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IL TRIONFO DELLA VITA
Il mistero della vita e della
morte in forma di racconto
PROLOGO
E’ notte.
Una vita volge al termine. I momenti di lucidità si
alternano a quelli, più lunghi, di torpore. Riflesso
negli occhi dei miei congiunti che mi vegliano vedo il
mio vecchio volto sofferente ma sereno.
Fuori, il
vento freddo di tramontana fa gemere le persiane delle
finestre consunte dal tempo. Là in un angolo qualcuno
piange.
Un inatteso
vigore si impadronisce delle mie membra. Ho la
sensazione che una forza immane quasi mi sollevi e mi
strappi dal mio letto di dolore.
Poi, piano
piano scema. La Vita lascia il mio corpo e la morte
mi avvolge nel suo abbraccio eterno.
1° CAPITOLO
Una luce
violenta trafigge le palpebre chiuse. Stordito apro
gli occhi e mi ritrovo su una magnifica spiaggia di
fine sabbia grigia. Il sole è appena sopra
l’orizzonte, segno che il giorno è da poco iniziato, e
la sua luce mi impedisce di tenerli aperti.
Lentamente
mi drizzo sulla schiena e contemplo il paesaggio
circostante.
Non ricordo
niente di ciò che è accaduto ma sono cosciente e
ricordo perfettamente il mio passato.
Gli occhi
che sembrano da lungo tempo rimasti ciechi si abituano
a quella situazione di luce intensa e vedo verso il
mare un gruppo di pescatori intenti a tirare a riva le
reti. Presto odo le loro voci, le loro grida di
incitamento. Riconosco la loro parlata: è il mio
dialetto, parlato tutta la vita!
Barcollando
mi alzo in piedi e volgo lo sguardo tutto intorno.
Dietro le mie spalle si erge un muro di cemento armato
e oltre ancora scorgo una fila di palazzi “primo
novecento” e a far sfondo ad essi verdi colline
trapuntate da rare casette rurali.
Non ho
dubbi: quello che vedo è il mio paese natale! Ma è
molto più contenuto di quello che ricordo, con le
colline invase da costruzioni e strade! Un paese
tranquillo, con pochi rumori che a stento arrivano
alla spiaggia dove sono. E’ certamente il mio paese,
ma come è diverso!
A ridosso
del muro che costeggia a nord l’arenile scorgo una
specie di stradina che ricordo vagamente di aver visto
da bambino molto tempo fa. Respiro forte l’aria di
mare riempiendomi i polmoni e mi incammino con passo
incerto verso il paese.
La mia
mente comincia a schiarirsi e si affacciano molte
domande.
Dove sono
e, soprattutto, come faccio ad essere lì?
Allungo il
passo e poco dopo mi trovo in prossimità della strada
carrozzabile. Mi rendo conto lentamente che sono sì
nel mio paese natale ma il tempo sembra essere tornato
indietro di decine e decine d’anni!
Ciò che
vedo mi riporta a quando ero bambino. Davanti a me
vedo la piazza principale che vide i miei primi giochi
ma tutto sa di antico, di passato!
Al lato
estremo della piazza vedo il chiosco dei giornali
abbattuto tanto tempo fa. Dalla parte opposta l’amato
palazzo dove sono nato.
Al centro
della piazza pochissime auto in sosta e alcuni taxi
in attesa di clienti. La strada antistante è tutta
lastricata e solcata dalle rotaie del tram.
Confesso
che provo un senso di vertigine, una specie di nausea.
Cosa mi sta capitando? Eppure tutto è così famigliare,
tutto quello che mi si para davanti agli occhi io l’ho
già visto!
Dallo
sconforto passo rapidamente alla curiosità. Se sono
ritornato indietro nel tempo in che anno sono? E i
pochi passanti che vedo sono reali o frutto della
fantasia?
Mi sovviene
un’idea! Attraverso la carrozzabile subito avvertito
dallo scampanio di un tram che sta sopraggiungendo e
mi avvio verso il chiosco dei giornali. Ciò che vedo
mi mozza il fiato! Il giornalaio lo conosco, solo è
molto più giovane di come lo ricordo. E’ morto che io
ero un giovanotto!
Mi faccio
coraggio e compro un giornale. Raggiungo una panchina
negli adiacenti giardini pubblici e apro il
quotidiano. La data mi sconvolge:
26 marzo
1952. Il giorno della mia nascita! Come può essere?
Appoggio il
giornale sulla panchina e mi prendo la testa tra le
mani. Ma se sono capitato a metà’900 allora vicino a
me, da qualche parte ci sono i miei genitori, i miei
nonni…forse io stesso! Ma può essere possibile?
Non oso
alzarmi da quella panchina. La possibilità di
incontrare i miei cari mi entusiasma e mi atterrisce
ad un tempo!
2° CAPITOLO
“Antonio!
Ehi, Antonio! ”Il suono del mio nome mi scuote da
quella specie di letargo che mi incolla alla panchina.
Alzo gli occhi e vedo un uomo che venendo dalla piazza
si dirige verso di me sorridendo.
Ho un
brivido! Chi mi può conoscere in quest’epoca nella
quale forse ho ancora da nascere? Chi è quella persona
che si appressa a me con aria confidenziale? Ha un
aspetto che mi è famigliare ma non riesco a capire chi
sia! E’ alto, robusto, sulla sessantina.
“Ehi,
Antonio, ma sei già ubriaco di prima mattina? Non mi
conosci più?”
l’uomo si
avvicina sempre più parlandomi in dialetto e scuotendo
le mani- sono Virgilio, Virgilio il tassista! Santo
Dio, ma è una vita che non ti vedo!”
No, è
impossibile!!! Mio nonno, mio nonno materno! Cerco di
farmi forza,
comincio a
rendermi conto che altre scosse, altri momenti
traumatici ma anche emozionanti dovrò affrontare in
questo mondo in cui sono precipitato senza sapere il
perché!
L’uomo,
anzi, mio nonno, mi è ormai vicinissimo. Mi tende la
mano, una mano forte, calda, vigorosa.” Ma dove sei
stato tutto questo tempo?”- riprende con calore – ho
domandato di te qui in piazza, agli amici, ma nessuno
ti ha più visto! Sei stato poco bene?”
