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LA RIDUZIONE DEL “TEMPO” AD OGGETTO DI BANALITA’
INTRODUZIONE
“La
durata delle cose, misurata a periodi, specialmente
secondo il corso apparente del sole”: questa è la
definizione generica del concetto di “tempo” fornita
da un comune dizionario della lingua italiana.
Eppure,
proprio attorno a tale categoria ed a ai suoi
molteplici significati (di ordine storico, filosofico,
o di natura astronomica), si è come addensata una
coltre di fumo accecante, densa di luoghi comuni e
rozze ovvietà, che sono persuasioni assai diffuse
nella vita quotidiana di noi tutti. Gli stereotipi sul
“tempo” paiono proliferare senza soluzione di
continuità, e quasi tutti, eccezion fatta per quei
fenomenali campioni della lingua e del sapere umano,
se ne servono abitualmente, forse inavvertitamente,
magari per riempire il vuoto raccapricciante di certe
conversazioni, in altre parole per coprire i “tempi
morti” della nostra esistenza.
Sovente infatti, ci capita di ascoltare asserzioni
totalmente insensate, che farebbero inorridire le
nostre menti qualora fossimo soltanto un po’ più
attenti e riflessivi, meno pigri o distratti.
“Ammazzare il tempo”, tanto per citare uno dei casi
più dozzinali, è un modo di dire quantomeno sciocco
perché non significa nulla se non che si uccide la
propria esistenza.
La persona che “ammazza il tempo”, cioè che impiega
malamente il proprio tempo vitale, non sapendo cosa
fare, non avendo interessi gratificanti, né
occupazioni di tipo mentale (come leggere e scrivere)
o di carattere fisico (come gli sport), tali da
motivare il vivere quotidiano, non coltivando passioni
che potrebbero impreziosire la qualità del proprio
tempo esistenziale, finisce per annichilire sé stessa,
divenendo un essere ansioso, depresso, accidioso, ma
non ozioso.
Invero, l’otium dei latini (che per il cristianesimo
più bigotto, influenzato da filosofie mistiche
orientali e da una forma volgarizzata dello stoicismo,
rappresenta il vizio supremo: infatti, l’accidia è
compresa tra i “vizi capitali” osteggiati dalla
tradizione giudaico-cristiana), che era l’ideale di
vita proprio della cultura classica greco-romana
(ispirata, invece, da una concezione epicurea,
nutrita da orientamenti filosofico-esistenziali che
privilegiavano la ricerca della felicità e del piacere
di vivere quali finalità somme da perseguire in quanto
capaci di liberare l’intrinseca natura della persona
umana ), era ed è la condizione dell’individuo
privilegiato, del ricco padrone di schiavi, padrone
della propria e dell’altrui vita, della persona che
non è costretta a lavorare per sopravvivere, che non
deve travagliare e può dunque sottrarsi alle fatiche
materiali necessarie al procacciamento del vitto e
dell’alloggio, non ha bisogno di stancarsi fisicamente
perché c’è chi si affanna per lui, e può dunque
godersi le bellezze, il lusso e quanto di piacevole la
vita può offrire.
L’ otium, in altre parole, è il modus vivendi del
padrone aristocratico, del patrizio romano, del
parassita sfruttatore del lavoro servile, che non fa
nulla ed ha a sua disposizione tutto il tempo per
poterlo occupare nella “bella vita”, ovvero in
un’esistenza amabile e gaudente per sé, quanto
detestabile e dolorosa per i miseri che nulla
posseggono, neanche il proprio tempo, sprecato ed
annullato per ingrassare e servire i propri simili!
Tutto ciò è vero, purtroppo. È vero, infatti, che non
tutti detengono il privilegio o la fortuna (che dir si
voglia) di avere molto tempo libero disponibile, da
poter spendere in diverse e divertenti attività (la
radice etimologica dei vocaboli “diverso” e
“divertente”, è la medesima: entrambi derivano dal
latino “di-vertere” che sta per “deviare”, ovvero
“variare” ).
Anzi, la grande maggioranza degli individui sulla
Terra, ancora oggi è costretta suo malgrado a
travagliare, a patire, insomma a lavorare per
sopravvivere, chi cacciando e vivendo primitivamente,
chi coltivando la terra, chi sprecando otto, nove ore
a sgobbare in fabbrica, o ad annoiarsi in ufficio, chi
occupandosi inutilmente di “affari”, ossia di faccende
non gratificanti ma stressanti e frustranti, al solo
scopo di lucrare e speculare!
