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Gloria Chiappani

L'aroma del silenzio
 

della stessa Autrice... Poesie

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'aroma del silenzio

tratto dalla raccolta edita di racconti Poi si spegne la follia e viene notte, Torino, Penna d'Autore, 2003

 

 

La soneria della sveglia ha scattato alle quattro e mezzo, ma esco in giardino a distanza di un'ora.

Uccelli allegri (ben svegli) tra me e la lontananza. Frescura dovuta alla pioggia di questi giorni. La terra è scura d'acqua e ne indovini una morbidezza che cede al tatto. La canna di gomma in attesa dei giorni di calura, attraversa il ghiaietto e si perde fra l'erba: serpente innocuo.

I vasi di viole, lunarie, portulache, aglio selvatico stanno assorbendo il mattino. E le rose ergono malinconiche le loro sfioriture, ma giungerà presto il tempo d'una nuova nascita per le compagne più prolifiche.

Di frutta quest'anno gli alberi ne hanno poca: ciò depaupera la vista delle macchie di colori che si farebbero sempre più intensi tra i rami.

La mattina di ieri ho messo menta e maggiorana a dimora piantando la prima presso il susino e l'altra in due ampie ciotole: ciuffi di verde morbido come giovani abeti osservati da un'altura.

La calma è immensa. Assaporo il significato degli argini posti alla frenesia. Accadono istanti, infatti, in cui anche gli uccelli zittiscono e il silenzio si fa totale. Le orecchie allora diventano pesanti e l'udito si scioglie lentamente, se ne va, fluisce verso l'uscita e si resta attoniti di vuoto. Ma sono istanti. Il silenzio è di carta velina e basta il becco d'un passero che ci stava appoggiato, per produrre piccole lacerazioni: il becco si apre appena per far fuoriuscire note minuscole e l'udito si porta di nuovo all'entrata.

Mi sono abbandonata a questo gioco suadente, dimentica del tempo contro il quale nulla può (non ci appartiene, inesorabile muscolo involontario). Mi risveglio alle prime macchie di sole che spuntano sul muro: ho trascorso un paio d'ore in questo bilicarmi tra voci distanti e vaghe ed il silenzio.

Ma so che c'è ben altro silenzio da inspirare, e sorrido connivente a me stessa: tra breve si compirà un gioco ancora più suadente; sarà coinvolgimento totale; rito.

Salgo in soffitta per aprire l'abbaino e vedere le chiome degli alberi, gli uccelli e l'ora bagnata di luce.

Il mio sguardo spazia indisturbato sugli orti vicini: sconvolgimento di promettente estate, scrigno traboccante preziosi. Guardo i frutti del nostro fico più vecchio; ma c'è ancora tempo per affondarvi i denti. I grappoli d'uva acerba del chiosco, da sopra non si vedono, solo pampini infoltiti. Osservo anche i nostri due aceri, nati spontaneamente. Nessuno infatti disse qui nascano due aceri, ma neppure - una volta nati - fu proibito loro di crescere.

E il mio sguardo spazia imprigionando la calma che, da qui sopra, sembra ancora più vasta dell'immenso. Sporgo le braccia dall'abbaino per avere una giumella di questa intensità. La porto sopra il capo e la rovescio lentamente. È un immergermi prudentissimo. Sempre accade così: non mi tuffo mai; comincio a bagnarmi (graduale battesimo); scendo con lentezza per mantenermi cosciente e distinguere, con quella lucidità, fase dopo fase, la calma che prende a possesso il corpo. Il silenzio. Il gioco (suadente rito) termina quando sono completamente pervasa da questo silenzio che, da intensità esterna, m'è penetrato per divenire rifugio. È questo l'aroma del silenzio: sapere sicuro il baluardo di dentro per potervi entrare ogni volta che lo si vuole.

 

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