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LA
FONTANELLA
La salita era ripida. Maledettamente
ripida. Al termine di essa si arrivava
sempre con un nodo in gola, sia che si faceva a piedi, sia in
macchina.
Sembrava un'espiazione ai nostri peccati.
Il cancello di ferro semi aperto era lì, davanti a noi.
Il mondo dei morti
ci attendeva nel nostro viaggio quotidiano. Accanto, a circa
quattro passi,
c'era la fontanella.
L'unica fonte di vita di quel luogo.
La cappella stretta era il nostro luogo di preghiera e di
lacrime. Un bacio
alla foto, ricordi che si rincorrono in una giostra di emozioni
e di
rimpianti. Troppo giovane per morire in un giorno di maggio,
troppo poco è
il tempo che è passato dall'ultimo bacio.
Conto solo nove anni della mia vita, ed ancora non ho capito
cos'è la morte.
Forse è un viaggio, dove si sa quando si parte, ma non si sa
quando si
torna. Forse è un sogno, dove non ci si sveglia mai. Forse
domani tornerai.
Forse. Forse mai.
Fuori dalla stretta cappella , c'era un balconcino che
dava sulla campagna
sottostante. Eravamo nel punto più alto del paese. In fondo si
vedeva il
lago, il Trasimeno. Le case mi sembravano finte, talmente
erano piccole ai
miei occhi. Cercavo la casa dei nonni. Eccola è lì, un puntino
bianco
nell'immenso verde della campagna umbra.
E da lì immaginavo la vita di tutti i giorni dentro la
casa. Il nonno al
lavoro tra i campi, la nonna in cucina a preparare il
pranzo, mia cugina
nella sua camera a giocare con le bambole, mio fratello
con il vecchio
motore del nonno, i cani che si rincorrono, mentre il più
piccolo dei miei
fratelli era qui con noi che teneva la mano di mia madre. Aveva
solo tre
anni.
I fiori, colorati, profumati, simbolo d'amore. Eterno
amore. Bisognava
cambiare l'acqua nelle brocche portafiori. E' lì, alla
fontanella, mentre
scorreva l'acqua, osservavo mia madre nei suoi movimenti. Tutto
l'amore
possibile, racchiuso in semplici gesti. Con cura sciacquava
dapprima le
brocche, e poi tagliava gli steli ai fiori. Schizzi d'acqua
bagnavano tutto
intorno. L'espressione di chi ancora non si rassegna alla realtà.
Sembrava
incantata a guardare quel filo d'acqua che scendeva, irregolare,
dalla
fontanella.
Ma nella sua mente scorreva tutta la sua vita fino a quel
giorno di maggio.
Troppo giovane per rimanere sola. Troppe le lacrime
versate. Pochi gli anni
felici.
Per me era l'unico innocente divertimento quando si andava
al cimitero.
Così gli riempivo d'acqua il resto delle brocche delle tombe
degli altri
parenti presenti nella cappella.
Schizzi d'acqua impazziti mi bagnavano le scarpe, mio
padre da lassù, dove
dicevano che era andato, mi avrebbe guardato, ma questa volta
avrebbe riso
nel vedermi.
La fontanella. E sullo sfondo i colori della campagna,
spruzzate di giallo
di girasoli tra sfumature di verde, un gioco cromatico che si
specchiava a
valle sul lago, pescatori all'impiedi sulle barche. Come un
quadro di Monet.
Il canto dei passeri, distese di ulivi, tortuosi sentieri
di campagna, dove
mi perdevo con la bici negli assolati pomeriggi, tra pini e
maestose querce
all'ombra delle quali mi fermavo a riprendere fiato, e poi
abeti, castagni e
con gli immancabili cipressi tutto intorno. Il silenzio l'unico
vero
padrone. La fontanella, l'unica fonte di vita, di movimento, di
allegria, in
un luogo di assenza, di morte.
Gelida scorreva anche se a primavera. Ma era acqua che
serviva non solo per
i fiori dei defunti. Era la vita che scorreva ancora tra i
giorni senza di
lui.
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all'indice Autore
"QUATTRO
CHIACCHIERE CON PAPA'"
Oggi il tempo è veramente inclemente. Vento, pioggia
che a tratti
viene giù a frustate violente, e all'improvviso poi
sembra placarsi,
per poi ricominciare con più violenza. Una
giornataccia.
"Ho fatto bene a prendere il treno", pensava ormai
comodamente
seduto il mezzo dei suoi primi viaggi, quello che più
amava di ogni altro.
