IL PROFESSORE
Avevo consumato
faticosamente la distanza che
separava il paese dal bivio
Sarno-Nocera, quando mi fermai un
instante a prender fiato,
fingendomi interessata a ciò che
Maria, la vecchia salumiera di via
Murelle, mi andava dicendo sulla
nipote Teresa. Erano circa le
undici e tornavo dal mio lavoro di
badante, presso un’anziana signora
del centro storico di Salerno.
Era un’esistenza
faticosa la mia, da bambina ero
stata abituata al sacrificio: mio
padre, un autista dispotico e
risoluto, aveva costruito la sua
piccola fortuna, mettendo moglie e
figli a lavorare. Una vita di
stenti, perché si potesse dire: la
casa di Beppe Cardillo, la terra
di Beppe Cardillo e così via,
null’altro contava. La
fanciullezza era trascorsa
crescendo i miei fratellini più
piccoli, tra lavori domestici e le
colate (1), mentre le mie
sorelle si rompevano la schiena in
campagna e mia madre buttava via
la sua vita e la sua salute. E
pensare che, ancora oggi, quel
santo uomo del mio genitore pensa
di aver fatto le cose giuste e di
aver operato per il meglio.
Lisa fu la prima a
capire che la sua vita si sarebbe
conclusa squallidamente in un
piccolo borgo agricolo, con i
calli alle mani ed i dolori nelle
ossa, quegli stessi che ora
dilaniavano le carni di nostra
madre. Scappò di casa una mattina
di settembre, dopo un grosso
litigio in famiglia, quando si
seppe della sua volgare tresca con
lo zio, il marito della sorella di
nostro padre. Beppe era bravo più
a menar le mani, che a creare un
dialogo con i figli, né gli
interessavano i loro sogni e le
loro esigenze. Ma forse era solo
ignoranza e non cieco egoismo di
chi non vede al di là del proprio
naso.
Annamaria invece preferì
vivere da sola, nel seminterrato
dove faceva l’estetista, vivendo
della simpatia dei clienti e di
qualche buona amica. Di tanto in
tanto, pranzava con noi, ma ora
era libera di vivere la sua vita
come meglio credeva.
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IL
FURBO FIGLIOLO
Un contadino
benestante dell’agro nocerino,
nella bella valle del Sarno, dopo
aver lavorato onestamente per una
intera esistenza, una fredda notte
di dicembre, rese la sua santa
anima al buon Dio. Tra la
costernazione di tutti, fu
preparata la camera ardente e
monsignor Cesare Quadrino, si recò
a casa dell’estinto per
accompagnarlo nell’ultima dimora.
La santa benedizione ed il morto
fu sistemato nella bara per
l’ultimo viaggio. Pianti, frasi di
cordoglio, qualche svenimento
dell’anziana signora e le
attestazioni di affetto di ciascun
figliolo.
- Povero padre mio! Non ho
che queste cinquecento mila lire,
tieni, le metto
nella tua tomba, affinché
tu anche da morto possa godere del
mio affetto!- ed
Antonio depose il danaro
sulle mani incrociate del padre.
- Papà, io non ho che
questo milione, li regalo a te
come segno del mio grande
Amore - Ed anche Luigi
depose i suoi soldi sul petto del
padre, mentre lacrime
copiose ricavano il viso
disfatto.
- Caro padre, disse il
terzo figliolo Giovanni, non ho
che questi pochi soldi, li regalo
a te, come pegno del mio grande
bene!-
- Padre mio, accetta tutto
quel che mi rimane!- disse Franco
il quarto figliolo e,
come i fratelli ,depose
cinquecentomila nella bara.
A questo punto, l’ultimo
dei figlioli, Bernardo, il più
disperato e commosso di tutti, si
avvicina alla bara e dice:
- Padre mio adorato, mia
unica e grande radice, in questo
momento non ho sol-
di per dimostrarti
degnamente il mio incommensurabile
dolore, ma non voglio
essere da meno, accetta
questo assegno, copre i soldi che
ti hanno dato i miei
fratelli ed in più
aggiungo un altro milione, per la
tua gioia nell’altra
vita!-
L’affranto figliolo prende
per sé i soldi dei fratelli e
mette il cospicuo assegno tra le
mani fredde dell’estinto.
