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Questione di
abitudini
La mia sveglia è alle sei e trenta di ogni mattina. Al
secondo trillo il mio piede sinistro si infila nella
mia ciabatta sinistra che si trova appaiata alla mia
ciabatta destra ai piedi del mio letto. Le mie
ciabatte sono perfettamente inserite ed allineate
all'interno del terza mattonella contando dal muro al
quale si appoggia il comodino del mio letto. Mi alzo,
voltando le spalle alla finestra, per cercare gli
occhiali che la sera prima ho appoggiato nella scatola
degli occhiali da notte. La scatola è ovviamente
posta perpendicolarmente al muro a cui si appoggia
la testata del mio letto, di fianco al lato lungo
della lampada da notte a base quadrata. Accendo la
radio alle sei e trentuno minuti, quando Radio Sorriso
trasmette il primo notiziario della mattina,
all'interno di "Sveglia&Risate", la mia trasmissione
preferita da ben quattordici anni. Mi sfilo gli
occhiali. Li appoggio alla sinistra del mio lavandino,
in un contenitore sigillato resistente all'acqua. Mi
lavo prima il viso, pulendo l'occhio sinistro ancora
socchiuso. Poi il destro. E quindi il resto del viso.
Poi alzo il braccio destro e mi lavo l'ascella destra.
Poi passo alla sinistra E dopo il collo. Ed infine,
igiene intima e piedi. Prima il piede destro e
successivamente il piede sinistro. La tazza per la
colazione è già pronta dalla sera prima sulla
tovaglietta quadrata appoggiata sul mio tavolo
rettangolare sei posti allungabile. La tovaglietta è
di colore giallo paglierino, perché è giovedì e quello
è il colore del giovedì. Dentro la tazza, in attesa
del caffè bollente e cinquanta grammi di latte
scaldato per tre minuti esatti sul fornello di destra
della mia cucina, ci sono due zollette di zucchero.
Quadrate. E a fianco, sei biscotti di grano duro,
quadrati, che mangio due alle volta. Vestirmi è ancora
più semplice, perché mentre ascolto l'oroscopo del
mago Silvestro di "Sveglia&Risate", guardo tra le
camicette, disposte in ordine cromatico, da abbinare
alla gonna che, prima di addormentarmi, avevo già
deciso di mettermi. Le scarpe, anch'esse disposte
dalle più chiare alle più scure, hanno in
corrispondenza sopra di esse la borsetta da intonare
per colore. Dopo quarantacinque minuti esatti dal
momento in cui mi sono alzata, sono fuori di casa in
direzione della metropolitana. Ho solo cinque fermate
per raggiungere la banca nella quale lavoro. Sono
addetta ad una delle casse, a diretto contatto con il
pubblico. All'inizio, pensavo che non ce l'avrei mai
fatta. Mi disturbava dover respirare la loro aria,
toccare le loro mani e dover necessariamente, ogni
giorno, sorridere per otto ore di seguito. Con
l'andare del tempo, ho trovato il mio equilibrio. Al
mio arrivo al mattino, mi infilo - prima nella mano
destra e poi nella mani sinistra - un paio di guanti
in lattice, sterilizzati. Prendo un panno giallo,
quadrato e pulisco prima il bracciolo destro della
sedia, poi il sinistro ed infine la mia scrivania,
partendo dalla parte del tavolo da lavoro che appoggia
al muro del mio ufficio. Alle 8.30 precise, mi alzo
dalla sedia e percorrendo la fila di liste di legno
del parquet che partono dalla proiezione dell'angolo
di destra rispetto alla finestra che guarda sulla mia
postazione, vado ad aprire la banca. Una volta fatto
ciò, accendo il mio computer, dopo averne pulito lo
schermo con un panno rettangolare ed aver soffiato via
dalla tastiera tutta la polvere accumulata. Infine
sistemo, a circa cinquanta centimetri dalla risma di
fogli A4 che tengo accanto alla mia stampante, mezzo
bicchiere di acqua naturale non gassata ed un
pacchetto di fazzolettini di carta profumati alla
camomilla. Oggi è giovedì, e sicuramente il primo
cliente che servirò sarà il Signor Cazzaniga. Adoro
questo affabile vecchietto. Titolare di una
caffetteria del quartiere in cui lavoro, viene ogni
settimana in questo giorno per depositare
personalmente gli incassi presso la nostra banca.
Chissà; fosse stato più giovane avrei anche potuto
perdere la testa per lui. Tieni i soldi in una
scatolina marrone rettangolare, oramai logora e
consunta, chiusa con due elastici che corrono
parallelamente l'uno vicino all'altro. Entra intorno
alle 8.45, percorre tutto il lato nord della banca. Si
ferma a sinistra, vicino allo sportello di richiesta
informazioni, dove si trova uno zerbino a forma
pentagonale con il simbolo della nostra banca. Si
pulisce le scarpe, prima la sinistra poi la destra.
Quando lui sta iniziando la pulizia della scarpe, io
preparo il foglio per la distinta di versamento.
Quando è vicino alla scrivania, io infilo la carta
nella stampante. Quando si siede di fronte a me ho già
acceso la macchina conta soldi. Lui mi dice sempre:
"Buongiorno Rosa, la sua bellezza e la sua precisione
fanno onore al fiore di cui lei porta il nome.". Io,
che non mi sono mai abituata a questi complimenti,
divento un po' rossa e rispondo: ".Sempre un
gentiluomo Lei, Signor Cazzaniga, di quelli che non ne
fanno più!". Alle tredici in punto, ripongo le mie
penne sulla scrivania, in ordine cromatico. Avvicino
la tastiera del computer allo schermo facendo
attenzione che siano esattamente paralleli l'uno con
l'altro, controllo che le distinte di versamento siano
in ordine numerico crescente e, come ogni mezzogiorno
da dieci anni a questa parte, vado al "Barino" a cento
metri dalla mia banca. Da dieci anni a queste parte
Franco, il padrone del "Barino", sa che mi deve
preparare un panino con la cotoletta leggermente
riscaldato con due foglie di insalata, un pizzico di
sale ed una mezza minerale non gassata. I miei
colleghi mi prendono in giro perché non capiscono come
si possa, in dieci anni, mangiare sempre, esattamente
la stessa cosa. Forse non hanno ben chiaro le reali
capacità nutrizionali e proteiche della cotoletta, che
ovviamente inizio a mangiare dalla parte che risulta
essere meno sporgente dal panino. In questo modo mi
lascio per ultimo la parte più prelibata, anche se a
quel punto l'ilarità dei miei colleghi, che non
capiscono questo modo di consumare il pasto, arriva
alle stelle. E forse non hanno tutti i torti a
prendermi in giro, perché questo mio modo di essere un
tantino metodica ha sempre provocato difficoltà di
relazione nel sociale. Spesso guardavo fuori dalla
finestra, dal terzo vetro a quadretti partendo dal più
in basso a sinistra e mi chiedevo se là fuori esisteva
qualcuno anche per me. A volte mi domandavo se
qualcuno in grado di apprezzare una persona i cui
valori gravitano intorno alla necessità di certezze e
di stabilità, che sono la base della mia metodicità,
fosse già nato o meno. La mia giornata continuava
così, scandita dai miei orari, dai miei riti e dalla
calda e confortante consapevolezza che, al quinto
rintocco del campanile della chiesa che si trova di
fronte alla mia banca, avrei riposto le matite nella
loro scatola nella quale sono divise in base all'anno
in cui mi sono state regalate, mi sarei infilata il
cappotto iniziando ovviamente dalla manica sinistra,
avrei preso la metropolitana salendo nella porta
centrale della terza carrozza partendo dal locomotore
e sarei arrivata a casa. La mia serata è sempre stata
scandita dalle poche, piccole cose che hanno reso
confortevole la mia vita e la mia sopravvivenza. Un
coadiuvante omeopatico per favorire la mia digestione,
centoventi grammi di pasta ed una seconda portata che
non superi però le trecentocinquanta calorie, "La vita
è dura" come mio sceneggiato preferito che seguo
oramai incessantemente da ben
tremilaseicentocinquantasette puntate ed una borsa
dell'acqua calda che levo dai fornelli ad esattamente
90 gradi centigradi. Ogni sera, a mezzanotte precisa,
non un minuto di più non un minuto di meno, sono
sempre andata a letto, ricominciando nuovamente la
giornata alle sei e trenta al suono di
"Sveglia&Risate". Quella mattina mi sentivo,
stranamente, più euforica del solito. Non so se fosse
stato perché Anacleto, il Digeisenzasegreto di Radio
Sorriso, aveva aperto la trasmissione della mattina
dicendo: " Spargerò petali di rose ad ogni tuo passo.
Ricoprirò di miele il sentiero. Getterò olii profumati
lungo il tuo cammino. E che cacchio....dovrai pure
scivolare!!!" Mi sentivo stranamente positiva, come se
qualche cosa che doveva succedere da sempre, sarebbe
successo proprio quel giorno. Questo pensiero mi
rendeva anche incredibilmente distratta ed imprecisa.