Ma soprattutto con quel tempo, era il tipo di viaggio
che più preferiva.
Guardare gli schizzi d'acqua sul finestrino, il cielo
plumbeo in alto,
ed il mare grigio e incredibilmente calmo davanti a
sè, così seduto
ad ammirare la furia della natura, sarebbe stato uno
spettacolo tutto
da guardare. Meglio farsi trasportare, in tutta
tranquillità, piuttosto che
affrontare un viaggio così lungo in macchina, se non
ricordava male
erano più di 1200 chilometri, con l'insidia di un
tempo infame come
quello di oggi, senza pensare poi che inevitabilmente
avrebbe dovuto
fermarsi diverse volte. Tutto troppo stressante. Poi,
non aveva particolare
premura, ed il treno gli avrebbe permesso di pensare,
riordinare un pò le idee.
Soluzione tra l'altro presa al volo su due piedi,
mille volte meglio
il treno, il caro vecchio treno.
Era poi così sicuro di trovare posto, da decidere di
partire il giorno
stesso. Erano ormai diversi giorni che ci pensava con
più insistenza.
Si accorse di avere tra gli innumerevoli numeri
telefonici che aveva
nella sua agenda tascabile, il numero di una piccola
locanda,
quando anni fa gli venne voglia di partire, ma per
l'ennesima volta
ci rinunciò. Questa volta era deciso. A casa ne aveva
parlato
con sua moglie.
"Sai, ho deciso. Oggi pomeriggio alle 15, ho il
treno."
"Il treno per dove?
"Vado da mio padre"
"Ma come mai hai deciso di partire così
all'improvviso?
"Lo sai non mi decidevo mai. Ho deciso così d'istinto,
ho trovato
il numero telefonico di quella locandina, ti ricordi
quando avevamo
pensato di partire anni fà e poi non se ne ce più
nulla? ho chiamato
c'era una stanza libera e..... mi sono detto e la
volta buona."
"Si si, non lo metto in dubbio, finalmente, del resto
era ora che ti decidessi.
Ma almeno il tempo di farti la valigia e....." non
preoccuparti giusto il
necessario, ho prenotato per una
sola notte" "Ti accompagno almeno"
"No, non ce ne di bisogno. Lascerò la macchina al
posteggio della stazione.
Un paio di giorni e sono di nuovo qui. Con questo
tempo poi non è
il caso, e poi lo sai, quando parto non voglio nessuno
alla stazione,
semmai al ritorno mi farebbe piacere se mi venissi a
prendermi."
Suo padre aveva deciso di rimanere lì nella sua terra,
quel richiamo
irresistibile alle origini, anche se aveva girato
parecchio in lungo e
in largo l'Italia ed aveva amato tantissimo la
Sicilia.
Erano dieci anni che non si vedevano, e pensava come
fosse passato
in fretta tutto questo tempo senza vederlo. A quante
cose erano
successe in quest'arco di tempo, i figli nati e
cresciuti senza aver
potuto conoscere il nonno. IL silenzio che era calato
inesorabile
tra di loro. Ed intanto era sopra il traghetto che
lo portava in Calabria.
Il mare, malgrado il maltempo, era calmo, placido, ed
il vecchio
traghetto solcava le acque scure dello stretto, con le
luci della terra
che a poco a poco si avvicinavano.
Saliva sempre sul ponte, il tempo aveva dato una
piccola tregua,
ne aveva approfittato per respirare l'odore del mare.
Il tempo di
riempirsi i polmoni di salsedine, e la tregua era
cessata. Seduto
negli scomodi divanetti di fintapelle, attraverso i
finestrini del
traghetto vedeva solo luci davanti a se. Come stormi
di uccelli,
a migliaia, piccolissimi abbaglianti luci piene di
vita, di movimento.
E quanti ricordi su quei traghetti,vissuti con suo
padre e i suoi
fratelli, in tutti quei viaggi per scendere giù, a
trovare i nonni,
quante attraversate,si facevano quasi mille chilometri
quando
si scendeva,si arrivava stanchissimi, lunghe code per
imbarcarsi,
ma quando si arrivava sul traghetto era una festa.
Dal traghetto
già si sentiva l'odore della Sicilia.L'odore acre di
salsedine
appiccicata sulla pelle, profumo di zagara,di
giornate infuocate
passate al mare, l'odore intenso del sesamo sul pane,i
colori
intensi e unici, e la magia, che solo questa terra sa
regalare.
