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" IL RITRATTO
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Mi dispiace, disse con
tono impersonale il professor Martinez, ma non c'è alcuna
possibilità di recuperare la vista, nemmeno con un intervento
chirurgico, la sua è una malattia sconosciuta per la quale non
esiste ancora alcuna terapia valida. Juan Ramon non parlò, ma
un'onda gelida percorse il suo corpo, insinuandosi in ogni
anfratto facendolo lievemente barcollare, mentre i muscoli del
volto si contraevano, disegnando una smorfia di sofferta incredulità
ma non versò una sola lacrima. Il consulto col professore,
oftalmologo di fama mondiale, costituiva l'ultimo anello di una
lunga catena di visite con relative terapie, tutte senza alcun
esito, a cui Juan Ramon si era sottoposto, ininterrottamente, dal
momento in cui si era accorto che sua vista, da un giorno all'altro,
aveva preso a diminuire rapidamente ed in modo drammatico. Che
strani scherzi gioca il destino! Proprio a Juan Ramon, che avrebbe
potuto fare a meno di qualsiasi cosa ma non della vista, a lui che
con i suoi occhi sapeva catturare ogni particolare di ciò che
osservava, anche quello che a tutti gli altri sfuggiva. Era
successo proprio a lui, al più grande pittore spagnolo
vivente. La moglie cercò di sorreggerlo ma, con fare brusco, le
allontanò la mano che, con tenerezza e decisione, l'aveva afferrato
al braccio, finì di parlare col medico, quindi si fece accompagnare
a casa in assoluto silenzio. Juan era un pittore straordinario,
ogni suo quadro emanava, insieme ad una bellezza tangibile, un senso
di assoluto, di sublime capace di toccare anche l'animo più duro.
Così i suoi paesaggi, le scene di vita, i ritratti, qualsiasi cosa
dipingesse, veniva come trasfigurata sulla tela. Egli riusciva, con
assoluta naturalezza, a riprodurre ogni soggetto, non come era
realmente, ma proprio per come i suoi occhi di artista l'avevano
visto. Però, come la luna, misteriosa regina della notte che
spesso amava dipingere, anche lui aveva due facce. Così a quella
sensibilissima, quasi mistica dell'artista, si contrapponeva l'altra
ruvida, spesso inespressiva dell'uomo. In effetti, aveva sempre
concesso molto poco a chi gli stava vicino. Scarsamente incline alle
tenerezze, estraneo al sorriso, viveva la sua vita sociale come una
sorta di fastidio, una sgradita incombenza che l'allontanava
da quella che era la sua vera ragione d'esistere : l'arte. Era
come se il sacro fuoco che gli ardeva dentro e che
materializzava nei suoi dipinti, avesse bruciato ogni altro
sentimento. La sua rigidezza lo faceva apparire come privo di quelle
emozioni che, al contrario, rendevano unici i suoi quadri. Sembrava
che due personalità si agitassero in continua lotta tra di loro,
tenacemente intrecciate, nello stesso individuo. Il suo
atteggiamento davanti al pianto era addirittura di rabbia. Gli
capitava, a volte di assistere alle lacrime, di gioia o di dolore,
della gente e questo, non riuscendo a comprenderne il significato,
provocava in lui un senso di profondo disgusto per un atto ritenuto
inutile, che gli sembrava, altresì, incompatibile con la vera
essenza di un uomo. Pur soffrendo, nemmeno nei giorni in cui la
morte gli aveva rubato i genitori, le sue labbra avevano sentito il
triste sapore del sale. Le persone che gli stavano vicino, sua
moglie, i pochi amici, avevano imparato a convivere con queste sue
caratteristiche che gli impedivano di essere un uomo veramente
unico. Solo per la sua unica figlia, Alma, aveva degli slanci di
sentimento impetuosi. Lei era bellissima, i lunghi capelli, neri
come la notte, incorniciavano un volto che esprimeva ogni sentimento
più nobile, su cui, come due fiaccole, si accendevano due profondi
occhi scuri, incredibilmente simili ai suoi. Aveva voluto che sin da
piccola studiasse il pianoforte. Gli piaceva osservare, assorto in
chissà quali pensieri, le sue mani, sottili e eleganti,
carezzare la tastiera con movenze divine, godendo delle
sensazioni sublimi che la musica gli regalava. Spesso, amava
dipingere mentre lei suonava, felice di stargli vicino. Soltanto
Alma, che riteneva l'emanazione di se stesso, aveva il permesso di
assistere mentre lavorava, in una specie di furore estatico. Ora,
seduto nel suo studio, le larghe spalle appena curvate, il capo
inclinato, avvolto in una coltre greve di silenzio, pensava che non
avrebbe mai più dipinto. La spavalda sicurezza che traspariva da
ogni suo atteggiamento non c'era più. Si sentì, per la prima volta
nella vita, inutile. Non riusciva ad accettare tutto questo. Ogni
cosa gli appariva insopportabile, qualsiasi strada sbarrata.
