UNO
“LI-BE-RA-TE-LO!” “LI-BE-RA-TE-LO!” “LI-BE-RA-TE-LO!”
Non ricordo con quale
pensiero mi sono addormentato, ma l’emozione di quando
mi sono svegliato, quella sì. Paura. Anzi, terrore. Il
cuore batteva come un martello. Nelle orecchie risuonava
il coro sillabato: “LI-BE-RA-TE-LO!”. In quel grido ho
sentito gente amica e sconosciuta: tanta, una folla. Ho
scelto lo spiraglio di un muro e con fatica ho
riconosciuto, protetta dalle grida e lenta nei passi,
Pasifae, mia madre. Marciava senza voce e sorretta ai
lati. Le labbra serrate in una smorfia e lo sguardo
fisso verso il muro. Sfilava insieme al corteo davanti
alla mia prigione. Avanzava lungo la mia fossa.
Mi sono stropicciato
gli occhi per spegnere il sogno e zittire il coro. Ho
comandato al cuore di smetterla, che adesso mi sarei
ripreso. Non ci sono abituato a sentire la paura. Al
contrario, conosco bene la paura degli altri, la paura
che la gente ha di me e che annuso subito negli occhi.
Ho smesso presto di rassicurare chi mi vedeva per la
prima volta, tanto non serviva a niente, né a smorzare
la mia pena né a cancellare il loro spavento. Da anni
lascio che la gente mi tema, senza sospettare che sono
io a temere il peggio. Esiste peggior sorte, per un
essere vivente, che essere scansato da chi vive con te?
Spiato con brama morbosa? O sentirsi disperato e solo
anche tra le braccia della madre?
Io sono il Minotauro. Io sono il mostro di Creta, corpo
di uomo e testa di toro. Figlio di colpevole amore di
regina. Oggi, quando mi sono riavuto non capivo dove
fossi. Dov’ero finito? Dove mi sono svegliato?
Dopo il sonno di un giorno, due… tre ….chissà quanti,
questo è il mio primo risveglio da prigioniero. Ricordo
ancora poco, ma so e sento che sono prigioniero.
S’invoca forse in sogno “LI-BE-RA-TE-LO!” per un essere
libero?
Sento un forte dolore alla testa. Un dolore a grappolo
che mi scuote ogni angolo di questa dannata testa. Di
questo ferale muso. Sicuramente mi hanno stordito con un
filtro che ho bevuto nell’inganno. Non posso toccarmi
neppure la punta delle corna senza sentire male. Una
pena sorda che dal centro della fronte si allarga fino
al centro del cranio. Le froge sono umide di rabbia
accumulata in questo sonno imposto. Soffio mentre
scrivo, e sulla bocca premo il dorso della mano per
ricacciare i singhiozzi. Mai si crede che una bestia
pianga, che un mostro soffra. Ma per metà sono umano e
allora, con questa parte, mi è concessa qualche mezza
emozione: giusto?
Non succede nulla che non sia desiderio degli Dei e già
sono stufo di dolermi per questa nuova situazione.
DUE
Oggi ho fissato a
lungo queste bacchette e questi pochi rotoli di
pergamena. L’impulso è stato sbriciolare ogni cosa.
Cancellare la richiesta simbolica di memoria che mi
hanno rivolto. Esigono un ricordo scritto da me per
mettere agli atti. Una traccia aurorale della mia
prigionia da lasciare ai posteri, perché dei posteri è
il giudizio più equanime sugli umani che non sono più. I
coevi tra loro diffidano. Sanno, molti, di commettere un
atto empio, ma non sanno discernere il coraggio dalla
paura. Si accodano ai potenti, si accodano a Minosse. La
sua mensa è la mensa del re e come sempre la più
ambita.
