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Mario Cotrozzi Batacchi

Un pugno di nulla

Il posto dove nasce l'arcobaleno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un pugno di nulla

Quanto mi accingo a raccontare, esattamente cosí come la ricordo, è una piccola parte della vita del ragazzo Samuel.

 

Sono passati moltissimi anni da allora, ma di lui, del ragazzo Samuel, ho un ricordo indelebile…Un ragazzo nato con la «mala fortuna», come diceva la gente del paese, perché aveva perduto la mamma ancor prima che potesse comprendere cosa avesse perso.

La mancanza della figura materna e l'indifferente inerzia del papà, chiuso nel suo dolore, avevano profondamente segnato l'animo del ragazzo, costringendolo ad inventarsi, giorno dopo giorno, una esistenza non proprio esaltante.

In un solo istante al povero Samuel erano venuti a mancare i due punti di riferimento su cui era iniziata la sua vita, trovandosi improvvisamente a far fronte ad una situazione di disagio fisico e mentale e dovendo ricorrere, per le sue piú elementari esigenze, a chiunque provasse un po' di pietà.

Crebbe così, in maniera confusa e incerta, e fin dalla sua prima fanciullezza una innaturale rassegnata mitezza lo distinse dagli altri ragazzi della sua età.

Era un bel bambino, forte, intelligente, ma molto silenzioso e malgrado non avesse amici, non si rifiutava mai di dare una mano agli altri. Soltanto una cosa gli faceva difetto, l’assoluta incapacità di fondersi con ciò che lo circondava. Preferiva disertare la realtà e le amicizie per vagare in un mondo ricco di quei sogni e quegli affetti che gli erano stati negati, limitandosi a chiedere qualcosa da mangiare, quando non riusciva a procurarsene.

Non era un cattivo ragazzo, era soltanto molto timido. La vita lo spaventava in maniera esagerata, ed egli si rifugiava in quel suo mondo di sogni, rinunciando così a ciò che gli sarebbe spettato.

Tuttavia, anche coloro che inizialmente avevano avuto a cuore la sua situazione, pian piano lasciarono che percorresse da solo la sua strada… e un brutto giorno, la morte del padre lo incalzò ad allontanarsi dal suo paese in cerca di qualcosa che non trovò mai.

E così attorno a lui il vuoto divenne sempre più ampio.

Per un po' visse come un randagio per le strade, e inevitabilmente cadde in un giro d’uomini senza scrupoli che si servirono della sua innocenza per i loro scopi. Fu costretto a mendicare, rubare, subire violenze d’ogni tipo e infine fu venduto come un piccolo bastardino.

Quando sentí di non poterne più fuggì, nascondendosi a tutti.

Aveva pressappoco dieci anni quando si trovò solo a dover dare un senso alla propria esistenza, ma non riuscì a farcela con le sue sole forze.

Per un po’ scomparve e nessuno seppe che fine avesse fatto, poi, un giorno, Emily Sparks, una non più giovane maestra elementare, lo trovò quasi agonizzante in un canale di scarico, era stato picchiato a sangue senz’alcun riguardo per la sua giovane età.

Lei lo raccolse ricucendone letteralmente i pezzi, lo portò nella sua casa e lo curò.

Fu davvero provvidenziale il suo intervento, poiché gli salvò la vita. Lo incoraggiò, lo aiutò esortandolo a non lasciarsi andare, ma lui non era più capace di stare con gli altri, non sapeva chiedere aiuto, aveva conosciuto l’odio e imparato a non fidarsi.

Tenacemente lei non si arrese, non lo lasciò mai solo, gli fu accanto giorno e notte confortandolo, compromettendo perfino il suo lavoro.

L’affetto di quella donna scaldò il cuore di Samuel, ed egli si rese conto che ora attorno a se c'era qualcosa che somigliava a quel mondo lontano che gli era rimasto nel cuore, ma aveva ancora nella mente il fantasma della paura…e man mano che la malattia si fece più grave, egli comprese che non ce l'avrebbe fatta.

Non sapeva a cosa appigliarsi, tutta la sua giovane esistenza era racchiusa in un pugno di nulla.

 

Il suo cuore e la mente soffrirono più per quelle lacerazioni che per i dolori del suo corpo martoriato, e ad un certo punto non volle più vivere, mettendo così in pericolo la sua vita.

Fu salvato ancora una volta dall'amore di Emily, tra le sue braccia trascorse lunghissimi giorni di sofferenze, ma alla fine la sua forte fibra riuscì a sconfiggere il male e questo accadde proprio quando nell’aria s’iniziava a sentire il tepore della primavera.

Le prime immagini che lo riaccostarono alla vita furono gli oggetti noti della stanza, lo specchio, il tavolo, la sedia all’angolo, il lavabo, ma soprattutto quel vaso sulla mensola di legno posta di fianco la finestra.

Durante i lunghissimi silenzi delle giornate d’inverno, quando la malattia lo aveva tormentato maggiormente, il suo sguardo si era posato spesso su quella mensola e quel vasetto da cui si ergevano pochi sterpetti senza vita.

Con l’avanzare della buona stagione le giornate si fecero man mano più lunghe e luminose, e un giorno, quando l’aria si fece più tiepida, benché su quel vaso non giungesse nemmeno un raggio di sole, Samuel iniziò a vedere alcune foglioline spuntare e ricoprire come una peluria di velluto quei tristi sterpetti.

Da quel giorno egli seguì con trepidazione la lotta che quell’esile piantina combatteva giorno dopo giorno per sopravvivere, e quando una mattina aprendo gli occhi vide alcune di quelle foglioline intristire e qualche rametto accasciarsi ingiallendo, ne provò una tale pena da sentirsene male.

In lui nacque forte il desiderio di fare qualcosa per aiutarla, magari spostandola dove il sole avrebbe potuto darle vigore, ma le sue forze non gli permisero di scendere dal letto. Pianse per la sorte avversa che aveva colpito la sua compagna e fu così grande il dolore per quella perdita che il male riprese vigore facendolo scivolare in un lungo delirio comatoso.

Trascorsero molti altri giorni e quando ormai anche i medici cominciavano a perdere la speranza di vederlo guarire, il ragazzo riaprì gli occhi.

