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Luca Nasi

Questione di abitudini

La vita ad un semaforo

L'energia Fonica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questione di abitudini



La mia sveglia è alle sei e trenta di ogni mattina. Al secondo trillo il mio piede sinistro si infila nella mia ciabatta sinistra che si trova appaiata alla mia ciabatta destra ai piedi del mio letto. Le mie ciabatte sono perfettamente inserite ed allineate all'interno del terza mattonella contando dal muro al quale si appoggia il comodino del mio letto. Mi alzo, voltando le spalle alla finestra, per cercare gli occhiali che la sera prima ho appoggiato nella scatola degli occhiali da notte. La scatola è ovviamente posta  perpendicolarmente  al muro a cui si appoggia la testata del mio letto, di fianco al lato lungo della lampada da notte a base quadrata. Accendo la radio alle sei e trentuno minuti, quando Radio Sorriso trasmette il primo notiziario della mattina, all'interno di "Sveglia&Risate", la mia trasmissione preferita da ben quattordici anni. Mi sfilo gli occhiali. Li appoggio alla sinistra del mio lavandino, in un contenitore sigillato resistente all'acqua. Mi lavo prima il viso, pulendo l'occhio sinistro ancora socchiuso. Poi il destro. E quindi il resto del viso. Poi alzo il braccio destro e mi lavo l'ascella destra. Poi passo alla sinistra E dopo il collo. Ed infine, igiene intima e piedi. Prima il piede destro e successivamente il piede sinistro. La tazza per la colazione è già pronta dalla sera prima sulla tovaglietta quadrata appoggiata sul mio tavolo rettangolare sei posti allungabile. La tovaglietta è di colore giallo paglierino, perché è giovedì e quello è il colore del giovedì. Dentro la tazza, in attesa del caffè bollente e cinquanta grammi di latte scaldato per tre minuti esatti sul fornello di destra della mia cucina, ci sono due zollette di zucchero. Quadrate. E a fianco, sei biscotti di grano duro, quadrati, che mangio due alle volta. Vestirmi è ancora più semplice, perché mentre ascolto l'oroscopo del mago Silvestro di "Sveglia&Risate", guardo tra le camicette, disposte in ordine cromatico, da abbinare alla gonna che, prima di addormentarmi, avevo già deciso di mettermi. Le scarpe, anch'esse disposte dalle più chiare alle più scure, hanno in corrispondenza sopra di esse la borsetta da intonare per colore. Dopo quarantacinque minuti esatti dal momento in cui mi sono alzata, sono fuori di casa in direzione della metropolitana. Ho solo cinque fermate per raggiungere la banca nella quale lavoro. Sono addetta ad una delle casse, a diretto contatto con il pubblico. All'inizio, pensavo che non ce l'avrei mai fatta. Mi disturbava dover respirare la loro aria, toccare le loro mani e dover necessariamente, ogni giorno, sorridere per otto ore di seguito. Con l'andare del tempo, ho trovato il mio equilibrio. Al mio arrivo al mattino, mi infilo - prima nella mano destra e poi nella mani sinistra - un paio di guanti in lattice, sterilizzati. Prendo un panno giallo, quadrato e pulisco prima il bracciolo destro della sedia, poi il sinistro ed infine la mia scrivania, partendo dalla parte del tavolo da lavoro che appoggia al muro del mio ufficio. Alle 8.30 precise, mi alzo dalla sedia e percorrendo la fila di liste di legno del parquet che partono dalla proiezione dell'angolo di destra rispetto alla finestra che guarda sulla mia postazione, vado ad aprire la banca. Una volta fatto ciò, accendo il mio computer, dopo averne pulito lo schermo con un panno rettangolare ed aver soffiato via dalla tastiera tutta la polvere accumulata. Infine sistemo, a circa cinquanta centimetri dalla risma di fogli A4 che tengo accanto alla mia stampante, mezzo bicchiere di acqua naturale non gassata ed un pacchetto di fazzolettini di carta profumati alla camomilla. Oggi è giovedì, e sicuramente il primo cliente che servirò sarà il Signor Cazzaniga. Adoro questo affabile vecchietto. Titolare di una caffetteria del quartiere in cui lavoro, viene ogni settimana in questo giorno per depositare personalmente gli incassi presso la nostra banca. Chissà; fosse stato più giovane avrei anche potuto perdere la testa  per lui. Tieni i soldi in una scatolina marrone rettangolare, oramai logora e consunta, chiusa con due elastici che corrono parallelamente l'uno vicino all'altro. Entra intorno alle 8.45, percorre tutto il lato nord della banca. Si ferma a sinistra, vicino allo sportello di richiesta informazioni, dove si trova uno zerbino a forma pentagonale con il simbolo della nostra banca. Si pulisce le scarpe, prima la sinistra poi la destra. Quando lui sta iniziando la pulizia della scarpe, io preparo il foglio per la distinta di versamento. Quando  è vicino alla scrivania, io infilo la carta nella stampante. Quando si siede di fronte a me ho già acceso la macchina conta soldi. Lui mi dice sempre: "Buongiorno Rosa, la sua bellezza e la sua precisione fanno onore al fiore di cui lei porta il nome.". Io, che non mi sono mai abituata a questi complimenti, divento un po' rossa e rispondo: ".Sempre un gentiluomo Lei, Signor Cazzaniga, di quelli che non ne fanno più!". Alle tredici in punto, ripongo le mie penne sulla scrivania, in ordine cromatico. Avvicino la tastiera del computer allo schermo facendo attenzione che siano esattamente paralleli l'uno con l'altro, controllo che le distinte di versamento siano in ordine numerico crescente e, come ogni mezzogiorno da dieci anni a questa parte, vado al "Barino" a cento metri dalla mia banca. Da dieci anni a queste parte Franco, il padrone del "Barino", sa che mi deve preparare un panino con la cotoletta leggermente riscaldato con due foglie di insalata, un pizzico di sale ed una mezza minerale non gassata. I miei colleghi mi prendono in giro perché non capiscono come si possa, in dieci anni, mangiare sempre, esattamente la stessa cosa. Forse non hanno ben chiaro le reali capacità nutrizionali e proteiche della cotoletta, che ovviamente inizio a mangiare dalla parte che risulta essere meno sporgente dal panino. In questo modo mi lascio per ultimo la parte più prelibata, anche se a quel punto l'ilarità dei miei colleghi, che non capiscono questo  modo di consumare il pasto, arriva alle stelle. E forse non hanno tutti i torti a prendermi in giro, perché questo mio modo di essere un tantino metodica ha sempre provocato difficoltà di relazione nel sociale. Spesso guardavo fuori dalla finestra, dal terzo vetro a quadretti partendo dal più in basso a sinistra e mi chiedevo se là fuori esisteva qualcuno anche per me. A volte mi domandavo se  qualcuno in grado di apprezzare una persona i cui valori gravitano intorno alla necessità di certezze e di stabilità, che sono la base della mia metodicità, fosse già nato o meno. La mia giornata continuava così, scandita dai miei orari, dai miei riti e dalla calda e confortante consapevolezza che, al quinto rintocco del campanile della chiesa che si trova di fronte alla mia banca, avrei riposto le matite nella loro scatola nella quale sono divise in base all'anno in cui mi sono state regalate, mi sarei infilata il cappotto iniziando ovviamente dalla manica sinistra, avrei preso la metropolitana salendo nella porta centrale della terza carrozza partendo dal locomotore e sarei arrivata a casa. La mia serata è sempre stata scandita dalle poche, piccole cose che hanno reso confortevole la mia vita e la mia sopravvivenza. Un coadiuvante omeopatico per favorire la mia digestione, centoventi grammi di pasta ed una seconda portata che non superi però le trecentocinquanta calorie, "La vita è dura" come mio sceneggiato preferito che seguo oramai incessantemente da ben tremilaseicentocinquantasette puntate ed una borsa dell'acqua calda che levo dai fornelli ad esattamente 90 gradi centigradi. Ogni sera, a mezzanotte precisa, non un minuto di più non un minuto di meno, sono sempre andata  a letto, ricominciando nuovamente la giornata alle sei e trenta al suono di  "Sveglia&Risate". Quella mattina mi sentivo, stranamente, più euforica del solito. Non so se fosse stato perché