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Antonio Di Grazia

 

The winner is...

Il Perfetto Hacker

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


The winner is...


«And the winner is.».
                     La conduttrice tenne tutti in sospeso per un paio di
secondi.
                     «Luca Sciortino!».
Dalla platea si sollevarono tutti in piedi applaudendo fragorosamente. Anche
Luca Sciortino scattò in piedi automaticamente, senza capire realmente che
il vincitore della sezione "Cortometraggi in lingua straniera" fosse proprio
lui. Alto, magro, baffi neri sottili e sguardo sorpreso da quarantenne
spaesato. Le strette di mano, le pacche sulle spalle e la spinta a salire
sul palco lo riportarono alla realtà.
«I would like to thank you all! I'm really surprised». Furono le uniche
parole che seppe dire al pubblico che aveva scelto la sua opera tra le
cinque finaliste della sezione. Un grande riconoscimento, era la prima volta
che tale premio andava ad un italiano.
Era una girandola di sorrisi e congratulazioni, ma riuscì alla fine ad
uscire dal teatro gremito ed a raggiungere, a notte inoltrata, il proprio
albergo.
Giunto davanti alla ricezione dell'hotel, il portiere gli fece le
congratulazioni stringendogli forte le mani e consegnandogli le chiavi. Luca
pensò che fosse l'ultima stretta di mani per quella sera ed aprì, stanco, la
porta della sua camera.
Le sorprese non erano finite: un enorme mazzo di fiori era sulla scrivania,
accanto ad esso, sulla destra una scatola di cioccolatini, e sulla sinistra
una bottiglia della migliore marca di Champagne. Ai piedi della bottiglia un
biglietto bianco piegato.
«I miei più sinceri complimenti! Vogliate gradire questo rinfresco. Capisco
che sarete stanchissimo, ma ci terrei a brindare con Voi questa notte
stessa. Renato De Michelis».
Luca rigirò il biglietto sorridendo. «De Michelis, il più grande produttore
italiano che si complimenta e vuole brindare con me? Colui che non mi ha mai
cercato, adesso vuole brindare alle tre di notte! Sarà meglio incontrarlo
domattina, sarò sicuramente più lucido».
Rinunciò al suo incontro di lavoro, ma non rinunciò allo champagne che
svuotò per metà, addormentandosi sulla poltrona della sua stanza d'albergo.
Il suono del telefono interruppe un sogno e lo spinse automaticamente a
guardare l'orologio.
Erano le cinque del mattino e Luca si chiedeva chi osava disturbarlo a
quell'ora.
«Signor Sciortino, qui è la Ricezione dell'albergo, ho di fronte il Dott. De
Michelis che vorrebbe incontrarla urgentemente».
«Ma io stavo dormendo! Non penso sia il caso, sono distrutto. Gli dica di
venire domani qui in Hotel».
Luca ripose la cornetta del telefono ed approfittò del risveglio per
spogliarsi e sdraiarsi a letto.
Il Dott. De Michelis, elegantissimo, capelli grigi lunghi, occhiali da vista
con montatura bianca ed il viso abbronzato da settantenne frequentatore di
Solarium, lo aspettava al tavolo cinque della grande sala per la colazione
illuminata dal sole di una bella giornata primaverile. Appena vide Luca
Sciortino avanzare verso di lui si alzò e lo accolse con una forte stretta
di mano.
«Buongiorno Sciortino, finalmente ho il piacere di conoscerla di persona».
«Dott. De Michelis, le chiedo scusa per ieri notte ma ero davvero
stanchissimo, e mi ero già addormentato».
«No. Non deve scusarsi. Ho perso la cognizione del tempo ieri notte, non mi
ero mica accorto che erano le cinque del mattino quando l'ho cercata. Mi
deve perdonare».
Luca ordinò un cappuccino ed un croissant e si mise comodo sulla soffice
poltroncina. Cercava di gustare appieno quegli attimi sognati da tanto
tempo. Essere arrivati fino al Festival; aver vinto il premio più ambito; il
produttore più importante che gli porgeva le proprie scuse e chiedeva di
poterlo chiamare per nome. Luca non riuscì a trattenersi, si voleva togliere
un sassolino dalla scarpa.
«Vede, è da anni che la inseguo. Le avevo mandato anche la sceneggiatura di
quest'ultimo mio lavoro, ma lei non mi ha mai degnato di un colloquio, non
mi ha mai risposto né voluto incontrare. Adesso mi sembra tutto così
irreale».
«Ha ragione, ma il destino è fatto così. Comunque meglio ora che mai! Mi
parli un po' di questo cortometraggio premiato: "La Panchina", mi ha colpito
il modo in cui lei sia riuscito a creare una storia inquadrando solo una
panchina. Questa storia mi ha fortemente impressionato».
«Avevo da tempo la voglia di fare un documentario. Parlare della gente
riprendendola in  situazioni reali. Filmare la loro vita, i loro veri
dialoghi, le loro espressioni. Ecco, "La Panchina" è un documentario, gli
attori non sono professionisti. Ho piazzato una telecamera sul lungomare e
l'ho camuffata per non farla riconoscere. Una inquadratura fissa. Ho ripreso
una panchina, sempre quella. Ho filmato tutte le persone che in una
settimana si sono sedute su quella panchina. Bambini, ragazze, adolescenti,
giovani coppie, manager, vecchietti. Per un'intera settimana. Poi è stato un
duro lavoro di montaggio che mi ha portato fino al risultato finale».
«Una lucida rappresentazione della società moderna! Mi è piaciuto molto. Le
posso dare del "tu"? . Sei stato originale. Ti faccio i miei complimenti.
Non mi voglio dilungare molto».
Il produttore uscì da una borsa una serie di fogli e glieli mise davanti al
regista posando sopra di essi una penna.
«Voglio acquistare i diritti!».
«Penso che dovrei prendermi un po' di tempo per rendermi conto della.».
Il produttore, sorridendogli, prese il blocchetto degli assegni, impugnò la
penna e, con fare molto teatrale, incominciò a riempire l'assegno scrivendo
un importo a sei cifre.
«In quel foglio ti chiedo l'esclusiva mondiale per "La Panchina", ti metto
sotto contratto per i prossimi cinque anni nei quali farai due film, e
quest'assegno potrebbe essere solo l'acconto».
Luca Sciortino era stupefatto. In due settimane era cambiato tutto così
velocemente che non riusciva a stare dietro a tutte le novità. Aveva
sfondato, non c'erano dubbi. Era arrivato il momento di incassare. In realtà
il regista voleva mostrarsi un po' titubante, ma la sua sincerità era
difficilmente oscurabile.
Intascò l'assegno.
Cinque ore dopo era già sull'aereo che lo riportava a casa.
Quindici giorni dopo era stato fissato l'appuntamento presso la sede della
"D.M.I.". Il Dott. De Michelis ed il regista Sciortino dovevano incontrarsi
per definire l'accordo firmato precedentemente. Il produttore lo pregò di
portare con sé tutto il materiale utilizzato per il montaggio de "La
Panchina", aveva in serbo una sorpresa.
Luca si accorse che nella sua città poche persone avevano seguito la
manifestazione cinematografica e quasi nessuno lo riconosceva o lo
avvicinava. Solo gli amici lo riempirono d'affetto e non gli chiedevano
altro di poter vedere quel famoso cortometraggio di cui la televisione aveva
solo accennato.
«Carissimo Luca, come va?».
Il produttore lo accolse abbracciandolo.
«Mi togli una curiosità? Sei sposato?».
«No», rispose Luca, «a dire il vero non sono neanche fidanzato».
De Michelis lo guardò fisso attraverso la montatura bianca dei suoi
occhiali.
«Ho guardato più volte il tuo cortometraggio e mi è venuta un'idea. Lo
trasformeremo in un film. Ti ho detto di portare il materiale per questo
motivo. Hai avuto una grande idea e dobbiamo sfruttarla fino in fondo. Hai a
disposizione tutto il mio studio di montaggio, i tecnici, gli assistenti.
Potrai trasferirti qui se vuoi per tutto il tempo necessario. Ho le camere
riservate per i registi che si vogliono immergere a tempo pieno nel loro
lavoro».
«Io, non so se il materiale mi basta per un lungometraggio».
«A me bastano 90 minuti. Lascia tutto qui, abbiamo tre mesi per impostare il
tutto. Non dobbiamo far trascorrere troppe settimane dalla notte della
premiazione, ci verrebbe a mancare la spinta pubblicitaria. La gente vuole
vedere "La Panchina" al cinema».