La prima cosa che volle fare fu di voltarsi verso la finestra per salutare la sua compagna, ma purtroppo l’irruenza luminosa del sole lo costrinse a chiuderli.

In quei pochi istanti mille pensieri affollarono la sua mente moltiplicando l’ansia, e quando finalmente trovò il coraggio di riaprirli e vide che alcune coraggiose foglioline erano riuscite ad affacciarsi verso il sole, egli proruppe in un alto grido di gioia.

Con quel poco di forze che erano tornate si alzò e raggiunse la finestra, versò nel vaso una piccola quantità d'acqua e poi tornò sfinito nel letto.

Nella solitudine dei pigri giorni della convalescenza, Samuel osservò con paziente trepidazione la lotta che la piantina sostenne per la conquista della luce e del sole… e allora anche lui volle vivere.

Da quel momento iniziò a combattere per conquistare la sua parte di sole, e quando guarì completamente, prima di uscire dalla stanza, si accostò ad accarezzare la piantina vittoriosa.

Quella piccola pianta gli aveva rivelato, finalmente, il valore della vita, gli aveva insegnato che anche per lui, sol che lo avesse voluto, fuori, nella lotta, ci sarebbe stata la luce e una mano amica pronta ad aiutarlo.

 

Alcuni anni più tardi Samuel lasciò il paese per seguire la sua strada.

In una delle sue tasche aveva la ritrovata fiducia e nell’altra una poesia dedicatagli da Emily Sparks, la sua seconda mamma;

 

 

Ora dove andrai ragazzo mio,

in quale parte del mondo?

Tu, il ragazzo che ho amato più di tutti,

io, la maestra zitella,

tu il vergine di cuore

in cui identificai tutti i figli mai avuti.

Seppi veramente conoscerti ragazzo mio?

Fui capace di donarti per intero l’anima mia?

 

Oh ragazzo, ragazzo!

Per te pregai e pregherò

in più di un'ora notturna di veglia,

ma ovunque tu vada lavora per il bene

e che tutta la scoria in te

possa cedere al fuoco…

fino a che non sia altro che luce,

altro che luce.

 

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Il posto dove nasce l'arcobaleno

 

 

(Copia)

 

 

Lucca, 23 Dicembre 1950

 

 

Carissimo direttore,

 

                 sapere che le mie storie hanno suscitato in lei tanto interesse mi ha piacevolmente sorpreso, e pensare che quelle pagine, scritte molti anni fa con l'unico scopo d’interessare i ragazzi delle mie classi, hanno rischiato più volte di andare perdute.

La prego, non me ne voglia se ora le procurerò una piccola delusione; ma ricorda quando l’invitai in campagna promettendole di farle incontrare uomini dalle antiche memorie? Ebbene gran parte di quei racconti sono brani di vita vissuta da gente semplice e meravigliosa, uomini e donne che hanno vissuto la loro vita con l’unico conforto di emozioni e sentimenti veri. Il mio merito, semmai ve ne sia stato, è quello di aver aggiunto a quelle memorie un pizzico della mia immaginazione.

Come le avevo promesso oggi stesso ho provveduto ad inviare l'ultima e per me la più cara di quelle storie, e se nel leggerla le sembrerà più fantastica delle altre, beh, non lo creda, poiché in quelle pagine (All'infuori delle ultime, nelle quali il sentimento ha reso omaggio al ricordo di una donna che ho avuto il privilegio di conoscere ed amare) non vi è un solo pensiero che non sia stato formulato o un atto che non sia stato compiuto.

La scrissi tre anni dopo la fine della guerra, in un momento in cui gli avvenimenti storici avevano reso gli uomini meno pronti a comprendere i sentimenti umani, e temendo che certi pregiudizi, allora correnti, potessero macchiarla di un colore che non meritava, scelsi di chiuderla in un cassetto.

Ora è sua, ma se posso permettermi un suggerimento non la pubblichi, attenda che certe riserve abbiano perduto la loro incapacità di comprendere.

Tutto ebbe inizio la mattina di Natale del 1946, il secondo che trascorrevo in ospedale.

Quella mattina vennero a farmi visita alcuni dei compagni con i quali avevo vissuto gli anni della lotta partigiana. Ormai ci si vedeva raramente, ma quel mattino vennero in molti, e tra le tante storie di gente libera che portarono con loro, ve ne fu una, quella del Nanni, che ci lasciò tutti sgomenti.

Il suo racconto seppe accendere nella nostra memoria il ricordo di un corpo minuto di ragazza di sedici o diciassette anni. Un fuscello tutt'ossa che sembrava l'essere più timido e indifeso della Terra.

Sicuramente per lei sarà una sorpresa, ma negli anni tra il 43 e il 44 ebbi il privilegio di guidare una formazione di partigiani un po' pazzi e male equipaggiati, e se dopo circa un anno di attività totalmente autonoma fummo inquadrati in una formazione regolare del Fronte Nazionale di Liberazione, lo dovemmo unicamente a quanto quel fuscello seppe fare per noi

È incredibile, ma quel piccolo capolavoro che Dio ci aveva inviato, seppe compiere il lavoro più pericoloso e più anonimo che quella guerra abbia conosciuto; la staffetta, e coloro che hanno vissuto la lotta partigiana sanno bene quanto quell'incarico fosse importante, e talmente pericoloso da non poter essere svolto che per brevi periodi dalla stessa persona.

Lei invece si accollò quel dovere per oltre un anno, compiendo a volte tragitti di decine di chilometri attraverso le linee nemiche.

Povera piccina era sempre pronta, mai un rifiuto, mai un lamento, anche quando si sentiva mortalmente stanca nascondendo a tutti noi la sua malattia, – “Sissignore, vado!” – rispondeva sgranando i suoi grandi occhi e tirando su con il naso come fanno i bambini.

Oggi di lei mi restano tre ricordi vivissimi; la sua folta chioma fulva, (Che amava tenere liberamente sciolta sulle spalle) un volto pallido sul quale spiccavano due grandi occhi perennemente velati di un’infinita tristezza, e quello del suo amatissimo orsacchiotto di stoffa.

