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Leonardo Colombi

Nella capanna del presepe

Fanzombi

Un lavoro come un altro
Calma e pacatezza (alle Poste)

 La domanda, la risposta

dello stesso Autore... Futuro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella capanna del presepe

Era il 27 dicembre e subito dopo la santa messa la gente si scambiava gli auguri del Natale appena passato. Salutandosi e abbracciandosi calorosamente, tra una chiacchiera e l’altra, a gruppetti se ne stavano sulle gradinate dell’ingresso della chiesa oppure nella piazza adiacente.

Una piccola folla, circa venti persone in tutto, si era anche riunita di fronte al presepe allestito dalla parrocchia e, con stupore e disappunto, commentava quanto poteva ammirare.

Ovviamente, i commenti della gente non si riferivano solamente al presepe in sé, una composizione semplice e tradizionale che da svariati anni veniva riproposta pressoché immutata in occasione delle festività natalizie.

Una capanna in paglia e bambù al centro e svariate sagome di carton-gesso sistemate al suo interno oppure sparpagliate tutt’attorno.

All’esterno se ne stavano quindi una mezza dozzina di pastori, alcuni in piedi con il volto rivolto alla capanna, altri intenti a seguire il gregge di pecore finte che pascolavano attorno, immerse nella rada vegetazione artificiale. Dirimpetto alla costruzione di bambù, in mistica contemplazione, i tre re magi nelle loro vesti esotiche dai colori sgargianti. A terra, di fronte a loro, i doni che portavano facevano bella mostra di sé sul selciato e sul finto terreno creato per l’occasione.

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Fanzombi

 

E’ di fronte allo specchio, si sistema il giubbotto in pelle nera e bianca che indossa sopra una polo in tinta unita di colore grigio. Sul retro, all’interno di un cerchio su sfondo bianco, il numero 69 fa bella mostra di sé. Non è il suo numero preferito e nemmeno quello che porta quando scende in campo negli stadi, semplicemente adora ricordare al mondo una delle posizioni che preferisce adottare quando ama. 

Con le mani si aggiusta poi il ciuffo di capelli biondi che gli cade sulla fronte e, quando giudica di essere perfetto nell’immagine che vuole dar di sé, chiude gli occhi e inspira.

Quindi espira e si osserva nuovamente con rinnovata determinazione.

“Sono pronto”.

Esce dal bagno e scende al pian terreno.

Mykk lo attende già da qualche minuto in abiti casual. E’ massiccio, più dell’altro, muscoloso e dallo sguardo fiero. E’ una guardia del corpo. Attende nei pressi delle scale che il suo cliente sia pronto per uscire e recarsi al lavoro.

“Signore?”

Un cenno del suo protetto e i due si avviano verso la scala in marmo che li condurrà nello scantinato dell’abitazione.

Non escono dalla porta principale: il rischio sarebbe troppo elevato.

Anche senza controllare dalle finestre o dallo spioncino del portone in spesso legno di castagno sanno che all’esterno numerosi fanzombi attendono.

Tramite un percorso segreto, nascosto da un pesante armadio a muro su una delle pareti delle stanze sotterranee, i due avanzano al di sotto della città.

Hanno percorso quasi cinquanta metri dalla casa quando Mykk appoggia le mani sui pioli di una scala metallica.

“Salgo a controllare”, spiega al proprio cliente.

Sollevando lentamente la grata che di fatto costituisce l’uscita del cunicolo, cauto, l’uomo sbircia all’esterno. Le strade, le case, i negozi: nessun movimento sospetto. Sembra tutto tranquillo.

Ma l’uomo controlla nuovamente, cerca di scorgere qualche spostamento, ombre, indizi che tradiscano la presenza di coloro che stanno evitando.

L’auto che lui e il suo protetto dovranno utilizzare è a poche decine di metri, in perfette condizioni. Ogni giorno, al ritorno dal luogo di lavoro, la parcheggiano in un luogo differente. Fortunatamente non è solo uno il modo di raggiungere la dimora di Mr.Jeremy: sono almeno cinque i cunicoli che partono dallo scantinato di casa sua e che conducono a luoghi differenti della città.

Mykk, con un cenno, segnala che la strada è sgombera. Solitamente almeno un’altra guardia del corpo attende nei pressi del veicolo, una precauzione in più che purtroppo quel giorno viene meno: Tiki, l’altro professionista al soldo di Mr Jeremy oggi è in permesso. Sua moglie ha partorito.

Con cura meticolosa Mykk solleva la grata e si issa sulla strada. Fa attenzione a non produrre rumore eccessivo: devono essere rapidi e silenziosi.

Mr. Jeremy sta ancora salendo sui pioli metallici quando, da dietro un angolo, un pallone di cuoio, da calcio, rotola per la strada.

Attimi di panico silente mentre i due uomini osservano quella sfera percorrere qualche metro e poi fermarsi a ridosso del marciapiede deserto.

I due si guardano l’un l’altro. Sanno di avere poco tempo per cui, senza perderne altro, Mykk aiuta Mr Jeremy ad issarsi fuori dal tombino: devono sbrigarsi!

Giungendo dalla stessa direzione da cui poco prima è rotolato il pallone due ragazzini appaiono sulla strada. Come percependo l’odore di Mr Jeremy, fiutando l’aria come piccole fiere fameliche, si voltano nella direzione dei due uomini. I loro piccoli occhi avidi si illuminano per un attimo e, protendono le mani verso di loro. Ora gridano.

E’ la fine, pensano i due uomini, ci hanno visti!

Gridano a gran voce e così facendo i ragazzini attirano l’attenzione dei loro simili: “E’ qui!! È qui!!”

Come una mandria impazzita, svariati esemplari di sub-umani giungono da ogni dove come se da sempre si trovassero lì, in attesa della loro preda. Si muovono caoticamente, senza ordine, indemoniati. Gli occhi vitrei, le mani protese in avanti, avidi e bramosi.

Vociando e gridando si dirigono verso Mr. Jeremy.

