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Daniele D'Arrigo

IL DIARIO DEL MINOTAURO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL DIARIO DEL MINOTAURO

 

 

 

UNO

“LI-BE-RA-TE-LO!” “LI-BE-RA-TE-LO!” “LI-BE-RA-TE-LO!”

Non ricordo con quale pensiero mi sono addormentato, ma l’emozione di quando mi sono svegliato, quella sì. Paura. Anzi, terrore. Il cuore batteva come un martello. Nelle orecchie risuonava il coro sillabato: “LI-BE-RA-TE-LO!”. In quel grido ho sentito gente amica e sconosciuta: tanta, una folla. Ho scelto lo spiraglio di un muro e con fatica ho riconosciuto, protetta dalle grida e lenta nei passi, Pasifae, mia madre. Marciava senza voce e sorretta ai lati. Le labbra serrate in una smorfia e lo sguardo fisso verso il muro. Sfilava insieme al corteo davanti alla mia prigione. Avanzava lungo la mia fossa.

Mi sono stropicciato gli occhi per spegnere il sogno e zittire il coro. Ho comandato al cuore di smetterla, che adesso mi sarei ripreso. Non ci sono abituato a sentire la paura. Al contrario, conosco bene la paura degli altri, la paura che la gente ha di me e che annuso subito negli occhi. Ho smesso presto di rassicurare chi mi vedeva per la prima volta, tanto non serviva a niente, né a smorzare la mia pena né a cancellare il loro spavento. Da anni lascio che la gente mi tema, senza sospettare che sono io a temere il peggio. Esiste peggior sorte, per un essere vivente, che essere scansato da chi vive con te? Spiato con brama morbosa? O sentirsi disperato e solo anche tra le braccia della madre?

 

 

Io sono il Minotauro. Io sono il mostro di Creta, corpo di uomo e testa di toro. Figlio di colpevole amore di regina. Oggi, quando mi sono riavuto non capivo dove fossi. Dov’ero finito? Dove mi sono svegliato?

Dopo il sonno di un giorno, due… tre ….chissà quanti, questo è il mio primo risveglio da prigioniero. Ricordo ancora poco, ma so e sento che sono prigioniero. S’invoca forse in sogno “LI-BE-RA-TE-LO!” per un essere libero?

Sento un forte dolore alla testa. Un dolore a grappolo che mi scuote ogni angolo di questa dannata testa. Di questo ferale muso. Sicuramente mi hanno stordito con un filtro che ho bevuto nell’inganno. Non posso toccarmi neppure la punta delle corna senza sentire male. Una pena sorda che dal centro della fronte si allarga fino al centro del cranio. Le froge sono umide di rabbia accumulata in questo sonno imposto. Soffio mentre scrivo, e sulla bocca premo il dorso della mano per ricacciare i singhiozzi. Mai si crede che una bestia pianga, che un mostro soffra. Ma per metà sono umano e allora, con questa parte, mi è concessa qualche mezza emozione: giusto?

 

 

Non succede nulla che non sia desiderio degli Dei e già sono stufo di dolermi per questa nuova situazione.

 

 

 

 

DUE

Oggi ho fissato a lungo queste bacchette e questi pochi rotoli di pergamena. L’impulso è stato sbriciolare ogni cosa. Cancellare la richiesta simbolica di memoria che mi hanno rivolto. Esigono un ricordo scritto da me per mettere agli atti. Una traccia aurorale della mia prigionia da lasciare ai posteri, perché dei posteri è il giudizio più equanime sugli umani che non sono più. I coevi tra loro diffidano. Sanno, molti, di commettere un atto empio, ma non sanno discernere il coraggio dalla paura. Si accodano ai potenti, si accodano a Minosse. La sua mensa è la mensa del re e come sempre la più ambita.    

