Il soldato della
neve
l
fiume scorre silenzioso, ancora una volta in
questa notte d’inverno.
Il
freddo impedisce ai pensieri di volare laggiù
tra i sogni, alla ricerca di calore e di colori,
come quelli dei fiore in Primavera.
La
nonna prepara una zuppa di latte e miglio,
davanti al fuoco le cui fiamme disegnano sul mio
volto, strani ghirigori che paiono
animali in cerca di riparo.
Là
fuori non vi sono tracce di vita, tutto è nero,
come il buio che investe ogni cosa.
Lo
abbiamo trovato col volto coperto di neve, a
bocconi sul terreno; un uomo con una strana
divisa che non conoscevo.
Mio
nonno Sergey lo ha condotto nell’isba* e lo ha
curato per giorni interi, finché una mattina non
l’ho trovato seduto al bordo del letto.
Fissava il mio volto, confuso, ponendosi chissà
quali domande.
Nonna Dana lo ha fatto sedere a tavola e gli ha
offerto una zuppa di farro e latte.
“Mnié khocetsia iestj” , ci ha detto (Ho fame).
Sono
state le sue uniche parole , d’altra parte non
credo capisca molto della nostra lingua.
I
giorni scorrono lenti. Antonio, questo è il nome
del soldato italiano, ha di nuovo il volto di un
essere umano. Nulla lascia intendere che nemmeno
dieci giorni fa la morte se lo stava portando
via.
A
volte mi sorride, chissà cosa vede in me…Forse
io gli ricordo qualcuno.
Poi
un giorno è partito. Ci ha dato la mano,
dicendoci
“Spaziba” (grazie!).
Lo
vidi scomparire nel bosco, lungo il fiume Don,
mentre la neve continuava a cadere, in una
fredda mattina.
Mi
ricordai di quel giorno in cui mio padre lasciò
l’isba per combattere il nemico italiano. Forse
aveva il volto di Antonio o forse chissà…
Tanti giovani che non videro più casa, famiglia.
Tanti volti senza nome e senza voce. Solo
silenzio a coprire la morte.
Non
rividi mai più mio padre, non rividi mai più
Antonio.
Quella sera iniziai a scribacchiare sulla cenere
queste parole a cui non diedi mai un seguito:
“Se
tu non parli
riempirò il mio cuore del tuo silenzio
e lo sopporterò."
*L'isba
(in
russo
изба) è una tipica abitazione rurale
russa,
a uno o due piani, interamente costruita di
tavole di
legno
e di tronchi d'albero
Il
verso finale è di Tagore
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La scelta di Jasmine
“Ti ricordi
Jasmine? “, disse l’uomo mentre prendeva tra le
mani una loro fotografia sbiadita.
Era stata scattata
molti anni prima, in un giorno d’estate che non
avrebbero mai dimenticato.
La donna lo guardò
negli occhi e fece sì col cenno del capo; poi
sorridendogli, lo abbracciò.
Era bella Jasmine,
con qualche filo bianco tra i capelli arruffati,
con l’eterno sguardo di bambina benché le rughe
del volto tradissero i suoi veri anni. Eppure a
guardarla bene potevi scorgere ancora le antiche
tracce di una beltà che appartiene alla
giovinezza. Era se come gli anni si divertissero
a rincorrerla inutilmente giocando col tempo che
anche per lei passava inesorabile.
Andrea la trovava
ancora bella ed affascinante e non era passato
un solo giorno, da quell’estate, in cui non le
avesse rinnovato il suo amore profondo.
Negli anni che
avevano trascorso insieme, la donna aveva
iniziato ad immaginare la sua voce o almeno a
come potesse essere il suono di essa; per quanto
si fosse sforzata in tutti quegli anni, non le
era mai accaduto nulla. Solo silenzio ed attesa,
un vuoto incolmabile che riempiva la sua mente
da sempre.
Quella sera,
mentre ancora percepiva il calore delle mani del
marito sul suo volto, si sedette sulla poltrona
del salotto ed iniziò ad osservare la danza
delle fiamme del camino. Esse disegnavano sulla
parete di fronte degli strani ghirigori che a
Jasmine sembravano rami di un albero.
E
così e chiudendo gli occhi, andò a quell’estate
lontana di tanti anni prima…
**
Molti anni prima….
Aveva sempre vissuto con una sorta di
indifferenza quella sua diversità, come se
quella dolorosa percezione di non poter parlare,
né sentire suoni, non la riguardasse.
Nemmeno da bambina si era resa conto realmente
che esisteva un mondo fatto di voci, parole,
musica e non solo di gesti.
Giunta alla soglia dell’adolescenza, camminando
per strada, Jasmine aveva preso coscienza di
essere diversa dagli altri ed aveva iniziato ad
erigere un muro di silenzio, più alto di quello
che aveva dentro di sé, nei confronti di tutti.
Odiava la gente, tutte quelle ragazze che
sorridendo, cantavano le canzoni che andavano in
voga in quegli anni e che alle feste del paese,
venivano invitate dai giovanotti a danzare al
ritmo dell'ultima melodia.
Non poteva nemmeno sentire il ticchettio della
pioggia o semplicemente il suono del vento
d'estate che l'ammaliava al punto di tenere
aperte le finestre.
Sognava di sentirne le urla possenti e di
poterne rubare un po' della forza; e poi
fantasticava immaginando di fare scivolare tutta
quella potenza dentro di sé e di trasformarla in
una voce: la sua.
Ed invece la magia non accadeva mai ed il suo
sogno si infrangeva.