Luca Sciortino accettò. Il Dott. De Michelis aveva un modo di fare così
affabile e convincente da non poter opporre la minima resistenza.
Il produttore sembrava credere davvero molto nel progetto. Era come se
vedesse in Sciortino la sua giovinezza di regista rampante e pieno di
entusiasmo. Provava piacere a condividere con lui opinioni e punti di vista
sulle inquadrature.
Si ritrovavano ore ed ore a visionare tutto il materiale che Sciortino aveva
raccolto giorno dopo giorno, dalle cinque del mattino alle dieci di sera,
davanti a quella panchina sul lungomare.
A De Michelis piacevano molto alcune scene ed alcuni personaggi. Come la
coppia di anziani. Amava parlarne con gli amici e descriverla.
«Una coppia di anziani, curvi, lenti, camminano tenendosi per mano e si
siedono sulla panchina. L'uomo impiega almeno un minuto prima di potersi
sedere, mentre la donna lo aiuta e gli sistema il bastone. Entrambi sono
silenziosi. Non parlano. Si siedono accanto e guardano verso il mare. In
silenzio. Resteranno a guardare il mare in silenzio per quarantasette
minuti. Poi lentamente e con difficoltà si alzano, si prendono per mano e
silenziosamente se ne vanno. Ecco, in scene come queste sta tutta la
bellezza di questo film, tutta l'intensità realista. Il problema è sempre
quello di dover rendere una scena come questa in non più di sette-otto
minuti, per non annoiare il pubblico».
Luca lo guardava mentre con i suoi amici e colleghi discuteva del suo film e
si sentiva orgoglioso. Finalmente era potuto entrare in quella cerchia di
esperti di cui voleva far parte già da diversi anni.
Uno dei colleghi a questo punto si rivolse verso il regista.
«Hai raccolto il consenso di tutte quelle persone? Hai avuto problemi?».
«Quasi di tutte! Non ho raccolto il consenso di quelle persone che non si
vedono bene nelle riprese, o non vengono riprese direttamente. Sono stato
più diligente con i minorenni. Ci sono due bambine che giocano girando
attorno alla panchina. Ho dovuto aspettare un ora prima di trovare i
genitori e farmi firmare il consenso. Ho avuto problemi con i tre ragazzi
"teppisti" che scrivono e dipingono con la vernice spray la panchina, uno di
loro era minorenne ed il padre mi ha rifiutato il consenso».
«Ecco, un altro bel momento è quello dei teppisti, lo monteremo verso la
fine del film, come a dimostrare la decadenza e lo squallore della società
moderna».
«In questo film non ci sono scene d'amore?».
«Ne ho filmate almeno cinque», è Luca a parlare, «alcune tenerissime, altre
decisamente calde».
«Ecco, questo è un caso in cui non abbiamo il consenso firmato», lo
interruppe De Michelis.
Gli amici incalzavano con le domande. «Ma quando sarà terminato il
montaggio?».
«Fra un mese sarà nei cinema».

Luca Sciortino prese una settimana di ferie prima di vedere il proprio film
approdare nelle sale cinematografiche.
Scelse la località di Cannes per una settimana di mare, ormeggiato con il
suo yacht nuovissimo nel porticciolo.
La sua vita era cambiata troppo velocemente e, per quanto lui si sforzasse
di non cambiare stile di vita, lentamente stava abbandonando i suoi vecchi
amici e vecchie abitudini. Trovò anche più fidanzate, soprattutto da quando
aveva comprato lo yacht sul quale stava facendo colazione tenendo in mano un
quotidiano italiano.
Una notizia in prima pagina attirò la sua attenzione. Un omicidio, in pieno
centro, nella capitale.
Ma più della notizia fu attirato dalla foto della vittima. Una fisionomia
che gli era familiare.
Lesse con attenzione l'articolo, ma di Gianfranco Serbe Galbiati, ricco
industriale assassinato con tre colpi di revolver a bruciapelo, non
conosceva nulla e non ricordava dove avesse potuto incontrarlo.
Eppure il suo mestiere gli aveva donato una capacità di fisionomista fuori
dalle regole, ma forse le ragazze che lo accarezzavano e lo massaggiavano
gli avevano indebolito i sensi.
All'improvviso gli occhi si accesero. Gli ritornò in mente dove aveva
incontrato la vittima. Quell'uomo era uno dei personaggi del suo
cortometraggio, o almeno, gli assomigliava molto.
Se non ricordava male era stato uno di quelle persone con la quale aveva
avuto problemi nella concessione del consenso a pubblicare le immagini.
Poteva essere giustificato, vista la propria posizione economica, di cui
però Luca non era a conoscenza.
Per lui era solo un signore di mezza età, elegante, insieme alla propria
compagna su una panchina di fronte al mare si scambiavano effusioni.
Questo fatto di cronaca non fece altro che suggerirgli il soggetto per una
nuova sceneggiatura.
Un giallo.
Un serial killer uccide i protagonisti dei film di un regista di successo.
Dopo l'uscita di un nuovo film, moriva l'attore principale. Morti strane,
incidenti, malori, malattie. Il killer riuscirà anche a far cadere sullo
stesso regista le attenzioni della polizia, come possibile colpevole alla
ricerca di una folle pubblicità. Si scoprirà in seguito che il colpevole
altri non era che...

