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Franco Pastore

Il professore

Il furbo figliolo

Salomè

Peccato Veniale

Rosa

Il gusto della vita

Impatto Mortale

Don Giuliano di Terramezzana

Pazzia d’ammùri

Metamorphosis

Scrivere per non morire

Radici

dello stesso Autore  Poesie - Favole  - Accadde una volta  - Teatro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL PROFESSORE

       Avevo consumato faticosamente la distanza che separava il paese dal bivio Sarno-Nocera, quando mi fermai un instante a prender fiato, fingendomi interessata a ciò che Maria, la vecchia salumiera di via Murelle, mi andava dicendo sulla nipote Teresa. Erano circa le undici e tornavo dal mio lavoro di badante, presso un’anziana signora del centro storico di Salerno.

          Era un’esistenza faticosa la mia, da bambina ero stata abituata al sacrificio: mio padre, un autista dispotico e risoluto, aveva costruito la sua piccola fortuna, mettendo moglie e figli a lavorare. Una vita di stenti, perché si potesse dire: la casa di Beppe Cardillo, la terra di Beppe Cardillo e così via, null’altro contava. La  fanciullezza era trascorsa crescendo i miei fratellini più piccoli, tra lavori domestici e le colate (1), mentre le mie sorelle si rompevano la schiena in campagna e mia madre buttava via la sua vita e la sua salute. E pensare che, ancora oggi, quel santo uomo del mio genitore pensa di aver fatto le cose giuste e di aver operato per il meglio.

          Lisa fu  la prima a capire che la sua vita si sarebbe conclusa squallidamente in un piccolo borgo agricolo, con i calli alle mani ed i dolori nelle ossa, quegli stessi che ora dilaniavano le carni di nostra madre. Scappò di casa una mattina di settembre, dopo un grosso litigio in famiglia, quando si seppe della sua volgare tresca con lo zio, il marito della sorella di nostro padre.  Beppe era bravo più a menar le mani, che a creare un dialogo con i figli, né gli interessavano i loro sogni e le loro esigenze. Ma forse era solo ignoranza e non cieco egoismo di chi non vede al di là del proprio naso.

          Annamaria invece preferì vivere da sola, nel seminterrato dove faceva l’estetista, vivendo della simpatia dei clienti e di qualche buona amica. Di tanto in tanto, pranzava con noi, ma ora era libera di vivere la sua vita come meglio credeva.

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IL FURBO FIGLIOLO

 

         Un contadino benestante dell’agro nocerino, nella bella valle del Sarno, dopo aver lavorato onestamente per una intera esistenza, una fredda notte di dicembre, rese la sua santa anima al buon Dio. Tra la costernazione di tutti, fu preparata la camera ardente e monsignor Cesare Quadrino, si recò a casa dell’estinto per accompagnarlo nell’ultima dimora. La santa benedizione ed il morto fu sistemato nella bara per l’ultimo viaggio. Pianti, frasi di cordoglio, qualche svenimento dell’anziana signora e le attestazioni di affetto di ciascun figliolo.

- Povero padre mio! Non ho che queste cinquecento mila lire, tieni, le metto

  nella tua tomba, affinché tu anche da morto possa godere del mio affetto!-  ed  

 Antonio depose il danaro sulle mani incrociate del padre.

- Papà, io non ho che  questo milione, li regalo a te come segno del mio grande

  Amore - Ed anche Luigi depose i suoi soldi sul petto del padre, mentre lacrime 

  copiose ricavano il viso disfatto.

- Caro padre, disse il terzo figliolo Giovanni, non ho che questi pochi soldi, li regalo a te,  come pegno del mio grande bene!-

- Padre mio, accetta tutto quel che mi rimane!- disse Franco il quarto figliolo e,

  come i fratelli ,depose cinquecentomila nella bara.