Una sera d'estate, mentre era nella sua stanza,
iniziò a scrivere una specie di poesia sulle
pagine del diario, che l'accompagnava da qualche
anno e che racchiudeva i suoi sogni e i suoi
segreti:
"Quando la notte si tinge d'azzurro
urla silenziose
diventano echi
frantumi sparsi
come cocci di vetro
che tagliano il cuore
Le ombre del giorno
macchiate di veleno
offuscano sogni
destinati a svanire"
Giunta all’ultima parole, chiuse il diario, si
infilò a letto e si addormentò.
**
Il giorno successivo disse alla mamma che non
voleva più andare a scuola, che era tutto
inutile e che lei odiava quel mondo che le
negava i sogni e le parole e che era meglio se
tutti l’avessero dimenticata, perché continuare
a vivere come faceva lei da sempre, non aveva
alcun senso.
Uscì di casa sbattendo la porta e corse via
sconvolta.
Non si rese conto di essere arrivata al
Giardino fiorito
- così lo chiamavano da quelle parti -, e solo
fermandosi si accorse che era pieno di fiori di
rara bellezza: ortensie, rose, gigli, iris, che
amava profondamente. Ne annusava i profumi, ne
osservava i colori, imprimendo nella mente
quelle immagini di vita che stridevano col
dolore che provava in quel momento.
“Colori cangianti
dell’effimera estate
ne cogli l’incantata bellezza
annusandone
i fugaci doni,
frammenti di vita”
Jasmine si sedette su una panchina e cercò di
portare ordine nei suoi pensieri. Il colore di
quei meravigliosi fiori erano una perfetta
antitesi del buio che si era insediato nel suo
cuore.
**
Da qualche tempo aveva preso l’abitudine di
venire nel
Giardino fiorito ogni giorno. A volte
restava là per ore a guardare i fiori, mentre
alcune portava con sé un libro ed ingannava il
tempo con la lettura.
Aveva scoperto le poesie di Neruda e leggeva
ossessivamente ogni lirica, più e più volte.
“Dura
è la mia lotta e torno
con gli occhi stanchi,
a volte, d'aver visto
la terra che non cambia,
ma entrando il tuo sorriso
sale al cielo cercandomi
ed apre per me tutte
le porte della vita”
Eh già, le porte della vita, disse tra sé e sé
Jasmine.
In quei versi vi scorgeva numerosi significati
che le sembravano perfetti per lei.
Qualcuno dall’altra parte del giardino, la
fissava. Era un giovane più o meno della sua
stessa età, forse aveva un paio di anni in più.
Era probabilmente uno studente dato che aveva
con sé una pila di libri sparsi sulla panchina e
un’aria da studioso che ben si addiceva alla
montatura dei suoi occhiali, che gli davano
un’aria molto seria e professionale. Eppure
sembrava bello sotto quell’apparente severità
dei tratti del viso e anche simpatico.
Lui la guardò, le sorrise e le fece un segno con
la mano, a mo’ di saluto.
Lei di rimando, abbassò gli occhi, si alzò e
andò via arrossendo vistosamente.
**
Il giorno dopo lo rincontrò; egli era di nuovo
su una panchinaì, alle prese con i suoi libri;
ma la cosa strana era che gesticolava, agitando
freneticamente
le mani, come se d’innanzi a lui, vi fosse stato
qualcuno che lo ascoltava. Quel gesticolare
corrispondeva a parole che lei conosceva
benissimo; , esse erano i segni che Jasmine
conosceva da sempre, la sua unica lingua…allora
forse, anche lui era come lei!
No, non poteva essere! Jasmine rifiutò
quell’orribile pensiero, un’altra esistenza
prigioniera del silenzio.
Eppure percepiva che qualcosa in lui era
diverso, che lui era proprio diverso da lei e
che…
Mentre i pensieri correvano precipitosamente
nella sua mente, il ragazzo le sedette accanto e
le fece un sorriso.
Jasmine rimase immobile, col cuore in tumulto –
che imbarazzo! - , forse lui poteva udirne ogni
singolo battito? – e trattenendo il respiro,
ricambiò di rimando il sorriso.
Uno dei numerosi libri del ragazzo cadde a terra
e lei lo raccolse. Dalla copertina capì che lui
stava imparando il linguaggio dei segni e che
quello era un corso per apprendisti, aspiranti
allievi. Allora forse..
Lui allora le disse “Grazie, e Jasmine,
trattenendo a stento le lacrime per la gioia, lo
ricambiò con uno dei suoi sorrisi più belli.
**
“Grazie per ieri”, disse lui.
Si erano nuovamente incontrati, di sabato
pomeriggio, e questa volta l’ abbigliamento del
giovane era informale e non portava con sé alcun
libro di studio, ma solo un romanzo d’avventura,
con una bella copertina azzurra. Come il cielo
di quel pomeriggi di quell’estate.
Jasmine col linguaggio dei segni, si scusò del
suo comportamento del giorno precedente; lui
rispose perfettamente con dei gesti delle mani
che volevano significare “Non preoccuparti, non
devi scusarti di nulla”.
Era lì ed era felice di rivederla, e forse
chissà – pensò la ragazza – lui era lì proprio
per lei.
Ma non poteva credere che una volta tanto la
fortuna fosse dalla sua parte.
Eppure lui, non senza difficoltà, le disse che
stava studiando in una scuola specialistica per
conseguire la specializzazione per poter
insegnare ai bambini della scuola elementare, il
linguaggio dei segni e che quello era il suo
sogno fin da bambino. E che era dura, perché
bisognava studiare tanto e di continuo, ma che
lui non si sarebbe mai scoraggiato e avrebbe
conseguito il titolo in ogni caso, a costo di
studiare anche di i notte.
Jasmine non poteva credere a quelle parole, lei
che si vergognava della sua condizione e che
avrebbe dato chissà cosa per essere al suo
posto. Ed invece il giovane al contrario, era
disposto a chissà quali sacrifici pur di
apprendere il linguaggio del silenzio.