Il percorso da casa alla metropolitana non lo feci
come al solito, seguendo la seconda file di mattonelle
poste alla sinistra del fabbricato che congiungeva la
mia casa all'entrata della stazione, bensì a caso,
zigzagando qua e là senza una direzione precisa e
definita all'origine. Non timbrai il biglietto nella
seconda obliteratrice che trovavo alla mia destra
partendo dall'entrata della stazione. Lessi il
giornale non partendo come al solito dalla prima riga
della prima pagina del primo articolo posto in basso a
sinistra rispetto alla testata del giornale stesso,
bensì aprendo la pagina degli spettacoli. Arrivata in
ufficio, mi ero totalmente dimenticata che fosse
giovedì e che il Signor Cazzaniga sarebbe stato lì a
minuti, anche perché pulii lo schermo del computer
senza guanti e senza il mio usuale panno quadrato.
Soffiai sul vetro incurante di tutti i microbi che
quell'incauta operazione disperdeva nell'aria, cosa
che peraltro, mi inorgoglì un poco al pensiero di
quell'atto così audace. Non feci neppure in tempo a
pensarlo, che fui scossa da una voce che mi chiamava.
"Lei deve essere la Signorina Rosa". Aveva un tono da
adolescente che stava crescendo, a tratti profondi ed
a volte striduli. Gli occhiali spessi, storti sul naso
aquilino ed appoggiati sulle narici, gli conferivano
un'aria da professore un po' stralunato. I capelli,
schiacciati sulla nuca, evidenziavano l'abitudine di
dormire a pancia in su. Delle vistose borse sotto gli
occhi evidenziavano il risveglio probabilmente appena
avvenuto. Aveva la camicia come piaceva a me, un po'
larga nel collo chiusa fino all'ultimo bottone, senza
cravatta. Il golfino di lana nonostante la temperatura
assolutamente non richiedesse tale pesantezza di abito
ed un paio di pantaloni lunghi e larghi di velluto a
coste marroni lo rendevano ancora più alto e
dinoccolato di quanto non apparisse già. Nell'insieme
però, era molto ordinato. ".Lei come fa a saperlo??"
risposi arrossendo come una liceale al primo
appuntamento. ".perché il mio papà mi ha detto: vai in
banca percorri tutto il lato nord della prima stanza
che troverai. Fermati a sinistra, vicino allo
sportello di richiesta informazioni, dove c'è anche
uno zerbino a forma pentagonale con il simbolo della
banca. Pulisciti bene, prima la sinistra poi la
destra. Quando troverai una signorina la cui bellezza
e precisione ti faranno pensare ad una rosa, l'avrai
trovata." Mi sembrò che ad un tratto i polmoni si
fossero fermati e che non riuscissi più a respirare.
Avevo la bocca aperta e ricordo anche distintamente
che un rivolo di saliva mi stava scendendo per una
frazione di secondo lungo la parte destra della bocca.
Guardandolo bene, aveva effettivamente gli stessi
tratti e le stesse movenze del suo garbato e preciso
padre. Ed anche i comportamenti lo ricordavano in
maniera netta e precisa. Stava di fronte, sorridendomi
lievemente, con le gambe serrate ed i piedi uniti per
i talloni con le punte leggermente divaricate, a
toccare esattamente l'angolo estremo delle due
piastrelle quadrate perpendicolari rispetto al centro
della mia scrivania. Avrà avuto trentacinque anni, ma
quel suo abbigliamento così curato e preciso lo
facevano somigliare ad un ragazzino del liceo appena
uscito dall'oratorio dopo i compiti. "Lei deve essere
il figlio del Signor Cazzaniga" dissi cercando di
apparire il più indifferente possibile ma in realtà
mostrando tutto il mio imbarazzo e la mia
inquietudine. "Non credo di essere così uguale a mio
padre" rispose arrossendo e mettendo in mostra un
apparecchio per i denti che lo rendevano ancora più
giovane di quanto non lo fosse in realtà. "Invece lei
si muove proprio come lui ed ha gli stessi modi
garbati." Si mise a ridere forte, buttando indietro la
testa, lasciando cadere le braccia penzoloni lungo le
gambe, ciondolandosi avanti ed indietro rendendomelo
ancora più simpatico. L'operazione di versamento, che
di solito con il padre richiedeva non più di tre
minuti, con Giambattista (così avevo scoperto
chiamarsi) ne richiese più di venti. Ed in quei venti,
interminabili minuti, feci in tempo ad innamorarmi di
lui. Anche se ogni tanto tartagliava, le sue cinque
penne rigorosamente in ordine cromatico che gli
uscivano dalla tasca della sua camicia azzurrina mi
davano un senso di sicurezza. Anche se ogni tanto mi
guardava con la bocca semiaperta e sembrava come un
videogioco spento, la sua riga nei capelli solo da una
parte con i segni della retina usata per tenerli
compatti durante il sonno, facevano riscoprire in me
certezze da sempre cercate. Ed anche se, per firmare
la distinta di versamento sbavò leggermente sul foglio
bianco, il suo continuo mettere a posto le mie carte
sulla mia scrivania riaccesero in me le speranze di
trovare qualcuno che pensavo non poteva esistere se
non nei miei sogni. Non so dove trovai il coraggio.
Ricordo solo che gli chiesi, guardando un punto
indefinito tra la quinta e la sesta mattonella sotto
la mia scrivania a partire dalla parte destra della
stessa, se aveva voglia di venire a bere qualcosa dopo
il lavoro al "Barino Bar", la sede ufficiale del fan
club de "La Vita è dura" dove mi trovavo ogni terzo
venerdì del mese con un gruppo di appassionate che si
riunivano a commentare le puntate trasmesse
precedentemente. "Sì, mi piacerebbe" rispose tirando
su con il naso un moccolo che gli stava scendendo
lungo il labbro superiore "Spero che abbiano la spuma
nera, perché è l'unica bevanda che riesco a bere". Gli
sorrisi ancora più teneramente, ormai avvolta in quel
senso di sicurezza che era in grado di darmi. Corsi a
casa incurante di percorsi, piastrelle da seguire in
linea o mattonelle di cui tenere conto. La doccia fu
l'apoteosi di quella follia momentanea. Non mi lavai
seguendo, come sempre avevo fatto, il rigido percorso
collo-braccia-petto-pancia-(bidet)-gambe piedi e
ritorno. Cantai anche a squarciagola il ritornello di
una canzone di una delle mie artiste preferite che nel
ritornello esprimeva ciò che, più che mai in quel
momento, sentivo: "dammi tre parole, sole cuore
AMORE!" gridai con quanto fiato avevo nei polmoni,
mentre la Signora Bolzoni, una ottuagenaria del terzo
piano vedova di un dipendente delle ferrovie dello
stato batteva con il bastone sul pavimento del suo
salotto così forte che vidi dondolare il lampadario.
Non me ne curai più di tanto, anche perché la sua
soglia di sopportazione era davvero bassissima; una
volta litigammo furiosamente solo perché durante una
riunione, organizzato nel mio appartamento con il
comitato delle Sorelle di Carità delle Vergini
Spontanee ma non Obbligate, la signora Bolzoni si era
lamentata del rumore che facevano le tazzine del caffè
quando venivano riposte. E' vero che le avevamo
corrette con un po' di anicino, ma non eravamo certo
ubriache, semmai solo un po' allegre. Mi vestii con
cura. La gonna corta sotto il ginocchio, perché ogni
tanto far vedere un po' del proprio corpo non era una
cosa così riprovevole. La camicia con il collo di
pizzo che sbucava dal maglioncino di cotone azzurro a
rombi regolari gialli e le calze blu di cotone appena
sopra il polpaccio, mi davano un'aria sbarazzina ma
maliziosa allo stesso tempo. Mi ero fatta i codini,
precisamente asimmetrici, misurati con il centimetro
posto nel terzo ripiano partendo dall'alto del mio
mobile del bagno e mi ero messa gli occhiali con la
montatura di tartaruga, che facevano risaltare i miei
occhi marroni e un po' divergenti tra loro. Diretta
verso il luogo dell'appuntamento che ritenevo avrebbe
cambiato la mia vita, ero pervasa da un'euforia tale
da farmi saltare tutti i delicati equilibri sui quali
i miei ritmi di vita erano basati. Non toccai più le
corna del toro scolpito nel portoncino di ferro del
quarto palazzo che incontravo sulla destra ogni volta
che percorrevo quella strada. Non seguivo più il
disegno delle piastrelle nere, in contrapposizione a
quelle bianche, posate lungo il tragitto che mi
separava dal mio galante compagno in attesa.
Addirittura, mi ero completamente scordata di
riportare, ogni otto passi, i miei occhiali verso
l'alto, perché mi erano scivolati lungo il setto
nasale a causa del ritmo sostenuto della mia
camminata. Arrivai fuori dal "Barino" ad un ritmo
talmente forsennato che mi accorsi solo allora che la
gente stava osservando, tra il divertito ed il
curioso, la mia camminata veloce ed oramai priva di
qualsiasi coordinazione motoria. Giambattista mi stava
aspettando diritto in piedi al fianco sinistro della
porta di ingresso, così come gli avevo chiesto io,
dato che sulla parte destra non c'era luce e non avrei
potuto vederlo bene arrivando a causa della miopia.