L'angoscia montava sinuosa in lui come una marea, soffocando
ogni residuo di vitalità. La speranza, era una luce che si spegneva,
risucchiata nel nell'abisso sempre più oscuro dei suoi occhi di
ghiaccio. Lui così forte, si scorse d'un tratto inerme, costretto a
ricorrere agli altri per ogni sua necessità e sentì la voglia di
vivere fuggire veloce, come le ultime ombre al calare del
sole. Pensò ad Alma, che presto si sarebbe sposata. Non
l'avrebbe vista risplendere nel suo abito di giglio, non avrebbe
potuto accompagnarla all'altare e, soprattutto, non sarebbe riuscito
a farle il solo regalo che lei gli aveva chiesto per le nozze: un
ritratto, insieme ai genitori, da portare con sé nella sua nuova
casa. Si strinse la testa tra le mani, pressando forte sulle
tempie come a fermare un ottuso ronzio che cresceva incessante
facendolo impazzire, i gomiti poggiati sulla scrivania, le dita
affondate -quasi a cercare un appiglio- tra i riccioli grigi dei
suoi capelli, perennemente scompigliati. Il respiro era
lievemente affannato di ansia sottile, ma non una lacrima solcò il
suo viso. L'ombra della sconfitta si stagliò immensa tra i
chiaroscuri della sua mente e desiderò morire. Aprì il cassetto al
centro della scrivania, tirando piano il pomello d'avorio con le sue
iniziali scolpite, vi infilò la mano destra e cercò a tentoni. Sentì
subito il freddo contatto col metallo della pistola che teneva in
mezzo alle sue carte e gli sembrò di carezzare la morte. Stette
così, immobile, per un tempo interminabile, quasi sospeso in una
atmosfera surreale, in bilico tra l'incubo e la realtà, mentre
oceani di immagini gli inondavano i pensieri. Tra queste,
improvvisa, si fermò quella di Alma ed il suo cuore stanco ebbe un
sussulto improvviso. La vide nel suo candido abito da sposa. Era
bella come sempre, ma il suo volto esprimeva un dolore indicibile,
la malinconia tingeva la sua pelle vellutata di un pallore profondo,
le sue labbra senza sorriso socchiuse in una espressione
stranita, deformate da uno stupore senza voce. Si scosse di
colpo, riaffacciandosi alle porte dell'esistenza, mentre fitte gocce
di sudore fiorivano sul suo viso tormentato, simili a brandelli di
pioggia dopo una tempesta sulle foglie ferite degli alberi. Non
avrebbe dato a sua figlia questo dolore, non avrebbe colorato col
nero della morte un giorno che doveva essere di gioia. Decise che
avrebbe vissuto e che Alma avrebbe avuto il suo regalo di
nozze. Nel più assoluto segreto fece montare al fedele
maggiordomo una tela sul cavalletto, facendo poi raggruppare i
colori ed i pannelli e disponendoli in un ordine ben preciso che
impresse nella sua mente, lucidamente. Ogni notte si alzava in
silenzio, recandosi nello studio, dove, come sempre, nessuno aveva
il permesso di accedere. Avanzava con fare incerto, come il volo
di un uccello ferito sbanda nel cielo, aggrappandosi a fili d'aria
per non cadere. Urtava i mobili, gli oggetti, barcollando.