Avrebbe voluto gridargli in faccia che era
ancora in tempo ad allontanarsi da quel muro di
dolore, che aveva invaso la sua vita senza
parole e che poteva ripensarci.
Ma Jasmine
non disse nulla e si limitò ad ascoltarlo,
finché lui non pronunciò la parola più bella che
avesse mai sentito fino ad allora.
“Amicizia”.
“Andrea”.
Forse era un sogno e forse Andrea nemmeno
esisteva e faceva parte di quell’immenso
castello di carte che d’un tratto il vento
furioso, che tanto amava, avrebbe portato via.
Ed invece no, lui era lì di fronte a lei e le
tendeva le mani e le mostrava il cuore, senza
nulla chiederle in cambio, se non amicizia.
Jasmine si sentì davvero felice per la prima
volta e percepì che qualcosa di meraviglioso
stava accadendo nella sua vita.
“Come il sole
illumina i giorni
un amico
dissipa le ombre
poggiate come nero manto
sull’argine
del silenzioso tempo”.
Erano gli ultimi giorni d’estate dai mille
colori, ed essi andavano lasciando il posto ad
un’altra stagione, piena di speranze e di
segreti sogni.
Andrea doveva tornare a studiare nella scuola di
specializzazione per imparare il linguaggio dei
segni e Jasmine doveva frequentare l’ultimo anno
di scuola superiore.
Quello era l’ultimo giorno che avrebbero
trascorso insieme nel
Giardino fiorito;
lui le prese le mani e le disegnò un fiore. Poi
lo cancellò ed iniziò a disegnare per aria, un
paesaggio, degli alberi, dei fiori, delle
farfalle e poi loro due che sorridevano.
“Non so disegnare per nulla”, le disse Andrea
ridendo.
Eppure a lei quello sembrò il disegno più bello
che avesse mai visto. E in quell’istante
perfetto, tutto pareva prendere vita. Allora
Jasmine immaginò di essere una di quelle
farfalle disegnate dalla fantasia di Andrea e di
volare libera in un tempo fatto di suoni, urla
di bambini, voci di tantissime persone, rumori
di ogni genere e le sembrò per un attimo di
percepire quello che era solo frutto della sua
immaginazione e si sentì immensamente felice.
Andrea le prese le
mani e le riempì di tanti minuscoli baci e poi
cogliendo un iris glielo pose dietro alle
orecchie, ad adornarle i lunghi capelli. Poi
avvicinandosi al suo volto le sfiorò le labbra
con un bacio lieve come un volo di farfalle.
Jasmine rimase con gli occhi chiusi assaporando
quel momento che avrebbe impresso per sempre
nella sua memoria, come il più bello della sua
vita.
**
“Poi in un giorno
d’estate, tornai, ricordi Jasmine?”, le domandò
Andrea.
La donna lo guardò
risvegliandosi dal fiume dei ricordi in cui si
era tuffata e nel linguaggio dei segni, gli
disse:
“Sono passati
tanti anni da allora e sai Andrea? Non avrei mai
avuto il coraggio di uscire dal mio mondo di
silenzio e di assaporarla questa vita se non ti
avessi incontrato! Correvo, correvo e desideravo
abbracciare mille mondi eppure tutto mi sfuggiva
dalle mani e mi sembrava che la mia vita fosse
giunta ad un bivio e non riuscivo a fare nessuna
scelta. Non sapevo più se continuare a vivere o
rinchiudermi per sempre nel mio silenzioso
mondo.
Poi arrivasti tu e
tutto mi apparve diverso e quei colori che
ammiravo nei fiori del nostro giardino,
iniziarono a prendere vita e a dipingere i miei
giorni. Era come se uscissi da un eterno inverno
privo di luce. Era come se finalmente avessi
diritto anche io ad una vita migliore.
Ancora in tutti
questi anni non ho mai compreso fino in fondo
quali fossero i miei confini e fin dove potevo
osare. Ho avuto spesso paura di non potere
essere felice e solo sapendoti vicino ho
percorso il sentiero…Avrei potuto trovare in
fondo il nulla o la luce.Potevo scegliere di
fermarmi o continuare a lottare…”
“ E quale fu la
tua scelta Jasmine?”, le domandò Andrea
guardandola negli occhi.
Era una domanda
che spesso le faceva, perché ne conosceva la
risposta ed ogni singola parola. Eppure Andrea
amava quelle silenziose parole, che avevano una
forza immensa, la stessa di Jasmine.
“Io scelsi te,
Andrea, poiché io scelsi di vivere…”.
Fine
Al di fuori della poesia di Neruda, le altre
poesie sono mie
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Come un aquilone
Pomeriggio d'autunno, uno dei tanti lungo la Senna
che fluiva incessante nel
suo scorrere immutabile ed eterno.
Ne aveva viste di cose la Senna e quella sera
ascoltava, come faceva da
sempre, la solitudine di una donna appoggiata al
ponte mentre guardava la
pallida luce della luna che si specchiava nelle
acque scure.
Un bateau-mouche passava in quel momento,
interrompendo col suo movimento,
la visione dei raggi della luna che si dissolsero
nell'acqua lasciando onde
che si muovevano al ritmo del vento d'autunno e che
interruppero il flusso
dei suoi pensieri.
Silvye guardava fisso e ripensò agli ultimi giorni
della sua vita: una donna
spezzata come in quel famoso romanzo di Simone de
Beauvoir. Strano come quel
libro che le era tanto piaciuto anni prima ora
sembrava essere così
perfetto per definire ciò che la sua vita le
sembrava essere in quel
momento. Non piangeva Silvye anche se aveva la
sensazione che mille rovi
le trapassassero l'anima facendole dimenticare
persino il sapore delle
lacrime. Ripensandoci, non riusciva nemmeno a
ricordare l'ultima volta che
si era sentita felice.