Aveva in mano un mazzo di garofani bianchi e rossi,
bellissimi nella loro specie ma che mi diedero, almeno
come primo impatto, una sensazione di aver ricevuto un
omaggio in stile cimiteriale. Notai subito che si era
anche cambiato d'abito. Aveva un maglione bianco a
collo alto, perfettamente arrotolato ed un pantalone a
quadretti, della stessa stoffa dei kilt scozzesi che
adoravo per il senso di regolarità che davano alla
persona. Mi sorrise un po' di sbieco, come ricordavo
aveva fatto quella mattina in banca. Porgendomi i
fiori mi disse ".dei fiori per il fiore dei fiori che
tra i fiori sboccia come un fiore fresco ogni dì.".
Faticai un po' a capire esattamente la metrica ed il
senso di quella frase, fino a quando, razionalizzata
ed incamerata nella mia testa, non mi resi conto di
quanto bello fosse quel complimento. Entrammo nel bar,
tra l'imbarazzato ed il divertito. Samantha, la
presidentessa del club di "Sfortune consequenziali",
la telenovela concorrente a "La Vita è dura", mia
acerrima nemica, mi guardò con malcelata invidia. Lei
capii subito ciò che c'era tra me e Giambattista, ed
era qualche cosa di più di una semplice attrazione
fisica. Ci sedemmo, d'istinto, al terzo tavolo
partendo dalla parte sinistra, la più regolare, con le
tovagliette disposte l'una parallela all'altra. Ci
sfilammo entrambi la giacca partendo dal braccio
sinistro, piegandola in due e riponendola alla nostra
destra in maniera tale che il collo rimanesse in vista
e mai a contatto con parti impolverate di quel malsano
ambiente. Spostammo contemporaneamente le tovagliette
alla nostra sinistra, disponendo il sottobicchiere
quadrato in cartone con l'angolo verso il basso,
facendo in modo che la marca della birra reclamizzata
fosse esattamente disposta perpendicolare a noi, quasi
a formare una freccia che, reciprocamente, ci
indicasse. Avevamo gli stessi gusti. Facevamo gli
stessi gesti. Ci muovevamo come all'unisono, come due
mimi di Tatì. Inevitabilmente ci innamorammo ed
inevitabilmente ci sposammo. I preparativi della
cerimonia furono lunghi ed estenuanti. Nonostante le
nostre idee coincidessero, i particolari che mano a
mano ci venivano in mente rendevano ogni singolo
dettaglio una specie di incubo dalla quale non
riuscivamo ad uscire. Certo, era comprensibile essere
preoccupati della distanza dai bordi dei nostri nomi
sulle partecipazioni. Ed era normale porre una certa
attenzione per verificare che i quadrati della scatola
delle bomboniere fossero tutti in egual numero. Perché
una cosa del genere, se è vero essere un particolare
al quale tutti pensano immediatamente è anche uno dei
primi che si tende a dimenticare quando si organizza
il proprio matrimonio. E poi, le discussioni con il
ristorante furono logoranti come quelle che dovevo
sostenere in banca per aprire un conto corrente.
Sembrava infatti la prima volta che qualcuno chiedeva
la disposizione degli invitati in ordine di altezza. E
sembrava che mai, nella loro vita professionale,
qualche altra coppia di sposi avesse chiesto ai propri
commensali di sapere in anticipo il colore del vestito
che avrebbero utilizzato il giorno della nostra festa
per ottenere un miglior impatto cromatico nella
composizione dei tavoli. Fu una cerimonia
meravigliosa, anche perché il Parroco che ci sposò,
Don Furlo, ad un certo punto si mise a piangere dalla
commozione. O almeno così mia madre mi disse anche se
io, al momento, avevo creduto più piangesse per lo
stress, o per una sorta di crisi isterica. Anche
perché, ciò avvenne dopo la terza volta che
Giambattista metteva a posto il tappeto sotto le
nostre sedie, non esattamente perpendicolare al taglio
delle mattonelle della navata e dopo la quinta volta
che ero corsa da Don Furlo per raddrizzare una
miniatura che aveva sotto l'altare e che non voleva
saperne di stare perfettamente dritta in
corrispondenza dell'incrocio delle due assi che
tagliavano a metà il disegno dell'altare stesso. La
nostra vita matrimoniale fu, all'inizio, meravigliosa.
Ci alzavamo entrambi alla stessa ora. Le nostre
radiosveglie, sincronizzate la sera prima, si
accendevano contemporaneamente su "Sveglia&Risate" di
Radio Sorriso. Ogni mattina, all'unisono, ci
guardavamo sorridendo e ci sussurravamo "Buon Giorno
Amore." sospirando di felicità. Scendevamo con lo
stesso piede dal letto, posandolo entrambi sulla
quarta mattonella contata partendo dal limite
contrassegnato dal comodino. La nostra non era vita.
Era nuoto sincronizzato. Al punto tale che, dopo
qualche anno, non riuscivamo più ad avere spazi vitali
che non fossero in comune. Mangiavamo allo stesso
modo, le stesse cose. Dormivamo girandoci
contemporaneamente dalla stessa parte ed avevamo
persino le stesse necessità fisiologiche nello stesso
momento. Facevamo gli stessi commenti mentre
guardavamo un film ed avevamo bisogno di sentire la
stessa musica nello stesso istante. Camminare per
strada era diventato impossibile. Giambattista mi
rubava tutti i percorsi ed usurpava le mie piastrelle.
Improvvisamente, mi sentii defraudata della mia
libertà. Il pensiero di dover condividere i miei punti
di riferimento con qualcun altro, seppure fosse mio
marito, fece perdere la sicurezza che avevo anche per
le cose più banali. Una sera tornavamo dal lavoro
perché, come al solito, uscivamo alla stessa ora. In
metropolitana, io amavo fermarmi di fronte al
dodicesimo pannello di linoleum nero, che si trovava
esattamente a metà della fermata e di fronte al quale
mi si aprivano le porte centrali della terza carrozza
partendo dalla motrice. Giambattista, con il quale
avevo discusso lungo la strada perché aveva già da
tempo cominciato ad appoggiare la punta del piede
sugli stessi cubetti di porfido che c'erano lungo il
tragitto dal punto in cui ci trovavamo usciti dal
lavoro e la stazione, si era perfidamente impossessato
del mio posto al dodicesimo pannello. La metropolitana
arrivò. Aspettai, contando dodici finestrini, perché
sapevo che il tredicesimo era in realtà lo spazio di
aggancio tra una carrozza e l'altra. Non spinsi
neanche tanto. Giambattista perse l'equilibrio. Pur
nella disgrazia, rimase come sempre, composto e
preciso. Non si sbottonò neppure l'ultimo bottone del
collo della camicia. E il maglione a rombi rimase
quasi immacolato. Ma adesso sono felice, e sono anche
realizzata. Ho una camerina tutta per me. Ed anche la
radio che, come ogni mattina sintonizzata su "Radio
Sorriso" mi risveglia al suono di "Sveglia&Risate".
Lavoro come contabile all'economato dell'istituto
nella quale mi hanno assunto dopo che Giambattista mi
lasciò. Non esco mai di qui, non ci penso neanche. Qui
è tutto bianco, tutto ovattato e silenzioso. Le mie
colleghe di lavoro, quasi tutte suore ed infermiere,
mi hanno anche concesso di avere tutte le piastrelle
bianche che mi separano dalla mia camerina, al mio
ufficio, alla mensa. E qui, ho fatto un sacco di
amicizie. Non so come mai ma in questo istituto c'è un
sacco di gente che la pensa come me. Perché la vita è
solo una questione di abitudini. Basta seguire il
percorso che le piastrelle ti indicano.
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all'indice Autore
L'energia Fonica
Tendinello è in giro in Vespa. Nessuno sa come si
chiama in realtà. Ha questo soprannome da quando,
durante la rissa, una coltellata gli recise appunto il
tendine e da allora cammina un pò così, "storto" e
zoppicante. La sigaretta gli penzola costantemente
dalla parte sinistra del labbro. Costantemente quasi
finita, quando praticamente sta fumando la cenere e
non il tabacco. Ha lo sguardo assente, le mani serrate
sulle manopole e le braccia leggermente aperte, come
se volesse prendere il volo. La sua Vespa è un 50
Primavera del 1983, azzurro verniciato (male) con una
bomboletta spray che ha lasciato tracce indelebili
della sua pazzia anche sul suo unico e fidato mezzo di
locomozione. La Vespa ha la sella lunga nera della
"Nisa", il bauletto porta oggetti dietro lo scudo ed
il portapacchi nero. Tendinello è l'unico esempio di
Vintage degli anni 80 ancora circolante per le vie di
Milano. Sembra una copia di un comico di una commedia
dei fratelli Vanzina molto più reale e divertente. La
sua Vespa emana rumori paragonabili, per intensità, a
quelli di una motozappa guidata da un contadino
ubriaco e con udibili problemi di meteorismi.