Luca si presentò in anticipo alla conferenza stampa di presentazione del
film che precedeva la prima proiezione ufficiale.
Appena in tempo per permettere al Dott. De Michelis di presentargli la
moglie.
Luca ebbe come una scossa interna. Non appena la bionda moglie gli strinse
la mano e lo guardò negli occhi, si sentì svuotare ed impallidì.
La donna che Luca aveva davanti era la stessa che baciava appassionatamente
l'Industriale sulla panchina ripresa nel film. Non aveva dubbi a proposito.
Il Dott. De Michelis, notando il turbamento dell'espressione di Luca, gli
sorrise garbatamente. «Vi conoscevate?».
Il regista non riusciva a distogliere lo sguardo da quella donna. Fu lei ad
abbassare gli occhi, evidentemente provata.
Luca trovò una giustificazione per andare in bagno, dove si rinfrescò con
dell'acqua fredda.
La conferenza stampa sembrò durare ore. Luca Sciortino guardava sempre più
turbato in direzione della platea dove era seduta la moglie del suo
produttore. Gli sembrò che stesse piangendo. Sentì l'esigenza di evitare uno
scandalo
I consensi erano unanimi e tutti erano ansiosi di seguire lo spettacolo.
Luca pensò di avvisare il produttore in modo da interrompere un attimo la
proiezione con una scusa qualsiasi. Voleva far tagliare quella ripresa che
nel cortometraggio durava trenta secondi in cui le lingue dei due amanti
erano riprese in primo piano per poi allargare il campo. I due personaggi
sarebbero stati riconosciuti anche se non erano ripresi perfettamente.
«Dott. De Michelis, bisogna interrompere la proiezione, devo rivedere il
montaggio, c'è una cosa.Bisogna bloccare tutto, mi ascolti».
Il Dott. De Michelis gli sorrise sarcasticamente: «Il montaggio l'ho rivisto
già io. Non ti preoccupare, ho sistemato tutto io. Siediti e goditi il
successo. Sei diventato famoso».
Il buio calò sulla sala.
Luca Sciortino si sedette in terza fila tra i giornalisti, lasciando vuota
la sedia, a lui riservata, accanto alla moglie del Dott. De Michelis.
La scena degli amanti non fu proiettata, fu volontariamente tagliata in fase
di montaggio. Nello stesso istante in cui era prevista, Luca si girò verso
la donna.
La donna era immobile voltata verso di lui. La luce dello schermo del cinema
le donava un aspetto pallido, etereo. Gli occhi lo fissavano senza esprimere
nessun sentimento mentre le scivolò una lacrima sulla guancia.
Il marito si girò sorridendo e le mise un braccio attorno al collo
costringendola a voltarsi verso lo schermo.
 

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Il Perfetto Hacker


Mi chiamo Claudio T., sono un programmatore di computer di trent'anni. Sono
dipendente, in "telelavoro" presso una grande azienda produttrice di
software, cioè lavoro a casa mia e invio i miei lavori all'azienda dove sono
impiegato. Sono celibe e vivo da solo in un appartamento in centro. Mi hanno
soprannominato "Il perfetto hacker". Sono arrivato ad odiare
quell'appellativo.
Ciò che per me aveva prima il significato di astuzia, furbizia ed abilità,
ben presto assunse l'aspetto della vigliaccheria e dell'imbroglio.
Tutto cominciò durante una mia vacanza in Grecia. La mia stanza d'albergo
era proprio davanti ad un altro albergo e dalla finestra si poteva osservare
l'interno delle camere e quello che vi si svolgeva. Fu lì che si sviluppò la
mia curiosità ed il mio interesse verso la vita intima degli altri.
Io spiavo!
Non lo facevo per tendenze voyeuristiche, o per interesse, ma per pura e
semplice curiosità.
Mi portai dietro questa abitudine ed al mio rientro in città comprai subito
un cannocchiale per scrutare all'interno delle case altrui. Pensavo spesso
al film di Hitchcock "La finestra sul cortile", e questo mi rincuorava,
giustificava il mio hobby fuori dalle regole: a qualcuno, un giorno, poteva
ritornare utile.
Facevo qualcosa di male?
In fondo siamo continuamente osservati, scrutati, studiati da migliaia di
fotocamere, telecamere e satelliti sparsi in tutto l'universo. Anche quando
pensiamo di essere soli a casa può esserci qualcuno che ci osserva, che
studia i nostri movimenti, le nostre abitudini e i nostri gusti.
Come le tessere punti dei supermercati, che sotto forma di dispensatori di
sconti e regali, sono un ottimo modo per spiare le nostre abitudini di
consumo ed i nostri acquisti. Come le carte di credito che rappresentano uno
strumento con il quale tutti possono sapere se acquisti, cosa acquisti e per
chi acquisti. Come il tuo telefono mobile è uno strumento preciso per poter
essere rintracciato dovunque ti trovi, come anche il tuo "Telepass",
marchingegno con il quale dai un'esatta percezione dei tuoi spostamenti e
dei tuoi orari. Come le tue telefonate, infine, che possono essere
intercettate.
Pare ci sia un sistema sofisticato che sia in grado di filtrare tutte le
nostre telefonate e, in base ad una griglia di parole e termini prestabiliti
che indicano un certo pericolo, localizzano la telefonata e la registrano
per un ulteriore controllo. Insomma, se parlando con un mio amico dico di
avere "una notizia bomba che ti farà saltare di gioia e morire dalle
risate", probabilmente qualcuno registrerà la mia telefonata schedandomi
come possibile terrorista.
In un mondo dove il "Reality show" era il modello di spettacolo che faceva
registrare i più alti indici di gradimento, non vedevo quale potesse essere
il crimine di un hobby come il mio: spiare le persone.
Non è servita a niente la cosiddetta legge sul "consenso al trattamento dei
dati personali", dovevi acconsentire sempre e comunque se volevi usufruire
di qualsiasi servizio o prodotto. Non serviva a niente dotarsi di parole
segrete e password, se poi ci voleva veramente poco a scoprirle ed accedere
a dati riservati.