Ne passa
del tempo prima che riesca a proferir parola
:”Ehm…sì…sì! Sono stato malato…sì insomma, molto
malato”
“E già, ti
vedo che non sei in forma- dice il nonno- alzati che
andiamo da Giacometto a prendere qualcosa! Mi sembri
mezzo morto, per dio!”
“Sì.
.sì…adesso andiamo, un attimo!- cerco di prendere
tempo e di abituarmi all’idea di essere in compagnia
di mio nonno che ricordo da bambino e che è morto da
gran tempo. Visto che la faccenda si fa lunga, il
nonno dà un’occhiata alla sua macchina da piazza
posteggiata vicino alle altre, fa una smorfia di
disappunto nel vedere che nessun cliente lo cerca, poi
mi si siede accanto con l’aria di voler approfondire
il discorso su di me. Prima che lo faccia sono io a
prendere la parola. Il solo fatto che parli di me mi
fa star male perché non so cosa rispondergli. Ma chi
sono io per lui se ancora non sono suo nipote? Un
amico? Ma chi? Dio mio, mi sembra di impazzire! E
allora inizio:” E tu come…stai? Tutto bene in
famiglia?” Sto cercando di capire. E lui tutto
radioso:” Tutto bene, almeno, spero che tutto vada
bene! Mia figlia è incinta e proprio questi giorni
scade il tempo della gravidanza e stiamo aspettando il
lieto evento. Anzi, stamattina presto non si sentiva
tanto bene e già eravamo in subbuglio. Poi
si è
calmata ma mio genero ha voluto rimanere a casa dal
lavoro. Si sa , sono giovani ed è il loro primo
figlio. Mia madre ne ha fatti otto e in casa mia ci
sembrava il pandemonio. Mio padre, quando ritornava
dal lavoro prendeva i più grandicelli e li portava
sulla spiaggia. Bah. .erano bei tempi,
altro che
progresso! Altro che macchine! Allora, andiamo a
prendere un bianchino? Forza che ti da un po’ di
colorito!” Poi tra sé:” tanto mi sembra una giornata
poco fruttuosa, di clienti manco l’ombra! Dai, sù, per
la miseria!”
Attraversiamo la piazza e entriamo da “Giacometto”.
Altro colpo al cuore, altra emozione. Il barista, o
meglio, l’oste che mi sorride con l’aria compiaciuta è
nei miei ricordi poco più che un’ombra. Ricordo di
averlo visto da bambino, quando mio nonno mi portava a
bere un bicchiere di gazzosa. Ora è qui, vivo e
vegeto, più giovane di come me lo possa ricordare.
“Cosa
prendete?- ci dice con fare cerimonioso. “Due bianchi,
Giacometto”- fa mio nonno senza pensarci un attimo
.”No, aspetta nonno, cioè…Virgilio! Io prendo un caffè
lungo.” “Per la miseria, Antonio- riprende il nonno-
l’unica medicina è un buon bianco! Va bene, beviti il
tuo caffè e buon pro ti faccia!”
Mentre
stiamo bevendo entra un uomo coetaneo del nonno
dicendo a gran voce:” Ehi, Virgilio, c’è tua moglie
dalla finestra che ti sta chiamando! E’ già un po’ che
ti chiama, sei sordo?”
Mio nonno
lascia il bicchiere mezzo pieno e si lancia fuori
dall’osteria. Io lo seguo a ruota. Il mio istinto mi
dice che sta accadendo qualcosa che mi lascerà ancora
una volta esterrefatto!
3° CAPITOLO
Una donna,
anch’essa sulla sessantina, si sporge da una delle
finestre dell’appartamento al terzo piano del palazzo
che mi ha visto nascere, proprio sopra all’osteria
dove siamo.
“Ehi,
Virgilio, dove ti eri cacciato! A Rita sono iniziate
le doglie. Sarà meglio che vai in cerca di Maria la
levatrice. Sbrigati! Dille che si sbrighi anche lei!”
Dio mio!
Mia nonna, mia nonna Angela! E’ lei che tutta
concitata e con il solito piglio che ancora ricordo si
rivolge a mio nonno, e nel sentire l’amato nome di mia
madre provo un nodo alla gola. Mia madre sta per
mettermi al mondo! Mi appoggio al muro della casa
fuori di me. La stessa domanda che mi pongo da
stamattina rimbomba nel cervello: Ma come è possibile?
Come può avvenire tutto ciò?
Mio nonno
fa per salire in macchina poi si ricorda di me. ”Vieni
con me, Antonio, -dice- mi fai compagnia e poi, forse
c’è bisogno di una mano .In questi momenti è meglio un
amico accanto!”
Ci
dirigiamo verso il limitare del paese. Mio nonno guida
un po’ spericolato ma le macchine in giro sono
veramente poche! Sorpassiamo un tram fermo alla
fermata mentre egli impreca all’indirizzo di un
signorotto in marsina e cappello bianco in testa che
lemme lemme attraversa la strada senza guardarsi in
giro.
Com’è
diverso il paese! Le rare macchine sembrano uscite da
un museo. Le case sono basse e vecchie. Solo qualche
palazzo si erge sulle casupole.
In mezzo al
paese vedo un grande cantiere navale che ricordo ci
fosse ancora quando ero bambino. Al suo posto
esistevano dei bellissimi giardini pubblici con aiuole
ben curate e alte palme che furono distrutti per
costruire il cantiere che a quei tempi dava molto
lavoro alla gente del paese. Poco prima ho notato
delle macerie che stanno a testimoniare che la seconda
guerra mondiale è finita da pochi anni. Da quelle
macerie sorgeranno dei moderni palazzi che ben
ricordo. Tutto è emozionante e, nello stesso tempo,
inquietante!
Finalmente
ci fermiamo accanto ad un palazzo. Mio nonno scende e
mi fa cenno di restare in macchina.” Se passa la
guardia municipale – mi dice- digli che c’è una
urgenza e che andiamo via subito!”