Tendinello gira i bar del suo quartiere in maniera
metodica, costante, incessante. Al mattino, verso le
sette, prende il caffè macchiato grappa e compra un
pacchetto di "Stop" senza filtro al bar "Tramonto". Al
"Tramonto", le sue discussioni di politica con gli
addetti alla pulizia delle strade che hanno finito il
loro turno assume contorni boccacceschi, a tratti
kafkiani. Tendinello vive una realtà tutta sua, un
mondo dove i russi combattono gli americani ed un
governo in cui alla maggioranza i democristiani sono
ancora contrastati dai comunisti. E chi lo trova al
bancone al mattino alle sette, non fa nulla per
cercare di riportarlo alla realtà. Al contrario si fa
beffa di lui fornendo notizie assolutamente vere ma
risalenti a decenni precedenti. Alle sette e venti ed
al terzo caffè con grappa, Tendinello è già
praticamente ubriaco. Verso le otto, si precipita con
passo incerto e la Vespa posteggiata malamente contro
un muretto, al bar della stazione della Metropolitana.
Con un gruppo di dipendenti Atm intrattiene
discussioni prevalentemente sportive, con particolare
attenzione ovviamente, al calcio. Tendinello, anche in
questo caso, vive questo buco spazio - temporale con
leggiadra sconsideratezza. E' convinto che Bearzot
alleni ancora la nazionale e che Stenmark vincerà la
coppa del mondo di sci. A volte gli raccontano di una
campagna acquisti del Milan avvenuta almeno vent'anni
prima, ed il giorno dopo, non ricordandosi più la
fonte di quella notizia, la vende come sua alle stesse
persone che gliela avevano riferita definendola come
".sicura, me lo ha detto un mio amico che conosce
personalmente Sgrullit.." storpiando anche il nome di
un famoso calciatore olandese di due decenni addietro.
Verso le nove, la sua curiosità lo spinge verso il
Caffè Centrale, dove le signore, prima della spesa, si
scambiano i pettegolezzi più scottanti. Tendinello
arriva a cavallo della Vespa come se fosse un Harley,
l'appoggia al muro e scende come John Wayne da
cavallo, ma quando l'attore veleggiava già verso gli
ottant'anni, con un movimento d'anca più vicino allo
stesso gesto fatto dai cani per fare pipì contro gli
alberi, arcuando le gambe come se stesse per sedersi
sul water. Si accende una "Stop" senza filtro e
comincia a guardare le donne che conversano con fare
un po' sornione, socchiudendo gli occhi e sorseggiando
un bianco frizzante: ".l'aperitivo." come ama
chiamarlo senza avere minimamente compreso di essere
ancora nel mezzo dell'orario della prima colazione.
Ogni tanto sembra fare l'occhiolino a qualcuna di
loro. In realtà, fumando di sbieco appoggiato al
bancone, il fumo gli si infila nell'occhio, facendolo
assomigliare ad un incrocio tra Actarus e Capitan
Harlock, ma dopo un frontale con l'astronave del
Capitano Kirk. Le donne non ci fanno neanche più caso,
ed anche loro, a volte, provano ad irretirlo
accavallando maliziosamente le gambe o mostrando una
spallina del reggiseno. Tendinello, quasi sempre,
sputa per terra e bestemmia straparlando della poca
serietà del genere femminile. Poi, inforca la Vespa e
se ne va. Il resto della mattina lo passa in attesa
del mezzogiorno al Baretto in piazza, il pomeriggio
al Bar Gelateria "Kiwi" (dove predilige discorsi di
musica spesso incentrati su gruppi musicali mai
esistiti o sconosciuti ai più), la sera al bar dei
Portici, dove consuma la sua cena fatta a base di
bianco con il Campari e patatine fritte. Alla fine,
stremato, collassa sul lettino del mini appartamento
avuto gratuitamente dal Comune. Dorme sommerso da
vestiti sudici e giornali vecchi che gli fanno ormai
da materasso sul quale si sveglia, di soprassalto,
alle sei e trenta del giorno dopo. Rimonta di nuovo
sulla sua Vespa e riprende metodicamente il giro del
mattino precedente, incurante del freddo dell'inverno
o del caldo torrido dell'estate della Pianura Padana.
Quella mattina Tendinello sembrava più in forma del
solito. Arrivò al "Tramonto" con un sorriso
stranamente sornione, e toltosi il casco replica
"Franco Uncini" del 1981 (quindi oramai incapace di
resistere a qualsiasi tipo di urto) i lunghi capelli
biondo cenere scesero lungo le spalle quasi pettinati,
con un effetto gel dovuto più alla mancanza di
lavaggio che non ad un trattamento con prodotti
estetici."Ehi Tendinello!" gli urlò Gabriele, il più
giovane del gruppo degli addetti alle pulizie delle
strade intento a divorare un cornetto. ".hai letto il
giornale di oggi?". Tendinello lo guardò quasi di
traverso, con un espressione che lo rendeva molto
simile ad un cinghiale ma molto meno intelligente. ".A
proposito di cosa?" . "Il governo ha proclamato
l'austerity!" Tendinello faceva già fatica a
comprendere perfettamente l'Italiano, una parola così
per lui poteva essere anche aramaico antico. "..da
domenica, non si potrà più usare la benzina, perché
c'è scarsità di petrolio, si potrà andare in giro solo
in bici!!". Tendinello guardò Gabriele per alcuni
momenti con il suo sguardo un po' assente, con il
cervello che elaborava faticosamente ciò che aveva
appena sentito. ".neanche in Vespa?" rispose con un
filo di voce e con un tono tale che sembrava sull'orlo
di una crisi di pianto. ".niente! E addirittura non si
potrà uscire di casa, per evitare sprechi energetici"
Si girò verso la Rosy, una donna grassa come un
lottatore di sumo che si considerava la dea del
"Tramonto", che stava alla cassa e vendeva le
sigarette. ".Una stecca di Stop senza filtro." gridò.
Uscì di corsa, non accorgendosi delle risate che
echeggiavano dal bar. Guidava come un pazzo, con il
casco slacciato e la stecca di sigarette sotto un
ascella. Aveva una posizione sulla Vespa che sembrava
un incrocio tra un cucciolo di koala avvinghiato alla
madre ed il Barone Rosso in fase di attacco. Un
vigile, che conosceva bene Tendinello, per paura fosse
già ubriaco, lo fermò poco prima di un semaforo.
".Allora Tendinello.Abbiamo già fatto il pieno?"
Tendinello lo guardò con i suoi occhi cisposi dalla
fessura della visiera del casco: "..il pieno! Hai
ragione." mise la prima e ripartì lasciando dietro di
sé una maleodorante scia di olio per miscela bruciato.
Il Vigile provò a fischiare per fermarlo, ma era
troppo tardi. Lo sentì solo bofonchiare una frase di
cui non riuscì a capire il significato: ".c'è
l'AUSERILY!!" disse con aria vagamente saccente
sfilando velocemente via. Tendinello entrò in casa e
si mise a rovistare tra i giornali come un cane
randagio in cerca di cibo tra la pattumiera. La sua
foga venne placata solo quando una pagina centrale di
un giornale di dubbia moralità si aprì davanti a lui.
Osservò la bionda in posizione ammiccante per cinque
minuti buoni di orologio con gli occhi spalancati e la
bocca semiaperta. Poi, tutto ad un tratto, riprese la
sua ricerca affannosa con la stessa delirante foga.
Trovò finalmente, nelle pieghe del suo letto, la copia
di un giornale che lui riteneva risalire a pochi
giorni prima. In realtà era un edizione straordinaria
de "La Notte" del 25 Marzo 1974. Annunciava a tutta
pagina l'austerity, la mancanza di petrolio e tutto
ciò che gli "amici" del bar gli avevano raccontato la
mattina. "Lo sapevo."sibilò trionfante e si sedette
sul letto accendendosi una "Stop" senza filtro. Non
aveva televisore e le notizie della sera arrivavano
rarefatte nella sua stanza insieme ai rumori della
strada. Rimase a pensare con lo sguardo fisso fuori
dalla finestra, concentratissimo, tanto che un rivolo
di bavetta gli scese lungo i lati della bocca. Si
addormentò così, seduto, cadendo in un sonno tanto
profondo quanto agitato. "Cadere" fu il verbo esatto,
perché Tendinello dalla sua innaturale posizione,
piombò a peso morto contro la spalliera in metallo del
suo letto, battendo la testa contro di essa. Lo
trovarono i Vigili Urbani, ancora incosciente, che
parlava come in preda ad una crisi mistica.
Bofonchiava di austerity e di energie alternative.
Chiedeva "Stop" senza filtro intervallandole a
bestemmie che le imprecazioni di un toscano, al
confronto, potevano sembrare allegorie
cinquecentesche. Ne aveva segnalato la mancanza Rosy,
la tabacchiera del bar "Tramonto", dopo due giorni che
non lo si vedeva comprare le "Stop" che vendevano
praticamente solo a lui. Passò due giorni a letto,
continuando a sproloquiare e mormorare voci senza
senso. Gli assistenti sociali che lo accudirono, non
diedero molto peso a questa mancanza totale di
lucidità, che peraltro mal si distingueva dal suo
stato di normalità. Il terzo giorno, i ragazzi che
prendevano il caffè al "Tramonto" sentirono la Vespa
di Tendinello in lontananza. Sembrava "diversa".