Di fronte casa mia abita il Sig. Mario Gerioni: un uomo di mezza età, di
media statura, stempiato con piccoli occhiali da vista tenuti al collo da
una cordicella di cuoio. La sua famiglia è una famiglia semplice: la moglie
casalinga, sempre indaffarata a pulire e due figli che frequentavano la
Scuola Media vicino il nostro isolato. Mario Gerioni aveva un negozio dove
vendeva telefoni cellulari, schede telefoniche, supporti magnetici,
autoradio, DVD, e altro ancora. Il negozio aveva un aria dimessa, in
contrasto con l'alta tecnologia che veniva venduta in quel luogo,
l'illuminazione era carente, con una sola lampada al neon in cima al
soffitto che non riusciva ad illuminare le vetrine di plexiglas opacizzate
dal tempo. I clienti scarseggiavano, sia per l'immagine del negozio che non
invitava il passante, sia per i prezzi che restavano alti a causa delle
spese di gestione che attanagliavano il sig. Gerioni. In quel negozio vi
erano tre dipendenti tra i quali anche il mio amico Giuseppe Montani che non
riceveva il suo stipendio da ormai due mesi.
Tu potresti pensare che questo tizio era poco interessante da osservare e da
spiare, ed infatti era l'unico che non attirava la mia attenzione, almeno
fino a quando successe un fatto clamoroso.
Il mio amico Giuseppe all'improvviso mi chiamò invitandomi a cena. Il suo
titolare, il sig. Gerioni, aveva saldato tutte le spettanze arretrate con un
gran sorriso e tante scuse e Giuseppe era così contento da voler condividere
quel momento con me. Quella sera ero già impegnato quindi fissai un
appuntamento a cena per la settimana successiva in un noto ristorante della
costa.
All'appuntamento notai il mio amico Giuseppe pensieroso. Era passata appena
una settimana da quando il sig. Gerioni gli aveva pagato gli arretrati, e
Giuseppe mi raccontò della trasformazione del negozio. Il titolare rinnovò
tutto il negozio, partendo dall'illuminazione dei locali per finire
all'arredamento ed alle vetrine.
Questa ventata di novità sorprese un po' il mio amico Giuseppe, ma quello
che lo fece riflettere davvero fu la proposta, fatta dal suo titolare, di
assumere in negozio anche la sua fidanzata Luana. Il sig. Gerioni gli disse
che aveva bisogno di più dipendenti e sarebbe stato felice di avere nel suo
negozio solo gente fidata.
Giuseppe lavorava in quel negozio da dieci anni, aveva acquistato una
macchina ed una casa grazie a quello stipendio e grazie al sig. Gerioni. Gli
era profondamente riconoscente, ma era sotto gli occhi di tutti quella
improvvisa metamorfosi e quell'ingresso ingente di capitali nell'attività.
Non c'era stato un incremento delle vendite, anzi arrivavano spesso lettere
di creditori in attesa, quindi non riusciva a spiegarsi il perché di tanti
soldi, il motivo di tutti quegli investimenti.
La serata trascorse parlando di altro. Discutemmo di Luana, la sua
fidanzata, dei loro preparativi di matrimonio e di altro. Mi divertii quella
sera, ma tornando a casa avevo un solo obiettivo: scoprire il segreto del
Sig. Gerioni!
In un mese appena di appostamenti raccolsi informazioni interessanti.
Scoprii che aveva acquistato una nuova auto di grossa cilindrata e che
sfoggiava, soprattutto la moglie, abiti nuovi sempre diversi. Decisi che
bisognava fare un salto di qualità nell'indagine, occorreva ascoltare le
conversazioni all'interno della casa e quelle telefoniche, comprese quelle
effettuate in macchina.
Chiesi l'aiuto del mio amico Giuseppe per piazzare all'interno della giacca,
della borsa, della macchina e del telefono cellulare, una serie di
microscopici microfoni che catturavano e mi trasmettevano i colloqui
effettuati nelle vicinanze. Tutta quell'attrezzatura mi era costata un
occhio della testa, ma il mio era un hobby costoso.
Lentamente entrai nel mondo della famiglia Gerioni. Registravo tutte le
conversazioni, le raccoglievo e le inserivo nel mio computer dove avevo
inventato un interessante programma che analizzava tutti i colloqui, li
collegava, trovava dei nessi logici tra un discorso ed un altro, creava
delle schede caratteriali delle persone citate nelle conversazioni ed altre
utilissime funzioni.
Notai che quando veniva raggiunto telefonicamente da un determinato numero
telefonico, il sig. Gerioni si isolava dal resto della famiglia. Lo vedevo
attraverso la finestra chiudere la porta dietro di sé, controllando se
qualcuno lo ascoltava. Aveva un comportamento sospetto. Analizzai quel
numero. Bastava conoscere qualcuno all'interno di uno dei numerosi "call
center" delle compagnie telefoniche. In cambio di una birra fresca ad alcuni
miei amici riuscivo a carpire i numeri telefonici di personaggi famosi,
politici, belle ragazze, figuriamoci se non riuscivo a farmi dare le
generalità del possessore del numero telefonico che metteva tanto imbarazzo
al sig. Gerioni.
Franco Meli. Questo era il nome del personaggio telefonico. Avevo ottenuto
il nome ed un indirizzo di residenza. Feci anche il tentativo di passare da
casa sua. Abitava in un quartiere popolare distante dal negozio del sig.
Gerioni.
Le telefonate erano frequenti, e dopo una settimana assistei ad un violento
litigio tra marito e moglie proprio dopo una telefonata del fantomatico
Franco Meli. La moglie fece cadere un bicchiere per terra, il marito sbatté
violentemente la porta ed uscì di casa.
Vidi accendersi le luci della scala interna del condominio e dopo una
ventina di secondi vidi il sig. Gerioni uscire dal portone del condominio
alzandosi il bavero del cappotto. Guardandosi intorno entrò in macchina ed