È
d’uopo invece, comprendere che il tempo (quello
vitale) degli individui, dell’esistenza quotidiana di
ciascuno di noi, rappresenta una risorsa di valore
inestimabile, non sul piano economico-materiale,
ovvero nel senso venale e più triviale (un altro luogo
comune, vergognoso e detestabile, recita: “il tempo è
denaro”, ed è abitualmente pronunciato dai cosiddetti
“uomini di affari”, i signori del denaro e della
finanza, i paperon de’ paperoni, ovvero i parassiti e
i nullafacenti della società odierna, gli arrivisti e
i carrieristi, gli approfittatori dell’altrui tempo,
dell’altrui denaro e dell’altrui ingenuità, gli
sfruttatori del lavoro sociale e dell’esistenza dei
più miserabili e sventurati), bensì da un punto di
vista più propriamente estetico-spirituale, che
comprende la sfera del piacere, della bellezza, del
godimento, dell’intelligenza, della cultura,
dell’arte, dell’amore, della fantasia,
dell’immaginazione, della felicità, cioè la dimensione
creativa, ludica, libidinosa, della vita.
Il tempo, nella maggioranza delle esistenze
individuali, viene sprecato e speso male, se non
malissimo, ovvero viene “ammazzato”, svuotato di ogni
senso proprio, sicché è la propria vita ad essere
abbruttita ed impoverita, e la persona umana si sente
avvilita, inutile, quasi disperata, priva di stimoli,
di interessi, di entusiasmo, di voglia di vivere.
Il “tempo”, nella fattispecie quello climatico, è
frequentemente citato quale insulso e comodo oggetto
di conversazione, nel desolante vuoto
dell’incomunicabilità e dell’alienazione moderna,
quando con sgomento si scopre di non sapere cosa dire,
di quali argomenti chiacchierare, con un interlocutore
qualsiasi o con un compagno d’occasione, o magari con
una personalità oltremodo imbarazzante, la cui
ingombrante presenza ci infonde soggezione, oppure
quando ci si sente mentalmente affaticati e non si è
in grado di elaborare idee originali o di sostenere
valide argomentazioni, ovvero perché non si è molto
abili o educati all’arte della conversazione e della
comunicazione.
Il “tempo atmosferico”, come tema di dialogo e di
confronto interpersonale, risulta perciò una sorta di
via di scampo o di “uscita di sicurezza”
dall’imbarazzo, dalla stanchezza e dal vuoto
dell’incomunicabilità, dalla povertà intellettuale, ma
in realtà conduce all’abisso dell’ovvietà e della
noia, allo squallore dell’ipocrisia, precipitando
infine nel baratro dell’angoscia e dell’ignoranza più
becera. Frasi trite e ritrite del tipo “che tempo fa
oggi?” o “il tempo minaccia...” ecc., talvolta sono
spie inequivocabili, che tradiscono la soggezione
emotiva, la goffaggine e l’imbarazzo personale,
l’incapacità e l’ingombrante difficoltà di comunicare,
il conformismo esistenziale e culturale, oppure
indicano un atteggiamento di astuzia, di falsità, di
“temporeggiamento” (paradossalmente, il “tempo”, come
categoria atmosferica, è in taluni casi adoperato
quale espediente per “temporeggiare”, vale a dire
“prendere tempo”, così da poter pensare ad altro, in
attesa che qualcosa accada!), ovvero esprimono il
desiderio di indugiare oltre, l’ansia di “guadagnar
tempo” (appunto!), magari perché si tenta di
approfittare di qualcosa o di qualcuno. Da questo
punto di vista, i luoghi comuni e le convenzioni sul
“tempo”, inteso nella più comune accezione
meteorologica, si sprecano a dismisura, e quel
concetto , sì tanto nobile e complesso, finisce per
essere assurdamente involgarito e banalizzato come in
nessun altro caso, al solo fine di camuffare un
pauroso vuoto di idee, per dissimulare propositi
malvagi, per mascherare, in modo maldestro, emozioni,
intenzioni, stati d’animo o quanto possa apparire
indice di vulnerabilità.
Intorno al senso meteorologico-atmosferico del
concetto di “tempo”, si “addensano” (tanto per usare
una metafora in tema) “nuvole” di inanità
linguistiche, vere e proprie “tempeste” di frasi
convenzionali, “uragani” di luoghi comuni. Dietro il
facile espediente del “tempo” quale argomento di
conversazione fin troppo scontato ed ordinario (esiste
una sfilza di sinonimi altrettanto prevedibili, da
sputare sulla carta, a riguardo), sovente si annidano
secondi fini o cattive intenzioni, oppure motivi di
timidezza, ingenuità, goffaggine, se non proprio
un’ignoranza abissale, magari anche un’indolenza
mentale, un’abitudine al conformismo ed alla miseria
intellettuale, una carenza di idee proprie ed
originali, uno stato di profonda immaturità culturale.