Sembrava che Tendinello la spingesse più del solito,
oltre preoccupanti (per il suo stato complessivo di
salute fisica e mentale) limiti. Entrò nel bar con
l'aria ancora più stralunata del solito, ma con gli
occhi ancora più strabuzzanti, ancora più da pazzo.
Gabriele, che come al solito voleva accoglierlo in
modo tale da farlo diventare immediatamente l'oggetto
di scherno principale della giornata, a vederlo gli
morì il saluto sulla lingua, e rimase con la tazzina
del caffè sospeso a mezz'aria. "Buongiorno a tutti"
Disse Tendinello squadrando uno per uno gli avventori
del bar. "Vuoi un pacchetto di Stop?" disse Rosy con
un filo di voce. "Non fumo" rispose Tendinello con
tono deciso. "Cos'è, hai seguito un corso Zen per
smettere di fumare?" disse Gabriele scoppiando in una
risata tanto forte quanto fastidiosa, ritrovando per
un attimo la baldanza perduta poco prima. Tendinello
si avvicinò al ragazzo che ora tremava leggermente,
vedendolo per la prima volta così sicuro nel muoversi
dopo anni di vessazioni. "La pratica Zen è qualche
cosa di molto più complesso, che mira al
raggiungimento della pace della propria anima in vita
affinché la stessa trovi una sua collocazione
specifica anche dopo la morte, e non c'entra pressoché
nulla con lo smettere di fumare se non lo si vuole
vedere come pratica applicata alla capacità del nostro
io a controllare le nostre pulsioni" Nel bar
"Tramonto" sembrava che il tempo fosse stato fermato.
Nessuno parlava, la Rosy non batteva scontrini, le
tazzine del caffè non venivano rumorosamente
appoggiate alla loro tazzina e Gabriele guardava
Tendinello con la bocca semiaperta, come fosse stato
colpito da una sorta di semi paresi. I due ora erano
vicini; Gabriele guardava con occhi vitrei Tendinello
e Tendinello fissava con sguardo di ghiaccio Gabriele.
Ormai erano così vicini l'uno all'altro che sembrava
si sarebbero sussurrati qualche cosa nell'orecchio.
Poi Tendinello si fermò a pochi centimetri da
Gabriele, guardandolo dall'alto in basso come si
potrebbe fare quando si acquista una giumenta al
mercato del bestiame. Il silenzio era totale; tutti
aspettavano che Tendinello parlasse. Passarono secondi
che parevano secoli. Poi, parlando quasi sottovoce ma
con tono deciso disse: ".Il problema dell'austerity,
sebbene risalga a circa trent'anni fa, si ripresenterà
tra circa tre giorni, quando a causa del taglio della
fornitura del greggio da parte degli Emirati Arabi, il
prezzo del petrolio andrà alle stelle. Ma finalmente,
a quel punto, la Comunità Europea darà via libera al
progetto idrogeno, che permetterà finalmente, con
lenta gradualità, di passare a forme di energia
alternativa. Il vostro stesso lavoro cambierà, perché
sarà possibile ricavare questo gas dal recupero dei
prodotti di scarto, e voi stessi sarete obbligati a
seguire dei seri corsi di aggiornamento per mantenere
il posto." La gente non sapeva se ridere o se
applaudire Tendinello. Ciò che aveva appena declamato
con tale sicurezza e tracotanza non aveva fondamento o
alcun reale riscontro in qualche cosa che fosse di
conoscenza comune. Ma dava fiducia e mai come quel
giorno parole più sagge e di speranza erano state
dette in quel ritrovo di tabagisti e fumatori
recidivi. Ma sembrava non avere finito, perché si
avvicinò ancora di più a Gabriele, tanto che il loro
naso sembrava toccarsi. Prese fiato un istante e poi
disse: ".e poi non so cosa tu abbia tanto da ridere,
visto che tua moglie, ogni mattina verso le nove è a
prendere il caffè al bar "Centrale". In realtà, mentre
tu sei a casa a riposare dopo il turno di lavoro, lei
non è esattamente a prendere solo il caffè.Ti sei mai
chiesto perché mai, per far la spesa, tutti i giorni,
ci impiega dalle due alle tre ore? Se fossi in te
cercherei di capire che tipo di prosciutto il
macellaio le consiglia tutti i giorni..:" Gabriele era
livido in faccia al punto tale che sembrava una
mongolfiera pronta allo scopppio. Puntò l'indice verso
Tendinello e cominciò a balbettare: ".Tu.Tu.Tu.."
Tendinello scoppiò in una risata tanto cristallina
quanto isterica: "..Sì..l'utente è momentaneamente
occupato, si prega di riprovare più
tardi.probabilmente sta comprando la salsiccia per il
riso." concluse ancora più spavaldo. I colleghi di
Gabriele, anziché confortarlo o spalleggiarlo,
rimasero a bocca aperta. Gabriele, annientato in
qualsiasi reazione, rimase ancora con quel ".tu.tu."
tra le labbra ed il dito sospeso nell'aria. Poi uscì
di scatto dal bar, blaterando frasi apparentemente
senza senso contro la moglie ed il troppo tempo
necessario per fare la spesa troppe volte motivo di
litigio. "Cappuccio e cornetto" urlò Tendinello al
banco, alzando indice e mignolo per rendere ancora più
beffarda l'uscita di Gabriele, prendendo a leggere il
"Corriere della Sera" con altrettanto strana
concentrazione. ".Allora..". Un altro collega di
Gabriele, più timoroso che spavaldo, si avvicinò nel
silenzio generale a Tendinello. ".visto che sembri
essere stato baciato dal sapere, come faremo tra tre
giorni quando non ci sarà più benzina? Non dirmi che
hai trovato la soluzione anche per questo!!" Stava
ancora leggendo il giornale, masticando il suo
cornetto, come se non avesse sentito la domanda che
gli era stato rivolta. Guardò continuando la sua
colazione, l'incauto ragazzo con uno sguardo quasi
inquietante. Appoggiò ciò che rimaneva della sua
colazione sul tavolo, deglutì e poi, come una
dichiarazione da capo di stato, pronunciò
solennemente: ".Io ho la soluzione. Questa notte ho
avuto l'idea che ci permetterà di non essere più
schiavi del petrolio. Ho progettato un motore
rivoluzionario che va ad energia fonica.." La gente
nel bar, che ormai con il passaparola era diventata
folla, non sapeva ancora se ridere o rimanere a bocca
aperta. "Sarebbe?" disse un vecchino appoggiato al
bancone con il primo bianco della giornata. ".ho
scoperto, dopo lunghi anni di ricerche, che quando
parliamo con gli altri, a seconda della forza e
dell'intensità di ciò che diciamo, emaniamo un'energia
normalmente viene dispersa nell'aria. Con il
meccanismo che ho progettato, questa energia potrà
essere incanalata ed utilizzata per produrre forza
sufficiente a far muovere macchine, camion,
motorini.". Chi lo stava ad ascoltare non poteva fare
a meno di rimanere affascinato da ciò che stava
sentendo. Anche fossero state una mare di panzane di
un folle vaneggiatore in preda ad una crisi da
mancanza o abuso di alcool, era qualche cosa che
faceva bene. Era qualche cosa che avrebbero voluto
sentirsi dire da sempre: ".cioè, tu vorresti farci
credere che le nostre parole hanno un'energia propria,
che sono in grado di dare movimento alle cose?" Disse
il ragazzo che, ancora impaurito aveva provocato
Tendinello. ".Non intendo dire che qualsiasi cosa
diciamo sia in grado di produrre energia.." rispose
Tendinello che ora sembrava davvero un professore
universitario. ".c'è una differenza sostanziale nel
modo in cui diciamo le cose." e così dicendo, si
avvicinò ancora di più al ragazzo. "..perchè se tu con
tono dolce mi dici, anche in un momento d'ira: .sei un
lurido marrano.capirai che ha una valenza diversa che
dire." Tendinello aveva posato il giornale e si era
avvicinato ancora di più al ragazzo, ma con un fare
quasi suadente. ".che dire cosa??" chiese il ragazzo
con timore quasi reverenziale. Tendinello prese fiato
e poi gli urlò con tutto il fiato che aveva in corpo:
"LURIDO BASTARDOOOOOOOOO!!" La gente indietreggiò
leggermente, come se, di fronte alla gabbia di un
leone, lo avesse prima cercato di toccare e poi si
fosse spaventata di fronte al primo ruggito. Il
ragazzo cadde per terra, con gli occhi e la bocca
spalancata. Tendinello, come se nulla fosse, riprese a
masticare il suo cornetto ed a leggere la pagina della
cultura del "Corriere". Poi, dopo aver pagato, prima
di uscire dal "Tramonto", si girò verso la platea non
ancora paga di quel inaspettato spettacolo fuori
programma e disse: "vado a casa a montare il mio
sistema di energia fonica sulla Vespa. Se non mi
credete, tra due giorni, prima che venga proclamata
ufficialmente l'austerity, ci vediamo qui davanti
alle cinque del pomeriggio: Voi stessi potrete
constatare la veridicità delle mie parole e del mio
progetto.". Se ne andò con la sua Vespa, lasciando
dietro di sé la solita scia di fumo e di rumore, con
la gente accalcata alla porta che lo voleva vedere
andare via, ancora non paga di quello strano inizio di
giornata. Per due giorni Tendinello non si vide. Per
due giorni la gente non parlò d'altro. Chi credeva o
voleva credere ciecamente alle parole di quello
