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Antonio Barbieri

IL TRIONFO DELLA VITA

LA  LETTERA
L’ULTIMO CAPOLAVORO
STORIA DI UN LIBRO ANTICO

“DA BEETHOVEN, CON TANTA GIOIA NEL CUORE”

dello stesso Autore ... Poesie  - Favole

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

       

 

                 

 

 

                     IL TRIONFO DELLA VITA

 

                   Il mistero della vita e della morte in forma di racconto

 

                                     PROLOGO

 

E’ notte. Una vita volge al termine. I momenti di lucidità si alternano a quelli, più lunghi, di torpore. Riflesso negli occhi dei miei congiunti che mi vegliano vedo il mio vecchio volto sofferente ma sereno.

Fuori, il vento freddo di tramontana fa gemere le persiane delle finestre consunte dal tempo. Là in un angolo qualcuno piange.

Un inatteso vigore si impadronisce delle mie membra. Ho la sensazione che una forza immane quasi mi sollevi e mi strappi dal mio letto di dolore.

Poi, piano piano scema. La Vita lascia il mio corpo  e la morte mi avvolge nel suo abbraccio eterno.

 

               

                            1° CAPITOLO

 

 

Una luce violenta trafigge le palpebre chiuse. Stordito apro gli occhi e mi ritrovo su una magnifica spiaggia di fine sabbia grigia. Il sole è appena sopra l’orizzonte, segno che il giorno è da poco iniziato, e la sua luce mi impedisce di tenerli aperti.

Lentamente mi drizzo sulla schiena e contemplo il paesaggio circostante.

Non ricordo niente di ciò che è accaduto ma sono cosciente e ricordo perfettamente il mio passato.

Gli occhi che sembrano da lungo tempo rimasti ciechi si abituano a quella situazione di luce intensa e vedo verso il mare un gruppo di pescatori intenti a tirare a riva le reti. Presto odo le loro voci, le loro grida di incitamento. Riconosco la loro parlata: è il mio dialetto, parlato tutta la vita!

Barcollando mi alzo in piedi e volgo lo sguardo tutto intorno. Dietro le mie spalle si erge un muro di cemento armato e oltre ancora scorgo una fila di palazzi “primo novecento” e a far sfondo ad essi verdi colline trapuntate da rare casette rurali.

Non ho dubbi: quello che vedo è il mio paese natale! Ma è molto più contenuto di quello che ricordo, con le colline invase da costruzioni e strade! Un paese tranquillo, con pochi rumori che a stento arrivano alla spiaggia dove sono. E’ certamente il mio paese, ma come è diverso!

A ridosso del muro che costeggia a nord l’arenile scorgo una specie di stradina che ricordo vagamente di aver visto da bambino molto tempo fa. Respiro forte l’aria di mare riempiendomi i polmoni e mi incammino con passo incerto verso il paese.

La mia mente comincia a schiarirsi e si affacciano molte domande.

Dove sono e, soprattutto, come faccio ad essere lì?

Allungo il passo e poco dopo mi trovo in prossimità della strada carrozzabile. Mi rendo conto lentamente che sono sì nel mio paese natale ma il tempo sembra essere tornato indietro di decine e decine d’anni!

Ciò che vedo mi riporta a quando ero bambino. Davanti a me vedo la piazza principale che vide i miei primi giochi ma tutto sa di antico, di passato!

Al lato estremo della piazza vedo il chiosco dei giornali abbattuto tanto tempo fa. Dalla parte opposta l’amato palazzo dove sono nato.

Al centro della piazza pochissime auto in sosta  e alcuni taxi in attesa di clienti. La strada antistante è tutta lastricata e solcata dalle rotaie del tram.

Confesso che provo un senso di vertigine, una specie di nausea. Cosa mi sta capitando? Eppure tutto è così famigliare, tutto quello che mi si para davanti agli occhi io l’ho già visto!

Dallo sconforto passo rapidamente alla curiosità. Se sono ritornato indietro nel tempo in che anno sono? E i pochi passanti che vedo sono reali o frutto della fantasia?

Mi sovviene un’idea! Attraverso la carrozzabile subito avvertito dallo scampanio di un tram che sta sopraggiungendo e mi avvio verso il chiosco dei giornali. Ciò che vedo mi mozza il fiato! Il giornalaio lo conosco, solo è molto più giovane di come lo ricordo. E’ morto che io ero un giovanotto!

Mi faccio coraggio e compro un giornale. Raggiungo una panchina negli adiacenti giardini pubblici e apro il quotidiano. La data mi sconvolge:

26 marzo 1952. Il giorno della mia nascita! Come può essere?

Appoggio il giornale sulla panchina e mi prendo la testa tra le mani. Ma se sono capitato a metà’900 allora vicino  a me, da qualche parte ci sono i miei genitori, i miei nonni…forse io stesso! Ma può essere possibile?

Non oso alzarmi da quella panchina. La possibilità di incontrare i miei cari mi entusiasma e mi atterrisce ad un tempo!

 

                                 

                                  2° CAPITOLO

 

 

“Antonio! Ehi, Antonio! ”Il suono del mio nome mi scuote da quella specie di letargo che mi incolla alla panchina. Alzo gli occhi e vedo un uomo che venendo dalla piazza si dirige verso di me sorridendo.

Ho un brivido! Chi mi può conoscere in quest’epoca nella quale forse ho ancora da nascere? Chi è quella persona che si appressa a me con aria confidenziale? Ha un aspetto che mi è famigliare ma non riesco a capire chi sia! E’ alto, robusto, sulla sessantina.

“Ehi, Antonio, ma sei già ubriaco di prima mattina? Non mi conosci più?”

l’uomo si avvicina sempre più parlandomi in dialetto e scuotendo le mani- sono Virgilio, Virgilio il tassista! Santo Dio, ma è una vita che non ti vedo!”

No, è impossibile!!! Mio nonno, mio nonno materno! Cerco di farmi forza,

comincio a rendermi conto che altre scosse, altri momenti traumatici ma anche emozionanti dovrò affrontare in questo mondo in cui sono precipitato senza sapere il perché!

