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The winner is...
«And the winner is.».
La conduttrice tenne tutti in
sospeso per un paio di
secondi.
«Luca Sciortino!».
Dalla platea si sollevarono tutti in piedi applaudendo
fragorosamente. Anche
Luca Sciortino scattò in piedi automaticamente, senza
capire realmente che
il vincitore della sezione "Cortometraggi in lingua
straniera" fosse proprio
lui. Alto, magro, baffi neri sottili e sguardo
sorpreso da quarantenne
spaesato. Le strette di mano, le pacche sulle spalle e
la spinta a salire
sul palco lo riportarono alla realtà.
«I would like to thank you all! I'm really surprised».
Furono le uniche
parole che seppe dire al pubblico che aveva scelto la
sua opera tra le
cinque finaliste della sezione. Un grande
riconoscimento, era la prima volta
che tale premio andava ad un italiano.
Era una girandola di sorrisi e congratulazioni, ma
riuscì alla fine ad
uscire dal teatro gremito ed a raggiungere, a notte
inoltrata, il proprio
albergo.
Giunto davanti alla ricezione dell'hotel, il portiere
gli fece le
congratulazioni stringendogli forte le mani e
consegnandogli le chiavi. Luca
pensò che fosse l'ultima stretta di mani per quella
sera ed aprì, stanco, la
porta della sua camera.
Le sorprese non erano finite: un enorme mazzo di fiori
era sulla scrivania,
accanto ad esso, sulla destra una scatola di
cioccolatini, e sulla sinistra
una bottiglia della migliore marca di Champagne. Ai
piedi della bottiglia un
biglietto bianco piegato.
«I miei più sinceri complimenti! Vogliate gradire
questo rinfresco. Capisco
che sarete stanchissimo, ma ci terrei a brindare con
Voi questa notte
stessa. Renato De Michelis».
Luca rigirò il biglietto sorridendo. «De Michelis, il
più grande produttore
italiano che si complimenta e vuole brindare con me?
Colui che non mi ha mai
cercato, adesso vuole brindare alle tre di notte! Sarà
meglio incontrarlo
domattina, sarò sicuramente più lucido».
Rinunciò al suo incontro di lavoro, ma non rinunciò
allo champagne che
svuotò per metà, addormentandosi sulla poltrona della
sua stanza d'albergo.
Il suono del telefono interruppe un sogno e lo spinse
automaticamente a
guardare l'orologio.
Erano le cinque del mattino e Luca si chiedeva chi
osava disturbarlo a
quell'ora.
«Signor Sciortino, qui è la Ricezione dell'albergo, ho
di fronte il Dott. De
Michelis che vorrebbe incontrarla urgentemente».
«Ma io stavo dormendo! Non penso sia il caso, sono
distrutto. Gli dica di
venire domani qui in Hotel».
Luca ripose la cornetta del telefono ed approfittò del
risveglio per
spogliarsi e sdraiarsi a letto.
Il Dott. De Michelis, elegantissimo, capelli grigi
lunghi, occhiali da vista
con montatura bianca ed il viso abbronzato da
settantenne frequentatore di
Solarium, lo aspettava al tavolo cinque della grande
sala per la colazione
illuminata dal sole di una bella giornata primaverile.
Appena vide Luca
Sciortino avanzare verso di lui si alzò e lo accolse
con una forte stretta
di mano.
«Buongiorno Sciortino, finalmente ho il piacere di
conoscerla di persona».
«Dott. De Michelis, le chiedo scusa per ieri notte ma
ero davvero
stanchissimo, e mi ero già addormentato».
«No. Non deve scusarsi. Ho perso la cognizione del
tempo ieri notte, non mi
ero mica accorto che erano le cinque del mattino
quando l'ho cercata. Mi
deve perdonare».
Luca ordinò un cappuccino ed un croissant e si mise
comodo sulla soffice
poltroncina. Cercava di gustare appieno quegli attimi
sognati da tanto
tempo. Essere arrivati fino al Festival; aver vinto il
premio più ambito; il
produttore più importante che gli porgeva le proprie
scuse e chiedeva di
poterlo chiamare per nome. Luca non riuscì a
trattenersi, si voleva togliere
un sassolino dalla scarpa.
«Vede, è da anni che la inseguo. Le avevo mandato
anche la sceneggiatura di
quest'ultimo mio lavoro, ma lei non mi ha mai degnato
di un colloquio, non
mi ha mai risposto né voluto incontrare. Adesso mi
sembra tutto così
irreale».
«Ha ragione, ma il destino è fatto così. Comunque
meglio ora che mai! Mi
parli un po' di questo cortometraggio premiato: "La
Panchina", mi ha colpito
il modo in cui lei sia riuscito a creare una storia
inquadrando solo una
panchina. Questa storia mi ha fortemente
impressionato».
«Avevo da tempo la voglia di fare un documentario.
Parlare della gente
riprendendola in situazioni reali. Filmare la loro
vita, i loro veri
dialoghi, le loro espressioni. Ecco, "La Panchina" è
un documentario, gli
attori non sono professionisti. Ho piazzato una
telecamera sul lungomare e
l'ho camuffata per non farla riconoscere. Una
inquadratura fissa. Ho ripreso
una panchina, sempre quella. Ho filmato tutte le
persone che in una
settimana si sono sedute su quella panchina. Bambini,
ragazze, adolescenti,
giovani coppie, manager, vecchietti. Per un'intera
settimana. Poi è stato un
duro lavoro di montaggio che mi ha portato fino al
risultato finale».
«Una lucida rappresentazione della società moderna! Mi
è piaciuto molto. Le
posso dare del "tu"? . Sei stato originale. Ti faccio
i miei complimenti.
Non mi voglio dilungare molto».
Il produttore uscì da una borsa una serie di fogli e
glieli mise davanti al
regista posando sopra di essi una penna.
«Voglio acquistare i diritti!».
«Penso che dovrei prendermi un po' di tempo per
rendermi conto della.».
Il produttore, sorridendogli, prese il blocchetto
degli assegni, impugnò la
penna e, con fare molto teatrale, incominciò a
riempire l'assegno scrivendo
un importo a sei cifre.
«In quel foglio ti chiedo l'esclusiva mondiale per "La
Panchina", ti metto
sotto contratto per i prossimi cinque anni nei quali
farai due film, e
quest'assegno potrebbe essere solo l'acconto».
Luca Sciortino era stupefatto. In due settimane era
cambiato tutto così
velocemente che non riusciva a stare dietro a tutte le
novità. Aveva
sfondato, non c'erano dubbi. Era arrivato il momento
di incassare. In realtà
il regista voleva mostrarsi un po' titubante, ma la
sua sincerità era
difficilmente oscurabile.
