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La
sciarpa rossa
Metro: un giorno qualsiasi in una città che ha
un'anima oscura che non capisco.
Milano in una metro affollata di occhi senza
espressione, di odori che sono tutti simili, di suoni
omologati, di gente che si assomiglia solo perché
prende la linea
dello stesso colore. Milano in una giornata di pioggia
o di sole, la metro è sempre uguale. Sempre più o meno
puntuale, sempre affollata di uomini senza volto.
Sale un uomo che comincia a cantare "La canzone
dell'amore perduto". Nessuno guarda, nessuno ride.
L'unica cosa a muoversi è il cartello pubblicitario
che ciondola
dall'alto alle oscillazioni della metro ritmicamente.
L'aria si riempie di suoni che sono quasi musica. Non
posso fare a meno di sorridere e di commuovermi.
Guardo
cercando una minima corrispondenza nello sguardo di
un altro essere umano. Niente.
Solo un'anziana signora comincia a sorridere, si
sente autorizzata dal mio sorriso
ad imitarmi. In un attimo che sembra lunghissimo un
altro uomo ci guarda e prende forma, poi un altro e un
altro ancora.. E la massa informe si copre di colore.
Riconosco la differenza tra un soprabito e l'altro,
tra tessuti di colori diversi, vedo
come un daltonico che riscopre i colori, come un
cieco che riacquista la vista.
La carrozza è ormai tutta un unico canto fatto di una
sole voce lenta e nostalgica.
Ma l'uomo che ha dato vita al canto non sembra
contento. Comincia a singhiozzare disperato e appena
la metro si ferma in un guizzo fulmineo si catapulta
giù dai binari e nella fuga perde l'equilibrio,
scivola e in un tonfo disperato si abbatte come un
corpo morto.
All'improvviso torna il silenzio di ghiaccio, come un
masso pesante ed informe. Il canto si è interrotto, i
colori non esistono. Spalanco gli occhi. E' di nuovo
quella maledetta sveglia che mi riporta alla realtà.
Oggi piove ma voglio mettere una sciarpa rossa.
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