 A questo punto, l’ultimo dei figlioli, Bernardo, il più disperato e commosso di tutti, si avvicina alla bara e dice:

- Padre mio adorato, mia unica e grande radice, in questo momento non ho sol-

  di per dimostrarti degnamente il mio incommensurabile dolore, ma non voglio

  essere da meno, accetta questo assegno, copre  i soldi che ti hanno dato i miei

  fratelli ed in più aggiungo un altro milione, per la tua gioia nell’altra

  vita!-

L’affranto figliolo prende per sé i soldi dei fratelli e mette il cospicuo assegno tra le mani fredde dell’estinto.

  Don Cesare, che la sapeva lunga, con grande prontezza di riflessi, prima che il coperchio chiudesse la bara:

Grande è il vostro amore, figlioli, ed affinché anche l’ultimo dei fratelli abbia merito presso il nostro Dio, prendo in consegna l’assegno affinché venga trasformato in preghiere, messe ed opere di bene, a vantaggio di questa anima benedetta, che si accinge al misericordioso giudizio di nostro Signore…orate fratres…Padre nostro che sei nei cieli…- Tutti, in religioso silenzio, pregarono,

compreso il furbo Bernardo, che ritenne opportuno evitare  ogni commento.

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Salomè

 

Se mi chiedessero chi amo di più al mondo, direi certamente che è mia sorella Rosa, per il semplice motivo che è l’unica persona che non mi ha mai fatto del male. Cresciuti insieme nelle ristrettezze del dopoguerra, era l’unico vincolo forte tra me e la vita, nella squallida frazione del nocerino, che prendeva nome dall’antica Tauranina, un possedimento dei rincipi Doria della  vicina Angri. Del resto ancora adesso non riesco a ricordare nemmeno il viso dei numerosissimi parenti che formavano la mia vasta famiglia. Molti cognomi hanno persino perso di significato nel mastichio del tempo e nel rincorrersi frettoloso degli eventi.

Tutto sommato, ho sempre raccattato briciole d’amore, pagando a caro prezzo ipocriti sorrisi e rapporti rimediati con faticosa sopportazione quotidiana. Eppure, ho sempre sognato rapporti cordiali, così come ho sempre creduto fiducioso nei valori della famiglia, pur sapendo dal Vangelo di Matteo che “nessuno è profeta  in casa, così come in patria”. Per la patria passi pure, tanto più ignorato di così, ma in casa, proprio non  me lo aspettavo!

Al tempo del mio primo matrimonio, pensai di essere sfortunato o per lo meno di essere stato incauto nella scelta, si sa d'altronde che i ragazzi ragionano sotto l’impulso del testosterone! È nel secondo che ho compreso, che avrei fatto meglio a comprare un bel gattino come Romeo, il gatto di mia nipote Daniela, a cui non dispiace la mia voce pavarottina. In questo momento è entrata la mia mogliettina per chiedermi, con la sua colta e squisita cortesia, se stessi scrivendo una “cummeddia”, o un’altra poesia.

Ho risposto di no e se ne è andata scuotendo il capo, come di chi si allontana da un povero imbecille. Poveretta, non sa che forse lo sono per davvero, con tutti quei sogni che mi porto avanti da ragazzo, io che a sessant’anni mi ritrovo senza affetti e senza  qualcuno che mi ami per quello che sono. Ma cosa sono? Un sogno che si dibatte tra le pagine di un libro che nessuno legge, il fantasma di un mondo scomparso e lontano come l’ira del Pelide, un esule alla ricerca dell’isola che non c’è,  dove  i figli amano i padri e la vita si nutre d’amore e di sublime. Mi guardavo allo specchio questa mattina e sembrava che davanti a me vi fosse un’altra persona. Diavolo, come si cambia! Forse per questo nemmeno i tuoi figli ti riconoscono più e  si ricordano di te distrattamente, dimenticando pure di salutarti quando capita loro di lasciare il paese. Se fossero almeno sinceri come mia nuora! Distante e fredda come i ghiacciai eterni. Grandiosa come Salomè, quando chiese ad Erode la testa del Battista. Speriamo che mia figlia, quando scenderà in agosto, metta in conto di venire ad abbracciarmi, pare  che sia affettuosa soltanto da lontano, quando sento nel computer la sua voce che mi giunge da New Haven.

