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Onis e Preonis
tratto dalla raccolta edita
di racconti La realtà dell'irreale, Torino, Penna d'Autore, 2003
Le vecchie persiane lasciano passare dalle crepe del legno
malandato delle stecche la luce
del lampione stradale non proprio vicino. Una luce debole,
quindi, che pare sempre sul punto di diluirsi fino a scomparire.
Il lampione è l'ultimo alla periferia di un paesotto, sulla
provinciale di A per B; poi campagna aperta, d'un balzo. Con un
novanta gradi esatti rispetto alla strada, proprio alla base
dell'alto e snello cilindro d'alluminio pesante che fa da stelo
al lampione, si diparte un viottolo appena accennato, tra un
incredibile groviglio arrabbiato di erbe e d'arbusti. Ad una
quindicina di metri, sepolta da quella verde selvatichezza, la
casuccia di Onis.
E lui, Onis, se ne sta sdraiato nel suo alto e morbido letto che tiene
buona parte della stanza disadorna, sempre satura di un tepore
confortevole, tempo buono o cattivo; sempre immergente nella
sicurezza di un ovattato silenzio durante ognuna delle
ventiquattro ore giornaliere.
Onis attende fiducioso.
A volte, come stasera, ad esempio, Preonis tarda. Oh, affare di pochi
minuti. Onis sa che non può mancare, eppure un'agitazione
ingiustificata lo tiene stretto. Flagrante controsenso questo,
che lo disturba come fatto in sé, ed anche perché non sa
trovarne le cause. Ogni dubbio sull'arrivo del suo amico è
inammissibile. Ormai la prassi è inchiodata saldamente da leggi
autogenerantisi. Ricorda bene Onis la dinamica di questo che è
diventato consuetudine. Il quando no, non lo ricorda; ma non ha
alcuna importanza. Sa appena che in un momento ics si sentì
dire, da tutti quelli che gli stavano in giro, che ormai era
"cresciuto", quindi avrebbe dovuto incominciare a "vivere",
"uscire nel mondo e affrontarlo", "rendersi autonomo".
Onis si lascia convincere: costoro che parlano sono i suoi "cari". Per
questo assumerà valore, per lui, la formula abusata e svuotata:
"Lo facciamo per il tuo bene."
Quando dice che sì, trova quei ragionamenti filanti come olio, saggi da
non dire e accetta, subito qualcuno lo strappa fuori dal tepore
del suo letto, mentre qualcun altro spalanca porta e finestra.
Ecco entrare immediatamente da queste aperture fiotti violenti di una
mistura strana e sconvolgente, di cui non sa distinguere gli
ingredienti.
Solo più tardi sarà in grado di farlo e allora li raggrupperà in cinque
grandi categorie, ponendo a presiedere ciascuna di esse uno dei
nostri sensi. Questa dunque è la vita nella quale ci si
accapiglia, ci si abbraccia, si piange, si ride, si compiono
azioni malvagie, oscene, assurde, diaboliche, a volte buone,
generose. Assai raramente ha notato queste ultime. Onis ci si
butta. I suoi "cari" furono categorici: in quel bailamme lui
doveva buttarsi a capofitto e trovarci gusto.
È ciò che fa con zelo e diligenza, destreggiandosi nella fiumana amorfa e
travolgente, con perizia, imparando a finalizzare le sue azioni
a scopi pratici. Indubbiamente uno stato di piena soddisfazione.
Ma che non dura.
Senza sapere il perché e il percome Onis a un certo punto avverte che
dentro di sé è venuto a crearsi un vuoto. Poi il vuoto prende la
forma di una domanda gonfia che trabocca significati graffianti:
perché? Perché tutto quello sbracciarsi, urlare, smanacciare,
correre, dare spintoni e pestoni a chi ci sta di fianco? Da
dove? Per dove?
Domande a cui Onis non trova una risposta e che ben presto si trasformano
in chiodi fissi. Così prende a leggere. Con calma dapprima,
quasi uno scherzo, poi sempre più febbrilmente, con frenesia
morbosa, trattati di psicologia, teologia, filosofia,
antropologia… Ma la risposta non arriva; non si trova da nessuna
parte. La situazione si fa ben presto insostenibile,
intollerabile. Per questo, forse, come in una difesa automatica,
in Onis inizia a farsi strada il ricordo, la nostalgia
struggente della sua stanza. Anche la nostalgia struggente
talvolta può essere incentivo per vivere. La sua antica stanza.