Appoggiò il suo viso sulle braccia quando qualcosa
attirò la sua attenzione.
Un aquilone volava sulla Senna accarezzando col suo
moto colorato i contorni
bui della notte, librandosi nell'aria fredda di
quella sera d'autunno e
descrivendo col suo volo obliquo, una danza gioiosa
che strideva con le
mille sensazioni che Silvye portava nel cuore.
La luce di un lampione ne lasciava intravedere i
colori del sole.
Il suo sguardo fu così catturato dalle mille
acrobazie che l'aquilone
sembrava disegnare sulla volta del cielo di Parigi
tanto che chiuse gli
occhi e si immaginò di volare in quell'infinita
vastità come l'aquilone dai
colori del sole e di essere libera come lui.
Bastava che chi lo teneva lasciasse il filo.e
pffffff, Silvye sarebbe volata
via un'ultima volta ancora, forse senza una meta e
senza confini, danzando
con le stelle e chiedendo alla luna di illuminare la
sua anima inaridita dal
buio di quei giorni.
Poi Silvye riaprì gli occhi e vide solo un fiume che
da sempre sussurrava
parole con la sua bella voce e che nemmeno tutti i
secoli del mondo
avrebbero potuto invecchiare.
E guardando la Senna, come se fosse una vecchia
amica le sussurrò: "Grazie!"
.
Quella sera si sentì forte abbastanza per riprendere
in mano i fili della
vita, burattino da plasmare secondo i capricci e i
moti dell'anima e come un
aquilone si immaginò di solcare i cieli e correre
verso una nuova meta. O
forse verso un'illusione.
Ma quel momento le sembrò perfetto per varcare i
cancelli della speranza e
come un aquilone, si disse, doveva provare di
nuovo a volare.
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Il mare d'inverno
"Ne vedo di gente che soffre un poco, ma solo un
poco sai? Appena appena ma
giusto quel che basta per perdere tutto sai?, disse
il vecchio Pier.
"Tu non capisci.che ne sai tu della vita?" Tu che
sei stato per anni un
padre assente e dimenticato? Che vuoi saperne tu?",
gli rispose con rabbia
Adrien.
"Ne so abbastanza figlio mio.Dagli errori ho
imparato che la sofferenza non
è mai il prezzo equo da pagare.", aggiunse Pier.
"Finiscila! Ne ho abbastanza delle tue parole",
rispose Adrien.
"Se è quello che vuoi, la smetterò di parlare.In
fondo, sì hai ragione
Adrien, non ne ho il diritto, dopo tutti questi
anni".
Adrien strinse i pugni e guardò suo padre in volto.
Forse avrebbe voluto
sentirgli dire le parole che per anni aveva
immaginato nella sua mente,
desiderando che fosse proprio suo padre a dirgliele.
Forse avrebbe voluto stringerlo, quel vecchio
padre, che ora gli stava
davanti, in attesa di un perdono, col suo viso
rugoso e l'anima lacerata
dalle sconfitte della vita.
Ed il vecchio Pier disse:
"Adrien, avvicinati.io non.io non vorrei che tu mi
ricordassi così
Adrien.Sto elemosinando la tua pietà ed un briciolo
di amore.Ci sono
compromessi, rimpianti, rimorsi e ferite che non si
cicatrizzano, che non
guariscono mai. Ti dico semplicemente questo.Ho
sbagliato, mio piccolo
Adrien.".
Piccolo Adrien.lo aveva chiamato come quella volta..era
piccolo, se lo
ricordava ancora. Poteva avere forse cinque o sei
anni, non di più.Ricordava
ancora quella vecchia casa, lassù sulla scogliera di
Honfleur, ed il faro
che distava a sole pochi miglia dalla finestra
della sua camera, tanto che
gli sembrava di poter allungare la sua manina e
toccarne quella magica luce,
che illuminava ogni notte, il mare.
Oh sì..che se lo ricordava bene.come quella volta
che lui e suo padre, erano
scesi giù alla spiaggia, una mattina, a guardare
le onde del mare d'
inverno mosso dal vento in tempesta. Non aveva avuto
paura quel giorno,
perché la sua piccola mano stringeva quella forte e
grande di suo padre.
Prima che..se ne andasse.
Piccolo Adrien, un altro se stesso che abitava
chissà in quale tempo.
Però era bello risentire quelle parole e ricordare
quei giorni.
In fondo la vita è fatta di ritorni ed ora entrambi
erano là, uno di fronte
all'altro, con gli anni che avevano scavato un
abisso nelle loro esistenze .
E Pier che aspettava un perdono che solo il
"piccolo" Adrien poteva dargli.
La mano del vecchio si allungò a cercare quella del
figlio che ora era più
forte della sua e racchiudeva tutta la giovinezza di
cui Pier celava solo un
mesto ricordo. Di quei giorni fuggiti via a
rincorrere altre vite ed altri
sogni, lontano da chi ora desiderava ritrovare.
L'altra mano si mosse e strinse quella del vecchio,
cercandone il calore e
la sicurezza che solo le mani di chi ha vissuto
molto sanno donare.
E venne quel perdono che per anni il vecchio Pier
aveva cercato e A
rien , negato.
Ma si sa.la vita è fatta di ritorni, e qualche volta
di miracoli.
E quel giorno di fine inverno, come quello di tanti
anni prima, due uomini
si ritrovarono e ricominciarono a vivere.
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All'ombra
dei mandorli in fiore
Questa non è una storia qualunque. E’ una fiaba di
altri tempi che una sera di tanti anni fa, mi
raccontò mia madre, alla fioca luce della candela,
in una notte d’inverno….