Crescendo capii il perchè suo padre, uomo attento,
intelligente
ed orgoglioso, proprio come questa terra, seppe
apprezzare
senza conoscere nessuno, senza che avesse legami di
famiglia,
lui che veniva da un paesino di mille anime
nell'entroterra umbro.
Nel frattempo era arrivato nel continente, come
ricordava
dicevano i vecchi siciliani.
Si era fatta notte, e le tenebre avevano invaso anche
il suo scompartimento.
Ogni tanto dei chiarori improvvisi squarciavano il
cielo sopra di lui.
Ed ad ognuno si accendeva un ricordo. Si chiedeva
perché
erano passati tutti quegli anni senza vedersi.
Realmente non
aveva avuto mai un pò di tempo per andarlo a trovare?
la famiglia,
il lavoro, i problemi di ogni giorno, I sensi di
colpa si facevano
via via più pesanti. Tutti quegli anni erano un
macigno per la
sua coscienza.
Pensava a cosa si sarebbero detti per rompere il
ghiaccio, a quale
artifizio doveva escogitare per farsi perdonare tutti
questi anni di silenzio.
Ed intanto il treno sfrecciava nella notte. Come
sempre la Calabria
l'avrebbe fatta tutta d'un fiato, recuperando il
tempo perduto in
Sicilia con le continue fermate. Ed incredibilmente
riuscì ad
addormentarsi. fece un sogno che non gli piacque
affatto.
Suo padre che gli gridava di andarsene e lui che non
se lo
faceva dire due volte. Si svegliò di soprassalto. Ma
volle dimenticarlo
subito, prese il termos con il caffè ancora bollente
e se ne versò
un quantità abbondante, tanto da svegliare un'orso in
letargo.
Passò quasi tutta la notte a pensare. Erano le tre
quando il sonno
vinse l'ultimo dei suoi pensieri. Si svegliò con le
prime luci dell'alba
che fecero capolino sull'orizzonte collinato di fronte
a lui. Era al
confine tra il Lazio e l'Umbria. Per alcuni minuti il
treno seguì il
corso del Tevere. Poi, all'improvviso, ognuno proseguì
per la
propria strada, proprio come la storia con suo padre,
pensò,
mentre lo scorrere lento del fiume si allontanò dai
suoi occhi.
Ancora un paio d'ore circa e sarebbe arrivato alla
stazione dove
avrebbe preso un pulmann e in un'ora l'avrebbe portato
al paese
di suo padre.
Passando tra le case coloniche, tra le continue curve
si intersecavano
le piccole stradine sterrate di campagna, con abeti,
pini, rovi di more,
tortuosi percorsi che si perdevano nella fitta
boscaglia, tra continui rimandi con la memoria.
Suo padre ora, lo sentiva più vicino a lui.
Erano le 9,30 quando arrivò in paese. Appena sceso dal
pulmann,
tutto ciò che era davanti a se, le case, le persone,
persino l'aria
che respirava, gli sembravano sconosciuti e familiari
allo stesso
tempo. Una sensazione che aveva ormai dimenticato, la
stessa
sensazione che provava ogni qualvolta tornava al
paese.
Adesso erano passati oltre dieci anni. A circa 50mt
dalla fermata
dei pulmann, c'era la piccola locanda a conduzione
familiare.
Una piccola stanzetta, un comodino, uno spartano
armadio,
e l'unica cosa che gli piacque era il letto, vecchio
con la
testata in legno e soprattutto alto, così avrebbe
dormito meglio, pensava.
Una doccia, si cambiò uscì. Voleva incontrarlo subito
e s'incamminò
per il paese. Piccolo com'era avrebbe trovato subito
la casa di suo
padre, ma a mano a mano che camminava notava come
incredibilmente
non fosse cambiato nulla. Tutto questo risvegliò in
lui un forte senso
di colpa che prepotentemente si fece largo dentro la
sua coscienza.
Si fermò. Si guardò intorno. Sono passati più di dieci
anni da quando
si decise di vendere tutto, o per meglio dire
costretti a vendere
la nostra parte, pensava. Dovevamo essere più uniti e
rifiutare
quei quattro soldi, ma c'è chi insisteva e ci ha in
qualche modo
obbligati a fare ciò che loro volevano. Da tempo era
tutto in mano loro
, avevano stabilito il prezzo, il modo, ed il momento
propizio a loro,
approfittando della nostra lontananza. Papà non ce lo
perdonerà mai!
