IL CIRCO
Marco! Marco! Marco! La folla in delirio scandiva il mio
nome, il nome
del vincitore di quella meravigliosa, breve ma
entusiasmante corsa.
Era il trionfo, lungamente inseguito, ma che fin dalle
prime battute
era parso finalmente alla mia portata. Tornato a casa,
sentivo ancora
nelle
narici l'odore della polvere del Circo, mista al
pungente afrore dei
cavalli madidi per lo sforzo e risentivo perfino il
lezzo dei loro
escrementi, simile ad erba marcia.
Mentre i servi si premuravano di ricoverare il carro e
riportare nelle
stalle i destrieri, benedicevo il giorno in cui nacqui
libero, nobile
e ricco, ciò che ora mi consentiva di aspettare
pigramente che
servizievoli ancelle si prendessero cura del mio stanco
corpo, per
rinfrescarlo e rigenerarlo con unguenti e profumi e
prepararlo
degnamente alla cena d'onore che mio padre aveva
organizzato per
festeggiare la mia magnifica vittoria.
Una vittoria nemmeno troppo difficile, di cui avevo
avuto immediata
certezza, mentre vedevo gli avversari cedere uno ad uno.
Chi abbandonava per noie tecniche, chi vedeva sotto i
suoi occhi
scoppiare la pariglia; ricordo con un certo imbarazzo la
fine del più
giovane dei partecipanti, che avevo arpionato con la mia
frusta, usata
più per colpire gli avversari che per spronare le mie
bestie.
L'estremità del nerbo si era avvinghiata al suo esile
collo, e con uno
strattone magistrale avevo sbalzato il giovanetto dal
cocchio, ma le
briglie attorcigliate alle braccia imberbi lo tenevano
penzolante a
pochi metri dal carro trascinandolo a lungo sulla sabbia
della pista,
su cui restava una lunga scia di urina e di sangue.
Quando finalmente le redini si spezzarono e rotolando il
giovane
auriga andò a terminare sotto gli zoccoli dei
sopraggiungenti cavalli,
lo sventurato aveva certamente perduto i sensi, passando
incosciente
dalla vita alla morte.
Gli zoccoli tambureggiavano su quel corpo martoriato ed
i cavalli
scalpitanti continuavano la corsa incuranti ed
inconsapevoli che sotto
le loro unghie si infrangevano le speranze di una delle
più antiche
casate di Roma, il cui ultimo rampollo non avrebbe
potuto dare
discendenza.
Ma la certezza della vittoria la ebbi nel vedere i
cavalli favoriti
schiumare sotto lo sforzo e bava mista a bile colare
dalle loro bocche
spalancate in cerca di aria.
Marco! Marco! Marco! Urlava la plebe esaltata,
esaltandomi. Preparava
la mia gloria e la mia gioia, che crebbe a dismisura nel
giro d'onore.
Quando sentivo mille occhi puntati su di me, quando
avevo la
percezione che avide matrone ammirando la scultorea
bellezza del mio
corpo ventenne, ne avrebbero conservato ricordo ed
avrebbero sospirato
la notte, mentre spronavano flaccidi mariti, ripensando
ai miei
riccioli e ai miei muscoli.
Che sapore dolce aveva il trionfo! Come era facile
lasciarsi andare al
forsennato tripudio che compensava l'ansia e la paura in
quei brevi,
concitati momenti della folle corsa.
Dopo il gusto forte della vittoria non volevo
abbandonare il Circo,
volevo crogiolarmi ancora per qualche momento nella
gloria che mi
veniva tributata.
Così rimasi ospite negli scanni imperiali a godermi lo
spettacolo dei
gladiatori e dei cristiani dati in pasto ai leoni.
Non era un genere di divertimento che incontrasse tutti
i miei
favori.
Ma sarei stato un pazzo a rifiutare la benevolenza del
Cesare. Quindi
accettai di buon grado di trastullarmi a risentire
l'odore della
morte.
Marco! Marco! Dai che è tardi: domattina chi ti sveglia
più?
Vengo subito mamma...
Un click del mouse su start, chiudi sessione, OK.
Sono uno schianto queste simulazioni...
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Basket
Il primo ed ultimo libro della mia vita, almeno fino
alla soglia dei
trent'anni è stato Pinocchio. Una storia affascinante,
che ho letto
tutta d'un fiato, e così ho deciso che non avrei letto
più nulla,
perché nulla potesse scalfire la meraviglia,
l'ammirazione, il
fascino che per me aveva quella storia. E' da allora che
ho
cominciato a sognare una mia fata dai capelli turchini,
che potesse
compensarmi della mamma che non ho mai conosciuto.
Veramente ho letto anche "i promessi sposi" ma non vale,
non è
stata una mia scelta autonoma, ma un obbligo scolastico:
ed ho anche
dovuto sforzarmi a farne barbosi, inutili riassunti. Il
Manzoni è già
una pizza, figuriamoci i miei poveri resoconti! E poi i
testi
scolastici non contano. Testi che ho cominciato a
compulsare solo al
liceo; nelle classi inferiori ho sempre fatto
affidamento sulla mia
eccellente memoria e soltanto alle superiori ho dovuto
piegare il capo
di fronte a maggiori difficoltà e studiacchiare un poco:
per avere
tutti i pomeriggi liberi, senza dover studiare, alle
medie mi bastava
prestare attenzione alle lezioni; poi al liceo ho
invertito la
faccenda, ogni ora di lezione la dedicavo allo studio
della materia
dell'ora successiva. Ma dovevo farlo sui libri, che per
comodità
smembravo in quinterni e successivamente in pagine;
oltre al piacevole
risultato di aver minor peso ed ingombro nello zainetto,
questa
lacerazione mi aiutava a risolvere il problema della
prima ora: la mia
scuola era una scuola "di carità" gestita da preti che
chiedevano
come contropartita che gli allievi cominciassero le
giornate con la
santa messa; così, celati tra le pagine del libretto da
messa, i
brandelli dei miei testi scolastici mi venivano in
soccorso,
consentendomi di continuare a non studiare a casa. Cosa
avevo da fare a
casa per aver tanto in odio lo studio? Preparare con
cura la mia vita,
il mio futuro; mio padre, insegnante di ginnastica,
gestiva nel tempo
libero una palestra che nei giorni feriali apriva i
battenti alle
diciotto. Così tutti i giorni fino a quell'ora, a
partire dalle
quattordici, mi allenavo, mi preparavo con ossessionante
puntiglio ad
affrontare la vita a modo mio; e per realizzarmi avevo
scelto la
pallacanestro.
Una impresa quasi disperata guardando i miei
centosettantacinque
centimetri di altezza, anzi nel basket di bassezza!
Tuttavia confidavo nel fatto che questo gioco si avvale
certamente
della squadra, ma che in fondo tutto dipende dalle
capacità ed
abilità individuali; in definitiva quel che conta è
metterne dentro
una più degli avversari, di palla! A partire dai
quattordici anni in
ogni giorno della mia vita quattro ore erano dedicate
all'allenamento. Al compimento del diciottesimo ero in
grado di
"metterla dentro" da qualsiasi posizione del campo; come
un
perfetto computer avevo memorizzato la forza da
impiegare in ogni
centimetro del "parqué" ed avevo la certezza, se lo
volevo, di non
sbagliare. Mai.
Ma non è prudente mostrare troppo le proprie capacità:
gli avversari
potrebbero avvantaggiarsene, o ricorrere a contromisure
pericolose. Per
questa considerazione con astuzia celavo un poco questa
mia dote e
volontariamente sbagliavo una percentuale programmata di
tiri e
ricorrevo ai "miracoli", cioè ai tiri impossibili, dalle
grandi
distanze, solo in rari casi di assoluta necessità.
