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Nella capanna del
presepe
Era il
27 dicembre e subito dopo la santa messa la gente si
scambiava gli auguri del Natale appena passato.
Salutandosi e abbracciandosi calorosamente, tra una
chiacchiera e l’altra, a gruppetti se ne stavano sulle
gradinate dell’ingresso della chiesa oppure nella piazza
adiacente.
Una
piccola folla, circa venti persone in tutto, si era
anche riunita di fronte al presepe allestito dalla
parrocchia e, con stupore e disappunto, commentava
quanto poteva ammirare.
Ovviamente, i commenti della gente non si riferivano
solamente al presepe in sé, una composizione semplice e
tradizionale che da svariati anni veniva riproposta
pressoché immutata in occasione delle festività
natalizie.
Una
capanna in paglia e bambù al centro e svariate sagome di
carton-gesso sistemate al suo interno oppure
sparpagliate tutt’attorno.
All’esterno se ne stavano quindi una mezza dozzina di
pastori, alcuni in piedi con il volto rivolto alla
capanna, altri intenti a seguire il gregge di pecore
finte che pascolavano attorno, immerse nella rada
vegetazione artificiale. Dirimpetto alla costruzione di
bambù, in mistica contemplazione, i tre re magi nelle
loro vesti esotiche dai colori sgargianti. A terra, di
fronte a loro, i doni che portavano facevano bella
mostra di sé sul selciato e sul finto terreno creato per
l’occasione.
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Fanzombi
E’ di
fronte allo specchio, si sistema il giubbotto in pelle
nera e bianca che indossa sopra una polo in tinta unita
di colore grigio. Sul retro, all’interno di un cerchio
su sfondo bianco, il numero 69 fa bella mostra di sé.
Non è il suo numero preferito e nemmeno quello che porta
quando scende in campo negli stadi, semplicemente adora
ricordare al mondo una delle posizioni che preferisce
adottare quando ama.
Con le
mani si aggiusta poi il ciuffo di capelli biondi che gli
cade sulla fronte e, quando giudica di essere perfetto
nell’immagine che vuole dar di sé, chiude gli occhi e
inspira.
Quindi
espira e si osserva nuovamente con rinnovata
determinazione.
“Sono
pronto”.
Esce dal
bagno e scende al pian terreno.
Mykk lo
attende già da qualche minuto in abiti casual. E’
massiccio, più dell’altro, muscoloso e dallo sguardo
fiero. E’ una guardia del corpo. Attende nei pressi
delle scale che il suo cliente sia pronto per uscire e
recarsi al lavoro.
“Signore?”
Un cenno
del suo protetto e i due si avviano verso la scala in
marmo che li condurrà nello scantinato dell’abitazione.
Non
escono dalla porta principale: il rischio sarebbe troppo
elevato.
Anche
senza controllare dalle finestre o dallo spioncino del
portone in spesso legno di castagno sanno che
all’esterno numerosi fanzombi attendono.
Tramite
un percorso segreto, nascosto da un pesante armadio a
muro su una delle pareti delle stanze sotterranee, i due
avanzano al di sotto della città.
Hanno
percorso quasi cinquanta metri dalla casa quando Mykk
appoggia le mani sui pioli di una scala metallica.
“Salgo a
controllare”, spiega al proprio cliente.
Sollevando lentamente la grata che di fatto costituisce
l’uscita del cunicolo, cauto, l’uomo sbircia
all’esterno. Le strade, le case, i negozi: nessun
movimento sospetto. Sembra tutto tranquillo.
Ma
l’uomo controlla nuovamente, cerca di scorgere qualche
spostamento, ombre, indizi che tradiscano la presenza di
coloro che stanno evitando.
L’auto
che lui e il suo protetto dovranno utilizzare è a poche
decine di metri, in perfette condizioni. Ogni giorno, al
ritorno dal luogo di lavoro, la parcheggiano in un luogo
differente. Fortunatamente non è solo uno il modo di
raggiungere la dimora di Mr.Jeremy: sono almeno cinque i
cunicoli che partono dallo scantinato di casa sua e che
conducono a luoghi differenti della città.
Mykk,
con un cenno, segnala che la strada è sgombera.
Solitamente almeno un’altra guardia del corpo attende
nei pressi del veicolo, una precauzione in più che
purtroppo quel giorno viene meno: Tiki, l’altro
professionista al soldo di Mr Jeremy oggi è in permesso.
Sua moglie ha partorito.
Con cura
meticolosa Mykk solleva la grata e si issa sulla strada.
Fa attenzione a non produrre rumore eccessivo: devono
essere rapidi e silenziosi.
Mr.
Jeremy sta ancora salendo sui pioli metallici quando, da
dietro un angolo, un pallone di cuoio, da calcio, rotola
per la strada.
Attimi
di panico silente mentre i due uomini osservano quella
sfera percorrere qualche metro e poi fermarsi a ridosso
del marciapiede deserto.
I due si
guardano l’un l’altro. Sanno di avere poco tempo per
cui, senza perderne altro, Mykk aiuta Mr Jeremy ad
issarsi fuori dal tombino: devono sbrigarsi!
Giungendo dalla stessa direzione da cui poco prima è
rotolato il pallone due ragazzini appaiono sulla strada.
Come percependo l’odore di Mr Jeremy, fiutando l’aria
come piccole fiere fameliche, si voltano nella direzione
dei due uomini. I loro piccoli occhi avidi si illuminano
per un attimo e, protendono le mani verso di loro. Ora
gridano.
E’ la
fine, pensano i due uomini, ci hanno visti!
Gridano
a gran voce e così facendo i ragazzini attirano
l’attenzione dei loro simili: “E’ qui!! È qui!!”
Come una
mandria impazzita, svariati esemplari di sub-umani
giungono da ogni dove come se da sempre si trovassero
lì, in attesa della loro preda. Si muovono caoticamente,
senza ordine, indemoniati. Gli occhi vitrei, le mani
protese in avanti, avidi e bramosi.
Vociando
e gridando si dirigono verso Mr. Jeremy.
Lui e la
sua guardia non riescono a raggiungere l’auto in tempo,
manca ancora qualche metro quando un altro gruppo di
fanzombi giunge a bloccar loro la strada.
“Corri,
presto! Li tratterrò io!”