Era quello che si ripeteva ormai da dieci anni, in
continuazione,
non era riuscito a perdonarselo, un 'errore così
grande,
almeno così lui lo riteneva.
Diede lo sguardo all'orologio, erano le 11,30 e
trovandosi nei pressi
della stradina che lo portava da suo padre, pensò
all'ultimo istante
di cambiare strada e prendere quella che lo avrebbe
portato al lago.
Si fermò alla fermata dei pullman e lo prese. Nel giro
di una mezz'ora
era sul pontile a passeggiare.
Era stato assalito da un forte stato d'ansia. Il
ricordo di quella convulsa
mattinata, tutti riuniti attorno al tavolo con l'unica
decisione da prendere
ed al più presto, ancora ventiquattro ore per
pensarci, ma non nel
modo giusto, ma per alzare di poco la cifra, il tempo
delle firme, e
tutto era svanito. Sacrifici di suo padre compresi.
Davanti al lago, alla vista dello stesso, pensò si
sarebbe calmato.
Il lago gli faceva sempre questo effetto, lo trovava
un luogo dove
scaricare i pensieri negativi, le ansie, le paure, e
di rimando i ricordi
più belli venivano a galla.
L'aria fresca e frizzante del lago gli accese un
appetito colossale.
Si fermò a mangiare in una piccola trattoria, menù
turistico
25.000£ recitava il cartello, vino e bevande inclusi,
non si fece
pregare ed entrò.
Erano le due del pomeriggio quando uscì dalla
trattoria, ed il tempo
era radicalmente cambiato. Nuvole grigie si
addensavano sopra di lui,
facendo sembrare ancora più grigio il lago.
L'aria di novembre cominciava a pungergli il viso, e
gli occhi
presero a lacrimare. Alzò il bavero dell'impermeabile,
e malgrado
cominciarono a cadere alcune gocce d'acqua, si fermò
ad osservare
attentamente la natura di fronte a sè. Il silenzio, il
lento movimento
dell'acqua, quasi assente, l'immobilismo più assoluto,
quasi irreale.
Come la catarsi dopo la tempesta. Un caffè, per lenire
i fumi del vino
e dell'abbondante vitto, due parole con la vecchia
proprietaria del
locale, la quale, malgrado gli anni trascorsi, lo
riconobbe uguale
ed identico a suo padre, e prese la strada che
coduceva al paese,
era ora di andare. La fermata dei pullman che lo
avrebbe riportato
al paese era un pò lontano, ma non gli dispiaceva
fare un pò di
strada a piedi, ripercorrendo così i percorsi della
sua memoria.
Il lungo viale alberato che faceva in bicicletta
dalla casa di suo nonno,
la scorciatoia sterrata per evitare il casello della
ferrovia, ormai abbandonato,
ma per il resto non era cambiato nulla della sua
adolescenza.
Eccezioni che solo la provincia sa regalare.
Arrivato in paese si soffermò in piazza. Era
praticamente deserta,
aveva smesso di piovere da poco. Poche le luci accese,
quella
del bar, lo stesso bar di sempre con l'antica insegna
"Bar Centrale" anni 70",
la macelleria, un nuovissimo negozio di scarpe, e le
luci dei
lampioni agli angoli della piazza ad illuminare una
scena di
malinconica desolazione. Le ultime sparute goccioline
d'acqua,
cadendo, rimbalzavano sui ciottoli dell'antica piazza
come
piccole monetine argentee. Preferì fare quattro passi
prima
di andare da suo padre, sperando che nessuno lo
riconoscesse.
In una stretta stradina secondaria, vide il vecchio
barbiere dove
andava suo padre. Seduto nella sedia dei clienti, si
ricordò di
quando suo padre gli raccontava che da quelle
poltroncine
voleva sempre scappare. E che una volta riuscì
nell'intento,
e il nonno dovette rincorrerlo per tutto il paese.
Intento com'era
a leggere un quotidiano, non si accorse di lui, ormai
vecchio si
chiese come mai non fosse in pensione, forse, pensava,
preferiva morire dentro il suo negozio che non a casa,
magari solo e dimenticato da tutti. Si incamminò per
le stradine
tortuose del paese, la chiesa, il parco pubblico.
Girava nell'intento
di vedere i volti che sembravano familiari ai suoi
occhi.
Ed intanto si era fatta sera. Quando si convinse che
era
ora di andare da suo padre era troppo tardi. Arrivò
davanti
al cancello, lo trovò chiuso, le luci spente, silenzio
assoluto
tutto intorno. Erano le sette e mezza di sera. Si va
a letto
presto quando si è soli ed anziani, pensò, passerò
domattina
papà, mi alzerò presto e faremo quattro chiacchiere,
vedrai.