accelerando uscì dalla mia visuale.
Pensando di essere vicino alla soluzione, m'innervosì il fatto di non
vederlo più all'orizzonte.
Nel mixer audio accesi la spia corrispondente al microfono della macchina
del sig. Gerioni mentre sul display del mio computer lampeggiava il numero
telefonico del sig. Franco Meli, segnale inequivocabile che dalla sua
macchina il sig. Gerioni stava componendo quel numero di telefono.
"Vediamoci alla villa comunale, adesso, e porta con te i bambini!". La
comunicazione era stata brevissima ed appunto per questo mi mise ancora più
curiosità.
Uscii anch'io portando con me la mia videocamera digitale con il super
obiettivo incorporato.
Alla villa mi appostai in maniera tale da poter facilmente riprendere
l'incontro tra l'agitato sig. Gerioni ed il sig. Meli che si rivelò essere
un ragazzino di non più di vent'anni, magrissimo, di colorito scuro, con i
capelli bagnati che gli coprivano la fronte. Il ragazzo non aveva portato
"bambini" con sé, ma teneva in mano un sacco ingombrante ed io iniziai a
filmare proprio quando l'incontro stava volgendo al termine. Il sig. Gerioni
diede alcune banconote al ragazzo il quale gli cedette il grande sacco.
Vidi Gerioni titubante guardare all'interno del contenitore, poi poggiarlo
sull'erba ed estrarne il contenuto. Con attenzione effettuai uno zoom
sull'oggetto.
Erano alcune scatole, contenitori di autoradio, e di telefoni cellulari. Poi
estrasse e rimise all'interno una serie lunghissima di telefoni cellulari
senza scatola, si guardò attorno e, senza salutare il ragazzo, tornò verso
la sua macchina.
Il mese seguente lo trascorsi con l'unico obiettivo di raccogliere prove
inconfutabili su quello di cui io ero ormai certo: Il sig. Gerioni nel suo
negozio vendeva merce importata irregolarmente o, nel peggiore dei casi,
merce rubata e chissà da quanti mesi.
La fortuna commerciale del negozio aveva un solo nome: ricettazione.
Mi accorsi all'improvviso di essermi chiuso in casa per diverse settimane,
senza uscire più, senza incontrare gente. La mia scrivania, davanti alla
finestra della mia stanza, era diventato un ufficio ipertecnologico, con
strumentazione avanzata in grado di poter entrare nell'intimità della gente.
Ai vetri della mia finestra applicai una patina a specchio che impediva la
visione dall'esterno della mia camera e stavo sempre a luce bassa. Alla
parete un'enorme lavagna sulla quale appendevo appunti, foto, planimetrie
degli appartamenti spiati, schede personali dei miei vicini, e quant'altro
volevo avere a portata di mano. I risultati ottenuti mi gratificarono e mi
fecero sentire un investigatore di prima classe.
Fu in quel momento che avrei dovuto fermarmi. Dovevo riflettere maggiormente
sulle conseguenze di quello che, più che un hobby, stava incominciando a
diventare un'ossessione.
D'altronde non si poteva tacere un reato di cui si era venuti a conoscenza e
non si doveva coprire un traffico illecito come quello che avevo
minuziosamente documentato.
Decisi di denunciare il sig. Gerioni alla Guardia di Finanza inviando in
maniera anonima una quantità tale di materiale scottante da mettere in
imbarazzo il Comandante.
Fu solo un mio capriccio filmare anche la macchina della Guardia di Finanza
fermarsi davanti al negozio del sig. Gerioni. Mi accesi una sigaretta mentre
riprendevo il titolare uscire dal negozio tenuto per le braccia da due
agenti. Il mio amico Giuseppe si affacciò dall'entrata insieme ad altre
quattro impiegate seguendolo con lo sguardo sorpreso. Ingrandii l'immagine
inquadrando il viso di un'impiegata rigato dalle lacrime.
Certo, loro erano ignari, non avevano idea di cosa si celasse dietro quel
successo inaspettato. Era comprensibile il loro attimo di smarrimento.
Avrebbero capito meglio l'indomani leggendo i quotidiani.
Così feci anch'io, acquistando il giorno dopo una copia di entrambi i
quotidiani locali. Mi chiamarono "Il giustiziere solitario", "L'occhio della
giustizia", "Il faro della verità". Tutti parlarono del cittadino che senza
nessun tornaconto si prodigava per ricondurre i delinquenti alla giustizia.
Quella fu la molla che scatenò tutto il resto delle mie investigazioni
private, quello fu il motivo per cui sentii che questa attività era, in
qualche modo, buona e giusta.
Scoprii che il portiere del mio condominio scrutava all'interno della
corrispondenza in arrivo prelevando quando poteva qualche assegno, vaglia o
banconota. Trovai la causa delle mie bollette della luce salatissime nel mio
vicino di casa Giovanni Direggio il quale riusciva a collegare i cavi
elettrici in maniera sapiente facendo levitare i miei costi. Scoprii anche
che il gommista dietro l'angolo, la notte, di tanto in tanto, si dilettava a
scoppiare i pneumatici delle auto posteggiate sotto casa mia.
La mia attività si faceva ogni giorno più interessante fino a quando capii
che qualcuno incominciava a sospettare che "il giustiziere solitario"
risiedeva in quel condominio, nell'appartamento con la vetrata a specchio.
Decisi che non dovevo più occuparmi di questioni condominiali, né di
quartiere. Dovevo estendere il campo d'attività. L'occasione me la diede
Adriana.
Adriana era la mia migliore amica. Siamo stati compagni di classe e
d'università, abbiamo condiviso le stesse passioni musicali e, per un
periodo, siamo stati anche fidanzati. Bella non era, ma era tanto buona,
dolce e sensibile. Ecco, la sua migliore qualità era la dolcezza. Non ci si
riusciva ad arrabbiare con lei perché smontava qualsiasi pulsione di rabbia