Afferma
Mykk estraendo una Beretta 92 FS, che tiene nella
fondina nascosta sotto alla giacca, e un Uzi 9 mm fino
ad un attimo prima saldamente legata con lacci cuoio
dietro alla schiena. Un rapido scambio di sguardi e
silenziosa intesa tra i due: Mykk getta la pistola a Mr
Jeremy. Quindi, volgendo la propria attenzione al branco
di fanzombi toglie la sicura e spara. La canna metallica
dell’Uzi vomita odio e pallottole: nessuno viene
risparmiato.
Ma
ugualmente non basta. I proiettili terminano e un nugolo
di fanzombi si riversa sull’uomo. Non hanno interesse
per lui, a dire il vero, tuttavia è uno scocciatore, un
ostacolo, un personaggio scomodo da eliminare per poter
raggiungere il loro vero obbiettivo. Ben presto Mykk
viene trascinato via dalla massa, schiacciato sotto a
decine e decine di fanzombi urlanti.
Mr
Jeremy nel frattempo corre in preda al panico, cerca di
distanziarli e di raggiungere un posto sicuro. Col cuore
in gola attraversa strade desolatamente vuote per poi
rifugiarsi in un vicolo a riprender fiato. Non sente più
gli spari dell’Uzi di Mykk mentre le grida
sconclusionate dei suoi nemici sembrano eco lontane
ormai. E’ riuscito a seminarli? Trattenendo il fiato si
augura che sia così. Rimane immobile, in attesa della
conferma delle sue speranze .
Ha il
fisico ben allenato ed è abituato a correre a lungo
tuttavia l’impatto emotivo per quanto è accaduto gli fa
contorcere le budella. Non assoldare un’altra guardia
per rimpiazzare Tiki si è rivelata una follia! Non
doveva prendere la situazione troppo alla leggera, si
rimprovera. E invece l’aveva fatto e a causa di ciò si
era fatto sorprendere dai fanzombi!
Impreca
sommessamente: e quel che è peggio è che ora si ritrova
da solo. Non gli rimane altro che sperare di non venir
catturato da quei famelici sub-umani. Spera che la
Beretta basti a difendersi da quei mostri che lo
vogliono, lo bramano.
E
confida anche che Mykk sia ancora vivo, che torni da lui
ad aiutarlo, a proteggerlo. Ma sa bene che questo non
avverrà.
Si è
sacrificato per lui, dopotutto. Anche se, in fondo,
anche questa evenienza faceva parte del suo lavoro,
della sua scelta di vita. Per questo si guadagnava da
vivere.
Guardingo, Mr Jeremy si sporge dal vicolo e osserva la
strada e gli edifici dei paraggi. Deve dirigersi verso
est, non può rimanere fermo in quel vicolo in eterno.
Osserva attentamente: la strada sembra sgombra. Attorno
non scorge auto né altri veicoli ma, se è abbastanza
fortunato, forse riuscirà a trovare il modo di
raggiungere la sede della sua squadra senza correre
altri rischi.
Non può
usare il telefono: se lo facesse, loro se ne
accorgerebbero. Sono disposti a tutto pur di tracciare
gli spostamenti di uno come Mr. Jeremy. La violazione
della privacy è un concetto relativo, labile.
Dopo
qualche minuto di cammino nuovamente li sente. Sono
voci, urla e schiamazzi di un branco di sub-umani.
Accostandosi all’angolo di un edificio che fa angolo con
una strada li osserva mentre braccano una velina. La
ragazza, una modella dalle forme sinuose e dalle lunghe
gambe abbronzate, urla disperata mentre i fanzombi la
circondano. Gridano, si protendono verso di lei con
quelle loro mani sudice. La vogliono. La bramano!
Chiedono autografi, un bacio, uno scatto in fotografia.
E ancora una ciocca di capelli, una palpata al suo
fisico ben modellato, un morso alle sue carni dolci.
La
ragazza si divincola, ne colpisce più d’uno con uno
taser. Ma non basta, i suoi fanzombi sono troppi!
Urlante, disperata, cede al panico e cade sotto di loro.
Mr
Jeremy non riesce a distogliere lo sguardo dalla scena,
inorridisce al grido disperato della donna
cannibalizzata da quei sub-umani che ne smembrano le
carni. Sembrano bestie fameliche destinate a cibarsi
della vita dei vip, loro unica fonte di sostentamento.
L’uomo
trasale nell’osservarli banchettare con il corpo di
quella povera donna. Li vede alzarsi trionfanti chi
reggendo in mano un dito, chi un orecchio, chi un seno
perfetto strappato da quel giovane corpo caldo.
Deglutisce.
Stringe
la Beretta con maggior forza. Non vuole finire allo
stesso modo.
Sta per
andarsene, per cercare un altro passaggio più sicuro
quando qualche decina di metri più in là scorge una
porta aprirsi.
Un uomo
esce dalla propria abitazione e si incammina per la
strada. Non è un fanzombi ma Mr Jeremy ritiene di averlo
già visto, ha un volto che gli suona familiare.
Si
tratta di Mr Geeno, noto campione di atletica leggera.
“Cosa
fa? Così lo scorgeranno!!”, pensa Mr Jeremy allibito. Ma
non grida, né muove un dito: è troppo alto il rischio di
farsi scoprire.
I
fanzombi scorgono l’atleta, lo osservano, lo fiutano
come animali che annusano l’aria cercando di
identificare l’origine dell’odore che percepiscono.
Quindi, delusi, riprendono il macabro banchetto a cui
han dato il via. E lui ricambia la cortesia di quello
sguardo incuriosito prima di incamminarsi, tranquillo,
per i fatti suoi.
Mr
Jeremy non crede ai propri occhi: “Com’è possibile?
Perché l’hanno risparmiato? Perché lo lasciano andar
via?”
Forse
perché già impegnati con quella velina, si risponde dopo
qualche istante, magari sono sazi, soddisfatti dallo
scempio compiuto. La vita di una giovane donna stroncata
dalla sete di esseri inumani bramosi di lei.
Tuttavia
decide di non tentare la fortuna, non sarebbe saggio
affatto. Tornando sui propri passi l’uomo devia
percorrendo altre strade marginali.
Si
domanda perché debba essere così, perché i vip come lui
debbano vivere costantemente sotto pressione, braccati,
non più padroni delle proprie vite. Come se i fanzombi,
divorando attori o calciatori come lui potessero
divenire esseri migliori. Superiori.