Don Cesare, che la sapeva
lunga, con grande prontezza di
riflessi, prima che il coperchio
chiudesse la bara:
Grande è il vostro amore,
figlioli, ed affinché anche
l’ultimo dei fratelli abbia merito
presso il nostro Dio, prendo in
consegna l’assegno affinché venga
trasformato in preghiere, messe ed
opere di bene, a vantaggio di
questa anima benedetta, che si
accinge al misericordioso giudizio
di nostro Signore…orate fratres…Padre
nostro che sei nei cieli…- Tutti,
in religioso silenzio, pregarono,
compreso il furbo Bernardo,
che ritenne opportuno evitare
ogni commento.
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Salomè
Se
mi chiedessero chi amo di più al
mondo, direi certamente che è mia
sorella Rosa, per il semplice
motivo che è l’unica persona che
non mi ha mai fatto del male.
Cresciuti insieme nelle
ristrettezze del dopoguerra, era
l’unico vincolo forte tra me e la
vita, nella squallida frazione del
nocerino, che prendeva nome
dall’antica Tauranina, un
possedimento dei rincipi Doria
della vicina Angri. Del resto
ancora adesso non riesco a
ricordare nemmeno il viso dei
numerosissimi parenti che
formavano la mia vasta famiglia.
Molti cognomi hanno persino perso
di significato nel mastichio del
tempo e nel rincorrersi frettoloso
degli eventi.
Tutto sommato, ho sempre
raccattato briciole d’amore,
pagando a caro prezzo ipocriti
sorrisi e rapporti rimediati con
faticosa sopportazione quotidiana.
Eppure, ho sempre sognato rapporti
cordiali, così come ho sempre
creduto fiducioso nei valori della
famiglia, pur sapendo dal Vangelo
di Matteo che “nessuno è profeta
in casa, così come in patria”.
Per la patria passi pure, tanto
più ignorato di così, ma in casa,
proprio non me lo aspettavo!
Al
tempo del mio primo matrimonio,
pensai di essere sfortunato o per
lo meno di essere stato incauto
nella scelta, si sa d'altronde che
i ragazzi ragionano sotto
l’impulso del testosterone! È nel
secondo che ho compreso, che avrei
fatto meglio a comprare un bel
gattino come Romeo, il gatto di
mia nipote Daniela, a cui non
dispiace la mia voce pavarottina.
In questo momento è entrata la mia
mogliettina per chiedermi, con la
sua colta e squisita cortesia, se
stessi scrivendo una “cummeddia”,
o un’altra poesia.
Ho
risposto di no e se ne è andata
scuotendo il capo, come di chi si
allontana da un povero imbecille.
Poveretta, non sa che forse lo
sono per davvero, con tutti quei
sogni che mi porto avanti da
ragazzo, io che a sessant’anni mi
ritrovo senza affetti e senza
qualcuno che mi ami per quello
che sono. Ma cosa sono? Un sogno
che si dibatte tra le pagine di un
libro che nessuno legge, il
fantasma di un mondo scomparso e
lontano come l’ira del Pelide, un
esule alla ricerca dell’isola che
non c’è, dove i figli amano i
padri e la vita si nutre d’amore e
di sublime. Mi guardavo allo
specchio questa mattina e sembrava
che davanti a me vi fosse un’altra
persona. Diavolo, come si cambia!
Forse per questo nemmeno i tuoi
figli ti riconoscono più e si
ricordano di te distrattamente,
dimenticando pure di salutarti
quando capita loro di lasciare il
paese. Se fossero almeno sinceri
come mia nuora! Distante e fredda
come i ghiacciai eterni. Grandiosa
come Salomè, quando chiese ad
Erode la testa del Battista.
Speriamo che mia figlia, quando
scenderà in agosto, metta in conto
di venire ad abbracciarmi, pare
che sia affettuosa soltanto da
lontano, quando sento nel computer
la sua voce che mi giunge da New
Haven.
Fortunatamente, questa sera vedrò
mia madre, una splendida
ottantenne di vecchio stampo. Mi
chiamerà “Francò, tesoro mio” e
carezzandomi il viso rallegrerà il
mio cuore con un bel sorriso
sincero ed io l’abbraccerò,
toccando finalmente l’amore.