Da dilettante ritenevo congrua una percentuale di errore
del cinquanta
per cento; poi passato al professionismo, facevo centro
due volte su
tre; questa mia speciale abilità era anche suffragata da
uno stile di
gioco altrettanto fruttuoso: l'iniziale handicap della
statura,
compensato dalla capacità di realizzare un numero
impressionante di
punti comunque, si tramutò ben presto in un ulteriore
vantaggio; in
mezzo a tanti vatussi l'agilità e la sveltezza di
movimenti,
particolarmente inusitati in quella popolazione di
giganti, mi dava
ulteriori vantaggi; in poco tempo tra i professionisti
venni notato dai
talent scouts delle principali squadre e la mia carriera
divenne
fulminea, portandomi a giocare nel gotha della
pallacanestro e questo
finì per far lievitare la mia posizione economica,
collocandomi ai
primi posti dei ricchissimi fra gli sportivi. Anche la
mia fortuna ci
mise lo zampino: soldi chiamano soldi e una serie
azzeccata di
investimenti fortunati ed altamente remunerativi
moltiplicarono
esponenzialmente il mio patrimonio, in modo tale che,
non ancora
trentenne, mi sarei potuto ritirare, straricco e famoso.
Invece
continuavo a giocare, non più per guadagno ma per puro
divertimento e
perché in fondo era solo quello che sapevo fare, alla
perfezione.
Il prezzo di questa perfezione per alcuni versi sarebbe
potuto sembrare
altissimo: niente amici, solo una pletora di conoscenti,
per lo più
interessati, dai quali ero più impegnato a difendermi, e
una vita
sentimentale praticamente inesistente. Le ragazze non mi
mancavano,
perché a parte la prestanza fisica di un meccanismo
atletico perfetto,
non mi facevano difetto tratti somatici più che
gradevoli; nella mia
superba, narcisistica analisi osavo definirmi
decisamente bello. In
particolare amavo ed ammiravo il mio volto, la immagine
che spesso
faceva bella mostra di se sui rotocalchi sportivi; un
ovale perfetto,
zigomi sporgenti ma in simmetrica simbiosi con tutto il
volto, labbra
carnose e sensuali, e gli occhi, leggermente a mandorla
ma privi di
quella espressione attonita che si osserva negli
orientali in genere,
concorrevano a darmi uno sguardo intenso e curioso.
Insomma, non è
difficile immaginare che questo bagaglio di doti fisiche
finisse per
entusiasmare le bellissime ochette che frequentavo: che
adoravano i
miei tratti ed i miei muscoli (ma alcune mi avrebbero
adorato anche se
brutto, per via del portafogli) e alle quali ero ben
disposto a dare
anche altro; il che mi procurava la pace soddisfatta dei
sensi: non mi
era mai passato per la mente di impegolarmi in una
romantica avventura
sentimentale, figuriamoci poi come recalcitravo al
pensiero del
matrimonio; anche se mi mancava la possibilità di avere
quel che mi
faceva difetto per una completa felicità: un figlio.
Come avrei voluto
avere un piccolo "me" da educare, istruire, coccolare;
una mia
replica in miniatura sulla quale riversare quell'amore
di cui mi
sentivo capace ma che non aveva ancora trovato modo di
esplicarsi, di
testare la propria valenza pratica, al di là del sogno
che continuava
a rimanere inespresso.
Ma un figlio non è uno scherzo, una di quelle avventure
con una
sciacquetta qualsiasi, una storia che potesse finire
quando me ne fossi
stancato. Un figlio è un impegno per la vita. E
supponeva di trovargli
prima di tutto una madre, cosa cui non mi sentivo
pronto.
Ma quando meno ce lo aspettiamo, il caso bussa alla
nostra porta e
senza aspettare che lo invitiamo entra, si accomoda e ci
afferra la
vita. Stavolta il caso si chiamò Michela. Ma non bussò,
si annunciò
con un fragore di vetri rotti, quando il paraurti
posteriore della mia
Porche fracassò la fanaleria di una Mini Minor
parcheggiata dietro a
me. Non ero mai stato un asso nell'arte del parcheggio,
ma questa
volta la mia distrazione aveva oltrepassato i limiti. Il
danno
provocato era rilevante, per cui vergai un biglietto da
visita che posi
sotto un tergicristalli della Mini con il seguente
messaggio: "Mi
scuso per il disturbo. Se il proprietario della vettura
si farà vivo
prima di mezzanotte, potrà trovarmi al bar qui di
fronte: vesto in blu
e leggo un giornale sportivo. Marco."
Erano le ventitre e trenta quando entrai al "Sans Soucì"
e ordinai
un toast ed una birra mentre mi accomodavo per leggere
il mio
quotidiano preferito, che domani avrebbe osannato ancora
il mio
ennesimo successo, quello di stasera. Avevo giocato la
finale di questo
torneo "Città di Parigi" senza risparmiarmi, senza
sbagliare i
tiri per mascherare parte della mia bravura e così
avevamo sbaragliato
la più forte formazione europea di sempre. Senza dubbio
i giornalisti
sportivi avrebbero sguazzato in questa succulenta
notizia, avrebbero
sfoderato i loro migliori superlativi per descrivere la
mia impresa, il
miracolo di un cento per cento di successi dei miei
ventotto tiri a
canestro. Ma il foglio che stavo leggendo stanotte
riportava, ancora
ignaro del mio exploit, l'annuncio di un mio possibile
ritiro,
notizia del tutto infondata, perché non avevo mai
rilasciato
dichiarazioni in tal senso. Solo illazioni, che però
stranamente
anticipavano una mia voglia inespressa: a ventotto anni
avevo oramai
tutto e avrei fatto bene a prepararmi un futuro diverso
da quello che
poteva ancora offrirmi il basket. Ma non ero così sicuro
che fosse
bene per me ritirarmi e vivere di rendita. L'impegno
quotidiano
all'allenamento, la mia maniacale adesione al mito del
superuomo
quale volevo rimanere, mi parevano indispensabile
viatico per una
giovinezza, se non eterna, almeno molto, molto lunga.
Così mentre mi dibattevo tra i miei dubbi mi si parò
davanti Michela,
una ragazza niente male che mi guardava con un cipiglio
a metà tra
l'arrabbiato ed il divertito.
"Dunque è proprio lei, il grande cestista Marco Stefani,
l'autore
di quella opera d'arte moderna che è diventata la mia
vettura!"
"Si, buonasera signorina...?"
"Michela. Michela Altobelli Quaregni."
"Piacere di conoscerla. Vuole accomodarsi ed accettare
intanto le mie
scuse per il disastro che le ho combinato?"
Michela scostò la sedia di fronte a me e si sedette,
impettita e
regale, quasi un giudice sul suo scanno, pronto a
sentire le mie
ragioni ma comunque votato alla sua missione di
giustizia.
"Non ho alcuna difficoltà - cominciò - ad accettare le
sue scuse;
immagino non abbia volutamente disastrato la mia auto,
una distrazione
si può perdonare, e non penso si tirerà indietro nel
firmarmi i
moduli di constatazione amichevole del danno. Il suo
bigliettino mi
aveva annunciato già la sua correttezza e la sua
cortesia..."
Subito mi mostrò la sua incredibile gentilezza, ma lo
sguardo intenso
dei suoi occhi etruschi lasciava trasparire una
indubitabile
disapprovazione per la mia scarsa abilità di pilota. Era
bionda, alta
e slanciata e quello che mi colpì fin dal primo momento
fu il suo
sorriso, solare, schietto.
"Si, le firmerò tutto quel che vuole; d'altro canto è il
minimo
che possa fare per farmi perdonare; anzi, pensavo anche
ad un
risarcimento supplementare, tipo invitarla a cena, se
non lo ha già
fatto, oppure ad uno spuntino di mezzanotte"
"Perché no? - mi rispose sorridendo - non ho ancora
cenato, per
assistere alla sua bella prestazione agonistica, e in
questo locale
fanno dei tramezzini deliziosi..."
"Veramente pensavo ad un localino un po' più "in", il
Veronique che è qui a due passi..."
"No, va benissimo qui, il Veronique è esagerato, più
adatto a
coppie romantiche, già consolidate; non le pare di
correre un po'
troppo al primo incontro?"