Lui e la sua guardia non riescono a raggiungere l’auto in tempo, manca ancora qualche metro quando un altro gruppo di fanzombi giunge a bloccar loro la strada.

“Corri, presto! Li tratterrò io!”

Afferma Mykk estraendo una Beretta 92 FS, che tiene nella fondina nascosta sotto alla giacca, e un Uzi 9 mm fino ad un attimo prima saldamente legata con lacci cuoio dietro alla schiena. Un rapido scambio di sguardi e silenziosa intesa tra i due: Mykk getta la pistola a Mr Jeremy. Quindi, volgendo la propria attenzione al branco di fanzombi toglie la sicura e spara. La canna metallica dell’Uzi vomita odio e pallottole: nessuno viene risparmiato.

Ma ugualmente non basta. I proiettili terminano e un nugolo di fanzombi si riversa sull’uomo. Non hanno interesse per lui, a dire il vero, tuttavia è uno scocciatore, un ostacolo, un personaggio scomodo da eliminare per poter raggiungere il loro vero obbiettivo. Ben presto Mykk viene trascinato via dalla massa, schiacciato sotto a decine e decine di fanzombi urlanti.

Mr Jeremy nel frattempo corre in preda al panico, cerca di distanziarli e di raggiungere un posto sicuro. Col cuore in gola attraversa strade desolatamente vuote per poi rifugiarsi in un vicolo a riprender fiato. Non sente più gli spari dell’Uzi di Mykk mentre le grida sconclusionate dei suoi nemici sembrano eco lontane ormai. E’ riuscito a seminarli? Trattenendo il fiato si augura che sia così. Rimane immobile, in attesa della conferma delle sue speranze .

Ha il fisico ben allenato ed è abituato a correre a lungo tuttavia l’impatto emotivo per quanto è accaduto gli fa contorcere le budella. Non assoldare un’altra guardia per rimpiazzare Tiki si è rivelata una follia! Non doveva prendere la situazione troppo alla leggera, si rimprovera. E invece l’aveva fatto e a causa di ciò si era fatto sorprendere dai fanzombi!

Impreca sommessamente: e quel che è peggio è che ora si ritrova da solo. Non gli rimane altro che sperare di non venir catturato da quei famelici sub-umani. Spera che la Beretta basti a difendersi da quei mostri che lo vogliono, lo bramano.

E confida anche che Mykk sia ancora vivo, che torni da lui ad aiutarlo, a proteggerlo. Ma sa bene che questo non avverrà.

Si è sacrificato per lui, dopotutto. Anche se, in fondo, anche questa evenienza faceva parte del suo lavoro, della sua scelta di vita. Per questo si guadagnava da vivere.

Guardingo, Mr Jeremy si sporge dal vicolo e osserva la strada e gli edifici dei paraggi. Deve dirigersi verso est, non può rimanere fermo in quel vicolo in eterno. Osserva attentamente: la strada sembra sgombra. Attorno non scorge auto né altri veicoli ma, se è abbastanza fortunato, forse riuscirà a trovare il modo di raggiungere la sede della sua squadra senza correre altri rischi.

Non può usare il telefono: se lo facesse, loro se ne accorgerebbero. Sono disposti a tutto pur di tracciare gli spostamenti di uno come Mr. Jeremy. La violazione della privacy è un concetto relativo, labile.

Dopo qualche minuto di cammino nuovamente li sente. Sono voci, urla e schiamazzi di un branco di sub-umani. Accostandosi all’angolo di un edificio che fa angolo con una strada li osserva mentre braccano una velina. La ragazza, una modella dalle forme sinuose e dalle lunghe gambe abbronzate, urla disperata mentre i fanzombi la circondano. Gridano, si protendono verso di lei con quelle loro mani sudice. La vogliono. La bramano! Chiedono autografi, un bacio, uno scatto in fotografia. E ancora una ciocca di capelli, una palpata al suo fisico ben modellato, un morso alle sue carni dolci.

La ragazza si divincola, ne colpisce più d’uno con uno taser. Ma non basta, i suoi fanzombi sono troppi! Urlante, disperata, cede al panico e cade sotto di loro.

Mr Jeremy non riesce a distogliere lo sguardo dalla scena, inorridisce al grido disperato della donna cannibalizzata da quei sub-umani che ne smembrano le carni. Sembrano bestie fameliche destinate a cibarsi della vita dei vip, loro unica fonte di sostentamento.

L’uomo trasale nell’osservarli banchettare con il corpo di quella povera donna. Li vede alzarsi trionfanti chi reggendo in mano un dito, chi un orecchio, chi un seno perfetto strappato da quel giovane corpo caldo.

Deglutisce.

Stringe la Beretta con maggior forza. Non vuole finire allo stesso modo.

Sta per andarsene, per cercare un altro passaggio più sicuro quando qualche decina di metri più in là scorge una porta aprirsi.

Un uomo esce dalla propria abitazione e si incammina per la strada. Non è un fanzombi ma Mr Jeremy ritiene di averlo già visto, ha un volto che gli suona familiare.

Si tratta di Mr Geeno, noto campione di atletica leggera.

“Cosa fa? Così lo scorgeranno!!”, pensa Mr Jeremy allibito. Ma non grida, né muove un dito: è troppo alto il rischio di farsi scoprire.

I fanzombi scorgono l’atleta, lo osservano, lo fiutano come animali che annusano l’aria cercando di identificare l’origine dell’odore che percepiscono. Quindi, delusi, riprendono il macabro banchetto a cui han dato il via. E lui ricambia la cortesia di quello sguardo incuriosito prima di incamminarsi, tranquillo, per i fatti suoi.

Mr Jeremy non crede ai propri occhi: “Com’è possibile? Perché l’hanno risparmiato? Perché lo lasciano andar via?”

Forse perché già impegnati con quella velina, si risponde dopo qualche istante, magari sono sazi, soddisfatti dallo scempio compiuto. La vita di una giovane donna stroncata dalla sete di esseri inumani bramosi di lei.

Tuttavia decide di non tentare la fortuna, non sarebbe saggio affatto. Tornando sui propri passi l’uomo devia percorrendo altre strade marginali.