Dio quanta dolcezza c'era in quel rapporto! Sembrava che in quella peluche dalle forme irriconoscibili avesse riposto quanto le era rimasto. Era il suo unico e gelosissimo compagno con il quale dialogava come se si fosse trattato di una persona. Lo chiamava babbo ed era sempre con lei, riposto in una tasca interna del suo giaccone logoro e malandato.

Quella bambina era un essere eccezionale che viveva in un candore al di la di ogni immaginazione. Pensi che non fummo mai capaci di farle toccare un'arma, e inoltre, dopo ogni scaramuccia con i tedeschi, non c'era verso di trattenerla dall'andare sul campo a controllare se vi fossero rimasti soldati feriti.

Eravamo così conquistati dal suo buon cuore che una volta per lei facemmo la cosa più insensata che un partigiano potesse pensare; ci fermammo in una capanna per curare due soldati tedeschi creduti morti. Lei ci pregò di allontanarci assicurandoci che ci avrebbe raggiunti al più presto, ma nessuno di noi se la sentì di lasciarla sola.

Per la verità, quella bimba cresciuta troppo in fretta, parlava poco e sorrideva pochissimo, ma quando piegava le labbra al sorriso, Dio solo sa quanta devozione sapeva suscitare. Era uno di quegli esseri che il sorriso illumina come sa fare soltanto un’esplosione stellare.

Ci cadde addosso in un limpido mattino di primavera, e per oltre un anno fu il nostro angelo custode.

Ricordo che sin dalle prime ore del giorno la osservammo salire lungo i valloni già tinti di verde. Sembrava fosse alla ricerca di qualcosa, e quando fummo certi che cercava noi tentammo di evitare l'aggancio.

Per qualche ora riuscimmo nell'intento, ma poi, per qualche misteriosa ragione, ce la trovammo davanti con quel suo visetto magro e spaurito.

Quando ci vide bardati con tutte le nostre armi ne restò terrorizzata, e dovemmo farle sparire perché, recuperata la parola, ci avvisasse di un rastrellamento che i tedeschi avrebbero effettuato in quella zona.

Tranne il Nanni nessuno di noi la conosceva, e sebbene lui preferì mantenere il silenzio, sui motivi per i quali cercò, in tutti i modi, d’indurmi a non prenderla con noi, io credetti a quel musino.

Non so dirle cosa mi spinse a prendere quella decisione, forse mi parve di leggere in quei suoi occhi profondi una richiesta d’aiuto, o forse, più semplicemente, qualcuno aveva deciso che le cose andassero a quel modo, ma sta di fatto che fu la scelta giusta, poiché soltanto grazie al suo sacrificio molti di noi sono tornati alle loro case.

Da quel momento divenne una di noi sbalordendoci per le notizie di prima mano che riusciva a procurarsi. (Soltanto alcuni mesi più tardi ebbi modo di scoprire che l'inconsapevole fonte di quelle informazioni era suo padre, (Professore di lingua tedesca) interprete presso il quartiere generale della Wehrmacht)

In quanto al suo carattere scontroso e timido, nessuno di noi riuscì mai a comprendere cosa nascondesse, lo capimmo quella mattina di Natale, quando il Nanni ci raccontò della piccola Cinzia.

Lui, il Nanni, al termine della guerra era tornato alla sua professione di medico in un paesino della media valle del Serchio, lo stesso dove Cinzia viveva con la nonna, e quando quella mattina di Natale quel figlio d'un cane terminò la sua storia, rimanemmo tutti in silenzio, chi a guardare il pavimento, chi il soffitto e chi fuori della finestra per non mostrare gli occhi lucidi.

Quella storia suscitò in me un così profondo sentimento di colpa, che non appena fui dimesso mi recai a far visita alla nonna di Cinzia.

Fui accolto da un'adorabile anziana signora alla quale confessai, non senza un certo timore, d'essere il responsabile delle ultime vicende della vita di sua nipote.

I suoi occhi chiari mi scrutarono a lungo prima di pronunciare una sola parola, e quando raggiunto il suo giudizio si appoggiò al mio braccio, invitandomi all'ombra di un pergolo d'uva fragola, seppi che mi aveva compreso.

– L'avete salvata. – Disse annuendo – Se non l'aveste ricondotta a Lucca probabilmente sarebbe volata in cielo con un grande dolore nel cuore

Volle che accettassi del pane e formaggio annaffiati da un buon bicchiere di vino rosso, poi, per tutto il tempo che le parlai di Cinzia, non pronunciò una sola parola.

Trascorremmo l'intera giornata all'ombra di quella pergola, dove quella dolcissima signora mi raccontò molto della vita di quel fuscello tutt'ossa, e quando il cielo assunse i morbidi colori pastello d'un fantastico tramonto, ed io mi accingevo a prendere commiato, estrasse da una delle tasche del suo grembiuleone un voluminoso quaderno dalla fodera nera.

– È il suo diario, – Mormorò guardandomi diritto negli occhi – l'unico amico che abbia mai avuto e al quale aprì totalmente il suo cuore. Lo prenda, vi troverà ciò che non sono stata capace di dire

– No, – Risposi tentando un rifiuto – appartiene a lei

– A me non serve più, ormai ognuna di queste parole è scolpita nel mio cuore

– Un diario è qualcosa di troppo personale per darlo ad un estraneo – Replicai tentando ancora di rifiutare

– Sono vecchia, ma non creda che non lo sappia, sono ancora capace di riconoscere l'amore, e lei amava mia nipote

– Eravamo in molti a volerle bene

– Lo so, era facile amarla, ma dopo suo padre lei è stato l'unico uomo al quale ha donato il cuore... e se ne sarà capace, in queste pagine riconoscerà il rimpianto per quelle parole che non è riuscita a dirle

In treno, durante il viaggio di ritorno verso Lucca, seduto sui sedili di legno di uno scompartimento vuoto di terza classe, mi calai in quelle pagine dove incontrai una bambina sola. Un angelo che con coraggio aveva descritto minuziosamente tutta la disperazione di un essere che giorno dopo giorno scopre la sua difficile diversità. Di come non riuscì mai a sentirsi donna, di come non volle mai arrendersi al destino, e di come combatté una battaglia che non la vide sconfitta.

