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Vivacchia nella
socialdemocrazia
Andando da Laviano a Cortona, una notte all’anno, io ricevo una
pace interiore che mi permette di anno in anno il rimandare un
problema spinoso: quello di non saper trattare con lo
sfruttatore che mi alliscia, che struttura con me un rapporto
societario di lavoro, che mi coinvolge a tempo parziale e
pretende una disponibilità esclusiva, che punta sull’innestarmi
nel suo ideale buonista per non entrare mai in conflitto con
nessuno. Visto che è risaputo che l’esposizione della dottrina
mia in merito a come mi racconto più che un inizio è una fine ha
un andamento alogico mi avvalgo di un esempio stantio che risale
a dopo la bolla d’indizione del primo giubileo. Io infatti ho
sempre un vivo affetto al peccato, anche veniale; se mi capita
di adempiere alle tre condizioni per eseguir l’opera
indulgenziata è pur certa una mia sciatteria, una trasandatezza.
Lo sfruttatore, dicevo. La middle-class è la sua. Le ghette dona
per le feste. Ha i simboli del più etico codice estetico
mischiati alle manovre tipiche degli arrampicatori sociali, dei
cacciatori di dote, di chi ruba cementi e calci idrauliche. «Oui,
chéri» si dice. Spacca i pacchetti che riceve, schiaccia la
notte le falene, pienerebbe di schiuma da bagno la cassa da
morto per non spendere sulle sete sintetiche che attorniano il
morto. Mentre io giro per rispondere prontamente a quello che al
telefono con il cliente decide, lui, sul terrazzo intrallazza,
attende il vento. Come un volantino da far leggere a tutti posto
nel bidone della spazzatura poggia le strategie di dizione in
consonanza con l’obbligo di richiederti il massimo impegno visto
che attraversi le spoglie mortali ricevendo tanto. Un po’ forse
gli scoccia che la mortalità sua potrebbe finire nella
reincarnazione e non in un netto distacco dell’anima del corpo,
ma la sua buona disposizione d’animo non pretende troppo. Se il
suo superiore lo guarda male il volto che gli si cristallizza
dentro è quello del padre sovrapposto alla madre. Lui è un tipo
che pur conoscendo ogni mia inabilità omette particolari
rilevanti pur di farmi fare la commissione che si propone. Mi
chiede di sostituire un assente e mi fa sostituire in due posti
diversi. Io accetto di perdere 12,5 ore retribuite a livello
medio e 9 a livello alto per farne 15 di livello medio e poi lui
ricambia idea, mi rilascia con l’orario settimanale di prima, mi
richiama e mi dice del parere cambiato. Per pagare la pronta
disponibilità si avvale di un criterio tutto suo, particolare,
basato sul bisogno: mi chiede di andare ed io dico si, poi ci
ripensa ed io dico si; in questo modo non eroga la doppia
indennità che mi deve, l’esser stato pronto ad andare e pronto a
non andare.
Proprio per capire i passaggi per cui individua me come persona
migliore a svolgere la mansione mi studio le formule
preposizionali, le funzioni di verità, le regole di deduzione,
le tautologie, i quantificatori: tutti elementi di logica.
Deliziato dal suo primo piano di signore, nel tratto, poverino,
schiacciato da quanto anche lui è stato sfruttato, io mi sono
isolato nel malessere, puntuale nelle scelte serie, con il cuore
all’orazione. Sotto una serie di 5 lampioncini collegati a
ghirlanda da un cavo spiralato con estensione massima di 8
metri, ogni sabato sera, ho tre testimoni pronti a giurare
d’avermi sentito affermare che una disponibilità tendenzialmente
incondizionata verso il paese, per far cose utili tipo raccolte
di fondi per gli alluvionati, io non darò che col raggiungimento
della mia condizione di autosufficienza finanziaria. I successi
per il mantenimento di carriera (ottenuti al corso di
riqualificazione, durante il mio lavoro di tutore, di docenza),
ho obliato; anche se da lui e dai suoi superiori erano stati
riconosciuti. L’aver lasciato a numero 6 le riunioni di
organizzazioni politiche ed a numero 36 le riunioni di
organizzazioni partitiche (per non dargli un mio intervento
dispersivo e routinizzato) è stata la dimostrazione più completa
della mia disponibilità a far crescere la professionalità altrui
con ore di lavoro non retribuito a me.
Quando potrei incontrarlo è così che sparisco. Preferisco
minimizzare i tempi di relazione con lui piuttosto che mettermi
a ragionare sulla situazione che lui vuol vedere. L’ultima volta
che ho provato a discutere con lui era per portare un cliente a
casa mia per fare un lavoro al computer. Lui però non voleva
perché l’abitazione è mia e l’utente ne deve star fuori. Non lo
voleva neanche in sede perché questa non è un laboratorio.