Fortunatamente, questa sera vedrò mia madre, una splendida ottantenne di vecchio stampo. Mi chiamerà “Francò, tesoro mio” e carezzandomi il viso rallegrerà il mio cuore con un bel sorriso sincero ed io l’abbraccerò, toccando finalmente l’amore.

Vorrei che domani fosse una bella giornata di sole, ne vedrei i raggi sulle facciate dei palazzi che corrono verso il mare, mentre correrei ad aprire il balcone sul luccichio delle onde e il volo dei gabbiani nell’azzurro cielo del golfo.

 

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PECCATO VENIALE

 

         L’Aretino, nei “Dubbi amorosi”, scrive che “[…] tutti i canoni voglion ch'il peccato se non è volontario non si stima, e che l' uomo non può dirsi dannato se non vende a Satan se stesso prima; unde, quicumque sit, non è obbligato[…], ch'è peccato veniale e dirlo al prete poco o nulla vale[…]” .

          Il dottor Marco Poggiani, uno stimato commercialista d’Arezzo, aveva sposato, in seconde nozze, Laura De Angelis, una giovane ed avvenente sociologa di Firenze.

Dopo vent’anni di ardenti competizioni erotiche, il destino volle che la bella signora si ammalasse di nervi e che perdesse ogni forma di desiderio nei riguardi dell’altro sesso. Grande fu la sofferenza di Marco, suo marito, che non era più nell’età di poter rimediare con quelle pratiche, cui ricorrono i giovincelli, quando si accingono alla scoperta della propria sessualità.

           L’infelice fece il tentativo, ma si sentì talmente ridicolo,  ad agitar le coltri lì, a pochi centimetri dalla Laura, che si guardò bene dal riprovare una seconda volta. Allora, non gli rimase che accettare la situazione con filosofia, tanto più che sua moglie continuava a dormire, senza curarsi minimamente di ciò che accadeva .

            Dopo circa un anno di pietose richieste alla consorte ed incapace di  giochi solitari, l’uomo decise fermamente che non si sarebbe mai più umiliato, ed optò per   un “pensionamento ” anticipato.  

            La vita continuò tranquilla, anzi, la mutata situazione impreziosì il rapporto coniugale con quelle piccole gentilezze, che rendono più sopportabile la vita in due.

            Una giornata d’aprile, splendida e solare, come spesso capitano nella nostra bella terra, il signor Poggiani chiese alla sua signora di preparargli la vasca per un idromassaggio. Chiuse la porta del bagno, deciso a rilassarsi il più possibile, senza  dare eccessiva importanza a ciò che la moglie andava dicendo, circa un boccaporto che si era allentato. Si immerse nell’acqua tiepida e stette a lungo prima di avviare l’idro, regolato sui venti minuti di attività. Quando attivò il motore, avvertì un piacevole massaggio in tutto il corpo e chiuse gli occhi, mentre una sorta di torpore gli annullò ogni affanno, alleviandogli il peso della vita.

            Fu un rumore sordo a scuoterlo, seguito da una specie di sibilo, che gli procurò una certa agitazione. Poi, tutto ritornò normale, ad eccezione del boccaporto che aveva ceduto, pulsando acqua in modo più violento. Fu la parte centrale del corpo a subire quella sollecitazione irregolare e, proprio quando era sul punto di bloccare l’idromassaggio, si accorse  che una parte di sé sembrava gradire quella improvvisa ed innaturale carezza. Per un attimo, rimase interdetto.

            Quello che successe dopo, lo sconcertò non poco e solamente la lunga solitudine poteva, a suo avviso, giustificarne gli effetti.  Infatti, si lasciò andare: chiuse gli occhi ed andò lontano, in un mondo fantastico, dove le belle donne gli si affollavano intorno e mille labbra carezzavano le sue parti più sensibili e delicate. Fu un’apoteosi di sensazioni, che portarono ad esplodere il suo piacere, appagando  un bisogno naturale, per molto tempo frustrato e messo a tacere. Rimase a lungo con le spalle inchiodate alla bianca resina della vasca da bagno, senza avere il coraggio e la forza di muoversi, poi, a fatica si alzò ed infilò l’accappatoio.