Anacleto, il Digeisenzasegreto di Radio Sorriso, aveva aperto la trasmissione della mattina dicendo: "  Spargerò petali di rose ad ogni tuo passo. Ricoprirò di miele il sentiero. Getterò olii profumati lungo il tuo cammino. E che cacchio....dovrai pure scivolare!!!" Mi sentivo stranamente positiva, come se qualche cosa che doveva succedere da sempre, sarebbe successo proprio quel giorno. Questo pensiero mi rendeva anche incredibilmente distratta ed imprecisa. Il percorso da casa alla metropolitana non lo feci come al solito, seguendo la seconda file di mattonelle poste alla sinistra del fabbricato che congiungeva la mia casa all'entrata della stazione, bensì a caso, zigzagando qua e là senza una direzione precisa e definita all'origine. Non timbrai il biglietto nella seconda obliteratrice che trovavo alla mia destra partendo dall'entrata della stazione. Lessi il giornale non partendo come al solito dalla prima riga della prima pagina del primo articolo posto in basso a sinistra rispetto alla testata del giornale stesso, bensì aprendo la pagina degli spettacoli. Arrivata in ufficio, mi ero totalmente dimenticata che fosse giovedì e che il Signor Cazzaniga sarebbe stato lì a minuti, anche perché pulii lo schermo del computer senza guanti e senza il mio usuale panno quadrato. Soffiai sul vetro incurante di tutti i microbi che quell'incauta operazione disperdeva nell'aria, cosa che peraltro, mi inorgoglì un poco al pensiero di quell'atto così audace.  Non feci neppure in tempo a pensarlo, che fui scossa da una voce che mi chiamava. "Lei deve essere la Signorina Rosa". Aveva un tono da adolescente che stava crescendo, a tratti profondi ed a volte striduli. Gli occhiali spessi, storti sul naso aquilino ed appoggiati sulle narici, gli conferivano un'aria da professore un po' stralunato. I capelli, schiacciati sulla nuca, evidenziavano l'abitudine di dormire a pancia in su. Delle vistose borse sotto gli occhi evidenziavano il risveglio probabilmente appena avvenuto. Aveva la camicia come piaceva a me, un po' larga nel collo chiusa fino all'ultimo bottone, senza cravatta. Il golfino di lana nonostante la temperatura assolutamente non richiedesse tale pesantezza di abito ed un paio di pantaloni lunghi e larghi di velluto a coste marroni lo rendevano ancora più alto e dinoccolato di quanto non apparisse già. Nell'insieme però, era molto ordinato. ".Lei come fa a saperlo??" risposi arrossendo come una liceale al primo appuntamento. ".perché il mio papà mi ha detto: vai in banca percorri tutto il lato nord della prima stanza che troverai. Fermati a sinistra, vicino allo sportello di richiesta informazioni, dove c'è anche uno zerbino a forma pentagonale con il simbolo della banca. Pulisciti bene, prima la sinistra poi la destra. Quando troverai una signorina la cui  bellezza e precisione ti faranno pensare ad una rosa, l'avrai trovata." Mi sembrò che ad un tratto i polmoni si fossero fermati e che non riuscissi più a respirare. Avevo la bocca aperta e ricordo anche distintamente che un rivolo di saliva mi stava scendendo per una frazione di secondo lungo la parte destra della bocca. Guardandolo bene, aveva effettivamente gli stessi tratti e le stesse movenze del suo garbato e preciso padre. Ed anche i comportamenti lo ricordavano in maniera netta e precisa. Stava di fronte, sorridendomi lievemente, con le gambe serrate ed i piedi uniti per i talloni con le punte leggermente divaricate, a toccare esattamente l'angolo estremo delle due piastrelle quadrate perpendicolari rispetto al centro della mia scrivania. Avrà avuto trentacinque anni, ma quel suo abbigliamento così curato e preciso lo facevano somigliare ad un ragazzino del liceo appena uscito dall'oratorio dopo i compiti. "Lei deve essere il figlio del Signor Cazzaniga" dissi cercando di apparire il più indifferente possibile ma in realtà mostrando tutto il mio imbarazzo e la mia inquietudine. "Non credo di essere così uguale a mio padre" rispose arrossendo e mettendo in mostra un apparecchio per i denti che lo rendevano ancora più giovane di quanto non lo fosse in realtà. "Invece lei si muove proprio come lui ed ha gli stessi modi garbati." Si mise a ridere forte, buttando indietro la testa, lasciando cadere le braccia penzoloni lungo le gambe, ciondolandosi avanti ed indietro rendendomelo ancora più simpatico. L'operazione di versamento, che di solito con il padre richiedeva non più di tre minuti, con Giambattista (così avevo scoperto chiamarsi) ne richiese più di venti. Ed in quei venti, interminabili minuti, feci in tempo ad innamorarmi di lui. Anche se ogni tanto tartagliava, le sue cinque penne rigorosamente in ordine cromatico che gli uscivano dalla tasca della sua camicia azzurrina mi davano un senso di sicurezza. Anche se ogni tanto mi guardava con la bocca semiaperta e sembrava come un videogioco spento, la sua riga nei capelli solo da una parte con i segni della retina usata per tenerli compatti durante il sonno, facevano riscoprire in me certezze da sempre cercate. Ed anche se, per firmare la distinta di versamento sbavò leggermente sul foglio bianco, il suo continuo mettere a posto le mie carte sulla mia scrivania riaccesero in me le speranze di trovare qualcuno che pensavo non poteva esistere se non nei miei sogni. Non so dove trovai il coraggio. Ricordo solo che gli chiesi, guardando un punto indefinito tra la quinta e la sesta mattonella sotto la mia scrivania a partire dalla parte destra della stessa, se aveva voglia di venire a bere qualcosa dopo il lavoro al "Barino Bar", la sede ufficiale del fan club de "La Vita è dura" dove mi trovavo ogni terzo venerdì del mese con un gruppo di appassionate che si riunivano a commentare le puntate trasmesse precedentemente. "Sì, mi piacerebbe" rispose tirando su con il naso un moccolo che gli stava scendendo lungo il labbro superiore "Spero che abbiano la spuma nera, perché è l'unica bevanda che riesco a bere". Gli sorrisi ancora più teneramente, ormai avvolta in quel senso di sicurezza che era in grado di darmi. Corsi a casa incurante di percorsi, piastrelle da seguire in linea o mattonelle di cui tenere conto. La doccia fu l'apoteosi di quella follia momentanea. Non mi lavai seguendo, come sempre avevo fatto, il rigido percorso collo-braccia-petto-pancia-(bidet)-gambe piedi e ritorno. Cantai anche a squarciagola il ritornello di una canzone di una delle mie artiste preferite che nel ritornello esprimeva ciò che, più che mai in quel momento, sentivo: "dammi tre parole, sole cuore AMORE!" gridai con quanto fiato avevo nei polmoni, mentre la Signora Bolzoni, una ottuagenaria del terzo piano vedova di un dipendente delle ferrovie dello stato batteva con il bastone sul pavimento del suo salotto così forte che vidi dondolare il lampadario. Non me ne curai più di tanto, anche perché la sua soglia di sopportazione era davvero bassissima; una volta litigammo furiosamente solo perché durante una riunione, organizzato nel mio appartamento con il comitato delle Sorelle di Carità delle Vergini Spontanee ma non Obbligate, la signora Bolzoni si era lamentata del rumore che facevano le tazzine del caffè quando venivano riposte. E' vero che le avevamo corrette con un po' di anicino, ma non eravamo certo ubriache, semmai solo un po' allegre. Mi vestii con cura. La gonna corta sotto il ginocchio, perché ogni tanto far vedere un po' del proprio corpo non era una cosa così riprovevole. La camicia con il collo di pizzo che sbucava dal maglioncino di cotone azzurro a rombi regolari gialli e le calze blu di cotone appena sopra il polpaccio, mi davano un'aria sbarazzina ma maliziosa allo stesso tempo. Mi ero fatta i codini, precisamente asimmetrici, misurati con il centimetro posto nel terzo ripiano partendo dall'alto del mio mobile del bagno e mi ero messa gli occhiali con la montatura di tartaruga, che facevano risaltare i miei occhi marroni e un po' divergenti tra loro. Diretta verso il luogo dell'appuntamento che ritenevo avrebbe cambiato la mia vita, ero pervasa da un'euforia tale da farmi saltare tutti i delicati equilibri sui quali