Dovevo portarlo a spese mie in un altro luogo. Dovevo essere
disponibile come quando per raggiungere un luogo di lavoro
lontano dovevo anche andare a prendere un collega che non mi
rimborsava e che pretendeva. Se penso a quanto mi sento
manipolato da lui, dal suo modo di semplificare per gestire la
complessità del suo lavoro, pieno di osservazioni la plaga di
mare per la barca su cui mi ha portato per persuadermi a
sbrigarmi di finire gli studi ed associarmi a lui. Avreste
dovuto vederlo com’era vestito da yachtman. Io spero di crescere
personalmente e di riuscire a cambiare lavoro. Mi dedicherei
alla pasta fresca se solo riuscissi a tagliare la sfoglia
dritta. Sono bravo solo a detorsolare le mele.
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Zum-pa-pá e cellophane
Lettera alla donna logorroica che non da spazio di replica a chi
l’ascolta
Ciao. Non da più sono io che dico nondimeno ma, come quando in
un pendio mi perdo in un periodo e sento che in te non si
riaccende quel ritornello d’archimandrita che rispetta l’altro,
io ho una protomoteca di protervia d’affidare al patrono della
buona morte. Zum-pa-pá e cellophane ti rispondo pertanto per
scritto come ho fatto a voce!
Tu escogiti trucchi per negarti le asserzioni giuste. Nel
camuffamento in cui ti adombri si acquieta solo la tua
disposizione religiosa verso te stessa, la tua solitudine che
non è ancora micidiale. Ma guai a dirtelo. Tutte le cose che
sono in me retrograde e che vuoi settorializzare le tratti come
i colli consumati sulle camicie buone, da rigirare. Rimproverare
me per come conduco una vita al di sopra della possibilità che
mi da lo stipendio, visto che ci sono altri che mi mantengono, è
come rimproverare Michela che dopo aver sposato Ernesto si è
ritrovata in una villa così grande da avere bisogno di più
servitù. Oseresti obbligare lei a fare il lavoro di quindici
persone visto che sono i suoceri ad avergli regalato la villa?
Altro che zum-pa-pá e cellophane ti meriteresti a risposta!
Senti carissima, che fai dei sodalizi con le più fitte
trattative per non scendere mai a patti con nessuno, riparti
pure senza di me che sto qui ad aspettare la prossima persona
che mi desidera, che non mi disereda. Abbimi nei tuoi ricordi
alla luce di quel che preferisci di me, amami almeno per quella
fiandra in puro lino, coi tovaglioli cifrati e con l’orlo a
giorno, che ho tolto dal mio corredo per farla usare a te. Visto
che qui si tira avanti e si prega non incolpare i coppi del
tetto del refettorio se ti senti maltrattata, inascoltata nei
tuoi carmi esaltanti. Quando i tuoi programmi sono una tua
relazione, quando le tue valutazioni su come riconoscere e
ottimizzare le energie degli anziani non ci sono e tu le vedi,
quando mancano le ipotesi in merito all’opportunità di dar ruoli
gratificanti che posticipino la disabilità e la dipendenza, è
ovvio che invece di parlarmi veramente di te mi parli dei
progetti che fai sull’anziana che diventerai. Sei tu stessa ad
innescare la conversazione che dallo zum-pa-pá al cellophane
contempla tutto ciò che posso dire nel tempo che mi dai. Sei tu
stessa ad imboccarmi la risposta che ogni osservazione seria
deforma, rendendola inutile, come fosse una frottola.
Nel grande e immenso cielo, proprio sopra al nostro campo, c’è
un formidabile reparto che sta stretto in cerchio attorno al
fuoco, che guarda il fumo salire su. Non inciampare sul tubo di
gomma che ho tirato per annaffiare i fiori e prova ad andare lì.
Li ci sono tante persone che non hai spazientito. Ora io vado
fuori a sgrullare il guancialone. È pieno della terra delle tue
scarpe. Poi mi disinfetto la mano dirimpetto alle canzoni che si
sentono, cantate dai ragazzi in uscita che sento. Accomodandomi
velocemente sul divano ho lasciato cadere con forza la mano sul
bracciolo, proprio dov’era infisso uno spillo. Certe abitudini
di chi ci accorcia i pantaloni, disegna abiti, rammenda tessuti
laceri, sono deprecabili. Cogli in questo zum-pa-pá e cellophane
che riesco a dire l’indicazione della direzione da seguire.
Salutami tuo ex-marito, reso commendevole al perfetto che lo ha
fatto sentire sempre come un liberto, ma digli di riportarmi il
telescopio tailandese. Anche lui è demoralizzato come te, vede
il cielo un po’ sfocato e decisamente giù: giù vede le stelle,
giù vede i pianeti. Col telescopio voglio dare un’occhiata
all’amicizia che non incita l’ambizione, che non fomenta
l’invidia per suscitare amarezza o gelosia, che non s’accende
d’odio, che non spregia immemore della stima. Voglio leggere di
quell’amicizia che l’invidia non intacca, che il sospetto non
sminuisce, che l’ambizione non riesce a rompere, che messa alla
prova non vacillò, che bersagliata non cadde, che insultata
rimase inflessibile, che provocata restò incrollabile. È tutta
nelle pagine dell’ufficio letto dal signore dell’ultimo piano,
quello che adesso si è seduto con quel libricino aperto per il
vespro. Tra alcuni giorni arriverà a quel punto.
Grazie per l’attenzione.
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