Aspetto
lunghissimi minuti nei quali cerco di raccogliere le
idee, di capire, ma mi sento in alto mare! Sono qui su
una macchina e nello stesso tempo mia madre sta per
partorirmi! Lo stesso senso di nausea di qualche ora
fa mi prende allo stomaco e la mente si rifiuta di
darmi una risposta logica.
Lo scatto
di una portiera che si apre mi fa ritornare
alla…diciamo realtà, perché il confine tra reale e
surreale adesso capisco che è molto labile.
Dicevo che
sento aprire una portiera dell’auto e una donna di
mezza età si infila in macchina. E’ la mia levatrice!
Quella che mi farà nascere! E’ tutto così assurdo che
mi sforzo di stare al gioco, di accettare tutto quello
che succede senza pormi altre inutili domande.
“Buongiorno” mi saluta la signora con fare gentile.
Rispondo al saluto con gentilezza .”E’ un amico- dice
il nonno mettendosi al volante- ci può essere utile.
Non si sa mai in simili frangenti!”
“Oh, non vi
preoccupate, Virgilio- risponde l’ostetrica- vostra
figlia e giovane e forte. Vedrete che andrà tutto bene
e presto sarete nuovamente nonno! Preferite un maschio
o una femmina?” E il nonno, con la voce un po’
emozionata:” Non ha importanza, l’importante è che
vada tutto bene, certo una nipotina mi piacerebbe
averla! Mah…ora andiamo che non c’è tempo da perdere!”
Ritorniamo
verso casa e il nonno posteggia la sua auto in piazza.
Mia nonna è di guardia alla solita finestra. Il nonno
le fa cenno di venirci incontro, entriamo nel portone
e saliamo le scale.
“Venite
Maria, che mi sembra che ci siamo!” La voce di nonna
Angela la ricordo benissimo nonostante sia morta che
avevo diciannove anni. Trovarmi di fronte a lei mi
procura un’emozione indicibile! E’ più giovane di
molto ma i suoi tratti, il suo viso particolare, i
capelli raccolti a crocchia mi riportano alla mia
infanzia. Quante volte mi ha tenuto in braccio, mi ha
fatto giocare con i miei fratellini, quanti scherzi le
ho fatto quando ero già grandicello e non volevo
andare a messa e lei si arrabbiava!
Ora me la
trovo davanti che mi guarda in modo interrogativo. “E’
un mio amico, Angela- le dice mio nonno- può esserci
d’aiuto. Coma sta Rita?”
E la
nonna:” Le contrazioni vanno e vengono, non so dire se
è ancora il momento, vedremo cosa dice Maria. Venite
Maria, e tu Virgilio fai accomodare il tuo amico in
cucina, appena posso ritorno”.
Poi con
quell’atteggiamento altero che mi è rimasto impresso
negli anni accompagna l’ostetrica verso la camera dove
mia madre sta soffrendo.
,
4°CAPITOLO
“Cosa ti
posso offrire, Antonio? – il nonno mi si rivolge un
po’ nervoso- vuoi ancora un po’ di caffè o preferisci
un bicchiere di vino?”
“Niente,
niente, Virgilio, sto bene così!” Lo vedo visibilmente
teso e lo capisco, anch’io mi sento poco bene e ne so
il motivo. “Vado un momento a vedere cosa dice la
levatrice” dice uscendo dalla cucina.
Dopo pochi
minuti sento un passo nel corridoio che porta alla
cucina e si affaccia sulla porta un giovane uomo alto,
magro, con dei sottili baffetti neri e gli occhi
espressivi. Il cuore mi balza in gola! Benchè abbia
l’aspetto giovane riconosco subito mio padre!
Mi alzo di
scatto quasi volessi abbracciarlo, poi mi trattengo.
Una forza inspiegabile mi impedisce di compiere certi
atti. Mi calmo mentre lui si fa più vicino e si
presenta:” Buongiorno, sono Aldo il genero di
Virgilio. Mi ha detto che eravate qui ad aspettarlo.
Vi prego di scusarci se non abbiamo per voi tutte le
attenzioni che meritate ma capite certamente il
momento delicato” Si zittisce un po’ confuso: mio papà
non è mai stato un tipo molto ciarliero, né suppongo
che lo fosse stato in gioventù. “Sono io che mi scuso,
- gli rispondo- penso di trovarmi qui in un momento
poco adatto ma vostro suocero ha insistito perché lo
accompagnassi.” Un momento di silenzio, nel quale ho
come la sensazione che una voce interiore mi dica che
DEVO essere lì, poi mio padre offrendomi una sigaretta
riprende:
“Mio
suocero ha ragione. Anch’io sono contento che siate
qui e assistiate alla nascita di mio figlio. Venite,
ci accomodiamo in sala così possiamo renderci utili se
le donne hanno bisogno. Prego, seguitemi.”
Mi fa
strada verso un ampio salone luminoso. Mi offre una
sedia e ci accomodiamo in attesa degli eventi.
La porta
della camera si apre e mio nonno ci raggiunge. Anche
mia nonna esce dalla camera mentre dal di dentro si
sente la voce della levatrice che le dice:” Angela,
preparate due pentole di acqua calda, sapete come
dovete fare”
Mio padre
si rivolge a sua suocera:” Come va?” e mia nonna.
“Sembra che tutto proceda bene, ma non siamo ancora al
momento buono. Abbiate pazienza, Aldo, è il primo
figlio e Rita ha il suo daffare per darlo alla luce.
State tranquillo.”
Il
malessere che ho iniziato ad avvertire in cucina
sembra crescere. Ho l’impressione che esso sia in
relazione alla nascita che sta per avvenire.
Cerco di
pensare ad altro, ma ho gli occhi fissi su quella
stanza dove le due donne vanno e vengono. Mi ricordo
che mia madre mi diceva che ero nato verso le undici e
mezza di mattina. Tutto collimava: erano le undici
passate da qualche minuto .Tra poco sarei nato? Io,
seduto lì su quella sedia imbambolato sarei nato? Il
malessere cresce sempre più di intensità.
Si apre
nuovamente la porta e la levatrice fa capolino
chiamando mia nonna:” Angela, venite che credo che ci
siamo!- poi con una certa severità – voi uomini
rimanete lì e non disturbate! Sono cose da donne,
queste!”