L’uomo, anzi, mio nonno, mi è ormai vicinissimo. Mi tende la mano, una mano forte, calda, vigorosa.” Ma dove sei stato tutto questo tempo?”- riprende con calore – ho domandato di te qui in piazza, agli amici, ma nessuno ti ha più visto! Sei stato poco bene?”

Ne passa del tempo prima che riesca a proferir parola :”Ehm…sì…sì! Sono stato malato…sì insomma, molto malato”

“E già,  ti vedo che non sei in forma- dice il nonno- alzati che andiamo da Giacometto a prendere qualcosa! Mi sembri mezzo morto, per dio!”

“Sì. .sì…adesso andiamo, un attimo!- cerco di prendere tempo e di abituarmi all’idea di essere in compagnia di mio nonno che ricordo da bambino e che è morto da gran tempo. Visto che la faccenda si fa lunga, il nonno dà un’occhiata alla sua macchina da piazza posteggiata vicino alle altre, fa una smorfia di disappunto nel vedere che nessun cliente lo cerca, poi mi si siede accanto con l’aria di voler approfondire il discorso su di me. Prima che lo faccia sono io a prendere la parola. Il solo fatto che parli di me mi fa star male perché non so cosa rispondergli. Ma chi sono io per lui se ancora non sono suo nipote? Un amico? Ma chi? Dio mio, mi sembra di impazzire! E allora inizio:” E tu come…stai? Tutto bene in famiglia?” Sto cercando di capire. E lui tutto radioso:” Tutto bene, almeno, spero che tutto vada bene! Mia figlia è incinta e proprio questi giorni scade il tempo della gravidanza e stiamo aspettando il lieto evento. Anzi, stamattina presto non si sentiva tanto bene e già eravamo in subbuglio. Poi

si è calmata ma mio genero ha voluto rimanere a casa dal lavoro. Si sa , sono giovani ed è il loro primo figlio. Mia madre ne ha fatti otto e in casa mia ci sembrava il pandemonio. Mio padre, quando ritornava dal lavoro prendeva i più grandicelli e li portava sulla spiaggia. Bah. .erano bei tempi,

altro che progresso! Altro che macchine! Allora, andiamo a prendere un bianchino? Forza che ti da un po’ di colorito!” Poi tra sé:” tanto mi sembra una giornata poco fruttuosa, di clienti manco l’ombra! Dai, sù, per la miseria!”

Attraversiamo la piazza e entriamo da “Giacometto”. Altro colpo al cuore, altra emozione. Il barista, o meglio, l’oste che mi sorride con l’aria compiaciuta è nei miei ricordi poco più che un’ombra. Ricordo di averlo visto da bambino, quando mio nonno mi portava a bere un bicchiere di gazzosa. Ora è qui, vivo e vegeto, più giovane di come me lo possa ricordare.

“Cosa prendete?- ci dice con fare cerimonioso. “Due bianchi, Giacometto”- fa mio nonno senza pensarci un attimo .”No, aspetta nonno, cioè…Virgilio! Io prendo un caffè lungo.” “Per la miseria, Antonio- riprende il nonno- l’unica medicina è un buon bianco! Va bene, beviti il tuo caffè e buon pro ti faccia!”

Mentre stiamo bevendo entra un uomo coetaneo del nonno dicendo a gran voce:” Ehi, Virgilio, c’è tua moglie dalla finestra che ti sta chiamando! E’ già un po’ che ti chiama, sei sordo?”

Mio nonno lascia il bicchiere mezzo pieno e si lancia fuori dall’osteria. Io lo seguo a ruota. Il mio istinto mi dice che sta accadendo qualcosa che mi lascerà ancora una volta esterrefatto!

 

                                            

 

 

 

 

 

                              3° CAPITOLO

 

 

Una donna, anch’essa sulla sessantina, si sporge da una delle finestre dell’appartamento al terzo piano del palazzo che mi ha visto nascere, proprio sopra all’osteria dove siamo.

“Ehi, Virgilio, dove ti eri cacciato! A Rita sono iniziate le doglie. Sarà meglio che vai in cerca di Maria la levatrice. Sbrigati! Dille che si sbrighi anche lei!”

Dio mio! Mia nonna, mia nonna Angela! E’ lei che tutta concitata e con il solito piglio che ancora ricordo si rivolge a mio nonno, e nel sentire l’amato nome di mia madre provo un nodo alla gola. Mia madre sta per mettermi al mondo! Mi appoggio al muro della casa fuori di me. La stessa domanda che mi pongo da stamattina rimbomba nel cervello: Ma come è possibile? Come può avvenire tutto ciò?

Mio nonno fa per salire in macchina poi si ricorda di me. ”Vieni con me, Antonio, -dice- mi fai compagnia e poi, forse c’è bisogno di una mano .In questi momenti è meglio un amico accanto!”

Ci dirigiamo verso il limitare del paese. Mio nonno guida un po’ spericolato ma le macchine in giro sono veramente poche! Sorpassiamo un tram fermo alla fermata  mentre egli impreca all’indirizzo di un signorotto in marsina e cappello bianco in testa che lemme lemme attraversa la strada senza guardarsi in giro.

Com’è diverso il paese! Le rare macchine sembrano uscite da un museo. Le case sono basse e vecchie. Solo qualche palazzo si erge sulle casupole.

In mezzo al paese vedo un grande cantiere navale che ricordo ci fosse ancora quando ero bambino. Al suo posto esistevano dei bellissimi giardini pubblici con aiuole ben curate e alte palme che furono distrutti per costruire il cantiere che a quei tempi dava molto lavoro alla gente del paese. Poco prima ho notato delle macerie che stanno a testimoniare che la seconda guerra mondiale è finita da pochi anni. Da quelle macerie sorgeranno dei moderni palazzi che ben ricordo. Tutto è emozionante e, nello stesso tempo, inquietante!