Intascò l'assegno.
Cinque ore dopo era già sull'aereo che lo riportava a
casa.
Quindici giorni dopo era stato fissato l'appuntamento
presso la sede della
"D.M.I.". Il Dott. De Michelis ed il regista Sciortino
dovevano incontrarsi
per definire l'accordo firmato precedentemente. Il
produttore lo pregò di
portare con sé tutto il materiale utilizzato per il
montaggio de "La
Panchina", aveva in serbo una sorpresa.
Luca si accorse che nella sua città poche persone
avevano seguito la
manifestazione cinematografica e quasi nessuno lo
riconosceva o lo
avvicinava. Solo gli amici lo riempirono d'affetto e
non gli chiedevano
altro di poter vedere quel famoso cortometraggio di
cui la televisione aveva
solo accennato.
«Carissimo Luca, come va?».
Il produttore lo accolse abbracciandolo.
«Mi togli una curiosità? Sei sposato?».
«No», rispose Luca, «a dire il vero non sono neanche
fidanzato».
De Michelis lo guardò fisso attraverso la montatura
bianca dei suoi
occhiali.
«Ho guardato più volte il tuo cortometraggio e mi è
venuta un'idea. Lo
trasformeremo in un film. Ti ho detto di portare il
materiale per questo
motivo. Hai avuto una grande idea e dobbiamo
sfruttarla fino in fondo. Hai a
disposizione tutto il mio studio di montaggio, i
tecnici, gli assistenti.
Potrai trasferirti qui se vuoi per tutto il tempo
necessario. Ho le camere
riservate per i registi che si vogliono immergere a
tempo pieno nel loro
lavoro».
«Io, non so se il materiale mi basta per un
lungometraggio».
«A me bastano 90 minuti. Lascia tutto qui, abbiamo tre
mesi per impostare il
tutto. Non dobbiamo far trascorrere troppe settimane
dalla notte della
premiazione, ci verrebbe a mancare la spinta
pubblicitaria. La gente vuole
vedere "La Panchina" al cinema».
Luca Sciortino accettò. Il Dott. De Michelis aveva un
modo di fare così
affabile e convincente da non poter opporre la minima
resistenza.
Il produttore sembrava credere davvero molto nel
progetto. Era come se
vedesse in Sciortino la sua giovinezza di regista
rampante e pieno di
entusiasmo. Provava piacere a condividere con lui
opinioni e punti di vista
sulle inquadrature.
Si ritrovavano ore ed ore a visionare tutto il
materiale che Sciortino aveva
raccolto giorno dopo giorno, dalle cinque del mattino
alle dieci di sera,
davanti a quella panchina sul lungomare.
A De Michelis piacevano molto alcune scene ed alcuni
personaggi. Come la
coppia di anziani. Amava parlarne con gli amici e
descriverla.
«Una coppia di anziani, curvi, lenti, camminano
tenendosi per mano e si
siedono sulla panchina. L'uomo impiega almeno un
minuto prima di potersi
sedere, mentre la donna lo aiuta e gli sistema il
bastone. Entrambi sono
silenziosi. Non parlano. Si siedono accanto e guardano
verso il mare. In
silenzio. Resteranno a guardare il mare in silenzio
per quarantasette
minuti. Poi lentamente e con difficoltà si alzano, si
prendono per mano e
silenziosamente se ne vanno. Ecco, in scene come
queste sta tutta la
bellezza di questo film, tutta l'intensità realista.
Il problema è sempre
quello di dover rendere una scena come questa in non
più di sette-otto
minuti, per non annoiare il pubblico».
Luca lo guardava mentre con i suoi amici e colleghi
discuteva del suo film e
si sentiva orgoglioso. Finalmente era potuto entrare
in quella cerchia di
esperti di cui voleva far parte già da diversi anni.
Uno dei colleghi a questo punto si rivolse verso il
regista.
«Hai raccolto il consenso di tutte quelle persone? Hai
avuto problemi?».
«Quasi di tutte! Non ho raccolto il consenso di quelle
persone che non si
vedono bene nelle riprese, o non vengono riprese
direttamente. Sono stato
più diligente con i minorenni. Ci sono due bambine che
giocano girando
attorno alla panchina. Ho dovuto aspettare un ora
prima di trovare i
genitori e farmi firmare il consenso. Ho avuto
problemi con i tre ragazzi
"teppisti" che scrivono e dipingono con la vernice
spray la panchina, uno di
loro era minorenne ed il padre mi ha rifiutato il
consenso».
«Ecco, un altro bel momento è quello dei teppisti, lo
monteremo verso la
fine del film, come a dimostrare la decadenza e lo
squallore della società
moderna».
«In questo film non ci sono scene d'amore?».
«Ne ho filmate almeno cinque», è Luca a parlare,
«alcune tenerissime, altre
decisamente calde».
«Ecco, questo è un caso in cui non abbiamo il consenso
firmato», lo
interruppe De Michelis.
Gli amici incalzavano con le domande. «Ma quando sarà
terminato il
montaggio?».
«Fra un mese sarà nei cinema».
Luca Sciortino prese una settimana di ferie prima di
vedere il proprio film
approdare nelle sale cinematografiche.
Scelse la località di Cannes per una settimana di
mare, ormeggiato con il
suo yacht nuovissimo nel porticciolo.
La sua vita era cambiata troppo velocemente e, per
quanto lui si sforzasse
di non cambiare stile di vita, lentamente stava
abbandonando i suoi vecchi
amici e vecchie abitudini. Trovò anche più fidanzate,
soprattutto da quando
aveva comprato lo yacht sul quale stava facendo
colazione tenendo in mano un
quotidiano italiano.
Una notizia in prima pagina attirò la sua attenzione.
Un omicidio, in pieno
centro, nella capitale.
Ma più della notizia fu attirato dalla foto della
vittima. Una fisionomia
che gli era familiare.
Lesse con attenzione l'articolo, ma di Gianfranco
Serbe Galbiati, ricco
industriale assassinato con tre colpi di revolver a
bruciapelo, non
conosceva nulla e non ricordava dove avesse potuto
incontrarlo.
Eppure il suo mestiere gli aveva donato una capacità
di fisionomista fuori
dalle regole, ma forse le ragazze che lo accarezzavano
e lo massaggiavano
gli avevano indebolito i sensi.
All'improvviso gli occhi si accesero. Gli ritornò in
mente dove aveva
incontrato la vittima. Quell'uomo era uno dei
personaggi del suo
cortometraggio, o almeno, gli assomigliava molto.