Nel racconto non ho voluto cambiare né il nome e né la sua figura, giungendo perfino a trascrivere quelle che furono le sue emozioni. Inoltre ho tentato di dare dimensioni umane a due dei suoi sentimenti; l'amore per suo padre e quello che riversò su di una figura femminile che l'aiutò a vincere la sua battaglia.

Di quella singolare figura di donna ho preferito non pormi domande, e sebbene tutto lasci pensare ad una di quelle amorevoli allucinazioni, nelle quali la nostra mente si rifugia quando il dolore diviene insopportabile, una cosa è certa, ha davvero avuto una concreta rilevanza in questa vicenda.

Mi auguro soltanto d’essere riuscito a trasferire sulla carta tutte le emozioni che mi soffocarono quando lessi quelle pagine, scritte da una bambina che adorava suo padre e che per lui volle essere donna.

 

 

Il posto dove nasce l'arcobaleno

 

 

  La giornata era scivolata via lenta in un'atmosfera mite e fresca.

  Seduta nell'erba alta della collina, con un libro sulle ginocchia, da un po' Cinzia era intenta ad osservare il disco rosso del sole che, abbandonando lentamente il cielo, lasciava al crepuscolo e all'inquieto volo delle nottole tra i cipressi, il compito di chiudere il giorno.

  Quell'ultimo barlume scarlatto, che incendiando le basse nubi all'orizzonte rendeva il suo volto ancor più pallido e scavato, richiamò alla mente, in forma godibile, la buona fusione di linguaggio e d'ispirazione di quanto aveva appena terminato di leggere.

  Ma in luogo della malinconica quiete di Combray e delle sue case di pietra scura, le tornò il ricordo d'un uomo dipinto di una complicata filosofia che ne condizionava l'immagine; il barbuto professor Bacchelli, vecchio rudere e colonna del ginnasio, il quale, passeggiando su e giù per la classe, rammentava loro il giusto modo per giudicare una lettura;

 

  «Tra la fine di ogni lettura e l'inizio della riflessione, – amava ripetere – c'è un momento, che coincide sempre con l'abbandono dello sguardo dall'ultima pagina e il gesto conclusivo della mano che riconsegna alla carta la quieta sovranità, in cui affiora quel tanto che occorre a suggerire, al nostro sentimento, se quanto è stato appena letto ha l'impronta dell'indelebile, oppure il suo piacere è soltanto epidermico, superficiale e trasparente»

 

  Cinzia si abbracciò le gambe fremendo per quelle emozioni che credeva d'aver perdute, e mentre dal piano saliva l'aroma forte del grano appena raccolto, lasciò che lo sguardo scivolasse fin dove i campi erano già falciati.

  Avidamente assaporò quell’aria antica e satura di memorie, e benché la sera si annunciasse come una di quelle rarissime, in cui all'animo è concesso riunirsi all'infinito, ella sentì aleggiare in se un senso di vuoto crescente.

  Poggiò la fronte alle ginocchia e sospingendo la mente lungo il sentiero colmo di entità ormai sbiadite del breve solco della sua gioventù, rivisse, a tanti anni di distanza, periodi remoti della sua infanzia.

 

  «Le infinite e calde giornate d'estate, la scanzonata allegria, gli interminabili meriggi silenti tra i campi dorati…interrotti soltanto da lontani richiami senza risposte, i bagni nel Serchio rubati all'attenzione della nonna, le corse a perdifiato all'inseguimento di poveri e spaventati anatroccoli, le merende veloci con pane e risate, il profumo soave delle pesche nella fruttiera sulla tavola di una stanza in penombra, l'immensa stanchezza serale e le fresche carezze di lenzuola di ruvido cotone…trampolino obbligato dei suoi sogni infantili»

 

  Il latrato lontano di un cane richiamò al vero l'animo suo.

  Si alzò di controvoglia, raccolse il libro, le scarpe, e scalciando l'erba alta discese al piano.

  Lentamente percorse il viottolo che copiava la curva del fiume, sorprendendosi di come la stessa brezza, che poco prima stormiva fresca tra i cipressi, li, al piano, sembrava essersi chetata.

  Quel silenzio, rotto soltanto dall'indistinto rumore d'una lontana steccaia, pian piano placò l'angoscia che le opprimeva il cuore.

  – Dio non prendermi ancora, concedi a mio figlio la vita! – Gridò al cielo stellato – Lui non ti ho fatto nulla

  Affievolita dalla distanza giunse improvvisa una voce di donna…un richiamo seccato.

  – Toniooo! Ora sentirai il tu babbo!

  Cinzia si fermò in attesa che l'eco di quella voce si spegnesse.

  – Non risponderai, vero ragazzo? – Pensò tra se immaginando di vedere quel volto irrequieto, tinto di quel sorriso che distingue tutti i Tonio del mondo. Tutti con mille idee per la testa e tanta voglia di vivere.

  – E non fare il bischero, tornatene a casa. – Borbottò a bassa voce – Tanto quel che vuoi fare ora potrai sempre farlo domani

  Quando il silenzio tornò a riempir la notte, e il saltar dell'acqua riprese verso il mare, anche lei, trascinando i piedi, s'avviò dove l'aperta campagna scendeva verso il fosso.

  Superò la forra badando di non bagnarsi i piedi nudi, risalì l'erta dell'argine e scivolando poi senza fiato lungo il dolce declivio opposto, finì sotto il muro che cingeva il cimitero.

  Aveva percorso appena quattrocento metri ed era già in debito d'ossigeno. Una tosse stizzosa la costrinse ad appoggiarsi alla recinzione che divideva il loro podere da quello del vecchio “Anzi”, e quando tentò di saltarla finì bocconi sull'erba.

  Sedette massaggiandosi il piede dolorante.

  – Sei diventata una buona a nulla – Mormorò tra se mentre al chiarore della luna s'incantò ad osservare la sua casa immersa tra i pioppi

  Infilandosi le scarpe le venne di pensare alle lenzuola fragranti di lavanda che la nonna le avrebbe messo nel letto.