Divorare tutto e
vomitare sulla loro pietà. Non l’ho fatto. Forse il
materiale è qui solo perché qualcuno ha voluto ci fosse,
e non già perché lo usassi. Perché conosce il conforto
che sempre mi ha dato lo scrivere i pensieri. Se lo uso
è una mia scelta, una mia responsabilità. Nessuno
desidera in realtà una memoria di me, del mostro
specchio dei loro atti. Al contrario. Chi ha ordinato di
chiudermi con l’inganno in questo labirinto desidera che
di me non resti niente. Che la polvere e la guazza siano
il mio definitivo giaciglio. Da qui alla fine. Chi mi ha
gettato in queste spire dell’ingegno non mi ha dato il
sangue. Attende impaziente che mi consumi perché nessuno
si ricordi di me e dell’onta che ho prodotto. Non uomo
non donna dovrà sapere del mio passaggio su questa
terra, sopra questa isola, lungo questo regno.
Darei la vita che mi
resta per camminare ancora una volta sulla terra dura e
assolata dei miei sentieri. Per fermarmi su un dirupo
senza essere visto e mugghiare alla schiuma delle onde.
Per annusare la brezza salata sollevata dall’acqua.
Darei la vita che ho per sentire ancora sulla pelle il
brivido di bella solitudine. Solo, però libero.
Sono figlio di questa
terra e non io ma la mia terra desidera che resti
traccia di me. Chi ha voluto che la potessi trasmettere,
lasciandomi il materiale sapeva che mi sarei preso
questa consolazione. Non ha sbagliato perché mi ha
partorito, ma non conosce il coraggio di amarmi alla
luce del sole, per quanto mi abbia desiderato. Mi
protegge e non consente che mi uccidano, ma fa tutto
proteggendosi a sua volta. Nascondendosi dietro un corpo
diventato pietra per chi lo desidera.
Dunque non esito a
usare bacchette e pergamena per scrivere quello che mi
succede. Penserò anche a trovare un rifugio sicuro per i
miei rotoli. Non è sano costruire una tana nella mia
prigione, mettermi ai patti con il mondo che mi ha
escluso, ma non ho scelte se desidero che un giorno
qualcuno sappia cosa provasse l’uomo bestia, cosa
pensasse il mostro di Creta. Voglio che te lettore,
adesso, legga i pensieri e le emozioni del Minotauro.
TRE
Non mi sono ancora
abituato a vivere dentro un labirinto. Una stalla
sarebbe meno umiliante. Questi sentieri illudono gli
occhi e ingannano il passo. Non ci si abitua a vivere
come pretendono gli altri. Se lo facessi avrebbero
ragione loro. Devo resistere, senza arrendermi a morire
restando in vita. Non so cosa sia la morte e certo ne ho
spavento, ma quanto sto vivendo mi sembra prossimo alla
morte, perlomeno alla rappresentazione che me ne sono
fatto. Nonostante quello che sono, nonostante non possa
condividere il mio sentirmi umano con gli umani perché
il mio essere bestia li terrorizza, ho sempre desiderato
vivere. Ho sempre sperato qualcosa e posso dirlo, ho
amato questo mio essere al mondo. Alla fine sono un
essere speciale perché dalla passione escono solo
sorprese speciali, e io sono sceso nel mondo per mano
della passione.
QUATTRO
E’ passato del tempo
da quando mi hanno rinchiuso nel labirinto come un vuoto
a perdere. E’ passato del tempo ma cammino ancora cauto.
Guardo avanti, dietro, ai lati, mi spingo ora per un
sentiero ora per un altro, e sempre le pietre tiepide
fermano il cammino. L’orizzonte che ho davanti è fatto
di muri ben più alti di me. Cammino e torno sui miei
passi in continuazione e presto sono stanco. I muri non
li abbatto, mi ci appoggio con le spalla e scivolo fino
a terra, dove la luce non arriva. Da sotto in su guardo
il cielo, che i muri alzano ancora di più e tagliano a
fette. Osservo le migliaia di pietre che mi si parano
allo sguardo. Le tocco, le liscio con il palmo e poi con
il dorso delle mani e con i piedi. Le une sono alle
altre necessarie. Ogni pietra si posa su una pietra e
appoggia sulla vicina e così fa ognuna, formando poco a
poco un insieme irripetibile. Soltanto mani sapienti
hanno potuto riconoscere e stabilire di ogni pietra il
proprio posto. Queste pietre affettano il mio mondo in
porzioni di illusorie possibilità, eppure mi sono
amiche. Mi proteggono. Questo è un segno della mia
debolezza: comincio ora a riconoscere e ad accettare la
mia prigione. Non vorrei, ma è quello che succede.