Se non ricordava male era stato uno di quelle persone
con la quale aveva
avuto problemi nella concessione del consenso a
pubblicare le immagini.
Poteva essere giustificato, vista la propria posizione
economica, di cui
però Luca non era a conoscenza.
Per lui era solo un signore di mezza età, elegante,
insieme alla propria
compagna su una panchina di fronte al mare si
scambiavano effusioni.
Questo fatto di cronaca non fece altro che suggerirgli
il soggetto per una
nuova sceneggiatura.
Un giallo.
Un serial killer uccide i protagonisti dei film di un
regista di successo.
Dopo l'uscita di un nuovo film, moriva l'attore
principale. Morti strane,
incidenti, malori, malattie. Il killer riuscirà anche
a far cadere sullo
stesso regista le attenzioni della polizia, come
possibile colpevole alla
ricerca di una folle pubblicità. Si scoprirà in
seguito che il colpevole
altri non era che...
Luca si presentò in anticipo alla conferenza stampa di
presentazione del
film che precedeva la prima proiezione ufficiale.
Appena in tempo per permettere al Dott. De Michelis di
presentargli la
moglie.
Luca ebbe come una scossa interna. Non appena la
bionda moglie gli strinse
la mano e lo guardò negli occhi, si sentì svuotare ed
impallidì.
La donna che Luca aveva davanti era la stessa che
baciava appassionatamente
l'Industriale sulla panchina ripresa nel film. Non
aveva dubbi a proposito.
Il Dott. De Michelis, notando il turbamento
dell'espressione di Luca, gli
sorrise garbatamente. «Vi conoscevate?».
Il regista non riusciva a distogliere lo sguardo da
quella donna. Fu lei ad
abbassare gli occhi, evidentemente provata.
Luca trovò una giustificazione per andare in bagno,
dove si rinfrescò con
dell'acqua fredda.
La conferenza stampa sembrò durare ore. Luca Sciortino
guardava sempre più
turbato in direzione della platea dove era seduta la
moglie del suo
produttore. Gli sembrò che stesse piangendo. Sentì
l'esigenza di evitare uno
scandalo
I consensi erano unanimi e tutti erano ansiosi di
seguire lo spettacolo.
Luca pensò di avvisare il produttore in modo da
interrompere un attimo la
proiezione con una scusa qualsiasi. Voleva far
tagliare quella ripresa che
nel cortometraggio durava trenta secondi in cui le
lingue dei due amanti
erano riprese in primo piano per poi allargare il
campo. I due personaggi
sarebbero stati riconosciuti anche se non erano
ripresi perfettamente.
«Dott. De Michelis, bisogna interrompere la
proiezione, devo rivedere il
montaggio, c'è una cosa.Bisogna bloccare tutto, mi
ascolti».
Il Dott. De Michelis gli sorrise sarcasticamente: «Il
montaggio l'ho rivisto
già io. Non ti preoccupare, ho sistemato tutto io.
Siediti e goditi il
successo. Sei diventato famoso».
Il buio calò sulla sala.
Luca Sciortino si sedette in terza fila tra i
giornalisti, lasciando vuota
la sedia, a lui riservata, accanto alla moglie del
Dott. De Michelis.
La scena degli amanti non fu proiettata, fu
volontariamente tagliata in fase
di montaggio. Nello stesso istante in cui era
prevista, Luca si girò verso
la donna.
La donna era immobile voltata verso di lui. La luce
dello schermo del cinema
le donava un aspetto pallido, etereo. Gli occhi lo
fissavano senza esprimere
nessun sentimento mentre le scivolò una lacrima sulla
guancia.
Il marito si girò sorridendo e le mise un braccio
attorno al collo
costringendola a voltarsi verso lo schermo.
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all'indice Autore
Il Perfetto Hacker
Mi chiamo Claudio T., sono un
programmatore di computer di trent'anni. Sono
dipendente, in "telelavoro" presso una grande azienda
produttrice di
software, cioè lavoro a casa mia e invio i miei lavori
all'azienda dove sono
impiegato. Sono celibe e vivo da solo in un
appartamento in centro. Mi hanno
soprannominato "Il perfetto hacker". Sono arrivato ad
odiare
quell'appellativo.
Ciò che per me aveva prima il significato di astuzia,
furbizia ed abilità,
ben presto assunse l'aspetto della vigliaccheria e
dell'imbroglio.
Tutto cominciò durante una mia vacanza in Grecia. La
mia stanza d'albergo
era proprio davanti ad un altro albergo e dalla
finestra si poteva osservare
l'interno delle camere e quello che vi si svolgeva. Fu
lì che si sviluppò la
mia curiosità ed il mio interesse verso la vita intima
degli altri.
Io spiavo!
Non lo facevo per tendenze voyeuristiche, o per
interesse, ma per pura e
semplice curiosità.
Mi portai dietro questa abitudine ed al mio rientro in
città comprai subito
un cannocchiale per scrutare all'interno delle case
altrui. Pensavo spesso
al film di Hitchcock "La finestra sul cortile", e
questo mi rincuorava,
giustificava il mio hobby fuori dalle regole: a
qualcuno, un giorno, poteva
ritornare utile.
Facevo qualcosa di male?
In fondo siamo continuamente osservati, scrutati,
studiati da migliaia di
fotocamere, telecamere e satelliti sparsi in tutto
l'universo. Anche quando
pensiamo di essere soli a casa può esserci qualcuno
che ci osserva, che
studia i nostri movimenti, le nostre abitudini e i
nostri gusti.
Come le tessere punti dei supermercati, che sotto
forma di dispensatori di
sconti e regali, sono un ottimo modo per spiare le
nostre abitudini di
consumo ed i nostri acquisti. Come le carte di credito
che rappresentano uno
strumento con il quale tutti possono sapere se
acquisti, cosa acquisti e per
chi acquisti. Come il tuo telefono mobile è uno
strumento preciso per poter
essere rintracciato dovunque ti trovi, come anche il
tuo "Telepass",
marchingegno con il quale dai un'esatta percezione dei
tuoi spostamenti e
dei tuoi orari. Come le tue telefonate, infine, che
possono essere
intercettate.
Pare ci sia un sistema sofisticato che sia in grado di
filtrare tutte le
nostre telefonate e, in base ad una griglia di parole
e termini prestabiliti
che indicano un certo pericolo, localizzano la
telefonata e la registrano
per un ulteriore controllo. Insomma, se parlando con
un mio amico dico di
avere "una notizia bomba che ti farà saltare di gioia
e morire dalle
risate", probabilmente qualcuno registrerà la mia
telefonata schedandomi
come possibile terrorista.