  – Dio ti benedica, – Mormorò – hai mantenuto intatta la mia infanzia

  In casa la nonna l'attendeva alla tavola apparecchiata, e quando lei entrò si guardarono per un lungo istante sorridendosi, poi, prima di avviarsi in cucina per lavarsi le mani, le inviò un bacio.

  Quando rientrò nella sala se ne restò ritta ad assistere la nonna nell'orazione.

  Per un istante si rivide attorno a quella stessa tavola con tutta la famiglia, quando piccina assisteva alla preghiera e le veniva sempre di grattarsi il naso, e lei, la nonna, guardandola da sopra gli occhiali, con un cenno del capo le dava ogni volta il permesso di grattarsi.

  Anche allora le venne il prurito e guardò la nonna, che annuendo le sorrise... e lei si grattò.

  Iniziarono a mangiare in silenzio.

  La minestra brodosa era ancora calda.

  – È buona? – Domandò la nonna

  Cinzia sollevò gli occhi dal piatto – Si – Rispose annuendo

  Per un istante si guardarono, poi Cinzia chinò il capo sul piatto per mascherare la commozione.

  In quell'attimo la mente si colmò dei ricordi di Lucca, e come vividi affreschi rivide gli ultimi anni della sua vita.

 

  «I sogni rimasti chiusi nel cassetto, la sua frenesia, le incomprensioni, i primi dissidi in casa, il tormento per la sua diversità e l'atroce certezza di non essere una donna. Il terrore che gli altri lo scoprissero e le meschine bugie per nasconderlo, gli studi interrotti, la prima sigaretta, il Capitale e la Rivoluzione d'Ottobre. Gli stimoli sempre più esigenti che la distruggevano nel morale, i tedeschi, i partigiani, le ricerche senza sapere cosa cercare. Saffo…e la scoperta di non sapere più né piangere, né pregare. La paura delle notti in montagna con l'orsacchiotto stretto al petto, due dita di latte con poche briciole di buccellato. La tosse che la lasciava ogni volta senza fiato, la solitudine sconfinata nelle valli, dove l'eco era l'unico compagno con cui parlare…e tanto freddo nel cuore»

 

  – Nonna! – Sussurrò tentando un sorriso difficile – Ricordi che monellaccio ero?

  – Eri il mio scannagrilli…Dio bimba… ma quanto tempo è passato?

  – Ero la tua disperazione

  – Ti sbagli! Non mi disperavo per quello che combinavi, ero disperata quando mi mancavi…come oggi, al tocco…Ti aspettavo per desinare

  – Oh nonna…lo vedi? Non sono poi tanto cambiata se ancora ti faccio disperare

  – Cosa ti ha tenuta lontana da me?

  – Ero sul poggio…Ricordi quante volte mi hai rincorsa fin lassù?

  – Era il tuo rifugio – Sussurrò la nonna sorridendole

  – Si…lassù ho ritrovato tutti i miei più cari amici; Proust, i cipressi…e quella bimba che ti faceva disperare

  – Li hai rivisti volentieri?

  Cinzia annuì – Con loro ho rivissuto i momenti felici della mia infanzia

  – Li avevi dimenticati?

  – No, li ho sempre avuti qui, nel cuore, ma mi mancava l'aria di casa mia per renderli vivi…Ora sono felice di morire tra le cose che mi hanno concesso amore

  – Ssst…Non parlare così. Il mio scannagrilli non morrà, ora potrai curarti

  – Non esiste cura al mio male

  – Ma dov'è finita la mia coraggiosa bambina?

  – Non lo so nonna, non lo so. L'ha uccisa questo male che fa paura

  – A me non ne fa

  – Oh nonna, sapessi! Il mondo non mi vuole

  – Ssst, non parlare, finisci di mangiare

  – Anche i compagni con i quali avevo scelto di combattere n'ebbero paura

  – Chi erano? Li conosco?

  – Soltanto il Nanni, gli altri erano tutti bravi ragazzi che amavano questa nostra terra

  – Hai vissuto con loro?

  – Per un po', ma poi il mio male li costrinse a fare una scelta – “Devi tornare in città” mi disse “Hai bisogno di cure che noi non possiamo darti”

  – Chi lo disse?

  – Lo chiamavano Berto, ma non so se quello fosse il suo vero nome. Tutti avevano un nome di battaglia

  – Ne avevi uno anche tu?

  – Si...mi chiamavano piccola

  – Com'era questo Berto?

  – Buono, gentile. Con lui era facile essere sincera. A volte si privava della sua razione per darla a me

  – Perché lo faceva?

  – Diceva che dovevo crescere, e che per diventare grandi si deve mangiare molto. Anche con gli altri avevo un buon rapporto, ma con lui era diverso. Uno dei ragazzi mi confidò che prima di salire sulle montagne era stato un insegnate

  – Hai saputo più nulla di loro?

  – No. Li ho cercati, ma di quel gruppo nessuno ha saputo darmi notizie

  – Hai chiesto al Nanni?

  – Non sono più andata in paese

  – Domani andremo da lui. Ora ha uno studio medico... Dio non può averli dimenticati

  – Volevo bene a quei ragazzi. Erano la mia famiglia

  – Anche loro te ne volevano?

  Cinzia annuì sorridendo.

  – E lui? Berto, te ne voleva?

  Cinzia tornò a sorridere guardando la nonna.

  – A volte, quando eravamo soli, diceva che a guerra finita avremmo dovuto parlare di cose importanti

  – Sono stati bravi con te?

  – Oh nonna! Non bestemmiare…per loro sono stata una sorella

  – Anche per lui?

  – Non lo so, – Sussurrò dopo un attimo di esitazione – si preoccupava per me, mi aiutava, e quando c'era pericolo pretendeva che restassi indietro. La volta che rientrai da una missione con molto ritardo mi prese tra le braccia e piangendo mi chiese scusa per quello che mi costringeva a fare

  – Cosa ti costringeva a fare?

  – Non pensare al male, lui si preoccupava per i pericoli che correvo in montagna

  – Scusami, sono una vecchia pazza, e poi?

