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Carlo Muccio

C O S I’ M I O  P A D R E  G A B B O’  I  T E D E S C H I

L O     Z U F O L O    M A G I C O

dello stesso Autore ... Poesia - Città e Paesi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

C O S I’ M I O  P A D R E  G A B B O’  I  T E D E S C H I

 

I    P a r t e

 

     Aveva da poco compiuto 21 anni quando gli giunse la notizia che gli toccava partire per la Francia. Doveva servire la sua patria: l’Italia! Doveva combattere per liberare la sua terra dagli stranieri invasori! Gli era stato detto: Aviere Muccio Raffaele, appartenente alle Truppe di Occupazione dell’aeronautica del Centro affluenza di Capua matricola 1697, devi partire unitamente ai tuoi commilitoni alla volta dell’aeroporto De Luc nei pressi di Cannes (Francia). Mancavano pochi giorni al Natale del 1942 quando mio padre dovette partire per il fronte, salutò frettolosamente i suoi genitori e fratelli, che risiedevano ad Aversa in via Roma civico 11 e si affrettò a raggiungere il suo raggruppamento per partire alla volta della Francia. Arrivò a Cannes il 26 dicembre 1942 e con i suoi compagni di sventura partecipò a svariate e pericolose operazioni militari, riuscendo sempre a salvarsi dall’ostile fuoco nemico, ma non sono le sue imprese che vi voglio raccontare, di eroi di guerra c’è ne sono stati fin troppi, gradirei, invece, parlarvi di come riuscì a gabbare i tedeschi invasori ed in che modo riuscì a raggiungere l’amata Aversa, per poter riabbracciare i suoi cari. Tutto ebbe inizio l’8 settembre del 1943 quando il maresciallo Pietro Badoglio firmò lo storico armistizio con le forze anglo-americane, con il quale si sanciva la resa degli italiani, per cui giunse l’ordine al reparto di appartenenza di mio padre, di fare ritorno al proprio Centro di affluenza dell’aeronautica. I giovani avieri raggrupparono frettolosamente le loro poche cose e abbandonarono l’aeroporto ammassandosi sui camions militari per la partenza. Arrivati a pochi chilometri dal confine con l’Italia s’imbatterono in un drappello di truppe alleate, che informarono i nostri soldati, che era opportuno abbandonare i mezzi e le arterie principali e proseguire a piedi attraverso le montagne onde evitare raggruppamenti di tedeschi, i quali uccidevano o deportavano in campi di concentramento tutti i militari e civili che incontravano sul proprio cammino. I nostri avieri, pertanto, seguirono il saggio consiglio e proseguirono a piedi attraverso le campagne e le alture del confine, raggiungendo in circa una settimana di marcia la città di Cuneo, ove avrebbero dovuto raggrupparsi con altri reparti e proseguire successivamente alla volta del Centro affluenza di Capua. Purtroppo, caddero in un’imboscata e furono catturati dalla milizia tedesca che li ammassò, unitamente ad altri prigionieri, in una caserma che, per l’occasione, fungeva da prigione. Dopo alcuni giorni trascorsi in condizioni disagiatissime furono condotti alla stazione di Cuneo e ammassati su vagoni ferroviari adibiti al trasporto merci e bestiame: destinazione campi di concentramento della Germania. Lungo il viaggio si avvertivano di tanto in tanto spari di mitragliatrici: erano i tedeschi che aprivano il fuoco sui poveri italiani che si lanciavano dal treno in corsa nell’intento di sfuggire all’amaro destino! Quindi quella strategia di fuga, a quanto pare, non era affidabile poiché non dava buone possibilità di vivere: se non si moriva battendo con la testa su sassi posti lungo la strada ferrata, si finiva per essere bersaglio degli spietati tedeschi. Bisognava escogitare un altro sistema che offriva più garanzie per salvare la propria vita! Mio padre decise di aspettare lo sviluppo degli eventi e di cogliere occasioni più propizie. Giunti alla stazione di Vercelli il treno si fermò, l’aviere Muccio Raffaele occupava un vagone merci sbarrato da un grosso portellone di accesso, che fu momentaneamente aperto per poter permettere agli occupanti, ammassati come bestie, di prendere un po’ d’aria davanti al quale si posizionò un tedesco di spalle con il mitra in pugno pronto a far fuoco su eventuali fuggiaschi. Lungo i binari della stazione vi erano alcuni civili che sorreggevano ceste e/o cassette di frutta nella speranza di vendere la propria mercanzia. Mio padre si affacciò al portellone del vagone merci ed intravide una giovane donna, la quale sorreggeva una cassetta con dei pomodori. Lei lo osservò ed anche il giovane aviere la fissò negli occhi: tra di loro scoppiò una fortuita intesa finalizzata alla fuga! I loro sguardi si tramutarono in parole! Il movimento dei loro occhi celavano un pericoloso ed improvvisato piano di fuga! Il minimo battere delle loro labbra svelavano i gesti da intraprendere! Mio padre, approfittando di un attimo di distrazione del suo aguzzino guardiano tedesco, scese felpatamente dal vagone sotto gli occhi attoniti e impauriti dei suoi commilitoni e agguantò la cassetta con i pomodori, che la donna gli passò repentinamente. Il giovane aviere aveva il cuore che pulsava a ritmi indiavolati e le sue gambe riuscivano appena a sorreggerlo! Il benché minimo passo falso lo avrebbe spacciato! La donna lo avvinghiò ad un braccio ed insieme s’incamminarono verso l’uscita, osservati dalla stessa guardia tedesca, che non aveva intuito l’astuzia italiana. A questo punto sarete curiosi di conoscere la fine della storia! Chi era quella donna, dove lo condusse e cosa accadde successivamente? Ebbene, sarò ben lieto di illustrarvi il seguito nella seconda parte del racconto.