Il campanello sempre lo stesso, non ne vuol sapere di
annunciarlo, un vecchio cane si avvicina, si chiese
se
fosse la stessa dopo tanti anni, glielo fece capire il
cane
stesso che avvicinandosi non abbaiò. Notò come tutto
era andato lentamente in rovina, la siepe, l'orto, i
muri
scrostati della casa, intanto da una finestra suo
padre lo
osservava senza accorgersene. All'improvviso si aprì
il
cancello, e dal portoncino di casa uscii suo padre.
Si guardarono da lontano. Gli stessi occhi. Lo stesso
sguardo.
Due uomini davanti allo specchio, lo specchio dei
ricordi.
Non una parola. Si avvicinò al cancello, aprì. Si
abbracciarono.
Un'abbraccio forte, intenso, lungo una vita. In quell'abbraccio
rivide la fotografia che teneva gelosamente
custodita,
di quando lui aveva due anni e suo padre lo stringeva
forte tra le sue braccia. Risentiva in quel momento
lo
stesso calore d'allora. Entrarono dentro, si
accomodarono nella
grande cucina, e cominciarono a parlare.
"Quando sei arrivato" gli
disse suo padre
"Stamattina" gli
rispose, ed abbassò lo sguardo. Non ebbe il coraggio
di dirgli che
era
arrivato il giorno prima. Seguì una pausa, dal quale
il padre si alzò per accendere il camino.
"Come và
papà"
riuscì infine a chiedergli.
"Come un vecchio solo e dimenticato" I risentimenti
non tardarono ad riaffiorare.
Cercò in qualche modo di non sentire quello che aveva
detto, e continuò a parlare.
"Cosa fai per passare le giornate, qui sono lunghe,
interminabili"
"Perchè da te giù, durano di meno le giornate?
rispose ironicamente suo padre
"No, no." disse con un accenno di sorriso. "Sai
i problemi d'ogni giorno, il lavoro, e poi la città e
sempre la città"
"Ah si, la città e la città, non lo metto in dubbio. E
dimmi a proposito di Palermo, è cambiata, ho è la
stessa meravigliosa città che ho conosciuto, seppur
con tutti i suoi problemi?"
"E' cambiata è cambiata. Non so fino a che punto , ma
sicuramente
è molto più pulita. Ma soprattutto nella gente c'è
una maggiore presa
di coscienza su quelli che sono i problemi della
città. Però, c'è sempre
un lato oscuro che la opprime. Ci vorrà del tempo
affinchè questa
cappa che opprime il cielo sopra di noi si possa
dissolvere.
Ma dimmi piuttosto come và?"
Suo padre lo aveva ascoltato con attenzione, ed eluse
la domanda,
voleva evitare pietismi inutili, che potevano ferire
il suo orgoglio.
"Sai, quando andavo a scuola, avevo un libro che
parlava di storia
e geografia. Nella pagina della Sicilia c'era la
fotografia di Palermo
con il Monte Pellegrino, non sò il perchè, non me lo
sò spiegare,
ma sentivo un richiamo da quella foto, irresistibile,
non era soltanto
la bellezza del luogo, era come una voce che mi
chiamava.
Noi in famiglia non avevamo mai avuto in passato alcun
legame
con quella terra. Intanto, negli anni 50, chiesi il
trasferimento a
Palermo, quando tutti avrebbero preferito che andassi
vicino
casa o comunque in un luogo più tranquillo. Ebbene,
tutti mi
davano del pazzo, un' uomo in divisa, in una terra
ostile,questo
pensavano della Sicilia, non ti rivedremo più, mi
continuavano
a dire, la c'è la mafia. Giù invece ho trovato
calore, affetto,
amicizia, amore e tua madre. Guai a chi parlava male
dei
siciliani li avrei presi a cazzotti. Girai in lungo ed
in largo la
Sicilia in posti che sembravano dimenticati da Dio,
ma proprio
per questo di una bellezza straordinaria. Ho avuto a
che fare
con ogni tipo di persona, quelle con cui non avrei
dovuto avere
a che fare, sapevo come trattarle, ma sempre con
rispetto.
Bisogna saperci stare sulla terra. Ma l'orgoglio dei
siciliani
per bene, quello, non lo cambio con nessuno al mondo.