stralunato Leonardo, ne cantava le lodi ed affermava
di avere sempre visto, in quello strano ragazzo,
qualche cosa di geniale che però a causa dei
pregiudizi, faticava a saltare fuori. Altri invece,
erano più cauti, oppure semplicemente pessimisti, ma
un fondo di speranza traspariva chiaramente dalle loro
parole. Gli assistenti sociali, gli unici che avevano
osato avvicinarsi alla casa di Tendinello spinti più
dalla curiosità che dalla preoccupazione per il suo
stato di salute, riferivano di rumori metallici, di
seghe elettriche e fiamme del saldatore che uscivano
incessantemente dalla sua cantina. Prima del giorno
fatidico, in città il motore ad energia fonica
catalizzò l'attenzione di tutti. Solo uno piccolo ma
riprovevole fatto di cronaca rubò per poche ore
l'attenzione di tutti. Gabriele, il dipendente della
società di smaltimento rifiuti pubblicamente schernito
da Tendinello, aveva prima distrutto un negozio di
macelleria, picchiando selvaggiamente il proprietario
con un prosciutto stagionato di circa un otto chili
comprensivo di osso. Successivamente, aveva cosparso
la moglie di olio, sale e prezzemolo, l'aveva
completamente legata con dello spago da arrosto e
l'aveva lasciata davanti al Caffè Centrale alle nove
della mattina con un cartello recante la scritta
"Scrofa da arrosto". I colleghi di lavoro dell'autore
dell'insano gesto non commentarono l'accaduto, ma la
notizia, oltre ai consueti pettegolezzi e battute da
caserma, avevano contributo ad alimentare la
credibilità di Tendinello e l'aspettativa nei
confronti della sua invenzione. Finalmente il giorno
arrivò. Era un tiepido pomeriggio di primavera
inoltrata, uno di quelli in cui gli odori dell'estate
cominciano a farsi sentire nell'aria. Il bar Tramonto
non era probabilmente mai stato così affollato come
allora e la Rosy aveva disegnato personalmente dei
cartelloni pubblicizzanti l'evento rosa fucsia che
recavano la scritta: "Tendinello Schiow. Oggi qui,
alle cinque del pomeriggio, il nostro concittadino
mostrerà a tutti la sua ultima invenzione. Il Motore
ad energia sonica!! Dai- Kiri a metà prezzo per tutti
a partire dalle quattro!!" Nessuno osava contestare
alla Rosy il colore del cartellone. E nessuno osava
correggere quella parola in inglese che tutti
ricordavano giusta se associata al nome di quel noto
conduttore ma che non ricordavano assolutamente come
andava scritta esattamente. E men che meno, nessuno
osava correggere alla Rosy il nome di quel cocktail
che scritto in quel modo sembrava un urlo di battaglia
di un guerriero giapponese o una marca di
motocicletta. Comunque, era facile intuire di cosa si
trattasse e lasciarono perdere. Tutti guardavano a
destra, verso il fondo del rettilineo. Si aspettavano
di vedere arrivare Tendinello come al solito, che
sbandava un po' verso destra, e un po' si teneva in
equilibrio con la gamba sinistra, quasi guidasse un
catamarano anziché una Vespa. Ad un certo punto, un
gran nuvola di polvere si levò in lontananza. Un
rumore sordo coprì le voci. Poi il silenzio assoluto.
Poi una serie di bestemmie e parolacce, improperi e
maledizioni sembravano come sgorgare dalla terra. Poi
di nuovo polvere e rumore. Ed infine, arrivò
Tendinello. Si fermò con aria stralunata e lo sguardo
vitreo di fronte alla folla incredula. Il silenzio
sembrava irreale. Era come assistere ad una parodia di
"Mezzogiorno di fuoco" con il cow boy più strampalato
che la cinematografia potesse ricordare. Qualcuno
partì con un timido applauso e pian piano, le urla ed
i fischi si sovrapposero al vociare della gente sempre
più eccitata. Tendinello, con un casco da aviatore
anni venti ed un paio di occhialoni da sci Baruffaldi
rossi con le lenti gialle, l'elastico tricolore anni
settanta, salì sulla sella Nisa della Vespa 50
Primavera blu verniciata a bomboletta. Dalla parte
destra della moto, accanto al motore, uno strano
marchingegno composto da elementi recuperati chissà
dove facevano pendere pericolosamente il mezzo verso
l'asfalto. Al carburatore sembravano collegati due
casse marca "Blaukpunt", una radio mangiacassette
super otto (quelle con cassette grosse come toast e
per giunta dello stesso colore) marca "Geloso", un
pezzo di pentola a pressione, l'ancia ed il corno di
una Tuba in ottone, un osso di alce vuoto più mille
altre fili, transistor, valvole e lucine che nella
loro mostruosa complessità costruttiva avevano una
certa armonia. La Vespa, accesa al minimo e appoggiata
sul lato opposto al marchingegno con un cavalletto
lungo circa un metro e trentacinque recuperato da un
Guzzi della Polizia del 1958, al minimo tremava come
un cucciolo di cane impaurito. Ogni tanto, aveva una
specie di rantolo, paragonabile a quella di un morto
in preda agli ultimi spasmi. Ad ogni sussulto,
Tendinello guardava la Vespa con uno sguardo di
apprensione, quasi coccolando quell'essere mostruoso
ad ogni sobbalzo. Tirò gli occhiali sulla fronte, ed
allargando le braccia e con le mani tese, cercò di
azzittire la folla come un novello pastore d'anime.
Dopo secondi interminabili, scandì con voce decisa e
cristallina alla folla azzittita: ".Oggi dimostrerò a
tutti che l'energia fonica non è stato il vaneggiare
di una mente che voi credevate obnubilata." Già alla
parola "obnubilata" ci furono persone che emisero
gridolini di compiacimento e stupore. La Rosy chiese a
qualcuno se quella strana parola era una marca di
sigarette che loro non avevano e se doveva informarsi
su dove potersele procurare. ".Da troppo tempo le
multinazionali del petrolio detengono il potere sul
mondo raccontandoci la fola della scarsità del
greggio.." La Rosy chiese, con fare realmente
perplesso, cosa c'entrasse la scarsità di petrolio la
scarsità di quel comico che la faceva tanto ridere,
cominciando ad innervosire seriamente chi le stava
vicino "..è venuto il momento di far capire che non
siamo così stupidi da non poter intuire e studiare una
nuova energia alternativa, che non siamo così stolti
da non aver l'intraprendenza di progettare ed ideare
motori che siano capaci di liberarci dalla schiavitù
del monopolio dei signori dell'oro nero!" Quando la
Rosy chiese cosa c'entrasse un ragazzo di colore con
il progetto del Tendinello, un ignoto ma in seguito
acclamato anziano frequentatore del "Tramonto" le
diede una ginocchiata nel basso ventre che fece
finalmente azzittire l'indesiderata signora dei
quesiti per il resto della giornata. ".Il momento
della libertà è vicino! Ricordatevi, le parole che noi
diciamo hanno energia propria. E non solo. E'
l'intensità. E' quanto noi crediamo nella forza delle
parole che noi pronunciamo. Questo congegno, da me
inventato è capace di raccogliere ed incanalare quanto
diciamo in questo trasformatore di energia fonica in
cinetica!!" La gente seguiva parola per parola ciò che
Tendinello stava declamando. E neppure perplessità
traspariva sui loro volti quando qualcuno faceva
presente che il "trasformatore" assomigliava in
maniera sorprendente ad un contatore dell'Enel anni
'50, con ancora il cognome della famiglia alla quale
era appartenuto sbiadito ma visibile sulla vecchia
etichetta adesiva. Tendinello saltò sulla pedivella
dell'accensione della Vespa. Una, due, tre volte, con
il marchingegno che traballava in modo sinistro e
pericoloso. Tendinello si calò i Baruffaldi sugli
occhi, poi, nel silenzio generale, disse ancora:
".ricordatevi! La parola rende liberi!!" Ci fu un
momento di reale commozione. Poi spontaneo, fragoroso,
scoppiò un applauso, un misto tra l'ammirato ed il
liberatorio. Tendinello prese in mano una specie di
microfono collegato con dello scotch marrone da pacco
ad un imbuto verde collegato a sua volta ad un tubo di
metallo flessibile usato presumibilmente per la doccia
fino al giorno prima. Chiuse gli occhi, cercando la
concentrazione. Guardò il suo pubblico, con aria
ispirata. Ad un certo punto, con rabbia gridò
nell'imbuto il più grosso e variopinto catalogo di
bestemmie e parolacce che nessuno, tra i presenti,
avesse mai sentito prima. Partì con insulti generici,
per poi passare a persone e fatti specifici,
risvegliando ricordi che parevano, in molti dei
presenti a conoscenza dei fatti e delle persone
citate, ormai sopiti. Passò quindi ad elencare una
serie di santi di varie religioni ed etnie, ed infine
terminò con le divinità principali con il parroco che
si faceva il segno della croce chiedendo, considerato
l'alto valore morale dell'esperimento, l'assoluzione
in sua vece. Tendinello salì sulla Vespa, con il suo
solito modo un po' sghembo. Accellerò due o tre volte.