Conosco chi mi ha
messo qua dentro, ma è come se non volessi più saperlo.
Mi fa male. Com’è stato possibile ridurmi in questa
condizione? Se questo labirinto è una prigione, e lo è,
dove i sentieri si assomigliano e ogni volta ci si
inganna credendo di uscirne, dico, se mi hanno messo qua
dentro, qualcosa ho fatto. Ma cosa? E contro chi? Ho
forse chiesto io di essere quello che sono? Di rovinare
i loro sonni?
E se esisto, esiste un
prima di cui non rendo conto, eppure lo fanno pagare a
me. Maledetti, maledetti o voi gente di Minosse che
temete la carne della vostra carne, lo sguardo del
vostro piacere. Sono dunque la vostra vergogna. Che gli
Dei ascoltino la vostra disperazione e vi accontentino
nelle più nere richieste.
CINQUE
Oggi un solo pensiero. Di qui uscirò, vivo o morto.
SEI
Mi sono smarrito. Perso. Sono rimasto a lungo con gli
chiusi, ma neppure il buio dà conforto. Poi non vedo più
buio. Non vedo niente. È così che mi smarrisco ed esco
da qua. Dalla mia prigione. Ho scoperto questo, ma non è
facile far sì che duri a lungo. Non è facile proteggersi
nello smarrimento.
SETTE
Stamani mi sono svegliato con l’immagine di Arianna, mia
sorella. Stringeva un filo che le avanzava da dietro e
tratteneva l’indice sul naso per zittire le amiche e
indicarmi: questo sono io, suo fratello. Ma piano, fate
piano, ha detto loro, che potrei girarmi e sorprenderle.
Spaventarle a morte. Ecco, l’ho fatto. Ho mostrato alle
amiche di Arianna ciò che nei sogni a occhi aperti si
chiedevano. Stupore e panico. Via di qua, anime impure,
corpi che neppure comprendete.
OTTO
Con questo giorno ancora un solo pensiero: di qui
uscirò. Uscirò dal labirinto. Vivo o morto. E ora la
vendetta: chi deve, paghi.
NOVE
Dopo tutto, dopo tutto sono e mi sento prigioniero. Ho
smesso di usare misure per calcolare il tempo che
scorre. Mi è indifferente dove il sole si alza, dove la
sere compie la parabola. Non desidero avere nulla, solo
questo odore di carne nel naso e nel cuore il mio unico
compagno. La mia sicurezza: uscirò di qua, vivo o morto.
È deciso. Non è più la ragione che parla, ma il corpo.
E quando il corpo s’impone finisce il tempo dei
compromessi, delle inutili messe in scena tra sé e sé.
Il corpo ha una sua verità e con quella non si torna
indietro. Quella è: uscirò dal labirinto.
DIECI
Alla fine è successo. Hanno costretto nella mia prigione
sette fanciulle e sette giovani, tutti maestosi nei
corpi scolpiti senza danno. Benché fossi sempre più
stanco, sempre più lento, ho compreso subito il
sacrificio e la mia parte in questo sacrificio. L’ho
colto nello sguardo di terrore dei giovani e di orrore
nei miei occhi. Bene, dico loro, la storia ci dà questa
opportunità. Cogliamola. Non capivano. Qualcuna si
copriva il viso con le mani. Qualcuno sforzava un’aria
di minaccia. Altri gli occhi a terra piangenti:
No, ho detto, non capite. Non voglio il vostro disprezzo
addosso, non voglio vivere di voi, ma rinascere dentro
di voi.
Non capivano, non capivano che ora, di qui a breve,
nella mia e adesso nostra prigione, avremmo cambiato la
storia. Finalmente, avremmo colpito chi voleva scempio
nello scempio.