            Dovette reggersi al lavabo, per non cadere, ma alla fine si ricompose e cercò di non dare peso alla cosa: non era accaduto nulla, solo sfortunate circostanze che avevano annullato, per qualche minuto, la sua lucida razionalità. Iniziò a fischiettare, per darsi un contegno, in fondo, la sua vita era costellata di belle donne, che lo avevano amato realmente ed appassionatamente. Si insaponò e fece la barba: era di buon umore e si sentiva riconciliato con la vita.

             Stava per uscire dal bagno, quando si irrigidì: no, non poteva lasciarla così disordinata e sporca, sarebbe stata una vera cattiveria, una vile ingratitudine. La sciacquò in fretta, poi la risciacquò più lentamente, alla fine l’asciugò e lucidò con amore, guardandosi bene dal riparare il boccaporto. Si fermò solo quando la vide risplendere lì, tra la parete ed il water, bianca, lucida e così invitante, che sembrava quasi gli sorridesse. Alla fine, rapito dalla sua semplice e lineare bellezza, si chinò e la baciò con trasporto: era nato un nuovo amore.

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R O S A

          Le sanguisughe sono animali acquatici, che appartengono alla  famiglia degli anellidi; hanno il corpo piatto ed una bocca munita di tre mandibole con dei dentelli, che servono per forare la pelle degli animali. Quando si attaccano, secernono una sostanza anestetica e quando succhiano il sangue emettono l'irudina, che è un anticoagulante. Testimonianze storiche dell'impiego medico delle sanguisughe ci riportano all’antico Egitto, ed alla diciottesima dinastia.  Anche Greci e Romani lasciarono tracce del loro utilizzo,   già diversi secoli prima della nascita di Cristo.  

            La nostra storia, che non ha nulla a che vedere con i greci ed i romani, inizia in una fredda mattina di gennaio del 1909, quando un misterioso signore, protetto da un ampio mantello scuro,

abbandona sul sagrato della chiesa di Santa Maria della Pietà, in Napoli, un piccolo cesto, dove si intravedeva il capo di una bambina, ben protetta  da una copertina di lana rosa, tirata su fino a coprirle la fronte. Un cane abbaiò in lontananza e l’uomo si allontanò in fretta, temendo anche le ombre che si schiarivano rapidamente alla luce del nebbioso mattino. Fu il vecchio custode della Pietà dei Turchini, ad accorgersi della cesta, sottraendo il piccolo fardello al freddo umido della mattinata.

             La battezzarono Rosa, dal colore della copertina che l’avvolgeva, e la nutrirono fino a quando non fu data in adozione ad una umile famiglia dell’agro sarnese-nocerino, i coniugi Triestino, meglio identificati col soprannome di “sanguettari”, perché vivevano col commercio delle sanguisughe e delle rane del fiume Sarno.

            A quel tempo, la piccola Rosa aveva otto anni, ma intuiva già che il futuro le aveva riservato una vita più squallida di quella vissuta nell’orfanotrofio.

            Casatori, frazione di San Valentino, un tempo territorio dei Principi Doria di Angri, acquistato successivamente dai Capece-minutolo, per sessanta ducati, si estendeva a croce,  verso la chiesa di S.Maria delle Grazie e verso vico San Giuseppe, una sorta di stretto corridoio, che collegava tutti i vicoli della contrada, da quello dei Carresi, a quello di San Benedetto, a quello dei  Vergati. La bottega di mastro Savino il falegname divideva l’agglomerato di destra, da quello di sinistra, entrambi serviti da una delle quattro fontane della frazione. I Triestino vivevano alla fine nel vico S.Benedetto. Quando nacquero Gaetano ed Italo, Rosa fece loro da mamma, districandosi abilmente tra i lavori domestici e le necessità dei due bambini.  Era brava ad accendere il fuoco, nella vecchia cucina a legna, ed a far da mangiare anche solo con l’acqua ed il prezzemolo. Un piatto caldo non mancava mai. Quando i fratellastri furono abbastanza grandi da poterli affidare a madre strada, Rosa fu mandata per le masserie a guadagnare il pane per la famiglia, incurvando la schiena per le semine o la raccolta degli ortaggi.