i miei ritmi di vita erano basati. Non toccai più le corna del toro scolpito nel portoncino di ferro del quarto palazzo che incontravo sulla destra ogni volta che percorrevo quella strada. Non seguivo più il disegno delle piastrelle nere, in contrapposizione a quelle bianche, posate lungo il tragitto che mi separava dal mio galante compagno in attesa. Addirittura, mi ero completamente scordata di riportare, ogni otto passi, i miei occhiali verso l'alto, perché mi erano scivolati lungo il setto nasale a causa del ritmo sostenuto della mia camminata. Arrivai fuori dal "Barino" ad un ritmo talmente forsennato che mi accorsi solo allora che la gente stava osservando, tra il divertito ed il curioso, la mia camminata veloce ed oramai priva di qualsiasi coordinazione motoria. Giambattista mi stava aspettando diritto in piedi al fianco sinistro della porta di ingresso, così come gli avevo chiesto io, dato che sulla parte destra non c'era luce e non avrei potuto vederlo bene arrivando a causa della miopia. Aveva in mano un mazzo di garofani bianchi e rossi, bellissimi nella loro specie ma che mi diedero, almeno come primo impatto, una sensazione di aver ricevuto un omaggio in stile cimiteriale. Notai subito che si era anche cambiato d'abito. Aveva un maglione bianco a collo alto, perfettamente arrotolato ed un pantalone a quadretti, della stessa stoffa dei kilt scozzesi che adoravo per il senso di regolarità che davano alla persona. Mi sorrise un po' di sbieco, come ricordavo aveva fatto quella mattina in banca. Porgendomi i fiori mi disse ".dei fiori per il fiore dei fiori che tra i fiori sboccia come un fiore fresco ogni dì.". Faticai un po' a capire esattamente la metrica ed il senso di quella frase, fino a quando, razionalizzata ed incamerata nella mia testa, non mi resi conto di quanto bello fosse quel complimento. Entrammo nel bar, tra l'imbarazzato ed il divertito. Samantha, la presidentessa del club di "Sfortune consequenziali", la telenovela concorrente a "La Vita è dura", mia acerrima nemica, mi guardò con malcelata invidia. Lei capii subito ciò che c'era tra me e Giambattista, ed era qualche cosa di più di una semplice attrazione fisica. Ci sedemmo, d'istinto, al terzo tavolo partendo dalla parte sinistra, la più regolare, con le tovagliette disposte l'una parallela all'altra. Ci sfilammo entrambi la giacca partendo dal braccio sinistro, piegandola in due e riponendola alla nostra destra in maniera tale che il collo rimanesse in vista e mai a contatto con parti impolverate di quel malsano ambiente. Spostammo contemporaneamente le tovagliette alla nostra sinistra, disponendo il sottobicchiere quadrato in cartone con l'angolo verso il basso, facendo in modo che la marca della birra reclamizzata fosse esattamente disposta perpendicolare a noi, quasi a formare una freccia che, reciprocamente, ci indicasse. Avevamo gli stessi gusti. Facevamo gli stessi gesti. Ci muovevamo come all'unisono, come due mimi di Tatì. Inevitabilmente ci innamorammo ed inevitabilmente ci sposammo. I preparativi della cerimonia furono lunghi ed estenuanti. Nonostante le nostre idee coincidessero, i particolari che mano a mano ci venivano in mente rendevano ogni singolo dettaglio una specie di incubo dalla quale non riuscivamo ad uscire. Certo, era comprensibile essere preoccupati della distanza dai bordi dei nostri nomi sulle partecipazioni. Ed era normale porre una certa attenzione per verificare che i quadrati della scatola delle bomboniere fossero tutti in egual numero. Perché una cosa del genere, se è vero essere un particolare al quale tutti pensano immediatamente è anche uno dei primi che si tende a dimenticare quando si organizza il proprio matrimonio. E poi, le discussioni con il ristorante furono logoranti come quelle che dovevo sostenere in banca per aprire un conto corrente. Sembrava infatti la prima volta che qualcuno chiedeva la disposizione degli invitati in ordine di altezza. E sembrava che mai, nella loro vita professionale, qualche altra coppia di sposi avesse chiesto ai propri commensali di sapere in anticipo il colore del vestito che avrebbero utilizzato il giorno della nostra festa per ottenere un miglior impatto cromatico nella composizione dei tavoli. Fu una cerimonia meravigliosa, anche perché il Parroco che ci sposò, Don Furlo, ad un certo punto si mise a piangere dalla commozione. O almeno così mia madre mi disse anche se io, al momento, avevo creduto più piangesse per lo stress, o per una sorta di crisi isterica. Anche perché, ciò avvenne dopo la terza volta che Giambattista metteva a posto il tappeto sotto le nostre sedie, non esattamente perpendicolare al taglio delle mattonelle della navata e dopo la quinta volta che ero corsa da Don Furlo per raddrizzare una miniatura che aveva sotto l'altare e che non voleva saperne di stare perfettamente dritta in corrispondenza dell'incrocio delle due assi che tagliavano a metà il disegno dell'altare stesso. La nostra vita matrimoniale fu, all'inizio, meravigliosa. Ci alzavamo entrambi alla stessa ora. Le nostre radiosveglie, sincronizzate la sera prima, si accendevano contemporaneamente su "Sveglia&Risate" di Radio Sorriso. Ogni mattina, all'unisono, ci guardavamo sorridendo e ci sussurravamo "Buon Giorno Amore." sospirando di felicità. Scendevamo con lo stesso piede dal letto, posandolo entrambi sulla quarta mattonella contata partendo dal limite contrassegnato dal comodino. La nostra non era vita. Era nuoto sincronizzato. Al punto tale che, dopo qualche anno, non riuscivamo più ad avere spazi vitali che non fossero in comune. Mangiavamo allo stesso modo, le stesse cose. Dormivamo girandoci contemporaneamente dalla stessa parte ed avevamo persino le stesse necessità fisiologiche nello stesso momento. Facevamo gli stessi commenti mentre guardavamo un film ed avevamo bisogno di sentire la stessa musica nello stesso istante. Camminare per strada era diventato impossibile. Giambattista mi rubava tutti i percorsi ed usurpava le mie piastrelle. Improvvisamente, mi sentii defraudata della mia libertà. Il pensiero di dover condividere i miei punti di riferimento con qualcun altro, seppure fosse mio marito, fece perdere la sicurezza che avevo anche per le cose più banali. Una sera tornavamo dal lavoro perché, come al solito, uscivamo alla stessa ora. In metropolitana, io amavo fermarmi di fronte al dodicesimo pannello di linoleum nero, che si trovava esattamente a metà della fermata e di fronte al quale mi si aprivano le porte centrali  della terza carrozza partendo dalla motrice. Giambattista, con il quale avevo discusso lungo la strada perché aveva già da tempo cominciato ad appoggiare la  punta del  piede sugli stessi  cubetti di porfido che c'erano lungo il tragitto dal punto in cui ci trovavamo usciti dal lavoro e la stazione, si era perfidamente impossessato del mio posto al dodicesimo pannello. La metropolitana arrivò. Aspettai, contando dodici finestrini, perché sapevo che il tredicesimo era in realtà lo spazio di aggancio tra una carrozza e l'altra. Non spinsi neanche tanto. Giambattista perse l'equilibrio. Pur nella disgrazia, rimase come sempre, composto e preciso. Non si sbottonò neppure l'ultimo bottone del collo della camicia. E il maglione a rombi rimase quasi immacolato. Ma adesso sono felice, e sono anche realizzata. Ho una camerina tutta per me. Ed anche la radio che, come ogni mattina sintonizzata su "Radio Sorriso" mi risveglia al suono di "Sveglia&Risate". Lavoro come contabile all'economato dell'istituto nella quale mi hanno assunto dopo che Giambattista mi lasciò. Non esco mai di qui, non ci penso neanche. Qui è tutto bianco, tutto ovattato e silenzioso. Le mie colleghe di lavoro, quasi tutte suore ed infermiere, mi hanno anche concesso di avere tutte le piastrelle bianche che mi separano dalla mia camerina, al mio ufficio, alla mensa. E qui, ho fatto un sacco di amicizie. Non so come mai ma in questo istituto c'è un sacco di gente che la pensa come me. Perché la vita è solo una questione di abitudini. Basta seguire il percorso che le piastrelle ti indicano.