"Primo incontro? - e le restituii il sorriso - Allora
vuol dire
che posso sperare in una seconda opportunità?"
"Chi può dirlo? Dipende da cosa saprà mostrarmi di
interessante
riguardo la sua persona. Non è scontato che mi piacerà,
né che io
piacerò a lei."
"Penso valga la pena di provare, e d'accordo per
rimanere al
"Sans Soucì; non è il locale a rendere interessante la
conversazione..." e continuammo fino alle ore
piccole a discorrere
animatamente, entrambi entusiasti di aver trovato buone
orecchie cui
affidare le nostre parole. Michela era una ascoltatrice
attenta e
perfetta, non interrompeva quasi mai e mostrava un
interesse inaudito
per i miei racconti, che spaziavano in ambiti vari, da
episodi
autobiografici a idee politiche. Ma non si limitava ad
ascoltare;
quando era il suo turno, mostrava una eloquenza anche
superiore alla
mia. Si capiva che era abituata a parlare, anche in
pubblico, a
spiegare, a condurre per mano l'uditorio alle
conclusioni che lei
aveva ben chiare fin dal inizio e su cui si finiva per
concordare con
assoluta naturalezza. Una insegnante, ecco spiegata la
facilità di
linguaggio, insegnante di lingua italiana alla Sorbona.
Tanto per
minare il luogo comune che vuole i professori di una
famosa università
attempati e barbosi. Insomma, nel giro di un paio d'ore
e due o tre
giri di birra, eravamo già come vecchi amici e la voglia
di rivederci
sembrò spontanea, inevitabile in entrambi. Concordammo
per martedì
della settimana entrante, ma lei non volle saperne del
Veronique,
troppo pretenzioso: "Mi fido di te, del tuo buon gusto e
ti lascio
scegliere il locale; mi farai una sorpresa. Sono certa
che non mi
deluderai."
La accompagnai a casa, viveva a Belleville, la location
dei Malossaine,
la tribù inventata da Pennac, come gentilmente mi
informò quando
seppe della mia idiosincrasia per la lettura, ma lo fece
senza
spocchia, senza esibire né commentare. Nacque allora,
credo, il germe
di quella decisione che avrei preso qualche giorno più
tardi, cioè di
"istruirmi", di cominciare a leggere seriamente: sarei
andato al
Beaubourg e avrei tentato di colmare le mie lacune; non
avevo
ovviamente nessuna speranza di acquisire la cultura di
Michela, che
anche con la mia scarsa esperienza sentivo smisurata.
Non era una che
"aveva studiato", era una persona nata per il sapere.
Tuttavia
senza l'obiettivo di mettermi al passo, desideravo
ottenere qualche
strumento in più per avvicinarmi a lei.
Michela mi attraeva con un magnetismo straordinario: non
era, o almeno
non solo, attrazione fisica; sentivo che questa volta
non si trattava
di una delle solite avventure, una storia destinata a
consumarsi nel
giro di un paio di settimane; non ero nemmeno sicuro che
potesse
nascere una storia, lei mi pareva diversa dalle ragazze
che da anni mi
avevano ronzato intorno; e non era solo per la questione
della cultura:
c'era in lei qualcosa di speciale, e comunque qualcosa
che mi
incuriosiva al punto tale da abbracciare il proposito di
non dedicarmi
ad altro che non fosse la mia marcia di conquista; la
volevo a tutti i
costi, ma la desideravo in modo speciale, come non mi
era mai capitato
prima di allora.
Certo non mi nascondevo le difficoltà, mettevo nel conto
anche la
possibilità di fallire, l'ipotesi di non riuscire a
piacerle, non
nel modo che mi pareva di volere, di desiderare in
maniera quasi
ossessiva.
Forse per la prima volta mi stavo innamorando, forse era
finalmente
arrivato l'incontro con la mia fata dai capelli
turchini, anche se
era bionda. Così contavo le ore che mi dividevano dal
momento di
incontrarla di nuovo e come ho detto ben presto
perfezionai il progetto
di "acculturarmi".
Feci una lunghissima telefonata al mio professore di
italiano al liceo,
con il quale, stante la reciproca simpatia nata ai tempi
di scuola, si
era instaurata una amicizia che prevedeva rare
frequentazioni, ma
sorretta da interminabili conversazioni telefoniche ed
una intensa
corrispondenza vie e-mail.
Era indubitabile che lo avevo adottato come padre
vicario,
rappresentava per me un modello ed una sicurezza: quando
mi sentivo
giù di corda, o qualche dubbio esistenziale mi
attanagliava la mente,
sapevo di poter contare sempre su di lui, prodigo di
buoni consigli che
mi diceva di darmi volentieri, non sentendosi più in
grado di darmi
cattivi esempi.
Su due piedi mi aiutò a compilare una lista di testi ed
autori che
spaziavano dall'antico al moderno e soprattutto nelle
attualità
abbondavano i nomi stranieri, molti dei quali per me
erano
perfettamente sconosciuti.
"Per cominciare credo basti - mi disse - aggiornami tra
quindici
giorni ed io completerò la lista che ti manderò via
internet; ed
aiutati anche con zio Google!"
Partì dunque il mio programma di "rieducazione" e per
dedicarmici
meglio, mi ritirai definitivamente dall'agonismo, senza
esitazione e
senza rimpianti. Da allora il Centre Pompidou fu la mia
casa e la mia
chiesa.
Non ero stato fino a quel momento un grande lettore, ma
la capacità e
la rapidità di apprendere dei giorni di scuola era
rimasta; se a
questa si aggiunge la tenacia con cui mi dedicavo al
nuovo progetto,
così come avevo educato il mio corpo, rapidamente
riaccomodai lo
spirito e nel giro di un solo mese sembravo un'altra
persona. La
sospensione dell'attività fisica, assieme alle frequenti
cene che
allegramente consumavo con Michela mi arrotondarono e mi
appesantirono;
non potevo definirmi proprio grasso, ma un poco più
rotondetto lo ero
diventato, decisamente.
Avevo comunque fatto cenno a Michela del mio programma,
non mi piaceva
nasconderle nulla, e lei mi aiutava di buon grado,
portando spesso la
nostra conversazione nella direzione dei miei studi;
interrogava,
spiegava e mostrava nuovi indirizzi, nuovi percorsi.
La divertiva cimentarsi in quelle che chiamava "le mie
ripetizioni
non retribuite".
Ben presto la mia ostinata costanza associata alla
naturale
intelligenza diedero buoni frutti e potevo
tranquillamente sentirmi
molto più vicino alla mia dolcissima maestra. Ritenni
così fosse
giunto il momento di forzare i tempi, e chiesi a Michela
di sposarmi.
Fu allora che sentii crollarmi il mondo addosso; fu
allora che per la
prima volta in vita mia gustai l'amaro sapore della
sconfitta. Certo
Michela cercò le parole giuste, per non ferirmi con il
suo rifiuto,
opponendomi delle ragioni inconfutabili, la prima fra
tutte la ricordo
ancora parola per parola:"Secondo te perché sono
arrivata quasi a
trent'anni senza un legame? Ti sembro tanto brutta o
antipatica da
giustificare l'appellativo di "zitella"? Io sono sola
per scelta,
non per costrizione. Non voglio legami, non voglio
approfondire
amicizie per paura. Paura della fine. Della delusione.
Meglio non
cominciare nemmeno, per non soffrire. Così offro anche a
te questa
opportunità: la nostra storia non comincia qui, perciò
non potrà
finire."
Poi continuò, ma oramai l'ascoltavo quasi in trance,
stordito dalla
improvvisa rivelazione, un colpo tanto forte che però
non mancò di
farmi considerare quanto avesse ragione, quanto la sua
scelta fosse
saggia e giudiziosa. Così quasi non mi accorsi di quanto
aggiungeva,
che solo più tardi sarebbe arrivato al mio cuore ed alla
mia mente;
per il momento le parole vennero registrate in una
memoria che nemmeno
sapevo di possedere, e che in seguito rilasciò il suo
malefico
messaggio.