Ed è
ancora soprappensiero quando svolta l’angolo.
La
strada non è sgombera. Due uomini, come captando il suo
arrivo, si voltano verso di lui. Mr Jeremy impreca per
la propria avventatezza e reagendo fulmineamente cerca
di prendere la mira: ha poco tempo per sparare,
dannazione!
Sa che
così facendo rivelerà la propria presenza ma non può
permettere a quei mostri di sopravvivere. E’ gran parte
colpa di esseri come quelli che ora sta fronteggiando
che la vita dei vip è un eterna fuga dal mondo e dalle
masse.
Spara.
Il colpo
viaggia veloce nell’aria e colpisce alla gola uno dei
due paparazzi. Questi si accascia al suolo, si divincola
per qualche istante cercando di arrestare l’emorragia
con le mani. Le gambe si muovono forsennatamente fino a
che, pochi istanti dopo, il corpo giace inerme
schizzando sangue di tanto in tanto dalla ferita alla
giugulare. Ma anche l’altro paparazzo reagisce d’istinto
e, puntando la propria arma, scatta una sequenza
infinita di fotografie urlando al contempo per
richiamare l’attenzione: “Mr Jeremy è qui!!”
E il
calciatore spara, di nuovo e ancora fino a che un
proiettile raggiunge anche il secondo paparazzo. Nel
frattempo, come animali che all’improvviso si destano
per l’arrivo di un intruso molesto, numerosi fanzombi
escono dalle case che danno sulla strada.
Gridano
e schiamazzano, protendono le mani e fogli e maglie su
cui vogliono il nome di Mr Jeremy scritto con il sangue.
“Maledetti bastardi!! Non avrete la mia vita!”
Rabbioso, il calciatore scarica i pochi colpi che ancora
gli rimangono contro il paparazzo e alcuni dei fanzombi
che scorge dirigersi verso di lui.
Quindi i
proiettili e la speranza finiscono mentre i sub-umani
aumentano in numero, raddoppiano, triplicano.
Implacabili continuano ad avanzare.
Mr
Jeremy, disperato, si ritrova accerchiato. Urla la
propria disperazione. Cerca di tenerli a bada con armi
improvvisate, bottiglie di vetro contenute nel cestino
dei rifiuti a pochi passi dall’incrocio da cui è sbucato
oppure una transenna metallica utilizzata per deviare il
flusso dei veicoli. Glieli scaraventa contro, ne ferisce
qualcuno ma i sub-umani, maggiori in numero, ormai
l’hanno circondato. Il terrore negli occhi dell’uomo
mentre questi allungano le loro mani verso di lui.
Vogliono il suo sangue, la sua vita, ogni cosa che lui
rappresenta.
E lui
lotta, sempre più vittima del terrore, mentre gli
strappano il giubbotto in pelle o gli tirano i capelli.
Scalcia e colpisce con i pugni, urlando, drammaticamente
attaccato alla propria vita.
Loro
invece, implacabili, si avventano su di lui e iniziano
il loro sadico banchetto, affondano le loro dita
affilate nelle braccia, prendono a strappargli brandelli
di carne viva in un tripudio di egoistico desiderio di
cannibalizzazione. Mr Jeremy è un calciatore, un vip. La
sua esistenza nutrimento, e nient’altro, per gente come
loro.
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Un lavoro come un
altro
“Non è uno show televisivo
Né
un evento adatto ad una piazza.
E’
come sfornare il pane,
Pulire le strade
O
costruire un edificio:
E’
semplicemente il mio lavoro
Un
lavoro come un altro”
Di fronte
allo specchio si lava la faccia con acqua gelida: forse,
si farà schifo più tardi.
Non ama il
suo lavoro, questo è ovvio.
Lo porta ad
essere un altro, qualcuno che non vorrebbe essere.
Ma non ha
scelta.
Gocce d’acqua
scendono dal suo volto mentre lui rimane immobile a
fissare la propria immagine riflessa, indagando se
stesso, scrutando al di là della maschera che porta.
Lentamente
metto a tacere tutti i suoi pensieri: sua moglie, sua
figlia, la sua vita…
Deserto.
Lava via ogni
pensiero, ogni dubbio.
Non ne ha
bisogno, ora.
Adesso deve
solo concentrarsi: ha del lavoro che lo attende.
Quella
mattina però davvero non aveva voglia di stare lì a
prepararsi. E’ stanco e assonnato…a dirla tutta, se ne
sarebbe rimasto volentieri a poltrire fino tardi. Ma poi
chi l’avrebbe sentito il suo responsabile…quel testa di
cazzo…
Di certo non
avrebbe tollerato alcun ritardo da parte sua. Nessun
errore!
O almeno, non
dopo lo spiacevole incidente di due settimane prima.
Per colpa sua
un lavoro era andato a monte e avevano praticamente
perso un cliente irritato per l’inadempienza del
servizio.
Ovviamente la
direzione aziendale si era alquanto irritata e quindi
avevano - diciamo così - “esercitato pressioni”
nonostante Edgar fosse operativo ormai da un bel pezzo e
non si fossero mai verificati problemi.
Tutta colpa
della crisi economica: anche l’azienda ne risentiva e
quindi, questa volta, tutto doveva filare liscio pena
spiacevoli conseguenze.
Non c’era
spazio per fallimenti e pesi inutili.
Un altro
errore e non ci sarebbe stato più posto per lui,
soprattutto.
Certo, come
se fosse stata solo ed esclusivamente colpa sua…
Dannazione! Cosa ci poteva fare se l’autobus su cui
viaggiava aveva investito un ragazzino in moto! Ma
ovviamente per il suo illuminato responsabile, Mical, il
fallimento con quel cliente era unicamente dovuto a quel
suo ritardo e alla conseguente mancata esecuzione del
lavoro.
Dell’incidente e della successiva congestione del
traffico ne avevano parlato anche sul giornale; ma per
lui non era sufficiente.
L’azienda
aveva perso quel cliente ed era solo e soltanto colpa
sua: impossibile far cambiare idea a Mical!
Impossibile
fargli notare che in realtà era lui che avrebbe dovuto
occuparsi di gestire la faccenda e non agitarsi e andare
in escandescenza. Un comportamento inopportuno e così
poco professionale che aveva scatenato la rabbia del
cliente, già di per sé irritato per il mancato
adempimento dei servizi da lui richiesti. E ben pagati.