Si potrebbe ironicamente (o cinicamente) osservare
che, in questi casi, il “tempo” (vale a dire il
“clima”, quale banalissimo oggetto di conversazione)
può “annebbiare” la mente e “ottenebrare” lo spirito,
nella misura in cui ci si abitua (sciaguratamente)
alla più deteriore condizione esistenziale, ossia alla
pigrizia intellettuale, che è l’esatto contrario
dell’”otium” di cui si è già spiegato il senso più
vero e più nobile, che non è “sfaccendare” o “non fare
nulla” (ossia “sprecare il tempo”, “oziare” nel senso
capitalistico-borghese di non esercitare “negotium”,
che è l’attività per accumulare denaro, intraprendere
imprese lucrose, siglare “affari d’oro”, e via
discorrendo).
L’”otium” non è propriamente lo stato del
“fannullone”, quantunque si sia già spiegato
chiaramente che esso rappresenta una condizione
privilegiata, appartenente ad un’élite
aristocratico-classista che non deve fronteggiare le
difficoltà quotidiane della sopravvivenza materiale.
In un certo senso, l’”otium” (in quanto negazione del
“negotium”) è una virtù, un talento, che presuppone
molteplici e diverse qualità creative, anzitutto
l’abilità e la capacità di impiegare il proprio tempo
libero realmente disponibile, per migliorare e
valorizzare progressivamente e costantemente la
qualità della propria esistenza, grazie ad una serie
di impegni gratificanti quali la lettura di bei libri,
la visione di bei film, l’ascolto di buona musica,
l’amore (in tutte le sue dimensioni, compreso quello
carnale), le buone amicizie, la buona gastronomia, le
belle arti, il godimento delle bellezze naturali e di
ogni altra gioia o piacere che la vita è in grado di
offrirci, soltanto se lo volessimo, solamente se
sapessimo organizzare il nostro tempo, e se davvero ne
avessimo la possibilità!
IL “TEMPO” NELLA STORIA
DELLA FILOSOFIA OCCIDENTALE
Finora si è trattato, in maniera piuttosto generica,
ironica e superficiale, del concetto di ”tempo”, senza
aver chiaramente determinato i suoi numerosi
significati, cioè cosa si definisce con tale vocabolo
di carattere multisemantico e multiconcettuale. In
effetti, se ci addentrassimo nei meandri della
filosofia, delle scienze, della linguistica, della
semiotica e di tutti quei rami disciplinari, o
artistici, in cui la
categoria del “tempo” riveste un ruolo centrale,
potremmo senz’altro rinvenire una pluralità di
significati e di concetti, ciascuno inerente in
maniera specifica ad un dato settore. Ad esempio, nel
campo della musica l’accezione di “tempo” è alla base
del ritmo e della melodia e si definisce, appunto,
come “tempo musicale”, la cui spiegazione più
propriamente tecnica non è tra le mie personali
competenze. Così nella poesia, laddove (come nella
musica) ci sono tempi da osservare e scandire, in
quanto sono parte di una metrica, cioè dell’arte di
comporre in versi (dall’etimologia greca “metros” che
sta per misura), più esattamente di una tecnica di
misurazione del “tempo” e del ritmo musicale in forma
di poesia, avvalendosi di unità di misurazione quali
le sillabe, il numero dei versi, e via discorrendo.
Non è un caso che in origine, nell’antica Grecia, la
poesia fosse cantata. Infatti, i versi dei celeberrimi
poemi omerici dell’Iliade e dell’Odissea, erano
cantati e si tramandavano oralmente di generazione in
generazione, attraverso appunto il veicolo del canto e
della melodia musicale. Forse è questa una delle
principali ragioni per cui la poesia contemporanea ha
smarrito il suo valore ed il suo fascino, ed è stata
soppiantata dalla canzone d’autore e dalla musica
leggera in genere, per cui un Battisti, un Dalla, un
De Gregori, un Guccini, un De Andrè, sono più famosi
di un Montale, di un Ungaretti, di un Saba, di un
Campana, di un Pasolini!
Volendo compiere un’opera di sintesi, cioè di
collegamenti logici, è possibile distinguere,
nell’ambito storico-filosofico occidentale, tre
fondamentali scuole di pensiero, relativamente al
significato o, per meglio dire, ai significati del
termine onnicomprensivo di “tempo”.