In un mondo dove il "Reality show" era il modello di
spettacolo che faceva
registrare i più alti indici di gradimento, non vedevo
quale potesse essere
il crimine di un hobby come il mio: spiare le persone.
Non è servita a niente la cosiddetta legge sul
"consenso al trattamento dei
dati personali", dovevi acconsentire sempre e comunque
se volevi usufruire
di qualsiasi servizio o prodotto. Non serviva a niente
dotarsi di parole
segrete e password, se poi ci voleva veramente poco a
scoprirle ed accedere
a dati riservati.
Di fronte casa mia abita il Sig. Mario Gerioni: un
uomo di mezza età, di
media statura, stempiato con piccoli occhiali da vista
tenuti al collo da
una cordicella di cuoio. La sua famiglia è una
famiglia semplice: la moglie
casalinga, sempre indaffarata a pulire e due figli che
frequentavano la
Scuola Media vicino il nostro isolato. Mario Gerioni
aveva un negozio dove
vendeva telefoni cellulari, schede telefoniche,
supporti magnetici,
autoradio, DVD, e altro ancora. Il negozio aveva un
aria dimessa, in
contrasto con l'alta tecnologia che veniva venduta in
quel luogo,
l'illuminazione era carente, con una sola lampada al
neon in cima al
soffitto che non riusciva ad illuminare le vetrine di
plexiglas opacizzate
dal tempo. I clienti scarseggiavano, sia per
l'immagine del negozio che non
invitava il passante, sia per i prezzi che restavano
alti a causa delle
spese di gestione che attanagliavano il sig. Gerioni.
In quel negozio vi
erano tre dipendenti tra i quali anche il mio amico
Giuseppe Montani che non
riceveva il suo stipendio da ormai due mesi.
Tu potresti pensare che questo tizio era poco
interessante da osservare e da
spiare, ed infatti era l'unico che non attirava la mia
attenzione, almeno
fino a quando successe un fatto clamoroso.
Il mio amico Giuseppe all'improvviso mi chiamò
invitandomi a cena. Il suo
titolare, il sig. Gerioni, aveva saldato tutte le
spettanze arretrate con un
gran sorriso e tante scuse e Giuseppe era così
contento da voler condividere
quel momento con me. Quella sera ero già impegnato
quindi fissai un
appuntamento a cena per la settimana successiva in un
noto ristorante della
costa.
All'appuntamento notai il mio amico Giuseppe
pensieroso. Era passata appena
una settimana da quando il sig. Gerioni gli aveva
pagato gli arretrati, e
Giuseppe mi raccontò della trasformazione del negozio.
Il titolare rinnovò
tutto il negozio, partendo dall'illuminazione dei
locali per finire
all'arredamento ed alle vetrine.
Questa ventata di novità sorprese un po' il mio amico
Giuseppe, ma quello
che lo fece riflettere davvero fu la proposta, fatta
dal suo titolare, di
assumere in negozio anche la sua fidanzata Luana. Il
sig. Gerioni gli disse
che aveva bisogno di più dipendenti e sarebbe stato
felice di avere nel suo
negozio solo gente fidata.
Giuseppe lavorava in quel negozio da dieci anni, aveva
acquistato una
macchina ed una casa grazie a quello stipendio e
grazie al sig. Gerioni. Gli
era profondamente riconoscente, ma era sotto gli occhi
di tutti quella
improvvisa metamorfosi e quell'ingresso ingente di
capitali nell'attività.
Non c'era stato un incremento delle vendite, anzi
arrivavano spesso lettere
di creditori in attesa, quindi non riusciva a
spiegarsi il perché di tanti
soldi, il motivo di tutti quegli investimenti.
La serata trascorse parlando di altro. Discutemmo di
Luana, la sua
fidanzata, dei loro preparativi di matrimonio e di
altro. Mi divertii quella
sera, ma tornando a casa avevo un solo obiettivo:
scoprire il segreto del
Sig. Gerioni!
In un mese appena di appostamenti raccolsi
informazioni interessanti.
Scoprii che aveva acquistato una nuova auto di grossa
cilindrata e che
sfoggiava, soprattutto la moglie, abiti nuovi sempre
diversi. Decisi che
bisognava fare un salto di qualità nell'indagine,
occorreva ascoltare le
conversazioni all'interno della casa e quelle
telefoniche, comprese quelle
effettuate in macchina.
Chiesi l'aiuto del mio amico Giuseppe per piazzare
all'interno della giacca,
della borsa, della macchina e del telefono cellulare,
una serie di
microscopici microfoni che catturavano e mi
trasmettevano i colloqui
effettuati nelle vicinanze. Tutta quell'attrezzatura
mi era costata un
occhio della testa, ma il mio era un hobby costoso.
Lentamente entrai nel mondo della famiglia Gerioni.
Registravo tutte le
conversazioni, le raccoglievo e le inserivo nel mio
computer dove avevo
inventato un interessante programma che analizzava
tutti i colloqui, li
collegava, trovava dei nessi logici tra un discorso ed
un altro, creava
delle schede caratteriali delle persone citate nelle
conversazioni ed altre
utilissime funzioni.
Notai che quando veniva raggiunto telefonicamente da
un determinato numero
telefonico, il sig. Gerioni si isolava dal resto della
famiglia. Lo vedevo
attraverso la finestra chiudere la porta dietro di sé,
controllando se
qualcuno lo ascoltava. Aveva un comportamento
sospetto. Analizzai quel
numero. Bastava conoscere qualcuno all'interno di uno
dei numerosi "call
center" delle compagnie telefoniche. In cambio di una
birra fresca ad alcuni
miei amici riuscivo a carpire i numeri telefonici di
personaggi famosi,
politici, belle ragazze, figuriamoci se non riuscivo a
farmi dare le
generalità del possessore del numero telefonico che
metteva tanto imbarazzo
al sig. Gerioni.
Franco Meli. Questo era il nome del personaggio
telefonico. Avevo ottenuto
il nome ed un indirizzo di residenza. Feci anche il
tentativo di passare da
casa sua. Abitava in un quartiere popolare distante
dal negozio del sig.
Gerioni.
Le telefonate erano frequenti, e dopo una settimana
assistei ad un violento
litigio tra marito e moglie proprio dopo una
telefonata del fantomatico
Franco Meli. La moglie fece cadere un bicchiere per
terra, il marito sbatté
violentemente la porta ed uscì di casa.