Naturalmente,
anche il suo responsabile aveva le sue colpe e l’azienda
pure l’aveva redarguito. Ma tutto ciò non riusciva a
confutare la sua teoria in merito a come erano realmente
andate le cose.
E da quel
giorno se l’era legata al dito divenendo, se possibile,
ancora più antipatico nei confronti di Edgar.
Arrivare in
ritardo al lavoro quindi, era un lusso che non poteva
più permettersi.
Anzi, nemmeno
poteva osare pensarci pena un possibile licenziamento!
Scrollando la
testa l’uomo si convinse ad abbandonare simili, inutili
grattacapi: non ha senso perdersi con questi pensieri
prima di un lavoro tanto delicato.
Quindi si
asciuga la faccia e poi, ancora a torso nudo, come da
consueta abitudine lavorativa, si dirigo verso la panca
dello spogliatoio messagli a disposizione.
Inizia a
trafficare con i pantaloni scuri e gli anfibi da lavoro;
poi indossa i pantaloni neri. Con un po’ di difficoltà a
dire il vero: ed in effetti è come assistere ad una
lotta disperata tra i suoi chili di troppo e la cintura
che non ne vuole sapere di richiudersi.
Ebbene sì, lo
ammette amaramente, negli ultimi mesi è un po’
ingrassato…ma non se ne preoccupa più di tanto. Anzi,
l’azienda trova che così la sua figura professionale
risulti ancora più adatta, più conforme all’immagine
tradizionale che da sempre essa ha cercato di
conservare. E di vendere ai propri clienti.
Dopotutto
quasi tutti i suoi colleghi, quelli operativi
intendiamoci, esibiscono una sana “panza” da
buongustai!
Uno smilzo o
mingherlino, d’altra parte risulterebbe assai ridicoli a
fare quel mestiere.
Sua moglie
invece, si lamenta un po’ : dovresti metterti a dieta,
praticare dello sport, andare in palestra…insomma!
muoviti un po’ di più!!
Lei
parla…parla…parla…
Lei!
Lei che
addirittura fa meno vincerebbe le olimpiadi del
“non-movimento”!
Però un po’
di ragione ce l’ha, non lo nega…dopotutto, alla sua età,
sarebbe bene prestare un po’ d’attenzione alla forma
fisica. Esiste sempre il terroristico rischio di infarti
che medici e tv pensano bene di continuare a rammentare.
Uomini atletici e ariani, loro, che preannunciano
malanni e sciagure per i comuni mortali di mezza età.
Ma lui non ce
la fa, non ha proprio la forza, alla sera, terminato il
lavoro, di andarsene in palestra e faticare ancora. Al
weekend poi, che c’è di male nel rilassarsi e nel
dedicarsi un poco ai propri hobby e alle proprie
passioni? Perché dovrei andare a fare footing, pensa, o
chissà ché dopo una settimana massacrante e di duro
lavoro?
Lo chiede
soprattutto a se stesso.
Nuovamente di
fronte allo specchio, si toglie il crocifisso che porta
al collo prima di indossare la protezione per la testa,
un nero copricapo scuro che lo nasconde completamente
fino al collo.
Infine
richiude il suo borsone scuro e lo ripone a lato degli
armadietti di metallo.
Ora è
finalmente pronto: si può cominciare!
Esce dallo
spogliatoio che il cliente ha messo a disposizione,
oltrepassa la portineria in cui un addetto alla
sorveglianza tenta di passare il tempo come meglio gli
riesce osservando ora il giornale ora i monitor che
mostrano l’esterno.
Poco più
avanti lo attende Mical. Appare sollevato quando
finalmente lo vede in uniforme da lavoro. E’ nervoso.
Nell’aria, attorno a lui soprattutto, si avverte ancora
puzzo di fumo.
“Mi
raccomando: voglio un lavoro pulito. Fa in modo che il
cliente rimanga soddisfatto. Lo sai che questa è
un’occasione importante per te…Non vorrai mica deludere
l’azienda? Lo sappiamo entrambi che sei un ottimo
elemento, no?!”
Una breve
pausa.
“Su, seguimi
che si comincia.”
L’altro
annuisce e si incammina, seguendolo, lungo il corridoio
poco illuminato.
Fortunatamente il copricapo che indossa gli nasconde per
intero la faccia.
Il suo
cervello nel frattempo elabora e traduce il senso di
quello che il suo esimio responsabile aveva cercato di
fargli capire.
Se questo
lavoro, per un qualsiasi motivo, si fosse risolto in un
fallimento avrebbero licenziato entrambi ma ovviamente
sarebbe stata tutta colpa sua. Mettiamocelo bene in
testa, ripeté tra sé e sé Edgar.
Poi la
litania delle sue motivazioni, dei motivi che lo
sostengono nel fare ancora quel lavoro odioso.
Tu non vuoi
che questo accada, che ti licenzino, giusto?
Non ora che
tua figlia ha messo l’apparecchio per i denti e che ti
ci vorrà una bella somma per concludere il pagamento:
no.
Non ora che
tua moglie è nuovamente incinta e che sarà necessario
affrontare nuove spese per la casa e per il nuovo bimbo
in arrivo: no di certo.
Non in questo
merdosissimo periodo di crisi in cui le aziende chiudono
e la gente mendica lavoro: nossignore!
Per cui non
dargli retta e non abbatterti: mostra a tutti di che
pasta sei fatto!
Fa vedere
loro quello che sai fare!
Lo
ricorderanno come un lavoro perfetto, vedrai!
Fallo per
l’azienda!
Fallo per te
stesso!
Fallo per la
tua famiglia!
Fallo per il
tuo futuro!
“Eccoci
arrivati: mi raccomando!” : le ultime parole di Mical
prima di varcare la soglia della sala dei grandi eventi
lo distraggono dai suoi personali incitamenti interiori.
Lo riportano a ciò che il suo collega e responsabile gli
aveva detto prima, nel corridoio. Ripensando a quel suo
sano modo di caricare le persone e di ricordare loro chi
rischia il culo gli verrebbe da mandarlo a cagare.
Ma in realtà
sono entrambi vogatori di una stessa barca aziendale,
semplicemente Edgar l’aveva compreso e l’altro no.