IL “TEMPO OGGETTIVO”
Il primo filone è quello che concepisce il “tempo”
come ordine misurabile del “divenire”, ovvero del
movimento storico-cronologico, del fluire dei giorni e
delle notti, delle stagioni, degli anni, ecc. A tale
concezione si legano le seguenti idee.
Nell’antichità:
Eraclito di Efeso
La visione ciclica del mondo e dell’esistenza umana,
compresa la teoria di Eraclito del “panta
rei” (tutto scorre), dell’inarrestabile e perpetua
trasformazione di tutte le cose (per cui nulla è
“sacro”, immortale o eternamente immutabile , neanche
Dio!...).
La “metempsicosi”
L'idea della “metempsicosi”, cioè dell’eternità
e dell’immortalità dell’anima attraverso la
“reincarnazione” in altre forme o gradi di esistenza,
che si possono ritenere superiori o inferiori, in
virtù di meriti o demeriti, di valori o di colpe, vale
a dire in forza del bene e del male che si è compiuto
in un’ipotetica e presunta vita precedente, per cui se
si “retrocede” ad uno stadio inferiore, vuol dire che
la propria condotta in vita, da essere umano, è stata
caratterizzata da malefatte, mentre la successiva
trasmigrazione dell’anima in una forma di vita
migliore, è il risultato di un’azione e di un
comportamento all’insegna dell’onestà, della bontà e
della virtù in genere. Tale dottrina, di origine
orientale, è molto antica ed è presente nell’orfismo,
nel pitagorismo e nel platonismo; essa è sopravvissuta
sino ai giorni nostri, perpetuandosi nelle millenarie
tradizioni religiose dell’induismo e del buddhismo.
A
riguardo, va sottolineata una singolare e paradossale
coincidenza rispetto ad una seppur vaga affinità
concettuale globale, sul versante della percezione
del “tempo” come nozione di un “divenire” ciclico
infinito ed inesauribile, tra due delle più
irriducibili ed antitetiche visioni del mondo e
dell’esistenza, da un lato la teoria
ateo-materialistica del filosofo di Efeso, dall’altro
una delle dottrine di maggiore ispirazione
mistico-spirituale in senso assoluto che la storia del
pensiero umano abbia mai conosciuto.
Nell’età moderna:
Galilei (1564-1642) e
Newton (1642-1727)
La concezione scientifico-naturalistica del “tempo”,
determinata in modo particolare dalle intuizioni
rivoluzionarie di Galileo Galilei e di Isaac
Newton, i quali distinsero opportunamente tra il
“tempo assoluto”, cioè oggettivo, esteriore, reale,
fisico, che è scientificamente misurabile attraverso
appositi strumenti di calcolo – quali, ad esempio, un
pendolo, una clessidra, un orologio, un calendario
ecc. -, ed il “tempo relativo, che è invece
soggettivo, interiore, non suscettibile d’essere
oggettivato, vale a dire misurato e calcolato per
mezzo di congegni meccanici o di criteri scientifici
rigorosi, di precisione matematica.
Kant (1724-1804)
Alla fisica sperimentale di derivazione galileiana e/o
newtoniana. dominante nel corso di tutta l’epoca
moderna, si contrappose fermamente - e, oserei dire,
coraggiosamente - il maestoso genio tedesco di
Immanuel Kant, la cui posizione, indubbiamente
originale ed innovativa, fu successivamente ripresa e
rilanciata da un altro illustre, sottile ed ingegnoso
spirito tedesco, Albert Einstein, la cui eminente
opera scientifica è tuttora un cardine fondamentale
della fisica e, se vogliamo, della conoscenza
universale contemporanea. Alla riduzione
meccanicistico-materialistica del “tempo”, operata
dalla filosofia e dalla scienza moderna (cioè
pre-kantiana), il celebre pensatore di Könisberg,
impegnato nel superbo sforzo di rifondare la
metafisica classica su basi matematico-scientifico
rivoluzionarie - quanto rigorose -, enunciò la tesi
che riduceva l’”ordine di successione temporale” (in
una parola, il “tempo”) ad un “ordine di causalità”
(ossia lo “spazio”), costituendo entrambi le
principali categorie dell’intelletto umano, intese
quali “forme a priori” della conoscenza fenomenica,
nella misura in cui sono assolutamente necessarie
all’esperienza ed allo studio della realtà sensibile
(al contrario, secondo la metafisica aristotelica,
quelle categorie sono proprietà del mondo reale,
fisico e naturale).