Vorrei che domani fosse una bella
giornata di sole, ne vedrei i
raggi sulle facciate dei palazzi
che corrono verso il mare, mentre
correrei ad aprire il balcone sul
luccichio delle onde e il volo dei
gabbiani nell’azzurro cielo del
golfo.
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PECCATO
VENIALE
L’Aretino, nei “Dubbi
amorosi”, scrive che “[…] tutti
i canoni voglion ch'il peccato se
non è volontario non si stima, e
che l' uomo non può dirsi dannato
se non vende a Satan se stesso
prima; unde, quicumque sit, non è
obbligato[…], ch'è peccato veniale
e dirlo al prete poco o nulla
vale[…]” .
Il dottor Marco Poggiani,
uno stimato commercialista
d’Arezzo, aveva sposato, in
seconde nozze, Laura De Angelis,
una giovane ed avvenente sociologa
di Firenze.
Dopo vent’anni di ardenti
competizioni erotiche, il destino
volle che la bella signora si
ammalasse di nervi e che perdesse
ogni forma di desiderio nei
riguardi dell’altro sesso. Grande
fu la sofferenza di Marco, suo
marito, che non era più nell’età
di poter rimediare con quelle
pratiche, cui ricorrono i
giovincelli, quando si accingono
alla scoperta della propria
sessualità.
L’infelice fece il
tentativo, ma si sentì talmente
ridicolo, ad agitar le coltri lì,
a pochi centimetri dalla Laura,
che si guardò bene dal riprovare
una seconda volta. Allora, non gli
rimase che accettare la situazione
con filosofia, tanto più che sua
moglie continuava a dormire, senza
curarsi minimamente di ciò che
accadeva .
Dopo circa un anno di
pietose richieste alla consorte ed
incapace di giochi solitari,
l’uomo decise fermamente che non
si sarebbe mai più umiliato, ed
optò per un “pensionamento ”
anticipato.
La vita continuò
tranquilla, anzi, la mutata
situazione impreziosì il rapporto
coniugale con quelle piccole
gentilezze, che rendono più
sopportabile la vita in due.
Una giornata d’aprile,
splendida e solare, come spesso
capitano nella nostra bella terra,
il signor Poggiani chiese alla sua
signora di preparargli la vasca
per un idromassaggio. Chiuse la
porta del bagno, deciso a
rilassarsi il più possibile, senza
dare eccessiva importanza a ciò
che la moglie andava dicendo,
circa un boccaporto che si era
allentato. Si immerse nell’acqua
tiepida e stette a lungo prima di
avviare l’idro, regolato sui venti
minuti di attività. Quando attivò
il motore, avvertì un piacevole
massaggio in tutto il corpo e
chiuse gli occhi, mentre una sorta
di torpore gli annullò ogni
affanno, alleviandogli il peso
della vita.
Fu un rumore sordo a
scuoterlo, seguito da una specie
di sibilo, che gli procurò una
certa agitazione. Poi, tutto
ritornò normale, ad eccezione del
boccaporto che aveva ceduto,
pulsando acqua in modo più
violento. Fu la parte centrale del
corpo a subire quella
sollecitazione irregolare e,
proprio quando era sul punto di
bloccare l’idromassaggio, si
accorse che una parte di sé
sembrava gradire quella improvvisa
ed innaturale carezza. Per un
attimo, rimase interdetto.
Quello che successe
dopo, lo sconcertò non poco e
solamente la lunga solitudine
poteva, a suo avviso,
giustificarne gli effetti.
Infatti, si lasciò andare: chiuse
gli occhi ed andò lontano, in un
mondo fantastico, dove le belle
donne gli si affollavano intorno e
mille labbra carezzavano le sue
parti più sensibili e delicate. Fu
un’apoteosi di sensazioni, che
portarono ad esplodere il suo
piacere, appagando un bisogno
naturale, per molto tempo
frustrato e messo a tacere. Rimase
a lungo con le spalle inchiodate
alla bianca resina della vasca da
bagno, senza avere il coraggio e
la forza di muoversi, poi, a
fatica si alzò ed infilò
l’accappatoio.