Si domanda perché debba essere così, perché i vip come lui debbano vivere costantemente sotto pressione, braccati, non più padroni delle proprie vite. Come se i fanzombi, divorando attori o calciatori come lui potessero divenire esseri migliori. Superiori.

Ed è ancora soprappensiero quando svolta l’angolo.

La strada non è sgombera. Due uomini, come captando il suo arrivo, si voltano verso di lui. Mr Jeremy impreca per la propria avventatezza e reagendo fulmineamente cerca di prendere la mira: ha poco tempo per sparare, dannazione!

Sa che così facendo rivelerà la propria presenza ma non può permettere a quei mostri di sopravvivere. E’ gran parte colpa di esseri come quelli che ora sta fronteggiando che la vita dei vip è un eterna fuga dal mondo e dalle masse.

Spara.

Il colpo viaggia veloce nell’aria e colpisce alla gola uno dei due paparazzi. Questi si accascia al suolo, si divincola per qualche istante cercando di arrestare l’emorragia con le mani. Le gambe si muovono forsennatamente fino a che, pochi istanti dopo, il corpo giace inerme schizzando sangue di tanto in tanto dalla ferita alla giugulare. Ma anche l’altro paparazzo reagisce d’istinto e, puntando la propria arma, scatta una sequenza infinita di fotografie urlando al contempo per richiamare l’attenzione: “Mr Jeremy è qui!!”

E il calciatore spara, di nuovo e ancora fino a che un proiettile raggiunge anche il secondo paparazzo. Nel frattempo, come animali che all’improvviso si destano per l’arrivo di un intruso molesto, numerosi fanzombi escono dalle case che danno sulla strada.

Gridano e schiamazzano, protendono le mani e fogli e maglie su cui vogliono il nome di Mr Jeremy scritto con il sangue.

“Maledetti bastardi!! Non avrete la mia vita!”

Rabbioso, il calciatore scarica i pochi colpi che ancora gli rimangono contro il paparazzo e alcuni dei fanzombi che scorge dirigersi verso di lui.

Quindi i proiettili e la speranza finiscono mentre i sub-umani aumentano in numero, raddoppiano, triplicano. Implacabili continuano ad avanzare.

Mr Jeremy, disperato, si ritrova accerchiato. Urla la propria disperazione. Cerca di tenerli a bada con armi improvvisate, bottiglie di vetro contenute nel cestino dei rifiuti a pochi passi dall’incrocio da cui è sbucato oppure una transenna metallica utilizzata per deviare il flusso dei veicoli. Glieli scaraventa contro, ne ferisce qualcuno ma i sub-umani, maggiori in numero, ormai l’hanno circondato. Il terrore negli occhi dell’uomo mentre questi allungano le loro mani verso di lui. Vogliono il suo sangue, la sua vita, ogni cosa che lui rappresenta.

E lui lotta, sempre più vittima del terrore, mentre gli strappano il giubbotto in pelle o gli tirano i capelli. Scalcia e colpisce con i pugni, urlando, drammaticamente attaccato alla propria vita.

Loro invece, implacabili, si avventano su di lui e iniziano il loro sadico banchetto, affondano le loro dita affilate nelle braccia, prendono a strappargli brandelli di carne viva in un tripudio di egoistico desiderio di cannibalizzazione. Mr Jeremy è un calciatore, un vip. La sua esistenza nutrimento, e nient’altro, per gente come loro.

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Un lavoro come un altro

 

“Non è uno show televisivo

Né un evento adatto ad una piazza.

E’ come sfornare il pane,

Pulire le strade

O costruire un edificio:

E’ semplicemente il mio lavoro

Un lavoro come un altro”

 

 

 

Di fronte allo specchio si lava la faccia con acqua gelida: forse, si farà schifo più tardi.

Non ama il suo lavoro, questo è ovvio.

Lo porta ad essere un altro, qualcuno che non vorrebbe essere.

Ma non ha scelta.

Gocce d’acqua scendono dal suo volto mentre lui rimane immobile a fissare la propria immagine riflessa, indagando se stesso, scrutando al di là della maschera che porta.

Lentamente metto a tacere tutti i suoi pensieri: sua moglie, sua figlia, la sua vita…

Deserto.

Lava via ogni pensiero, ogni dubbio.

Non ne ha bisogno, ora.

Adesso deve solo concentrarsi: ha del lavoro che lo attende.

 

Quella mattina però davvero non aveva voglia di stare lì a prepararsi. E’ stanco e assonnato…a dirla tutta, se ne sarebbe rimasto volentieri a poltrire fino tardi. Ma poi chi l’avrebbe sentito il suo responsabile…quel testa di cazzo…

Di certo non avrebbe tollerato alcun ritardo da parte sua. Nessun errore!

O almeno, non dopo lo spiacevole incidente di due settimane prima.

Per colpa sua un lavoro era andato a monte e avevano praticamente perso un cliente irritato per l’inadempienza del servizio.

Ovviamente la direzione aziendale si era alquanto irritata e quindi avevano - diciamo così - “esercitato pressioni” nonostante Edgar fosse operativo ormai da un bel pezzo e non si fossero mai verificati problemi.

Tutta colpa della crisi economica: anche l’azienda ne risentiva e quindi, questa volta, tutto doveva filare liscio pena spiacevoli conseguenze.

Non c’era spazio per fallimenti e pesi inutili.

Un altro errore e non ci sarebbe stato più posto per lui, soprattutto.

Certo, come se fosse stata solo ed esclusivamente colpa sua… Dannazione! Cosa ci poteva fare se l’autobus su cui viaggiava aveva investito un ragazzino in moto! Ma ovviamente per il suo illuminato responsabile, Mical, il fallimento con quel cliente era unicamente dovuto a quel suo ritardo e alla conseguente mancata esecuzione del lavoro.

Dell’incidente e della successiva congestione del traffico ne avevano parlato anche sul giornale; ma per lui non era sufficiente.

L’azienda aveva perso quel cliente ed era solo e soltanto colpa sua: impossibile far cambiare idea a Mical!