Mio padre
brucia una sigaretta dopo l’altra teso come una corda
di violino, gli occhi fissi verso la porta della
camera matrimoniale.
Io, seduto
vicino a lui sento che quel sottile malore si fa
insopportabile, una specie di febbre che si impossessa
di tutto il mio corpo facendolo vibrare.
Là, oltre
la porta, mia madre si contorce nello spasimo delle
doglie e il suo ansimare giunge fino a noi.
Mio padre
ed io stiamo entrambi male, lui roso dall’ansia, io da
quel male che sempre più sembra succhiarmi l’anima.
Un grido
tremendo lacera l’aria! L’ostetrica urla:” Adesso!
Spingi! Spingi!
Forza!” C’è
un momento di silenzio che mi pare eterno e poi un
pianto di neonato risuona per tutta la stanza mentre
la levatrice grida giuliva: ”E’ un
maschio, è
un maschio”.
Mio padre
lancia in aria l’ennesima sigaretta mezza consumata e
si precipita nella stanza come un fulmine, diviso tra
il sentimento di lanciarsi verso il nascituro o verso
la moglie che giace sul letto spossata.
Io, seduto
sulla sedia, sento una forza misteriosa, un artiglio
possente, strapparmi l’anima, la vita stessa! La vista
mi si oscura e perdo conoscenza un attimo, in
quell’attimo eterno le mie forze vitali sono
come sospese, poi una improvvisa voglia di piangere e
di poppare mi fa ritornare cosciente… sento il mio
corpo debole e diverso… confusamente ritorno a
percepire il mondo attorno e….. e vedo il viso
sorridente dell’ostetrica! Sono tra le sue braccia,
piccolo e piangente, avvolto in un lenzuolo bianco. Il
suo sorriso mi richiama alla realtà, una nuova realtà!
Si avvicina
al letto dove giace mia madre e mi depone sul suo
petto nudo.
Mia madre
mi bacia la tenera testolina e rivolge lo sguardo
pieno di lacrime verso mio padre tendendogli la sua
mano come per ritrovare la forza che ha perduto nel
tremendo sforzo del parto.
Entrambi si
sorridono e quasi all’unisono si dicono :” lo
chiameremo Antonio!”
A contatto
con il corpo caldo di mia madre il mio corpicino
bagnato riacquista la vita.
E la Vita
ritorna a pulsare!
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Dedicato a Jeannette e al suo uomo
ucciso in guerra. Dedicato alle vittime di tutte le
guerre.
1° Capitolo
Arthaz, (Francia ) luglio 1940
Jeannette Dubois era particolarmente preoccupata
quella domenica di luglio inoltrato. Il caldo era
opprimente nella piccola pianura al centro della
Francia e una foschia di calura avvolgeva il paesino
natale con le sue quasi cinquecento anime.
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L’ULTIMO CAPOLAVORO
1°capitolo
La mattinata era di quelle che
annunciavano una bella giornata di inizio primavera.
L’aria era frizzante e il cielo terso.
La grande macchina del Porto di
Genova, le cui strutture arrivavano a quel tempo fin
sotto a Palazzo del Principe, era già in moto da
parecchie ore quando Giuseppe Verdi si affacciò sul
terrazzo del Palazzo, sua residenza invernale, che
guardava direttamente sul Porto.
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1° capitolo
Era
una domenica come tante. Il sole caldo annunciava
l’imminente estate dardeggiando con i suoi raggi le
numerose viuzze e piazze che ospitavano la fiera
mensile dell’antiquariato nell’accogliente cittadina
di Ovada, nel basso Piemonte.
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“DA BEETHOVEN, CON TANTA GIOIA NEL CUORE”
-
Ricordi ed
emozioni del mio viaggio a Vienna – 24/29 giugno 1995
1.
Beethovenplatz :
saluto a Beethoven
Arrivai a Vienna la sera
del 24 giugno; volli, come mi ero ripromesso di fare,
rendere subito omaggio a Colui per il quale avevo
intrapreso questo viaggio, a Colui che aveva dato e
continua a dare gioia alla mia vita. Ricordo sempre le
parole di Karl Holz: “Quando penso alla musica di
Beethoven sono felice di essere vivo!”
Purtroppo non potei fare
come Rossini, più di un secolo e mezzo fa, che si recò
subito alla Schwarzspanierhaus, l’ultima residenza,
per stringerGli le mani e uscire commosso e
rattristato per le condizioni in cui aveva trovato il
Genio di Bonn. Condussi, dunque, i miei passi verso la
piazza di Vienna a Lui dedicata e Lo vidi, mentre la
notte calava il suo manto oscuro sulla città. Era
assiso, come in trono, pensante; sembrava vivo, ma non
era più un essere umano solo e malato. Era vittorioso,
come un principe. Attorniato da nove putti che
simboleggiano le Sue nove Sinfonie, ai Suoi piedi il
Prometeo incatenato con l’aquila che gli divora il
petto, alla Sua destra la Vittoria che regge una
corona d’alloro.
Era un Grande, anzi, il
più Grande. E lo sapeva! Disse ad un Suo mecenate che
Lo aveva rimproverato perché, sdegnato, si era
rifiutato di dar sfoggio della Sua abilità al
pianoforte : “ Principe, Voi siete tale per nascita e
condizione. Di nobili ce ne sono molti ma di Beethoven
ce n’è uno solo!”
Lo salutai con un cenno
della mano e Gli dissi: “ Sono arrivato finalmente!
Fino a ieri eri Tu che venivi a me attraverso la Tua
musica, ora sono io che vengo a trovarti!”
Non rispose nulla. Capii
che quello era solo un bel Monumento. Lì Beethoven non
c’era! Era nelle Sue case, nei luoghi dove aveva
vissuto, dov’era morto, dove riposava, che dovevo
cercarLo, non lì.
Mia avviai per trovarLo.
2.
Pasqualatihaus
Fu a Casa Pasqualati che
iniziai ad avvertire la Sua presenza.
Negli anni tra il 1804 e
il 1818 Beethoven abitò spesso nella Pasqualatihaus.