Vidi accendersi le luci della scala interna del
condominio e dopo una
ventina di secondi vidi il sig. Gerioni uscire dal
portone del condominio
alzandosi il bavero del cappotto. Guardandosi intorno
entrò in macchina ed
accelerando uscì dalla mia visuale.
Pensando di essere vicino alla soluzione, m'innervosì
il fatto di non
vederlo più all'orizzonte.
Nel mixer audio accesi la spia corrispondente al
microfono della macchina
del sig. Gerioni mentre sul display del mio computer
lampeggiava il numero
telefonico del sig. Franco Meli, segnale
inequivocabile che dalla sua
macchina il sig. Gerioni stava componendo quel numero
di telefono.
"Vediamoci alla villa comunale, adesso, e porta con te
i bambini!". La
comunicazione era stata brevissima ed appunto per
questo mi mise ancora più
curiosità.
Uscii anch'io portando con me la mia videocamera
digitale con il super
obiettivo incorporato.
Alla villa mi appostai in maniera tale da poter
facilmente riprendere
l'incontro tra l'agitato sig. Gerioni ed il sig. Meli
che si rivelò essere
un ragazzino di non più di vent'anni, magrissimo, di
colorito scuro, con i
capelli bagnati che gli coprivano la fronte. Il
ragazzo non aveva portato
"bambini" con sé, ma teneva in mano un sacco
ingombrante ed io iniziai a
filmare proprio quando l'incontro stava volgendo al
termine. Il sig. Gerioni
diede alcune banconote al ragazzo il quale gli cedette
il grande sacco.
Vidi Gerioni titubante guardare all'interno del
contenitore, poi poggiarlo
sull'erba ed estrarne il contenuto. Con attenzione
effettuai uno zoom
sull'oggetto.
Erano alcune scatole, contenitori di autoradio, e di
telefoni cellulari. Poi
estrasse e rimise all'interno una serie lunghissima di
telefoni cellulari
senza scatola, si guardò attorno e, senza salutare il
ragazzo, tornò verso
la sua macchina.
Il mese seguente lo trascorsi con l'unico obiettivo di
raccogliere prove
inconfutabili su quello di cui io ero ormai certo: Il
sig. Gerioni nel suo
negozio vendeva merce importata irregolarmente o, nel
peggiore dei casi,
merce rubata e chissà da quanti mesi.
La fortuna commerciale del negozio aveva un solo nome:
ricettazione.
Mi accorsi all'improvviso di essermi chiuso in casa
per diverse settimane,
senza uscire più, senza incontrare gente. La mia
scrivania, davanti alla
finestra della mia stanza, era diventato un ufficio
ipertecnologico, con
strumentazione avanzata in grado di poter entrare
nell'intimità della gente.
Ai vetri della mia finestra applicai una patina a
specchio che impediva la
visione dall'esterno della mia camera e stavo sempre a
luce bassa. Alla
parete un'enorme lavagna sulla quale appendevo
appunti, foto, planimetrie
degli appartamenti spiati, schede personali dei miei
vicini, e quant'altro
volevo avere a portata di mano. I risultati ottenuti
mi gratificarono e mi
fecero sentire un investigatore di prima classe.
Fu in quel momento che avrei dovuto fermarmi. Dovevo
riflettere maggiormente
sulle conseguenze di quello che, più che un hobby,
stava incominciando a
diventare un'ossessione.
D'altronde non si poteva tacere un reato di cui si era
venuti a conoscenza e
non si doveva coprire un traffico illecito come quello
che avevo
minuziosamente documentato.
Decisi di denunciare il sig. Gerioni alla Guardia di
Finanza inviando in
maniera anonima una quantità tale di materiale
scottante da mettere in
imbarazzo il Comandante.
Fu solo un mio capriccio filmare anche la macchina
della Guardia di Finanza
fermarsi davanti al negozio del sig. Gerioni. Mi
accesi una sigaretta mentre
riprendevo il titolare uscire dal negozio tenuto per
le braccia da due
agenti. Il mio amico Giuseppe si affacciò dall'entrata
insieme ad altre
quattro impiegate seguendolo con lo sguardo sorpreso.
Ingrandii l'immagine
inquadrando il viso di un'impiegata rigato dalle
lacrime.
Certo, loro erano ignari, non avevano idea di cosa si
celasse dietro quel
successo inaspettato. Era comprensibile il loro attimo
di smarrimento.
Avrebbero capito meglio l'indomani leggendo i
quotidiani.
Così feci anch'io, acquistando il giorno dopo una
copia di entrambi i
quotidiani locali. Mi chiamarono "Il giustiziere
solitario", "L'occhio della
giustizia", "Il faro della verità". Tutti parlarono
del cittadino che senza
nessun tornaconto si prodigava per ricondurre i
delinquenti alla giustizia.
Quella fu la molla che scatenò tutto il resto delle
mie investigazioni
private, quello fu il motivo per cui sentii che questa
attività era, in
qualche modo, buona e giusta.
Scoprii che il portiere del mio condominio scrutava
all'interno della
corrispondenza in arrivo prelevando quando poteva
qualche assegno, vaglia o
banconota. Trovai la causa delle mie bollette della
luce salatissime nel mio
vicino di casa Giovanni Direggio il quale riusciva a
collegare i cavi
elettrici in maniera sapiente facendo levitare i miei
costi. Scoprii anche
che il gommista dietro l'angolo, la notte, di tanto in
tanto, si dilettava a
scoppiare i pneumatici delle auto posteggiate sotto
casa mia.
La mia attività si faceva ogni giorno più interessante
fino a quando capii
che qualcuno incominciava a sospettare che "il
giustiziere solitario"
risiedeva in quel condominio, nell'appartamento con la
vetrata a specchio.
Decisi che non dovevo più occuparmi di questioni
condominiali, né di
quartiere. Dovevo estendere il campo d'attività.
L'occasione me la diede
Adriana.
Adriana era la mia migliore amica. Siamo stati
compagni di classe e
d'università, abbiamo condiviso le stesse passioni
musicali e, per un
periodo, siamo stati anche fidanzati. Bella non era,
ma era tanto buona,
dolce e sensibile. Ecco, la sua migliore qualità era
la dolcezza. Non ci si
riusciva ad arrabbiare con lei perché smontava
qualsiasi pulsione di rabbia
con la sua dolcezza, con il suo disarmante sorriso.