*
C’era una volta nella lontana terra d’oriente un
reame meraviglioso la cui fama era conosciuta in
tutte le terre confinanti.
Un’eterna primavera sembrava dominare il cielo di
quei luoghi incantati ed il sole ne illuminava i
verdi prati, con le sue braccia di luce.
Ma quel reame così antico, più di tutto era
conosciuto per i suoi mandorli, ricoperti da una
miriade di fiori rosa e bianchi, il cui profumo
regalava ai suoi abitanti un’eterna felicità.
Eppure nel cuore di quell’antico paese una notte
profonda si era insediata. Akaito, sovrano di quelle
terre dai cieli senza confini, aveva deciso che Hisa,
sua figlia minore, sarebbe presto partita per i
paesi oltre la volta del cielo, per andare in sposa,
al potente principe Keitari.
Keitari non l’aveva mai vista, ma in tutto il regno
oltre le antiche colline, la fama della sua bellezza
era ivi giunta da molto tempo, sulle ali del vento
di primavera profumato di fiori di mandorlo.
Tutto era pronto per la partenza di Hisa e si narra,
che da lì a poco, tutto il regno si sarebbe vestito
a festa per celebrare le nozze dell’amata
principessa.
Quando quel giorno arrivò, accadde una cosa
straordinaria ed imprevista: i mandorli in fiore in
quel paese illuminato da un sole eterno, sembravano
piangere la partenza dell’amata Hisa.
Essi appassirono e i colori delle sue gote che
avevano colorato i fiori dall’eterno profumo,
sbiadirono sotto la pallida luce dell’astro che
triste si nascose dietro le montagne.
Un lungo inverno si insediò nel cuore della gente e
petali rosa presero a vorticare nel vento come tante
lacrime, le stesse che scendevano copiose dal volto
della fanciulla.
Il viaggio durò molti giorni, finché il corteo reale
arrivò nel reame oltre la volta del cielo
Lì la accolsero i dignitari di quel regno vestiti
in abiti sontuosi che le diedero il benvenuto,
seguendo un cerimoniale antichissimo, che durò un
giorno ed una notte.
Hisa non incontrò Keitari, perché la tradizione
comandava che i due giovani si sarebbero guardati in
volto, solo il primo giorno di primavera.
Passarono i giorni ed i mesi, ed il principe Keitari,
chiese a Re Masaachi, suo padre, di incontrare Hisa
il cui volto ancora non aveva veduto. Mancavano
oramai pochi giorni al primo giorno di primavera e
il destino, da tempo immemore scritto nelle maglie
del tempo, si stava compiendo.
Quel primo giorno di primavera, Hisa pianse molto
mentre le ancelle la vestivano con abiti sontuosi
del colore dell’oro d’oriente e adornavano il suo
collo diafano, con ricchi gioielli.
Mai una fanciulla dal volto così bello aveva
dimorato nell’antico reame di Masaachi, ma nel cuore
di Hisa, era scesa da tempo un’eterna notte che
aveva spazzato via i ricordi felici del suo antico
paese. Si apprestò a scendere il lungo scalone che
portava nella grande sala, quando all’improvviso udì
il tintinnio di un campanello. Allora si fermò e
scorse in un angolo della scalinata, che conduceva
all’enorme sala del tè, dove avrebbe incontrato
Keitari, un piccolo campanello finemente
intarsiato. Si narra che Hisa lo raccolse e con
mani gentili lo portò all’orecchio per sentirne il
dolce suono. Ma quel campanello era magico e la
leggenda narra, che chi ne avesse udito il suono
anche per un breve istante, sarebbe stato avvolto
per sempre in un’eterna notte senza sogni, sospesa
nel buio delle tenebre.
Le sue ancelle, che pur la accompagnavano verso il
suo destino, non si accorsero di nulla e quando
Keitari accorse, ella già dimorava nelle antiche
stanze senza vita.
Un letto di fiori fu preparato per poggiare il suo
corpo di fulgida bellezza che la accolse nel suo
grembo maculato di lacrime screziate di rosso
vermiglio. Keitari, le prese le mani e donandole un
bacio sul volto del colore della luna, si congedò
dalla sua bellezza, nascondendo le lacrime dietro ai
suoi occhi di antico guerriero che caddero copiose
sulle vesti di Hisa.
*
Oh mamma che storia triste, - dissi io!
Aspetta bambino mio….la storia non è finita.
Non è finita? Oh mamma dimmi che Hisa non morì per
sempre…
Non correre troppo con la fantasia, ascolta in
silenzio ed assapora i miracoli dell’amore, mio
piccolo bambino….
E fu così che mia madre mi narrò il finale della
storia di Hisa e Keitari.
*
Un profumo di fiori aleggiava nell’aria mentre gli
abitanti del regno oltre le colline piangevano la
morte di Hisa. Poggiata sul bianco talamo, il suo
corpo di fanciulla in fiore, rimase solitario nella
stanza che avrebbe dovuto celebrare un’unione
scritta nelle maglie del destino, da sempre.
All’improvviso una folata di vento spalancò la
finestra, vicino al luogo dove era stato adagiato il
corpo di Hisa e le accarezzò le sontuose vesti da
sposa. Come se avesse vissuto un’eterna notte senza
sogni, ella aprì gli occhi e si guardò intorno.
Ricordava ancora l’ultima immagine che era rimasta
impressa nei suoi occhi: un campanello ed un suono
delizioso che l’avevano trasportata nell’antico
regno senza colori, di cui sentiva sempre parlare
nelle antiche leggende del suo paese. E allora
ricordò la leggenda del campanello che un giorno, da
bambina aveva udito da sua madre. Esso sceglie e
viene trovato da coloro che non hanno conosciuto
l’amore finché l’antico sortilegio, viene spezzato
dalle lacrime di un uomo innamorato.