Durante le calde estati viennesi si allontanava da
quell’ appartamento all’ultimo piano, vicino ai
bastioni che circondavano Vienna e si recava nei
sobborghi vicini per trovare refrigerio alla Sua
anima e nuova ispirazione alla Sua Arte. Ma il barone
von Pasqualati, Suo grande amico ed estimatore, sapeva
che, prima o poi, sarebbe ritornato e diceva ai suoi
servitori: “Tenete sempre libere le camere preferite
da Beethoven perché certamente tornerà di nuovo!” E
così era.
Qui nacquero le Sue
Sinfonie “Quarta”, “Quinta”, “Settima” e l’Ouverture “Leonore”.
Il Concerto per pianoforte n.4 e l’unica Sua Opera
lirica, il mirabile “Fidelio”.
Salii la scala,
leggermente a spirale, che conduceva all’appartamento.
Entrai sommessamente in quel mondo che aveva visto il
Maestro comporre e suonare. Quel mondo che aveva udito
le Sue rauche risate da campagnolo ed i Suoi scatti
d’ira per un nonnulla. Vidi, commosso, i Suoi
“attrezzi del mestiere”, i quadri, i disegni, le
riproduzioni di manoscritti con la Sua scrittura
indecifrabile, gli strani geroglifici che solo Lui
sapeva tradurre in note, in suoni, in Musica. Vidi il
quadro tanto amato dal Maestro : il nonno Ludwig van
Beethoven, Kappelmeister alla corte di Bonn, che il
giovane nipote portò con sé dalla terra natia a
Vienna.
Mi affacciai ad una
finestra per vedere il panorama, con la Votivkirche ed
il Parco dedicato a Sigmund Freud ma, stranamente,
apparve ai miei occhi un paesaggio totalmente mutato.
La strada sottostante era
tutta lastricata come nell’800; c’erano, più lontano,
stradine di terra battuta che si perdevano nel verde
dei campi e tra le fronde degli alberi sentivo il
cinguettio degli uccelli.
Ad un tratto vidi una
persona dall’incedere strano che, sbucando da una
delle stradine polverose, avanzava verso il palazzo.
Guardai l’orologio: erano le due, l’ora di pranzo per
il Maestro. Aguzzai ancor più gli occhi, mentre la
strana figura si faceva più visibile. Non ebbi più
dubbi: era Lui!
Lo vidi proprio come le
Sue numerose biografie Lo descrivono, col Suo consueto
portamento del corpo proteso in avanti, non però
curvo, e con la testa alta. Il cappello di feltro, che
portava in testa, era arretrato rispetto al viso e la
falda posteriore urtava contro il bavero del cappotto
che usava tenere alto per riparare la nuca. Dai due
lati del cappello appariva la chioma leonina “non
crespa, non irta, ma un miscuglio di entrambe le
cose”.
Le due falde dell’abito,
non abbottonato, si rovesciavano, per effetto del
vento che sempre spira a Vienna, verso l’esterno
avvolgendo le braccia e allora svolazzavano anche i
lunghi lembi delle sciarpa bianca, annodata attorno al
colletto della camicia rivoltato largo. Dalle tasche
slabbrate si vedevano uscire, tra il fazzoletto
penzolante, gli spessi quaderni che Gli servivano per
conversare e appuntare le idee musicali che avrebbe,
in seguito, elaborato ed ampliato.
Aveva qualcosa di
inusitato che colpiva, a causa della Sua trascuratezza
nel vestire.
Man mano che si
avvicinava vedevo la Sua bocca muoversi come se
borbottasse e a tratti gesticolava agitando le
braccia. Accadeva così che la maggior parte delle
persone che Lo incrociavano si voltasse a guardarLo e
che i ragazzi di strada si burlassero di Lui e Gli
urlassero dietro. Ricordo che Suo nipote Karl
disdegnava, per questo, di uscire con Lui e una volta
aveva persino osato dirGli che si vergognava di
accompagnarLo per il Suo “aspetto da pazzo” come
Beethoven stesso, profondamente afflitto e ferito,
ebbe a raccontare.
Finalmente raggiunse il
portone e sparì alla mia vista.
Io non mi sentivo ancora
pronto ad incontrarLo. Forse a Heiligenstadt, tra i
boschi e i ruscelli che amava tanto, forse là il mio
spirito sarebbe stato più preparato a quell’incontro
che avrebbe segnato la mia vita.
Cercai in fretta un’altra
uscita e mi ritrovai in strada. Ma stavolta la via era
piena di auto e di passanti. Ero tornato nel mio
secolo. Non avevo bisogno di chiamare una carrozza per
andare a Heiligenstadt,. Bastava scendere una scala
mobile e salire sul veloce metrò che mi avrebbe
portato, in un attimo, là dove Lui mi apettava.
3.
Heiligenstadt
Ed eccomi a Heiligenstadt.
Certo così diversa, così cambiata dal tempo in cui il
Maestro veniva a soggiornare e a riposare la mente ed
il cuore.
Ecco sulla Pfarrplatz ,
la piazzetta del borgo ormai inglobato nel resto
della città di Vienna, la casetta abitata da Beethoven
nell’estate del 1817.
Vicino alla casetta la
piccola chiesa di Heiligenstadt.
Mi sovviene alla mente
una stampa dell’epoca: Beethoven in primo piano, con
un rotolo di manoscritti ed il cappello in mano, sullo
sfondo la graziosa casetta. Dame dalle ampie gonne si
fanno ombra con l’ombrellino e austeri gentiluomini in
marsina e cilindro passeggiano oziosi sulla piazzetta.
Adesso, che stranezza! In
questa casa c’è una mescita di vini per turisti. Un
Heurige, come si dice qui. Alla sinistra della casa
c’è una via angusta dedicata alla Sinfonia ”Eroica”.
L’Eroicagasse.
Heiligenstadt è famosa
perché qui il Maestro ebbe la prima e più profonda
crisi esistenziale, nel 1802, ma la superò e ritornò
per altre estati ancora a cercare pace e conforto
nella Natura allora incontaminata. Diceva: “Come sono
contento di poter vagare tra boschi, foreste, alberi
e rocce! Nessuno può amare la campagna come la amo
io!”