Impossibile fargli notare che in realtà era lui che avrebbe dovuto occuparsi di gestire la faccenda e non agitarsi e andare in escandescenza. Un comportamento inopportuno e così poco professionale che aveva scatenato la rabbia del cliente, già di per sé irritato per il mancato adempimento dei servizi da lui richiesti. E ben pagati.

Naturalmente, anche il suo responsabile aveva le sue colpe e l’azienda pure l’aveva redarguito. Ma tutto ciò non riusciva a confutare la sua teoria in merito a come erano realmente andate le cose.

E da quel giorno se l’era legata al dito divenendo, se possibile, ancora più antipatico nei confronti di Edgar.

Arrivare in ritardo al lavoro quindi, era un lusso che non poteva più permettersi.

Anzi, nemmeno poteva osare pensarci pena un possibile licenziamento!

Scrollando la testa l’uomo si convinse ad abbandonare simili, inutili grattacapi: non ha senso perdersi con questi pensieri prima di un lavoro tanto delicato.

Quindi si asciuga la faccia e poi, ancora a torso nudo, come da consueta abitudine lavorativa, si dirigo verso la panca dello spogliatoio messagli a disposizione.

Inizia a trafficare con i pantaloni scuri e gli anfibi da lavoro; poi indossa i pantaloni neri. Con un po’ di difficoltà a dire il vero: ed in effetti è come assistere ad una lotta disperata tra i suoi chili di troppo e la cintura che non ne vuole sapere di richiudersi.

Ebbene sì, lo ammette amaramente, negli ultimi mesi è un po’ ingrassato…ma non se ne preoccupa più di tanto. Anzi, l’azienda trova che così la sua figura professionale risulti ancora più adatta, più conforme all’immagine tradizionale che da sempre essa ha cercato di conservare. E di vendere ai propri clienti.

Dopotutto quasi tutti i suoi colleghi, quelli operativi intendiamoci, esibiscono una sana “panza” da buongustai! 

Uno smilzo o mingherlino, d’altra parte risulterebbe assai ridicoli a fare quel mestiere.

Sua moglie invece, si lamenta un po’ : dovresti metterti a dieta, praticare dello sport, andare in palestra…insomma! muoviti un po’ di più!!

Lei parla…parla…parla…

Lei!

Lei che addirittura fa meno vincerebbe le olimpiadi del “non-movimento”!

Però un po’ di ragione ce l’ha, non lo nega…dopotutto, alla sua età, sarebbe bene prestare un po’ d’attenzione alla forma fisica. Esiste sempre il terroristico rischio di infarti che medici e tv pensano bene di continuare a rammentare. Uomini atletici e ariani, loro, che preannunciano malanni e sciagure per i comuni mortali di mezza età.

Ma lui non ce la fa, non ha proprio la forza, alla sera, terminato il lavoro, di andarsene in palestra e faticare ancora. Al weekend poi, che c’è di male nel rilassarsi e nel dedicarsi un poco ai propri hobby e alle proprie passioni? Perché dovrei andare a fare footing, pensa, o chissà ché dopo una settimana massacrante e di duro lavoro?

Lo chiede soprattutto a se stesso.

Nuovamente di fronte allo specchio, si toglie il crocifisso che porta al collo prima di indossare la protezione per la testa, un nero copricapo scuro che lo nasconde completamente fino al collo.

Infine richiude il suo borsone scuro e lo ripone a lato degli armadietti di metallo.

Ora è finalmente pronto: si può cominciare!

 

Esce dallo spogliatoio che il cliente ha messo a disposizione, oltrepassa la portineria in cui un addetto alla sorveglianza tenta di passare il tempo come meglio gli riesce osservando ora il giornale ora i monitor che mostrano l’esterno.

Poco più avanti lo attende Mical. Appare sollevato quando finalmente lo vede in uniforme da lavoro. E’ nervoso. Nell’aria, attorno a lui soprattutto, si avverte ancora puzzo di fumo.

“Mi raccomando: voglio un lavoro pulito. Fa in modo che il cliente rimanga soddisfatto. Lo sai che questa è un’occasione importante per te…Non vorrai mica deludere l’azienda? Lo sappiamo entrambi che sei un ottimo elemento, no?!”

Una breve pausa.

“Su, seguimi che si comincia.”

L’altro annuisce e si incammina, seguendolo, lungo il corridoio poco illuminato.

Fortunatamente il copricapo che indossa gli nasconde per intero la faccia.

Il suo cervello nel frattempo elabora e traduce il senso di quello che il suo esimio responsabile aveva cercato di fargli capire.

Se questo lavoro, per un qualsiasi motivo, si fosse risolto in un fallimento avrebbero licenziato entrambi ma ovviamente sarebbe stata tutta colpa sua. Mettiamocelo bene in testa, ripeté tra sé e sé Edgar.

Poi la litania delle sue motivazioni, dei motivi che lo sostengono nel fare ancora quel lavoro odioso.

Tu non vuoi che questo accada, che ti licenzino, giusto?

Non ora che tua figlia ha messo l’apparecchio per i denti e che ti ci vorrà una bella somma per concludere il pagamento: no.

Non ora che tua moglie è nuovamente incinta e che sarà necessario affrontare nuove spese per la casa e per il nuovo bimbo in arrivo: no di certo.

Non in questo merdosissimo periodo di crisi in cui le aziende chiudono e la gente mendica lavoro: nossignore!

Per cui non dargli retta e non abbatterti: mostra a tutti di che pasta sei fatto!

Fa vedere loro quello che sai fare!

Lo ricorderanno come un lavoro perfetto, vedrai!

Fallo per l’azienda!

Fallo per te stesso!

Fallo per la tua famiglia!

Fallo per il tuo futuro!

“Eccoci arrivati: mi raccomando!” : le ultime parole di Mical prima di varcare la soglia della sala dei grandi eventi lo distraggono dai suoi personali incitamenti interiori. Lo riportano a ciò che il suo collega e responsabile gli aveva detto prima, nel corridoio. Ripensando a quel suo sano modo di caricare le persone e di ricordare loro chi rischia il culo gli verrebbe da mandarlo a cagare.