Reggeva in mano un remo ma non aveva ancora intuito a
cosa potesse servire.
Se licenziano
me, si diceva Edgar, di lui certamente l’azienda non
avrà più bisogno: dopotutto non ci sono operativi privi
di un responsabile che coordini i lavori e mantenga i
contatti con i clienti.
Cazzi suoi,
quindi.
Dopotutto,
lui il lavoro lo sapeva fare.
E bene.
Non aveva
bisogno di dimostrarlo a nessuno. E soprattutto non
aveva bisogno di ulteriori pressioni.
Era tutto già
pesante di suo, così poco soddisfacente e desolante. Non
ne poteva più, quel lavoro l’aveva stancato.
Continuava
solo per inerzia, solo perché aveva bisogno di lavorare.
Ma se avesse
potuto avrebbe mollato tutto per aprire un pub, o un
ristorante forse…
Sogni…desideri irrealizzati…la vita l’aveva condotto
altrove, ad un lavoro che non amava e che non aveva mai
amato.
Ma ora basta,
non è tempo per simili pensieri. Scuote la testa e si
ferma un istante, un singolo momento di concentrazione
prima di varcare la soglia della sala gremita di gente.
Rimane in
silenzio con se stesso.
Annulla i
suoi pensieri.
Il suo non è
un lavoro difficile ma ancora, nonostante vent’anni
circa di professione, non riesce a viverlo bene.
Forse è
ancora troppo poco distaccato.
Per questo
quando non lavora ho così spesso bisogno di starsene da
solo per dimenticare quegli occhi, quei volti e tutta
quella gente che immancabilmente presenzia in simili
circostanze.
Entra.
Lo speaker
annuncia il suo arrivo.
La folla
applaude ed acclama al pensiero di ciò che a breve
accadrà sul palco di legno collocato al centro del
salone.
Per gli altri
è un evento ma lui avanza in silenzio, indifferente a
tutto.
Proprio come
deve essere.
Proprio come
ci si aspetta che lui sia.
Tra le urla e
l’eccitazione della gente scorge gli occhi di un
bambino: in terza fila c’è una famiglia al completo e il
pargolo lo osserva meravigliato.
Da grande,
forse, sogna di diventare come me.
Un sogno
assai crudele, bimbo, sappilo.
Ma è solo un
pensiero fugace che svanisce all’istante. In fondo, nel
mondo ci sono anche lavori peggiori.
Sente il suo
sguardo e assieme ad esso quello di centinaia di altre
persone posarsi su di lui, soffermarsi sul suo cappuccio
nero che nasconde ogni fattezza del suo volto umano.
Una maschera
per tutelare la sua esistenza.
Una maschera
per privarlo del volto e della sua identità.
Quando la
indosso lui è nessuno.
E a nessuno
sono concessi poteri che un uomo comune non può
esercitare.
Senza di
essa, in realtà, sarebbe perduto, non riuscirebbe a fare
quel che invece fa.
A torso nudo
e con i suoi stivali neri, semplici ed essenziali come
impone la tradizione dell’azienda per cui lavora, sale
le scale di legno: è arrivato ormai.
Raggiunge il
centro della pedana, raggiunge il suo obiettivo.
Il cliente,
anch’esso sulla pedana, appare ebbro di gioia, sfigurato
mentre incita la folla e conclude il suo discorso.
Per loro sarà
anche uno spettacolo, un macabro show a cui assistere e
per il quale entusiasmarsi.
Ma per Edgar
è solo un lavoro, un modo come un altro di guadagnarsi
il pane.
Poi un cenno
di intesa e quindi il palco si svuota.
Il silenzio
della folla mentre una musica risuona nell’aria. E’
composta di lunghi suoni melodiosi, lenti e malinconici,
accompagnati da percussioni profonde e lontane.
Riportano a tempi ormai perduti, cancellano i pensieri e
agiscono sulle emozioni umane, rilassando e creando
attesa.
Edgar osserva
l’uomo che con lui sta sul palco.
L’altro,
supino e legato al lettino di legno, pazienterà ancora
un istante. Urla, piange, insulta il cliente di Mical e
Edgar e la folla al completo.
Come dargli
torto.
Ma in fondo è
la legge naturale, mors tua vita mea dicevano.
Ed il boia lo
sa bene e comprende lo stato d’animo della vittima
designata. Ma ciononostante prosegue con i preparativi
dell’esecuzione e si dedica alla scelta dello strumento
migliore, quello più adatto all’evento.
Sceglie
quindi una scure semplice ma ben bilanciata, dal lungo
manico in carpino. La lama appare ben levigata e
luccicante. E’ un’arma anonima, umile ma possente usata
dai falegnami e dai contadini di tutte le epoche e di
tutte le nazioni.
Talvolta
anche come arma di guerra.
Ma
soprattutto è l’arma dei suoi predecessori e di coloro
che saranno dopo di lui a svolgere quel lavoro.
Senza fatica
la solleva poi sopra la testa, la regge con una mano
soltanto. Successivamente la porto davanti a se,
perpendicolare al corpo. Quindi la muovo verso destra.
Come ogni
volta, prima di eseguire il suo compito, Edgar si
esibisce in alcune evoluzioni facendo ruotare l’arma su
se stessa, spostandola da destra a sinistra, prima con
una mano e poi con l’altra, creando cerchi nell’aria e
rapide traiettorie.
E’ la prassi,
la routine prima dell’esecuzione prevede un po’ di scena
per il pubblico e per il cliente pagante.
Poi si fermo.
Lentamente,
le luci si spengono e un fascio di luce va ad illuminare
il lettino su cui giace la vittima designata.
Il boia si
avvicina all’uomo: uno sguardo rapido e poi osserva
altrove.
Non sa chi
sia ma crede di averlo incrociato più di una volta in
autobus.
Non che
questo cambi le cose, certo. In fondo è solo un lavoro,
nulla di più.
Solleva in
alto la scure e la abbatte con violenza sul suo collo.
Un colpo
solo, poderoso.
Schizzi di
sangue caldo.
Poi un altro
colpo, altrettanto preciso e potente.
La testa
rotola a terra in un mare di sangue.
Edgar la
recupera e la solleva mentre il pubblico esplode,
avvampando, in un applauso di giubilo.