Raggiunsi subito la
casetta dove Egli scrisse il Suo famoso testamento.
Avvertendo già i primi
sintomi che L’avrebbero portato alla sordità totale,
credette di trovare nella tranquillità e nel silenzio
della campagna il rimedio al terribile male che
avanzava.
All’inizio dell’estate
del 1802 lavora regolarmente: compone la Seconda
Sinfonia e impartisce lezioni di musica all’allievo
Ferdinand Ries che Lo raggiunge da Vienna. Ma a fine
stagione Ludwig non riesce più nemmeno a sentire il
flauto del pastore nel vicino bosco. La voglia di
morire s’impossessa di Lui, ma prima vuole sfogare
tutto il Suo dolore in una tremenda lettera ai Suoi
fratelli: un testamento intriso di disperazione che ,
tuttavia, non sarà il Suo addio alla vita ma, al
contrario, la caparbia volontà di continuare a lottare
perché la Sua Arte, il Suo pensiero, i Suoi ideali
siano conosciuti da tutti gli uomini e le donne di
ogni tempo.
Entrando nelle anguste
stanze che videro Beethoven provai come un fremito di
gioia.
I muri della piccola casa
erano ancora impregnati di musica e di dolore; di
speranza e di rassegnazione. Vidi le piccole finestre
da dove contemplava i campi, vidi il pianoforte dove
le Sue idee, i suoni che percepiva, ormai, solo con
l’orecchio dell’anima prendevano forma e diventavano
Musica.
Sedetti al pianoforte e
sfiorai un tasto. Il Suo Spirito aleggiava su me e
piano piano la musica da me ascoltata per tanti anni ,
la Sua Musica, cominciò a risuonare tutt’intorno.
C’era un registro su un
leggio, un invito per chi visitava quella casa a
lasciare un segno, un messaggio, un saluto. Frasi in
molte lingue e nomi e località sconosciute
testimoniavano che Egli era conosciuto e presente in
tutto il mondo.
Ero confuso. Esitai, poi
il mio cuore guidò la mia mano. Scrissi:
“Da Beethoven, con tanta
Gioia nel cuore.”
Aggiunsi il mio nome e
accanto scrissi: Genova, Italy.
Uscii commosso da quella
casa e subito non mi avvidi che il paesaggio era
un’altra volta mutato.
Non c’erano più auto nei
dintorni ma campi e poderi, alberi e rocce. Cercai il
sentiero dove amava passeggiare e trovare
l’ispirazione. Sentivo che da qualche parte Lo avrei
incontrato. Lo sentivo vicino, gioiosamente vicino.
Mi avevano detto che il
Suo sentiero, la Beethovengang, era ormai un piccolo
nastro di asfalto costeggiato da graziose villette; il
ruscello dove si abbeverava e trovava refrigerio alla
calura estiva era imbrigliato nel cemento.
Non vidi nulla di tutto
questo!
Il Suo sentiero era di
terra battuta e polverosa e sporgendomi potevo vedere,
giù in basso tra le rocce, il ruscello d’acqua limpida
e fresca.
Intorno, nei prati verdi
e ubertosi, greggi di pecore e pastori che suonavano
dolci melodie sui loro flauti. Percorsi trepidante il
sentiero facendo scorrere lo sguardo ogni dove. Tutta
la Natura mi diceva che Egli c’era.
Il ruscello scorreva
sotto di me gorgogliando. D’un tratto il gorgoglio si
tramutò in musica e riconobbi nella musica la melodia,
piena di pace, della Sinfonia “Pastorale”.
Fu allora che Lo vidi!
Stava seduto appoggiato
ad un albero; le scarpe, ricoperte dalle ghette, quasi
lambivano l’acqua; le mani reggevano un foglio
ricoperto di appunti.
La mente era altrove,
persa nel mondo dei suoni; stava scrivendo la “Scena
presso il ruscello”.
Mi fermai a contemplarLo
per chissà quanto. Sembrava non vedermi ed ebbi il
timore di distoglierLo dall’impeto creativo da cui
era pervaso.
Ma ancora una volta fu
Lui che venne a me!
Alzò lo sguardo dal
foglio, mi guardò con quei Suoi occhi piccoli e
magnetici. Ardii salutarLo:
“Sono qui, Maestro! Sono
arrivato!” Gli sorrisi felice.
Fece una bella risata
piena di soddisfazione e di gioia e con quella voce
inconfondibile che aveva mi gridò:
“Finalmente! Credevo che
non venissi più ormai!”
Rise ancora e agitò la
mano per salutarmi:
“Ritorna a casa
tranquillo ora e non temere: la mia Musica è la Musica
dell’Umanità intera; finchè esisterà l’Uomo sulla
Terra la mia Musica gli ricorderà che Egli è fatto per
amare e per soffrire: lo inciterà a chiamare l’altro
Uomo: “Fratello!” e a rispettare la Natura: gli farà
volgere gli occhi al Cielo per cercare Dio e in Dio sé
stesso! Và e sii felice e dona felicità agli Altri!”
Scomparve e tutto ritornò
come all’arrivo.
Sentii lo scampanìo di un
tram. Ero nuovamente nel mio tempo.
Stordito e incredulo per
quello straordinario incontro raggiunsi nuovamente
Vienna per cercare ancora di incontrare Beethoven.
4.
Schwarzspanierhaus
Lo ritrovai nel quartiere
dell’Alsergrund.
Quel pomeriggio il tempo,
fino ad allora incostante, sembrava aver messo
giudizio ed il sole caldo illuminava Vienna
rivelandone il fascino e lo splendore di un tempo.
Anche le ragazze
sembravano più belle. Avevano abbandonato giacche ed
impermeabili e apparivano, adesso, anch’esse
affascinanti e provocanti, quasi a voler perpetuare,
pur nella diversità di costumi e di atteggiamenti
tipici del nostro secolo, la bellezza e la grazia
delle nobili dame del tempo di Beethoven.