Ma in realtà sono entrambi vogatori di una stessa barca aziendale, semplicemente Edgar l’aveva compreso e l’altro no. Reggeva in mano un remo ma non aveva ancora intuito a cosa potesse servire.

Se licenziano me, si diceva Edgar, di lui certamente l’azienda non avrà più bisogno: dopotutto non ci sono operativi privi di un responsabile che coordini i lavori e mantenga i contatti con i clienti.

Cazzi suoi, quindi.

Dopotutto, lui il lavoro lo sapeva fare.

E bene.

Non aveva bisogno di dimostrarlo a nessuno. E soprattutto non aveva bisogno di ulteriori pressioni.

Era tutto già pesante di suo, così poco soddisfacente e desolante. Non ne poteva più, quel lavoro l’aveva stancato.

Continuava solo per inerzia, solo perché aveva bisogno di lavorare.

Ma se avesse potuto avrebbe mollato tutto per aprire un pub, o un ristorante forse…

Sogni…desideri irrealizzati…la vita l’aveva condotto altrove, ad un lavoro che non amava e che non aveva mai amato.

Ma ora basta, non è tempo per simili pensieri. Scuote la testa e si ferma un istante, un singolo momento di concentrazione prima di varcare la soglia della sala gremita di gente.

Rimane in silenzio con se stesso.

Annulla i suoi pensieri.

Il suo non è un lavoro difficile ma ancora, nonostante vent’anni circa di professione, non riesce a viverlo bene.

Forse è ancora troppo poco distaccato.

Per questo quando non lavora ho così spesso bisogno di starsene da solo per dimenticare quegli occhi, quei volti e tutta quella gente che immancabilmente presenzia in simili circostanze.

Entra.

Lo speaker annuncia il suo arrivo.

La folla applaude ed acclama al pensiero di ciò che a breve accadrà sul palco di legno collocato al centro del salone.

Per gli altri è un evento ma lui avanza in silenzio, indifferente a tutto.

Proprio come deve essere.

Proprio come ci si aspetta che lui sia.

Tra le urla e l’eccitazione della gente scorge gli occhi di un bambino: in terza fila c’è una famiglia al completo e il pargolo lo osserva meravigliato.

Da grande, forse, sogna di diventare come me.

Un sogno assai crudele, bimbo, sappilo.

Ma è solo un pensiero fugace che svanisce all’istante. In fondo, nel mondo ci sono anche lavori peggiori.

Sente il suo sguardo e assieme ad esso quello di centinaia di altre persone posarsi su di lui, soffermarsi sul suo cappuccio nero che nasconde ogni fattezza del suo volto umano.

Una maschera per tutelare la sua esistenza.

Una maschera per privarlo del volto e della sua identità.

Quando la indosso lui è nessuno.

E a nessuno sono concessi poteri che un uomo comune non può esercitare.

Senza di essa, in realtà, sarebbe perduto, non riuscirebbe a fare quel che invece fa.

A torso nudo e con i suoi stivali neri, semplici ed essenziali come impone la tradizione dell’azienda per cui lavora, sale le scale di legno: è arrivato ormai.

Raggiunge il centro della pedana, raggiunge il suo obiettivo.

Il cliente, anch’esso sulla pedana, appare ebbro di gioia, sfigurato mentre incita la folla e conclude il suo discorso.

Per loro sarà anche uno spettacolo, un macabro show a cui assistere e per il quale entusiasmarsi.

Ma per Edgar è solo un lavoro, un modo come un altro di guadagnarsi il pane.

Poi un cenno di intesa e quindi il palco si svuota.

Il silenzio della folla mentre una musica risuona nell’aria. E’ composta di lunghi suoni melodiosi, lenti e malinconici, accompagnati da percussioni profonde e lontane. Riportano a tempi ormai perduti, cancellano i pensieri e agiscono sulle emozioni umane, rilassando e creando attesa.

Edgar osserva l’uomo che con lui sta sul palco.

L’altro, supino e legato al lettino di legno, pazienterà ancora un istante. Urla, piange, insulta il cliente di Mical e Edgar e la folla al completo.

Come dargli torto.

Ma in fondo è la legge naturale, mors tua vita mea dicevano.

Ed il boia lo sa bene e comprende lo stato d’animo della vittima designata. Ma ciononostante prosegue con i preparativi dell’esecuzione e si dedica alla scelta dello strumento migliore, quello più adatto all’evento.

Sceglie quindi una scure semplice ma ben bilanciata, dal lungo manico in carpino. La lama appare ben levigata e luccicante. E’ un’arma anonima, umile ma possente usata dai falegnami e dai contadini di tutte le epoche e di tutte le nazioni.

Talvolta anche come arma di guerra.

Ma soprattutto è l’arma dei suoi predecessori e di coloro che saranno dopo di lui a svolgere quel lavoro.

Senza fatica la solleva poi sopra la testa, la regge con una mano soltanto. Successivamente la porto davanti a se, perpendicolare al corpo. Quindi la muovo verso destra.

Come ogni volta, prima di eseguire il suo compito, Edgar si esibisce in alcune evoluzioni facendo ruotare l’arma su se stessa, spostandola da destra a sinistra, prima con una mano e poi con l’altra, creando cerchi nell’aria e rapide traiettorie.

E’ la prassi, la routine prima dell’esecuzione prevede un po’ di scena per il pubblico e per il cliente pagante.

Poi si fermo.

Lentamente, le luci si spengono e un fascio di luce va ad illuminare il lettino su cui giace la vittima designata.

Il boia si avvicina all’uomo: uno sguardo rapido e poi osserva altrove.

Non sa chi sia ma crede di averlo incrociato più di una volta in autobus.

Non che questo cambi le cose, certo. In fondo è solo un lavoro, nulla di più.

Solleva in alto la scure e la abbatte con violenza sul suo collo.

Un colpo solo, poderoso.

Schizzi di sangue caldo.

Poi un altro colpo, altrettanto preciso e potente.

La testa rotola a terra in un mare di sangue.

