PORTAMI
ALLA VITA
Per la
maggior parte delle persone è difficile, se non
addirittura impossibile, credere alla mia storia.
Pazzo
visionario, bugiardo cronico, a volte mi danno perfino
del “malato mentale” e mi chiedono se e da quanto tempo
assumo sostanze stupefacenti.
Del
resto neppure io saprei come biasimarli. Dovrebbero
essere dei pazzi pure loro per credermi, o quanto meno
essere di larghe vedute.
Per
quanto mi riguarda io mi ritengo un privilegiato, un
eletto. I miei ricordi di quando mi trovavo nell’utero
materno non sono ammuffiti, sepolti da qualche parte
dell’inconscio, ma sono vivi, lucidi, ben stampati nella
mia mente come dei fermi immagine, delle limpide
cartoline d’estate appese ad una parete bianca con una
puntina da disegno.
Il buio
era tranquillizzante e l’acqua mi avvolgeva. Immerso in
quella sostanza densa e viscosa mi sentivo sollevare,
galleggiare come un astronauta in una stanza priva di
forza gravitazionale.
Ora sono
idrofobo. Rifuggo l’acqua allo stesso modo in cui una
vergine scapperebbe dal suo aggressore.
Protetto
e ovattato nel mio rifugio primordiale sembravo estraneo
al vorticoso girotondo del mondo esterno, invece
percepivo ogni cosa. Mia madre era un ottimo canale di
comunicazione. Il migliore che si potesse mai
desiderare.
Ogni
giorno lei mi nutriva e mi donava parte del suo corpo
affinché io potessi sviluppare il mio.
Mi
parlava con voce pacata sognando sul futuro. Diceva che
sarei diventato qualcuno, un avvocato di grido, un
imprenditore, oppure un medico, perché no, magari un
chirurgo o un pediatra.
In
realtà non ho mai voluto frequentare l’università e ho
finito a stento il liceo. Distribuire patatine e hot-dog
in fondo non era male, la paga era buona e la cena
garantita dagli avanzi.
Altre
volte la mamma, sentendomi scalciare, si accarezzava
dolcemente la pancia intimandomi di stare buono
altrimenti le impedivo di riposare bene.
Soffrivo
se lei soffriva, gioivo se lei gioiva; vibravo e
sobbalzavo con lei anche quando ci trovavamo in auto.
La radio
era sempre accesa e la musica, pop anni ottanta direi,
costantemente intervallata dalle voci di commento dei
radiofonisti. Mamma e papà parlavano divertiti del più e
del meno, scherzavano, si prendevano in giro a vicenda,
confusi fra i rumori della strada e le note della radio.
In
collina, nella sua grande casa bianca e gialla lontana
dal groviglio cittadino quanto bastava per vivere in
pace senza isolarsi, la nonna, o meglio, la mia futura
nonna, preparava la cena, probabilmente a base di pollo
fritto e patate al forno, la sua specialità.
Per me
l’invito a parteciparvi era ovviamente implicito, un
automatismo come respirare o dire “sì, pronto” quando si
risponde al telefono.
Ricordo
il picchettare sordo e monotono della pioggia sui vetri
dell’auto e mamma che si stringeva nella giacca per
proteggerci dal freddo pungente di quella sera. L’urlo
stridulo e carico di terrore che lanciò qualche minuto
dopo mi risuona nelle orecchie ancor oggi. Venticinque
anni dopo.
Con un
gesto infantile del braccio si asciugò le lacrime sulla
manica della giacca, fermandosi, imbarazzato, a
guardarsi intorno come un leone in gabbia. Le campane
della chiesa presero a suonare i dodici consueti
rintocchi di mezzogiorno e il sole, che filtrava appena
dai vetri colorati del rosone centrale e dalle lunghe
finestre delle navate laterali, creava un’atmosfera di
sospensione tra luce e ombra, quasi a voler infrangere
la barriera del tempo.
Guardò
l’orologio. Erano le otto e trenta del mattino quando il
prete accettò di confessarlo.
