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Francesco Massinelli

Vivacchia nella socialdemocrazia

Zum-pa-pá e cellophane

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vivacchia nella socialdemocrazia

Andando da Laviano a Cortona, una notte all’anno, io ricevo una pace interiore che mi permette di anno in anno il rimandare un problema spinoso: quello di non saper trattare con lo sfruttatore che mi alliscia, che struttura con me un rapporto societario di lavoro, che mi coinvolge a tempo parziale e pretende una disponibilità esclusiva, che punta sull’innestarmi nel suo ideale buonista per non entrare mai in conflitto con nessuno. Visto che è risaputo che l’esposizione della dottrina mia in merito a come mi racconto più che un inizio è una fine ha un andamento alogico mi avvalgo di un esempio stantio che risale a dopo la bolla d’indizione del primo giubileo. Io infatti ho sempre un vivo affetto al peccato, anche veniale; se mi capita di adempiere alle tre condizioni per eseguir l’opera indulgenziata è pur certa una mia sciatteria, una trasandatezza.
Lo sfruttatore, dicevo. La middle-class è la sua. Le ghette dona per le feste. Ha i simboli del più etico codice estetico mischiati alle manovre tipiche degli arrampicatori sociali, dei cacciatori di dote, di chi ruba cementi e calci idrauliche. «Oui, chéri» si dice. Spacca i pacchetti che riceve, schiaccia la notte le falene, pienerebbe di schiuma da bagno la cassa da morto per non spendere sulle sete sintetiche che attorniano il morto. Mentre io giro per rispondere prontamente a quello che al telefono con il cliente decide, lui, sul terrazzo intrallazza, attende il vento. Come un volantino da far leggere a tutti posto nel bidone della spazzatura poggia le strategie di dizione in consonanza con l’obbligo di richiederti il massimo impegno visto che attraversi le spoglie mortali ricevendo tanto. Un po’ forse gli scoccia che la mortalità sua potrebbe finire nella reincarnazione e non in un netto distacco dell’anima del corpo, ma la sua buona disposizione d’animo non pretende troppo. Se il suo superiore lo guarda male il volto che gli si cristallizza dentro è quello del padre sovrapposto alla madre. Lui è un tipo che pur conoscendo ogni mia inabilità omette particolari rilevanti pur di farmi fare la commissione che si propone. Mi chiede di sostituire un assente e mi fa sostituire in due posti diversi. Io accetto di perdere 12,5 ore retribuite a livello medio e 9 a livello alto per farne 15 di livello medio e poi lui ricambia idea, mi rilascia con l’orario settimanale di prima, mi richiama e mi dice del parere cambiato. Per pagare la pronta disponibilità si avvale di un criterio tutto suo, particolare, basato sul bisogno: mi chiede di andare ed io dico si, poi ci ripensa ed io dico si; in questo modo non eroga la doppia indennità che mi deve, l’esser stato pronto ad andare e pronto a non andare.
Proprio per capire i passaggi per cui individua me come persona migliore a svolgere la mansione mi studio le formule preposizionali, le funzioni di verità, le regole di deduzione, le tautologie, i quantificatori: tutti elementi di logica. Deliziato dal suo primo piano di signore, nel tratto, poverino, schiacciato da quanto anche lui è stato sfruttato, io mi sono isolato nel malessere, puntuale nelle scelte serie, con il cuore all’orazione. Sotto una serie di 5 lampioncini collegati a ghirlanda da un cavo spiralato con estensione massima di 8 metri, ogni sabato sera, ho tre testimoni pronti a giurare d’avermi sentito affermare che una disponibilità tendenzialmente incondizionata verso il paese, per far cose utili tipo raccolte di fondi per gli alluvionati, io non darò che col raggiungimento della mia condizione di autosufficienza finanziaria. I successi per il mantenimento di carriera (ottenuti al corso di riqualificazione, durante il mio lavoro di tutore, di docenza), ho obliato; anche se da lui e dai suoi superiori erano stati riconosciuti. L’aver lasciato a numero 6 le riunioni di organizzazioni politiche ed a numero 36 le riunioni di organizzazioni partitiche (per non dargli un mio intervento dispersivo e routinizzato) è stata la dimostrazione più completa della mia disponibilità a far crescere la professionalità altrui con ore di lavoro non retribuito a me.
Quando potrei incontrarlo è così che sparisco. Preferisco minimizzare i tempi di relazione con lui piuttosto che mettermi a ragionare sulla situazione che lui vuol vedere. L’ultima volta che ho provato a discutere con lui era per portare un cliente a casa mia per fare un lavoro al computer. Lui però non voleva perché l’abitazione è mia e l’utente ne deve star fuori. Non lo voleva neanche in sede perché questa non è un laboratorio. Dovevo portarlo a spese mie in un altro luogo. Dovevo essere disponibile come quando per raggiungere un luogo di lavoro lontano dovevo anche andare a prendere un collega che non mi rimborsava e che pretendeva. Se penso a quanto mi sento manipolato da lui, dal suo modo di semplificare per gestire la complessità del suo lavoro, pieno di osservazioni la plaga di mare per la barca su cui mi ha portato per persuadermi a sbrigarmi di finire gli studi ed associarmi a lui. Avreste dovuto vederlo com’era vestito da yachtman. Io spero di crescere personalmente e di riuscire a cambiare lavoro. Mi dedicherei alla pasta fresca se solo riuscissi a tagliare la sfoglia dritta. Sono bravo solo a detorsolare le mele.
 