E fu così che Hisa, come guidata da una mano
invisibile, si affacciò all’ampia terrazza che dava
sul giardino reale e con capelli mossi da un vento
ribelle, vide un giovane dall’aspetto sontuoso che
era appoggiato di spalle, al tronco di un albero.
Non ne vedeva il volto, ma dall’aspetto si sarebbe
detto un nobile guerriero.
Come guidata da una mano invisibile, discese le
scale e arrivò in un magnifico giardino ove fioriva
ogni sorta di fiori. Hisa ascoltava il sussurro del
vento del nord che le recava il pianto della sua
gente che ne piangeva la morte prematura.
Fu un attimo e si voltò…
Ella fece per fuggire via ma Keitari la afferrò per
la mano sinistra e tenendola tra le sue, le disse:
“ Chi siete nobile fanciulla?”.
Allora Hisa svelò il suo volto celato dietro ad un
ventaglio intarsiato d’oro e d’argento e lo rivelò a
Keitari.
Essi si guardarono negli occhi ed il principe,
affatto spaventato, riconobbe il volto di Hisa, che
solo il giorno prima aveva salutato per sempre.
E senza nulla domandarle assaporò il tocco di quella
piccola mano gentile: Hisa era così bella anche
all’ombra dei mandorli ancor privi di germogli e che
attendevano ora l’arrivo della primavera. E così, si
narra che come per incanto, mille minuscoli fiori,
i cui colori ricordavano quello delle labbra della
fanciulla, iniziarono a fiorire.
Hisa e Keitari, si amarono dal loro primo incontro e
poco dopo, venne celebrato un sontuoso matrimonio ed
una magnifica festa che durò tre giorni e tre
notti.
Qualche giorno dopo, giunse a cavallo un messaggero
dal paese natio della fanciulla e a gran voce
annunciò che i mandorli, che avevano dormito il
lungo sonno dell’inverno per molto e molto tempo, si
erano risvegliati e i fiori tanto amati da Hisa,
erano tornati nuovamente a fiorire….
Minuscoli fiori
torneranno a fiorire
là dove ora
tutto è ricoperto di neve.
Piccole gemme
dal cuore rosa
silenziosi petali
mossi dal vento
all’ombra dei mandorli in fiore.
*
La storia finisce qui, bambino mio…., mi disse mia
madre.
Che bella storia mamma! E’ davvero meravigliosa,
risposi.
Eh già bambino mio. È davvero meravigliosa e…sai una
cosa? Ricorda queste mie parole ora e per sempre.
L’amore e solo l’amore può vincere su tutto, e
restituire la gioia ad un cuore perduto. Esso ha un
gran potere e vale più dell’oro e di tutti i
preziosi di questa terra. E vince sempre. Anche
sull’ombra del tempo e dei giorni in cui le tenebre
hanno preso il posto del sole.
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Briciole di vita
In ricordo della tragedia nella miniera di
Marcinelle.
Maurice era solo, seduto sulla collina che guardava
a nord di Marcinelle,
in un pomeriggio assolato.
Un agosto al limite della sopportazione, poca acqua
e tanta fame. Quella
sempre. Il
nemico da combattere ogni giorno.
Maurice si asciugò la fronte e si guardò le mani
ruvide e callose. Cercò di
immaginare il suo viso..da quanto tempo non si
guardava, ma lo specchio,
ricordo di nonna Chloé, era andato in frantumi.
Aveva pianto tanto quel
giorno, non perché non avrebbe più potuto studiare
quel volto che lo fissava
ogni mattina da diciotto anni, quasi come se
appartenesse ad un altro, ma
perché esso gli ricordava il riflesso dei giorni
passati, ciò che era
stato, quando ancora una pallida ombra di quella che
lui chiamava felicità,
albergava nel suo cuore. Poi papà Matthieu aveva
avuto quel brutto incidente
in miniera e non aveva potuto più scendere in quell'inferno
ed era toccato a
lui, ancora bambino, prenderne il posto. Era questa
la dura legge dei
poveri e della miniera e la legge, là a Marcinelle
non si discuteva.
A lungo aveva creduto di non avere diritto ai
ricordi, ma quello specchio
gli dava la sensazione, di risalire ad una parte del
passato e per qualche
istante di scrutarlo ancora finché non si era rotto
mandando in frantumi
scorci di una vita passata.
Fu un attimo fugace, poi Maurice tornò a
concentrarsi nuovamente sulle sue
mani da vecchio, annerite dal carbone della miniera
che ogni giorno
seppelliva la sua vita e le sue speranze da che
aveva appena dieci anni.
Dieci anni come quelli del bambino tutto ricci e
merletti che passava tutte
le domeniche sul calesse, accanto a genitori
sorridenti e ben vestiti,
attenti a ben figurare durante la messa e ad
ostentare quella felicità a cui
sembrava, che solo i ricchi avevano diritto.
Che ingiustizia la povertà, pensava Maurice, eppure
la nonna gli aveva detto
tanti anni fa, che davanti a Dio tutti gli uomini
erano uguali; e allora
perché mai nella casa del Signore i ricchi sedevano
in file rigorosamente
separate da quelli come lui?
**
Un raggio di sole gli trafisse il volto e pensò a
lei.
Danièlle e la luce, Danièlle ed il suo sorriso che
come un raggio di sole
illuminava il suo giovane volto di eterna bambina,
Danièlle che regalava
briciole di vita e speranza al solo guardarla.
Un giorno gli disse:" Non pensarci Maurice! Così è
la vita. A noi è toccato
stare dall'altra parte e nascere poveri, ma che ci
importa Maurice? Non
abbiamo soldi né una bella casa come quella di
Monsieur Lamarque, ma abbiamo
i nostri sogni Maurice, le speranze ed il nostro'amore.".