 

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L'energia Fonica
 


Tendinello è in giro in Vespa. Nessuno sa come si chiama in realtà. Ha questo soprannome da quando, durante la rissa, una coltellata gli recise appunto il tendine e da allora cammina un pò così, "storto" e zoppicante. La sigaretta gli penzola costantemente dalla parte sinistra del labbro. Costantemente quasi finita, quando praticamente sta fumando la cenere e non il tabacco. Ha lo sguardo assente, le mani serrate sulle manopole e le braccia leggermente aperte, come se volesse prendere il volo. La sua Vespa è un 50 Primavera del 1983, azzurro verniciato (male) con una bomboletta spray che ha lasciato tracce indelebili della sua pazzia anche sul suo unico e fidato mezzo di locomozione. La Vespa ha la sella lunga nera della "Nisa", il bauletto porta oggetti dietro lo scudo ed il portapacchi nero. Tendinello è l'unico esempio di Vintage degli anni 80 ancora circolante per le vie di Milano. Sembra una copia di un comico di una commedia dei fratelli Vanzina molto più reale e divertente. La sua Vespa emana rumori paragonabili, per intensità, a quelli di una motozappa guidata da un contadino ubriaco e con udibili problemi di meteorismi. Tendinello gira i bar del suo quartiere in maniera metodica, costante, incessante. Al mattino, verso le sette, prende il caffè macchiato grappa e compra un pacchetto di "Stop" senza filtro al bar "Tramonto". Al "Tramonto", le sue discussioni di politica con gli addetti alla pulizia delle strade che hanno finito il loro turno assume contorni boccacceschi, a tratti kafkiani. Tendinello vive una realtà tutta sua, un mondo dove i russi combattono gli americani ed un governo in cui alla maggioranza i democristiani sono ancora contrastati dai comunisti. E chi lo trova al bancone al mattino alle sette, non fa nulla per cercare di riportarlo alla realtà. Al contrario si fa beffa di lui fornendo notizie assolutamente vere ma risalenti a decenni precedenti. Alle sette e venti ed al terzo caffè con grappa, Tendinello è già praticamente ubriaco. Verso le otto, si precipita con passo incerto e la Vespa posteggiata malamente contro un muretto, al bar della stazione della Metropolitana. Con un gruppo di dipendenti Atm intrattiene  discussioni prevalentemente sportive, con particolare attenzione ovviamente, al calcio. Tendinello, anche in questo caso, vive questo buco spazio - temporale con leggiadra sconsideratezza. E' convinto che Bearzot alleni ancora la nazionale e che Stenmark vincerà la coppa del mondo di sci. A volte gli raccontano di una campagna acquisti del Milan avvenuta almeno vent'anni prima, ed il giorno dopo, non ricordandosi più la fonte di quella notizia, la vende come sua alle stesse persone che gliela avevano riferita definendola come ".sicura, me lo ha detto un mio amico che conosce personalmente Sgrullit.." storpiando anche il nome di un famoso calciatore olandese di due decenni addietro. Verso le nove, la sua curiosità lo spinge verso il Caffè Centrale, dove le signore, prima della spesa, si scambiano i pettegolezzi più scottanti. Tendinello arriva a cavallo della Vespa come se fosse un Harley, l'appoggia al muro e scende come John Wayne da cavallo, ma quando l'attore veleggiava già verso gli ottant'anni, con un movimento d'anca più vicino allo stesso gesto fatto dai cani per fare pipì contro gli alberi, arcuando le gambe come se stesse per sedersi sul water. Si accende una "Stop" senza filtro e comincia a guardare le donne che conversano con fare un po' sornione, socchiudendo gli occhi e sorseggiando un bianco frizzante: ".l'aperitivo." come ama chiamarlo senza avere minimamente compreso di essere ancora nel mezzo dell'orario della prima colazione. Ogni tanto sembra fare l'occhiolino a qualcuna di loro. In realtà, fumando di sbieco appoggiato al bancone, il fumo gli si infila nell'occhio, facendolo assomigliare ad un incrocio tra Actarus e Capitan Harlock, ma dopo un frontale con l'astronave del Capitano Kirk. Le donne non ci fanno neanche più caso, ed anche loro, a volte, provano ad irretirlo accavallando maliziosamente le gambe o mostrando una spallina del reggiseno. Tendinello, quasi sempre, sputa per terra e bestemmia straparlando della poca serietà del  genere femminile. Poi, inforca la Vespa e se ne va. Il resto della mattina lo passa in attesa del mezzogiorno al Baretto in piazza,  il pomeriggio al Bar Gelateria "Kiwi" (dove predilige discorsi di musica spesso incentrati su gruppi musicali mai esistiti o sconosciuti ai più), la sera al bar dei Portici, dove consuma la sua cena fatta a base di bianco con il Campari e patatine fritte. Alla fine, stremato, collassa sul lettino del mini appartamento avuto gratuitamente dal Comune. Dorme sommerso da vestiti sudici e giornali vecchi che gli fanno ormai da materasso sul quale si sveglia, di soprassalto, alle sei e trenta del giorno dopo. Rimonta di nuovo sulla sua Vespa e riprende metodicamente il giro del mattino precedente, incurante del freddo dell'inverno o del caldo torrido dell'estate della Pianura Padana. Quella mattina Tendinello sembrava più in forma del solito. Arrivò al "Tramonto" con un sorriso stranamente sornione, e toltosi il casco replica "Franco Uncini" del 1981 (quindi oramai incapace di resistere a qualsiasi tipo di urto) i lunghi capelli biondo cenere scesero lungo le spalle quasi pettinati, con un effetto gel dovuto più alla mancanza di lavaggio che non ad un trattamento con prodotti estetici."Ehi Tendinello!" gli urlò Gabriele, il più giovane del gruppo degli addetti alle pulizie delle strade intento a divorare un cornetto. ".hai letto il giornale di oggi?". Tendinello lo guardò quasi di traverso, con un espressione che lo rendeva molto simile ad un cinghiale ma molto meno intelligente. ".A proposito di cosa?" . "Il governo ha proclamato l'austerity!"  Tendinello faceva già fatica a comprendere perfettamente l'Italiano, una parola così per lui poteva essere anche aramaico antico. "..da domenica, non si potrà più usare la benzina, perché c'è scarsità di petrolio, si potrà andare in giro solo in bici!!".  Tendinello guardò Gabriele per alcuni momenti con il suo sguardo un po' assente, con il cervello che elaborava faticosamente  ciò che aveva appena sentito. ".neanche in Vespa?" rispose con un filo di voce e con un tono tale che sembrava sull'orlo di una crisi di pianto. ".niente! E addirittura non si potrà uscire di casa, per evitare sprechi energetici" Si girò verso la Rosy, una donna grassa come un lottatore di sumo che si considerava la dea del "Tramonto", che stava alla cassa e vendeva le sigarette. ".Una stecca di Stop senza filtro." gridò. Uscì di corsa, non accorgendosi delle risate che echeggiavano dal bar. Guidava come un pazzo, con il casco slacciato e la stecca di sigarette sotto un ascella. Aveva una posizione sulla Vespa che sembrava un incrocio tra un cucciolo di koala avvinghiato alla madre ed il Barone Rosso in fase di attacco. Un vigile, che conosceva bene Tendinello, per paura fosse già ubriaco, lo fermò poco prima di un semaforo. ".Allora Tendinello.Abbiamo già fatto il pieno?" Tendinello lo guardò con i suoi occhi cisposi dalla fessura della visiera del casco: "..il pieno! Hai ragione." mise la prima e ripartì lasciando dietro di sé una maleodorante scia di olio per miscela bruciato. Il Vigile provò a fischiare per fermarlo, ma era troppo tardi. Lo sentì solo bofonchiare una frase di cui non riuscì a capire il significato: ".c'è l'AUSERILY!!" disse con aria vagamente  saccente sfilando velocemente via. Tendinello entrò in casa e si mise a rovistare tra i giornali come un cane randagio in cerca di cibo tra la pattumiera. La sua foga venne placata solo quando una pagina centrale di un giornale di dubbia moralità si aprì davanti a lui. Osservò la bionda in posizione ammiccante per cinque minuti buoni di orologio con gli occhi spalancati e la bocca semiaperta. Poi, tutto ad un tratto, riprese la sua ricerca affannosa con la stessa delirante foga. Trovò finalmente, nelle pieghe del suo letto, la copia di un giornale che lui riteneva risalire a pochi giorni prima. In realtà era un edizione straordinaria de "La Notte" del 25 Marzo 1974. Annunciava a tutta pagina l'austerity, la mancanza di petrolio e tutto ciò che gli "amici" del bar gli avevano raccontato la mattina. "Lo sapevo."sibilò trionfante e si sedette sul letto accendendosi una "Stop" senza filtro. Non aveva televisore e le notizie della sera arrivavano rarefatte nella sua stanza insieme ai rumori della strada. Rimase a pensare con lo sguardo fisso fuori dalla finestra, concentratissimo, tanto che un rivolo di bavetta gli scese lungo