Finalmente ci fermiamo accanto ad un palazzo. Mio nonno scende e mi fa cenno di restare in macchina.” Se passa la guardia municipale – mi dice- digli che c’è una urgenza e che andiamo via subito!”

Aspetto lunghissimi minuti nei quali cerco di raccogliere le idee, di capire, ma mi sento in alto mare! Sono qui su una macchina e nello stesso tempo mia madre sta per partorirmi! Lo stesso senso di nausea di qualche ora fa mi prende allo stomaco e la mente si rifiuta di darmi una risposta logica.

Lo scatto di una portiera che si apre mi fa ritornare alla…diciamo realtà, perché il confine tra reale e surreale adesso capisco che è molto labile.

Dicevo che sento aprire una portiera dell’auto e una donna di mezza età si infila in macchina. E’ la mia levatrice! Quella che mi farà nascere! E’ tutto così assurdo che mi sforzo di stare al gioco, di accettare tutto quello che succede senza pormi altre inutili domande.

“Buongiorno” mi saluta la signora con fare gentile. Rispondo al saluto con gentilezza .”E’ un amico- dice il nonno mettendosi al volante- ci può essere utile. Non si sa mai in simili frangenti!”

“Oh, non vi preoccupate, Virgilio- risponde l’ostetrica- vostra figlia e giovane e forte. Vedrete che andrà tutto bene e presto sarete nuovamente nonno! Preferite un maschio o una femmina?” E il nonno, con la voce un po’ emozionata:” Non ha importanza, l’importante è che vada tutto bene, certo una nipotina mi piacerebbe averla! Mah…ora andiamo che non c’è tempo da perdere!”

Ritorniamo verso casa e il nonno posteggia la sua auto in piazza. Mia nonna è di guardia alla solita finestra. Il nonno le fa cenno di venirci incontro, entriamo nel portone e saliamo le scale.

“Venite Maria, che mi sembra che ci siamo!” La voce di nonna Angela la ricordo benissimo nonostante sia morta che avevo diciannove anni. Trovarmi di fronte a lei mi procura un’emozione indicibile! E’ più giovane di molto ma i suoi tratti, il suo viso particolare, i capelli raccolti a crocchia mi riportano alla mia infanzia. Quante volte mi ha tenuto in braccio, mi ha fatto giocare con i miei fratellini, quanti scherzi le ho fatto quando ero già grandicello e non volevo andare a messa e lei si arrabbiava!

Ora me la trovo davanti che mi guarda in modo interrogativo. “E’ un mio amico, Angela- le dice mio nonno- può esserci d’aiuto. Coma sta Rita?”

E la nonna:” Le contrazioni vanno e vengono, non so dire se è ancora il momento, vedremo cosa dice Maria. Venite Maria, e tu Virgilio fai accomodare il tuo amico in cucina, appena posso ritorno”.

Poi con quell’atteggiamento altero che mi è rimasto impresso negli anni accompagna l’ostetrica verso la camera dove mia madre sta soffrendo.

 

 

 

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                             4°CAPITOLO

 

 

“Cosa ti posso offrire, Antonio? – il nonno mi si rivolge un po’ nervoso- vuoi ancora un po’ di caffè o preferisci un bicchiere di vino?”

“Niente, niente, Virgilio, sto bene così!” Lo vedo visibilmente teso e lo capisco, anch’io mi sento poco bene e ne so il motivo. “Vado un momento a vedere cosa dice la levatrice” dice uscendo dalla cucina.

Dopo pochi minuti sento un passo nel corridoio che porta alla cucina e si affaccia sulla porta un giovane uomo alto, magro, con dei sottili baffetti neri e gli occhi espressivi. Il cuore mi balza in gola! Benchè abbia l’aspetto giovane riconosco subito mio padre!

Mi alzo di scatto quasi volessi abbracciarlo, poi mi trattengo. Una forza inspiegabile mi impedisce di compiere certi atti. Mi calmo mentre lui si fa più vicino e si presenta:” Buongiorno, sono Aldo il genero di Virgilio. Mi ha detto che eravate qui ad aspettarlo. Vi prego di scusarci se non abbiamo per voi tutte le attenzioni che meritate ma capite certamente il momento delicato” Si zittisce un po’ confuso: mio papà non è mai stato un tipo molto ciarliero, né suppongo che lo fosse stato in gioventù. “Sono io che mi scuso, - gli rispondo- penso di trovarmi qui in un momento poco adatto ma vostro suocero ha insistito perché lo accompagnassi.” Un momento di silenzio, nel quale ho come la sensazione che una voce interiore mi dica che DEVO essere lì, poi mio padre offrendomi una sigaretta riprende:

“Mio suocero ha ragione. Anch’io sono contento che siate qui e assistiate alla nascita di mio figlio. Venite, ci accomodiamo in sala così possiamo renderci utili se le donne hanno bisogno. Prego, seguitemi.”

Mi fa strada verso un ampio salone luminoso. Mi offre una sedia e ci accomodiamo in attesa degli eventi.

La porta della camera si apre e mio nonno ci raggiunge. Anche mia nonna esce dalla camera mentre dal di dentro si sente la voce della levatrice che le dice:” Angela, preparate due pentole di acqua calda, sapete come dovete fare”

Mio padre si rivolge a sua suocera:” Come va?” e mia nonna. “Sembra che tutto proceda bene, ma non siamo ancora al momento buono. Abbiate pazienza, Aldo, è il primo figlio e Rita ha il suo daffare  per darlo alla luce. State tranquillo.”

Il malessere che ho iniziato ad avvertire in cucina sembra crescere. Ho l’impressione che esso sia in relazione alla nascita che sta per avvenire.

Cerco di pensare ad altro, ma ho gli occhi fissi su quella stanza dove le due donne vanno e vengono. Mi ricordo che mia madre mi diceva che ero nato verso le undici e mezza di mattina. Tutto collimava: erano le undici passate da qualche minuto .Tra poco sarei nato? Io, seduto lì su quella sedia imbambolato sarei nato? Il malessere cresce sempre più di intensità.