Edgar la recupera e la solleva mentre il pubblico esplode, avvampando, in un applauso di giubilo.

Le luci si riaccendono immediatamente mentre esibisce la testa del condannato. Il volto ancora stravolto dal dolore e dalla paura.

In prima fila scorgo il cliente: sorride soddisfatto e applaude.

Il lavoro è andato bene.

Mical, il responsabile della buona riuscita dell’esecuzione, seduto lì a fianco replica lo stesso comportamento.

“Ottimo lavoro”, gli conferma nello spogliatoio pochi minuti dopo mentre Edgar torna ad indossare i suoi abiti usuali e ripone nel borsone la sua tenuta di boia.

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CALMA E PACATEZZA (alle Poste)

 

L’ufficio postale era affollato quel giorno. Era sabato. Ma a ben pensarci era sempre così: tranne che in rari casi, a qualsiasi ora ci si andasse si trovavano poche persone agli sportelli e decine e decine in attesa dietro di loro.

Pensionati che attendevano la possibilità di ritirare la pensione, altri che speravano di prelevare o versare dai propri libretti postali. E poi ancora gente con bollette in mano, con lettere da spedire, vaglia postali, raccomandate, lettere minatorie, pacchi contenenti antrace... Alcuni anche con posta non propria da riconsegnare. Nessuno invece era lì per acquistare uno qualsiasi dei prodotti che l’azienda tentava di vendere: cd musicali, calendari, collezioni di francobolli, film…

Dopotutto, da quando in qua le poste erano divenute in centro commerciale?

Probabilmente il frutto di accurate analisi di mercato, di riflessioni e domande a cui le Poste Italiane avevano cercato di dare risposta.

Una risposta sbagliata.

E al contempo persisteva nell’offrire alla clientela un servizio scadente, inefficiente. Era più che evidente osservando le espressioni dei clienti in coda: alcuni erano lì dentro da pochi minuti, molti erano in attesa da ore. Una graziosa signorina, addirittura, stava allattando un bambino, concepito, portato in grembo e partorito in attesa del proprio turno.

Secondo alcune voci poi, qualcuno degli anziani era entrato in pensione mentre attendeva il suo turno per pagare una bolletta truffa della Telecom.

Ma di questo gli operatori al di là del vetro non si curavano. Come dargli torto? Non era mica colpa loro. Certo, un po’ di responsabilità l’avevano pure ma non era un loro problema. Anzi, sembrava che se la passassero benone nonostante la moltitudine di gente e tutti gli sportelli recanti la scritta “Aperto”.

Beh, in effetti quelli presidiati erano solamente due o tre, ma anche questo sembrava non essere un problema loro. Alla fin fine, i clienti in fila non avevano idea delle oscure dinamiche legate all’inutile burocrazia, alle nuove regole antiterrorismo (i vecchi di oggi non si sa mai cosa ti possono combinare...basta una pastiglia sbagliata al mattino e poi…), a insensate dinamiche postali che prevedono la compilazione di moduli e moduli, ambigui e mal pensati da riconsegnare completi in tutte le loro parti perché possano poi essere inseriti nel cestino.

Per non parlare delle pause caffè o delle chiacchiere spensierate mentre sul volto dei clienti solo una maschera di sentimenti, un tragico miscuglio di sconforto, follia e odio furibondo per il tempo perduto e che mai più verrà recuperato.

Ingrati! Dovrebbero ringraziare perché invero è solo in luoghi d’inutile attesa come quello che hanno modo di esercitare quella virtù che solo i forti possiedono!

Ma non tutti la pensavano allo stesso modo, o almeno, non lo pensava l’uomo appena entrato. Indossava un passamontagna nero: solo gli occhi chiari di un colore grigio verde e la bocca con cui minacciare erano scoperti.

Non appena entrò, il suo fedele kalashnikov parlò per lui una raffica di saluti e una benevola presentazione. I proiettili forarono il soffitto mentre la gente prendeva ad urlare terrorizzata!

“State zitti, figli di puttana! Zitti!”

Un’altra raffica in aria e poi il fucile puntato ad altezza d’uomo. Si fece silenzio.

Il nuovo arrivato incuteva paura tanto era il rancore che dimostravano i suoi modi e quei suoi folli occhi chiari.

“E ora a terra! Tutti!”

La sua voce ruppe il silenzio con violenza. Loro malgrado, tutti i presenti gli obbedirono.

Alcuni piangevano temendo il peggio, altri erano sbiancati e non riuscivano nemmeno a respirare. Il cuore degli anziani pompava forsennato tanto che già qualcuno di loro era prossimo a raggiungere la soglia infarto.

Ma all’uomo non importava niente, non gliene fregava proprio nulla di quei perdenti in coda alle poste!

Anzi, a passi decisi si diresse verso uno degli sportelli presidiati. Avanzava guardingo osservando ora a destra ora a sinistra: qualcuno avrebbe potuto addirittura tentare un gesto eroico ed insensato.

Per cosa poi?

Per i soldi che in quel luogo circolavano?

Per i dati sulla privacy con tutta probabilità già ripetutamente violati?

Oppure per il posto in fila che da ore aveva stoicamente mantenuto?

Ma nessuno si mosse: lo temevano come la morte.

“Tu!”

Glaciale, l’uomo si rivolgeva ora ad una delle operatrici, una signora paffuta dall’accento meridionale che tremava e piagnucolava accovacciata a terra in un disperato tentativo di nascondersi all’aggressore.

“Tu! Alzati, presto!”, nonostante la presenza del vetro separatore teneva il fucile puntato all’altezza della fronte della donna. Ribellarsi era inutile: sarebbe bastato un colpo o due a mandarlo in frantumi e a colpirla.

Lei, tremante e spaventata, con gli occhi lucidi, si alzò lentamente. Teneva le mani in alto in segno di resa.

“Presto ti ho detto! Non farmi incazzare, stronza! Avvicinati!”

Sempre più terrorizzata si avvicinò al banco: pochi centimetri la separavano dalla canna del fucile.

Cosa voleva da lei quell’uomo?

I soldi dell’ufficio postale?

I dati di qualche conto?