con la sua dolcezza, con il suo disarmante sorriso.
Era da un po' che non ci vedevamo. Lei si era sposata due anni prima con
Roberto Caldei, un bel ragazzo, agente di commercio, di tre anni più piccolo
di lei. Lei si era innamorata, lui, secondo me, si era procurato una buona
madre per i suoi futuri figli. In realtà non stava mai a casa. Il suo lavoro
lo costringeva a stare spesso lontano da casa e Adriana, con il figlio di
appena nove mesi, mi chiamava anche di notte, per parlare, sfogarsi dei
problemi economici, delle difficoltà di ogni giorno, dei nostri vecchi tempi
spensierati e dei nostri interessi.
Io li ammiravo comunque: erano una famiglia. Adriana era riuscita in quello
che io non riuscivo ad ottenere. Adriana e Roberto si amavano ed avevano un
bel figlioletto, Davide. Cosa si poteva pretendere di più dalla vita? Io
invece mi ero chiuso sempre di più, alienandomi dalle mie vecchie amicizie e
dalla vita.
Rimasi sorpreso quando Adriana mi chiamò alle due di notte per comunicarmi
una notizia clamorosa.
Mi colpì non tanto l'orario, ma il tono di Adriana, tra l'allegro ed il
concitato. Non mi sentivo con Adriana da mesi. Fui un po' brusco nel
chiederle il motivo della telefonata.
"Ho appena scoperto di essere nuovamente incinta!".
Fui contentissimo e glielo feci capire, come le dissi che speravo fosse
femmina, per completare il quadretto familiare perfetto. Le chiesi di suo
marito Roberto e cambiò subito il tono della voce. Era da almeno tre ore che
stava provando a chiamarlo al cellulare che risultava spento. Lei sapeva che
quella notte, trovandosi a 500 chilometri di distanza, non sarebbe tornato a
casa, ma sperava di potergli parlare e comunicargli la lieta novella. Invece
rispondeva sempre la segreteria telefonica e lei non potendo più trattenere
la sua notizia mi chiamò per condividere quel suo momento di gioia. Le
consigliai di mandargli una e-mail, probabilmente aveva ancora il computer
portatile acceso. Purtroppo il computer di casa di Adriana era guasto e non
poteva inviarla.
Ero dispiaciuto, ad una così bella notizia non doveva essere impedito di
raggiungere il destinatario, così misi a disposizione il mio computer e le
chiesi di darmi l'indirizzo e-mail del marito. Avrei inviato una e-mail
chiedendo a Roberto di mettersi in contatto al più presto con la moglie per
conoscere una notizia favolosa.
"
caldei.roberto@hotmail.com", mi comunicò Adriana ringraziandomi per la
disponibilità. Non vedeva l'ora di comunicare la notizia al marito.
Feci come promesso ed il marito mi ringraziò per il disturbo. Da quel
momento, non so bene il motivo, incominciai a pensare al mondo della posta
elettronica, anch'esso un mondo nascosto, intimo, privato. Incominciai a
pensare al mondo di Roberto Caldei, e fantasticavo sulla sua attività di
"Agente di Commercio". Decisi di entrare nel suo mondo usando il suo
indirizzo di posta elettronica che, essendo su un server in Internet come
"Hotmail", era aperto a tutti coloro i quali conoscessero il suo codice
utente e la sua password.
Era pane per i miei denti.
Da quel giorno lavorai alla creazione di un programma per il computer che mi
generasse in continuazione codici utenti e password per entrare nella posta
elettronica della gente.
Il mio obiettivo iniziale fu proprio Roberto Caldei. Nella sua posta
elettronica non erano permessi più di tre errori consecutivi nella
digitazione di codice utente e password, quindi avevo due possibilità al
giorno per provare un codice che il mio programma aveva generato.
Vuoi sapere come venivano generati i codici? E' più semplice di come possa
sembrare.
La maggior parte delle persone utilizzano come codice utente e/o password il
proprio nome o quello della moglie, del marito, del figlio o del proprio
animale domestico; seguono i vari nomignoli e vezzeggiativi. Statisticamente
si sceglie spesso di inserire anche la propria data di nascita o quello di
una persona cara, o una data particolarmente importante o il nome di un
personaggio famoso decisamente caro a quella persona; chi vuole fare il
difficile inserisce il proprio codice fiscale o partita iva pensando che
possano essere codici senza nessun nesso logico, poi ci sono casi
particolari che non elencherò, ma non superano il centinaio. Basta conoscere
alcuni dati personali del soggetto che si vuole esaminare per scardinare
qualsiasi password e basta avere un computer che velocemente effettui le
varie combinazioni e faccia due tentativi al giorno per provare ad entrare
nell'intimità della vittima. Era come un gioco che aveva il suo fascino
perché dovevo misurarmi con sfumature di password che variavano con
l'aumentare dell'intelligenza del soggetto da esaminare.
Il mio programma lavorava da solo: generava codici, si collegava su
internet, effettuava due tentativi, si scollegava e attendeva 24 ore per
rifare la procedura, finché un giorno, dopo appena cinque settimane, il mio
computer si illuminò di colpo d'azzurro ed emise un fischio simile a quello
delle pentole a pressione. Era il segnale che avevo ideato per indicare che
il computer aveva trovato il codice utente e la password ed era entrato
nella posta elettronica di Roberto.
Eccitato, aprii il primo messaggio.
"Ciao pupetta, oggi sono a Giraldino, in montagna. E' un paese di novecento
persone di cui il 90% supera abbondantemente i sessant'anni!! Mi manchi,
perché non mi raggiungi qui? Ho già prenotato l'albergo per tutto il
week-end e qui c'è un panorama fantastico". Il messaggio era stato spedito