              Fu allora che la famiglia iniziò a star bene. Anche Italo e Gaetano facevano la loro parte: il primo andando a cercar sanguette ed il secondo col commercio delle rane, tanto da meritare il soprannome di “granognaro”.

               Il 12 luglio del 1926, Rosa stava raccogliendo pomodori a Sciulia, una lunga striscia di terra ai lati del fiume Sarno. Il sole picchiava forte sui lunghi filari di  “San Marzano”, lunghe e rosse, come il sangue dipinto sulla ferita dell’Addolorata. Le donne caricavano direttamente sui carretti di Eugenio Strianese, il più grosso sensale della zona, mentre i muli mordevano il morso sotto le stanghe sempre più pesanti. Ogni gabbia pesava all’incirca 36 chili, ma le donne le adagiavano con destrezza sui taralli di stoffa, opportunamente sistemati sulla sommità del capo. Rosa era la più attiva, sembrava avesse il diavolo in corpo, tanto che lavorava. Angelo la notò subito e si fermò a guardarla incantato, prima di scomparire tra due filari di oro rosso. L’avrebbero pagata sicuramente come un uomo, pensava tra sé, certo che la sua povera Michela non aveva mai avuto quella energia lavorativa. Povera donna, era morta portando con sé la bambina che stava per nascere, lasciandolo vedovo e solo.

               La pausa per il pranzo giunse gradita. Mangiarono pane duro e pomodori, sotto il pergolato di compare Riziero, soprannominato “dittasicaria”, perché era solito coltivare tabacco. Angelo si accomodò tra Rosa ed Immacolata, detta “ ’a sciulicàra”,

mentre “a musciello” e “a petrusina” ammiccavano e sorridevano con malizia. Poche parole, qualche sguardo, una bevuta allo stesso fiasco ed il messaggio fu chiaro per entrambi. Angelo provava per Rosa amore, ammirazione e tanta compassione. Non era stato facile adeguarsi quel genere di vita,  dopo di aver trascorso una infanzia in un orfanotrofio ed una fanciullezza a fare la sguattera, in una casa che anche i topi evitavano, per la miseria ed il freddo che trasudava dalle vecchie mura. La cosa più viva erano le “sanguette”  e le urla di Maria “ ‘a peccatòra”, che sarebbe diventata, poi, la moglie del fratellastro Gaetano. Le Sabbelle vedevano di buon occhio quel sentimento ed avevano già consigliato alla loro amica di non lasciarsi scappare l’occasione, quando Angelo si fosse fosse fatto avanti. Era una brava persona e le avrebbe voluto certamente bene.

               Quella stessa domenica, Angelo si recò dai genitori adottivi di Rosa, per chiederla in moglie. La richiesta fu accolta con costernazione. Il patrigno bestemmiò l’Addolorata e la moglie rispose che ci dovevano pensare.

-        Va bene, rispose Angelo con disinvoltura, domenica prossima mi darete una risposta!-

-          Capirai, si riprese il futuro suocero, Rosa è l’anima della casa: fa tutto lei, non è facile lasciarla andar via!-

-          Capisco, dibatté il giovane, ma tutto il paese sa che son venuto a chiedervela, ci fareste una gran brutta figura!-

-          Lo so!- rispose laconico il Triestino.

-          Allora, penso proprio che una risposta potreste darmela pure adesso!- riprese Angelo con voce decisa.

-          E va bene! Ma le nozze fra un anno, il tempo di lavorare per il suo corredo!- concluse l’uomo.