  – Mi tenne stretta a se dicendo che se non fosse stato per la guerra sarebbe stato capace di rendermi una donna felice…Perché scuoti la testa?

  – Perché posso comprendere quanto deve essergli costato separarsi da te

  – Forse è stato meglio così

  – E tu cosa provavi per lui? Ne eri innamorata?

  Cinzia si strinse nelle spalle.

  – Mi piaceva il suor sorriso. Di lui amavo la cortesia e soprattutto la sua intelligenza. Avevamo molte cose in comune

  – E il tuo cuore? Cosa diceva il tuo cuore?

  – Allora il mio cuore non sapeva riconoscere l'amore per un uomo. Il babbo era stato l'unico uomo di cui fossi mai stata innamorata, e suppongo non debba trattarsi dello stesso sentimento

  – Quel ragazzo ti amava, e avere scelto di riportarti in città è stato un atto d'amore – Proseguì la nonna

  – Si, ma lo compresi un attimo troppo tardi. Sapessi quante volte ho creduto d'essere stata tradita

  – È sempre molto difficile comprendere i sentimenti degli altri

  – La mia mente seppe trovarne mille di giustificazioni, ma il mio cuore nemmeno una…lui soffrì come quello di un animale abbandonato

  – Al suo posto avresti preso la medesima decisione

  – Oh no, non lo avrei mai fatto, e se fosse morto lo avrei tenuto tra le mie braccia pregando Dio di ricongiungermi a lui

  – Ecco, lo hai appena detto, questo è amore. Si, tu lo amavi

  – Oh Dio! Ed io che non ho saputo dirglielo – Singhiozzo Cinzia scoppiando in lacrime

  – Non devi fartene un cruccio, non è facile per nessuna donna mettere a nudo la propria anima. Però esistono alcuni uomini capaci di leggere nei nostri occhi, e se lui era uno di loro, allora ha compreso ciò che avevi nel cuore

  – Perché non mi ha tenuto con se?

  – Perché ti amava e desiderava che tu vivessi. Lassù saresti potuta morire

  – E tu credi che a me sarebbe dispiaciuto? La vita era l'unica cosa che potevo offrirgli in cambio del suo amore

  – Non bestemmiare, la vita che ci è stata donata non ci appartiene, a noi spetta soltanto viverla

  – Quei ragazzi non mi hanno mai fatto sentita diversa, non dovevo vergognarmi come invece accadeva in città

  – Tesoro perché dici queste cose? Sai che non è vero

  – È vero nonna. Io non sono mai stata nulla per nessuno. Quello che invece facevo per loro mi rendeva felice. Avessi visto quanto entusiasmo c'era nei loro occhi. Non avevano paura di nulla, ed io ero una di loro. Magari Dio avesse voluto me al posto di tanti compagni che avrebbero avuto il diritto alla vita

  – Tu hai lo stesso diritto alla vita di chiunque altro

  – Oh nonna! Quella che ho vissuto non è stata vita. Tu l'hai vissuta, i tuoi figli…non io. Tu mi conosci, sai come sono fatta, in me c'è troppo orgoglio per accettare il sacrificio di altri

  – Il tuo non è stato orgoglio, ma qualcosa di più grande…è stata comprensione, amore

  – Trascorsi un'intera notte pregando Dio di riprendersi la mia vita, ma neppure lui mi volle. E quando la notte successiva mi lasciarono alle porte di Lucca con il denaro e il nome di un medico che avrebbe avuto cura di me, mi sentii morire

  – Posso immaginarlo piccola cara

  – Non puoi nonna, non puoi neppure immaginare il senso di quella parola. Io la compresi quando la Gestapo mi prese sulle mura

  – Cosa ti hanno fatto?

  Cinzia si strinse nelle spalle – Nulla che valga la pena d'essere raccontato

  – Conosco i loro metodi. Ti hanno fatto del male?

  – Non mi hanno tolto la vita, si sono presi soltanto la mia anima

  – Dove ti hanno tenuta?

  – Nel mio vecchio ginnasio assieme ad altre donne

  – Come riuscisti a fuggire?

  – È una storia bellissima ma che mi pesa sulla coscienza come un macigno…Mi aiutò un ragazzo della Wehrmacht…Era bravo, gentile, mi confidò di essere innamorato di una ragazza del luogo…e per avermi aiutato ha pagato con la vita il suo gesto di umanità

  – Lo hanno ucciso?

  – Si, fu fucilato al posto mio, ma io lo seppi quand'era troppo tardi. Se non fossi fuggita lui e la mamma avrebbero potuto salvarsi

  – Non metterti strane idee per la testa, chiunque avesse osato sfidare quelle bestie metteva coscientemente in gioco la propria vita. Quando tuo padre uscì dal carcere venne da me per qualche tempo, ma di te disse di non avere notizie

  – Scommettiamo che le lenzuola che hai messo nel mio letto profumano di lavanda? – Chiese Cinzia per evitare di dare una risposta difficile

  – Quando riuscisti a fuggire tornasti in montagna? – Insisté la nonna scuotendo il capo

  – No, restai per un po' in casa di Bettina, ti ricordi di lei?

  – Si certo, ma tuo padre non ti cercò?

  – Sai nonna, non si ha l'animo sereno quando si esce dalle mani di quella gente

  – Ma ti cercò?

  – No, – Mormorò lei scuotendo il capo – andai io da lui

  – Perché non restasti in casa?

  – Non era prudente, avrebbe corso troppi pericoli

  – È la verità? – Chiese la nonna guardandola negli occhi

  – Si – Mormoro lei abbassando i suoi sul piatto

  – È la verità? – Ripeté la nonna

  Cinzia tornò a sollevare lo sguardo su di lei e scosse il capo – No. – Sussurrò dopo qualche attimo di silenzio – La verità è che non volli rimanere

  – Tu non volesti restare con tuo padre? Tesoro, ma cosa dici? Lui è sempre stato il centro del tuo mondo. Perché? Voglio la verità!

  Cinzia si morse un labbro prima di mormorare con un filo di voce

  – Non potevo restare, ormai era tutto cambiato

  – Cosa era cambiato?