da Roberto dieci minuti prima all'indirizzo
pupetta@hotmail.it
Questo era l'ultimo messaggio inviato da Roberto, mentre la casella della
"Posta in arrivo" era stranamente vuota. Qualcosa mi disse che quella
"Pupetta" non era mica Adriana che se ne stava a casa con un figlio in
braccio ed un altro nella pancia. La conferma la ebbi non appena Pupetta
rispose alla e-mail dicendo "Oggi non mi hai chiamato, ieri eri
impegnatissimo, è possibile che noi due dobbiamo vederci o sentirci solo
quando decidi tu? Non so se per il week-end sarò libera, devono ancora
assegnarmi un volo, lo saprò domani, sentiamoci telefonicamente. Baci, la
tua Pupetta".
Un pugno nello stomaco. La mia amica Adriana era ignara dell'esistenza di
una"Pupetta" nella vita di suo marito, o almeno così credevo io. Avevo
bisogno di più informazioni su Pupetta per potermi inserire nella sua posta
elettronica, dovevo inserire nel mio programma tutti i contenuti dei
messaggi come se fossero telefonate, e così feci per un mese circa.
Scoprii molte cose ed ottenni una scheda dettagliata della coppia
Roberto-Pupetta. I due si frequentavano da molto tempo, sicuramente da prima
che Adriana e Roberto si sposassero. Il lavoro di lui lo costringeva spesso
a pernottare fuori casa, come anche Pupetta, che era una assistente di volo
ed era costretta a dormire spesso in albergo. Pupetta era nubile, bella ed
economicamente agiata. Non era a conoscenza che Roberto fosse sposato, lui
glielo nascose in tutti i modi. Scoprii anche che Adriana era totalmente
all'oscuro di quella relazione e non chiedeva mai spiegazioni delle lunghe
assenze giustificandole con il lavoro stressante del marito. Dopotutto
Roberto sapeva destreggiarsi con abilità tra le due donne e sapeva farsi
perdonare ogni mancanza con i regali più azzeccati.
Riuscii ad entrare presto anche nella casella di posta elettronica di
Pupetta, profanando la sua banale password: "Bobby". Qui ebbi conferma di
tutti gli altri miei dubbi e presi la decisione di agire al più presto.
Per prima cosa invitai Adriana a cena. Lei era lusingata ed imbarazzata. Non
sapeva a chi lasciare il figlio e, non potendo permettersi una babysitter,
mi promise di chiamarmi quando avrebbe avuto la possibilità di uscire la
sera. Aspettai con pazienza, ma non restai con le mani in mano.
Lo stesso giorno ebbi la sorpresa di una visita inaspettata. Il mio vicino
di casa, l'editore Carlo Fivetti, mi chiese di potermi parlare per qualcosa
di urgente.
"L'ho seguita in questi mesi, ho capito che era lei il "Giustiziere
solitario" da quando ha montato la patina a specchio sui suoi vetri. Dovrà
pur ammettere che noi, abitanti nel palazzo di fronte, non abbiamo più
intimità per lei".
Gli chiesi quale fosse il motivo della visita, se intendeva denunciarmi o
altro.
Le sue intenzioni erano diverse, voleva un aiuto.
Nella sua piccola casa editrice aveva un socio di cui non si fidava più.
Secondo il suo intuito, il socio stava trascinando la casa editrice in
rovina finanziando progetti e libri senza nessuna possibilità di vendite.
Aveva il grosso dubbio che stesse facendo un doppio gioco, cercando di
favorire un concorrente con il quale, forse, era entrato in affari.
"Cosa vuole che faccia?", gli domandai.
Dovevo dargli una prova inconfutabile, una foto, un colloquio, un filmato,
qualsiasi cosa gli potesse dare la libertà di fare uscire il socio infedele
fuori dalla società.
Accettai l'incarico. Mi offrì del denaro. Il mio hobby divenne una
professione. Mi chiusi ancora di più in me stesso, concentrato sulle mie
attrezzature ed i miei programmi. Il sig. Fivetti mi diede tutte le
informazioni di cui avevo bisogno per aprirmi le porte della sua casella
e-mail e mi aiutò ad inserire un microtelefono nel telefono cellulare.
Per il suo socio fu la fine. Mi bastarono dieci giorni di lavoro intenso per
smascherare la verità. La casa editrice del sig. Fivetti era salva ed il
socio infedele fu fatto fuori. Ero contento dell'ulteriore successo che
avevo ottenuto con i miei metodi d'indagine ed il sig. Fivetti mi propose di
scrivere un libro, un saggio su come poter scardinare i sistemi di sicurezza
dei computer e dei sistemi operativi. Un manuale su come poter diventare un
"Perfetto Hacker", come mi ribattezzò il sig. Fivetti. L'offerta era
allettante, soprattutto dal punto di vista economico. Così accettai.
La mia amica Adriana mi invitò a cena a casa sua un paio di giorni dopo. Mi
ero preparato un discorso per farle capire, senza essere troppo diretto, che
suo marito la tradiva per un'altra donna.
Mi ritrovai al tavolo con una donna semplice e dolce, innamorata di suo
marito e totalmente dedita a lui ad alla famiglia. Cosa potevo dirle? Era
così felice e convinta delle sue scelte che bloccò ogni mio timido tentativo
di illustrarle la verità.
Lasciai perdere. Rinunciai al tentativo di dirle tutta la verità, ma ebbi
un'altra idea, forse più traumatica, ma sicuramente meno imbarazzante per
me.
Inviai alla mia amica Adriana ed alla Pupetta un messaggio di posta
elettronica contenente lo stesso testo: "Mi chiami? Ho una segreto
riguardante Roberto che tu ancora non conosci. Telefonami". A margine
indicavo ad ognuna il numero telefonico dell'altra e rimasi ad aspettare.
Restai per decine di minuti con la cuffia collegata al telefono di Adriana
finché lo sentii squillare.
Mi accesi una sigaretta e mi gustai il dialogo tra le due ignare avversarie
in amore.
Roberto viaggiava in autostrada canticchiando con l'autoradio accesa.