Dovette reggersi al
lavabo, per non cadere, ma alla
fine si ricompose e cercò di non
dare peso alla cosa: non era
accaduto nulla, solo sfortunate
circostanze che avevano annullato,
per qualche minuto, la sua lucida
razionalità. Iniziò a
fischiettare, per darsi un
contegno, in fondo, la sua vita
era costellata di belle donne, che
lo avevano amato realmente ed
appassionatamente. Si insaponò e
fece la barba: era di buon umore e
si sentiva riconciliato con la
vita.
Stava per uscire dal
bagno, quando si irrigidì: no, non
poteva lasciarla così disordinata
e sporca, sarebbe stata una vera
cattiveria, una vile
ingratitudine. La sciacquò in
fretta, poi la risciacquò più
lentamente, alla fine l’asciugò e
lucidò con amore, guardandosi bene
dal riparare il boccaporto. Si
fermò solo quando la vide
risplendere lì, tra la parete ed
il water, bianca, lucida e così
invitante, che sembrava quasi gli
sorridesse. Alla fine, rapito
dalla sua semplice e lineare
bellezza, si chinò e la baciò con
trasporto: era nato un nuovo
amore.
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R O S A
Le sanguisughe sono animali
acquatici, che appartengono alla famiglia
degli anellidi; hanno il corpo piatto ed
una bocca munita di tre mandibole con dei
dentelli, che servono per forare la pelle
degli animali. Quando si attaccano,
secernono una sostanza anestetica e quando
succhiano il sangue emettono l'irudina,
che è un anticoagulante. Testimonianze
storiche dell'impiego medico delle
sanguisughe ci riportano all’antico
Egitto, ed alla diciottesima dinastia.
Anche Greci e Romani lasciarono tracce
del loro utilizzo, già diversi secoli
prima della nascita di Cristo.
La nostra storia, che non ha
nulla a che vedere con i greci ed i
romani, inizia in una fredda mattina di
gennaio del 1909, quando un misterioso
signore, protetto da un ampio mantello
scuro,
abbandona sul sagrato della chiesa di
Santa Maria della Pietà, in Napoli, un
piccolo cesto, dove si intravedeva il capo
di una bambina, ben protetta da una
copertina di lana rosa, tirata su fino a
coprirle la fronte. Un cane abbaiò in
lontananza e l’uomo si allontanò in
fretta, temendo anche le ombre che si
schiarivano rapidamente alla luce del
nebbioso mattino. Fu il vecchio custode
della
Pietà dei Turchini,
ad accorgersi della cesta, sottraendo il
piccolo fardello al freddo umido della
mattinata.
La
battezzarono Rosa, dal colore della
copertina che l’avvolgeva, e la nutrirono
fino a quando non fu data in adozione ad
una umile famiglia dell’agro
sarnese-nocerino, i coniugi Triestino,
meglio identificati col soprannome di “sanguettari”,
perché vivevano col commercio delle
sanguisughe e delle rane del fiume Sarno.
A quel tempo, la piccola Rosa
aveva otto anni, ma intuiva già che il
futuro le aveva riservato una vita più
squallida di quella vissuta
nell’orfanotrofio.
Casatori, frazione di San
Valentino, un tempo territorio dei
Principi Doria di Angri, acquistato
successivamente dai Capece-minutolo, per
sessanta ducati, si estendeva a croce,
verso la chiesa di S.Maria delle Grazie e
verso vico San Giuseppe, una sorta di
stretto corridoio, che collegava tutti i
vicoli della contrada, da quello dei
Carresi, a quello di San Benedetto, a
quello dei Vergati. La bottega di mastro
Savino il falegname divideva l’agglomerato
di destra, da quello di sinistra, entrambi
serviti da una delle quattro fontane della
frazione. I Triestino vivevano alla fine
nel vico S.Benedetto. Quando nacquero
Gaetano ed Italo, Rosa fece loro da mamma,
districandosi abilmente tra i lavori
domestici e le necessità dei due bambini.
Era brava ad accendere il fuoco, nella
vecchia cucina a legna, ed a far da
mangiare anche solo con l’acqua ed il
prezzemolo. Un piatto caldo non mancava
mai. Quando i fratellastri furono
abbastanza grandi da poterli affidare a
madre strada, Rosa fu mandata per le
masserie a guadagnare il pane per la
famiglia, incurvando la schiena per le
semine o la raccolta degli ortaggi.