-          Facciamo sei mesi, disse Angelo, e del corredo ne faccio a meno, tanto ho già quello della mia povera Michelina!-

Rosa si fece di fuoco, ed esplose con una rabbia che nessuno si aspettava:

-        Il corredo lo tengo già, non me lo deve fare nessuno! (rivolta poi ad Angelo) Se mi vuoi, mi devi sposare il più presto possibile, altrimenti non ti sposo più!-

-        Allora, tagliò corto il Triestino, considerati da questo momento già fidanzato!- . Rosa sorrise soddisfatta ed andò a prendere acqua alla fontana, mentre il patrigno si diresse in piazza senza dire più una parola. La Triestina, singhiozzando,si dileguò tra i campi ed Angelo fece ritorno a casa, sempre più convito di avere scelto la compagna giusta, quella che avrebbe amato teneramente per tutta la vita.

                                                                          

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IL GUSTO DELLA VITA

(Gerardina)

         Gente che va e che viene, senza sosta e senza riguardo per chi soffre. Vengono preparati come per una festa o un incontro conviviale senza invito; col sorriso idiota stampato sulle facce e profumati, come travestiti in calore. Si siedono sui letti, alzano la voce come se fossero al bar, con uno sguardo globale e compassato alla camerata ed ha chi sta rantolando, pronto ad esalare l’ultimo respiro.

         Io me ne sto per i casi miei, nell’attesa paziente della mia ora, godendomi qualche infermiera decente e le carezze di mio figlio, che spera ancora di riportarmi a casa per il novantacinquesimo compleanno. Povero figlio mio! Non ho sbagliato a volergli tanto bene da dare l’impressione di preferirlo agli altri, ma era solo un modo di ricompensarlo per tanta dedizione. L’unica cosa che mi dispiace è di non avere con me la mia Gerardina, con le sue chiappe dure ed il sorriso di Sisina, una simpatica contadinotta dell’agro, che sapeva ben soddisfare le mie esuberanze giovanili. Non è che Maria, l’ostetrica paganese, non sapesse fare all’amore, ma non aveva estro e pensava esclusivamente al suo piacere. Tanina, invece, una splendida trentenne del mio paese, sapeva come accendermi: misteriosa e graffiante, giocava con i miei capelli biondi, alitandomi sull’orecchio come una gattina in amore. Ma la più spregiudicata era Nobile, una brunetta senza scrupoli, che correva dietro tutti i pantaloni del quartiere. Olga, poi, era la “Maddalena” della situazione,  per lei ogni occasione era buona per “festeggiare” alla sua maniera. Bianchina era una bambola tascabile, bruna, delicata e piccolina, sospirava come Giulietta da Rimini davanti al suo Romeo. La sua vocina era tutta un fremito, quando veniva a prendere il piacere nel folto giardino di mio nonno, profumato d’aranci e biancospini.

           Ma ecco l’infermiera che ritorna, speriamo che non aggiunga altre flebo a questa che sta finendo.

-         Eccolo qua, il mio simpaticone!-

-         Cosa posso fare per voi?-

-         Qualcosa potrebbe…- le  dico  maliziosamente  e  stendendo  la  mano come se

dovesse poggiarvi sopra qualcosa, ma fa finta di non aver mi sentito ed aggiunge altre flebo sulla sommità dell’asta, pronte a sostituire quella che si stà svuotando.

          Mio figlio sta sorridendo, meglio così, sembra meno teso ed io posso appisolarmi.

-                     Salve ragazzi! – si sente improvvisamente nel silenzio della camerata. È quello stronzo del cappellano che, ogni giorno, a quest’ora, viene a fare il suo show. Tutto sommato è una brava persona, con la barba ed il sorriso buono di Padre Pio. Mi sta fissando, ha gia capito che me ne sto andando, ecco, si avvicina:

-                     Preghiamo tutti per il nostro caro fratello Armando!- iniziano a pregare, compreso mio figlio che ha le lacrime agli occhi. Abbasso le palpebre e prego anch’io, mentre il rompiballe fa il segno della Croce e raccomanda la mia anima a Dio. Vorrei dirgli che sono in pace e che non ho paura, ma la testa ricade sul cuscino ed egli va a far chiasso in un’altra camerata. Vorrei vedere la mia Gerardina.