Era da un po' che non ci vedevamo. Lei si era sposata
due anni prima con
Roberto Caldei, un bel ragazzo, agente di commercio,
di tre anni più piccolo
di lei. Lei si era innamorata, lui, secondo me, si era
procurato una buona
madre per i suoi futuri figli. In realtà non stava mai
a casa. Il suo lavoro
lo costringeva a stare spesso lontano da casa e
Adriana, con il figlio di
appena nove mesi, mi chiamava anche di notte, per
parlare, sfogarsi dei
problemi economici, delle difficoltà di ogni giorno,
dei nostri vecchi tempi
spensierati e dei nostri interessi.
Io li ammiravo comunque: erano una famiglia. Adriana
era riuscita in quello
che io non riuscivo ad ottenere. Adriana e Roberto si
amavano ed avevano un
bel figlioletto, Davide. Cosa si poteva pretendere di
più dalla vita? Io
invece mi ero chiuso sempre di più, alienandomi dalle
mie vecchie amicizie e
dalla vita.
Rimasi sorpreso quando Adriana mi chiamò alle due di
notte per comunicarmi
una notizia clamorosa.
Mi colpì non tanto l'orario, ma il tono di Adriana,
tra l'allegro ed il
concitato. Non mi sentivo con Adriana da mesi. Fui un
po' brusco nel
chiederle il motivo della telefonata.
"Ho appena scoperto di essere nuovamente incinta!".
Fui contentissimo e glielo feci capire, come le dissi
che speravo fosse
femmina, per completare il quadretto familiare
perfetto. Le chiesi di suo
marito Roberto e cambiò subito il tono della voce. Era
da almeno tre ore che
stava provando a chiamarlo al cellulare che risultava
spento. Lei sapeva che
quella notte, trovandosi a 500 chilometri di distanza,
non sarebbe tornato a
casa, ma sperava di potergli parlare e comunicargli la
lieta novella. Invece
rispondeva sempre la segreteria telefonica e lei non
potendo più trattenere
la sua notizia mi chiamò per condividere quel suo
momento di gioia. Le
consigliai di mandargli una e-mail, probabilmente
aveva ancora il computer
portatile acceso. Purtroppo il computer di casa di
Adriana era guasto e non
poteva inviarla.
Ero dispiaciuto, ad una così bella notizia non doveva
essere impedito di
raggiungere il destinatario, così misi a disposizione
il mio computer e le
chiesi di darmi l'indirizzo e-mail del marito. Avrei
inviato una e-mail
chiedendo a Roberto di mettersi in contatto al più
presto con la moglie per
conoscere una notizia favolosa.
"caldei.roberto@hotmail.com",
mi comunicò Adriana ringraziandomi per la
disponibilità. Non vedeva l'ora di comunicare la
notizia al marito.
Feci come promesso ed il marito mi ringraziò per il
disturbo. Da quel
momento, non so bene il motivo, incominciai a pensare
al mondo della posta
elettronica, anch'esso un mondo nascosto, intimo,
privato. Incominciai a
pensare al mondo di Roberto Caldei, e fantasticavo
sulla sua attività di
"Agente di Commercio". Decisi di entrare nel suo mondo
usando il suo
indirizzo di posta elettronica che, essendo su un
server in Internet come
"Hotmail", era aperto a tutti coloro i quali
conoscessero il suo codice
utente e la sua password.
Era pane per i miei denti.
Da quel giorno lavorai alla creazione di un programma
per il computer che mi
generasse in continuazione codici utenti e password
per entrare nella posta
elettronica della gente.
Il mio obiettivo iniziale fu proprio Roberto Caldei.
Nella sua posta
elettronica non erano permessi più di tre errori
consecutivi nella
digitazione di codice utente e password, quindi avevo
due possibilità al
giorno per provare un codice che il mio programma
aveva generato.
Vuoi sapere come venivano generati i codici? E' più
semplice di come possa
sembrare.
La maggior parte delle persone utilizzano come codice
utente e/o password il
proprio nome o quello della moglie, del marito, del
figlio o del proprio
animale domestico; seguono i vari nomignoli e
vezzeggiativi. Statisticamente
si sceglie spesso di inserire anche la propria data di
nascita o quello di
una persona cara, o una data particolarmente
importante o il nome di un
personaggio famoso decisamente caro a quella persona;
chi vuole fare il
difficile inserisce il proprio codice fiscale o
partita iva pensando che
possano essere codici senza nessun nesso logico, poi
ci sono casi
particolari che non elencherò, ma non superano il
centinaio. Basta conoscere
alcuni dati personali del soggetto che si vuole
esaminare per scardinare
qualsiasi password e basta avere un computer che
velocemente effettui le
varie combinazioni e faccia due tentativi al giorno
per provare ad entrare
nell'intimità della vittima. Era come un gioco che
aveva il suo fascino
perché dovevo misurarmi con sfumature di password che
variavano con
l'aumentare dell'intelligenza del soggetto da
esaminare.
Il mio programma lavorava da solo: generava codici, si
collegava su
internet, effettuava due tentativi, si scollegava e
attendeva 24 ore per
rifare la procedura, finché un giorno, dopo appena
cinque settimane, il mio
computer si illuminò di colpo d'azzurro ed emise un
fischio simile a quello
delle pentole a pressione. Era il segnale che avevo
ideato per indicare che
il computer aveva trovato il codice utente e la
password ed era entrato
nella posta elettronica di Roberto.
Eccitato, aprii il primo messaggio.
"Ciao pupetta, oggi sono a Giraldino, in montagna. E'
un paese di novecento
persone di cui il 90% supera abbondantemente i
sessant'anni!! Mi manchi,
perché non mi raggiungi qui? Ho già prenotato
l'albergo per tutto il
week-end e qui c'è un panorama fantastico". Il
messaggio era stato spedito
da Roberto dieci minuti prima all'indirizzo
pupetta@hotmail.it
Questo era l'ultimo messaggio inviato da Roberto,
mentre la casella della
"Posta in arrivo" era stranamente vuota. Qualcosa mi
disse che quella
"Pupetta" non era mica Adriana che se ne stava a casa
con un figlio in
braccio ed un altro nella pancia. La conferma la ebbi
non appena Pupetta
rispose alla e-mail dicendo "Oggi non mi hai chiamato,
ieri eri
impegnatissimo, è possibile che noi due dobbiamo
vederci o sentirci solo
quando decidi tu? Non so se per il week-end sarò
libera, devono ancora
assegnarmi un volo, lo saprò domani, sentiamoci
telefonicamente. Baci, la
tua Pupetta".
Un pugno nello stomaco. La mia amica Adriana era
ignara dell'esistenza di
una"Pupetta" nella vita di suo marito, o almeno così
credevo io. Avevo
bisogno di più informazioni su Pupetta per potermi
inserire nella sua posta
elettronica, dovevo inserire nel mio programma tutti i
contenuti dei
messaggi come se fossero telefonate, e così feci per
un mese circa.