La concezione kantiana ha subito certamente alcune
scosse profonde ad opera dei successivi progressi
scientifici e filosofici, in modo particolare dallo
sviluppo delle geometrie non euclidee e dalla ”teoria
della relatività”.
Per Kant il “tempo”, la sua successione reale,
oggettiva, storica, è “il criterio empirico unico
dell’effetto in rapporto alla causalità della causa” -
da: “Critica della Ragion pura”.
Einstein (1879-1955)
Albert Einstein
ha in qualche maniera riproposto, ai giorni nostri,
l’intuizione kantiana (quantunque essa sia stata messa
in crisi, come già si è accennato, proprio dallo
stesso padre della teoria della “relatività
generale”), per contrapporla nuovamente alla meccanica
ed alla fisica tradizionale di ispirazione galileiana
e newtoniana, enunciando la “relatività” della
misurazione temporale, vale a dire la “relatività” del
“tempo oggettivo”, quantificabile e misurabile in
chiave matematico-scientifica, senza però intaccare,
rinnovare o mutare alla radice, il concetto classico e
tradizionale del “tempo” in quanto “ordine di
successione”, bensì negando semplicemente (!) che tale
ordine di successione fosse unico ed assoluto.
In altri termini, Einstein ha negato l’esistenza di un
sistema di riferimento privilegiato per la misurazione
della durata temporale e delle lunghezze in genere,
nella misura in cui esistono infiniti punti (o spazi)
del Cosmo, dove la scansione del tempo reale ed
oggettivo (in quanto esterno alla personale percezione
e conoscenza interiore, propria del soggetto che
conosce, cioè l’individuo umano) può, in linea
teorico-virtuale, essere valutata, calcolata, misurata
e definita in termini matematici totalmente diversi e
distanti ( in maniera “stellare”, appunto!) dalla
realtà spazio-temporale terrestre. Così, tanto per
citare un esempio chiarificatore, ciò che per noi,
ovvero per il nostro sistema privilegiato - o
convenzionale - di riferimento e di misurazione,
rappresenta un “anno solare” (astronomicamente inteso
come il “tempo” che il pianeta Terra impiega per
compiere esattamente la sua orbita di “rivoluzione”
attorno al Sole), può corrispondere ad un “minuto
secondo” (del nostro sistema di misurazione temporale)
in un angolo assai remoto dell’Universo, oppure ad
un’”ora” in un altro punto (o spazio) cosmico, in
virtù di una stretta relazione di interdipendenza
spazio-temporale che fu Kant ad intuire chiaramente,
pur espondendola e formulandola in sede
teoretico-metafisica e non propriamente scientifica.
Einstein, sviluppando l’intuizione filosofica
kantiana, tradotta in un ambito più prettamente
scientifico, ha ipotizzato che il rapporto tra le tre
dimensioni dello spazio e quella del tempo dipenda
principalmente dai confini della velocità della luce,
a loro volta condizionati dalla presenza di campi
gravitazionali.
Reichenbach (1891-1953)
Successivamente, Hans Reichenbach ha riscoperto
e rivalutato la tesi kantiana nei riguardi della
fisica della “relatività” einsteniana, riaffermando
l’identità di “tempo” e “causalità”, ovvero ribadendo
e rilanciando l’ipotesi secondo cui la successione
temporale sarebbe da correlarsi all’ordine di
successione tra la causa e l’effetto, per cui “il
tempo è l’ordine delle catene causali: questo è il
principale risultato della scoperte di Einstein
(...)L’ordine del tempo, l’ordine del prima e del
dopo, è riducibile all’ordine causale (...)
L’inversione dell’ordine temporale per certi eventi,
che è un risultato che deriva dalla relatività della
simultaneità, è solo una conseguenza di questo fatto
fondamentale. Dal momento che la velocità della
trasmissione esistono eventi tali che nessuno di essi
può essere la causa o l’effetto dell’altro. Per eventi
siffatti l’ordine del tempo - cioè del prima e del
dopo, non può essere definito e ognuno di essi può
essere detto posteriore o anteriore all’altro.” (da:
“Albert Einstein: Philosopher-Scientist” di Hans
Reichenbach, 1949). Pertanto, la tesi Kantiana della
riduzione del “tempo” alla categoria della “causalità”
può essere intesa come la più alta proposizione
filosofica avanzata nell’ambito della più generale
cognizione della “tempo” quale “ordine di successione”
e “misurazione” del movimento storico del “divenire”,
empiricamente scandito e percepito in base al
susseguirsi del giorno e della notte, delle stagioni,
e quindi in base al ciclo vitale del mondo che sembra
rinnovarsi in eterno, quantunque si tratti (come
ampiamente mostrato) di una visione oltremodo ingenua,
arcaica, superficiale, pre-scientifica, semplicistica,
empirico-sensibile, oramai superata dalle teorie
moderne di Newton, Galilei, Kant e dalle affermazioni
più recenti e contemporanee di Einstein e Reichenbach,
che pure riprendevano e riproponevano, sviluppandole
alle estreme conseguenze l’intuizione kantiana
dell’interdipendenza e dell’identità tra “tempo” e
“causalità” - ossia tra tempo e spazio -, secondo una
concezione relativistica del “tempo misurabile”,
ovvero del “tempo oggettivo”(esteriore).