Le luci si
riaccendono immediatamente mentre esibisce la testa del
condannato. Il volto ancora stravolto dal dolore e dalla
paura.
In prima fila
scorgo il cliente: sorride soddisfatto e applaude.
Il lavoro è
andato bene.
Mical, il
responsabile della buona riuscita dell’esecuzione,
seduto lì a fianco replica lo stesso comportamento.
“Ottimo
lavoro”, gli conferma nello spogliatoio pochi minuti
dopo mentre Edgar torna ad indossare i suoi abiti usuali
e ripone nel borsone la sua tenuta di boia.
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CALMA E PACATEZZA (alle Poste)
L’ufficio
postale era affollato quel giorno. Era sabato. Ma a ben
pensarci era sempre così: tranne che in rari casi, a
qualsiasi ora ci si andasse si trovavano poche persone
agli sportelli e decine e decine in attesa dietro di
loro.
Pensionati
che attendevano la possibilità di ritirare la pensione,
altri che speravano di prelevare o versare dai propri
libretti postali. E poi ancora gente con bollette in
mano, con lettere da spedire, vaglia postali,
raccomandate, lettere minatorie, pacchi contenenti
antrace... Alcuni anche con posta non propria da
riconsegnare. Nessuno invece era lì per acquistare uno
qualsiasi dei prodotti che l’azienda tentava di vendere:
cd musicali, calendari, collezioni di francobolli, film…
Dopotutto, da
quando in qua le poste erano divenute in centro
commerciale?
Probabilmente
il frutto di accurate analisi di mercato, di riflessioni
e domande a cui le Poste Italiane avevano cercato di
dare risposta.
Una risposta
sbagliata.
E al contempo
persisteva nell’offrire alla clientela un servizio
scadente, inefficiente. Era più che evidente osservando
le espressioni dei clienti in coda: alcuni erano lì
dentro da pochi minuti, molti erano in attesa da ore.
Una graziosa signorina, addirittura, stava allattando un
bambino, concepito, portato in grembo e partorito in
attesa del proprio turno.
Secondo
alcune voci poi, qualcuno degli anziani era entrato in
pensione mentre attendeva il suo turno per pagare una
bolletta truffa della Telecom.
Ma di questo
gli operatori al di là del vetro non si curavano. Come
dargli torto? Non era mica colpa loro. Certo, un po’ di
responsabilità l’avevano pure ma non era un loro
problema. Anzi, sembrava che se la passassero benone
nonostante la moltitudine di gente e tutti gli sportelli
recanti la scritta “Aperto”.
Beh, in
effetti quelli presidiati erano solamente due o tre, ma
anche questo sembrava non essere un problema loro. Alla
fin fine, i clienti in fila non avevano idea delle
oscure dinamiche legate all’inutile burocrazia, alle
nuove regole antiterrorismo (i vecchi di oggi non si sa
mai cosa ti possono combinare...basta una pastiglia
sbagliata al mattino e poi…), a insensate dinamiche
postali che prevedono la compilazione di moduli e
moduli, ambigui e mal pensati da riconsegnare completi
in tutte le loro parti perché possano poi essere
inseriti nel cestino.
Per non
parlare delle pause caffè o delle chiacchiere
spensierate mentre sul volto dei clienti solo una
maschera di sentimenti, un tragico miscuglio di
sconforto, follia e odio furibondo per il tempo perduto
e che mai più verrà recuperato.
Ingrati!
Dovrebbero ringraziare perché invero è solo in luoghi
d’inutile attesa come quello che hanno modo di
esercitare quella virtù che solo i forti possiedono!
Ma non tutti
la pensavano allo stesso modo, o almeno, non lo pensava
l’uomo appena entrato. Indossava un passamontagna nero:
solo gli occhi chiari di un colore grigio verde e la
bocca con cui minacciare erano scoperti.
Non appena
entrò, il suo fedele kalashnikov parlò per lui una
raffica di saluti e una benevola presentazione. I
proiettili forarono il soffitto mentre la gente prendeva
ad urlare terrorizzata!
“State zitti,
figli di puttana! Zitti!”
Un’altra
raffica in aria e poi il fucile puntato ad altezza
d’uomo. Si fece silenzio.
Il nuovo
arrivato incuteva paura tanto era il rancore che
dimostravano i suoi modi e quei suoi folli occhi chiari.
“E ora a
terra! Tutti!”
La sua voce
ruppe il silenzio con violenza. Loro malgrado, tutti i
presenti gli obbedirono.
Alcuni
piangevano temendo il peggio, altri erano sbiancati e
non riuscivano nemmeno a respirare. Il cuore degli
anziani pompava forsennato tanto che già qualcuno di
loro era prossimo a raggiungere la soglia infarto.
Ma all’uomo
non importava niente, non gliene fregava proprio nulla
di quei perdenti in coda alle poste!
Anzi, a passi
decisi si diresse verso uno degli sportelli presidiati.
Avanzava guardingo osservando ora a destra ora a
sinistra: qualcuno avrebbe potuto addirittura tentare un
gesto eroico ed insensato.
Per cosa poi?
Per i soldi
che in quel luogo circolavano?
Per i dati
sulla privacy con tutta probabilità già ripetutamente
violati?
Oppure per il
posto in fila che da ore aveva stoicamente mantenuto?
Ma nessuno si
mosse: lo temevano come la morte.
“Tu!”
Glaciale,
l’uomo si rivolgeva ora ad una delle operatrici, una
signora paffuta dall’accento meridionale che tremava e
piagnucolava accovacciata a terra in un disperato
tentativo di nascondersi all’aggressore.
“Tu! Alzati,
presto!”, nonostante la presenza del vetro separatore
teneva il fucile puntato all’altezza della fronte della
donna. Ribellarsi era inutile: sarebbe bastato un colpo
o due a mandarlo in frantumi e a colpirla.
Lei, tremante
e spaventata, con gli occhi lucidi, si alzò lentamente.
Teneva le mani in alto in segno di resa.
“Presto ti ho
detto! Non farmi incazzare, stronza! Avvicinati!”
Sempre più
terrorizzata si avvicinò al banco: pochi centimetri la
separavano dalla canna del fucile.
Cosa voleva
da lei quell’uomo?
I soldi
dell’ufficio postale?
I dati di
qualche conto?
“Prendi!”