  – Non lo so nonna, non lo so – Singhiozzò lei

  – Oh no! Non è possibile, non può averti lasciato andare, non tuo padre

  – Non essere severa con lui, era colpa mia se eravamo cambiati. Io lo avevo tradito, gli avevo strappato il suo amore. E questo non potrò mai perdonarmelo

  – Bisticciaste?

  – No, sapevo di avergli fatto un grave torto, però trovai il coraggio di chiedergli di perdonarmi – Cinzia soffocò a stento un singhiozzo – Ma lui mi chiamò donnaccia, disse che ero l'errore della sua vita e che la mamma sarebbe morta a causa mia. E questo non riuscii a sopportarlo

  – Ma non è vero! Tua madre era ebrea, e se tu fossi rimasta in quel carcere avresti fatto la sua stessa fine…fu lui a scacciarti?

  – No, fui io ad andarmene. Dovetti lasciarlo quando mi chiese di fare i nomi dei miei compagni

  – Ma era impazzito, non può essere possibile! Non aveva il diritto di farti questo

  – Mi disse che se avessi rivelato i loro nomi avrebbe potuto salvare la mamma

  – Maledetto! Maledetto sia il giorno che lo concepii. Oh amore mio…potrai mai perdonarci

  Cinzia le prese le mani tra le sue e le portò alle labbra – Ti prego nonna non dire così…io amo il babbo

  – Tu lo ami…ma non lo merita…Con quella richiesta ti ha rovinato l'esistenza

  – Lui non ha fatto che mettermi di fronte alle mie responsabilità. Io sono la responsabile, e mi sono maledetta per non aver rivelato quei nomi

  – Ssst…e ti sei chiesta cosa sarebbe accaduto a quei ragazzi e alle loro famiglie? No, se lo avessi fatto avresti tradito loro e te stessa…e comunque non avresti potuto salvare tua madre. Quelle belve non lasciavano ebrei vivi alle loro spalle

  – Il babbo aveva accettato di collaborare con loro per salvare la mamma…ma ti giuro che non lo sapevo, non volevo fare loro del male

  – Ma cosa dici, tu hai dato ascolto alla tua coscienza

  – Di quale coscienza parli? Io ho ucciso mia madre e l'amore di mio padre…Ho pensato soltanto a me e al mio stupido orgoglio

  – Ma cosa è accaduto a questo mondo? Come può averti fatto questo, tuo padre ti adorava.

  – Si, ma è stato tanto tempo fa…Quando rifiutai di fare quei nomi mi disse di non avere più una figlia…e da allora per lui sono diventata qualcosa da disprezzare. Io gli volevo bene, ma non sapevo più come dirglielo. La notte sognavo un suo sorriso, un abbraccio, una carezza…ma quando lo incontravo per via nei suoi occhi c'era soltanto indifferenza

  – Chi si prese cura di te?

  – Oh nonna! Chi vuoi mi tenesse con se, ero ricercata dai tedeschi ed ero malata

  – Dove andasti?

  – L'unica a restarmi amica fu Bettina, ma dovetti lasciarla per non mettere a rischio la sua famiglia. Non sapevo dove andare, non avevo più nessuno. I compagni di un tempo erano lontani…Oh nonna scusami, ti sto annoiando con i miei problemi

  – Tu non mi hai mai annoiata. Continua ti prego

  – Un'altra volta, ora mi è difficile parlarne

  – Una volta mi confidavi i tuoi pensieri

  – Non tutti nonna, non tutti

  – Non avevo bisogno che parlassi per capire i tormenti del tuo cuore

  – Oh nooo! Tu avevi compreso, ma come potevi tenermi tra le braccia, tu mi amavi

  – E ti amo ancora. Il mio cuore è colmo di te

  – Dio mio! Ed io che non l'avevo capito

  – Ti ho visto combattere la tua battaglia da sola, e sapessi quante volte avrei voluto donarti la mia anima

  – Vedi di quanti errori è costellata la mia vita? Sono una buona a nulla

  – Tu sei un angelo caduto sulla Terra

  – Oh nonna! Sei sempre riuscita a farmi sorridere

  – Cosa hai fatto tutto questo tempo? Dove sei stata?

  – Non è una storia da raccontare

  – Ti prego

  Cinzia scosse il capo – Ti ferirei

  – Nulla di te può ferirmi

  – Ti prego nonna, non permettermi di parlare

  – Soltanto dividendo il tuo dolore con chi ti ama riuscirai a sopportarlo

  – Ti prego, no

  – Coraggio, io ti amo

  – Dio mio aiutami – Sussurrò Cinzia serrando gli occhi per trattenere le lacrime – Quando lascia il babbo mi nascosi in campagna

  – Avevamo molti amici

  – Si, ne avevamo, ma finsero tutti di non conoscermi. Sai cosa facevano a chi aiutava i partigiani

  – Lo so…Avanti, continua

  – Ti prego nonna, per favore

  – Tesoro voglio dividere con te il tuo dolore

  – Per te sarà il più difficile da accettare

  – Nulla in confronto a ciò che ti hanno fatto. Avanti amore mio, lava il tuo cuore

  – Ho paura che tutta l'acqua della Terra non potrà mai togliermi di dosso la sporcizia in cui ho vissuto

  – So chi sei, nulla può sporcarti

  – Nonna smettila! Non sono un angelo, ho ceduto il mio corpo! – Urlò Cinzia

  La nonna la guardò sorridendole

  – È stato questo il prezzo della tua vita?

  Cinzia chiuse gli occhi scuotendo il capo

  – Fu per salvare tuo padre?

  – E per non tradire i miei compagni

  – Dunque in quella scuola…

  – Non riuscirono con le torture, e per punirmi mi obbligarono ad intrattenere i soldati che tornavano nelle retrovie

  – Bestie schifose, ma non ci sono riusciti, non ti hanno sporcata – Sussurrò la nonna con voce fredda serrando i pugni

  – L'hanno fatto nonna, mi hanno insudiciata quando condussero il babbo in quell'orribile camerata. Oh nonna perdonami!