Che vuoi, qui sono tutti dei provinciali, qui uno è
straniero
anche se viene dal paese più vicino, figuriamoci dalla
Sicilia,
ed io che ci sono nato li conosco bene e li capisco, i
miei
vecchi poi, erano dei poveri contadini ignoranti."
"Papà non devi giustificare i tuoi vecchi, e nessun'altro,
perchè dovresti poi?"
"no, no hai ragione, non devo giustificare
nessuno" rispose senza guardarlo.
Quel "non devo giustificare nessuno" detto con tono
gravoso
gli parve come un ammonimento ai suoi vecchi, ma
preferì non approfondire.
Seguì un'altra pausa più lunga della precedente. C'era
molto
da dire ancora, da tirare fuori, ma entrambi
aspettavano il
momento giusto. Suo padre si alzò per riattizzare il
fuoco quasi spento.
"Vuoi qualcosa da bere? un caffè? gli disse
infine suo padre
"Va bene per il caffè"
rispose
Nel frattempo si alzò ed andò alla finestra. Il cielo
si stava lentamente
ingrigendo, il solito cielo grigio di Novembre,
affascinante,
malinconico cielo grigio
Il giardino era pieno di foglie, il vento che sarebbe
arrivato
nei giorni a seguire le avrebbe spazzate via. Ma i
ricordi no,
quelli sono gelosamente custoditi dentro il petto.
Conosceva la maniacalità di suo padre per l'ordine, la
pulizia,
la perfetta simmetria per tutto. E lo spettacolo che
si era
presentato a lui appena arrivato davanti casa, era ora
davanti
ai suoi occhi. Il giardino, le siepi, l'aia senza più
le galline,
le gabbie dei conigli, vuote, ed anche quello delle
tortore,
il recinto dell'orto quasi inesistente, il terreno
ormai incolto,
tutto in condizioni pietose, come abbandonate a se
stesse,
senza più nessuno che potesse badare. Eppure sapeva
che
suo padre aveva qualche conoscenza tramandata dai
suoi
vecchi, ed a parte l'orto, con un pò di verdura ed
ortaggi,
era tutto desolatamente abbandonato.
Suo padre nell'avvicinarsi per porgli il caffè, capì
quello
che stava pensando suo figlio.
"Il minimo, mi basta il minimo indispensabile. sai il
dottore
non mi ha detto altro, che devo stare leggero, tenere
a bada
il colesterolo, così, niente più galline, mi basta
quello che ho
piantato nell'orto, e quando devo mangiare la carne,
assolutamente una volta alla settimana, me la faccio
portare
dal macellaio.Una cosa mi manca tanto, le arance,
quelle
splendide arance di Sicilia. La prossima volta che
vieni
portamene una cassetta.Oramai non esco quasi più.
Anche il fucile, ormai è messo da parte da quasi
vent'anni,
preferisco ogni tanto andare a passeggiare tra i
boschi,
ma senza più sparare agli animali"
Posò la tazzina nel tavolo, il vecchio tavolo da
cucina ancora
lì, intatto, e di fronte la vecchia cucina a legna,
con le piastre,
ed il camino all'angolo. Quella stanza aveva un'odore
particolare,
c'era tutta l'aria della famiglia che ancora
ristagnava lì dentro.
Ed anche i suoi ricordi, di quando bambino seduti di
fronte al
fuoco del camino, sentiva i racconti di guerra del
nonno,
mentre fuori furoreggiavano i temporali.
"Papà, salgo un'attimo".
"Si, sali, sali...." Gli
rispose, con un tono di ammonimento.
Salendo le scale gli pervase dentro un senso di
desolazione,
ad ogni gradino sempre più forte. I muri rovinati
dall'umidità,
la cucina era l'unica stanza arredata, con vecchi
mobili che
non ricordava di avere mai visto lì. Le altre stanze
le aprì
ad una ad una. Tutte vuote. Alzò gli occhi è notò come
la
muffa ormai aveva preso il sopravvento. Salì al piano
superiore
, lì erano concentrati tutti i suoi ricordi.
Cercò di aprire le porte ma erano tutte chiuse. Cercò
disperatamente
di aprirle, non trovò alcuna chiave. La rabbia prese
il sopravvento
su di lui. Cercò in tutti i modi di buttare giù le
porte, ma non ci riuscì.
Nel frattempo suo padre era dietro di lui, e non se
ne accorse.