Divorare tutto e vomitare sulla loro pietà. Non l’ho fatto. Forse il materiale è qui solo perché qualcuno ha voluto ci fosse, e non già perché lo usassi. Perché conosce il conforto che sempre mi ha dato lo scrivere i pensieri. Se lo uso è una mia scelta, una mia responsabilità. Nessuno desidera in realtà una memoria di me, del mostro specchio dei loro atti. Al contrario. Chi ha ordinato di chiudermi con l’inganno in questo labirinto desidera che di me non resti niente. Che la polvere e la guazza siano il mio definitivo giaciglio. Da qui alla fine. Chi mi ha gettato in queste spire dell’ingegno non mi ha dato il sangue. Attende impaziente che mi consumi perché nessuno si ricordi di me e dell’onta che ho prodotto. Non uomo non donna dovrà sapere del mio passaggio su questa terra, sopra questa isola, lungo questo regno.

Darei la vita che mi resta per camminare ancora una volta sulla terra dura e assolata dei miei sentieri. Per fermarmi su un dirupo senza essere visto e mugghiare alla schiuma delle onde. Per annusare la brezza salata sollevata dall’acqua. Darei la vita che ho per sentire ancora sulla pelle il brivido di bella solitudine. Solo, però libero.

 

 

Sono figlio di questa terra e non io ma la mia terra desidera che resti traccia di me. Chi ha voluto che la potessi trasmettere, lasciandomi il materiale sapeva che mi sarei preso questa consolazione. Non ha sbagliato perché mi ha partorito, ma non conosce il coraggio di amarmi alla luce del sole, per quanto mi abbia desiderato. Mi protegge e non consente che mi uccidano, ma fa tutto proteggendosi a sua volta. Nascondendosi dietro un corpo diventato pietra per chi lo desidera.

Dunque non esito a usare bacchette e pergamena per scrivere quello che mi succede. Penserò anche a trovare un rifugio sicuro per i miei rotoli. Non è sano costruire una tana nella mia prigione, mettermi ai patti con il mondo che mi ha escluso, ma non ho scelte se desidero che un giorno qualcuno sappia cosa provasse l’uomo bestia, cosa pensasse il mostro di Creta. Voglio che te lettore, adesso, legga i pensieri e le emozioni del Minotauro.

 

 

 

 

TRE

Non mi sono ancora abituato a vivere dentro un labirinto. Una stalla sarebbe meno umiliante. Questi sentieri illudono gli occhi e ingannano il passo. Non ci si abitua a vivere come pretendono gli altri. Se lo facessi avrebbero ragione loro. Devo resistere, senza arrendermi a morire restando in vita. Non so cosa sia la morte e certo ne ho spavento, ma quanto sto vivendo mi sembra prossimo alla morte, perlomeno alla rappresentazione che me ne sono fatto. Nonostante quello che sono, nonostante non possa condividere il mio sentirmi umano con gli umani perché il mio essere bestia li terrorizza, ho sempre desiderato vivere. Ho sempre sperato qualcosa e posso dirlo, ho amato questo mio essere al mondo. Alla fine sono un essere speciale perché dalla passione escono solo sorprese speciali, e io sono sceso nel mondo per mano della passione.

 

 

 

 

QUATTRO

E’ passato del tempo da quando mi hanno rinchiuso nel labirinto come un vuoto a perdere. E’ passato del tempo ma cammino ancora cauto. Guardo avanti, dietro, ai lati, mi spingo ora per un sentiero ora per un altro, e sempre le pietre tiepide fermano il cammino. L’orizzonte che ho davanti è fatto di muri ben più alti di me. Cammino e torno sui miei passi in continuazione e presto sono stanco. I muri non li abbatto, mi ci appoggio con le spalla e scivolo fino a terra, dove la luce non arriva. Da sotto in su guardo il cielo, che i muri alzano ancora di più e tagliano a fette. Osservo le migliaia di pietre che mi si parano allo sguardo. Le tocco, le liscio con il palmo e poi con il dorso delle mani e con i piedi. Le une sono alle altre necessarie. Ogni pietra si posa su una pietra e appoggia sulla vicina e così fa ognuna, formando poco a poco un insieme irripetibile. Soltanto mani sapienti hanno potuto riconoscere e stabilire di ogni pietra il proprio posto. Queste pietre affettano il mio mondo in porzioni di illusorie possibilità, eppure mi sono amiche. Mi proteggono. Questo è un segno della mia debolezza: comincio ora a riconoscere e ad accettare la mia prigione. Non vorrei, ma è quello che succede.