Prima la Vespa sembrava un gattino miagolante, poi a
poco a poco prese a ruggire in modo quasi sinistro,
inquietante. Tendinello alzò il braccio sinistro, si
voltò con grande teatralità verso la folla ed urlò:
".PER IL PROGRESSO E LA LIBERTA'!!" Molti non
capirono. Altri alzarono il pugno chiuso. Altri ancora
abbozzarono un braccio teso, altri, più religiosi,
mormorano "amen" con il parroco che, a mani giunte,
continuava la sua lìtania. La Vespa partì a scatti e
molti giurarono che, dalla marmitta di scarico,
uscivano parolacce ancora più forti di quelle
pronunciate da Tendinello prima della partenza. La
Vespa impennò, il motore emise un rumore cupo prima e
acuto successivamente. Tutti cercarono di seguire la
corsa di quel portentoso mezzo, ma solo per pochi
metri. Tendinello sembrava poterlo governare, anche
se su una sola ruota, anche se procedeva a zig zag.
Poi ci fu un botto. Anzi, un boato. Dal trasformatore
di energia fonica in energia cinetica si levò un fumo
nero e denso dall'odore sgradevole. La gente disse:
"OHHH!" . Tendinello, molti sono pronti a giurarlo,
disse "AHHHHH!" e poi, come un fulmine impazzito, la
Vespa precipitò dentro un cassonetto della spazzatura,
i cui sacchi pieni attutirono almeno parzialmente il
colpo e fece "SBRANG!". Corsero verso Tendinello. più
preoccupata che delusa. La Vespa era distrutta e con
esso il sistema di trasformazione di energia fonica in
energia cinetica. La Rosy fu la prima ad arrivare.
Tolse i sacchetti di spazzatura che ricoprivano quello
strampalato cavaliere. Tendinello sembrava un pupazzo
buttato là in mezzo come un vecchio giocattolo. Ci
furono minuti di attesa che parvero interminabili.
Poi, Tendinello aprì un occhio. Poi tutti e due. Poi
sembrò riconoscere qualcuno. Guardà la Rosy ed accennò
un sorriso. Tutti tirarono un sospiro di sollievo. Si
aspettavano un commento all'esperimento che loro
stesso non riuscivano a capire se riuscito o meno.
Poi, finalmente disse: ".Mi dai un pacchetto di
"Stop"??". Molto tempo è passato da allora.
L'austerity, in realtà, non fu mai più dichiarata.
Tendinello ha riverniciato la Vespa, sempre dello
stesso colore blu metallizzato. Alla mattina alle
sette, si presenta al bar "Tramonto" e da lì, inizia
il suo girovagare per i bar preferiti. Ogni tanto,
qualcuno prova a fare delle domande per cercare di
fargli tornare in mente i progetti del suo
trasformatore, ma lui sorride e si accende una "Stop".
Ogni tanto, di notte, dai garage del quartiere si
sente qualcuno che armeggia con saldatori, martelli e
cacciaviti. Poi, dice parolacce non ripetibili dentro
un imbuto per un paio di minuti. Prima o poi, sono
sicuri, Tendinello si ricorderà della sua invenzione.
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all'indice Autore
La vita ad un semaforo
Mi muovo lento nel traffico. Come un salmone inebetito che segue
la corrente ed i suoi simili, guido senza sentimento, senza
espressione. Ma con una meta. L’ufficio. Ascolto la radio
distrattamente, con le solite risate di chi ci vuole a tutti i
costi di buonumore la mattina e con le discussioni di
macropolitica, macroeconomia, macrostupidate di gente che ha
voglia solo di dire la sua. La stessa gente, che poi si incazza
solo quando la squadra gli vende un attaccante. Ho la cravatta
già slacciata. Me la sono allacciata quasi con cura davanti allo
specchio e con mia moglie che, sigaretta pendula alle sette del
mattino e alito fetente tipo Uno diesel del 1981 che non ha
superato la revisione, mi chiedeva se ancora, dopo quindici anni
l’amavo come il primo giorno. Guido con due mani. Posizione
dieci e dieci a pugni serrati. Guidava così il mio povero
vicino, il signor Pecci, arrivato dalla Basilicata a Milano nel
1971 con una Opel Kadett Rossa che non ha mai cambiato finchè
non è morto. La sua Opel era famosa in tutto il quartiere.
Quando l’accendeva, una volta la settimana perché andava a
lavorare con il suo fido Garelli Vip 3 marce (al manubrio) blu,
emetteva gas di scarico con un grado di nocività pari solo alla
emissione dei gas della Breda negli anni sessanta. Era lunga
come il Titanic e larga come Corso Vittorio Emanuele. Non
riusciva mai a metterla nel garage di casa senza farle una
fiancata, che poi rappezzava personalmente con bombolette a
spruzzo che facevano sembrare la macchina una sorta di mezzo
militare mimetizzato. E guidava con le mani posizioni dieci e
dieci, la schiena curvata verso il volante e la faccia quasi che
toccava il vetro. Per lui il codice della strada era un oscuro
manuale di regole e comportamenti di cui gli avevano vagamente
accennato durante la scuola guida. Potevano anche suonargli la
marcia trionfale dell’Aida direttamente nell’abitacolo che lui
non si scomponeva mai. Aveva un senso ed una cognizione delle
precedenze e dei semafori che io amavo chiamare, Picassiana.
Astratta, cubista, personalizzata.Adoravo guardarlo litigare con
gli sprovveduti che avevano a che fare con lui lungo le
strade.Diceva parolacce in dialetto delle quali credo solo lui
conosceva il reale significato. E se cercavi di renderlo
partecipe del fatto che quel triangolo rosso e bianco
significava doversi curare di chi proveniva da destra e da
sinistra, lui ripeteva che nell’incrocio c’era arrivato per
primo e che quindi non gli importava di quello strano segnale di
metallo messo lì chissà da quale buontempone. Guidavo come lui.
Sentivo la gente che mi suonava da dietro, ma ero come
proiettato in un'altra dimensione. Non riuscivo a pensare altro
che a lui. L’Architetto Guidabaldo Pace di Torlonia. Il mio
capo. Lavoravo in uno studio di progettazione di innovativi
luoghi destinati agli allevamenti industriali di volatili
ovipari. Questa era la definizione che l’architetto Pace dava
della sua azienda. La realtà era che progettavamo pollai. Ed io,
che mi ero laureato brillantemente al Politecnico sognando di
progettare case di persone ricche e famose, non riuscivo a
capire come potevo essere finito alla mercè di quel buzzurro.
Quando non c’era nessuno, mi chiamava “FRAZZI!”, per cognome, ad
alta voce, con un leggero disprezzo nel tono, quasi a
sottolineare il distacco esistente tra me e lui. In riunione, a
volte mi chiamava “Geometra!”, quasi a sminuirmi per poi
correggersi e dire la solita frase: “..Ah no scusi! Architetto!
È vero che poi alla fine c’è l’ha fatta anche lei a
laurearsi…eh…ma ai miei tempi non era mica così facile!!” Oramai
ci avevo fatto l’abitudine ma i primi tempi guardavo il mio
compasso con bramosia, sognando di usarlo per torturarlo
lentamente, e tatuargli sulla schiena con l’inchiostro a
caratteri cubitali “ARCHITETTO FRAZZI!!”, con due punti
esclamativi. Ogni mattina, quando varcavo la soglia dell’ufficio
ed anche arrivavo in perfetto orario mi accoglieva con la
solita frase: “Frazzi! Facciamo l’orario degli sportelli delle
poste, vero?” . Ed alla sera, anche se uscivo ad orari
allucinanti, mi congedava altresì con una frase di identico
tenore: “Frazzi! Ci siam presi un’ora di permesso oggi, vero?”,
accompagnando il tutto con una risatina sommessa ed isterica.