Forse avevano lo stesso
volto grazioso di Giulietta Guicciardi- la dedicataria
della Sonata “Al chiaro di luna”- o la leggiadria di
Bettina Brentano, dolce amica e confidente del
Maestro, o ancora, le misteriose e sensuali fattezze
dell’Immortale Amata, forse l’unica donna, a noi
sconosciuta, che seppe dare a questo Uomo solo e
solitario tutta sé stessa senza chiedere in cambio
nulla se non soltanto di far parte della Sua vita e di
addentrarsi con Lui in quel mondo che Lui soltanto
aveva esplorato e che cercava di manifestare agli
uomini per mezzo della Sua musica.
Dio, come sono belle le
ragazze di Vienna!
Discesi alla stazione del
metrò dello Schottentor e cartina alla mano mi misi
alla ricerca dell’ultima dimora di Beethoven : la
Schwarzspanierhaus.
Sapevo bene che non avrei
trovato l’ex Monastero degli Spagnoli Neri che a quel
tempo era diventato abitazione civile, ma soltanto un
edificio abbastanza recente con la targa
commemorativa. Non m’importava: volevo iniziare da
quel punto il cammino che mi avrebbe portato, seguendo
il percorso che aveva fatto il lungo corteo funebre
che seguiva la bara di Beethoven, verso l’Alserkirche
e il cimitero di Wahring.
Seguivo la
Schwarzspanierstrasse ed ecco, in lontananza, il
bianco edificio con le bandiere austriache che
segnalano il luogo commemorativo.
Tutto ad un tratto il
bianco edificio si trasformò nella Casa di Beethoven.
Vidi allora il largo
portone d’ingresso e mi misi ad aspettare. Sapevo chi
avrei visto!
Ed infatti, sempre
puntuale, arriva Gerhard von Breuning, il piccolo
Ariele, il compagno più fedele di Beethoven nei mesi
della Sua ultima e mortale malattia. Porta al Maestro
dolciumi e piccoli doni che la sua mamma, Frau von
Breuning, Gli prepara. Si informa sulla Sua salute,
Gli chiede se ha dormito bene, Gli promette qualche
rimedio contro le cimici che infastidiscono il Maestro
e non Lo lasciano riposare.
Arrivano Schindler, Holz,
Stephan von Breuning, Johann van Beethoven, lo “pseudo-fratello”.
Arriva l’amato nipote Karl.
Anch’io salgo le scale ,
portato dallo Spirito, e mi ritrovo nella camera di
composizione.
Tutto è a soqquadro,
tutto impolverato.
Guardo dalla finestra
spalancata e vedo, lontano, la guglia di Santo
Stefano; mi aggiro tra spartiti e fogli sparpagliati
a terra o posati alla rinfusa sulle sedie, tra
cornetti acustici ormai inservibili; premo un tasto di
uno dei due pianoforti che servono per comporre. Ed
ecco, dalla stanza accanto, una voce forte e un po’
rauca. E’Lui , il Grande Sordo sul Suo letto di
sofferenze. Breuning e Schindler Gli fanno firmare
qualcosa. E’ la Sua ultima firma, scritta con mano
tremante. Sono le Sue ultime ore. L’agonia giunge
presto; ormai non parla più; il Suo respiro diventa un
rantolo continuo. “Non arriverà a stasera” sentenzia
il medico Wawruch.
Schindler e Breuning
escono per cercarGli una tomba. Con Lui rimangono la
governante Sali e un visitatore di passaggio: il
giovane compositore Anselm Huttenbrenner di Graz.
Anch’io sono al capezzale
del Maestro morente. Guardo l’orologio: sono circa le
sei del pomeriggio. Il cielo si sta oscurando, grossi
nuvoloni si addensano minacciosi: un temporale sta per
scoppiare.
Il rantolo si fa sempre
più forte; mi avvicino al letto e Gli bacio le mani,
le lacrime mi rigano il volto.
Un forte tuono e una
tempesta di neve e vento spazza la via e fa sbattere
le finestre. Un lampo più forte e il Maestro apre per
un momento gli occhi, li fissa su tutti noi, alza il
braccio destro come volesse sfidare gli elementi, poi
il braccio ricade, il rantolo si spegne.
Huttenbrenner Gli chiude
gli occhi, Lo bacia sulla fronte, sulla bocca, sulle
mani.
Sali ed io piangiamo
sommessamente.
Il grande Beethoven non
soffre più; ora è nella Gioia. “Durch Leiden Freude”-
dalla Sofferenza alla Gioia- aveva scritto anni prima.
E’ il 26 marzo 1827.
5.
L’Alserkirche
Mi ritrovai, dopo questa
intima esperienza, nuovamente nella
Schwarzspanierstrasse e continuai il mio percorso
dirigendomi verso l’Alserkirche, la chiesa
parrocchiale della S.S. Trinità, dove furono celebrate
le esequie di Beethoven.
La vidi poco più tardi,
sulla facciata la lapide commemorativa e le due
bandiere bianche e rosse.
Salii la gradinata che
portava all’ingresso ed aspettai.
Ed ecco, in lontananza,
una croce luccicante al sole e poi migliaia di persone
che, tutto ad un tratto, affollano la strada, le vie
circostanti, la chiesa.
Sopra le teste,
ciondolante, una bara portata da eminenti personaggi
si avvicina alla Chiesa dei Minoriti; il popolo fa
largo.
Sono strani questi
Viennesi! Per anni Lo hanno ignorato, deriso.
Consideravano le Sue ultime opere il vaneggiamento di
un seminfermo di mente, folli i Suoi ultimi Quartetti
per archi. Adesso che è morto sembrano rendersi conto
di Chi hanno perso!
Sono letteralmente
schiacciato dalla folla che vuol vedere, toccare,
baciare la bara avvolta in drappi neri.
Vicino a me una vecchina
è tutta intenta a guardare, a fissare nella memoria
quel funerale forse mai visto in vita sua. Uno dei
tanti curiosi, attirati dall’inusitato avvenimento,
sento che le domanda qualcosa. La simpatica
vecchietta lo guarda in strano modo, poi con una certa
aria un po’ saccente gli risponde: “Dovete venire da
ben lontano voi, sennò sapreste che è morto il
Generale dei Musicanti!”