Conosco chi mi ha messo qua dentro, ma è come se non volessi più saperlo. Mi fa male. Com’è stato possibile ridurmi in questa condizione? Se questo labirinto è una prigione, e lo è, dove i sentieri si assomigliano e ogni volta ci si inganna credendo di uscirne, dico, se mi hanno messo qua dentro, qualcosa ho fatto. Ma cosa? E contro chi? Ho forse chiesto io di essere quello che sono? Di rovinare i loro sonni?

E se esisto, esiste un prima di cui non rendo conto, eppure lo fanno pagare a me. Maledetti, maledetti o voi gente di Minosse che temete la carne della vostra carne, lo sguardo del vostro piacere. Sono dunque la vostra vergogna. Che gli Dei ascoltino la vostra disperazione e vi accontentino nelle più nere richieste.

 

 

 

 

 

CINQUE

Oggi un solo pensiero. Di qui uscirò, vivo o morto.

 

 

 

 

SEI

Mi sono smarrito. Perso. Sono rimasto a lungo con gli chiusi, ma neppure il buio dà conforto. Poi non vedo più buio. Non vedo niente. È così che mi smarrisco ed esco da qua. Dalla mia prigione. Ho scoperto questo, ma non è facile far sì che duri a lungo. Non è facile proteggersi nello smarrimento.

 

 

 

 

SETTE

Stamani mi sono svegliato con l’immagine di Arianna, mia sorella. Stringeva un filo che le avanzava da dietro e tratteneva l’indice sul naso per zittire le amiche e indicarmi: questo sono io, suo fratello. Ma piano, fate piano, ha detto loro, che potrei girarmi e sorprenderle. Spaventarle a morte. Ecco, l’ho fatto. Ho mostrato alle amiche di Arianna ciò che nei sogni a occhi aperti si chiedevano. Stupore e panico. Via di qua, anime impure, corpi che neppure comprendete.

 

 

 

 

OTTO

Con questo giorno ancora un solo pensiero: di qui uscirò. Uscirò dal labirinto. Vivo o morto. E ora la vendetta: chi deve, paghi.

 

 

 

 

NOVE

Dopo tutto, dopo tutto sono e mi sento prigioniero. Ho smesso di usare misure per calcolare il tempo che scorre. Mi è indifferente dove il sole si alza, dove la sere compie la parabola. Non desidero avere nulla, solo questo odore di carne nel naso e nel cuore il mio unico compagno. La mia sicurezza: uscirò di qua, vivo o morto.  È deciso. Non è più la ragione che parla, ma il corpo. E quando il corpo s’impone finisce il tempo dei compromessi, delle inutili messe in scena tra sé e sé. Il corpo ha una sua verità e con quella non si torna indietro. Quella è: uscirò dal labirinto.

 

 

 

 

DIECI

Alla fine è successo. Hanno costretto nella mia prigione sette fanciulle e sette giovani, tutti maestosi nei corpi scolpiti senza danno. Benché fossi sempre più stanco, sempre più lento, ho compreso subito il sacrificio e la mia parte in questo sacrificio. L’ho colto nello sguardo di terrore dei giovani e di orrore nei miei occhi. Bene, dico loro, la storia ci dà questa opportunità. Cogliamola. Non capivano. Qualcuna si copriva il viso con le mani. Qualcuno sforzava un’aria di minaccia. Altri gli occhi a terra piangenti:

No, ho detto, non capite. Non voglio il vostro disprezzo addosso, non voglio vivere di voi, ma rinascere dentro di voi.

Non capivano, non capivano che ora, di qui a breve, nella mia e adesso nostra prigione, avremmo cambiato la storia. Finalmente, avremmo colpito chi voleva scempio nello scempio.