"Lascia stare, non è il caso che tu faccia così,
scendiamo che
ho qualcosa da raccontarti"
"Vedi, tutta la mia vita in questa casa la svolgo in
questa stanza,
l'unica che io ritengo degna di essere vissuta.Qui io,
ho tutti i miei
ricordi di quando ero bambino, è qui, in questa
stanza, che si
svolgeva tutta la vita della famiglia, della mia
famiglia. Vita di
campagna, di fatica e di sudore, di guerra e di
tragedia, e quando
facevo il discolo come mi dicevano i miei, mia nonna
la vera padrona
di casa, mi faceva rinchiudere a chiave nella caldaia
qui accanto,
per ore e d' ore, al buio, e chiamavo mio nonno, non
mio padre,
che in questa casa non aveva voce in capitolo, e lui
di nascosto
mi veniva a liberare. Poi è nato tutto il resto. La
proprietà negli
anni si è ingrandita, con il primo ed il secondo
piano, grazie anche
ai miei sacrifici, facevo quel che potevo, vivevamo
fuori dal paese,
lo sai, abbiamo girato parecchio l'Italia per il mio
lavoro, ma quando
potevo aiutavo mio padre, ed anche finanziariamente.
"So papà, so tutto"
Riaffiorano d'impulso i forti sensi di colpa che lo
avevano
attanagliato per dieci anni.
Seguì una pausa. Voleva e non voleva dire quello che
aveva
dentro, liberarsi di quel senso di colpa che lo
opprimeva.
Ci pensò suo padre ad aiutarlo.
"Si certo, sai tutto tua madre ti ha raccontato tutto
immagino."
"Sono ventotto anni che ci parla di te, papà, della
tua vita qui in
questa casa, e con lei, quello che hai fatto per
realizzare questa
casa, e noi una mattina abbiamo rovinato tutto"
"No, non avete rovinato nulla. Doveva andare così,
ormai era
deciso da molto tempo prima,subito dopo la mia
partenza. Io questa
casa, a parte come ti dicevo prima, la grande cucina,
non ho vissuto
nulla, avete più ricordi voi, che io. Ci venivate
d'estate, a giocare,
a passare le vacanze, e vi hanno fatto credere che un
giorno la
vostra parte sarebbe stata vostra, tua e dei tuoi
fratelli, ma soprattutto
nessuno vi avrebbe chiesto nulla su che cosa ne
avreste fatto,
se utilizzarla, o meno, liberi di scegliere e di
agire, soprattutto nel
mio rispetto, e nel rispetto di vostra madre, che
invece è stata
tagliata fuori. E' successo qualcosa durante la mia
lontananza,
qualcosa che ha cambiato il corso delle cose, e che
non andavano
affatto cambiate".
Ebbene io non vi biasimo affatto. Ti ripeto era già
stato deciso prima.
Sono io che mi chiedo il perchè del comportamento di
mio padre,
perchè hanno voluto che succedesse questo?"
Lascia che rimanga io in questa casa a chiedermi il
perchè, andate
per la vostra strada, avete la vostra vita di fronte
a voi, tanta strada
ancora da fare, la vostra vita è giù, nella vostra
meravigliosa città,
dove siete cresciuti. Io rimango qui in queste quattro
mura, il letto,
il camino, il ricordo di tua madre nel cuore, che mi
riscalda più del
camino nelle fredde ed umide giornate d'inverno."
Le dieci del mattino. Alle 12,00 c'è il pullman che
parte per la stazione,
alle 14,00 parte il treno.
"Oddio com'è tardi" pensò svegliandosi di
soprassalto,
"devo andare, ho meno di due ore di tempo".
Una notte agitata. Si era svegliato alle cinque del
mattino, pensando
alle parole di suo padre. Gli ritornavano in mente in
continuazione,
tanti anni passati con la certezza di aver fatto un
errore imperdonabile,
per il valore soprattutto affettivo che rappresentava
quella casa,
ma quello "era già stato deciso prima" gli suonò come
una assoluzione
al suo errore, all'errore di non essere stati più
decisi, e non accettare
quella misera proposta, e al male che credeva di aver
fatto nei
confronti di suo padre.
La salitella è di fronte a lui. Per tanti anni aveva
fatto con sua madre
quel viaggio che per un tempo limitato era
giornaliero, poi distanziato
nel tempo.Il grande cancello di ferro è aperto, si
svolta a sinistra,
la chiave arrugginita, rimasta nel cassetto per dieci
anni,
stenta ad aprire la porticella.
Il freddo marmo recita: "4.5.1973 una prece per me"
"Ciao papà" il cuore disse per lui una breve ed
informale preghiera.