Inciampava, crollava in ginocchio sul pavimento, si rialzava a
fatica, ma non si fermava, spinto da una forza inarrestabile prima
sconosciuta, la forza dell'amore. Poi, divenne sempre più abile.
Si muoveva con la precisione di un pipistrello, agile come un
felino. Nello studio, seduto davanti alla tela, che ogni tanto
controllava con le mani, dipingeva con un fervore instancabile. Con
gli occhi della sua anima, prima completamente chiusi, riusciva a
vedere perfettamente ogni cosa. I particolari, i colori, la luce, le
intime sensazioni. Aveva quasi la sensazione di penetrare nel
dipinto, nuotando dentro l'anima di tutto quello a cui dava
forma. Tutto gli era molto più chiaro, adesso. Il quadro
prendeva forma sempre più. Il volto di sua moglie, Dolores - che lo
aveva sempre amato totalmente, soffocando dentro di sé la sofferenza
per la sua indifferenza - a sinistra, Alma al centro, il proprio
volto a destra. Un insieme che di rado la realtà aveva
visto. Notte dopo notte lavorava con tenacia, mentre la data
delle nozze si avvicinava e i preparativi fervevano, pur nel
tangibile dispiacere per il dramma del Maestro, che aleggiava
pesante sulla casa. Fu spesso sul punto di abbandonare tutto, ma
non si arrese. Quando sentiva lo sconforto assalirlo, serrava i
pugni, serrando con forza le mascelle, a volte mordendosi le labbra
fino a segnarle di sangue, ma non pianse mai. Giunse il giorno
tanto atteso. Di fronte alla chiesa, Alma gli strinse le sue grandi
mani tra le sue sussurrandogli: "grazie padre di essere al mio
fianco in questo momento così importante e non importa se non hai
potuto farmi il regalo che ti avevo chiesto, mi basta che tu sia qui
con me". Juan non rispose, la baciò teneramente sulla guancia e le
offrì il suo braccio. Impeccabile nel suo abito scuro, con passo
incredibilmente sicuro, l'accompagnò all'altare della cattedrale,
dove l'attendeva impaziente lo sposo. Ne vedeva
l'immagine sfocata al suo fianco, ma la immaginò bella e felice,
orgoglioso dei mormorii di ammirazione che udiva passando tra due
fitte ali di folla. Quando gli parve di scorgere un sorriso sul
suo volto radioso, rispose sorridendo. Al suono soave dell'Ave
Maria, mentre i giovani sposi si giuravano amore eterno, un'onda di
commozione aleggiò nell'aria, cogliendo quasi tutti i
presenti. Juan ne percepì l'intensità e sentì un tremito
sottile scuoterlo dentro, però non pianse. Nel mezzo del pranzo
nuziale, quando i festeggiamenti erano al culmine, si alzò in piedi,
invitando i musicisti a fermarsi. Tutti si guardarono incuriositi e
preoccupati nello stesso tempo, pensando forse a qualche sua
scenata. Juan fece un cenno con la mano ed il maggiordomo avanzò
al centro della sala, aiutato da un servitore, portando un grosso
oggetto coperto da un drappo di velluto rosso. Nel silenzio
totale, si fece accompagnare lì vicino dalla moglie e dalla figlia,
poi, mentre Dolores gli stringeva forte la mano singhiozzando, disse
ad Alma: "questo è il mio dono per te". Lei si avvicinò lentamente,
tolse con fare quasi timoroso il drappo ed apparve il
quadro. Un vocio denso di stupore si alzò, come una folata di
vento tra le foglie, dai convitati quasi paralizzati per la
meraviglia. Un'immagine di straordinaria perfezione si mostrò
improvvisa. I volti dei due genitori con la figlia al centro,
sembravano quasi proiettarsi fuori dalla tela. Ogni particolare era
riprodotto con assoluta perfezione ma quello che colpiva di più, era
la serenità assoluta, il senso di una pace ritrovata che accedeva i
loro visi . Alma strinse Juan in un abbraccio senza fine al quale
si unì la madre, per dare vita ad una dolcissima scultura di
sentimenti. Poi, tornò vicino al dipinto per sfiorarlo con una
carezza con la sua mano delicata e si accorse, stupita, di un
minuscolo riflesso di luce, scintillante sulla tela, che prima -ne
era assolutamente certa- non c'era. Guardò con attenzione
e, col cuore incredulo palpitante di gioia, vide scendere piano sul
volto del padre la sua prima lacrima.