Già. l'amore. Un giorno l'avrebbe sposata, perché
l'amore di Danièlle era
come un raggio di sole che illuminava il buio del
suo cuore annerito dall'eterna
notte della miniera di Marcinelle.
Danièlle. conosciuta nei sotterranei del mondo, così
per caso, all'ombra di
una candela che gli aveva rivelato, in quel giorno
d'inverno, il suo volto.
Il contrasto tra la vita simboleggiata da Danièlle e
la morte laggiù nella
miniera, che si nutriva ogni giorno di misere vite
sepolte nelle viscere
della terra.
La miniera: una perfetta e macabra celebrazione di
vite non vissute,
corollario della fame che induceva gli uomini a
chinare il capo e ad
abbandonare le speranze. Perché là sotto pochi
vivevano abbastanza per poter
raccontare ai nipoti quell'inferno.
Eppure era là che aveva incontrato Danièlle ed era
là sotto che vivevano le
loro misere esistenze e quell'amore che non aveva
nemmeno il tempo di
assaporare la luce del giorno. Perché quell'inferno
rubava loro tutto il
tempo della vita e la sera, quando tornavano
logorati nell'anima alle loro
dimore, spesso non avevano nemmeno la forza per
ritornare a vivere.
Briciole di vita non vissute, alla tenue luce di una
candela, che illuminava
la notte senza volto là sotto, nella miniera di
Marcinelle.
Maurice e Danièlle, mille Maurice e mille Danièlle.
Un intero universo di
esseri umani che sognavano soltanto l'attimo in cui
avrebbero di nuovo
potuto tornare a rivedere le stelle.1
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1 Un voluto omaggio a Dante e alla
prima cantica della Divina Commedia.
La
stanza di Ulisse
La
chiamavano la capanna di Ulisse. Si trovava laggiù
nella baia, a pochi chilometri dal villaggio dei
pescatori. Era vecchio Ulisse e con la faccia
rugosa e abitava là vicino al mare.
Era
gentile Ulisse e potevi scendere giù alla baia e
osservarlo mentre muoveva freneticamente quelle mani
senza tempo, che preparavano le enormi reti
pronte per essere buttate sulla barca.
Non
parlava molto Ulisse perché per lui parlavano i suoi
occhi ed il suo sorriso. Di lui si sapeva poco e
nulla, anche se su al villaggio la gente diceva che
tanto tempo prima, aveva solcato i mari e aveva
vissuto la vita del marinaio. Ma erano solo storie
raccontate dalla gente. Poi un giorno era tornato
nella capanna in fondo alla baia ed era rimasto là .
Così se lo ricordavano. Da sempre.
**
Mi ricordo che durante le mattine d’estate quando la
scuola era chiusa, noi bambini scendevamo giù alla
baia e lo spiavamo da lontano. Poi ci avvicinavamo
alla sua capanna in attesa del suo cenno, un gesto
ripetuto nei giorni e chissà, forse negli anni. E
allora Ulisse, ci guardava sorridendo e ci faceva
sedere sulle seggioline che come per magia,
preparava per noi. Tutti zitti, bocca chiusa e
sguardo sognante, ad ascoltare le storie di quell’uomo
che sembravano essere uscite da un romanzo
d’avventura, di quelli che una volta la maestra ci
aveva letto a scuola.
E
Ulisse andava indietro negli anni e raccontava di
viaggi di mare, di città e tesori meravigliosi e di
un uomo solo, coraggioso ed intrepido a cui il
Destino riservò alla fine dei suoi giorni,
solitudine e dolore. E mentre raccontava questa
storia, chissà magari ripetuta mille volte, si
fermava e con gli occhi sembrava fissare chissà
quali mondi perduti e dimenticati.
“Ancora ancora!” , urlavamo noi bambini, ma Ulisse
ci diceva “Domani domani”. E noi allora tornavamo il
giorno dopo e così per tutta l’estate, mentre l’uomo
del mare rivedeva negli occhi di noi bambini quelli
dei nostri padri che anni prima, si erano nutriti
delle stesse parole profumate di mare, mentre
Ulisse trasformava ciascuna di essa in sogni che
come onde si infrangevano sulla spiaggia, in un
eterno movimento.
Poi in un giorno senza sole che preludeva alla fine
dell’estate, lo cercammo invano. “Ulisse, Ulisse”,
urlavamo ma egli non rispose ai nostri richiami.
Ulisse non c’era più, Ulisse se n’era andato,
Ulisse…
Passarono i giorni, i mesi e gli anni ed Ulisse
divenne una leggenda come le meravigliose storie che
ci raccontava quando eravamo bambini.
Pensavo a lui ogni tanto e mi chiedevo dove fosse.
Non lo seppi mai, anche se ogni tanto di notte, mi
rivedevo fanciullo mentre a piedi nudi correvo sulla
sabbia e facevo a gara con i miei amici, per sedermi
sulla seggiolina più vicina a lui.
Chissà… Forse Ulisse era tornato sulla sua nave, la
nave dei suoi sogni dove – un giorno ci raccontò –
esisteva una stanza segreta che solo lui conosceva
e che aveva una parete a forma di onda. E che lui
la cavalcava quell’onda, bianca come un cavallo e si
lasciava trasportare da essa, fino alla fine del
mondo, immaginando di fare viaggi meravigliosi. E
che un giorno aveva trovato tutti i tesori della
terra e li aveva portati in quella stanza, al riparo
dagli uomini che li cercano per tutta la vita senza
mai trovarli.
Solo oggi ho capito che i suoi scrigni magici non
contenevano né oro, né argento e gioielli, ma quello
che gli uomini cercano cercano, senza mai trovare.