Fu allora che la famiglia
iniziò a star bene. Anche Italo e Gaetano
facevano la loro parte: il primo andando a
cercar sanguette ed il secondo col
commercio delle rane, tanto da meritare il
soprannome di “granognaro”.
Il 12 luglio del 1926, Rosa
stava raccogliendo pomodori a Sciulia, una
lunga striscia di terra ai lati del fiume
Sarno. Il sole picchiava forte sui lunghi
filari di “San Marzano”, lunghe e rosse,
come il sangue dipinto sulla ferita
dell’Addolorata. Le donne caricavano
direttamente sui carretti di Eugenio
Strianese, il più grosso sensale della
zona, mentre i muli mordevano il morso
sotto le stanghe sempre più pesanti. Ogni
gabbia pesava all’incirca 36 chili, ma le
donne le adagiavano con destrezza sui
taralli di stoffa, opportunamente
sistemati sulla sommità del capo. Rosa era
la più attiva, sembrava avesse il diavolo
in corpo, tanto che lavorava. Angelo la
notò subito e si fermò a guardarla
incantato, prima di scomparire tra due
filari di oro rosso. L’avrebbero pagata
sicuramente come un uomo, pensava tra sé,
certo che la sua povera Michela non aveva
mai avuto quella energia lavorativa.
Povera donna, era morta portando con sé la
bambina che stava per nascere, lasciandolo
vedovo e solo.
La pausa per il pranzo
giunse gradita. Mangiarono pane duro e
pomodori, sotto il pergolato di compare
Riziero, soprannominato “dittasicaria”,
perché era solito coltivare tabacco.
Angelo si accomodò tra Rosa ed Immacolata,
detta “ ’a sciulicàra”,
mentre “a musciello” e “a petrusina”
ammiccavano e sorridevano con malizia.
Poche parole, qualche sguardo, una bevuta
allo stesso fiasco ed il messaggio fu
chiaro per entrambi. Angelo provava per
Rosa amore, ammirazione e tanta
compassione. Non era stato facile
adeguarsi quel genere di vita, dopo di
aver trascorso una infanzia in un
orfanotrofio ed una fanciullezza a fare la
sguattera, in una casa che anche i topi
evitavano, per la miseria ed il freddo che
trasudava dalle vecchie mura. La cosa più
viva erano le “sanguette” e le urla di
Maria “ ‘a peccatòra”, che sarebbe
diventata, poi, la moglie del fratellastro
Gaetano. Le Sabbelle vedevano di buon
occhio quel sentimento ed avevano già
consigliato alla loro amica di non
lasciarsi scappare l’occasione, quando
Angelo si fosse fosse fatto avanti. Era
una brava persona e le avrebbe voluto
certamente bene.
Quella stessa domenica,
Angelo si recò dai genitori adottivi di
Rosa, per chiederla in moglie. La
richiesta fu accolta con costernazione. Il
patrigno bestemmiò l’Addolorata e la
moglie rispose che ci dovevano pensare.
-
Va bene, rispose Angelo con disinvoltura,
domenica prossima mi darete una risposta!-
-
Capirai, si riprese il futuro suocero,
Rosa è l’anima della casa: fa tutto lei,
non è facile lasciarla andar via!-
-
Capisco, dibatté il giovane, ma tutto il
paese sa che son venuto a chiedervela, ci
fareste una gran brutta figura!-
-
Lo so!- rispose laconico il Triestino.
-
Allora, penso proprio che una risposta
potreste darmela pure adesso!- riprese
Angelo con voce decisa.
-
E va bene! Ma le nozze fra un anno, il
tempo di lavorare per il suo corredo!-
concluse l’uomo.