“Non
immaginavo fosse così tardi. Ormai è ora di pranzo ed è
meglio che me ne vada. Avrà fame, suppongo. ”
Si alzò
dirigendosi verso il massiccio portone d’ingresso quando
il vecchio parroco gli posò una mano sul braccio.
“Rimani.
Oggi è il giorno in cui è morto il Signore, si digiuna
fino a sera. Continua…”
Il
rumore era assordante. Mi sentivo schiacciare,
comprimere da mia madre che si piegava su se stessa
sollevando le ginocchia, continuava ad urlare, i vetri
andavano in frantumi e la lamiera dell’auto si
accartocciava come uno di quei fogli d’allumino che si
usano per conservare i cibi.
Papà mi
spiegò che l’autista del tir, ubriaco, non aveva
rispettato il segnale di stop del semaforo.
Per
qualche secondo smisi di respirare. Io e mia madre
eravamo divisi, spezzati, due vite indipendenti l’una
dall’altra, marito e moglie che dividevano lo stesso
letto senza amarsi.
Mio
padre la chiamava, invocava il suo nome, ma lei non
rispondeva e anche la sua voce, ormai, era debole e
lontana, sopraffatta dagli ululati dell’ambulanza.
Al mio
risveglio la confusione era sparita. C’erano solo voci
estranee, suoni nuovi che non conoscevo, passi frenetici
che andavano e venivano. La nonna era lì vicino. Mi
diceva che stavo bene e che anche la mamma presto si
sarebbe ripresa, avrebbe riaperto gli occhi e chiesto
del gelato all’amarena, il suo preferito.
Raccontava stupidaggini, riassumeva gli impegni della
giornata e riesumava dagli armadi antichi scheletri,
come la gita in montagna, organizzata l’estate
precedente, in cui papà, per dimostrare che il suo era
un ottimo senso dell’orientamento, si era perso nei
boschi e ci erano quasi voluti i soccorritori per andare
a recuperarlo.
Così,
mentre lei blaterava e il medico si accaniva con ogni
sorta di terapia, mia madre moriva lentamente, un
pezzetto alla volta, e per ogni pezzetto che lei perdeva
irrimediabilmente, c’ero io pronto ad appropriarmi dei
suoi brandelli, come un virus che la divorava
dall’interno.
Imparavo
a conoscere il suo viso dalle foto che ogni anno si
moltiplicavano sulle mensole di casa, sulle cassettiere,
sulla libreria ma non ho mai ho potuto guardarla negli
occhi, giocare con lei o semplicemente chiamarla mamma.
A metà dell’ottavo mese, mentre io nascevo, lei moriva a
seguito di un arresto cardiaco. Era livida e immobile,
sofferente come una statua di cera creata da mani
inesperte.
Un volta
mio padre mi disse di essere stato posto davanti ad una
scelta: perdere mia madre o perdere entrambi. Sul piatto
della bilancia, salvare almeno uno dei due gli sembrava
la cosa migliore e tutto sommato aveva ragione. L’avrei
fatto anch’io.
Si
scostò leggermente, gettando la testa all’indietro e
accennando un sorrisetto beffardo, maligno e sarcastico
allo stesso tempo, parlava calmo e distaccato, lontano
anni luce da ogni seppur minimo accenno di pentimento.
Il povero parroco si scosse dal suo torpore, inebetito,
sgranò i suoi grandi occhi azzurri. Erano trascorse
altre tre ore. Un flash, un vago sentore di qualcosa che
avrebbe dovuto intuire ma non riusciva a decifrare, come
una parola che si ha sulla punta della lingua e che
continua a sfuggire.