L’uomo le
passò dei fogli attraverso lo spioncino: lei li osservò
stupita.
Non riusciva
a comprendere le intenzioni dell’aggressore.
“Muoviti!”,
l’uomo tornò ad urlarle contro mentre al contempo
sparava qualche colpo in aria. Iniziava ad innervosirsi
L’operatrice
chiuse gli occhi d’istinto e si irrigidì. Poi riprese il
controllo e con mani tremolanti afferrò le bollette che
l’altro gli aveva allungato.
“Muoviti!”,
nuovamente la voce bassa e carica di rancore del
criminale.
E mentre lei
inseriva i dati al terminale lui controllava che nessuno
degli altri si muovesse.
“State calmi,
ok? Tra poco sarà tutto finito…”, disse loro.
Poi, rivolto
all’operatrice: “Allora? Hai fatto? Quant’è?”
Cosa?
L’operatrice non si capacitava di quel che stava
accadendo…
“Quant’è?”,
le chiese di nuovo.
“Ah,
ecco…sono 317 euro e 45 centesimi…”
Col fucile
sotto il braccio, recuperò il denaro dal portafoglio e
lo porse alla donna. Ebbe un po’ di difficoltà con i
centesimi per via del fucile che rischiava di cadergli
ma alla fine ce la fece, senza inutili sprechi di colpi
per di più.
“Ha messo
tutto, vero? Anche quella dell’Enel?”
“Si, si, ho
messo tutto”, la risposta dell’operatrice sempre meno
spaventata e al contempo sorpresa.
“Perfetto!
Arrivederci allora!”, afferrate le bollette, la salutò
con cortesia. Un attimo dopo era fuori, diretto verso la
propria auto.
Seduto
all’interno finalmente poté togliersi il passamontagna e
verificare le ricevute delle bollette appena pagate.
Soddisfatto,
mise in moto e accese l’autoradio: i Godspeed You, Black
Emperor suonavano per lui. E tutto, improvvisamente,
sembrava migliore.
Distrattamente volse lo sguardo a sinistra. Dall’auto
parcheggiata accanto vide un pensionato scendere con la
tipica lentezza degli anziani ed indossare qualcosa
sopra il giubbotto: una panciera con bombe al tritolo
incorporate. Quindi, dopo essersi infilato un
passamontagna in testa e aver recuperato il detonatore
si avviò verso gli uffici postali a ritirare la
pensione.
Scuotendo la testa, “Questi vecchi…” disse tra sé e sé
l’uomo mentre nascondeva il proprio kalashnikov dietro
al sedile del passeggero.
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La
domanda, la risposta
“Allora?”
Un altro
pugno, violento, all’addome.
Mi piego
in avanti per il dolore: annaspo e non trovo respiro. Le
mani ancora saldamente legate dietro alla sedia su cui
mi trovo ormai da più di mezz’ora. I legacci quasi mi
segano i polsi tanto sono stretti.
Una mano
brutalmente mi afferra i capelli e mi raddrizza. La
cortesia non è di casa qui.
Il
dolore è acuto per via dei tagli e delle piccole
bruciature sul petto, la smorfia sul mio volto lo rende
ancor più evidente.
Quando
li riapro, i suoi occhi assassini sono fissi nei miei.
“Ti
decidi a parlare? Quanto vuoi farci aspettare ancora?”
Ho
paura.
Tremo
mentre le lacrime scivolano sulle mie guance.
Accanto
a me - il corpo ancora scosso da tremiti - il cadavere
di un mio compagno. Si muove ancora di tanto in tanto,
rapide convulsioni di un corpo senza vita e sangue,
sangue che sgorga dalla profonda ferita sul collo
colandogli addosso fino alla pozza di sangue che sta sul
pavimento. Ha gli occhi sbarrati ed il capo rivolto
verso l’alto. Ancora stringe il bavaglio che gli hanno
messo in bocca prima di sgozzarlo: non ha potuto nemmeno
urlare mentre lo ammazzavano.
Lui non
ha parlato.
Non
conosceva la risposta.
La
stessa, che ora pretendono da me.
Eravamo
in tre, quando ci hanno fatto entrare qui dentro, la
stanza degli orrori e delle torture. Non ci conoscevamo
nemmeno.
Ma
capimmo subito che qui i diritti umani e le leggi non
esistono: vige solo la violenza, la crudeltà. Ogni mezzo
è legittimo purché loro abbiano ciò che vogliono. La
pietà non è concessa.
E ora,
di tre, solo io rimango.
Il primo
di noi l’hanno percosso ripetutamente, deriso, e poi
freddato con un colpo di pistola alla nuca dopo avergli
prima rotto entrambe le braccia.
Per la
stessa domanda, la stessa risposta che dalla sua bocca
per tre volte non è giunta.
Nuovamente uno degli aguzzini si avvicina con un ferro
arroventato.
Urlo
terrorizzato: “Non lo so…vi prego…lasciatemi andare….vi
prego…”
Riuscirò
a sopravvivere?
E poi le
mie urla strazianti mentre bruciano la mia carne.
“Parla!
E ti lasceremo andare: hai la nostra parola”
Ansimo e
cerco di calmarmi. Il dolore insopportabile, come
l’odore di carne bruciata che si diffonde nell’aria e mi
si appiccica alle narici. Il puzzo della mia condanna.
Non lo
so se posso credergli…non so più nulla…non doveva andare
così, non doveva essere così!!
Piango
in preda alla disperazione…
“Non lo
so…” è l’unica cosa che mi riesce di dire tra un
singhiozzo e l’altro…
“Su, su,
non fare così…sei un uomo…lo sappiamo che conosci la
risposta. E poi…non vorrai mica fare la fine degli altri
due? Stupidi ignoranti, esseri inutili…”
Poi,
avvicinando il suo volto al mio, sussurrandomi ad un
orecchio:
“Dopotutto…non ti stiamo chiedendo chissachè! Avanti,
rispondi alla nostra domanda. Tu non li puoi vedere ma,
dietro quel vetro alle mie spalle, i nostri padroni ci
stanno guardando : non vorrai mica deluderli? Sai…loro
sono convinti che tu conosca la risposta…e di certo
sapranno ricompensarti se tu…”
La mia
mente in subbuglio, il mio animo turbato…conosco la
risposta? Cazzo cazzo cazoo….avanti…cerca nella
memoria…un brandello, qualche cosa, qualsiasi….sforzati
dannazione!!! La conosco la risposta???