“Prendi!”

L’uomo le passò dei fogli attraverso lo spioncino: lei li osservò stupita.

Non riusciva a comprendere le intenzioni dell’aggressore.

“Muoviti!”, l’uomo tornò ad urlarle contro mentre al contempo sparava qualche colpo in aria. Iniziava ad innervosirsi

L’operatrice chiuse gli occhi d’istinto e si irrigidì. Poi riprese il controllo e con mani tremolanti afferrò le bollette che l’altro gli aveva allungato.

“Muoviti!”, nuovamente la voce bassa e carica di rancore del criminale.

E mentre lei inseriva i dati al terminale lui controllava che nessuno degli altri si muovesse.

“State calmi, ok? Tra poco sarà tutto finito…”, disse loro.

Poi, rivolto all’operatrice: “Allora? Hai fatto? Quant’è?”

Cosa? L’operatrice non si capacitava di quel che stava accadendo…

“Quant’è?”, le chiese di nuovo.

“Ah, ecco…sono 317 euro e 45 centesimi…”

Col fucile sotto il braccio, recuperò il denaro dal portafoglio e lo porse alla donna. Ebbe un po’ di difficoltà con i centesimi per via del fucile che rischiava di cadergli ma alla fine ce la fece, senza inutili sprechi di colpi per di più.

“Ha messo tutto, vero? Anche quella dell’Enel?”

“Si, si, ho messo tutto”, la risposta dell’operatrice sempre meno spaventata e al contempo sorpresa.

“Perfetto! Arrivederci allora!”, afferrate le bollette, la salutò con cortesia. Un attimo dopo era fuori, diretto verso la propria auto.

Seduto all’interno finalmente poté togliersi il passamontagna e verificare le ricevute delle bollette appena pagate.

Soddisfatto, mise in moto e accese l’autoradio: i Godspeed You, Black Emperor suonavano per lui. E tutto, improvvisamente, sembrava migliore.

Distrattamente volse lo sguardo a sinistra. Dall’auto parcheggiata accanto vide un pensionato scendere con la tipica lentezza degli anziani ed indossare qualcosa sopra il giubbotto: una panciera con bombe al tritolo incorporate. Quindi, dopo essersi infilato un passamontagna in testa e aver recuperato il detonatore si avviò verso gli uffici postali a ritirare la pensione.

Scuotendo la testa, “Questi vecchi…” disse tra sé e sé l’uomo mentre nascondeva il proprio kalashnikov dietro al sedile del passeggero.        

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La domanda, la risposta

“Allora?”

Un altro pugno, violento, all’addome.

Mi piego in avanti per il dolore: annaspo e non trovo respiro. Le mani ancora saldamente legate dietro alla sedia su cui mi trovo ormai da più di mezz’ora. I legacci quasi mi segano i polsi tanto sono stretti.

Una mano brutalmente mi afferra i capelli e mi raddrizza. La cortesia non è di casa qui.

Il dolore è acuto per via dei tagli e delle piccole bruciature sul petto, la smorfia sul mio volto lo rende ancor più evidente.

Quando li riapro, i suoi occhi assassini sono fissi nei miei.

“Ti decidi a parlare? Quanto vuoi farci aspettare ancora?”

Ho paura.

Tremo mentre le lacrime scivolano sulle mie guance.

Accanto a me - il corpo ancora scosso da tremiti - il cadavere di un mio compagno. Si muove ancora di tanto in tanto, rapide convulsioni di un corpo senza vita e sangue, sangue che sgorga dalla profonda ferita sul collo colandogli addosso fino alla pozza di sangue che sta sul pavimento. Ha gli occhi sbarrati ed il capo rivolto verso l’alto. Ancora stringe il bavaglio che gli hanno messo in bocca prima di sgozzarlo: non ha potuto nemmeno urlare mentre lo ammazzavano.

Lui non ha parlato.

Non conosceva la risposta.

La stessa, che ora pretendono da me.

Eravamo in tre, quando ci hanno fatto entrare qui dentro, la stanza degli orrori e delle torture. Non ci conoscevamo nemmeno.

Ma capimmo subito che qui i diritti umani e le leggi non esistono: vige solo la violenza, la crudeltà. Ogni mezzo è legittimo purché loro abbiano ciò che vogliono. La pietà non è concessa.

E ora, di tre, solo io rimango.

Il primo di noi l’hanno percosso ripetutamente, deriso, e poi freddato con un colpo di pistola alla nuca dopo avergli prima rotto entrambe le braccia.

Per la stessa domanda, la stessa risposta che dalla sua bocca per tre volte non è giunta.

Nuovamente uno degli aguzzini si avvicina con un ferro arroventato.

Urlo terrorizzato: “Non lo so…vi prego…lasciatemi andare….vi prego…”

Riuscirò a sopravvivere?

E poi le mie urla strazianti mentre bruciano la mia carne.

“Parla! E ti lasceremo andare: hai la nostra parola”

Ansimo e cerco di calmarmi. Il dolore insopportabile, come l’odore di carne bruciata che si diffonde nell’aria e mi si appiccica alle narici. Il puzzo della mia condanna.  

Non lo so se posso credergli…non so più nulla…non doveva andare così, non doveva essere così!!

Piango in preda alla disperazione…

“Non lo so…” è l’unica cosa che mi riesce di dire tra un singhiozzo e l’altro…

“Su, su, non fare così…sei un uomo…lo sappiamo che conosci la risposta. E poi…non vorrai mica fare la fine degli altri due? Stupidi ignoranti, esseri inutili…”

Poi, avvicinando il suo volto al mio, sussurrandomi ad un orecchio:

“Dopotutto…non ti stiamo chiedendo chissachè! Avanti, rispondi alla nostra domanda. Tu non li puoi vedere ma, dietro quel vetro alle mie spalle, i nostri padroni ci stanno guardando : non vorrai mica deluderli? Sai…loro sono convinti che tu conosca la risposta…e di certo sapranno ricompensarti se tu…”

La mia mente in subbuglio, il mio animo turbato…conosco la risposta? Cazzo cazzo cazoo….avanti…cerca nella memoria…un brandello, qualche cosa, qualsiasi….sforzati dannazione!!! La conosco la risposta???