IL “TEMPO SOGGETTIVO”
La seconda, importante corrente storico-filosofica, è
quella che definisce il “tempo” quale “movimento
intuito”. A tale concezione si ricollega la nozione di
“coscienza” e quindi di “soggettività”, con cui il
“tempo” viene identificato.
Hegel (1770-1831 )
Hegel
considera il “tempo” come “divenire intuito”, cioè
come intuizione del movimento. In particolare “il
tempo è il principio medesimo dell’Io = Io, della pura
autocoscienza; ma è quel principio o il semplice
concetto ancora nella sua completa esteriorità ed
astrazione.” (da: “Encyklopädie der philosophischen
Wissenschaften im Grundrisse” di Hegel, 1827).
Hegel dunque, non identifica il “tempo” con la
“coscienza”, bensì con qualche aspetto parziale o
astratto della coscienza medesima.
Bergson ( 1859-1941 )
Un altro grande pensatore più contemporaneo, il
francese Henry Bergson si è fermamente opposto
alla visione scientifica del “tempo”, definendo il
“tempo” della scienza come un tempo”spazializzato” e
che perciò non possiede alcun carattere che la
coscienza riconosce in quanto proprio del “tempo”.
Esso infatti, viene rappresentato come una successione
lineare, “una linea” (la “linea del tempo”), ma “la
linea è immobile, mentre il tempo è mobilità. La linea
è già fatta mentre il tempo è ciò che si fa, anzi è
ciò per cui ogni cosa si fa.” (da: “La pensée et la
mouvant » di Henry Bergson, 1934).
Husserl ( 1859-1938 )
Non molto diversa è la concezione che il filosofo
tedesco, Edmund Husserl , ha del “tempo
fenomenologico”: “Ogni effettiva esperienza vissuta è
necessariamente qualcosa che dura; e con questa durata
si inserisce in un infinito continuo di durate, in un
continuo pieno. Essa ha necessariamente un orizzonte
temporale attualmente infinito da ogni parte. Il che
significa che appartiene ad un’infinita corrente di
esperienze vissute. Ogni singola esperienza vissuta,
come può cominciare così può finire e chiudere la sua
durata, come fa, per esempio, l’esperienza di una
gioia. Ma la corrente delle esperienze non può né
cominciare né finire.”
(da: “Ideem
zu einer reiner Phänomenologie und phänomenologischen
Philosophie“ di Edmund Husserl, 1950).
Come la “durata”
bergsoniana, la “corrente dell’esperienza” conserva
tutto ed è una specie di “eterno presente”.
“ESSERE E TEMPO”:
Heidegger (1889-1976)
Infine, la terza scuola di pensiero incentrata sul
tema del “tempo”, è quella ispirata
dall’esistenzialismo.
Essa concepisce il “tempo” come “struttura delle
possibilità”. Tale visione offre alcune significative
innovazioni concettuali nell’analisi dell’idea del
“tempo”, ed è illustrata da Martin Heidegger
nella monumentale opera intitolata “Essere e tempo”
del 1927, che già nel titolo annuncia l’identità tra i
due termini.
Mentre le due precedenti concezioni si fondano sul
primato del “presente”, la teoria esistenzialista di
Heidegger riconosce invece il primato dell’”avvenire”
nell’interpretazione del “tempo” in termini di
“possibilità” o di ”progettazione”.
Tale analisi, sicuramente innovativa ed originale,
contiene e presuppone un serio e gravoso impegno sul
versante metafisico, nella misura in cui il “tempo”
viene concepito e rappresentato come una sorta di
“circolo” (o “movimento circolare”) in base al quale
ciò che si prospetta in avvenire, in quanto
possibilità e/o progettualità, è già stato, e a sua
volta ciò che è già accaduto in passato, è ciò che si
prospetta in futuro (in tal modo, il “cerchio” si
chiude e ricomincia, rinnovandosi e perpetuandosi
nell’eternità).