-
Facciamo sei mesi, disse Angelo, e del
corredo ne faccio a meno, tanto ho già
quello della mia povera Michelina!-
Rosa si fece di fuoco, ed esplose con una
rabbia che nessuno si aspettava:
-
Il corredo lo tengo già, non me lo deve
fare nessuno! (rivolta poi ad Angelo) Se
mi vuoi, mi devi sposare il più presto
possibile, altrimenti non ti sposo più!-
-
Allora, tagliò corto il Triestino,
considerati da questo momento già
fidanzato!- . Rosa sorrise soddisfatta ed
andò a prendere acqua alla fontana, mentre
il patrigno si diresse in piazza senza
dire più una parola. La Triestina,
singhiozzando,si dileguò tra i campi ed
Angelo fece ritorno a casa, sempre più
convito di avere scelto la compagna
giusta, quella che avrebbe amato
teneramente per tutta la vita.
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IL GUSTO
DELLA VITA
(Gerardina)
Gente che va e che viene, senza sosta e
senza riguardo per chi soffre. Vengono
preparati come per una festa o un incontro
conviviale senza invito; col sorriso idiota
stampato sulle facce e profumati, come
travestiti in calore. Si siedono sui letti,
alzano la voce come se fossero al bar, con
uno sguardo globale e compassato alla
camerata ed ha chi sta rantolando, pronto ad
esalare l’ultimo respiro.
Io
me ne sto per i casi miei, nell’attesa
paziente della mia ora, godendomi qualche
infermiera decente e le carezze di mio
figlio, che spera ancora di riportarmi a
casa per il novantacinquesimo compleanno.
Povero figlio mio! Non ho sbagliato a
volergli tanto bene da dare l’impressione di
preferirlo agli altri, ma era solo un modo
di ricompensarlo per tanta dedizione.
L’unica cosa che mi dispiace è di non avere
con me la mia Gerardina, con le sue chiappe
dure ed il sorriso di Sisina, una simpatica
contadinotta dell’agro, che sapeva ben
soddisfare le mie esuberanze giovanili. Non
è che Maria, l’ostetrica paganese, non
sapesse fare all’amore, ma non aveva estro e
pensava esclusivamente al suo piacere.
Tanina, invece, una splendida trentenne del
mio paese, sapeva come accendermi:
misteriosa e graffiante, giocava con i miei
capelli biondi, alitandomi sull’orecchio
come una gattina in amore. Ma la più
spregiudicata era Nobile, una brunetta senza
scrupoli, che correva dietro tutti i
pantaloni del quartiere. Olga, poi, era la
“Maddalena” della situazione, per lei ogni
occasione era buona per “festeggiare” alla
sua maniera. Bianchina era una bambola
tascabile, bruna, delicata e piccolina,
sospirava come Giulietta da Rimini davanti
al suo Romeo. La sua vocina era tutta un
fremito, quando veniva a prendere il piacere
nel folto giardino di mio nonno, profumato
d’aranci e biancospini.
Ma ecco l’infermiera che ritorna, speriamo
che non aggiunga altre flebo a questa che
sta finendo.
-
Eccolo
qua, il mio simpaticone!-
-
Cosa
posso fare per voi?-
-
Qualcosa
potrebbe…- le dico maliziosamente e
stendendo la mano come se
dovesse
poggiarvi sopra qualcosa, ma fa finta di non
aver mi sentito ed aggiunge altre flebo
sulla sommità dell’asta, pronte a sostituire
quella che si stà svuotando.
Mio figlio sta sorridendo, meglio così,
sembra meno teso ed io posso appisolarmi.
-
Salve
ragazzi! – si sente improvvisamente nel
silenzio della camerata. È quello stronzo
del cappellano che, ogni giorno, a quest’ora,
viene a fare il suo show. Tutto sommato è
una brava persona, con la barba ed il
sorriso buono di Padre Pio. Mi sta fissando,
ha gia capito che me ne sto andando, ecco,
si avvicina:
-
Preghiamo tutti per il nostro caro fratello
Armando!- iniziano a pregare, compreso mio
figlio che ha le lacrime agli occhi. Abbasso
le palpebre e prego anch’io, mentre il
rompiballe fa il segno della Croce e
raccomanda la mia anima a Dio. Vorrei dirgli
che sono in pace e che non ho paura, ma la
testa ricade sul cuscino ed egli va a far
chiasso in un’altra camerata. Vorrei vedere
la mia Gerardina.