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Una storia di mare
Era una mattina d'ottobre del 1943.
La guerra da poco aveva cessato di martoriare la Sicilia e c'era
nell'aria una voglia irresistibile di ricominciare, di tornare
nuovamente a sorridere. Tonnarella, poche casette di schiuma
incagliate su una spiaggia gialla come uno spicchio di deserto, tra
le rocce ventose di Tindari e la lama sottile di Milazzo, si era
svegliata sotto lo sguardo distratto di un cielo macchiato di sole,
dopo i lunghi giorni di una tempesta che aveva lasciato sul litorale
larghe piaghe impastate d'alghe e frammenti di relitti, impedendo ai
pescatori di andare per mare, cioè di vivere. Gaetano si alzò
prestissimo, come sempre. Sin da piccolo, da quando suo padre lo
svegliava piano ai primi segni dell'alba, per portarlo con sé a
pescare, aveva preso quest'abitudine che con gli anni, ora ne aveva
quasi sessanta, si era sempre più accentuata. Con i sacrifici, che
la gente di mare conosce a fondo, era riuscito, dopo anni passati da
marinaio in altre imbarcazioni, a diventare "padrone" di una barca
tutta sua, con un equipaggio di giovani, costituito in parte da
figli e parenti. Scese in spiaggia, lasciando orme decise sulla
sabbia da poco baciata dalla rugiada del mattino, profumata di
zagara e salsedine. Accese una sigaretta che si era preparata con le
dita ingiallite, avvolgendo accuratamente -quasi compisse un
rituale- in una sottile cartina del pessimo trinciato reperito, non
senza difficoltà, al mercato nero. Una sottile malinconia si
poggiava sulle linee aspre del suo viso, dando certe volte
l'impressione che egli fosse distante, quasi inseguisse i suoi
pensieri, fuggiti in chissà quale mondo lontano. Osservò il mare:
non c'era una bava di vento, l'acqua sembrava immobile e di un
colore indefinito, una specie di verde cupo, intersecato da sfumate
striature marrone che si confondevano in tortuosi torrenti, come
accade subito dopo i giorni di maltempo. Tossì, si avvicinò alla
sua barca, la toccò quasi accarezzandola, controllò con cura i remi,
il cordame, le reti ed attese fissando la linea netta dell'orizzonte
su cui, nitidissime, si stagliavano le isole Eolie, simili a mitiche
entità risorte come per incanto dal sonno del passato. I suoi
marinai arrivarono alla spicciolata, gli occhi ancora gonfi per il
sonno ma con il sorriso di luce che soltanto la gioventù sa
regalare. Un saluto: <<buona giornata don Gaetano>>,
poche parole, come di consueto, e si misero al lavoro. La barca
fu presto varata e, armati i remi, si diresse verso il largo. In
quel periodo dell'anno, prima della lunga sosta invernale, si
praticava la pesca di superficie consistente nell'avvistare,
navigando durante il giorno, tavole, tronchi d'albero o qualsiasi
oggetto galleggiante sotto la cui ombra, a pochi metri di
profondità, alcune specie di giovani pesci si raggruppavano spesso
numerosi per ripararsi dai raggi del sole, riposandosi durante il
loro lungo e misterioso viaggio dalla costa verso il mare aperto. Si
procedeva quindi a calarvi intorno la rete che, poi, era tirata su
dalle due estremità della barca. Il tutto doveva avvenire in tempi
rapidissimi ed evitando rumori, cosa che avrebbe causato
l'inabissarsi immediato dei pesci, provocando il fallimento della
laboriosa operazione. La prora scivolava veloce aprendo l'acqua
con risoluta dolcezza, spinta da sei lunghi remi che scavavano sulla
superficie quieta con un movimento perfettamente sincrono,
accompagnato dalla nenia di uno sciabordio sommesso. Gaetano stava
in piedi nel mezzo dell'imbarcazione, scrutando con attenzione
l'immenso spazio verdognolo, facendosi spesso ombra sugli occhi con
una mano per alleviare i taglienti riverberi del sole. Era
sufficiente un suo semplice cenno e subito la rotta veniva cambiata.