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Zum-pa-pá e cellophane
Lettera alla donna logorroica che non da spazio di replica a chi l’ascolta

Ciao. Non da più sono io che dico nondimeno ma, come quando in un pendio mi perdo in un periodo e sento che in te non si riaccende quel ritornello d’archimandrita che rispetta l’altro, io ho una protomoteca di protervia d’affidare al patrono della buona morte. Zum-pa-pá e cellophane ti rispondo pertanto per scritto come ho fatto a voce!
Tu escogiti trucchi per negarti le asserzioni giuste. Nel camuffamento in cui ti adombri si acquieta solo la tua disposizione religiosa verso te stessa, la tua solitudine che non è ancora micidiale. Ma guai a dirtelo. Tutte le cose che sono in me retrograde e che vuoi settorializzare le tratti come i colli consumati sulle camicie buone, da rigirare. Rimproverare me per come conduco una vita al di sopra della possibilità che mi da lo stipendio, visto che ci sono altri che mi mantengono, è come rimproverare Michela che dopo aver sposato Ernesto si è ritrovata in una villa così grande da avere bisogno di più servitù. Oseresti obbligare lei a fare il lavoro di quindici persone visto che sono i suoceri ad avergli regalato la villa? Altro che zum-pa-pá e cellophane ti meriteresti a risposta!
Senti carissima, che fai dei sodalizi con le più fitte trattative per non scendere mai a patti con nessuno, riparti pure senza di me che sto qui ad aspettare la prossima persona che mi desidera, che non mi disereda. Abbimi nei tuoi ricordi alla luce di quel che preferisci di me, amami almeno per quella fiandra in puro lino, coi tovaglioli cifrati e con l’orlo a giorno, che ho tolto dal mio corredo per farla usare a te. Visto che qui si tira avanti e si prega non incolpare i coppi del tetto del refettorio se ti senti maltrattata, inascoltata nei tuoi carmi esaltanti. Quando i tuoi programmi sono una tua relazione, quando le tue valutazioni su come riconoscere e ottimizzare le energie degli anziani non ci sono e tu le vedi, quando mancano le ipotesi in merito all’opportunità di dar ruoli gratificanti che posticipino la disabilità e la dipendenza, è ovvio che invece di parlarmi veramente di te mi parli dei progetti che fai sull’anziana che diventerai. Sei tu stessa ad innescare la conversazione che dallo zum-pa-pá al cellophane contempla tutto ciò che posso dire nel tempo che mi dai. Sei tu stessa ad imboccarmi la risposta che ogni osservazione seria deforma, rendendola inutile, come fosse una frottola.
Nel grande e immenso cielo, proprio sopra al nostro campo, c’è un formidabile reparto che sta stretto in cerchio attorno al fuoco, che guarda il fumo salire su. Non inciampare sul tubo di gomma che ho tirato per annaffiare i fiori e prova ad andare lì. Li ci sono tante persone che non hai spazientito. Ora io vado fuori a sgrullare il guancialone. È pieno della terra delle tue scarpe. Poi mi disinfetto la mano dirimpetto alle canzoni che si sentono, cantate dai ragazzi in uscita che sento. Accomodandomi velocemente sul divano ho lasciato cadere con forza la mano sul bracciolo, proprio dov’era infisso uno spillo. Certe abitudini di chi ci accorcia i pantaloni, disegna abiti, rammenda tessuti laceri, sono deprecabili. Cogli in questo zum-pa-pá e cellophane che riesco a dire l’indicazione della direzione da seguire.
Salutami tuo ex-marito, reso commendevole al perfetto che lo ha fatto sentire sempre come un liberto, ma digli di riportarmi il telescopio tailandese. Anche lui è demoralizzato come te, vede il cielo un po’ sfocato e decisamente giù: giù vede le stelle, giù vede i pianeti. Col telescopio voglio dare un’occhiata all’amicizia che non incita l’ambizione, che non fomenta l’invidia per suscitare amarezza o gelosia, che non s’accende d’odio, che non spregia immemore della stima. Voglio leggere di quell’amicizia che l’invidia non intacca, che il sospetto non sminuisce, che l’ambizione non riesce a rompere, che messa alla prova non vacillò, che bersagliata non cadde, che insultata rimase inflessibile, che provocata restò incrollabile. È tutta nelle pagine dell’ufficio letto dal signore dell’ultimo piano, quello che adesso si è seduto con quel libricino aperto per il vespro. Tra alcuni giorni arriverà a quel punto.
Grazie per l’attenzione.


 

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