Il mio capo aveva una sola fortuna. Aveva costruito un pollaio
autopulente. Una vera manna per gli allevatori, che ne avevano
immediatamente fatto di tale invenzione una necessità
insostituibile. L’unico problema era che quel progetto era nato
da una idea mia. E mi era costato fatica, perché Pace mi aveva
costretto, munito di tuta, occhiali e respiratore, a rimanere
all’interno di uno dei primi prototipi per osservare meglio
quanto accadeva durante le operazioni di pulitura. Il risultato
era stata una settimana di nausee e vomito continuo. Perché
tutto ciò che c’era all’interno del pollaio, quando entrava in
azione la turbina pulente, veniva sparato in aria e convogliato
in apposito contenitore a velocità fotonica. Ma alla stessa
velocità entrava anche in qualsiasi pertugio trovassero i
residui sulla loro strada. Comprese le mie orecchie e le poche
falle della mia tuta. Pace fece sua l’idea. Ed io non mi
ribellai mai, diventato lo zimbello dei miei colleghi e
l’oggetto del continuo rimprovero da parte di mia moglie. Ogni
mattina, mi chiedevano se non avevo paura che Pace mi potesse
chiedere di inventare un bidet per le mucche costringendomi ad
andare in vacanza con alcune di esse per capirne le abitudine
fisiologiche. Oppure, mi chiedevano come mai ancora non mi era
venuto in mente un sistema per convincere i maiali a farsi la
doccia, al fine di avere prosciutti più puliti, igienicamente
controllati e magri. All’inizio non ci facevo caso. Poi, con
l’andar del tempo, la cosa divenne sempre più pesante. Non
riuscivo a trovare un altro lavoro, più che altro perché pensavo
che rimanendo con Pace avrei trovato il modo di dimostrare ,
prima o poi, che il pollaio autopulente era una mia idea. Una
mattina stavo ascoltando una interessantissima discussione su
una radio locale, a proposito del problema della sicurezza sulle
strade. Ascoltavo un tizio che affermava che superare sulla
destra fosse giusto perché così lui: “…sorpassando in fretta
evitava di essere di intralcio al traffico…” . Mi stavo già
chiedendo quale tipo di malattia giovanile poteva avere avuto
una persona che pensava scientemente di rendere pubblico questo
genere di pensiero, quando la mia attenzione fu attirato da
qualche cosa, che ripensandoci, avevo già visto altre volte
durante i miei viaggi per raggiungere l’ufficio. Ad uno degli
incroci più grossi e più trafficati, lo notai. Anche se eravamo
già a primavera inoltrata, lui se ne stava lì, con un paio di
pantaloni di velluto marrone arrotolati fino alle ginocchia, e
tenuti ad altezza ombelico grazie ad un paio di bretelle rosse.
La camicia a quadri, da boscaiolo, doveva essere originariamente
blu-grigia-rossa. Adesso, tra il sudore ed il fumo delle auto,
aveva assunto delle tonalità cromatiche credo sconosciute
persino al mondo scientifico. Non contento, la giacca anch’essa
di velluto sembrava far parte di un completo di buon taglio e
fattura, forse residuo di un passato da benestante ormai lontano
o regalo di una caritatevole mano. A coronare il tutto, un
cappello di lana da sciatore, con il marchio “k-way” di lato a
strisce bianche e blu, coprivano dei capelli il cui grado di
lordume era pari forse solo a quello che poteva avere nelle
scarpe mocassino ormai aperte davanti e disastrate, più grandi
di un paio di numeri e portate senza calze che davano però come
l’impressione che ciò fosse l’elemento che lo faceva sembrare
comunque vestito con abbigliamento estivo. Il viso sembrava
curato e la barba ormai più bianca che nera gli dava un’aria
“seria”, quasi fosse portata come un vezzo distintivo, come
quando, negli uffici, tutti si fanno la barba la mattina presto
ed invece qualcuno se la fa crescere, curandola ma non avendo
l’obbligo del taglio giornaliero, facendo incazzare tutti i
colleghi che non hanno avuto questa idea prima di te. A secondo
della direzione in cui guardava il flusso del traffico,
aspettava che il semaforo diventasse rosso. Poi cominciava a
saltellare e correre lungo la strada, facendo corna, esponendo
il dito medio e facendo il tipico gesto dell’ombrello di italica
tradizione. Rideva, urlava ed imprecava come se ce l’avesse con
qualcuno. Ma in realtà si capiva benissimo che non ce l’aveva
con nessuno. Sembrava scegliere accuratamente la categoria di
persone alle quali indirizzare i propri gesti inconsulti, e
notai che prediligeva uomini in giacca e cravatta già intenti a
discutere, per telefono le stesse cose che avrebbero ridiscusso
con le stesse persone, a voce, pochi minuti più tardi. Rimasi
affascinato da quell’omino, anche se non comprendevo esattamente
il significato di quella sua strana protesta. Fantasticai tutto
il giorno su di lui. Chi era? Cosa aveva fatto nella sua vita?
Cosa lo aveva portato ad essere così arrabbiato nei confronti di
qualcuno o qualcosa che, altresì, non riuscivo ad identificare?
Da quel giorno, per settimana, il mio unico era scopo era vedere
se all’angolo di quell’incrocio c’era il mio personale eroe, il
mio privato antidoto alle amarezze ed alle delusioni
giornaliere. Imperterrito, anche quando pioveva, l’omino era là.
Saltava, imprecava e gesticolava, alla mattina presto ed alla
sera, quando tornavo verso la mia casa. Quella mattina mi alzai
ancora più di controvoglia. Mia moglie mi era rimasta
appiccicata tutta la notte, agghindata e coperta come un
caporale dell’esercito russo di istanza in Siberia e russando
come un lottatore di Sumo soprappeso, dopo un incontro e con la
sinusite. Il primo rumore che avevo sentito era il suo accendino
che, ancora sdraiata, dava fuoco alla prima sigaretta della
giornata. Mi disse, alitandomi miasmi sulfurei nelle narici:
“…Amore, oggi è un altro giorno che passiamo insieme. Mi ami
ancora come il primo giorno?”. Arrivai in ufficio che Pace era
già lì, pronto a darmi il suo buongiorno: “Frazzi! Facciamo
l’orario degli sportelli delle poste vero?”. Feci finta di
niente, e mi misi a lavorare sul mio progetto del pollaio
autopulente dotato però di aria condizionata che, a quanto pare,
stimolava la produzione delle uova. Sentii l’odore del sigaro di
Pace prima ancora di distinguere i suoi passi sul parquet
dell’ufficio. Si fermò alle mie spalle ad osservare il disegno
che stavo ultimando alacremente. Non potei fare a meno di
girarmi e, spontaneamente chiedere: “…c’è qualcosa che non va,
Architetto?..:” Forse fu il mio tono, per la prima volta
leggermente aggressivo, insinuante mille frasi mai dette
direttamente a Pace di Torlonia. Per lui fu una specie di
affronto, una irriverenza da lavare con il sangue. L’ufficio si
azzittì. Per un attimo mi sembrò che persino gli uccellini che
normalmente a quell’ora cinguettavano nel giardino interno
dell’ufficio, si ammutolissero. Pace, da consumato
professionista quale era, aspettò che tutti quanti i presenti
prestassero attenzione alla scena che si stava svolgendo e che,
nella sua immaginazione, avrebbe dovuto avere uno sviluppo ben
preciso. Si gonfiò i polmoni al punto tale che pensavo avesse
sotto la giacca una specie di boule dell’acqua calda. Dopodiché,
mi grido addosso ogni tipo di cattiveria: “FRAZZI! LEI NON SI
PERMETTA MAI PIU’ DI USARE QUEL TONO CON ME, LEI PROGETTATORE DI
LATRINE AUTOPULENTI PER POLLI CHE HA GUDAGNATO LA RIBALTA DELLA
NOSTRA AZIENDA SOLO GRAZIE A ME etc. etc.” Io rimasi
imperterrito, anzi, credo assunsi anche un’aria leggermente
beota. Mi sentii improvvisamente in una specie di stato di
grazia, ed allo stesso tempo avevo la sensazione che il mio
fisico, la natura ed una buona dose di fortuna mi stavano per
aiutare. Continuai a sorseggiare il cappuccino che avevo sulla
mia scrivania, da sempre, al mattino. Guardai ancora Pace di
Torlonia, la foto di mia moglie vicino al davanzale della
finestra, i miei colleghi, il mio ufficio e ancora Pace di
Torlonia. Ritornai, con la memoria, a tutti giorni indietro in
cui avevo subito angherie ed umiliazioni da quell’uomo, fino al
momento in cui, con la muta e la maschera, mi aveva chiuso
dentro il pollaio autopulente. Quando lui ebbe finito quella
tempesta di insulti nei miei confronti, sembrava che l’aria
nella stanza fosse sospesa, e con essa il respiro ed il battito
cardiaco di tutti coloro i quali erano presenti. Guardai ancora
Pace di Torlonia poi, quando senti che quanto immaginavo stava
per arrivare gli sorrisi ancora più beatamente. Appoggiai la
mano destra sul tecnigrafo, e con essa mi feci leva,alzando
leggermente la gamba sinistra. Il rumore che emisi fu così forte
e l’odore così nauseabondo che ricordo perfettamente ci furono
alcune colleghe che scapparono in bagno schifate. Mi alzai,
diedi un bacio tenero su una guancia a Pace di Torlonia e me
andai felice e leggero come mai prima. Mi misi a guidare sempre
in posizione dieci e dieci e pugni serrati, ma con una
leggerezza ed un’allegria diversa. Arrivai al semaforo dove,
quel buffo omino stava a sbracciarsi ed agitarsi. Parcheggiai
poco lontano. Arrivai di fronte a lui. Mi arrotolai i pantaloni
fino al ginocchio ed appoggiai la giacca sulla sua bicicletta.
Ci guardammo per un istante che mi sembrò un secolo. Ci
stringemmo la mano e ci sorridemmo con un ghigno quasi
diabolico. Era ancora mattina presto, tutto sommato. Cominciai a
saltellare e a mandare a quel paese centinaia di automobilisti
quella mattina. Non ero mai stato così felice.
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