i lati della bocca. Si addormentò così, seduto, cadendo in un sonno tanto profondo quanto agitato. "Cadere" fu il verbo esatto, perché Tendinello dalla sua innaturale posizione, piombò a peso morto contro la spalliera in metallo del suo letto, battendo la testa contro di essa. Lo trovarono i Vigili Urbani, ancora incosciente, che parlava come in preda ad una crisi mistica. Bofonchiava di austerity e di energie alternative. Chiedeva "Stop" senza filtro intervallandole a bestemmie che le imprecazioni di un toscano, al confronto,  potevano sembrare allegorie cinquecentesche. Ne aveva segnalato la mancanza Rosy, la tabacchiera del bar "Tramonto", dopo due giorni che non lo si vedeva comprare le "Stop" che vendevano praticamente solo a lui. Passò due giorni a letto, continuando a sproloquiare e mormorare voci senza senso. Gli assistenti sociali che lo accudirono, non diedero molto peso a questa mancanza totale di lucidità, che peraltro mal si distingueva dal suo stato di normalità. Il terzo giorno, i ragazzi che prendevano il caffè al "Tramonto" sentirono la Vespa di Tendinello in lontananza. Sembrava "diversa". Sembrava che Tendinello la spingesse più del solito, oltre preoccupanti (per il suo stato complessivo di salute fisica e mentale) limiti. Entrò nel bar con l'aria ancora più stralunata del solito, ma con gli occhi ancora più strabuzzanti, ancora più da pazzo. Gabriele, che come al solito voleva accoglierlo in modo tale da farlo diventare immediatamente l'oggetto di scherno principale della giornata, a vederlo gli morì il saluto sulla lingua, e rimase con la tazzina del caffè sospeso a mezz'aria. "Buongiorno  a tutti" Disse Tendinello squadrando uno per uno gli avventori del bar. "Vuoi un pacchetto di Stop?" disse  Rosy con un filo di voce. "Non fumo" rispose Tendinello con tono deciso. "Cos'è, hai seguito un corso Zen per smettere di fumare?" disse Gabriele scoppiando in una risata tanto forte quanto fastidiosa, ritrovando per un attimo la baldanza perduta poco prima. Tendinello si avvicinò al ragazzo che ora tremava leggermente, vedendolo per la prima volta così sicuro nel muoversi dopo anni di vessazioni. "La pratica Zen è qualche cosa di molto più complesso, che mira al raggiungimento della pace della propria anima in vita affinché la stessa trovi una sua collocazione specifica anche dopo la morte, e non c'entra pressoché nulla con lo smettere di fumare se non lo si vuole vedere come pratica applicata alla capacità del nostro io a controllare le nostre pulsioni" Nel bar  "Tramonto" sembrava che il tempo fosse stato fermato. Nessuno parlava, la Rosy non batteva scontrini, le tazzine del caffè non venivano rumorosamente appoggiate alla loro tazzina e Gabriele guardava Tendinello con la bocca semiaperta, come fosse stato colpito da una sorta di semi paresi. I due ora erano vicini; Gabriele guardava con occhi vitrei Tendinello e Tendinello fissava con sguardo di ghiaccio Gabriele. Ormai erano così vicini l'uno all'altro che sembrava si sarebbero sussurrati qualche cosa nell'orecchio. Poi Tendinello si fermò a pochi centimetri da Gabriele, guardandolo dall'alto in basso come si potrebbe fare quando si acquista una giumenta al mercato del bestiame. Il silenzio era totale; tutti aspettavano che Tendinello parlasse. Passarono secondi che parevano secoli. Poi, parlando quasi sottovoce ma con tono deciso disse: ".Il problema dell'austerity, sebbene risalga a circa trent'anni fa, si ripresenterà tra circa tre giorni, quando a causa del taglio della fornitura del greggio da parte degli Emirati Arabi, il prezzo del petrolio andrà alle stelle. Ma finalmente, a quel punto, la Comunità Europea darà via libera al progetto idrogeno, che permetterà finalmente, con lenta gradualità, di passare a forme di energia alternativa. Il vostro stesso lavoro cambierà, perché sarà possibile ricavare questo gas dal recupero dei prodotti di scarto, e voi stessi sarete obbligati a seguire dei seri corsi di aggiornamento per mantenere il posto." La gente non sapeva se ridere o se applaudire Tendinello. Ciò che aveva appena declamato con tale sicurezza e tracotanza non aveva fondamento o alcun  reale riscontro in qualche cosa che fosse di conoscenza comune. Ma dava fiducia e mai come quel giorno parole più sagge e di speranza erano state dette in quel ritrovo di tabagisti e fumatori recidivi. Ma sembrava non avere finito, perché si avvicinò ancora di più a Gabriele, tanto che il loro naso sembrava toccarsi. Prese fiato un istante e poi disse: ".e poi non so cosa tu abbia tanto da ridere, visto che tua moglie, ogni mattina verso le nove è a prendere il caffè al bar "Centrale". In realtà, mentre tu sei a casa a riposare dopo il turno di lavoro, lei non è esattamente a prendere solo il caffè.Ti sei mai chiesto perché mai, per far la spesa, tutti i giorni, ci impiega dalle due alle tre ore? Se fossi in te cercherei di capire che tipo di prosciutto il macellaio le consiglia tutti i giorni..:" Gabriele era livido in faccia al punto tale che sembrava una mongolfiera pronta allo scopppio. Puntò l'indice verso Tendinello e cominciò a balbettare: ".Tu.Tu.Tu.." Tendinello scoppiò in una risata tanto cristallina quanto isterica: "..Sì..l'utente è momentaneamente occupato, si prega di riprovare più tardi.probabilmente sta comprando la salsiccia per il riso." concluse ancora più spavaldo. I colleghi di Gabriele, anziché confortarlo o spalleggiarlo, rimasero a bocca aperta. Gabriele, annientato in qualsiasi reazione, rimase ancora con quel ".tu.tu." tra le labbra ed il dito sospeso nell'aria. Poi uscì di scatto dal bar, blaterando frasi apparentemente senza senso contro la moglie ed il troppo tempo necessario per fare la spesa troppe volte motivo di litigio. "Cappuccio e cornetto" urlò Tendinello al banco, alzando indice e mignolo per rendere ancora più beffarda l'uscita di Gabriele, prendendo a leggere il "Corriere della Sera" con altrettanto strana concentrazione. ".Allora..". Un altro collega di Gabriele, più timoroso che spavaldo, si avvicinò nel silenzio generale a  Tendinello. ".visto che sembri essere stato baciato dal sapere, come faremo tra tre giorni quando non ci sarà più benzina? Non dirmi che hai trovato la soluzione anche per questo!!"  Stava ancora leggendo il giornale, masticando il suo cornetto, come se non avesse sentito la domanda che gli era stato rivolta. Guardò continuando la sua colazione, l'incauto ragazzo con uno sguardo quasi inquietante. Appoggiò ciò che rimaneva della sua colazione sul tavolo, deglutì e poi, come una dichiarazione da capo di stato, pronunciò solennemente: ".Io ho la soluzione. Questa notte ho avuto l'idea che ci permetterà di non essere più schiavi del petrolio. Ho progettato un motore rivoluzionario che va ad energia fonica.." La gente nel bar, che ormai con il passaparola era diventata folla, non sapeva ancora se ridere o rimanere a bocca aperta. "Sarebbe?" disse un vecchino appoggiato al bancone con il primo bianco della giornata. ".ho scoperto, dopo lunghi anni di ricerche, che quando parliamo con gli altri, a seconda della forza e dell'intensità di ciò che diciamo, emaniamo un'energia normalmente viene dispersa nell'aria. Con il meccanismo che ho progettato, questa energia potrà essere incanalata ed utilizzata per produrre forza sufficiente a far muovere macchine, camion, motorini.". Chi lo stava ad ascoltare non poteva fare a meno di rimanere affascinato da ciò che stava sentendo. Anche fossero state una mare di panzane di un folle vaneggiatore in preda ad una crisi da mancanza o abuso di alcool, era qualche cosa che faceva bene. Era qualche cosa che avrebbero voluto sentirsi dire da sempre: ".cioè, tu vorresti farci credere che le nostre parole hanno un'energia propria, che sono in grado di dare movimento alle cose?" Disse il ragazzo che, ancora impaurito aveva provocato Tendinello. ".Non intendo dire che qualsiasi cosa diciamo sia in grado di produrre energia.." rispose Tendinello che ora sembrava davvero un professore universitario. ".c'è una differenza sostanziale nel modo in cui diciamo le cose." e così dicendo, si avvicinò ancora di più al ragazzo. "..perchè se tu con tono dolce mi dici, anche in un momento d'ira: .sei un lurido marrano.capirai che ha una valenza diversa che dire." Tendinello aveva posato il giornale e si era avvicinato ancora di più al ragazzo, ma con un fare quasi suadente. ".che dire cosa??" chiese il ragazzo con timore quasi reverenziale. Tendinello prese fiato e poi gli urlò con tutto il fiato che aveva in corpo: "LURIDO BASTARDOOOOOOOOO!!" La gente indietreggiò leggermente, come se, di fronte alla gabbia di un leone, lo avesse prima cercato di