Eccomi qua, ho detto senza guardarli. Adesso tocca a voi. Uuhh, continuavano a scrutarmi da sotto in su, torvi e forse rassegnati, ma non capivano. Non capivano. Ero quasi scoraggiato e anch’io rassegnato. Anch’io come loro, stremato da una paura che ci aveva invasi ma che non potevamo condividere. Mi sono fatto forza. Ho parlato senza voltarmi, l’occhio accostato su un pertugio tra i sassi davanti a me, su un muro che delimita uno dei lati esterni del labirinto, fissando lo sguardo su un fioco orizzonte di libertà:

Uno per volta, uno per volta vi ciberete di me. Tutti mi mangiate, chiaro? Siete qui per essere mangiati e invece voi mi divorate. Un pezzo per ognuno. Pezzo per pezzo voglio essere ridotto ma intero dentro di voi. Nei vostri corpi.

Poi ho smesso di parlare. Ho sentito la bocca asciutta. I giovani li sentivo tremare dietro me. Un’ombra saltava nel mio spicchio di sguardo. Entrava e usciva come un lembo di veste soffiato dal vento. Ho schiacciato il muso sulle pietre per aderire meglio con l’occhio. Il respiro è diventato affannoso. Roteavo il muso per allargare lo sguardo, per cogliere qualche altro minimo pezzo e comporre la figura. Ma era solo un buco tra due pietre ben posate. Di più non si poteva vedere. Non seppi mai ma sentii che di là c’era e mi assisteva, nell’ultimo fremito di vita, tutta la solitudine di Pasifae. Non l’avevo desiderato, ma mai sguardo di madre fu più accorato e implorante. Ho strofinato ancora il muso sulle pietre e senza voltarmi ho ripreso:

O accettate o sarò io a fare di voi il mio pasto. A lacerarvi con il mio irrefrenabile impulso.

Le femmine si sono guardate, e prima di tremare e gridare ho riconosciuto in loro uno sguardo di misericordia – l’avrebbero fatto, ne ero certo. Alla loro età, se il cuore non è  malato si corre verso la vita, anche se dobbiamo attraversare la morte. Per loro, per il loro istinto di esistere, non c’è scampo. Mi avrebbero esaudito mangiandomi. L’avrebbero fatto per soddisfare il potente richiamo a restare su questa terra.

Alla mia richiesta i maschi hanno mostrato disgusto sui volti e pure ferocia. Mi è bastato soffiare forte sui loro corpi perché menassero il capo a consenso. Tutti. E tutti, sette giovani donne e sette giovani uomini, e io, uomo-bestia, abbiamo stretto il nostro patto davanti agli Dei.

Poi è scesa la notte.

 

 

Nella notte ho lasciato senza mugghiare che i loro volti s’insanguinassero sbranandomi a morsi, storditi da quel feroce agire che s’è impossessato di loro, come ritrovassero una consuetudine sepolta nei loro cuori e nelle loro menti. Sapevano ben fare quello che facevano, e più avanzavano nell’opera e meno potevano trattenersi dal farlo. Ho riso sgomento le mie pene, ho riso forte nelle loro grida di spavento. Finché, avanti nel pasto, in qualche parte di me ho sentito le loro bocche avventarsi con piacere, direi con lussuria. Adesso io ero in loro e loro erano me. Fui uno e sono tanti adesso che leggi, lettore. Sono in tutti loro e anche in te, in ogni bellezza che si aggira per le vie. Sono nei vostri figli e nei figli dei vostri figli, e sempre sarò con tutti. Ombra e luce, memoria umana e bestiale di cuori feroci. Sono traccia imperitura della fragilità umana, che mi ha barattato per la vergogna di mostrare al mondo intero il desiderio bestiale. Che mi ha soppresso compiendo crimini pur di regnare in questo mondo che non ho mai compreso, ma che ho amato tanto. E tanto ho desiderato una carezza al sole, mai venuta, di chi mi ha partorito.

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