"Apprezzo moltissimo quel che hai saputo fare per me;
sei cambiato,
radicalmente, e questo la dice lunga sulla qualità del
tuo sentimento,
che mi lusinga oltre modo. Ma proprio per rispetto a
questo sentimento
devo, voglio dirti tutta la verità, che ti meriti: io
sono stata
attratta dall'atleta che eri, ammiravo la tua bravura e
mi piaceva la
tua figura. Quello che sei diventato, così simile a me,
non mi
interessa; sono anni che convivo con me stessa, e non mi
servono
controfigure."
* * *
Spiaggia di casa mia; a lato della brandina, un bel po'
di romanzi,
letteratura varia, come d'abitudine. Seduta accanto a me
Francesca,
una dolce ventenne che mi delizia con la sua ammirata
dedizione.
"Dai, molla quei libri e vieni a fare un bagno!
Possibile che tu non
riesca ad essere un po' più sportivo? Non cambi mai!"
Una cosa ho imparato a mie spese: non è opportuno
cambiare mai,
nemmeno per amore.
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Viola
Fulvio non poteva credere che fosse davvero finita: ora
si trovava
immerso come in una bambagia neutra, che lo avvolgeva e
lo cullava,
impedendogli di pensare, ma anche di soffrire e di
mettere in atto
propositi insani: anche se il primo pensiero che gli
aveva attraversato
la mente quella sera che furente Sandra lo aveva
lasciato solo in casa,
a meditare sui suoi errori era parsa unica possibile via
d'uscita, la
rinuncia a vivere, che tanto la sua vita senza Sandra
sarebbe stata un
insulso trascinarsi verso una fine ancora più
ingloriosa, verso una
vergognosa consunzione; perché sapeva che Sandra per
nulla al mondo
sarebbe tornata sui suoi passi. Mai in vita sua aveva
messo in
discussione una decisione presa, anche se sotto la
spinta dell'ira e
della umiliazione.
Sandra sapeva sempre alla perfezione quale sarebbe stata
la strada
migliore da intraprendere, in ogni momento ed in ogni
circostanza: non
certo come Fulvio, eternamente in bilico, vittima e
schiavo dei propri
dubbi, sia quelli esistenziali che le banali incertezze
del quotidiano;
odiava scegliere e per non doverlo fare rinunciava
volentieri anche ai
propri gusti: era la moglie che ogni mattina decideva
come Fulvio
doveva vestire quel giorno, se indossare giacca e
cravatta o buttarsi
sullo sportivo; e se la scelta fosse caduta sul
classico, anche la
cravatta, pescata nella cospicua collezione di Fulvio,
era soggetta al
vaglio attento di Sandra, che badava non solo
all'accordo cromatico
dell'accessorio con il tono dell'abito, ma si sforzava
di
interpretare l'umore e lo spirito della giornata del
marito,
addirittura in modo indipendente da lui stesso: quante
volte,
svegliatosi di cattivo umore, Fulvio era andato
allegramente al lavoro
solo perché Sandra aveva scelto per lui una cravatta
spiritosa, magari
una delle tante dedicate ai maiali. Fulvio ne aveva una
raccolta
notevole e soleva scherzare asserendo che la cravatta
era un suo
speciale biglietto da visita, una specie di
avvertimento: "Così le
mie donne sanno cosa aspettarsi".
In realtà non c'erano donne che da Fulvio si
aspettassero alcunché:
il suo era solo uno stilema, un adeguarsi al tipico
atteggiamento da
macho italico, che comunque non gli si addiceva.
Monogamo più per pigrizia che per vocazione, Fulvio non
si era mai
concesso alcuna scappatella extraconiugale, per tutti i
vent'anni di
matrimonio, quei vent'anni di cui ora cominciava a
rimpiangere ogni
istante.
Ancora si chiedeva come e perché avesse stupidamente
rovinato la sua
vita; soprattutto si interrogava sul fatto che comunque
si ritrovava
ora con un pugno di mosche: una avventura, peraltro
neanche cominciata,
aveva cancellato tanti anni di vita in due, così, in un
attimo, e
Fulvio ne era rimasto stordito
Questo tentativo di avventura era in effetti qualcosa di
banalmente
incredibile.
Fulvio improvvisamente, senza una ragione profonda,
pensò di essersi
innamorato di una ragazzetta che poteva benissimo essere
sua figlia:
venticinque anni, alta, slanciata e bionda; tutto qui!
Era la nuova cuoca della mensa aziendale e non c'era mai
stata
nemmeno una parola tra loro, Fulvio non sapeva di lei
altro che il
nome, Amanda, e tanto gli era bastato per credersi
perdutamente
innamorato; di belle donne Fulvio ne aveva sicuramente
incrociate
parecchie ma nessuna aveva avuto il potere di attrarlo
come Amanda; era
conscio che si trattava di una attrazione fisica,
ancorché speciale,
in quanto isolata, anzi unica in un quarantacinquenne
che si riteneva
al riparo da qualsiasi infatuazione. Ma questa presa di
coscienza non
gli impedì di cullare l'illusione che si trattasse di
qualcosa di
diverso, di aver trovato finalmente il grande amore.
Nemmeno Sandra era
stata così sconvolgente nella vita di Fulvio; assieme
fin
dall'infanzia, i due erano quasi predestinati: le
famiglie erano
amiche e da sempre era aleggiato il progetto che Sandra
e Fulvio ne
costituissero l'unione definitiva; quindi, trascorsi
insieme
fanciullezza ed adolescenza, non appena i giovani furono
giudicati
maturi, cioè dopo la laurea di entrambi, le predestinate
nozze avevano
sancito definitivamente il loro essere coppia.
C'era tra loro un affetto assai intenso, ma non si può
dire che vi
fosse un amore travolgente, come Fulvio immaginava
dovesse essere il
grande amore. Stavano bene assieme, ma il loro stare
insieme era un
quieto vivere pantofolaio, felice e senza scosse; ma
anche senza
impeto, passione. E Fulvio covava in se questa carenza,
questa voglia
inconfessata di qualcosa di speciale, di unico.
Così quando mise gli occhi su Amanda senti, sbagliando
grossolanamente, che poteva essere la volta buona; mise
allora da parte
ogni scrupolo e cominciò a corteggiare la ragazza in
modo discreto ma
insistente; lei, pur lusingata da tanto interesse, non
si sognò
nemmeno di dar retta a questo pur "simpatico" cliente,
poiché la
simpatia non le pareva motivo sufficiente per imbastire
una relazione
con un uomo molto più vecchio di lei e per di più
sposato.
Il fatto che Amanda fingesse di non accorgersi della
corte spietata di
Fulvio non dissuadeva l'impertinente dai suoi propositi,
che anzi la
difficoltà della conquista rendeva ancora più
interessante ed
eccitante l'impresa.
Perciòì, nonostante un nulla di fatto, il comportamento
strano del
marito non poteva non farsi notare da Sandra, sempre
attenta ai cambi
di umore del suo sposo.
Il modo più semplice per sapere le cose tra due persone
in grande
confidenza è una domanda diretta, che Sandra pose, ma
Fulvio nicchiò
e per la prima volta in vita sua mentì a Sandra.
"Non ho nulla di speciale; forse sono un poco stressato
dal lavoro,
è un periodo di grandi manovre in ufficio, si stanno
decidendo le
nomine di quanti dovranno rimpiazzare ben tre capi
divisione andati in
pensione; sai che della carriera non mi importa molto,
ma il salto
retributivo sarebbe notevole, e credo di essere in pista
in posizione
molto favorevole".
Sandra non se la bevve, ma non era sua abitudine
contestare quel che
Fulvio le raccontava; perciò la questione morì li.
Ma intanto il tarlo del dubbio, unito disastrosamente al
senso di colpa
contribuiva a rendere sempre più cupo l'umore di Fulvio,
che
accumula stress come in una pentola a pressione; ma
prima o poi questa
tensione sarebbe scoppiata, e gli effetti di tale
deflagrazione Fulvio
si immaginava bene sarebbero stati devastanti; e lo
furono.