Si apre nuovamente la porta e la levatrice fa capolino chiamando mia nonna:” Angela, venite che credo che ci siamo!- poi con una certa severità – voi uomini rimanete lì e non disturbate! Sono cose da donne, queste!”

Mio padre brucia una sigaretta dopo l’altra teso come una corda di violino, gli occhi fissi verso la porta della camera matrimoniale.

Io, seduto vicino a lui sento che quel sottile malore si fa insopportabile, una specie di febbre che si impossessa di tutto il mio corpo facendolo vibrare.

Là, oltre la porta, mia madre si contorce nello spasimo delle doglie e il suo ansimare giunge fino a noi.

Mio padre ed io stiamo entrambi male, lui roso dall’ansia, io da quel male che sempre più sembra succhiarmi l’anima.

Un grido tremendo lacera l’aria! L’ostetrica urla:” Adesso! Spingi! Spingi!

Forza!” C’è un momento di silenzio che mi pare eterno e poi un pianto di neonato risuona per tutta la stanza mentre la levatrice grida giuliva: ”E’ un

maschio, è un maschio”.

Mio padre lancia in aria l’ennesima sigaretta mezza consumata e si precipita nella stanza come un fulmine, diviso tra il sentimento di lanciarsi verso il nascituro o verso la moglie  che giace sul letto spossata.

Io, seduto sulla sedia, sento una forza misteriosa, un artiglio possente, strapparmi l’anima, la vita stessa! La vista mi si oscura e perdo conoscenza un attimo, in quell’attimo eterno le mie forze vitali sono come sospese, poi una improvvisa voglia di piangere e di poppare mi fa ritornare cosciente… sento il mio corpo debole e diverso… confusamente ritorno a percepire il mondo attorno e….. e vedo il viso sorridente dell’ostetrica! Sono tra le sue braccia, piccolo e piangente, avvolto in un lenzuolo bianco. Il suo sorriso mi richiama alla realtà, una nuova realtà!

Si avvicina al letto dove giace mia madre e mi depone sul suo petto nudo.

Mia madre mi bacia la tenera testolina e rivolge lo sguardo pieno di lacrime verso mio padre tendendogli la sua mano come per ritrovare la forza che ha perduto nel tremendo sforzo del parto.

Entrambi si sorridono e quasi all’unisono si dicono :” lo chiameremo Antonio!”

A contatto con il corpo caldo di mia madre il mio corpicino bagnato riacquista la vita.

E la Vita ritorna a pulsare!

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 LA  LETTERA

Dedicato a Jeannette e al suo uomo ucciso in guerra. Dedicato alle vittime di tutte le guerre.

                                        1° Capitolo

 

 

Arthaz, (Francia ) luglio 1940

 

Jeannette Dubois  era particolarmente  preoccupata quella domenica di luglio inoltrato. Il caldo era opprimente nella piccola pianura al centro della Francia e una foschia di calura avvolgeva il paesino natale con le sue quasi cinquecento anime.

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L’ULTIMO CAPOLAVORO

                                         1°capitolo

 

 

La mattinata era di quelle che annunciavano una bella giornata di inizio primavera. L’aria era frizzante e il cielo terso.

La grande macchina del Porto di Genova, le cui strutture arrivavano a quel tempo fin sotto a Palazzo del Principe, era già in moto da parecchie ore quando Giuseppe Verdi si affacciò sul terrazzo del Palazzo, sua residenza invernale, che guardava direttamente sul Porto.

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STORIA DI UN LIBRO ANTICO

 

                            1° capitolo

 

 

 

Era una domenica come tante. Il sole caldo annunciava l’imminente estate dardeggiando con i suoi raggi le numerose viuzze e piazze che ospitavano la fiera mensile dell’antiquariato nell’accogliente cittadina di Ovada, nel basso Piemonte.

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 “DA BEETHOVEN, CON TANTA GIOIA NEL CUORE”

 

-         Ricordi ed emozioni del mio viaggio a Vienna – 24/29 giugno 1995

 

 

1.    Beethovenplatz : saluto a Beethoven

 

Arrivai a Vienna la sera del 24 giugno; volli, come mi ero ripromesso di fare, rendere subito omaggio a Colui per il quale avevo intrapreso questo viaggio, a Colui che aveva dato e continua a dare gioia alla mia vita. Ricordo sempre le parole di Karl Holz: “Quando penso alla musica di Beethoven sono felice di essere vivo!”

 

Purtroppo non potei fare come Rossini, più di un secolo e mezzo fa, che si recò subito alla Schwarzspanierhaus, l’ultima residenza, per stringerGli le mani  e uscire commosso e rattristato per le condizioni in cui aveva trovato il Genio di Bonn. Condussi, dunque, i miei passi verso la piazza di Vienna a Lui dedicata e Lo vidi, mentre la notte calava il suo manto oscuro sulla città. Era assiso, come in trono, pensante; sembrava vivo, ma non era più un essere umano solo e malato. Era vittorioso, come un principe. Attorniato da nove putti che simboleggiano le Sue nove Sinfonie, ai Suoi piedi il Prometeo incatenato con l’aquila che gli divora il petto, alla Sua destra la Vittoria che regge una corona d’alloro.

Era un Grande, anzi, il più Grande. E lo sapeva! Disse ad un Suo mecenate che Lo aveva rimproverato perché, sdegnato, si era rifiutato di dar sfoggio della Sua abilità al pianoforte : “ Principe, Voi siete tale per nascita e condizione. Di nobili ce ne sono molti ma di Beethoven ce n’è uno solo!”

 

Lo salutai con un cenno della mano e Gli dissi: “ Sono arrivato finalmente! Fino a ieri eri Tu che venivi a me attraverso la Tua musica, ora sono io che vengo a trovarti!”

Non rispose nulla. Capii che quello era solo un bel Monumento. Lì Beethoven non c’era! Era nelle Sue case, nei luoghi dove aveva vissuto, dov’era morto, dove riposava, che dovevo cercarLo, non lì.

Mia avviai per trovarLo. 