Gli
ripetevo in continuazione di stare fermo altrimenti i
lacci attorno ai polsi lo avrebbero fatto sanguinare,
erano di plastica, che diamine, mica di stoffa! Allora
per convincerlo ad ascoltarmi, incastrai delle piccole
lamette da barba fra i lacci e i suoi polsi, strinsi
ulteriormente la morsa, e infine gli legai le caviglie
con un sottile filo di nylon molto resistente facendo
poi passare l’estremità opposta del filo nei cerchietti
che permettevano d’incastrare le lamette sul rasoio,
creando così un sottile collegamento d’immobilità. Se
muoveva le gambe si sarebbe automaticamente reciso i
polsi. Con le mani legate e le gambe flesse dietro la
schiena papà mi faceva pensare ad un salame, sa, uno di
quelli già confezionati, stile caramella, con una
cordicella bianca.
“ Vedi,
pa’, se mi ascoltavi ora eri di sicuro più comodo.”, gli
dicevo, “Siamo tutti quanti posti davanti a delle scelte
e tu questa volta hai fatto quella sbagliata. Non mi
rispondi…Per Dio, sai di avere torto allora! Già, che
stupido!” dissi picchiandomi il palmo della mano sulla
fronte. “ Non puoi rispondermi, sei imbavagliato! E poi
la tua lingua è ancora nel freezer. Ho dovuto perfino
appenderla sopra la vasca per dissanguarla
completamente. Quindi non ti preoccupare se trovi
sporco, ok?”
Aveva
gli occhi lucidi e infossati, il collo e il mento
impregnati del sangue colatogli dalla bocca fino alla
cintola dei pantaloni.
Doveva
morire lentamente, come la mamma, e volevo che stesse in
una posizione comoda, invece era finito sul pavimento di
marmo del soggiorno, ai piedi del divano.
Con
sguardo rapido e malinconico scorreva i bei momenti
immortalati dalla polaroid appesi alla parete; le
vacanze al mare, i compleanni, i Natali e tutte quelle
feste importanti in cui la mamma era solo uno spettro,
una presenza senza volto.
“Dimenticavo…”,dissi, “Ho pensato anche alla nonna una
settimana fa. Lei e le sue stramaledettissime cene di
famiglia.” Nonostante papà mi guardasse torvo, percepivo
in lui un profondo rammarico.
“ L’ho
fatta mangiare fino allo sfinimento, fino a quando il
cuore avrebbe retto. Se non mangiava sarebbe morta
comunque, privata man mano di un pezzo del suo corpo,
partendo dalle dita delle mani. Anche lei poteva
scegliere.”
Fuori
era ormai buio e le campane suonarono sette volte. Era
incredulo. Come uomo di chiesa non poteva credere alla
disinvoltura con cui il ragazzo che aveva di fronte
descriveva gli omicidi commessi.
Appoggiò
d’istinto le spalle contro il confessionale quasi a
volersi mimetizzare con il legno di cui era fatto, il
senso d’inquietudine che già avvertiva diventava
opprimente, una sottile linea elettrica di terrore che
lo eccitava paralizzandolo allo stesso tempo.
Alcuni
giorni dopo i giornali annunciarono il ritrovamento del
cadavere di un’anziana signora all’interno della sua
casa.
Era
irriconoscibile. Il corpo era oltre misura gonfio e
viola, la pelle coperta di lividi, le ossa della
mascella pendevano in avanti, rotte. Due dita della mano
destra erano amputate e inzuppate in una tazza di
semolino come due biscotti.
Papà
venne a saperlo dal notiziario delle diciotto e trenta e
per la prima volta in vita mia lo vidi piangere, legato
e disperato.
Lui morì
due settimane più tardi, affamato e disidratato. Ogni
giorno gli preparavo acqua e cibo in abbondanza; non era
colpa mia se non riusciva a raggiungerli.
Aveva i
polsi infettati e con i tendini recisi, una spalla
slogata e un’emorragia interna causata probabilmente dai
calci allo sterno.
La
chiesa sembrava ora un antico luogo abbandonato custode
di inviolabili segreti e storie di vita raccontate
dall’andirivieni di fedeli che pregavano a capo chino
seduti qua e là sulle panche.
L’ultima
fu una vecchietta, gobba e magrolina, vestita di nero
che se ne andò a passi brevi e strascicati sostenendosi
al freddo marmo delle colonne.