RIFLESSIONI FINALI
A
questo punto, con la filosofia esistenzialistica di
Martin Heidegger, potrebbe esaurirsi il compito,
sicuramente umile e modesto, della presente ricerca
sul tema, assai vasto e complesso, del ”tempo”, in
particolare come problema al centro della speculazione
teoretico - metafisica e dell’indagine scientifica,
nel corso più generale ed ampio della storia del
pensiero occidentale (quantunque sia stata
rappresentata e ricostruita in estrema sintesi).
Ebbene, dopo questa necessaria, utile e preziosa
disamina storico-filosofica circa il senso e la
nozione del “tempo” nella varietà e molteplicità delle
sue interpretazioni (che contengono ed esprimono
accezioni e sfumature assai differenti, sovente
divergenti ed antitetiche, talvolta convergenti ed
affini, sotto il profilo meramente concettuale), ogni
altra considerazione potrebbe risultare sciocca e
superflua. Al contrario, mi pare che proprio tenendo
conto di quelle impareggiabili costruzioni del
pensiero e dello spirito umano, che hanno avuto per
oggetto il problema del “tempo” (ma non solo), proprio
in virtù dei risultati conseguiti da quelle indagini
di stampo scientifico e/o filosofico, ad opera di
alcuni tra i maggiori ingegni del genere umano (sono
stati citati, infatti, Galilei, Newton, Kant, Einstein,
Hegel, Bergson, Husserl, Heidegger...), non sarebbe
per nulla scontato, né banale, pensare al “tempo” come
al principio essenziale che riesce a conferire un
senso ed un valore alla nostra esistenza, individuale
e collettiva, storica, sociale, di soggettività e di
singole persone, ma altresì di specie o di genere
umano. Il “tempo” è stato e può essere concepito in
quanto “durata”, “successione”, in maniera “lineare” o
“circolare”, come “finito” o “infinito”, “assoluto”
oppure “relativo”, “oggettivo” e “soggettivo”, “unico”
o “molteplice”, e via discorrendo, ma una cosa è
certa: senza il “tempo” , non esisterebbe nulla.
Difatti, se non ci fosse ciò che definiamo “tempo” o,
per meglio dire, se noi non tenessimo più conto del
flusso del tempo, dell’esperienza vissuta, dei giorni
e delle notti, dei cicli stagionali, degli anni, della
nascita e del tramonto solari, dell’età che avanza
inesorabilmente, della vita e della morte, insomma se
noi vivessimo a prescindere dal “tempo”, se noi
fossimo ad esempio immortali, molto probabilmente non
sapremmo che fare, ci annoieremmo “a morte”, non
potremmo e non sapremmo affatto apprezzare i veri ed
essenziali valori della vita e del mondo, dunque
saremmo persi, condannati ad un cieco destino senza
fine.
Immaginiamo, per un momento, che la Terra fosse
circondata da una sorta di “guscio” astronomico
immenso che oscura il Sole, impedendo così la nostra
percezione o coscienza, del “divenire” e dello
scorrere del ”tempo”, che fine faremmo? Oppure, cosa
accadrebbe se, per ipotesi, noi abolissimo tutti gli
orologi, i pendoli, le clessidre, i calendari, ed ogni
criterio o strumento di misurazione temporale (per
quanto relativa, finita, storica e terrestre, possa
essere, secondo la teoria einsteniana della
“relatività” del “tempo oggettivo”, scientificamente e
matematicamente misurabile)?
Probabilmente, non ci sarebbe “progresso”, e noi non
avremmo mai potuto realizzare tutto quanto l’umanità
ha saputo compiere : l’invenzione della scrittura; la
scoperta del fuoco e dell’agricoltura; la lavorazione
dei metalli; la costruzione delle piramidi in Egitto,
del Partenone, del Colosseo, dei grattacieli;
l’invenzione dell’energia elettrica e dei calcolatori
elettronici; la scoperta della matematica; la
produzione di inestimabili capolavori artistici e
letterari, nella pittura, nella scultura, nella
poesia, nella musica, nel romanzo, nel teatro, nel
cinema (perché no, anche nel fumetto!) ecc. ecc.;
l’invenzione della ruota , del motore a scoppio, dei
sottomarini, degli aerei supersonici, delle astronavi
spaziali, dei satelliti artificiali; l’invenzione del
telegrafo, del telefono, della radio, della
televisione, del fax, della trasmissione via Internet;
l’invenzione dell’aria condizionata, di tutti quegli
elettrodomestici che hanno alleviato e reso più comodo
l’impegno quotidiano delle massaie e delle casalinghe
(svolto sempre più, per fortuna, anche dagli uomini);
la scoperta dell’America, l’esplorazione degli oceani
e degli spazi interstellari ; la scoperta della
penicillina e degli antibiotici, l’invenzione dei
vaccini immunizzanti e tutti i grandi, preziosi
sviluppi avvenuti nel campo medico-sanitario ( legati
non solo alla medicina tradizionale, farmacologica,
occidentale, ma anche ad altre scuole e forme di
medicina, di matrice orientale, in particolare a
quella araba, a quella cinese, a quella indiana); è
così via, l’elenco non avrebbe termine...In altre
parole, non esisterebbe alcuna traccia di civiltà, di
cultura, di intelligenza dell’uomo, e non vi sarebbe
alcun segno della nostra stessa presenza sulla Terra.