“Su,
dicci quello che vogliamo e ti lasceremo andare…sarà
stato solo una brutta esperienza, un brutto incubo,
nulla di più.”
Lo
osservo con un misto di odio e di paura.
Un
incubo? Maledetto figlio di puttana, mi hai torturato!
Mi hai torturato, cazzo! E hai perfino ucciso questi
altri due!!!
“Su,
avanti, il tempo stringe…è la tua ultima possibilità”
Allora
si fanno avanti gli altri due suoi colleghi: sono
vestiti in modo impeccabile, proprio come lui. Entrambi
in smoking, entrambi con un fucile in mano.
Milioni
di pensieri si affollano nella mia mente…non so più
nulla…non me lo ricordo…forse, non l’ho mai saputo….
“Allora?
Ancora non vuoi rispondere? Facciamo così”, dice
scambiando un’occhiata di intesa con gli altri due “ora
contiamo fino a 5: se ci darai la risposta sarai
libero…altrimenti…beh…lo sai anche tu cosa ti aspetta”.
Maledetto!
“1”
I due
uomini caricano il fucile sincronizzati nella volontà di
uccidere. Un’occhiata furtiva allo specchio alle sue
spalle.
“2”
Il suo
braccio si abbassa fino al petto. I proiettili sono
nella canna, ben posizionati prima di esplodere addosso
alle mie carni. Due biglietti per l’altro mondo.
Dannazione!
“3”
Pensa!
Pensa! Cazzo, pensa!
“4”
I due
uomini si avvicinano: uno mi preme il fucile sulla
tempia, l’altro sulle palle. Sorridono sadici.
Dio!
Dio! Dio…
“E cinq…”
“Aspetta!”, il mio grido all’improvviso, la mia voce
disperata e squillante.
Sono
vivo, sono ancora vivo!!
“Conosco
la risposta…”
“Dimmela
allora”
Mi si
avvicina curioso e terribile al contempo. E’ freddo,
troppo freddo, spietato come la morte.
“Ma è il
tuo ultimo tentativo, non te lo chiederò un’altra volta.
Con te sono stato anche fin troppo paziente…Dopotutto,
gli altri due sono morti troppo presto e non ho nemmeno
potuto divertirmi. E nemmeno i nostri padroni lì dietro,
credo, abbiano apprezzato il triste spettacolo che hanno
offerto loro… ”
Maledetta carogna!
“E ora,
rispondi alla mia domanda”
“Si
tratta di Mossadeq, nel 1953”
“Non
basta, devi dirmi anche dove: credevo di essere stato
chiaro poco fa…”
“In
Iran…”, aggiungo velocemente.
Sorride:
i suoi occhi brillano per la soddisfazione.
Io
ansimo.
Osserva
gli altri due e ad un suo cenno questi abbassano i
fucili.
Ho
risposto giusto?
E’
questo quello che volevano sapere?
E’
giusto?
L’uomo
parla ad una ricetrasmittente militare abbandonata sul
tavolo, un piccolo tavolo traballante in questa stanza
soffocante e spoglia. Parla piano e non comprendo.
Ti
prego, ti prego, ti prego…
La mia
testa ciondola per l’agitazione mentre riprendo a
balbettare…non so più nulla…non so più nulla…voglio
andarmene…lasciatemi stare, vi prego…
Poi, mi
si avvicina soddisfatto.
“Perfetto, la tua risposta soddisfa i nostri padroni. E’
corretta, è ciò che volevamo sentirti dire”.
Poi,
estrae un grosso coltello che fino a quel momento teneva
legato alla cintura.
Sorride
e mi si avvicina.
“Noo”
protesto “ho risposto giusto, ho risposto giusto! Ve
l’ho detto…ve l’ho detto…”
Mi agito
e scalcio. Immediato e brutale un pugno al volto da
parte di uno dei suoi colleghi di torture. Cado a terra,
stordito, ancora legato alla sedia.
A
stento, con l’occhio semichiuso lo seguo mentre si
sposta…ora mi è alle spalle…piango…si inginocchia…no, ti
prego…sento la sua mano sulla spalla….non voglio
morire…non voglio morire!!
Con il
coltello recide la corda che mi teneva bloccate le
braccia allo schienale della sedia. Con cura sega i
lacci che mi stringevano le mani.
Riapro
gli occhi : sono vivo!
“Alzati!”, mi ordina deciso.
Obbedisco.
Ed è
allora che la stanza sembra muoversi, le parete si
spostano e si sollevano. Anche il vetro che copriva
l’intera parete di fronte a me viene tirato da parte e
scompare lasciando spazio alla verità.
La
realtà diventa più che evidente mentre scolorano le mie
certezze.
Telecamere e luci di scena: dal buio un applauso
scrosciante e urla e fischi.
Il
pubblico mi accoglie mentre il presentatore entra in
scena.
Due
vallete seminude mi si fanno incontro, mi baciano, si
strusciano e mi offrono una busta.
Non
comprendo molto bene, tanta è la confusione che alberga
nella mia mente devastata da ciò che ho vissuto.
E ora,
la realtà supera l’immaginazione.
Era solo
un quiz, uno stupido, maledettissimo, quiz televisivo…
Nota:
La
domanda : “Quand’è stato il primo colpo di Stato
appoggiato dalla CIA in un Paese del Medio Oriente?”
La
risposta : “Nel 1953, il 19 agosto, la CIA organizza
tumulti popolare in Iran che portano alla perdita del
potere da parte di Mossadeq (per un governo laico e
riformista) a favore del generale Zahedi, ben accetto
dagli americani e più incline a permettere lo
sfruttamento del petrolio locale da parte degli
statunitensi.
Sembra
che nasca da qui l’avversione antiamericana da parte del
popolo iraniano e musulmano verso gli USA, quella stessa
avversione che ha portato alla diffusione e alla presa
di potere del fondamentalismo di Khomeini prima e del
“terrorismo” di questi anni poi.
Lo
stesso presidente Bill Clinton, nel 2000, ha ammesso la
responsabilità degli Stati Uniti nel golpe del 1953 che
aprì la porta in Iran al fondamentalismo dei mullah e
poi alla piaga del terrorismo islamico.
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