“Su, dicci quello che vogliamo e ti lasceremo andare…sarà stato solo una brutta esperienza, un brutto incubo, nulla di più.”

Lo osservo con un misto di odio e di paura.

Un incubo? Maledetto figlio di puttana, mi hai torturato! Mi hai torturato, cazzo! E hai perfino ucciso questi altri due!!!

“Su, avanti, il tempo stringe…è la tua ultima possibilità”

Allora si fanno avanti gli altri due suoi colleghi: sono vestiti in modo impeccabile, proprio come lui. Entrambi in smoking, entrambi con un fucile in mano.

Milioni di pensieri si affollano nella mia mente…non so più nulla…non me lo ricordo…forse, non l’ho mai saputo….

“Allora? Ancora non vuoi rispondere? Facciamo così”, dice scambiando un’occhiata di intesa con gli altri due “ora contiamo fino a 5: se ci darai la risposta sarai libero…altrimenti…beh…lo sai anche tu cosa ti aspetta”.

Maledetto!

“1”

I due uomini caricano il fucile sincronizzati nella volontà di uccidere. Un’occhiata furtiva allo specchio alle sue spalle. 

“2”

Il suo braccio si abbassa fino al petto. I proiettili sono nella canna, ben posizionati prima di esplodere addosso alle mie carni. Due biglietti per l’altro mondo.

Dannazione!

“3”

Pensa! Pensa! Cazzo, pensa!

“4”

I due uomini si avvicinano: uno mi preme il fucile sulla tempia, l’altro sulle palle. Sorridono sadici.

Dio! Dio! Dio…

“E cinq…”

“Aspetta!”, il mio grido all’improvviso, la mia voce disperata e squillante.

Sono vivo, sono ancora vivo!!

“Conosco la risposta…”

“Dimmela allora”

Mi si avvicina curioso e terribile al contempo. E’ freddo, troppo freddo, spietato come la morte.

“Ma è il tuo ultimo tentativo, non te lo chiederò un’altra volta. Con te sono stato anche fin troppo paziente…Dopotutto, gli altri due sono morti troppo presto e non ho nemmeno potuto divertirmi. E nemmeno i nostri padroni lì dietro, credo, abbiano apprezzato il triste spettacolo che hanno offerto loro… ”

Maledetta carogna!

“E ora, rispondi alla mia domanda”

“Si tratta di Mossadeq, nel 1953”

“Non basta, devi dirmi anche dove: credevo di essere stato chiaro poco fa…”

“In Iran…”, aggiungo velocemente.

Sorride: i suoi occhi brillano per la soddisfazione.

Io ansimo.  

Osserva gli altri due e ad un suo cenno questi abbassano i fucili.

Ho risposto giusto?

E’ questo quello che volevano sapere?

E’ giusto?

L’uomo parla ad una ricetrasmittente militare abbandonata sul tavolo, un piccolo tavolo traballante in questa stanza soffocante e spoglia. Parla piano e non comprendo.

Ti prego, ti prego, ti prego…

La mia testa ciondola per l’agitazione mentre riprendo a balbettare…non so più nulla…non so più nulla…voglio andarmene…lasciatemi stare, vi prego…

Poi, mi si avvicina soddisfatto.

“Perfetto, la tua risposta soddisfa i nostri padroni. E’ corretta, è ciò che volevamo sentirti dire”.

Poi, estrae un grosso coltello che fino a quel momento teneva legato alla cintura.

Sorride e mi si avvicina.

“Noo” protesto “ho risposto giusto, ho risposto giusto! Ve l’ho detto…ve l’ho detto…”

Mi agito e scalcio. Immediato e brutale un pugno al volto da parte di uno dei suoi colleghi di torture. Cado a terra, stordito, ancora legato alla sedia.

A stento, con l’occhio semichiuso lo seguo mentre si sposta…ora mi è alle spalle…piango…si inginocchia…no, ti prego…sento la sua mano sulla spalla….non voglio morire…non voglio morire!!

Con il coltello recide la corda che mi teneva bloccate le braccia allo schienale della sedia. Con cura sega i lacci che mi stringevano le mani.

Riapro gli occhi : sono vivo!

“Alzati!”, mi ordina deciso.

Obbedisco.

Ed è allora che la stanza sembra muoversi, le parete si spostano e si sollevano. Anche il vetro che copriva l’intera parete di fronte a me viene tirato da parte e scompare lasciando spazio alla verità.

La realtà diventa più che evidente mentre scolorano le mie certezze.

Telecamere e luci di scena: dal buio un applauso scrosciante e urla e fischi.

Il pubblico mi accoglie mentre il presentatore entra in scena.

Due vallete seminude mi si fanno incontro, mi baciano, si strusciano e mi offrono una busta.

Non comprendo molto bene, tanta è la confusione che alberga nella mia mente devastata da ciò che ho vissuto.

E ora, la realtà supera l’immaginazione.

Era solo un quiz, uno stupido, maledettissimo, quiz televisivo…

 

Nota:

La domanda : “Quand’è stato il primo colpo di Stato appoggiato dalla CIA in un Paese del Medio Oriente?”

La risposta : “Nel 1953, il 19 agosto, la CIA organizza tumulti popolare in Iran che portano alla perdita del potere da parte di Mossadeq (per un governo laico e riformista) a favore del generale Zahedi, ben accetto dagli americani e più incline a permettere lo sfruttamento del petrolio locale da parte degli statunitensi.

Sembra che nasca da qui l’avversione antiamericana da parte del popolo iraniano e musulmano verso gli USA, quella stessa avversione che ha portato alla diffusione e alla presa di potere del fondamentalismo di Khomeini prima e del “terrorismo” di questi anni poi.

Lo stesso presidente Bill Clinton, nel 2000, ha ammesso la responsabilità degli Stati Uniti nel golpe del 1953 che aprì la porta in Iran al fondamentalismo dei mullah e poi alla piaga del terrorismo islamico.

 

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