 

 

 

2.    Pasqualatihaus

 

Fu a Casa Pasqualati che iniziai ad avvertire la Sua presenza.

Negli anni tra il 1804 e il 1818 Beethoven abitò spesso nella Pasqualatihaus. Durante le calde estati  viennesi si allontanava da quell’ appartamento all’ultimo piano, vicino ai bastioni che circondavano Vienna e si recava nei sobborghi vicini per trovare refrigerio alla Sua anima  e nuova ispirazione alla Sua Arte. Ma il barone von Pasqualati, Suo grande amico ed estimatore, sapeva che, prima o poi, sarebbe ritornato e diceva ai suoi servitori: “Tenete sempre libere le camere preferite da Beethoven perché certamente tornerà di nuovo!” E così era.

 

Qui nacquero le Sue Sinfonie “Quarta”, “Quinta”, “Settima” e l’Ouverture “Leonore”. Il Concerto per pianoforte n.4 e l’unica Sua Opera lirica, il mirabile “Fidelio”.

 

Salii la scala, leggermente a spirale, che conduceva all’appartamento. Entrai sommessamente in quel mondo che aveva visto il Maestro comporre e suonare. Quel mondo che aveva udito le Sue rauche risate da campagnolo ed i Suoi scatti d’ira per un nonnulla. Vidi, commosso, i Suoi “attrezzi del mestiere”, i quadri, i disegni, le riproduzioni di manoscritti con la Sua scrittura indecifrabile, gli strani geroglifici che solo Lui sapeva tradurre in note, in suoni, in Musica. Vidi il quadro tanto amato dal Maestro : il nonno Ludwig van Beethoven, Kappelmeister alla corte di Bonn, che il giovane nipote portò con sé dalla terra natia a Vienna.

 

Mi affacciai ad una finestra per vedere il panorama, con la Votivkirche ed il Parco dedicato a Sigmund Freud ma, stranamente, apparve ai miei occhi un paesaggio totalmente mutato.

La strada sottostante era tutta lastricata come nell’800; c’erano, più lontano, stradine di terra battuta che si perdevano nel verde dei campi e tra le fronde degli alberi sentivo il cinguettio degli uccelli.

Ad un tratto vidi una persona dall’incedere strano che, sbucando da una delle stradine polverose, avanzava verso il palazzo. Guardai l’orologio: erano le due, l’ora di pranzo per il Maestro. Aguzzai ancor più gli occhi, mentre la strana figura si faceva più visibile. Non ebbi più dubbi: era Lui!

Lo vidi proprio come le Sue numerose biografie Lo descrivono, col Suo consueto portamento del corpo proteso in avanti, non però curvo, e con la testa alta. Il cappello di feltro, che portava in testa, era arretrato rispetto al viso e la falda posteriore urtava contro il bavero del cappotto che usava tenere alto per riparare la nuca. Dai due lati del cappello appariva la chioma leonina “non crespa, non irta, ma un miscuglio di entrambe le cose”.

 

Le due falde dell’abito, non abbottonato, si rovesciavano, per effetto del vento che sempre spira a Vienna, verso l’esterno avvolgendo le braccia e allora svolazzavano anche i lunghi lembi delle sciarpa bianca, annodata attorno al colletto della camicia rivoltato largo. Dalle tasche slabbrate si vedevano uscire, tra il fazzoletto penzolante, gli spessi quaderni che Gli servivano per conversare e appuntare le idee musicali che avrebbe, in seguito, elaborato ed ampliato.

Aveva qualcosa di inusitato che colpiva, a causa della Sua trascuratezza nel vestire.

Man mano che si avvicinava vedevo la Sua bocca muoversi come se borbottasse e a tratti gesticolava agitando le braccia. Accadeva così che la maggior parte delle persone che Lo incrociavano si voltasse a guardarLo  e che i ragazzi di strada si burlassero di Lui e Gli urlassero dietro. Ricordo che Suo nipote Karl disdegnava, per questo, di uscire con Lui e una volta aveva persino osato dirGli che si vergognava di accompagnarLo  per il Suo “aspetto da pazzo” come Beethoven stesso, profondamente afflitto e ferito, ebbe a raccontare.

Finalmente raggiunse il portone e sparì alla mia vista.

 

Io non mi sentivo ancora pronto ad incontrarLo. Forse a Heiligenstadt, tra i boschi e i ruscelli che amava tanto, forse là il mio spirito sarebbe stato più preparato a quell’incontro che avrebbe segnato la mia vita.

Cercai in fretta un’altra uscita e mi ritrovai in strada. Ma stavolta la via era piena di auto e di passanti. Ero tornato nel mio secolo. Non avevo bisogno di chiamare una carrozza per andare a Heiligenstadt,. Bastava scendere una scala mobile e salire sul veloce metrò che mi avrebbe portato, in un attimo, là dove Lui mi apettava.

 

 

 

 

 

3. Heiligenstadt

 

Ed eccomi a Heiligenstadt. Certo così diversa, così cambiata dal tempo in cui il Maestro veniva a soggiornare e a riposare la mente ed il cuore.

Ecco sulla Pfarrplatz , la piazzetta  del borgo ormai inglobato nel resto della città di Vienna, la casetta abitata da Beethoven nell’estate del 1817.

Vicino alla casetta la piccola chiesa di Heiligenstadt.

Mi sovviene alla mente una stampa dell’epoca: Beethoven in primo piano, con un rotolo di manoscritti ed il cappello in mano, sullo sfondo la graziosa casetta. Dame dalle ampie gonne si fanno ombra con l’ombrellino e austeri gentiluomini in marsina e cilindro passeggiano oziosi sulla piazzetta.

Adesso, che stranezza! In questa casa c’è una mescita di vini per turisti. Un Heurige, come si dice qui. Alla sinistra della casa c’è una via angusta dedicata alla Sinfonia ”Eroica”. L’Eroicagasse.