Luogo dove si annida e muore la speranza estrema; ma che poi
rinascerà dalle proprie ceneri sotto forma di certezze agognate.
Questo gli pare adesso.
Onis
si sveglia di soprassalto puntando gli occhi spalancati alla
finestra. No, non è quella della sua antica stanza. Ci rimane
malissimo e cerca di giustificarsi: quel sogno così vivo, così
realistico! Invece ecco la solita finestra panoramica i cui
avvolgibili di plastica combaciano così bene da non lasciar
penetrare nemmeno un filo di luce, di qualunque natura essa sia.
Nemmeno il sole più splendente può penetrarli; anche se è più
vicino, a rigor di termini: quindicesimo piano. La finestra ha i
doppi vetri così da tener fuori ogni rumore molesto; da non
permettere a gas d'ogni tipo di disturbare. Onis rinserra gli
occhi con determinazione: vuole trattenere le immagini del sogno
meraviglioso il più a lungo possibile, fissate sulla retina,
fino a che esse si depositino nel cervello, si accantonino in
ricordo indelebile, per rivivere il quale basti un minimo sforzo
di richiamo.
È
piena estate; la sua piccola giungla personale, come ama
chiamare il groviglio di verde in tutti i toni che sommerge la
sua casupola, gli manda, assieme alla luce del fanale, assommata
a quella del plenilunio, uno stormire leggero di foglie, una
ricca gamma di fruscii; mentre i grilli cantano affamati di
vita.
Da poco hanno smesso di frinire le cicale, così come da poco è cessato il
canto degli uccelli. Forse per questo i grilli fanno di tutto
per non lasciare orbata la notte di voci. Onis ascolta con
trasporto, guardando incantato la luce soffusa, un po' più viva
del solito per la sua doppia fonte. Si trova in uno stato che
qualcuno potrebbe definire di felicità; ma forse sarebbe più
giusto parlare di atarassia. Comunque un fatto è certo: si sente
in pace con se stesso e col mondo intero.
Dal suo morbido letto pensa questo con gratitudine verso non sa bene chi.
Verso la non-vita che sta non-vivendo, forse; verso il suo
corpo-non-corpo. La luce entra sempre dalle crepe del legno
poroso e lui si accorge di esserne attratto come da una forza
che non ha mai sperimentato prima.
Ad un tratto si accorge che quella luce si scompiglia, diventa più rada. È
come che qualcuno aliti su un getto di leggero vapore e che
questo vapore perciò si spanda per tutto il locale invadendolo.
Non ha profumo, non ha odore, non ha consistenza di umidità vera
e propria, non temperatura e non prende nemmeno corpo di
fantasma, come ci si aspetterebbe in questi casi. Semplicemente
si spande a falde appena visibili per invadere tutto lo spazio.
Ora invade anche il letto e copre Onis che rimane immobile, che
si sente leggero e senza paura.
E poi la Voce. Una voce calda, bassa, vibrante di cui non si capisce bene
la sorgente: è dappertutto.
– Onis… – dolcissimamente chiama. – Onis. – Onis ascolta: il suo nome
sussurrato in quel modo è musica. Poi ha inizio un dialogo dove
le battute sono intercalate da pause lunghissime; un dialogo
agganciato ad una realtà totalmente a sé.
– Chi sei? – chiede Onis. Dubita persino di aver lasciato uscire la voce
dalle labbra socchiuse.
Il vapore rarefatto che lo avvolge ha una vibrazione E poi di nuovo la
Voce:
– Sono Preonis, il tuo alter ego, quindi il tuo migliore amico. Ma io sono
rimasto nel mondo che tu fosti costretto ad abbandonare. –
– Che cosa vuoi da me? –
– Aiutarti a trovare la pace. –
– Come? –
– Arrivando ogni sera e rimanendo con te fin che vorrai. –
– Poni delle condizioni? –
– Sì e no. L'unica condizione è che tu lo voglia. –
– Bene, Preonis, accetto. E ti ringrazio. Oh, la pace… la pace,
finalmente! –
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