toccare e poi si fosse spaventata di fronte al primo ruggito. Il ragazzo cadde per terra, con gli occhi e la bocca spalancata. Tendinello, come se nulla fosse, riprese a masticare il suo cornetto ed a leggere la pagina della cultura del "Corriere". Poi, dopo aver pagato, prima di uscire dal "Tramonto", si girò verso la platea non ancora paga di quel inaspettato spettacolo fuori programma e disse: "vado a casa a montare il mio sistema di energia fonica sulla Vespa. Se non mi credete, tra due giorni, prima che venga proclamata ufficialmente l'austerity,  ci vediamo qui davanti alle cinque del pomeriggio: Voi stessi potrete constatare  la veridicità delle mie parole e del mio progetto.". Se ne andò con la sua Vespa, lasciando dietro di sé la solita scia di fumo e di rumore, con la gente accalcata alla porta che lo voleva vedere andare via, ancora non paga di quello strano inizio di giornata. Per due giorni Tendinello non si vide. Per due giorni la gente non  parlò d'altro. Chi credeva o voleva credere ciecamente alle parole di quello stralunato Leonardo, ne cantava le lodi ed affermava di avere sempre visto, in quello strano ragazzo, qualche cosa di geniale che però a causa dei pregiudizi, faticava a saltare fuori. Altri invece, erano più cauti, oppure semplicemente pessimisti, ma un fondo di speranza traspariva chiaramente dalle loro parole.  Gli assistenti sociali, gli unici che avevano osato avvicinarsi alla casa di Tendinello spinti più dalla curiosità che dalla preoccupazione per il suo stato di salute, riferivano di rumori metallici, di seghe elettriche e fiamme del saldatore che uscivano incessantemente dalla sua cantina. Prima del giorno fatidico, in città il motore ad energia fonica catalizzò l'attenzione di tutti. Solo uno piccolo ma riprovevole fatto di cronaca rubò per poche ore l'attenzione di tutti. Gabriele, il dipendente della società di smaltimento rifiuti pubblicamente schernito da Tendinello, aveva prima distrutto un negozio di macelleria, picchiando selvaggiamente il proprietario con un prosciutto stagionato di circa un otto chili comprensivo di osso. Successivamente, aveva cosparso la moglie di olio, sale e prezzemolo, l'aveva completamente legata con dello spago da arrosto e l'aveva lasciata davanti al Caffè Centrale alle nove della mattina con un cartello recante la scritta "Scrofa da arrosto".  I colleghi di lavoro dell'autore dell'insano gesto non commentarono l'accaduto, ma la notizia, oltre ai consueti pettegolezzi e battute da caserma, avevano contributo ad alimentare la credibilità di Tendinello e l'aspettativa nei confronti della sua invenzione. Finalmente il giorno arrivò. Era un tiepido pomeriggio di primavera inoltrata, uno di quelli in cui gli odori dell'estate cominciano a farsi sentire nell'aria. Il bar Tramonto non era probabilmente mai stato così affollato come allora e la Rosy aveva disegnato personalmente dei cartelloni pubblicizzanti l'evento rosa fucsia che recavano la scritta: "Tendinello Schiow. Oggi qui, alle cinque del pomeriggio, il nostro concittadino mostrerà a tutti la sua ultima invenzione. Il Motore ad energia sonica!! Dai- Kiri a metà prezzo per tutti a partire dalle quattro!!" Nessuno osava contestare alla Rosy il colore del cartellone. E nessuno osava correggere quella parola in inglese che tutti ricordavano giusta se associata al nome di quel noto conduttore ma che non ricordavano assolutamente come andava scritta esattamente. E men che meno, nessuno osava correggere alla Rosy il nome di quel cocktail che scritto in quel modo sembrava un urlo di battaglia di un guerriero giapponese o una marca di motocicletta. Comunque, era facile intuire di cosa si trattasse e lasciarono perdere. Tutti guardavano a destra, verso il fondo del rettilineo. Si aspettavano di vedere arrivare Tendinello come al solito, che sbandava un po'  verso destra, e un po' si teneva in equilibrio con la gamba sinistra, quasi guidasse un catamarano anziché una Vespa. Ad un certo punto, un gran nuvola di polvere si levò in lontananza. Un rumore sordo coprì le voci. Poi il silenzio assoluto. Poi una serie di bestemmie e parolacce, improperi e maledizioni sembravano come sgorgare dalla terra. Poi di nuovo polvere e rumore. Ed infine, arrivò Tendinello. Si fermò con aria stralunata e lo sguardo vitreo di fronte alla folla incredula. Il silenzio sembrava irreale. Era come assistere ad una parodia di "Mezzogiorno di fuoco" con il cow boy più strampalato che la cinematografia potesse ricordare. Qualcuno partì con un timido applauso e pian piano, le urla ed i fischi si sovrapposero al vociare della gente sempre più eccitata. Tendinello, con un casco da aviatore anni venti ed un paio di occhialoni da sci Baruffaldi rossi con le lenti gialle, l'elastico tricolore anni settanta, salì sulla sella Nisa della Vespa 50 Primavera blu verniciata a bomboletta. Dalla parte destra della moto, accanto al motore, uno strano marchingegno composto da elementi recuperati chissà dove facevano pendere pericolosamente  il mezzo verso l'asfalto. Al carburatore sembravano collegati due casse marca "Blaukpunt", una radio mangiacassette super otto (quelle con cassette grosse come toast e per giunta dello stesso colore) marca "Geloso", un pezzo di pentola a pressione, l'ancia ed il corno di una Tuba in ottone, un osso di alce vuoto più mille altre fili, transistor, valvole e lucine che nella loro mostruosa complessità costruttiva avevano una certa armonia. La Vespa, accesa al minimo e appoggiata sul lato opposto al marchingegno con un cavalletto lungo circa un metro e trentacinque recuperato da un Guzzi della Polizia del 1958, al minimo tremava come un cucciolo di cane impaurito. Ogni tanto, aveva una specie di rantolo, paragonabile a quella di un morto in preda agli ultimi spasmi. Ad ogni sussulto, Tendinello guardava la Vespa con uno sguardo di apprensione, quasi coccolando quell'essere mostruoso ad ogni sobbalzo. Tirò gli occhiali sulla fronte, ed allargando le braccia e con le mani tese, cercò di azzittire la folla come un novello pastore d'anime. Dopo secondi interminabili, scandì con voce decisa e cristallina alla folla azzittita: ".Oggi dimostrerò a tutti che l'energia fonica non è stato il vaneggiare di una mente che voi credevate obnubilata." Già alla parola "obnubilata" ci furono persone che emisero gridolini di compiacimento e stupore. La Rosy chiese a qualcuno se quella strana parola era una marca di sigarette che loro non avevano e se doveva informarsi su dove potersele procurare. ".Da troppo tempo le multinazionali del petrolio detengono il potere sul mondo raccontandoci la fola della scarsità del greggio.." La Rosy chiese, con fare realmente perplesso, cosa c'entrasse la scarsità di petrolio la scarsità di quel comico che la faceva tanto ridere, cominciando ad innervosire seriamente chi le stava vicino "..è venuto il momento di far capire che non siamo così stupidi da non poter intuire e studiare una nuova energia alternativa, che non siamo così stolti da non aver l'intraprendenza di progettare ed ideare motori che siano capaci di liberarci dalla schiavitù del monopolio dei signori dell'oro nero!" Quando la Rosy chiese cosa c'entrasse un ragazzo di colore con il progetto del Tendinello, un ignoto ma in seguito acclamato anziano frequentatore del "Tramonto" le diede una ginocchiata nel basso ventre che fece finalmente azzittire l'indesiderata signora dei quesiti per il resto della giornata.  ".Il momento della libertà è vicino! Ricordatevi, le parole che noi diciamo hanno energia propria. E  non solo. E' l'intensità. E' quanto noi crediamo nella forza delle parole che noi pronunciamo. Questo congegno, da me inventato è capace di raccogliere ed incanalare quanto diciamo in questo trasformatore di energia fonica in cinetica!!" La gente seguiva parola per parola ciò che Tendinello stava declamando. E neppure perplessità traspariva sui loro volti quando qualcuno faceva presente che il "trasformatore"  assomigliava in maniera sorprendente ad un contatore dell'Enel anni '50, con ancora il cognome della famiglia alla quale era appartenuto sbiadito ma visibile sulla vecchia etichetta adesiva. Tendinello saltò sulla pedivella dell'accensione della Vespa. Una, due, tre volte, con il marchingegno che traballava in modo sinistro e pericoloso. Tendinello si calò i Baruffaldi sugli occhi, poi, nel silenzio generale, disse ancora: ".ricordatevi! La parola rende liberi!!" Ci fu un momento di reale commozione. Poi spontaneo, fragoroso, scoppiò un applauso, un misto tra l'ammirato ed il liberatorio. Tendinello prese in mano una specie di microfono collegato con dello scotch marrone da pacco ad un imbuto verde collegato a sua volta ad un tubo di metallo flessibile usato presumibilmente per la doccia fino al giorno prima. Chiuse gli occhi, cercando la concentrazione. Guardò il suo pubblico, con aria ispirata. Ad un certo punto, con rabbia gridò nell'imbuto il più grosso e variopinto catalogo di bestemmie e parolacce che nessuno, tra i presenti, avesse mai sentito prima. Partì con insulti generici, per poi passare a persone e fatti specifici, risvegliando ricordi che parevano, in molti dei presenti a conoscenza dei fatti  e delle persone citate, ormai sopiti. Passò quindi ad elencare una serie di santi di varie religioni ed etnie, ed infine terminò con le divinità principali con il parroco che si faceva il segno della croce chiedendo, considerato l'alto valore morale dell'esperimento, l'assoluzione in sua vece. Tendinello salì sulla Vespa, con il suo solito modo un po' sghembo. Accellerò due o tre volte. Prima la Vespa sembrava un gattino miagolante, poi a poco a poco prese a ruggire in modo quasi sinistro, inquietante. Tendinello alzò il braccio sinistro, si voltò con grande teatralità verso la folla ed urlò: ".PER IL PROGRESSO E LA LIBERTA'!!" Molti non capirono. Altri alzarono il pugno chiuso. Altri ancora abbozzarono un braccio teso, altri, più religiosi, mormorano "amen" con il parroco che, a mani giunte, continuava la sua lìtania. La Vespa partì a scatti e molti giurarono che, dalla marmitta di scarico, uscivano parolacce ancora più forti  di quelle pronunciate da Tendinello prima della partenza. La Vespa impennò, il motore emise un rumore cupo prima e acuto successivamente. Tutti cercarono di seguire la corsa di quel portentoso mezzo, ma solo per pochi metri. Tendinello sembrava poterlo  governare, anche se su una sola ruota, anche se procedeva a zig zag. Poi ci fu un botto. Anzi,  un boato. Dal trasformatore di energia fonica in energia cinetica si levò un fumo nero e denso dall'odore sgradevole. La gente disse: "OHHH!" . Tendinello, molti  sono pronti a giurarlo, disse "AHHHHH!" e poi, come un fulmine impazzito, la Vespa precipitò dentro un cassonetto della spazzatura, i cui sacchi pieni attutirono almeno parzialmente il colpo e fece "SBRANG!". Corsero verso Tendinello. più preoccupata che delusa. La Vespa era distrutta e con esso il sistema di trasformazione di energia fonica in energia cinetica. La Rosy fu la prima ad arrivare. Tolse i sacchetti di spazzatura che ricoprivano quello strampalato cavaliere. Tendinello sembrava un pupazzo buttato là in mezzo come un vecchio giocattolo. Ci furono minuti di attesa che parvero interminabili. Poi, Tendinello aprì un occhio. Poi tutti e due. Poi sembrò riconoscere qualcuno. Guardà la Rosy ed accennò un sorriso. Tutti tirarono un sospiro di sollievo. Si aspettavano un commento all'esperimento che loro stesso non riuscivano a capire se riuscito o meno. Poi, finalmente disse: ".Mi dai un pacchetto di "Stop"??". Molto tempo è passato da allora. L'austerity, in realtà, non fu mai più dichiarata. Tendinello ha riverniciato la Vespa, sempre dello stesso colore blu metallizzato. Alla mattina alle sette, si presenta al bar "Tramonto" e da lì, inizia il suo girovagare per i bar preferiti. Ogni tanto, qualcuno prova a fare delle domande per cercare di fargli tornare in mente i progetti del suo trasformatore, ma lui sorride e si accende una "Stop". Ogni tanto, di notte, dai garage del quartiere si sente qualcuno che armeggia con saldatori, martelli e cacciaviti. Poi, dice parolacce non ripetibili dentro un imbuto per un paio di minuti. Prima o poi, sono sicuri, Tendinello si ricorderà della sua invenzione.

 

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La vita ad un semaforo

  Mi muovo lento nel traffico. Come un salmone inebetito che segue la corrente ed i suoi simili, guido senza sentimento, senza espressione. Ma con una meta. L’ufficio. Ascolto la radio distrattamente, con le solite risate di chi ci vuole a tutti i costi di buonumore la mattina e con le discussioni di macropolitica, macroeconomia, macrostupidate di gente che ha voglia solo di dire la sua. La stessa gente, che poi si incazza solo quando  la squadra gli vende un attaccante. Ho la cravatta già slacciata. Me la sono allacciata quasi con cura davanti allo specchio e con mia moglie che, sigaretta pendula alle sette del mattino e alito fetente tipo Uno diesel del 1981 che non ha superato la revisione, mi chiedeva se ancora, dopo quindici anni l’amavo come il primo giorno. Guido con due mani. Posizione dieci e dieci a pugni serrati. Guidava così il mio povero vicino, il signor Pecci, arrivato dalla Basilicata a Milano nel 1971 con una Opel Kadett Rossa che non ha mai cambiato finchè non è morto. La sua Opel era famosa in tutto il quartiere. Quando l’accendeva, una volta la settimana perché andava a lavorare con il suo fido Garelli Vip 3 marce (al manubrio) blu, emetteva gas di scarico con un grado di nocività pari solo alla emissione dei gas della Breda negli anni sessanta. Era lunga come il Titanic e larga come Corso Vittorio Emanuele. Non riusciva mai a metterla nel garage di casa senza farle una fiancata, che poi rappezzava personalmente con bombolette a spruzzo che facevano sembrare la macchina una sorta di mezzo militare mimetizzato. E guidava con le mani posizioni dieci e dieci, la schiena curvata verso il volante e la faccia quasi che toccava il vetro. Per lui il codice della strada era un oscuro manuale di regole e comportamenti di cui gli avevano vagamente accennato durante la scuola guida. Potevano anche suonargli la marcia trionfale dell’Aida direttamente nell’abitacolo che lui non si scomponeva mai. Aveva un senso ed una cognizione delle precedenze e dei semafori che io amavo chiamare, Picassiana. Astratta, cubista, personalizzata.Adoravo guardarlo litigare con gli sprovveduti che avevano a che fare con lui lungo le strade.Diceva parolacce in dialetto delle quali credo solo lui conosceva il reale significato. E se cercavi di renderlo partecipe del fatto che quel triangolo rosso e bianco significava doversi curare di chi proveniva da destra e da sinistra, lui ripeteva che nell’incrocio c’era arrivato per primo e che quindi non gli importava di quello strano segnale di metallo messo lì chissà da quale buontempone. Guidavo come lui. Sentivo la gente che mi suonava da dietro, ma ero come proiettato in un'altra dimensione. Non riuscivo a pensare altro che a lui. L’Architetto Guidabaldo Pace di Torlonia. Il mio capo. Lavoravo in uno  studio di progettazione di innovativi luoghi destinati agli allevamenti industriali di volatili ovipari. Questa era la definizione che l’architetto Pace dava della sua azienda. La realtà era che progettavamo pollai. Ed io, che mi ero laureato brillantemente al Politecnico sognando di progettare case di persone ricche e famose, non riuscivo a capire come potevo essere finito alla mercè di quel buzzurro. Quando non c’era nessuno, mi chiamava “FRAZZI!”, per cognome, ad alta voce, con un leggero disprezzo nel tono, quasi a sottolineare il distacco esistente tra me e lui. In riunione, a volte mi chiamava “Geometra!”, quasi a sminuirmi per poi correggersi e dire la solita frase: “..Ah no scusi! Architetto! È vero che poi alla fine c’è l’ha fatta anche lei a laurearsi…eh…ma ai miei tempi non era mica così facile!!” Oramai ci avevo fatto l’abitudine ma i primi tempi guardavo il mio compasso con bramosia, sognando di usarlo per torturarlo lentamente, e tatuargli sulla schiena con l’inchiostro a caratteri cubitali “ARCHITETTO FRAZZI!!”, con due punti esclamativi. Ogni mattina, quando varcavo la soglia dell’ufficio ed anche arrivavo in perfetto orario  mi accoglieva con la solita frase: “Frazzi! Facciamo l’orario degli sportelli delle poste, vero?” . Ed alla sera, anche se uscivo ad orari allucinanti, mi congedava altresì con una frase di identico tenore: “Frazzi! Ci siam presi un’ora di permesso oggi, vero?”, accompagnando il tutto con una risatina sommessa ed isterica.  