 

Heiligenstadt è famosa perché qui il Maestro ebbe la prima e più profonda crisi esistenziale, nel 1802,  ma la superò e ritornò per altre estati ancora a cercare pace e conforto nella Natura allora incontaminata. Diceva: “Come sono contento  di poter vagare tra boschi, foreste, alberi e rocce! Nessuno può amare la campagna come la amo io!”

 

Raggiunsi subito la casetta dove Egli scrisse il Suo famoso testamento.

Avvertendo già i primi sintomi che L’avrebbero portato alla sordità totale, credette di trovare nella tranquillità e nel silenzio della campagna il rimedio al terribile male che avanzava.

All’inizio dell’estate del 1802 lavora regolarmente: compone la Seconda Sinfonia e impartisce lezioni di musica all’allievo Ferdinand Ries che Lo raggiunge da Vienna. Ma a fine stagione Ludwig non riesce più nemmeno a sentire il flauto del pastore nel vicino bosco. La voglia di morire s’impossessa di Lui, ma prima vuole sfogare tutto il Suo dolore in una tremenda lettera ai Suoi fratelli: un testamento intriso di disperazione  che , tuttavia, non sarà il Suo addio alla vita ma, al contrario, la caparbia volontà di continuare a lottare perché la Sua Arte, il Suo pensiero, i Suoi ideali siano conosciuti da tutti gli uomini e le donne di ogni tempo.

 

Entrando nelle anguste stanze che videro Beethoven provai come un fremito di gioia.

I muri della piccola casa erano ancora impregnati di musica  e di dolore; di speranza e di rassegnazione. Vidi le piccole finestre da dove contemplava i campi, vidi il pianoforte dove le Sue idee, i suoni che percepiva, ormai, solo con l’orecchio dell’anima prendevano forma e diventavano Musica.

Sedetti al pianoforte e sfiorai un tasto. Il Suo Spirito aleggiava su me e piano piano la musica da me ascoltata per tanti anni , la Sua Musica, cominciò a risuonare tutt’intorno.

C’era un registro su un leggio, un invito per chi visitava quella casa a lasciare un segno, un messaggio, un saluto. Frasi in molte lingue e nomi e località sconosciute testimoniavano che Egli era conosciuto e presente in tutto il mondo.

Ero confuso. Esitai, poi il mio cuore guidò la mia mano. Scrissi:

 

“Da Beethoven, con tanta Gioia nel cuore.”

 

Aggiunsi il mio nome e accanto scrissi: Genova, Italy.

 

Uscii commosso da quella casa e subito non mi avvidi che il paesaggio era un’altra volta mutato.

Non c’erano più auto nei dintorni ma campi e poderi, alberi e rocce. Cercai il sentiero dove amava passeggiare e trovare l’ispirazione. Sentivo che da qualche parte Lo avrei incontrato. Lo sentivo vicino, gioiosamente vicino.

Mi avevano detto che il Suo sentiero, la Beethovengang, era ormai un piccolo nastro di asfalto costeggiato da graziose villette; il ruscello dove si abbeverava e trovava refrigerio alla calura estiva era imbrigliato nel cemento.

Non vidi nulla di tutto questo!

Il Suo sentiero era di terra battuta e polverosa e sporgendomi potevo vedere, giù in basso tra le rocce, il ruscello d’acqua limpida e fresca.

Intorno, nei prati verdi e ubertosi,  greggi di pecore e pastori che suonavano dolci melodie sui loro flauti. Percorsi trepidante il sentiero facendo scorrere lo sguardo ogni dove. Tutta la Natura mi diceva che Egli c’era.

Il ruscello scorreva sotto di me gorgogliando. D’un tratto il gorgoglio si tramutò in musica e riconobbi nella musica la melodia, piena di pace, della Sinfonia “Pastorale”.

 

Fu allora che Lo vidi!

 

Stava seduto appoggiato ad un albero; le scarpe, ricoperte dalle ghette, quasi lambivano l’acqua; le mani reggevano un foglio ricoperto di appunti.

La mente era altrove, persa nel mondo dei suoni; stava scrivendo la “Scena presso il ruscello”.

Mi fermai a contemplarLo per chissà quanto. Sembrava non vedermi ed ebbi il timore di distoglierLo  dall’impeto creativo da cui era pervaso.

Ma ancora una volta fu Lui che venne a me!

Alzò lo sguardo dal foglio, mi guardò con quei Suoi occhi piccoli e magnetici. Ardii salutarLo:

“Sono qui, Maestro! Sono arrivato!” Gli sorrisi felice.

Fece una bella risata piena di soddisfazione e di gioia e con quella voce inconfondibile che aveva mi gridò:

“Finalmente! Credevo che non venissi più ormai!”

Rise ancora e agitò la mano per salutarmi:

“Ritorna a casa tranquillo ora e non temere: la mia Musica è la Musica dell’Umanità intera; finchè esisterà l’Uomo sulla Terra la mia Musica gli ricorderà che Egli è fatto per amare e per soffrire: lo inciterà a chiamare l’altro Uomo: “Fratello!” e a rispettare la Natura: gli farà volgere gli occhi al Cielo per cercare Dio e in Dio sé stesso! Và e sii felice e dona felicità agli Altri!”

 

Scomparve e tutto ritornò come all’arrivo.

Sentii lo scampanìo di un tram. Ero nuovamente  nel mio tempo.

Stordito e incredulo per quello straordinario incontro raggiunsi nuovamente Vienna per cercare ancora di incontrare Beethoven.

 

 

 

 

 

4.    Schwarzspanierhaus

 

Lo ritrovai nel quartiere dell’Alsergrund.

Quel pomeriggio il tempo, fino ad allora incostante, sembrava aver messo giudizio ed il sole caldo illuminava Vienna rivelandone il fascino e lo splendore di un tempo.

Anche le ragazze sembravano più belle. Avevano abbandonato giacche ed impermeabili e apparivano, adesso,  anch’esse affascinanti e provocanti, quasi a voler perpetuare, pur nella diversità di costumi e di atteggiamenti tipici del nostro secolo, la bellezza e la grazia delle nobili dame del tempo di Beethoven.