Scoprii molte cose ed ottenni una scheda dettagliata
della coppia
Roberto-Pupetta. I due si frequentavano da molto
tempo, sicuramente da prima
che Adriana e Roberto si sposassero. Il lavoro di lui
lo costringeva spesso
a pernottare fuori casa, come anche Pupetta, che era
una assistente di volo
ed era costretta a dormire spesso in albergo. Pupetta
era nubile, bella ed
economicamente agiata. Non era a conoscenza che
Roberto fosse sposato, lui
glielo nascose in tutti i modi. Scoprii anche che
Adriana era totalmente
all'oscuro di quella relazione e non chiedeva mai
spiegazioni delle lunghe
assenze giustificandole con il lavoro stressante del
marito. Dopotutto
Roberto sapeva destreggiarsi con abilità tra le due
donne e sapeva farsi
perdonare ogni mancanza con i regali più azzeccati.
Riuscii ad entrare presto anche nella casella di posta
elettronica di
Pupetta, profanando la sua banale password: "Bobby".
Qui ebbi conferma di
tutti gli altri miei dubbi e presi la decisione di
agire al più presto.
Per prima cosa invitai Adriana a cena. Lei era
lusingata ed imbarazzata. Non
sapeva a chi lasciare il figlio e, non potendo
permettersi una babysitter,
mi promise di chiamarmi quando avrebbe avuto la
possibilità di uscire la
sera. Aspettai con pazienza, ma non restai con le mani
in mano.
Lo stesso giorno ebbi la sorpresa di una visita
inaspettata. Il mio vicino
di casa, l'editore Carlo Fivetti, mi chiese di potermi
parlare per qualcosa
di urgente.
"L'ho seguita in questi mesi, ho capito che era lei il
"Giustiziere
solitario" da quando ha montato la patina a specchio
sui suoi vetri. Dovrà
pur ammettere che noi, abitanti nel palazzo di fronte,
non abbiamo più
intimità per lei".
Gli chiesi quale fosse il motivo della visita, se
intendeva denunciarmi o
altro.
Le sue intenzioni erano diverse, voleva un aiuto.
Nella sua piccola casa editrice aveva un socio di cui
non si fidava più.
Secondo il suo intuito, il socio stava trascinando la
casa editrice in
rovina finanziando progetti e libri senza nessuna
possibilità di vendite.
Aveva il grosso dubbio che stesse facendo un doppio
gioco, cercando di
favorire un concorrente con il quale, forse, era
entrato in affari.
"Cosa vuole che faccia?", gli domandai.
Dovevo dargli una prova inconfutabile, una foto, un
colloquio, un filmato,
qualsiasi cosa gli potesse dare la libertà di fare
uscire il socio infedele
fuori dalla società.
Accettai l'incarico. Mi offrì del denaro. Il mio hobby
divenne una
professione. Mi chiusi ancora di più in me stesso,
concentrato sulle mie
attrezzature ed i miei programmi. Il sig. Fivetti mi
diede tutte le
informazioni di cui avevo bisogno per aprirmi le porte
della sua casella
e-mail e mi aiutò ad inserire un microtelefono nel
telefono cellulare.
Per il suo socio fu la fine. Mi bastarono dieci giorni
di lavoro intenso per
smascherare la verità. La casa editrice del sig.
Fivetti era salva ed il
socio infedele fu fatto fuori. Ero contento
dell'ulteriore successo che
avevo ottenuto con i miei metodi d'indagine ed il sig.
Fivetti mi propose di
scrivere un libro, un saggio su come poter scardinare
i sistemi di sicurezza
dei computer e dei sistemi operativi. Un manuale su
come poter diventare un
"Perfetto Hacker", come mi ribattezzò il sig. Fivetti.
L'offerta era
allettante, soprattutto dal punto di vista economico.
Così accettai.
La mia amica Adriana mi invitò a cena a casa sua un
paio di giorni dopo. Mi
ero preparato un discorso per farle capire, senza
essere troppo diretto, che
suo marito la tradiva per un'altra donna.
Mi ritrovai al tavolo con una donna semplice e dolce,
innamorata di suo
marito e totalmente dedita a lui ad alla famiglia.
Cosa potevo dirle? Era
così felice e convinta delle sue scelte che bloccò
ogni mio timido tentativo
di illustrarle la verità.
Lasciai perdere. Rinunciai al tentativo di dirle tutta
la verità, ma ebbi
un'altra idea, forse più traumatica, ma sicuramente
meno imbarazzante per
me.
Inviai alla mia amica Adriana ed alla Pupetta un
messaggio di posta
elettronica contenente lo stesso testo: "Mi chiami? Ho
una segreto
riguardante Roberto che tu ancora non conosci.
Telefonami". A margine
indicavo ad ognuna il numero telefonico dell'altra e
rimasi ad aspettare.
Restai per decine di minuti con la cuffia collegata al
telefono di Adriana
finché lo sentii squillare.
Mi accesi una sigaretta e mi gustai il dialogo tra le
due ignare avversarie
in amore.
Roberto viaggiava in autostrada canticchiando con
l'autoradio accesa.
Fu una settimana dopo che incontrai il mio amico
Giuseppe Montani dal
giornalaio. Lavorava lì da un mese circa. Dopo che il
Sig. Gerioni aveva
dovuto chiudere il suo negozio dove Giuseppe lavorava,
il mio amico si era
trovato senza lavoro, quindi dopo aver penato un po',
dovette accettare la
prima occasione che gli capitò: vendere giornali
presso il giornalaio del
quartiere. Giuseppe, non appena mi vide mi fece un
sorriso. "Vieni", mi
disse, "ti offro un caffè".
Il caffè al bar fu l'occasione per parlarmi e per
sfogarsi. La chiusura del
negozio dove lavorava fu, per lui, una vera tragedia.
Si trovò senza lavoro,
senza stipendio e con un mutuo sulle spalle. Gli vidi
una lacrima solcare il
viso, la sua fidanzata Luana lo aveva lasciato
mandando all'aria i
preparativi del loro matrimonio. Gli spiegò che senza
lavoro non si poteva
pensare di mantenere una famiglia e gli diede il
benservito. Uscì degli
spiccioli per offrirmi il caffè, ma gli bloccai la
mano, pagando io. Mi
chiese scusa per essersi sfogato, ma mi confessò che
negli ultimi mesi gli
era crollato tutto il mondo addosso e che adesso era
ridotto ad accettare
lavori anche miseri pur di potersi pagare almeno il
mutuo.