Quando finalmente si decise a vuotare il sacco, Fulvio
sperimentò di
fatto quello che in cuor suo aveva temuto, quello per
cui si era deciso
a mettere in atto la prima grande menzogna della sua
vita, una
omissione pericolosa, ma dalla vita corta.
Messa al corrente degli interessi extraconiugali del
marito, Sandra
reagì purtroppo come Fulvio aveva immaginato: furente
abbandonò casa
e marito, ben decisa a non ritornare sui suoi passi.
A Fulvio non rimase che raccogliere i cocci di una
esistenza sbagliata,
resa quasi insopportabile da un unico piccolo grande
errore.
Ma bene o male la vita continuava: arrivò anche la
promozione sul
lavoro, che Fulvio si limitò a registrare con il più
assoluto
disinteresse; l'unico vantaggio che per il momento ne
ricavò fu il
cambio di ufficio, una stanza tutta per lui, come si
addiceva ad un
Capo Divisione, con tanto di segretaria in anticamera, a
far da filtro
per il mondo intero: la Direzione gli concedeva inoltre
due settimane
da dedicare interamente allo studio, alla preparazione
ai nuovi compiti
con l'auto apprendimento solitario; solo quando avesse
avuto una
infarinatura sufficientemente completa della materia si
sarebbe
affiancato ad impiegati anziani, gli esperti di settore.
Per ora poteva starsene tutta la giornata da solo, ed
era evidente che
parte del suo tempo l'avrebbe dedicata all'esame dei
suoi problemi
personali, senza peraltro portar via nulla all'Azienda;
la sua
capacità di apprendimento era infatti di molto superiore
alla media,
così con un paio d'ore di studio intenso pareggiava i
conti con la
sua coscienza e dava alla Società l'esatto corrispettivo
della
retribuzione ricevuta.
Il tempo che Fulvio recuperava per se sfruttando le sue
capacità così
fuori del comune lo dedicava quasi interamente ad
internet; aveva
scoperto un forum, un gruppo di discussione che lo
aiutava a ritornare
indietro con gli anni, a rinfrescare l'interesse per una
passione
giovanile che credeva assopita per sempre, l'amore per
la poesia.
In questo forum bazzicavano personaggi interpreti della
più varia
umanità, e Fulvio in principio si limitò a leggere,
assorbendo di
tutto: sproloqui, velleità manifeste, in alcuni e per
fortuna limitati
casi turpiloquio e blasfemia, alla faccia dei poeti! Ma
c'era anche
del buono: autori che garbatamente proponevano i loro
lavori, a volte
premiati da commenti di altri autori ricchi di spunti,
molti assai
tecnici, espressi con competenza.
Non mancò di notare anche svariate manifestazioni di
presunzione;
taluni infatti si definivano poeti e si piccavano
d'esserlo per il
solo fatto che la loro prosa usava degli "a capo"
arbitrari, tanto
per travestire da versi delle prosaiche inutilità.
Il più delle volte nemmeno i concetti espressi valevano
a salvare i
componimenti pomposamente definiti "poesie"; luoghi
comuni,
retorica, malinconie romantiche la facevano da padroni.
Era quindi
inevitabile che chi si toglieva dal mazzo attirasse
immediatamente
l'attenzione di Fulvio, che cominciò a seguire
sistematicamente
tutti gli scritti di una tal Viola.
Costei si descriveva come una ragazza moderna, sulla
trentina, delusa
dall'imperare del maschilismo ma renitente a
ghettizzarsi
nell'equivoco reparto "donne sole e deluse".
Ovviamente Fulvio mise in conto la possibilità invero
assai elevata in
rete che la persona che si firmava Viola fosse tutt'altro
che una
giovane donna moderna.
Ma fintanto che ci si scambiavano solo scritti, la cosa
poteva avere
una rilevanza assai modesta, anzi il gioco sottile del
possibile
reciproco inganno rendeva ancora più stimolante il
rapporto, c'erano
continue attenzione e tensione, il che migliorava anche
la voglia di
conoscersi più a fondo, di esplorare quei risvolti del
non scritto e
non detto dove intelligenza ed intuizione davano allo
scambio
epistolare un surplus di interesse.
Così si lasciava cullare dalla voglia di scriverle, di
rivelare la sua
attenzione, che a questo punto stava per diventare
devozione; ma si
tratteneva dal farlo per timore di sbagliare "entrata" e
rovinare
tutto, e anche in parte per la paura che dietro alle
belle parole si
nascondesse qualcosa di fasullo, qualche possibile amara
delusione.
Ma finalmente si risolse a farsi avanti, dopo aver letto
questo
componimento che Viola aveva pubblicato sul newsgroup:
"nel cono d'ombra della mia ignoranza
lascio che parli solamente il cuore
perché qualcuno veda la distanza
intercorrente tra la voglia e amore;
solo a chi condivida il mio sentire
potrò svelare la mia nostalgia
e solo a lui io voglio far capire
quanto sia forte la mia fantasia:
gli farò fare un gioco, o meglio un viaggio
dentro le pieghe d'ogni mio pensiero;
è questa esplorazione a largo raggio
che saprà rivelargli il mio mistero."
Fattosi coraggio, Fulvio replicò in questo modo:
"Seguo da tempo ogni tua scrittura
Così dolce e pur ricca di emozione;
mi svelo adesso, vinta la paura
di apparire soltanto un curiosone;
aspiro a fare il gioco che hai promesso,
'ché mi intriga quel viaggio nella mente
di una persona così interessante;
fammi provare, e certo avrò successo.!
Pensiero"
"Caro Pensiero - Viola rispose con una e-mail privata e
non sul
newsgroup - il mio primo impulso alla lettura della tua
replica è
stato di stizza: come si permette questo signor
"Pensiero" di
prendersi gioco di me, di farmi il verso con dei versi!
Ma rileggendo
attentamente sono stata assalita da un dubbio, cioè che
tu possa
essere vero! E' per questo che ti sto scrivendo in
privato: per
saggiare il tuo esistere davvero. Però ti scongiuro di
non prenderti
gioco di me; se sei fasullo ti basterà poco per
risparmiarmi un grande
dolore e per fare al contempo un'opera buona: evita di
rispondermi,
ritorna nel nulla da cui vieni e lasciami vivere in
pace; apprezzerò
oltre misura questa eventuale cortesia nei miei
confronti"
"Gentilissima Viola, volentieri le replico - Fulvio era
passato al
"lei" in segno di rispetto e serietà - per mostrarle che
non
solo esisto, ma che nutro nei suoi confronti grande
stima e fiducia, al
punto che rinuncio di buon grado all'anonimato (ma la
prego di non
sentirsi in obbligo di imitarmi); dietro lo pseudonimo
"Pensiero"
c'è il nome vero, Fulvio A..... e potrà trovarmi, se lo
vorrà a
questo numero di telefono: 333...
Sono veramente e vivamente interessato al gioco che
propone, vorrei
saperne di più ma "a pelle" sento che mi piacerà
comunque.
Fulvio."
"Caro Pensiero, ti ringrazio per la facoltà che mi
concedi di
restare un poco defilata; non è che mi manchi il
coraggio di svelarmi
ma rimango per te la misteriosa Viola proprio perché
penso possibile
farti partecipe del mio gioco, che prevede come premio
finale a chi lo
meriti la soluzione del mio rebus.
E' per questo che non userò il numero di cellulare che
con grande
fiducia mi hai comunicato; ma per premiare questa
fiducia di tanto in
tanto ti invierò SMS. Sappi comunque che pur
apprezzandone franchezza
e coraggio, Fulvio per me non esiste, non ancora; forse
verrà il suo
tempo, ma adesso per me tu sei solo Pensiero, aspirante
giocatore. Non
ci sono prove specifiche da superare per essere ammessi
al mio
progetto, ma ho bisogno di conoscerti meglio, di sondare
il tuo animo
per evitare future reciproche delusioni. Scrivimi
ancora, che solo le
parole saranno passaporto per una possibile felicità.