Il mio capo aveva una sola fortuna. Aveva costruito un pollaio autopulente. Una vera manna per gli allevatori, che ne avevano immediatamente fatto di tale invenzione una necessità insostituibile. L’unico problema era che quel progetto era nato da una idea mia. E mi era costato fatica, perché Pace mi aveva costretto, munito di tuta, occhiali e respiratore, a rimanere all’interno di uno dei primi prototipi per osservare meglio quanto accadeva durante le operazioni di pulitura. Il risultato era stata una settimana di nausee e vomito continuo. Perché tutto ciò che c’era all’interno del pollaio, quando entrava in azione la turbina pulente, veniva sparato in aria e convogliato in apposito contenitore  a velocità fotonica. Ma alla stessa velocità entrava anche in qualsiasi pertugio trovassero i residui sulla loro strada. Comprese le mie orecchie e le poche falle della mia tuta. Pace fece sua l’idea. Ed io non mi ribellai mai, diventato lo zimbello dei miei colleghi e l’oggetto del continuo rimprovero da parte di mia moglie. Ogni mattina, mi chiedevano se non avevo paura che Pace mi potesse chiedere di inventare un bidet per le mucche costringendomi ad andare in vacanza con alcune di esse per capirne le abitudine fisiologiche. Oppure, mi chiedevano come mai ancora non mi era venuto in mente un sistema per convincere i maiali a farsi la doccia, al fine di avere prosciutti più puliti, igienicamente controllati e magri. All’inizio non ci facevo caso. Poi, con l’andar del tempo, la cosa divenne sempre più pesante. Non riuscivo a trovare un altro lavoro, più che altro perché pensavo che rimanendo con Pace avrei trovato il modo di dimostrare , prima o poi, che il pollaio autopulente era una mia idea. Una mattina stavo ascoltando una interessantissima discussione su una radio locale, a proposito del problema della sicurezza sulle strade. Ascoltavo un tizio che affermava che superare sulla destra fosse giusto perché così lui: “…sorpassando in fretta evitava di essere di intralcio al traffico…” . Mi stavo già chiedendo quale tipo di malattia giovanile poteva avere avuto una persona che pensava scientemente di rendere pubblico questo genere di pensiero, quando la mia attenzione fu attirato da qualche cosa, che ripensandoci, avevo già visto altre volte durante i miei viaggi per raggiungere l’ufficio. Ad uno degli incroci più grossi e più trafficati, lo notai. Anche se eravamo già a primavera inoltrata, lui se ne stava lì, con un paio di pantaloni di velluto marrone arrotolati fino alle ginocchia, e tenuti ad altezza ombelico grazie ad un paio di bretelle rosse. La camicia a quadri, da boscaiolo, doveva essere originariamente blu-grigia-rossa. Adesso, tra il sudore ed il fumo delle auto, aveva assunto delle tonalità cromatiche credo sconosciute persino al mondo scientifico. Non contento, la giacca anch’essa di velluto sembrava far parte di un completo di buon taglio e fattura, forse residuo di un passato da benestante ormai lontano o regalo di una caritatevole mano. A coronare il tutto, un cappello di lana da sciatore, con il marchio “k-way” di lato a strisce bianche e blu, coprivano dei capelli il cui grado di lordume era pari forse solo a quello che poteva avere nelle scarpe mocassino ormai aperte davanti e disastrate, più grandi di un paio di numeri e portate senza calze che davano però come l’impressione che ciò fosse l’elemento che lo faceva sembrare comunque vestito con abbigliamento estivo. Il viso sembrava curato e la barba ormai più bianca che nera gli dava un’aria “seria”, quasi fosse portata come un vezzo distintivo, come quando, negli uffici, tutti si fanno la barba la mattina presto ed invece qualcuno se la fa crescere, curandola ma non avendo l’obbligo del taglio giornaliero, facendo incazzare tutti i colleghi che non hanno avuto questa idea prima di te. A secondo della direzione in cui guardava il flusso del traffico, aspettava che il semaforo diventasse rosso. Poi cominciava a saltellare e correre lungo la strada, facendo corna, esponendo il dito medio e facendo il tipico gesto dell’ombrello di italica tradizione. Rideva, urlava ed imprecava come se ce l’avesse con qualcuno. Ma in realtà si capiva benissimo che non ce l’aveva con nessuno. Sembrava scegliere accuratamente la categoria di  persone alle quali indirizzare i propri gesti inconsulti, e notai che prediligeva uomini in giacca e cravatta già intenti a discutere, per telefono le stesse cose che avrebbero ridiscusso con le stesse persone, a voce, pochi minuti più tardi. Rimasi affascinato da quell’omino, anche se non comprendevo esattamente il significato di quella sua strana protesta. Fantasticai tutto il giorno su di lui. Chi era? Cosa aveva fatto nella sua vita? Cosa lo aveva portato ad essere così arrabbiato nei confronti di qualcuno o qualcosa che, altresì, non riuscivo ad identificare? Da quel giorno, per settimana, il mio unico era scopo era vedere se all’angolo di quell’incrocio c’era il mio personale eroe, il mio privato antidoto alle amarezze ed alle delusioni giornaliere. Imperterrito, anche quando pioveva, l’omino era là. Saltava, imprecava e gesticolava, alla mattina presto ed alla sera, quando tornavo verso la mia casa. Quella mattina mi alzai ancora più di controvoglia. Mia moglie mi era rimasta appiccicata tutta la notte, agghindata e coperta come un caporale dell’esercito russo di istanza in Siberia e russando come un lottatore di Sumo soprappeso, dopo un incontro e con la sinusite. Il primo rumore che avevo sentito era il suo accendino che, ancora sdraiata, dava fuoco alla prima sigaretta della giornata. Mi disse, alitandomi miasmi sulfurei nelle narici: “…Amore, oggi è un altro giorno che passiamo insieme. Mi ami ancora come il primo giorno?”. Arrivai in ufficio che Pace era già lì, pronto a darmi il suo buongiorno: “Frazzi! Facciamo l’orario degli sportelli delle poste vero?”. Feci finta di niente, e mi misi a lavorare sul mio progetto del pollaio autopulente dotato però di aria condizionata che, a quanto pare, stimolava la produzione delle uova. Sentii l’odore del sigaro di Pace prima ancora di distinguere i suoi passi sul parquet dell’ufficio. Si fermò alle mie spalle ad osservare il disegno che stavo ultimando alacremente. Non potei fare a meno di girarmi e, spontaneamente chiedere: “…c’è qualcosa che non va, Architetto?..:” Forse fu il mio tono, per la prima volta leggermente aggressivo, insinuante mille frasi mai dette direttamente a Pace di Torlonia. Per lui fu una specie di affronto, una irriverenza da lavare con il sangue. L’ufficio si azzittì. Per un attimo mi sembrò che persino gli uccellini che normalmente a quell’ora cinguettavano nel giardino interno dell’ufficio, si ammutolissero. Pace, da consumato professionista quale era, aspettò che tutti quanti i presenti prestassero attenzione alla scena che si stava svolgendo e che, nella sua immaginazione, avrebbe dovuto avere uno sviluppo ben preciso. Si gonfiò i polmoni al punto tale che pensavo avesse sotto la giacca una specie di boule dell’acqua calda. Dopodiché, mi grido addosso ogni tipo di cattiveria: “FRAZZI! LEI NON SI PERMETTA MAI PIU’ DI USARE QUEL TONO CON ME, LEI PROGETTATORE DI LATRINE AUTOPULENTI PER POLLI CHE HA GUDAGNATO LA RIBALTA DELLA NOSTRA AZIENDA SOLO GRAZIE A ME etc. etc.” Io rimasi imperterrito, anzi, credo assunsi anche un’aria leggermente beota. Mi sentii improvvisamente in una specie di stato di grazia, ed allo stesso tempo avevo la sensazione che il mio fisico, la natura ed una buona dose di fortuna mi stavano per aiutare. Continuai a sorseggiare il cappuccino che avevo sulla mia scrivania, da sempre, al mattino. Guardai ancora Pace di Torlonia, la foto di mia moglie vicino al davanzale della finestra, i miei colleghi, il mio ufficio e ancora Pace di Torlonia. Ritornai, con la memoria, a tutti giorni indietro in cui avevo subito angherie ed umiliazioni da quell’uomo, fino al momento in cui, con la muta e la maschera, mi aveva chiuso dentro il pollaio autopulente. Quando lui ebbe finito quella tempesta di insulti nei miei confronti, sembrava che l’aria nella stanza fosse sospesa, e con essa il respiro ed il battito cardiaco di tutti coloro i quali erano presenti. Guardai ancora Pace di Torlonia poi, quando senti che quanto immaginavo stava per arrivare gli sorrisi ancora più beatamente. Appoggiai la mano destra sul tecnigrafo, e con essa mi feci leva,alzando leggermente la gamba sinistra. Il rumore che emisi fu così forte e l’odore così nauseabondo che ricordo perfettamente ci furono alcune colleghe che scapparono in bagno schifate. Mi alzai, diedi un bacio tenero su una guancia a Pace di Torlonia e me andai felice e leggero come mai prima. Mi misi a guidare sempre in posizione dieci e dieci e pugni serrati, ma con una leggerezza ed un’allegria diversa. Arrivai al semaforo dove, quel buffo omino stava a sbracciarsi ed agitarsi. Parcheggiai poco lontano. Arrivai di fronte a lui. Mi arrotolai i pantaloni fino al ginocchio ed appoggiai la giacca sulla sua bicicletta. Ci guardammo per un istante che mi sembrò un secolo. Ci stringemmo la mano e ci sorridemmo con un ghigno quasi diabolico. Era ancora mattina presto, tutto sommato. Cominciai a saltellare e a mandare a quel paese centinaia di automobilisti quella mattina. Non ero mai stato così felice.

 

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