  – Tu non hai nulla di cui chiedere perdono

  – Ora capisci perché il babbo non poteva tenermi con se, tutti sapevano cosa avevo fatto alla mia famiglia

  – Che vigliacchi, ma tu Dio, dov'eri!? – Urlò la nonna

  – Ti prego nonna calmati. Ora sono qui con te

  – E dopo dove andasti?

  – Non sapevo dove andare, non avevo nessuno a cui chiedere aiuto, ed io non sono mai stata capace di chiedere, mi conosci. Dio quanta vergogna ho provato. Ti prego nonna non piangere

  – A tuo padre non sarà sufficiente l'intera vita per chiederti perdono

  – Ssst, non dire così, che colpa ne ha il babbo? È mia la colpa, sono io che ho sbagliato. Come sarebbe stato più semplice se invece di spingermi fra le onde dei miei guai Dio avesse voluto riprendermi. Ho speso tutti i miei anni mentendo e sorridendo pur avendo l'inferno nel cuore. Sono stata io a tradirlo, lui voleva una figlia da amare, e invece ha avuto me

  – Povero amore mio, cosa ti abbiamo fatto

  – Se fossi stata come le altre ragazze sono sicura che avrei saputo conquistarlo

  – Ssst, tu sei una figlia adorabile

  – Io sono quella che dovevo essere, ma ti giuro che per amore del babbo ho soffocato la mia natura, sono morta pur di non tradirlo, e non ho cessato un solo attimo di volergli bene

  Cinzia s'interruppe singhiozzando.

  – Non mi hai detto tutto, vero? – Chiese la nonna

  Cinzia scosse il capo – Poi vennero gli americani con il pane bianco e i loro dollari con i quali comperavano tutto, e io non ebbi il coraggio di tornare da lui. Non volevo credesse che tornavo per prendermi delle rivincite, ma soprattutto perché non ero più degna del suo amore

  – Non hai pensato a me?

  – Oh si! Mille volte ho pensato a te. Tu eri il ricordo pulito che poneva la mia mente al di la delle cose brutte in cui vivevo

  – Perché hai deciso così tardi? Dovevi venire subito

  – E non rivedere più il babbo? Non potevo. Lui era il ricordo di un mondo che non volevo perdere. Sapevo di condurre una vita miserabile, ma almeno potevo accarezzarlo con gli occhi ogni volta che usciva di casa. Dio solo sa quanto ho cercato il coraggio per andargli incontro, ma me n'è sempre mancata l'anima. Su quella piazza sono morta centinaia di volte senza che lui se ne sia mai accorto. Poi un giorno accadde qualcosa di straordinario

  – Un miracolo?

  – Non lo so…ma tu non credermi pazza…è accaduto veramente

  – Oh lo so, lo so…a volte Dio si ricorda di noi…Vai avanti

  – Vivevo a San Rossore assieme ad altre donne. Ragazze splendide alle quali non facevo paura. Mi adottarono, aiutandomi a sopportare la malattia che in certi giorni non mi permetteva neppure ad alzarmi dal letto. Ero disperata, capivo che stavo morendo, ma non volevo morire come un animale. In me c'era tanto amore che avrei potuto creare universi interi, ma non sapevo a chi donarlo. Una mattina mi feci forza e mi misi in viaggio per Lucca, volevo rivedere il babbo, ma lungo la strada mi sentii male. Per fortuna passarono dei carri con della buona gente che mi portarono a Lucca. Ero talmente debole che trascorsi la notte sulle scale di San Paolino. Quando fece giorno volli entrare per chiedere perdono a Dio. Desideravo che mi dicesse perché mi aveva resa diversa dalle altre donne. Fu difficile, non credevo più in lui, ed ero certa che non mi avrebbe ascoltata. Restai per delle ore ad osservare i giochi di luce sull'altare senza riuscire a pregare, e quando uscii tornai a piangere sulle scale. La gente passava senza neppure guardarmi…poi una donna mi mise dei soldi in mano. Dio quanta vergogna provai, avrei voluto morire…E invece sentii qualcuno sedersi al mio fianco e cingermi le spalle con un braccio. Era una giovane donna che indossava strani indumenti. Aveva capelli neri come la notte e il volto talmente pallido da sembrare trasparente. Forse non era ancora una donna, ma in lei c'era qualcosa d'immenso. Tra le sue braccia sentii svanire ogni mia paura…Parlammo…no…non è esatto, io potevo udire i suoi pensieri e lei i miei, ma non parlammo mai. A lei confessai cose che non avevo mai confidato a nessuno. Fu bellissimo, la sua presenza mi donò un vigore mai conosciuto, con lei vissi in un mondo popolato di colori…Io non so cosa fosse, ma se quella era la felicità, allora io l'ho conosciuta. Quando ripresi coscienza di me eravamo ancora sulle scale, si era fatta notte

  – Qual è il tuo nome? – Le chiesi

  – Non ho un nome, ma se vuoi puoi chiamarmi Angelo, – Rispose – e da oggi il tuo è donna

  – Posso restare con te?

  – Le nostre strade seguono direzioni diverse, e tu dovrai proseguire con le tue forze, ma se avrai bisogno di me chiamami

  – Dove posso mai andare se nessuno mi vuole

  – Torna dov'è iniziato il tuo arcobaleno, li troverai quello di cui hai bisogno

  Poi mi baciò sulla fronte, ed io restai a guardarla scendere le scale, attraversare la strada e scomparire nell'oscurità.

  Fu allora che sentii nascere in me uno stato di mitezza suprema che tramutò le mie ansie in una pace assoluta, e sebbene fossi cosciente d'essere tornata sulla Terra, compresi di non essere più la stessa...capisci nonna? Ero un'altra persona che possedeva sentimenti mai provati prima. Il mio cuore sembrava essere impazzito, e piansi quando compresi d'essere finalmente una donna vera, e non più un angelo caduto dal cielo. La mia mente si era finalmente fusa con il corpo e non ne provavo più paura. Avrei abbracciato il mondo, ma era notte e in strada non c'era nessuno. Fu allora che presi la decisione di tornare dove avevo lasciato la Cinzia migliore.

  – Chi era quella donna?

  – Non lo so, per la verità dubitai perfino di averla vista. L'unica cosa di cui sono certa è che da quella sera in questo corpo vive