La pace, l’amore, il silenzio dello spirito e la
ricchezza interiore. Mi piaceva allora pensare che
Ulisse era partito per un altro dei suoi
meravigliosi viaggi per riaprire il magico scrigno e
poterci regalare ancora i suoi sogni profumati di
mare.
**
Questo racconto ha partecipato all’iniziativa
letteraria “L’Uomo onda” sul blog degli
scrittori,“Manuale di Mari” http://manualedimari.splinder.com/post/9129477/L%27Uomo+Onda
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Il giardino
d’ortensie
Cecilia
era stata una bambina felice ed aveva avuto
un’infanzia singolare. Una bambina fortunata quando
ancora le città-mostro erano solo immagini lontane
e i bambini giocavano in strada a piedi nudi.
Cecilia
aveva vissuto in una grande casa piena di persone
che le volevano bene, qualche bambola e giochi
inventati dalle sue mani. Perché i giochi più belli
ancora li inventavano i bambini e non c’era bisogno
di niente altro che la fantasia.
E poi
aveva un giardino grandissimo che amava immensamente
e dove qualche volta si fermava con aria sognante a
guardare i meravigliosi fiori del colore del cielo
di cui non ricordava mai il nome. Un nome difficile
da dire “ortensie”, eppure tra tutti i fiori del suo
meraviglioso giardino, quelli erano i fiori che
Cecilia amava di più. E Cecilia ogni giorno ne
respirava il profumo che la faceva sentire
eternamente felice e si perdeva in quell’azzurrità
e
sognava..sognava..sognava…Una vita perfetta quella
di Cecilia, finché un giorno si avvicinò il suo
sesto compleanno e tutto cambiò.
Mamma e
papà che vivevano al nord erano venuti a prenderla e
così Cecilia dovette lasciare la sua grande casa, i
suoi giochi inventati e il suo giardino d’ortensie,
e andare a vivere nella grande città dove per
comunicare la gente usava uno strano oggetto che
Cecilia non aveva nemmeno mai sentito nominare e
che chiamavano telefono.
Non
capiva perché doveva lasciare quel mondo perfetto
dove aveva vissuto fino ad allora, e andare in un
posto che non avrebbe mai amato. Eppure d’ora in poi
– le era stato detto – sarebbe cresciuta felice
come una brava bambina di città, avrebbe imparato
tante cose nuove e conosciuto tanti amici e avrebbe
potuto scegliere in un negozio da sogno, i più bei
giocattoli del mondo. E poi – pensa Cecilia! -
avrebbe spedito qualche cartolina e qualche lettera
perché avrebbe imparato anche a scrivere. Non era
meraviglioso tutto questo? Non era ciò che poteva
desiderare sopra ogni cosa?
Eppure
Cecilia che era una bambina di quasi sei anni si
chiedeva se era quella la felicità che l’attendeva
o se, se la lasciava alle spalle.
Cecilia
non aveva scelta, non questa volta. E disse sì, come
potrebbe dire sì una bambina di quasi sei anni alla
quale si fanno tante promesse speciali. Era piccola
ma sentiva che quella non era una scelta giusta, non
per lei. Eppure doveva partire e andare nella
città-mostro che una volta aveva visto alla
televisione della ricca signora che abitava di
fronte alla grande casa e che si poteva permettere
quello strano aggeggio che a Cecilia non serviva
proprio.
Un treno
la portò via tra lacrime che scendevano dal suo viso
spargendosi tra i capelli come mille minuscoli
cristalli.
Addio!
Addio! Cecilia chiuse gli occhi e vide tante
immagini bellissime: volti di persone amate, cose
belle che ora sarebbero diventate solo immagini
sbiadite e l’azzurro dei suoi fiori preferiti. Ne
sentiva il profumo e la soave purezza e decise
allora che in qualunque momento della sua vita, li
avrebbe ricordati per sempre.
…………..
Gli anni
passarono e Cecilia giunse alle soglie
dell’adolescenza. Il tempo l’aveva rincorsa
inutilmente perché in fondo era rimasta come tanti
anni prima: lunghi capelli che soleva legare col suo
nastro di seta blu. Non se l’era cavata male in
quegli anni e d’estate era sempre tornata nella sua
grande casa e dai suoi fiori azzurri. Ma sapeva che
era solo per poco e che ogni volta un treno
l’avrebbe portata via lontana dai suoi sogni
perfetti. Ogni volta era stato come ricominciare da
capo ed ogni volta le era costato fatica e dolore.
Anche se i grandi la capivano poco e sembravano
felici di averle dato l’opportunità di essere una
bambina di città, Cecilia aveva sempre sperato che
un giorno tutto sarebbe cambiato e che sarebbe
tornata nella sua grande casa. E poi aveva deciso
di non piangere più perché piangere in fondo non
serve a nulla ed è “una cosa da bambini piccoli “,
le aveva detto la maestra anni prima.
Poi un
giorno comprese che nella vita non si poteva sempre
avere tutto e che era inutile sperare di cambiare le
cose e che quella era la sua vita. E che in fondo
voleva bene a mamma e papà anche se, in cuor suo,
non avrebbe mai perdonato loro di averla portata
lontano dal suo mondo perfetto. E allora capì che
tanto valeva cambiare e provare ad essere felici
anche così, anche nella grande città che fino ad
allora aveva odiato. E voltando una per uno le
pagine della sua vita, decise per l’ultima volta
di tornare ad essere di nuovo quella bambina che per
tanto tempo aveva relegato in un angolo della sua
mente e pianse tutte le lacrime che da tanto tempo
conservava in fondo al cuore.
Dedico
questo racconto a tutti i bambini che come me, hanno
vissuto il dramma dell’emigrazione con tutto quello
che comporta e che almeno in me, ha lasciato solchi