          Certo, ho avuto tante donne, ma l’unica che ho veramente amato, per tutta la mia vita, e mia moglie Nora, buona, dolce sensibile e soprattutto paziente, ha sopportato tutte le mie intemperanze. E si che non sono stato un tipo facile, con  le mie scappatelle ed i miei errori. Povera donna, in fondo ha fatto una vita di sacrifici nelle ristrettezze del dopoguerra, quando non c’era spazio nemmeno per i sogni. Questa sera viene a farmi visita con mia figlia ed i miei nipoti, speriamo che la me la fanno coricare vicino, è una settimana che non sento il suo calore.

          Come mi manca Gerardina! L’ho conosciuta sette anni fa, quando ancora ero autosufficiente, fu mia figlia a chiamarla come collaboratrice domestica e lentamente, giorno dopo giorno, si è insinuata nella mia vecchiaia, divenendo indispensabile. Per un suo sorriso, un suo tenero atteggiamento, ho accettato ogni cosa, dal bagno alla tenera carezza delle sue mani, nella pratica quotidiana delle pulizie intime. Ed è stata questa intimità a cementare un legame così forte. Purtroppo, da qualche mese, mi ha lasciato per non so quali problemi e mi manca terribilmente, speriamo che mi venga a salutare prima ch’io parta.

- Questa volta non ce la faccio!- sussurro a mio figlio che mi sta baciando sul capo. Poi, la sorpresa più grande: sono tutte qua le mie donne: Sisina, Maria, Bianchina, Olga, Nobile, tutte quante e tutte giovani e belle, quasi mi vergogno di farmi vedere così vecchio. Sorrido a tutte ed esse sono ansiose di portarmi con loro, ma non è possibile, mia moglie non è ancora venuta. Maria mi si avvicina e mi permette di carezzarla. Uno mano fresca si posa sulla mia fronte: riconosco il tocco, è la mano della mia Norina.

- Sei venuta, finalmente!-

 - Caro!-

- Vieni coricati con me!-

- Non posso, siamo in ospedale!-

- Ma sei mia moglie! – cerco di obiettare, senza successo. Non riesco a dirle nulla e le bacio la mano, come per sussurrarle: -Grazie per il bene che mi hai voluto!- e gliela bacio ancora e, questa volta, come per dirle addio.

Ecco, l’orario di visita è finito e se ne vanno tutti, anche la mia Norina, che mi lancia dalla porta un ultimo sguardo, con gli occhi umidi di pianto. Se ne vanno convinti che torneranno ancora, come è abitudine di tutti gli uomini pensare che le situazioni durino all’infinito.

Sto per affrontare la mia ultima notte in ospedale e mi preparo all’impresa. Incubi e sogni si alternano con un ritmo impressionante. A tarda ora viene Ermanno, il mio primo nipote, figlio del mio primogenito:

-         Ciao nonno, come stai?-

-         Non sto bene !- gli rispondo laconicamente e ripiombo nel mio torpore.

          Cerco di far passare in fretta questa notte, presto sarò liberato. Franco se ne va e Gino prende il suo posto. Lentamente, compaiono le prime luci dell’alba ed incomincio a prepararmi. I miei fratelli sono tutti ai piedi del mio letto, ma aspetto i miei genitori. Cesare mi sorride ed Alfredo mi dice che stanno per arrivare. Si aprono le porte della camerata ed entrano gli infermieri per le terapie. Mi attaccano un’altra flebo. Sorrido. Arriva la colazione e Gino cerca di farmi bere una tazza di latte. Sento una voce familiare, mi giro ed eccola lì la mia Gerardina è venuta a salutarmi, ora posso andarmene in pace. Mio padre e mia madre sono arrivati e si avvicinano, cerco di alzarmi per andare loro incontro. Gerardina mi sostiene nello sforzo. Gli occhi incominciano a storcersi, prima di chiudersi per sempre. Gino corre nel corridoio alla ricerca di un medico. Piange il mio povero figliolo, ma sono già tra le braccia di mia madre e, mentre Gerardina mi adagia delicatamente sul cuscino, con lei  sto già volando verso il sole.