Circondano la bara alti
personaggi vestiti a lutto, tra le mani, avvolte da un
fazzoletto, reggono dei ceri accesi. Sono noti
musicisti. Tra essi Franz Schubert.
La bara del Grand’Uomo
entra in chiesa.
Mi ritrovai nuovamente
nella Vienna del duemila. L’immenso corteo era
scomparso.
Entrai in chiesa ma una
grande vetrata mi impedì di procedere oltre.
Pregai per Beethoven con
il naso schiacciato sul vetro, felice di essere lì
dove Lui trovò la Pace intravista nella Sua Missa
Solemnis.
6.
Il cimitero di Wahring
L’indomani, col corpo e
l’anima riposati, ripresi il mio cammino verso l’ex
cimitero di Wahring dove fu inumata la salma di
Beethoven. Anche esso è ormai immerso tra i palazzi
della Vienna moderna, anzi è proprio accanto ad un
parco dedicato a Schubert : lo Schubertpark.
Purtroppo trovai chiuso
il cancello del cimitero. Con le mani aggrappate a
quell’ostacolo che mi impediva di vedere la tomba
originaria del sommo compositore e quella di Schubert
feci scorrere il mio pensiero e mi ritrovai, ancora
attorniato da miriadi di Viennesi, in quel tardo
pomeriggio del 29 marzo 1827 quando la bara di
Beethoven, prima della sepoltura, fu posata davanti al
cancello ( allora era proibito tenere in un luogo
sacro perfino i discorsi ) e l’attore Heinrich
Anschutz recitò, con tono solenne, il discorso che il
grande Grillparzer scrisse tra le lacrime:
“Dal tubare della colomba
sino allo scrosciare della tempesta, dal più sottile
intreccio dei sagaci artifici sino alla terribile
soglia in cui la Cultura si perde nel Caos della
Natura, Egli ha tutto sentito.
Chi verrà dopo di Lui non
potrà continuare, dovrà ricominciare da capo, poiché
Colui che l’ha preceduto si è arrestato soltanto agli
estremi confini dell’Arte!”
Il mio spirito oltrepassò
i limiti, invalicabili, del tristo cancello che mi
separava dalla tomba ed entrai nel cimitero, vidi il
muro di cinta descritto da Breuning e, a ridosso di
questo, la Sua tomba. Rividi tutti i Suoi amici
gettare manciate di terra e fiori nella fossa e rividi
il cancelletto posto anni dopo a protezione del luogo
della sepoltura e il salice che faceva ombra alla
tomba e le cui foglie sono sparse in tutto il mondo
quale ricordo e testimonianza del pellegrinaggio di
numerosi visitatori all’illustre compianto.
Vagai ancora in ispirito
nel mesto luogo, a dispetto di chi voleva, con un
grosso lucchetto, interdirmi di visitare uno dei
santuari più venerati da un beethoveniano e mi trovai,
a cinque tombe di distanza da quella di Beethoven
dinanzi alla tomba di Franz Schubert morto un anno
dopo il Maestro, il quale nel delirio dell’agonia si
augurava di giacere
”vicinissimo a Beethoven”.
Ma fu duro ritornare alla
realtà e aperti gli occhi mi resi conto che, per il
misero mortale, non basta la testimonianza del proprio
spirito e la reminiscenza dei fatti allora accaduti e
più volte letti e riletti con commozione e
partecipazione e mi scoprii ancora lì, aggrappato al
cancello, deluso e rammaricato perché anch’io ero
“vicinissimo a Beethoven” ma non potevo entrare e
vivere realmente quel momento che avevo tanto sognato.
Volsi gli occhi al
Crocifisso di marmo, roso dal tempo, che intravedevo
tra le sbarre arrugginite del cancello e ringraziai
Iddio perché era già molto, per me, essere lì davanti
a quel Luogo di mestizia e di rimembranza ma ripieno
di “Freude, ewige Freude”- Gioia, eterna Gioia!-
7.
Il Cimitero Centrale di Vienna
Il Cimitero di Wahring
rimane un santuario ma Beethoven non era più là ormai
da oltre un secolo. Verso la fine dell’800, infatti,
le Sue spoglie e quelle di Schubert erano state
traslate, insieme alle spoglie di altri compositori e
Uomini illustri, nel nuovo Cimitero Centrale di
Vienna.
E fu là che mi recai, il
giorno dopo, in una mattina piovigginosa e triste.
Oltrepassato l’ingresso
del grande complesso cimiteriale si stagliava davanti
a me un lungo e spazioso viale alberato. Ricordo che
mi incuriosì il fatto che, a differenza di altri
Cimiteri visitati, esso era enormemente ampio e ricco
di vegetazione e le sue strade erano tanto estese al
punto di doverle percorrere in auto, come ebbi modo di
vedere. Sembrava una grande Città, una Città di Morti.
Dal viale principale si
dipartivano, ad angolo retto, numerose stradine che
conducevano alle varie sezioni del Cimitero; miriadi
di tombe e monumenti funebri costellavano, a perdita
d’occhio, questa opaca Galassia il cui nucleo era
costituito da una grande chiesa dall’aspetto
opprimente.
Aprii la Guida e mi
accinsi, con commozione e gioia, a trovare Colui che
non viveva più fisicamente ma viveva, con la forza
della Sua Musica, nella mia mente e nella mente dei
molti Suoi estimatori.
In mano tenevo una rosa
rossa, unico dono che potevo, ormai, portare al
venerato Maestro dopo i doni ricevuti nei Suoi ultimi
giorni: l’opera completa di Haendel- il musicista
preferito- i vini della Renania, il quadro con la
casetta natia di Haydn.
Mi addentrai per viali e
vialetti; tra uno scroscio di pioggia e l’altro
numerosi animaletti selvatici davano a quel luogo di
pace e di meditazione un tocco di gaiezza e
l’austerità del luogo stesso si trasformava in
serenità e tranquillità come non un Cimitero fosse ma
un immenso Parco dove riposare e rilassarsi.
Ed ecco che Lo vidi
nuovamente.
La Sua tomba era là
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