Forse avevano lo stesso volto grazioso di Giulietta Guicciardi- la dedicataria della Sonata “Al chiaro di luna”- o la leggiadria di Bettina Brentano, dolce amica e confidente del Maestro, o ancora, le misteriose e sensuali fattezze  dell’Immortale Amata, forse l’unica donna, a noi sconosciuta, che seppe dare a questo Uomo solo e solitario tutta sé stessa senza chiedere in cambio nulla se non soltanto di far parte della Sua vita e di addentrarsi con Lui in quel mondo che Lui soltanto aveva esplorato e che cercava di manifestare agli uomini per mezzo della Sua musica.

 

Dio, come sono belle le ragazze di Vienna!

 

Discesi alla stazione del metrò dello Schottentor e cartina alla mano mi misi alla ricerca dell’ultima dimora di Beethoven : la Schwarzspanierhaus.

Sapevo bene che non avrei trovato l’ex Monastero degli Spagnoli Neri che a quel tempo era diventato abitazione civile, ma soltanto un edificio abbastanza recente con la targa commemorativa. Non m’importava: volevo iniziare da quel punto il cammino che mi avrebbe portato, seguendo il percorso che aveva fatto il lungo corteo funebre che seguiva la bara di Beethoven, verso l’Alserkirche  e il cimitero di Wahring.

 

Seguivo la Schwarzspanierstrasse ed ecco, in lontananza, il bianco edificio con le bandiere austriache che segnalano il luogo commemorativo.

Tutto ad un tratto il bianco edificio si trasformò nella Casa di Beethoven.

Vidi allora il largo portone d’ingresso e mi misi ad aspettare. Sapevo chi avrei visto!

Ed infatti, sempre puntuale, arriva Gerhard von Breuning, il piccolo Ariele, il compagno più fedele di Beethoven nei mesi della Sua ultima e mortale malattia. Porta al Maestro dolciumi e piccoli doni che la sua mamma, Frau von Breuning, Gli prepara. Si informa sulla Sua salute, Gli chiede se ha dormito bene, Gli promette qualche rimedio contro le cimici che infastidiscono il Maestro e non Lo lasciano riposare.

Arrivano Schindler, Holz, Stephan von Breuning, Johann van Beethoven, lo “pseudo-fratello”. Arriva l’amato nipote Karl.

Anch’io salgo le scale , portato dallo Spirito, e mi ritrovo nella camera di composizione.

Tutto è a soqquadro, tutto impolverato.

Guardo dalla finestra spalancata e vedo, lontano, la guglia di Santo Stefano; mi aggiro tra spartiti e fogli sparpagliati  a terra o posati alla rinfusa sulle sedie, tra cornetti acustici ormai inservibili; premo un tasto di uno dei due pianoforti che servono per comporre. Ed ecco, dalla stanza accanto, una voce forte e un po’ rauca. E’Lui , il Grande Sordo sul Suo letto di sofferenze. Breuning e Schindler  Gli fanno firmare qualcosa. E’ la Sua ultima firma, scritta con mano tremante. Sono le Sue ultime ore. L’agonia giunge presto; ormai non parla più; il Suo respiro diventa un rantolo continuo. “Non arriverà a stasera” sentenzia il medico Wawruch.

Schindler e Breuning escono per cercarGli una tomba. Con Lui rimangono la governante Sali e un visitatore di passaggio: il giovane compositore Anselm Huttenbrenner di Graz.

 

Anch’io sono al capezzale del Maestro morente. Guardo l’orologio: sono circa le sei del pomeriggio. Il cielo si sta oscurando, grossi nuvoloni si addensano minacciosi: un temporale sta per scoppiare.

Il rantolo si fa sempre più forte; mi avvicino al letto e Gli bacio le mani, le lacrime mi rigano il volto.

Un forte tuono e una tempesta di neve e vento spazza la via e fa sbattere le finestre. Un lampo più forte e il Maestro apre per un momento gli occhi, li fissa su tutti noi, alza il braccio destro come volesse sfidare gli elementi, poi il braccio ricade, il rantolo si spegne.

Huttenbrenner Gli chiude gli occhi, Lo bacia sulla fronte, sulla bocca, sulle mani.

Sali ed io piangiamo sommessamente.

 

Il grande Beethoven non soffre più; ora è nella Gioia. “Durch Leiden Freude”- dalla Sofferenza alla Gioia- aveva scritto anni prima.

E’ il 26 marzo 1827.

 

5.    L’Alserkirche

 

 

Mi ritrovai, dopo questa intima esperienza, nuovamente nella Schwarzspanierstrasse e continuai il mio percorso dirigendomi verso l’Alserkirche, la chiesa parrocchiale della S.S. Trinità, dove furono celebrate le esequie di Beethoven.

La vidi poco più tardi, sulla facciata la lapide commemorativa e le due bandiere bianche e rosse.

Salii la gradinata che portava all’ingresso ed aspettai.

 

Ed ecco, in lontananza, una croce luccicante al sole e poi migliaia di persone che, tutto ad un tratto, affollano la strada, le vie circostanti, la chiesa.

Sopra le teste, ciondolante, una bara portata da eminenti personaggi si avvicina alla Chiesa dei Minoriti; il popolo fa largo.

 

Sono strani questi Viennesi! Per anni Lo hanno ignorato, deriso. Consideravano le Sue ultime opere il vaneggiamento di un seminfermo di mente, folli i Suoi ultimi Quartetti per archi. Adesso che è morto sembrano rendersi conto di Chi hanno perso!

Sono letteralmente schiacciato dalla folla che vuol vedere, toccare, baciare la bara avvolta in drappi neri.

Vicino a me una vecchina  è tutta intenta a guardare, a fissare nella memoria quel funerale forse mai visto in vita sua. Uno dei tanti curiosi, attirati dall’inusitato avvenimento, sento che  le domanda qualcosa. La simpatica vecchietta lo guarda in strano modo, poi con una certa aria un po’ saccente gli risponde: “Dovete venire da ben lontano voi, sennò sapreste che è morto il Generale dei Musicanti!”