Viola"
Così Fulvio si imbarcò nell'avventura più entusiasmante
e al tempo
stesso più sconvolgente della sua vita; iniziò una fitta
corrispondenza con Viola, toccando gli argomenti più
vari,
inframmezzati dal racconto di un passato recente e
remoto, brandelli di
vita, ricordi ed impressioni che venivano scambiati
reciprocamente,
così che nello spazio di sei mesi i due potevano dire di
conoscersi
così profondamente come poche coppie nella vita reale
potevano
vantare.
Sempre che entrambi avessero scritto cose vere, che
nessuno dei due
avesse inventato, o infiorato la verità per apparire
migliore, più
interessante.
Fulvio per parte sua non aveva nascosto mai nulla,
considerava questo
scambio di parole come una catartica confessione e si
preoccupava non
solo di non mentire, di non modificare nulla della
verità a lui nota,
ma addirittura approfittava di questa ghiotta occasione
per auto
analizzarsi. Come fosse seduto sul lettino di uno "strizzacervelli"
usava gli episodi della sua esistenza per esorcizzare le
paure,
rimuovere complessi e fobie e rafforzare la sua psiche;
una cura questa
che gli procurava inoltre un indicibile senso di
benessere: tuffandosi
in questa comunicazione a volte parossistica era
riuscito a dimenticare
in parte le sue disavventure sentimentali, a darsi una
nuova,
meravigliosa ragione di vita.
Viola sembrava stare al gioco, appariva ugualmente
interessata e
gioiosamente entusiasta dell'evolversi della situazione,
tanto che
ben presto mise sul tappeto il famoso progetto, quello
che avrebbe
svelato il suo mistero.
Il gioco consisteva, e ora saggiate le reciproche
affinità le parve
possibile, nel tentativo di scrivere un romanzo a
quattro mani. Lei
avrebbe preparato un canovaccio, una trama che si
sarebbe sviluppata e
rivelata poco a poco, "in itinere" mentre Fulvio
l'avrebbe
portata a compimento, aggiungendovi del suo, a piacere e
discrezione.
Altri sei mesi ci vollero per portare a termine questo
lavoro, tra
prima stesura e revisione finale, ma il risultato era
veramente buono,
non solo agli occhi interessati dei coautori: Viola era
ben conosciuta
nell'ambiente letterario, così disse a Fulvio, e due
affermati
critici espressero pareri lusinghieri sul manoscritto
sottoposto loro
da Viola per amicizia, e inventando come autore un
giovane nipote alla
sua prima impresa.
Tuttavia il risultato che Fulvio si aspettava non era il
successo
letterario, ma la soluzione del mistero "Viola" la quale
ben presto
mantenne la promessa.
"Caro Fulvio - era la prima volta che Viola non si
rivolgeva a
Pensiero dopo più di un anno e centinaia di e-mail -
adesso è
proprio arrivato il tuo momento; se non hai di meglio da
fare, verrei
sabato prossimo alle 17 a casa tua, per svelarmi
finalmente, e poteri
guardare negli occhi. Che ne pensi?"
"Non sto nella pelle, Viola e non so come farò a
pazientare fino a
sabato: Sono rimescolato ed impaziente, come un bimbo la
vigilia di
natale: Ma due giorni passeranno in fretta, almeno lo
spero. A sabato
dunque, Pensiero in pensione!"
In realtà due giornate furono interminabili, spese a
riassettare
l'appartamento, per renderlo degno di tanta visita.
Così sabato pomeriggio alle quattro Fulvio era pronto ed
impaziente
più che mai, tirato a lucido come per la prima
comunione. Teso come
una corda di violino, al trillare del campanello di casa
sussultò e il
cuore cominciò a pulsare furiosamente. Possibile che
Viola fosse così
tanto in anticipo? Meno male che tutto era già pronto;
si accostò
allo spioncino e quasi gli prese un colpo.
In piedi sul pianerottolo, in paziente attesa c'era
Sandra:
Dopo più di un anno, proprio oggi doveva rifarsi viva?
Fulvio, già emozionato del suo, ora era piombato in
pieno marasma. Che
fare? Avrebbe potuto non aprire, fingere di essere via.
Ma che
stupidaggine! Non aveva cambiato serratura e Sandra
avrebbe usato le
sue chiavi, in fin dei conti era ancora casa sua. Bella
figura farsi
trovare li dentro, confuso e imbarazzato!
Poi lo assalì una strana nostalgia, di colpo la
trepidazione era
svanita e suo malgrado si accorse di desiderare ancora
Sandra, di esser
felice di rivederla ed ansioso di sentirla ancora
vicina, nonostante
l'imbarazzante circostanza di essere in attesa di
un'altra visita
importante.
Allora risoluto aprì la porta e sfoderando uno
smagliante sorriso
esclamò: "Ciao, che piacevole sorpresa rivederti!
Accomodati, ti
prego - ridacchiò - fai come fossi a casa tua!"
Sandra entrò con il solito piglio da regina; era Sua
Signoria che
riprendeva possesso del reame, questo Fulvio lo capì
immediatamente, e
cominciò a tremare al pensiero che tra meno di un'ora la
sua vita
poteva sfiorare la tragedia. Come trarsi d'impaccio?
Forse poteva
ancora fermare Viola, telefonarle annunciando un
improvviso malore, ma
come l'avrebbe presa? Forse preoccupata si sarebbe
precipitata da
lui, incurante delle sue proteste: "Non serve, non è poi
un gran
malessere!"
"E allora perché non vederci? Se gli amici non si fanno
presenti nel
momento del bisogno, che amici sono?"
Era proprio in un bel pasticcio, non c'era che dire, e
non sapeva
come ne sarebbe venuto fuori.
Intanto bisognava sorridere a Sandra, che già dava segno
di voler
prendere il comando delle operazioni: "Ti vedo un po'
agitato. Ti
ha disturbato la mia visita improvvisa? Forse aspettavi
qualcuno? O
qualcuna?" aggiunse maliziosa, pareva sapesse. "Mamma
mia che guaio
- pensò Fulvio - eppure son contento che sia qui, che
sia tornata,
ma mi sento terribilmente in colpa per Viola: Ma è
possibile, Dio mio,
amare così tanto due donne? e contemporaneamente? e
perdutamente? Non
saper, non voler rinunciare a nessuna delle due? Pure
sono
incompatibile. Ma Sandra ha la priorità; ma Viola non se
lo merita di
esser messa da parte; in che guaio mi sono cacciato? Ma
mi ci sono
cacciato? Potevo prevederlo, evitarlo? E adesso che
faccio?"
Lo sgomento, il terrore stavano dipingendo sul volto di
Fulvio una
smorfia amara che cominciò a preoccupare Sandra, e la
donna decise di
forzare i tempi. In fin dei conti poteva comunque
sentirsi paga.
Tirò dunque fuori un fascio di fogli dattiloscritti sui
quali
troneggiava il titolo del famoso romanzo in società.
"Pensa che stramba coincidenza: l'editore mi ha rifilato
per la
prima lettura questa meraviglia; non ti pare
incredibile?"
Fulvio stava per svenire: il destino non poteva essere
così
crudelmente beffardo, utilizzare la professione di
Sandra, critico
letterario di chiara fama, per giocare a Fulvio un tiro
tanto mancino!
Ancora una volta fu la moglie a salvarlo, ad acciuffarlo
dal baratro in
cui stava precipitando:
"Tranquillo, ora respira a fondo e rilassati. Cerca di
prepararti con
serenità alla rivelazione che ti sei meritato: Viola non
esiste, Viola
è Sandra, non assetata di vendetta ma vogliosa di
recuperarti; perché
in fin dei conti sei sempre l'uomo della sua vita e per
amore si
possono anche seppellire i principi."