Fu una settimana dopo che incontrai il mio amico Giuseppe Montani dal
giornalaio. Lavorava lì da un mese circa. Dopo che il Sig. Gerioni aveva
dovuto chiudere il suo negozio dove Giuseppe lavorava, il mio amico si era
trovato senza lavoro, quindi dopo aver penato un po', dovette accettare la
prima occasione che gli capitò: vendere giornali presso il giornalaio del
quartiere. Giuseppe, non appena mi vide mi fece un sorriso. "Vieni", mi
disse, "ti offro un caffè".
Il caffè al bar fu l'occasione per parlarmi e per sfogarsi. La chiusura del
negozio dove lavorava fu, per lui, una vera tragedia. Si trovò senza lavoro,
senza stipendio e con un mutuo sulle spalle. Gli vidi una lacrima solcare il
viso, la sua fidanzata Luana lo aveva lasciato mandando all'aria i
preparativi del loro matrimonio. Gli spiegò che senza lavoro non si poteva
pensare di mantenere una famiglia e gli diede il benservito. Uscì degli
spiccioli per offrirmi il caffè, ma gli bloccai la mano, pagando io. Mi
chiese scusa per essersi sfogato, ma mi confessò che negli ultimi mesi gli
era crollato tutto il mondo addosso e che adesso era ridotto ad accettare
lavori anche miseri pur di potersi pagare almeno il mutuo.
Lo guardai con lo sguardo impietrito, mi sentivo in parte coinvolto, in
fondo avevo scoperto io il segreto del Sig. Gerioni ed era per colpa mia se
il negozio era stato chiuso. Gli dissi che avrei fatto di tutto per
aiutarlo, cercando un lavoro un po' più redditizio e lui mi abbracciò
talmente forte da farmi quasi male. Era sull'orlo di un esaurimento nervoso,
non lo avevo mai visto così giù di morale.
Non appena rientrai nel mio appartamento, per istinto, ripresi il binocolo e
guardai in direzione dell'appartamento del sig. Gerioni. La casa era vuota e
deserta. Guardai meglio attraverso l'altra finestra, quando scorsi la sagoma
della moglie del sig. Gerioni che guardava fuori dalla finestra, fissa nella
mia direzione. Sembrava come se mi stesse fissando. Tolsi immediatamente lo
sguardo dal binocolo, presi la cornetta del telefono e chiamai al sig.
Fivetti, il proprietario della casa editrice. Gli chiesi la cortesia di
poter inserire tra i suoi dipendenti il mio amico Giuseppe, un ragazzo
volenteroso che aveva bisogno d'aiuto. Non mi rispose neanche chiedendomi
invece a che punto ero arrivato con la composizione del libro. Io risposi di
non aver nemmeno iniziato, e riproposi la mia richiesta di trovare un
impiego al mio amico. Il sig. Fivetti mi spiegò che da quando aveva silurato
il suo socio aveva iniziato un'opera di depurazione della società, cacciando
via una decina di dipendenti che erano amici del suo ex-socio e non
intendeva assumere, per il momento, nessun altro.
Con disappunto terminai la conversazione sbattendo i pugni sul tavolo. Mi
sentivo colpevole di aver fatto chiudere il negozio del sig. Gerioni ed aver
messo sul lastrico sia il titolare che i dipendenti. Il mio gesto era stato
sicuramente un gesto civile, giusto, onesto. La società mi ringraziò di aver
assicurato un truffatore alla giustizia, ma quella stessa società stava
sbattendo la porta in faccia al mio amico che non aveva nessuna colpa.
Mi impegnai ad aiutare comunque il mio amico. Con il contratto firmato con
la casa editrice avrei fatto un grosso regalo in denaro a Giuseppe. In fondo
fu merito suo se io diventai Hacker.
Decisi di uscire un po' fuori e di fare una passeggiata per distrarmi da
quello che stava diventando un pensiero fisso. Andai nella villa comunale a
ricercare silenzio e profumi d'erba e fiori. Mi sedetti in una panchina
illuminata dal sole e mi esposi così, lasciandomi riscaldare il viso, ad
occhi chiusi.
Non appena aprii gli occhi riconobbi, a circa venti metri da me, lo stesso
ragazzo delinquente che avevo filmato mentre vendeva la roba rubata al sig.
Gerioni. Stesso sacco, stesso materiale, un'altra controparte. Ebbi uno
scattò dentro di me, mi volevo alzare, ma presto compresi quanto potesse
essere inutile e ridicola qualsiasi reazione. Lo squillo del telefono
cellulare mi distrasse. Era Adriana, la mia amica tradita dal marito.
Parlava singhiozzando.
Riuscii a malapena a capire che si trovava sulla strada statale, aveva
posteggiato l'auto in una rientranza e stava camminando a piedi con in
braccio il figlio. Aveva deciso di chiudere con la sua vita. Aveva
realizzato in un attimo il fallimento non solo della sua storia d'amore, ma
di tutta la sua vita, di tutte le sue certezze, di tutto il suo mondo.
Camminava in attesa di trovare la prima curva, poi, disse, si sarebbe messa
seduta per terra dando le spalle alla curva ed alla prima macchina che,
giungendo all'improvviso, avrebbe interrotto il supplizio che ormai da
giorni stava vivendo.
Mi gelò il sangue, ma cercai di mantenere la calma. Capii subito di non aver
il tempo di prendere l'auto e raggiungerla. Tentai dunque di persuaderla ad
abbandonare l'ignobile proposito, se non altro per suo figlio e per la
creatura che teneva in grembo. Sarebbe stata una vigliaccheria, una scelta
egoistica di far morire anche i propri figli. Loro colpa non ne avevano. Poi
cercai di prendere tempo cercando di farmi spiegare i motivi che l'avevano
portata a tale disperazione. Mi finsi incredulo, giurai di sapere tutto
l'opposto, la convinsi del fatto che conoscevo retroscena che avrebbero
discolpato Roberto. Avrei detto qualsiasi cosa pur di evitare che la
situazione precipitasse.
La voce di Adriana si addolcì. Quella donna cercava conferme, sperava che
qualcuno le dicesse che si trovava a vivere in un incubo. Desiderava che
qualcuno la svegliasse da quel brutto sogno. Voleva che qualcuno le
mentisse.
Con una dolcezza indescrivibile, mi comunicò di essersi seduta sull'asfalto.
In braccio teneva ancora suo figlio che nel frattempo si era addormentato.
"Grazie comunque Claudio, avevo bisogno di sentire una voce amica. Ho
sbagliato tutto nella mia vita, ma la tua amicizia è stata l'unica cosa
buona che ho avuto. Addio".
Adriana smise di parlare. Probabilmente appoggiò il telefono cellulare per
terra mentre io continuavo a gridarle di non fare sciocchezze, di pensare ai
bambini, di pensare a me.
Ebbi il tempo di ascoltare, tra i brividi, il rumore terribile di una forte
frenata e di un forte botto.

Il monitor del mio computer visualizzava un foglio bianco. Irradiava di
bianco il mio viso e tutta la stanza buia.
Mi trovai davanti al computer e davanti alla composizione del mio primo
libro. A dire la verità avevo deciso di non scriverlo più questo libro, ma
l'editore mi costrinse minacciandomi con il contratto che avevo sottoscritto
tempo addietro e mi mise fretta, quindi decisi di iniziare. In testa, al
centro, il titolo scelto dal mio editore: "Il perfetto Hacker". Forse la
gente si aspettava qualcosa di diverso, ma io vi ho voluto semplicemente
raccontare la mia esperienza, a voi il compito di giudicare e di capire.
Il Vostro Claudio T.
 

 

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