
sé, come a proteggerla da quell'esercito che stava per invadere
il suo cuore
e scalpitava per entrarvi, le appuntò un bacio sulla fronte.
Claudia fu
turbata da quell'amore paziente e perseverante; gli occhi le si
fecero
umidi.
La sera settembrina aveva fatto capolino, il cielo si era
leggermente
arrossato e la mitezza, tipica dell'autunno, cominciò a incedere
a lenti
passi lungo le pareti della casa. Calò la sera, calò su ogni
cosa e la
nascose, calò sulle forme e i colori e vi scivolò sopra, calò
sui due corpi
e li avvolse nel suo manto sericeo.
Ma non fu lei a vincere, ché il mondo non poté finire, né
cessare d'esser
violento e imperioso come il mare mosso che sospinge e strema.
Ingoiare il desiderio, dovevano, gettarlo il più lontano
possibile,
quell'amore che sapeva di vergogna, perché nessuno lo potesse
vedere.
Scagliarlo oltre l'orizzonte del già noto, al di là di ogni
giudizio e
verità dichiarata. Farlo rotolare lungo i pendii dell'oblio.
Disperderlo
negli anfratti del passato.
Sarebbe bastato un soffio, come si fa con la cenere? Come con la
cenere che
saltella, galleggia nell'aria e ripiomba a terra per correre di
nuovo in
alto verso il niente? E sarebbe diventato leggero, leggero e
inconsistente,
fino a svanire del tutto, azzurro fra l'azzurro?
Fu solo allora che Claudia, ancora fra le braccia dell'amica,
vide se stessa
bambina correre lungo il sentiero che portava alla casa di
campagna, vestita
di verde e di giallo e con la vita sulle labbra. Il suo respiro
era lungo e
lo sguardo sicuro. Si vide a sei anni con le braccia danzanti
gettarsi verso
la betulla che s'alzava silenziosa davanti al muretto di casa.
Dal fusto
sottile, la giovane pianta stava tutta fra le sue braccia. Ferma
e
silenziosa accoglieva il corpo di Claudia stretto al suo. Di
quel tronco lei
conosceva ogni particolare, ogni più piccola ruga o ferita. Ne
amava l'odore
di pioggia che s'impregnava nella sua carne. Ne percorreva con
le dita la
superficie, tastando la pelle di carta che al tocco leggermente
si
sfagliava.
Senza nome né storia fu quell'incontro.
Si ripeté per alcuni anni sino a che Claudia, vergognandosene,
si limitò a
guardare la betulla da lontano.
Il tronco si rinvigorì di anno in anno. Orgogliosa e impavida la
pianta
svettava verso il cielo, gettando di qua e di là le sue dita
appena il vento
la scuoteva. I rami s'allungarono e coprirono di foglie.
D'inverno divenne
anche nido d'uccelli.
Ancora oggi la betulla si para di fronte alla casa di campagna
come un
tempo. Ancora oggi strappa il manto della notte insinuandovi la
sua esile
figura.
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