Prima della parola fine, entrambi esclamarono, ancora
una volta
all'unisono: "Ti voglio bene"
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Prapendio
Le istruzioni per la partenza sono semplici: quando il
vento sarà
favorevole, ti batterò un colpetto su una spalla; dovrai
camminare in
avanti, senza correre e senza fermarti, solo due o tre
passi, poi
sentirai uno strappo alle spalle; continua tranquillo, e
saremo in
volo..."
L'avvicinamento non era stato difficile, ma faticoso;
tutta
l'attrezzatura era divisa in due sacchi di circa 15
chili ciascuno;
ovvio che dall'arrivo della funivia al punto di partenza
questi
fardelli dovevano essere equamente divisi, perciò i
dieci minuti da
fare a piedi in salita per raggiungere il punto di
decollo non sono
stati uno scherzo; ma valeva la pena di sopportare quel
peso, ci
portavamo sulle spalle un quarto d'ora di pura felicità.
Ero ansioso di provare questa nuova esperienza, un volo
in parapendio,
con istruttore, si intende, mica potevo improvvisarmi
esperto di volo
senza motore, e poi l'occorrente per volare ha un costo
elevatissimo,
si parla di una decina di milioni di vecchie lire.
Così in quella splendida mattina di luglio avrei emulato
Icaro, sarei
stato più vicino al sole senza ausilio di motori.
L'unica cosa che ricordo con un certo fastidio è l'ansia
dell'attesa, che mi è sembrata interminabile; prima,
alla partenza
della funivia Walter, l'istruttore pilota, era in
leggero ritardo,
perché il volo precedente era partito oltre il tempo
previsto, e già
quella è stata una attesa fastidiosa, ma il culmine
dell'inquietudine è arrivato sul prato dal quale
dovevamo decollare.
Il vento pareva non volesse mai più prendere la
direzione giusta,
scrutavo le maniche a vento con crescente apprensione,
con una
aspettativa delusa che mi procurava quasi un dolore
fisico.
Non avevo paura, era solo l'ansia che mi divorava, che
dilatava a
dismisura la sensazione pesante che l'attesa fosse
infinita; ma alla
fine siamo partiti: al tocco di Walter ho cominciato a
camminare,
faticando a controllarmi per non correre, uno, due, tre
passi e al
quarto mi sono trovato ad annaspare nel vuoto, eravamo
su nel cielo!
Da quel momento, ho dimenticato che dietro a me sedeva
Walter, intento
a manovrare i cento fili che ci tenevano attaccati alla
splendida ala
del velivolo, a guidare con maestria quello che a me
invece sembrava un
bizzarro volo della mente, un disordinato, splendido
girovagare in quel
paradiso tra le montagne.
Il silenzio era rotto solo dal batter del vento
sull'ala, che
produceva un fruscio ritmico, una specie di magico
soffio, a sorreggere
la nostra avventura., la mia avventura.
Perché ero solo, volevo esser solo. Con Walter mi sarei
ritrovato
dopo, a terra, per ringraziarlo, per avere ancora
ragguagli tecnici.
Ora volevo essere solo, con me stesso, con i miei
ricordi, con i miei
pensieri e le mie sensazioni.
Così era: facile come bere un bicchier d'acqua, semplice
ma
traumatico, come nascere.
Ecco, questo paragone, senza dubbio esagerato
dall'euforia del
momento, è però uno dei primi pensieri che mi è balenato
nella mente
in quel frangente; nel parto non dobbiamo mettere alcuna
capacità,
nessuna abilità: si nasce in automatico, non c'è nulla
da fare, di
quel poco ci fosse da fare si occupano altri, ma
l'interprete
principale, pur passivo, inerte, è il nostro io che
comincia la sua
avventura, che per la prima volta nella sua vita si
sente simile a Dio,
crea il mondo.
Certo il mondo degli altri c'era già prima che
nascessimo, ma il
"nostro" mondo comincia con noi, e assieme a noi finirà,
nel
nostro ultimo respiro.
In definitiva il mondo esiste perché e fino a tanto che
noi esistiamo.
In questi momenti così intensi il mio mondo cambiava
continuamente
prospettiva, prendendo l'aspetto familiare dei miei
sogni più belli;
di uno, in particolare, ricorrente: fin dalla prima
infanzia mi è
capitato di fare più volte lo stesso sogno, nel quale
indossavo un
cappottino grigio di pesante panno, una vera sciccheria
negli anni
dell'immediato dopoguerra che mi vedevano bambino; il
vento,
infilandosi sotto l'indumento, lo gonfiava come una
mongolfiera, ed
io cominciavo a lievitare, librandomi due o tre metri
sopra le teste
della gente e volteggiando sopra al campo San Geremia.
E il sogno era così vivido, reale, che per molti anni
credetti che non
fosse un sogno, ma una piacevole, speciale realtà che
era capitata in
sorte proprio e solo a me.
Fu il primo anno di scuola a confermarmi che si trattava
solo di un
sogno: volli infatti raccontarne orgoglioso ad una
compagna di classe
che mi era simpatica più degli altri alunni, e lei si
prodigò a
spiegarmi e a convincermi che non esiste la magia, che
il mondo è
regolato da leggi perfette ed immutabili e che i sogni
non si avverano
mai. Proprio perché sono sogni e tale è la loro
funzione, far vivere
i nostri desideri, anche i più irrealizzabili, in una
dimensione
paranaturale, affatto diversa dalla realtà ma con un
realismo che ci
soddisfa e ci appaga.
Certo Gabriella non usò parole così pertinenti, il suo
discorso era
tanto più semplice, ma questi sono i concetti che mi
sono rimasti, che
hanno accompagnato tutta la mia vita seguente.
Indirizzandomi verso una
continua ricerca del positivo, del reale, che
scientificamente ma
inesorabilmente mi ha portato all'agnosticismo, al
rifiuto
dell'incredibile, del magico, possibile solo nella
fantasia, nella
poesia.
Quest'ultima mi pare proprio il punto di incontro, di
mediazione tra
la ragione e il desiderio, tra la mente e il cuore.
Navigare tra le proprie fantasie lasciandosi cullare
dalla dolce
melodia di parole in versi, assecondare le assonanze per
favorire anche
l'associazione di idee, questo per me è la poesia, o
meglio, questo
è il suo lato tecnico, che poi dovrà essere integrato
dalla
componente fondamentale ed indispensabile: il cuore, il
sentimento.
E io navigavo tra i monti, immerso in una realtà così
vicina e simile
al sogno da farmi quasi paura.
Mi pareva un anticipo, un assaggio della nostra
condizione futura,
quando, finita l'avventura fisica, corporale, il nostro
spirito,
liberato dai vincoli di un corpo oramai morto, spazierà
felice in una
specie di sogno continuo.
Ma perché questa percezione mi procurava paura?
Perché in quegli attimi stavo mettendo in crisi tutta
una vita di
incredulità, tutta una vita senza fede, che però mi dava
tranquillità, stabilità.
E la paura era di perdermi tra i sogni, in una ricerca
mai sopita di
misticismo, di possibile contatto con l'impossibile
possibile, Dio.
Sembra incredibile che un breve volo tra le nuvole possa
ingenerare
tanti pensieri, tante riflessioni; sarebbe più naturale
credere in una
gioia attonita, senza partecipazione razionale, il puro
piacere di
assaporare una novità, un modo nuovo di vedere il mondo,
di sentirlo
vicino e lontano al tempo stesso.
Ma come tutte le cose belle anche la mia avventura su
nel cielo era
destinata a finire.
L'impatto con il terreno fu dolce e duro al tempo
stesso; dolce dal
punto di vista tecnico, ci eravamo calati con ampie
curve, come un
predatore che non voglia ghermire la preda con fretta ma
che aspetti il
momento giusto; duro sotto il profilo psicologico, come
chi non
vorrebbe svegliarsi per non interrompere un sogno troppo
bello: fatti a
terra pochi passi, quel quarto d'ora magico era
diventato adesso
soltanto un bellissimo, struggente ricordo
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La Giostra
"Ancora un giro, mamma, ancora uno, poi andiamo a
casa!"