"Sono qui dopo dieci anni ed un pò me ne
vergogno" disse bisbigliando."
"Questi fiori presto appassiranno, l'amore ed il
ricordo tuo non morirà mai."
"Dieci anni sono tanti, troppi, non ci sono
giustificazioni, e non ne cerco"
parlava come se l'avesse davanti a lui.
Prese uno sgabellino che si trovava dentro la piccola
cappella,
e si sedette di fronte a lui.
"Ora, accanto, oltre a tuo padre hai anche tua madre,
forse ora
saprai tutta la verità."
"Papà non credi sia meglio che mi liberi da questi
sensi di colpa?
"Penso proprio che sia arrivato il momento"
disse con un filo di voce.
"Non ho mai smesso di chiedermi il perchè. Ed in
alcuni momenti
della mia vita privata, mi sono avvelenato
l'esistenza. E parlo
anche a nome dei miei fratelli. Ma penso sia giusto
cercare di
capire che doveva andare così.
"Vedi dopo la tua morte noi siamo andati via da qui,
abbiamo
avuto la nostra vita, le nostre occasioni, in una
città che,
pensandoci bene, ci ha dato tanto."
E gli raccontò come erano cresciuti i nipoti, chi
assomigliasse
di più a lui, della scuola, della vita di tutti
giorni, della propria vita privata.
"Non potevamo vivere in un paesino di tremila anime,
in certi
contesti, riesce a viverci solo chi ci nasce, noi
venivamo da
una grande città, e la mamma aveva bisogno si sentire
l'affetto dei suoi cari"
"Quello che è fatto è fatto ormai. Era già stato
deciso prima.
Del resto la mamma per ventotto anni c'è lo ha fatto
capire
in qualche modo che doveva finire così. Dovevamo
leggere
bene tra le "righe" dei suoi frammenti di vita vissuti
dopo la
tua morte, in quella casa, per capire quello che
sarebbe
potuto succedere da lì a diciott'anni dopo la tua
morte.In
quella eredità lei non doveva entrarci, e così
durante la
tua assenza, hanno cambiato le carte in tavola. Tutta
la
proprietà ha cambiato nome, prendendo quello della
nonna,
così in un modo o nell'altro, non si poteva impugnare
nulla,
e nel momento in cui, loro decidevano di dividere, ci
hanno
imposto di vendere a loro la nostra parte,
diversamente la
nonna avrebbe dato tutto in beneficenza, io penso
proprio
che non lo avrebbe fatto mai, e tutto per una misera
somma,
approfittando del fatto che noi vivendo a
milleduecento
chilometri di distanza, non potevamo prenderci cura di
un' appartamento, con tutte le spese che ne
conseguivano,
per non parlare del piccolo pezzo di terra coltivato a
vigna,
chi avrebbe badato a tutto? tutti problemi che loro
avevano
messo in preventivo, e che noi non avremmo potuto
risolverli.
Noi del resto, avevamo fatto una scelta quella di
tornare nella
città dove eravamo nati, è questo i tuoi vecchi non
l'hanno
capito, nella loro ignoranza, hanno visto in questa
decisione
un tradimento. Adesso l'ho capito, non che non lo
avessi
capito prima, e che non volevo credere che
arrivassero a tanto."
"Ci voleva questo viaggio, ci volevano queste quattro
chiacchiere
che non ho mai fatto prima, per stare meglio con me
stesso."
"Ci sono voluti dieci anni per decidere di venire, ma
ne sentivo
il bisogno, un richiamo fortissimo che solo chi ha
amato
tantissimo può capire."
"E tu papà, capirai sicuramente".
"Non so quando tornerò, ma sarai sempre dentro di me,
come lo sei stato per ventotto anni"
"E la prossima volta, ti porterò una cassetta di
arance siciliane,
le metterò qui,accanto alla tua tomba, così tutta la
cappella
profumerà un pò di Sicilia"
Un bacio alla foto. La porticella della cappella
stenta a chiudersi,
ma alla fine l'ultimo giro di chiave ha la meglio.
All'uscita del cancello fissa la stradina, e rivede
ventotto anni
dopo, l'ultimo viaggio di suo padre.
Era una chiara giornata di maggio ed il sole
spadroneggiava
sul cielo terso, oggi è il cielo grigio di novembre a
spadroneggiare.
Cadono due gocce d'acqua, la fermata dei pullman è
lontana,
"Mi farà bene fare un pò di strada a piedi".
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