Il prete
ripensò alla perpetua che la mattina precedente gli
aveva lasciato il quotidiano sul tavolo accanto alla
colazione.
La donna
stava con lui da molti anni e conosceva alla perfezione
le sue abitudini; la mattina sveglia per le sei,
colazione con the e fette biscottate con la marmellata e
il quotidiano a giorni alterni.
Preferiva assumere le notizie a piccole dosi limitate,
calibrate equamente, ma certo non immaginava di potersi
trovare faccia a faccia con il killer protagonista dei
fatti narrati dalla cronaca.
Con
calma, cercò di alzarsi e dirigersi vero la porta della
sacristia evitando di insospettire il ragazzo, cercando
di non farlo agitare, pensava che se avesse agito con
naturalezza sarebbe filato tutto liscio e la sua vita
sarebbe stata salva. Si sarebbe allontanato con una
scusa, avrebbe detto che aveva bisogno del bagno o che
doveva prendere accordi con la perpetua per la cena e
nel frattempo avrebbe avvisato la polizia.
Preso
com’era dai suoi pensieri, si accorse della lama solo
quando vide il suo sangue gocciolare a terra.
Il
sangue si incanalava velocemente nelle fughe fra i
mattoncini del mosaico, correndo come una lingua di
fuoco su una scia di benzina in direzione dell’altare
maggiore e delle sedie riservate al coro domenicale.
Sentì
l’acciaio della lama sfilarsi lentamente dalle sue
viscere, bruciava e il dolore era insopportabile.
Quando
cadde a terra, bocconi nel suo stesso sangue, vide
l’assassino chinarsi accanto a lui e pulire la lama con
un lembo della tonaca.
“Vorrei
tanto restare con lei, è stato gentile ad ascoltarmi per
tutto il giorno, chissà quante altre cose avrebbe fatto
se io non fossi venuto oggi, quanti poveracci avrebbe
aiutato e quanti peccatori indirizzato sulla strada che
porta al regno dei cieli…”
Il
parroco era allucinato, fissava terrorizzato il
crocefisso appeso sopra il portone attraverso il fitto
strato di nebbia calatogli sugli occhi. Ansimava e ogni
respiro gli lacerava la carne. Cominciò a recitare il
Padre Nostro.
“…Ma
devo proprio andare, ho un appuntamento dal dottore a
cui non posso mancare, anzi, mi starà già aspettando,
l’ora della sua iniezione quotidiana di antidolorifico è
passata da un pezzo e starà soffrendo.”
Assuefatto dal dolore tanto da esserne quasi
insensibile, sospeso tra lucidità e delirio, il prete
chiuse gli occhi e si lasciò andare. Udì i passi del suo
carnefice avviarsi verso l’uscita, poi più nulla.
Fermo,
davanti al massiccio portone d’ingresso, il giovane
assassino si voltò, si fece il segno della croce e parlò
al prete agonizzante.
“Io la
conosco…” La sua voce riecheggiava imperiosa nell’ampio
spazio sacro.
In preda
agli spasmi e completamente immerso nel suo sangue,
denso e appiccicaticcio, il prete riuscì a distinguere
appena le parole del ragazzo dal furioso pulsare del
dolore. Si sentiva mancare rapito dal vortice di
sensazioni e ricordi lontani che riemergevano con tutta
la loro forza; un vulcano latente improvvisamente
risvegliato.
In tutti
quegli anni Dio era stato inutile, il sacerdozio non era
servito a cancellare le sue colpe e un lupo, anche se
addomesticato, rimane pur sempre un lupo.
“…Ricorda la prima volta che ci siamo incontrati? È
stato vent’anni fa, pioveva e lei ci ha investiti con il
suo tir.”
Inginocchiatosi accanto al corpo dilaniato del
camionista, l’assassino impugnò di nuovo la lama e
colpì.
Quando
se ne andò, celato dal velluto nero della notte, il
cuore del camionista batteva ancora gli ultimi istanti
di vita all’interno del calice eucaristico al centro
dell’altare.
Torna all'indice Autore