Certo, ho avuto tante donne, ma l’unica che
ho veramente amato, per tutta la mia vita, e
mia moglie Nora, buona, dolce sensibile e
soprattutto paziente, ha sopportato tutte le
mie intemperanze. E si che non sono stato un
tipo facile, con le mie scappatelle ed i
miei errori. Povera donna, in fondo ha fatto
una vita di sacrifici nelle ristrettezze del
dopoguerra, quando non c’era spazio nemmeno
per i sogni. Questa sera viene a farmi
visita con mia figlia ed i miei nipoti,
speriamo che la me la fanno coricare vicino,
è una settimana che non sento il suo calore.
Come mi manca Gerardina! L’ho conosciuta
sette anni fa, quando ancora ero
autosufficiente, fu mia figlia a chiamarla
come collaboratrice domestica e lentamente,
giorno dopo giorno, si è insinuata nella mia
vecchiaia, divenendo indispensabile. Per un
suo sorriso, un suo tenero atteggiamento, ho
accettato ogni cosa, dal bagno alla tenera
carezza delle sue mani, nella pratica
quotidiana delle pulizie intime. Ed è stata
questa intimità a cementare un legame così
forte. Purtroppo, da qualche mese, mi ha
lasciato per non so quali problemi e mi
manca terribilmente, speriamo che mi venga a
salutare prima ch’io parta.
- Questa
volta non ce la faccio!- sussurro a mio
figlio che mi sta baciando sul capo. Poi, la
sorpresa più grande: sono tutte qua le mie
donne: Sisina, Maria, Bianchina, Olga,
Nobile, tutte quante e tutte giovani e
belle, quasi mi vergogno di farmi vedere
così vecchio. Sorrido a tutte ed esse sono
ansiose di portarmi con loro, ma non è
possibile, mia moglie non è ancora venuta.
Maria mi si avvicina e mi permette di
carezzarla. Uno mano fresca si posa sulla
mia fronte: riconosco il tocco, è la mano
della mia Norina.
- Sei
venuta, finalmente!-
- Caro!-
- Vieni
coricati con me!-
- Non posso,
siamo in ospedale!-
- Ma sei mia
moglie! – cerco di obiettare, senza
successo. Non riesco a dirle nulla e le
bacio la mano, come per sussurrarle: -Grazie
per il bene che mi hai voluto!- e gliela
bacio ancora e, questa volta, come per dirle
addio.
Ecco,
l’orario di visita è finito e se ne vanno
tutti, anche la mia Norina, che mi lancia
dalla porta un ultimo sguardo, con gli occhi
umidi di pianto. Se ne vanno convinti che
torneranno ancora, come è abitudine di tutti
gli uomini pensare che le situazioni durino
all’infinito.
Sto per
affrontare la mia ultima notte in ospedale e
mi preparo all’impresa. Incubi e sogni si
alternano con un ritmo impressionante. A
tarda ora viene Ermanno, il mio primo
nipote, figlio del mio primogenito:
-
Ciao
nonno, come stai?-
-
Non sto
bene !- gli rispondo laconicamente e
ripiombo nel mio torpore.
Cerco di far passare in fretta questa notte,
presto sarò liberato. Franco se ne va e Gino
prende il suo posto. Lentamente, compaiono
le prime luci dell’alba ed incomincio a
prepararmi. I miei fratelli sono tutti ai
piedi del mio letto, ma aspetto i miei
genitori. Cesare mi sorride ed Alfredo mi
dice che stanno per arrivare. Si aprono le
porte della camerata ed entrano gli
infermieri per le terapie. Mi attaccano
un’altra flebo. Sorrido. Arriva la colazione
e Gino cerca di farmi bere una tazza di
latte. Sento una voce familiare, mi giro ed
eccola lì la mia Gerardina è venuta a
salutarmi, ora posso andarmene in pace. Mio
padre e mia madre sono arrivati e si
avvicinano, cerco di alzarmi per andare loro
incontro. Gerardina mi sostiene nello
sforzo. Gli occhi incominciano a storcersi,
prima di chiudersi per sempre. Gino corre
nel corridoio alla ricerca di un medico.
Piange il mio povero figliolo, ma sono già
tra le braccia di mia madre e, mentre
Gerardina mi adagia delicatamente sul
cuscino, con lei sto già volando verso il
sole.