Perciò, grazie di esistere al “tempo” (a ciò che,
convenzionalmente, definiamo tale), alla vita ed alla
morte, nella misura in cui senza la morte, ovvero
senza il “tempo”, non potrebbe esserci nemmeno la
vita, e noi non sapremmo come e quanto
apprezzare, riconoscere e consolidare i valori, i
beni, le ricchezze, le bellezze, i piaceri e le gioie
che l’esistenza medesima è in grado di offrirci,
proprio in ragione del fatto che possiamo e sappiamo
riconoscere e disprezzare (e, paradossalmente,
apprezzare!...) il male, la violenza, l’orrore,
l’ingiustizia, le bruttezze, la malvagità, la
prepotenza, i dispiaceri, il dolore, la morte...
Da quanto esposto finora può discendere un’estrema (ma
non conclusiva) valutazione. Banalmente, ciò che
davvero conta, non è tanto la durata, ossia la
quantità del nostro tempo vissuto, bensì la sua
qualità. A riguardo, mi sovviene un altro,
diffusissimo luogo comune, il quale si può così
tradurre: ”Ho cinquanta anni, ma me ne sento venti”.
In verità, potrebbe persino essere l’esatto contrario:
”Ho venti anni, ma ne sento cinquanta”!
Forse, la soluzione del dilemma risiede (banalmente?)
nel mezzo, ossia nella giusta misura, nel senso che le
risposte ad ogni domanda dell’esistenza, richiedono
una sintesi tra due opposti estremi, per sanarne le
fratture o le contraddizioni, anche per ricomporre le
più irriducibili e radicali fra le antitesi. Questo
ragionamento (di matrice hegeliana) ha sicuramente
senso, quantomeno per il quesito prima formulato.
Voglio dire che, indubbiamente, e fortunatamente,
l’età anagrafica esiste, nella misura in cui il tempo
scorre ed avanza in modo implacabile e ineluttabile.
Ma è altrettanto vero ed innegabile che non sempre
l’età mentale e soggettiva (cioè il tempo interiore,
spirituale, qualitativo) corrisponde all’età
anagrafica, vale a dire al tempo cronologico,
esteriore, oggettivo, assoluto, matematicamente
misurabile e quantificabile. Ed è altresì vero ed
inoppugnabile che tutto ciò che ha a che fare col
“tempo”, è assolutamente relativo, personale,
effimero, fugace, transitorio, e mutevole, nel senso
che io potrei avere (anagraficamente parlando) trenta
anni e sentirmene, in un dato momento o contesto,
appena diciotto, mentre in un’altra situazione o in un
altro frangente addirittura settanta! Tutto è
assolutamente relativo e storicizzabile, soprattutto
il “tempo”. Ciò che appare oggettivo e reale, può
diventare soggettivo, grazie al “tempo”, ed è sempre
il “tempo” che rende finito e mortale ciò che appare o
crediamo infinito ed immortale, e viceversa.
Il “tempo” costituisce dunque, la misura del valore
che ha la nostra esistenza, che è unica e sola, fino a
prova contraria (nel senso che possiamo vivere una
volta sola), a meno che non sia vera la dottrina della
“metempsicosi”. Tuttavia, il “tempo”, quantunque possa
apparire un problema oltremodo astratto e cerebrale,
quasi incomprensibile per certi versi (pensiamo, ad
esempio, all’analisi heideggeriana), non può
assolutamente essere banalizzato, perché rischieremmo
di banalizzare la nostra stessa esistenza, il che vuol
dire rischiare di vivere inconsciamente, ciecamente,
vanamente, banalmente!
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