"Basta, piccola peste, è già la terza volta che mi
chiedi l'ultimo
giro di giostra.
Cosa dirà tuo padre se tornando stanco dal lavoro
troverà la casa
vuota, la tavola sparecchiata e per cena nulla?"
Ma la madre sa che il figliolo l'avrà ancora vinta; farà
un altro
giro, e poi un altro ancora.
Solo la sazietà potrà porre fine a tutto questo; una
madre non sa
negare nulla al proprio figlio,
se c'è in palio la felicità di lui.
Ma la vita è matrigna.
Non ti concede mai un altro giro.
Ogni occasione lasciata è persa per sempre.
Ogni minuto che hai venduto per denaro è un minuto che
ti mancherà
per sempre, un tassello mai più recuperabile della tua
esistenza.
Per fortuna non sai quanti tasselli la compongono,
quanti te ne restano
e quanti ancora ne perderai.
E così senza il tuo ultimo giro di giostra ti pare che
tutto sia
oramai perduto, e ti arrabbi per un nonnulla, e diventi
insofferente,
vuoi infischiartene delle regole.
Le regole del mondo: che tragica pastoia alla tua
libertà, alla tua
voglia.
Perché dovresti tenerne conto?
Non è meglio provare a forzare il destino, cercare di
afferrare ogni
occasione, rubare se possibile un altro giro?
Ma se è lei a chiederti di rispettare le regole, la cosa
cambia.
Sai che questa è una condizione insormontabile, l'unico
modo che ti
rimane per sperare di restarle vicino, di illuderti che
si possa
comperare un altro giro.
Allora ti sforzi, cerchi di superare te stesso, i tuoi
egoismi, la
rabbia e la nostalgia per tasselli perduti.
Accetti le regole, e magicamente ricomincia.....
un altro giro.
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Velata
Quando l'ho rivista, dopo quarant'anni, non era
minimamente cambiata;
né era cambiata l'emozione che si impadroniva di me,
rivedendola,
rispetto all'emozione di allora. Sempre bella,
bellissima, con quel suo algido e misterioso sorriso che
anche
quarant'anni prima mi aveva stregato. Ero giovane
allora, un romantico
ventenne trapiantato a ottocento chilometri da casa per
prestare
servizio militare. A Caserta, che a parte la reggia,
pareva
l'incarnazione di un incubo, il farsi città del mio
malessere lontano
dai miei luoghi, dalle mie abitudini. Veramente
insignificante come
tessuto urbano, ma forse ero io a vederla così, con gli
occhi falsati
dalla nostalgia di casa, dal disappunto di essere stato
controvoglia
scaraventato li.
Ci sono tornato l'anno scorso, a Caserta, e l'ho trovata
ancora
bruttina, sempre con l'eccezione della reggia, ma ho
ridimensionato la
pessima impressione della prima volta: effettivamente
ero stato
fuorviato nel primitivo giudizio dalla rabbia di dover
passare un lungo
periodo senza le mie amicizie e soprattutto senza lei,
quella che mi è
stata compagna in questi quarant'anni. Quest'ultimo
inconveniente mi
aveva ancor più isolato, tanto che i momenti di libertà,
le libere
uscite serali ed i giorni di festa li trascorrevo in
solitudine,
bighellonando a mo' di triste turista per la Campania.
Bazzicavo musei, pinacoteche e chiese; queste ultime non
per fede o per
pietà ma per scoprirvi tanti tesori d'arte, esposti ed
accessibili al
pubblico anche quando musei e pinacoteche erano chiusi.
Fu a Napoli che la incontrai la prima volta. Era nella
Cappella
Sansevero.
Bella, altera, affascinante. Rimasi un bel pezzo a
rimirarla, prima di
andare a leggere sulla placchetta di ottone titolo
dell'opera ed
autore: "la Pudicizia, di Antonio Corradini".
Lo scultore, che scoprivo allora, era stato superbo,
tanto nel
modellare le fattezze della splendida creatura, quanto a
creare una
magnifica illusione: il marmoreo volto era velato, ma la
superlativa
tecnica trasfigurava il marmo, il velo sembrava vero,
una impalpabile
coltre di tessuto che nulla nascondeva; e il volto che
traspariva sotto
quel velo era il più incantevole che avessi mai visto.
Era vivo. Fu un
vero colpo di fulmine; ero talmente emozionato da
scordare perfino i
miei affanni e rimasi in estatica ammirazione per almeno
un'ora. Non
riuscivo, anzi non volevo separarmi da quella visione,
non desideravo
interrompere quel magico incantamento.
Da allora cominciai a frequentare assiduamente quella
chiesa, per
incontrare lei, la donna velata e rinnovare ogni volta
l'incantesimo.
Tuttavia la coltre del tempo ha coperto questo ricordo,
sopito tra
tante cose belle accumulate in una vita tutto sommato
felice.
Fino ad una settimana fa, quando, visitando Ca'
Rezzonico, incontrare
un'altra copia della donna velata mi ha lasciato senza
fiato; non era
figura intera questa volta, solo un mezzo busto, ma il
volto sempre
magnificamente travolgente ed i piccoli ma ben modellati
seni
trasmettevano una sensualità nuova, che la figura intera
non era
riuscita a suo tempo a farmi percepire.
Un incontro emozionante. Non è stato solo ritrovare una
immagine a me
così cara, ma in un colpo ho riassaporato il gusto della
giovinezza:
la mia oramai sfiorita, solo un piacevole ricordo, la
sua immutata,
fermata in eterno nel marmo. Ho ripreso le mie visite
alla Pudicizia;
tutti i pomeriggi sono tornato a Ca' Rezzonico,
approfittando
dell'ingresso gratuito ai residenti; il terzo giorno al
botteghino
della cassa dove comunque si deve ritirare il biglietto
gratuito di
ingresso, per accontentare il sensore elettronico che
registra ogni
accesso, l'impiegata, incuriosita da tanta costanza, mi
ha
rispettosamente chiesto se fossi un giornalista; le ho
spiegato che no,
sono un semplice appassionato d'arte e sto scrivendo un
libro sulle
preziose testimonianze del passato custodite nel museo
del '700
veneziano.
Ma stasera ho escogitato qualcosa di speciale; alla
chiusura del museo,
mi sono nascosto nello sgabuzzino delle scope, dislocato
nelle
toilettes di piano terra ed ho atteso con pazienza il
defluire del
pubblico; poi tocca al personale di servizio, finché
verso le otto di
sera il palazzo rimane vuoto, tutto a mia disposizione.
L'oscurità non
è totale, qualche punto luce qua e là, lasciato acceso
perché le
ronde di sorveglianza possano muoversi agevolmente, mi
consente di
destreggiarmi senza grandi problemi fra gli enormi
saloni.
Sono veramente solo, perché la sorveglianza notturna
prende servizio
dalle ventuno. Senza difficoltà arrivo al mio
appuntamento; oramai
conosco così bene la strada che potrei raggiungere la
mia bella anche
al buio. Nella penombra il biancore del marmo pare
risplendere, e
avvicinandomi trepidamente mi sembra di notare qualcosa
di insolito:
gli occhi di lei, solitamente chiusi sono leggermente
socchiusi, quasi
che con ansia stia spiando il mio arrivo: man mano che
mi avvicino la
visione diventa sempre più nitida e con stupore mi
accorgo che il velo
non c'è più!
Quando ormai le sto d'appresso quegli occhi senza ombra
di dubbio mi
fissano e lo sguardo scende a scovare la mia anima.
Quasi in trance
avvicino ancora di più il mio volto al suo e le
incantevoli labbra si
dischiudono: dolcemente appoggio su di loro le mie e un
brivido strano
mi attraversa il corpo; un fluido misterioso passa per
le nostre bocche
ormai allacciate e dolcemente sprofondo in una ovattata
incoscienza,
mentre il mio corpo si fa di pietra...
Questo racconto può anche essere
ascoltato, letto da me al link:
http://www.eziodellagondola.it/public/velata1.mp3
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