Lo guardai con lo sguardo impietrito, mi sentivo in
parte coinvolto, in
fondo avevo scoperto io il segreto del Sig. Gerioni ed
era per colpa mia se
il negozio era stato chiuso. Gli dissi che avrei fatto
di tutto per
aiutarlo, cercando un lavoro un po' più redditizio e
lui mi abbracciò
talmente forte da farmi quasi male. Era sull'orlo di
un esaurimento nervoso,
non lo avevo mai visto così giù di morale.
Non appena rientrai nel mio appartamento, per istinto,
ripresi il binocolo e
guardai in direzione dell'appartamento del sig.
Gerioni. La casa era vuota e
deserta. Guardai meglio attraverso l'altra finestra,
quando scorsi la sagoma
della moglie del sig. Gerioni che guardava fuori dalla
finestra, fissa nella
mia direzione. Sembrava come se mi stesse fissando.
Tolsi immediatamente lo
sguardo dal binocolo, presi la cornetta del telefono e
chiamai al sig.
Fivetti, il proprietario della casa editrice. Gli
chiesi la cortesia di
poter inserire tra i suoi dipendenti il mio amico
Giuseppe, un ragazzo
volenteroso che aveva bisogno d'aiuto. Non mi rispose
neanche chiedendomi
invece a che punto ero arrivato con la composizione
del libro. Io risposi di
non aver nemmeno iniziato, e riproposi la mia
richiesta di trovare un
impiego al mio amico. Il sig. Fivetti mi spiegò che da
quando aveva silurato
il suo socio aveva iniziato un'opera di depurazione
della società, cacciando
via una decina di dipendenti che erano amici del suo
ex-socio e non
intendeva assumere, per il momento, nessun altro.
Con disappunto terminai la conversazione sbattendo i
pugni sul tavolo. Mi
sentivo colpevole di aver fatto chiudere il negozio
del sig. Gerioni ed aver
messo sul lastrico sia il titolare che i dipendenti.
Il mio gesto era stato
sicuramente un gesto civile, giusto, onesto. La
società mi ringraziò di aver
assicurato un truffatore alla giustizia, ma quella
stessa società stava
sbattendo la porta in faccia al mio amico che non
aveva nessuna colpa.
Mi impegnai ad aiutare comunque il mio amico. Con il
contratto firmato con
la casa editrice avrei fatto un grosso regalo in
denaro a Giuseppe. In fondo
fu merito suo se io diventai Hacker.
Decisi di uscire un po' fuori e di fare una
passeggiata per distrarmi da
quello che stava diventando un pensiero fisso. Andai
nella villa comunale a
ricercare silenzio e profumi d'erba e fiori. Mi
sedetti in una panchina
illuminata dal sole e mi esposi così, lasciandomi
riscaldare il viso, ad
occhi chiusi.
Non appena aprii gli occhi riconobbi, a circa venti
metri da me, lo stesso
ragazzo delinquente che avevo filmato mentre vendeva
la roba rubata al sig.
Gerioni. Stesso sacco, stesso materiale, un'altra
controparte. Ebbi uno
scattò dentro di me, mi volevo alzare, ma presto
compresi quanto potesse
essere inutile e ridicola qualsiasi reazione. Lo
squillo del telefono
cellulare mi distrasse. Era Adriana, la mia amica
tradita dal marito.
Parlava singhiozzando.
Riuscii a malapena a capire che si trovava sulla
strada statale, aveva
posteggiato l'auto in una rientranza e stava
camminando a piedi con in
braccio il figlio. Aveva deciso di chiudere con la sua
vita. Aveva
realizzato in un attimo il fallimento non solo della
sua storia d'amore, ma
di tutta la sua vita, di tutte le sue certezze, di
tutto il suo mondo.
Camminava in attesa di trovare la prima curva, poi,
disse, si sarebbe messa
seduta per terra dando le spalle alla curva ed alla
prima macchina che,
giungendo all'improvviso, avrebbe interrotto il
supplizio che ormai da
giorni stava vivendo.
Mi gelò il sangue, ma cercai di mantenere la calma.
Capii subito di non aver
il tempo di prendere l'auto e raggiungerla. Tentai
dunque di persuaderla ad
abbandonare l'ignobile proposito, se non altro per suo
figlio e per la
creatura che teneva in grembo. Sarebbe stata una
vigliaccheria, una scelta
egoistica di far morire anche i propri figli. Loro
colpa non ne avevano. Poi
cercai di prendere tempo cercando di farmi spiegare i
motivi che l'avevano
portata a tale disperazione. Mi finsi incredulo,
giurai di sapere tutto
l'opposto, la convinsi del fatto che conoscevo
retroscena che avrebbero
discolpato Roberto. Avrei detto qualsiasi cosa pur di
evitare che la
situazione precipitasse.
La voce di Adriana si addolcì. Quella donna cercava
conferme, sperava che
qualcuno le dicesse che si trovava a vivere in un
incubo. Desiderava che
qualcuno la svegliasse da quel brutto sogno. Voleva
che qualcuno le
mentisse.
Con una dolcezza indescrivibile, mi comunicò di
essersi seduta sull'asfalto.
In braccio teneva ancora suo figlio che nel frattempo
si era addormentato.
"Grazie comunque Claudio, avevo bisogno di sentire una
voce amica. Ho
sbagliato tutto nella mia vita, ma la tua amicizia è
stata l'unica cosa
buona che ho avuto. Addio".
Adriana smise di parlare. Probabilmente appoggiò il
telefono cellulare per
terra mentre io continuavo a gridarle di non fare
sciocchezze, di pensare ai
bambini, di pensare a me.
Ebbi il tempo di ascoltare, tra i brividi, il rumore
terribile di una forte
frenata e di un forte botto.
Il monitor del mio computer visualizzava un foglio
bianco. Irradiava di
bianco il mio viso e tutta la stanza buia.
Mi trovai davanti al computer e davanti alla
composizione del mio primo
libro. A dire la verità avevo deciso di non scriverlo
più questo libro, ma
l'editore mi costrinse minacciandomi con il contratto
che avevo sottoscritto
tempo addietro e mi mise fretta, quindi decisi di
iniziare. In testa, al
centro, il titolo scelto dal mio editore: "Il perfetto
Hacker". Forse la
gente si aspettava qualcosa di diverso, ma io vi ho
voluto semplicemente
raccontare la mia esperienza, a voi il compito di
giudicare e di capire.
Il Vostro Claudio T.
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