Eccomi qua, ho detto senza guardarli. Adesso tocca a
voi. Uuhh, continuavano a scrutarmi da sotto in su,
torvi e forse rassegnati, ma non capivano. Non capivano.
Ero quasi scoraggiato e anch’io rassegnato. Anch’io come
loro, stremato da una paura che ci aveva invasi ma che
non potevamo condividere. Mi sono fatto forza. Ho
parlato senza voltarmi, l’occhio accostato su un
pertugio tra i sassi davanti a me, su un muro che
delimita uno dei lati esterni del labirinto, fissando lo
sguardo su un fioco orizzonte di libertà:
Uno per volta, uno per volta vi ciberete di me. Tutti mi
mangiate, chiaro? Siete qui per essere mangiati e invece
voi mi divorate. Un pezzo per ognuno. Pezzo per pezzo
voglio essere ridotto ma intero dentro di voi. Nei
vostri corpi.
Poi ho smesso di parlare. Ho sentito la bocca asciutta.
I giovani li sentivo tremare dietro me. Un’ombra saltava
nel mio spicchio di sguardo. Entrava e usciva come un
lembo di veste soffiato dal vento. Ho schiacciato il
muso sulle pietre per aderire meglio con l’occhio. Il
respiro è diventato affannoso. Roteavo il muso per
allargare lo sguardo, per cogliere qualche altro minimo
pezzo e comporre la figura. Ma era solo un buco tra due
pietre ben posate. Di più non si poteva vedere. Non
seppi mai ma sentii che di là c’era e mi assisteva,
nell’ultimo fremito di vita, tutta la solitudine di
Pasifae. Non l’avevo desiderato, ma mai sguardo di madre
fu più accorato e implorante. Ho strofinato ancora il
muso sulle pietre e senza voltarmi ho ripreso:
O accettate o sarò io a fare di voi il mio pasto. A
lacerarvi con il mio irrefrenabile impulso.
Le femmine si sono guardate, e prima di tremare e
gridare ho riconosciuto in loro uno sguardo di
misericordia – l’avrebbero fatto, ne ero certo. Alla
loro età, se il cuore non è malato si corre verso la
vita, anche se dobbiamo attraversare la morte. Per loro,
per il loro istinto di esistere, non c’è scampo. Mi
avrebbero esaudito mangiandomi. L’avrebbero fatto per
soddisfare il potente richiamo a restare su questa
terra.
Alla mia richiesta i maschi hanno mostrato disgusto sui
volti e pure ferocia. Mi è bastato soffiare forte sui
loro corpi perché menassero il capo a consenso. Tutti. E
tutti, sette giovani donne e sette giovani uomini, e io,
uomo-bestia, abbiamo stretto il nostro patto davanti
agli Dei.
Poi è scesa la notte.
Nella notte ho lasciato senza mugghiare che i loro volti
s’insanguinassero sbranandomi a morsi, storditi da quel
feroce agire che s’è impossessato di loro, come
ritrovassero una consuetudine sepolta nei loro cuori e
nelle loro menti. Sapevano ben fare quello che facevano,
e più avanzavano nell’opera e meno potevano trattenersi
dal farlo. Ho riso sgomento le mie pene, ho riso forte
nelle loro grida di spavento. Finché, avanti nel pasto,
in qualche parte di me ho sentito le loro bocche
avventarsi con piacere, direi con lussuria. Adesso io
ero in loro e loro erano me. Fui uno e sono tanti adesso
che leggi, lettore. Sono in tutti loro e anche in te, in
ogni bellezza che si aggira per le vie. Sono nei vostri
figli e nei figli dei vostri figli, e sempre sarò con
tutti. Ombra e luce, memoria umana e bestiale di cuori
feroci. Sono traccia imperitura della fragilità umana,
che mi ha barattato per la vergogna di mostrare al mondo
intero il desiderio bestiale. Che mi ha soppresso
compiendo crimini pur di regnare in questo mondo che non
ho mai compreso, ma che ho amato tanto. E tanto ho
desiderato una carezza al sole, mai venuta, di chi mi ha
partorito.
Torna all'indice Autore
|