A bordo si parlava poco, soltanto l'indispensabile, un pò perché i
pescatori sono taciturni per natura, un pò perché bisognava
risparmiare fiato per remare, visto che l'assenza di vento rendeva
perfettamente inutile issare la vela. Dopo parecchie ore
d'incerto vagare, Gaetano non aveva ancora avvistato niente,
sembrava che dal manto del mare fosse scomparsa ogni traccia di
vita. Improvvisamente, però, il suo sguardo fu attratto da alcuni
gabbiani che volteggiavano pigramente, posandosi ogni tanto su un
qualcosa d'indefinito affiorante appena tra le onde, ora mosse a
stento da un timido refolo di vento. Non riuscì a capire on
precisione di cosa si trattasse, poteva essere la parte rimasta a
galla di un battello affondato, oppure un delfino in agonia o
persino il cadavere di un naufrago sfortunato, dato che in quegli
anni di dolore il mare - come mosso da pietà - certe volte ne
restituiva i miseri resti. Era inutile porsi domande, bisognava
vedere da vicino, un gesto e poche parole: << là, sempre
dritto, svelti ! >>. Man mano che si avvicinavano la
"cosa", lentamente, cominciava a prendere forma. Sembrava un oggetto
tondeggiante, piuttosto scuro, agitato da morbide oscillazioni, con
la superficie resa irregolare da strane sporgenze. Come un monello
dispettoso, in un gioco spensierato, si mostrava e subito spariva,
nascondendosi in qualche fenditura tra i flutti impacciati.
Furono sul posto dopo circa un quarto d'ora di voga veloce e non
appena giunsero alla distanza di una ventina di metri il capobarca
urlò seccamente: << ferma, è una mina! >>. Un coro di
violente imprecazioni si levò dall'equipaggio affaticato per lo
sforzo appena sostenuto, i gabbiani volarono via, leggeri come
sbuffi di candido fumo sparendo nello spazio terso. <<
Avviciniamoci piano >>, sibilò con decisione Gaetano, attratto
da un impercettibile movimento, quasi un soffuso brusio, intorno
alla mina. Arrivati ad otto - nove metri videro perfettamente
l'ordigno, una grossa sfera nera, coronata di spolette a
percussione, simile ad un mostruoso riccio di mare. Tenaci
cirripedi, abbarbicati al metallo per la lunga permanenza in acqua,
creavano strani motivi sulla superficie liscia, come di tormentati
crateri lunari. S'intravedeva appena l'inizio della grossa catena
che l'ancorava al fondale da cui, sicuramente, la mareggiata dei
giorni precedenti l'aveva strappata. Probabilmente proveniva dal
vicino porto di Milazzo dove ne erano state posate parecchie o,
forse, da chissà dove, ma ora era lì e sotto il suo ampio cono
d'ombra notarono la più grossa concentrazione di pesci che avessero
visto in questo genere di pesca. Erano soprattutto piccoli tonni che
nuotavano tranquilli insieme con un consistente numero di variopinte
lampughe. I pescatori si guardarono in faccia, qualcuno mormorò:
<< andiamo via >>, un altro bestemmiò sputando. Gaetano
non parlò, l'esperienza gli aveva insegnato che prima di arrendersi
bisogna tentare, gli parve di riascoltare le parole di suo padre:
<< nessuno ci regalerà qualcosa, noi dovremo lottare sempre
per vivere, sii prudente ma abbi coraggio, non dimenticare chi
dipende da te >>. Nel nero abisso degli occhi vide
rispecchiarsi gli occhi dei suoi cari e senza esitare disse:
<< si cala ! >>. Fu lanciato in acqua la minuscola
boa che indicava l'inizio della rete, quindi la barca iniziò a
descrivere il largo cerchio col quale stringere i pesci in un
abbraccio mortale. Normalmente l'oggetto galleggiante è tenuto al
centro della rete, così da permettere la cattura della maggior parte
delle prede, ma stavolta, poiché la mina non appena toccata sarebbe
di certo esplosa, bisognava calare il più vicino possibile
all'ordigno, per non perdere il cono d'ombra con i suoi ignari
ospiti, avendo però cura di lasciarlo all'esterno della
circonferenza tracciata sul velo dell'acqua dai ritagli di sughero
della rete. La tensione era palpabile, opprimente, i muscoli
contratti allo spasimo, il respiro leggermente affannato, sulla
pelle abbronzata minuscole gocce di sudore scivolavano urtandosi
confuse. Un silenzio irreale avvolgeva la scena, anche i loro cuori
battevano più piano per non fare rumore. Gaetano appariva sereno,
solo le rughe sembravano appena più profonde; dirigeva i compagni ai
remi con brevi movimenti delle mani e della testa, allargando o
socchiudendo gli occhi, dettando i tempi e infondendo loro
sicurezza. A poppa, due più esperti calavano la rete che,
trascinata giù dai piombi, si disponeva nell'acqua con un movimento
leggero, quasi una danza leggiadra di medusa, affascinante ma
inesorabile. Il momento più delicato fu quando passarono a meno
di un metro dalla mina, sarebbe bastata un'onda ribelle o il
movimento sbagliato di un remo per saltare in aria. La palla di
metallo li osservava con ottusa cattiveria, come una belva in
agguato, le spolette simili ad artigli pronti a lacerare chi aveva
osato disturbare il suo riposo. Finalmente completarono
l'operazione di calo e, rapidamente, cominciarono a tirare su la
rete, due a prora, tre a poppa. Uno rimase ai remi per tenere in
stallo la barca, mentre Gaetano seguiva il tutto biascicando poche
parole ed aiutando ora l'uno ora l'altro compagno, senza però
perdere di vista quello strano essere che la sorte gli aveva fatto
incontrare in quel tiepido giorno d'autunno. Man mano che lo
spazio dove prima regnavano liberi si riduceva, i prigionieri,
presagendo la fine, si lanciavano in forsennati tentativi di fuga
con guizzi ogni istante più ansiosi, aggrovigliandosi in
un'estenuante orgia di schiuma. La pesca fu straordinaria, ne
catturarono oltre due quintali. Tirate su dal fondo ribollente della
rete, le vittime si dibattevano sulla barca con disperati riflessi
d'acciaio, ogni istante più sfocati. Don Gaetano guardò quegli
occhi di vetro e, ricordando l'antico sgomento di bimbo nel vederli
morire boccheggiando, l'ombra di un sorriso traversò svelta il suo
volto di pietra. L'eccitazione dell'equipaggio era grandissima,
finalmente, dopo lunghi giorni d'attesa, una pescata abbondante.