 

Circondano la bara alti personaggi vestiti a lutto, tra le mani, avvolte da un fazzoletto, reggono dei ceri accesi. Sono noti musicisti. Tra essi Franz Schubert.

La bara del Grand’Uomo entra in chiesa.

 

Mi ritrovai nuovamente nella Vienna del duemila. L’immenso corteo era scomparso.

Entrai in chiesa ma una grande vetrata mi impedì di procedere oltre.

Pregai per Beethoven con il naso schiacciato sul vetro, felice di essere lì dove Lui trovò la Pace intravista nella Sua Missa Solemnis.

 

 

 

6. Il cimitero di Wahring

 

 

L’indomani, col corpo e l’anima riposati, ripresi il mio cammino verso l’ex cimitero di Wahring dove fu inumata la salma di Beethoven. Anche esso è ormai immerso tra i palazzi della Vienna moderna, anzi è proprio accanto ad un parco dedicato a Schubert : lo Schubertpark.

 

Purtroppo trovai chiuso il cancello del cimitero. Con le mani aggrappate a quell’ostacolo che mi impediva di vedere la tomba originaria del sommo compositore e quella di Schubert feci scorrere il mio pensiero e mi ritrovai, ancora attorniato da miriadi di Viennesi, in quel tardo pomeriggio del 29 marzo 1827 quando la bara di Beethoven, prima della sepoltura, fu posata davanti al cancello ( allora era proibito tenere in un luogo sacro perfino i discorsi ) e l’attore Heinrich Anschutz recitò, con tono solenne, il discorso che il grande Grillparzer scrisse tra le lacrime:

“Dal tubare della colomba sino allo scrosciare della tempesta, dal più sottile intreccio dei sagaci artifici sino alla terribile soglia in cui la Cultura si perde nel Caos della Natura, Egli ha tutto sentito.

Chi verrà dopo di Lui non potrà continuare, dovrà ricominciare da capo, poiché Colui che l’ha preceduto si è arrestato soltanto agli estremi confini dell’Arte!”

 

Il mio spirito oltrepassò i limiti, invalicabili, del tristo cancello che mi separava dalla tomba ed entrai nel cimitero, vidi il muro di cinta descritto da Breuning e, a ridosso di questo, la Sua tomba. Rividi tutti i Suoi amici gettare manciate di terra e fiori nella fossa e rividi il cancelletto posto anni dopo a protezione del luogo della sepoltura e il salice che faceva ombra alla tomba e le cui foglie sono sparse in tutto il mondo quale ricordo e testimonianza del pellegrinaggio di numerosi visitatori all’illustre compianto.

 

Vagai ancora in ispirito nel mesto luogo, a dispetto di chi voleva, con un grosso lucchetto, interdirmi di visitare uno dei santuari più venerati da un beethoveniano e mi trovai, a cinque tombe di distanza da quella di Beethoven dinanzi alla tomba di Franz Schubert morto un anno dopo il Maestro, il quale nel delirio dell’agonia si augurava di giacere

”vicinissimo a Beethoven”.

 

Ma fu duro ritornare alla realtà e aperti gli occhi mi resi conto che, per il misero mortale, non basta la testimonianza del proprio spirito e la reminiscenza dei fatti allora accaduti e più volte letti e riletti con commozione e partecipazione e mi scoprii ancora lì, aggrappato al cancello, deluso e rammaricato perché anch’io ero “vicinissimo a Beethoven” ma non potevo entrare  e vivere realmente quel momento che avevo tanto sognato.

Volsi gli occhi al Crocifisso di marmo, roso dal tempo, che intravedevo tra le sbarre arrugginite del cancello e ringraziai Iddio perché era già molto, per me, essere lì davanti a quel Luogo di mestizia e di rimembranza ma ripieno di “Freude, ewige Freude”- Gioia, eterna Gioia!-

 

 

7. Il Cimitero Centrale di Vienna

 

Il Cimitero di Wahring rimane un santuario ma Beethoven non era più là ormai da oltre un secolo. Verso la fine dell’800, infatti, le Sue spoglie e quelle di Schubert erano state traslate, insieme alle spoglie di altri compositori e Uomini illustri, nel nuovo Cimitero Centrale di Vienna.

 

E fu là che mi recai, il giorno dopo, in una mattina piovigginosa e triste.

Oltrepassato l’ingresso del grande complesso cimiteriale si stagliava davanti a me un lungo e spazioso viale alberato. Ricordo che mi incuriosì il fatto che, a differenza di altri Cimiteri visitati, esso era enormemente ampio  e ricco di vegetazione e le sue strade erano tanto estese al punto di doverle percorrere in auto, come ebbi modo di vedere. Sembrava una grande Città, una Città di Morti.

Dal viale principale si dipartivano, ad angolo retto, numerose stradine che conducevano alle varie sezioni del Cimitero; miriadi di tombe e monumenti funebri costellavano, a perdita d’occhio, questa opaca Galassia il cui nucleo era costituito da una grande chiesa dall’aspetto opprimente.

 

Aprii la Guida e mi accinsi, con commozione e gioia, a trovare Colui che non viveva più fisicamente ma viveva, con la forza della Sua Musica, nella mia mente e nella mente dei molti Suoi estimatori.

In mano tenevo una rosa rossa, unico dono che potevo, ormai, portare al venerato Maestro dopo i doni ricevuti nei Suoi ultimi giorni: l’opera completa di Haendel- il musicista preferito- i vini della Renania, il quadro con la casetta natia di Haydn.

Mi addentrai per viali e vialetti; tra uno scroscio di pioggia e l’altro numerosi animaletti selvatici davano a quel luogo di pace e di meditazione un tocco di gaiezza e l’austerità del luogo stesso si trasformava in serenità e tranquillità come non un Cimitero fosse ma un immenso Parco dove riposare e rilassarsi.

 

Ed ecco che Lo vidi nuovamente.

La Sua tomba era là