Mentre disponevano con cura il frutto delle loro fatiche nelle
cassette di legno, i più giovani progettavano momenti di festa,
altri, invece, facevano già il conto di quanto avrebbero
guadagnato. Il nervosismo, che prima li aveva stretti in una
morsa d'angoscia, si era sciolto, lasciando il posto ad una gioia
incontenibile. Consumarono un pasto frugale, condito di sorrisi e
battute. Apparve pure del vino rosso proveniente dalle colline di
Furnari, che bevvero direttamente dalla bottiglia, passandosela l'un
l'altro. Era pomeriggio inoltrato quando fecero rotta verso
casa. Avevano preso dei precisi punti di riferimento sulla costa,
per ricordarsi dov'era situata la mina, la corrente era lentissima e
quindi si sarebbe spostata di poco. Il più giovane del gruppo
azzardò: << Ne sono rimasti ancora molti là sotto, non
raccontiamo niente a nessuno, domani torniamo a prenderli
>>. Qualcuno trovò l'idea brillante, gli altri, con uno
sguardo interrogativo, si rivolsero al "capo", ora impegnato al
timone. L'anziano pescatore pensò soltanto che ora scendeva la
notte, nascondendo ogni cosa col suo mantello di mistero, e che una
qualsiasi imbarcazione avrebbe potuto urtare la mina e così
sarebbero morti dei fratelli, perché sul mare si è tutti
fratelli. Continuando a seguire la rotta, rispose, semplicemente:
<< no ! >>. Nessuno parlò più fino all'arrivo a
terra. La guardia costiera di Milazzo, avvertita col telegrafo,
giunse sul posto quasi al crepuscolo e fece brillare la mina. Sulla
spiaggia i pescatori e tanti curiosi osservarono l'esplosione che
sbocciò sul mare come un fiore di luce, mentre un rumore cupo, come
il rombo di un tuono, percorse l'aria in un lungo brivido di
gelo. Una donna vestita a lutto si fece il segno della croce.
Gaetano, appoggiato alla sua barca, guardò per l'ultima volta
quello strumento di morte che aveva portato vita alla sua gente e
capì che la guerra era davvero finita. E tutto questo gli sembrò
una benedizione del cielo.
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Un amore silenzioso
Avevo dato da poco l'esame
d'Anatomia Umana. Era stata dura, lunghe notti passate sul ponderoso
Testut Latarjet, a studiare visceri, vene, polmoni, tendini, muscoli
d'ogni tipo. Di giorno me ne stavo rintanato in Istituto, con un
cranio ingiallito tra le mani, a scoprire dove le ossa si saldano al
cervello, pensando ogni tanto all'esistenza mentre facevo il verso
ad Amleto, e il cuore mi batteva un po' più forte. Adesso l'estate
mi attendeva ed ero deciso a viverla fino in fondo, prima che
l'autunno la risucchiasse nei suoi gorghi di foglie ingiallite e di
malinconia. La cena al volo, un bacio a mamma e pà, quindi di corsa
al lungomare gonfio di vita e di colori, sotto le alte palme che
guardavano l'orizzonte e le lampare lontane. Dal gruppo degli amici
più cari mi venne incontro Alfio, col sorriso sornione e i capelli
arruffati, da perfetto monello. Mi abbracciò con l'allegria che gli
disegnava sul viso piccole rughe di simpatia antica. Dopo avermi
dato il benvenuto tra i vivi, cominciò a raccontarmi tutto quello
che era avvenuto a Riposto, mentre io sbuffavo al gran caldo di
Catania, disperso tra soporifere lezioni e pasti d'emergenza alla
Casa dello Studente. Gli piaceva rivelarmi i particolari d'ogni cosa
di cui fosse venuto a conoscenza, liti, avventure, tradimenti,
incidenti, eventi vari. Era una memoria storica del pettegolezzo, ma
lo faceva così, senza malignità, per piantarci sopra alla fine i
freschi fiori di sonore risate. Dopo aver fatto progetti di
conquista, gli chiesi se la biondina dallo sguardo strano fosse
ancora libera o avesse trovato il grande amore e partimmo, in due
sul motorino, per gustare la notte. In genere tutto naufragava alle
prime ore del mattino al "Mare Kambo", tra un boccale di birra e i
versi blasfemi di Baudelaire, ma eravamo felici, distanti dagli
affanni della vita, e le ragazze ci trovavano brillanti. "Sai", mi
disse all'improvviso, una sera che la musica della discoteca ci
aveva rotto i timpani ed eravamo scesi sulla spiaggia ad evaporare
la noia, "ho dimenticato di dirti una novità". Prima che gli
chiedessi cosa, esclamò solenne: "Giorgino s'è fatto fidanzato!" -
"Non dire balle, Alfio, Giorgino fidanzato?!" - "E' vero", aggiunse
serio, "dovresti vedere com'è cambiato adesso". Non mi sembrava
vero, Giorgino il muto, un povero ragazzo mezzo scemo, che bazzicava
tra noi come un topino, agitato da una frenesia che non sapevi da
dove gli venisse, desideroso di strapparci un cenno di consenso, di
sentirsi uno di noi. Vestito sempre in modo strano, per attirare le
donne, a volte emulava Bruce Lee, e spiccava certi salti da
cavalletta impazzita, tentando di urlare come il mitico cinese. Ma
la voce gli moriva in gola e la sua faccia da clown si faceva
afflitta. "Vieni", disse il mio amico, "andiamolo a cercare, quasi
ogni sera viene qua con lei". Lo scorgemmo più in là, insolitamente
elegante, con una sgargiante cravatta verde, seduto sotto al gazebo
di legno, nell'angolo dove una buganvillea, dai fiori rosso arancio,
s'arrampicava ai raggi della luna. Lei gli stava accanto,
carezzandogli la mano tozza, leggendo a lume di candela da un
libretto appoggiato al tavolino. Era davvero bella e sembrava
sognasse mentre gli ripeteva, lentamente ".questo amore, così
violento, così fragile, così tenero, così disperato." Lui la
guardava rapito, leggendole sulle labbra ogni parola e il suo volto
era quello di un uomo innamorato. Lo salutammo con gesti veloci,
senza avvicinarci oltre e Giorgino accennò con un gesto del capo al
suo amore, portandosi poi la destra al centro del petto e stringendo
forte il pugno. Il largo sorriso che ci regalò sembrò stridere con
un'ombra di tristezza che gli velava lo sguardo, sotto le folte
sopracciglia nere. L'estate corre troppo svelta ed è incostante,
spesso si porta via le cose che fa nascere, un poco come il mare,
che ti mostra una conchiglia e poi la sotterra sotto coltri di
sabbia. Così ogni volta che lo incontravo, Giorgino mi sembrava più
cupo, sperduto, confuso in chissà quali pensieri, aveva smarrito
l'allegria, non scherzava più. Poi restò solo. Capirai, si disse in
giro, una così non sarebbe mai potuta rimanere con uno scherzo della
natura come lui, di certo aveva voluto provare un piacere diverso,
magari per scacciare la noia e, dopo essersi stufata, l'aveva
mollato. Cercammo inutilmente di aiutarlo in qualche modo, a noi
piaceva così com'era sempre stato, anche se ogni tanto lo prendevamo
in giro, senza malizia, e veramente lo volevamo bene. Non si vide in
giro per molti giorni e sebbene ogni tanto ci chiedessimo dove fosse
finito, a nessuno venne in mente di andare a cercarlo, non avevamo
tempo. Fu l'ultima notte d'agosto che lo trovarono, impiccato alla
cravatta verde, nella sua piccola casa bianca, vicino al porto, con
la finestra socchiusa, dalla quale entrava l'odore della salsedine e
il rumore di quelle onde che non aveva mai sentito. Sopra il tavolo
della cucina, una candela ancora accesa, quasi completamente
consumata, e un piccolo libro aperto sui versi di
Prevert.
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