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L O     Z U F O L O    M A G I C O

     Ero alto poco più di un soldo di cacio, avevo pressappoco 6 o 7 anni era, dunque, il favoloso periodo degli anni ’60. Amavo la natura e prediligevo vivere all’aria aperta per cui frequentemente mi inventavo pretesti e creavo circostanze per potermi recare in campagna da mio zio Girolamo. Io tuttora abito ad Aversa, media cittadina in provincia di Caserta, e proprio nell’estrema periferia sud, contrada Cappuccini, chiamata così per la presenza di un diroccato e fatiscente monastero appartenuto ai monaci Cappuccini, mio zio possedeva degli appezzamenti di terreno, era quindi un agricoltore dedito alla terra e a tutto ciò che se ne poteva ricavare. Proprio in queste zone dell’aversano vi erano grossi vigneti di una speciale qualità di uva detta “asprina o asprinia”, famosa un po’ in tutta l’Italia e credo anche oltre i confini. Detta uva si presenta in piccolissimi chicchi appiccicati l’uno all’altro, tanto che è impossibile mangiarla ad acini ma va fatto dando dei morsi sul raspo, un po’ come si mangiano le pannocchie di grano. Altra peculiarità di questo tipo d’uva è che si presenta in filari che crescono all’altezza di circa 8 – 12 metri dal suolo. Come fare, quindi, per sorreggere detti alti filari? E qui che entra in ballo l’arte e si manifesta l’astuzia e la scienza del contadino! In occasione della nascita di un figlio i contadini della mia zona, almeno un tempo, erano soliti piantare alberi di pioppo alla distanza di 10 – 15 metri l’uno dall’altro, questi ultimi hanno la caratteristica di assorbire scarsa manutenzione e, nel contempo, una volta divenuti alti si poteva stendere tra loro vari fili di acciaio orizzontali sui quali, appunto, far avvinghiare i filari di uva asprina. Che arte però! Tutto questo giro di parole raccontato minuziosamente per arrivare a questi benedetti alberi di pioppo che rappresentano il punto cardine del racconto.

     In determinati periodi dell’anno, non so dirvi quali, ma ricordo che i pioppi incominciavano a perdere quel tipico fiore che svolazza nell’aria sotto forma di peluria volante, forse aprile-maggio, mio zio Girolamo all’imbrunire era solito sedere sull’uscio della sua casa colonica a manipolare dei rametti di pioppo. Io lo sapevo bene cosa stesse facendo, perché quel lavoro era destinato a me, bambino degli anni ’60 con pochi giocattoli a disposizione e, quell’arnese che stava costruendo mi avrebbe arrecato una immensa felicità.

     Ebbene stava creando uno strumento musicale sui generis: uno zufolo di canna. Io lo osservavo con attenzione cercando di apprendere la sua magica arte e ho tuttora, davanti ai miei occhi, quelle scene singolari ed uniche. Tagliava un bastoncino, che doveva essere perfettamente dritto e senza nodi, dell’altezza di circa 25 centimetri e del diametro di 2 o 3; poi lo manipolava con le sue mani scure, ruvide e rugose facendone fuoriuscire il bastoncino di legno dalla corteccia, lasciando la stessa intatta senza tagli o ammaccature: era un’arte davvero unica che in pochi conoscevano e che veniva tramandata da padre in figlio.

     Il bastoncino che aveva estratto dalla corteccia lo assottigliava un po’ con il suo coltello a serramanico, che portava sempre con se, lasciandone cadere per terra lunghi ricci di legno sottilissimi, con i quali io ci giocavo. Perché tale operazione? Ma perché lo stesso bastoncino, successivamente, doveva essere rinfilato nella corteccia ove doveva scorrere senza alcun attrito. Dunque … ad un’estremità della corteccia, e ad una distanza di 3 centimetri circa, praticava un foro, a volte tondo a volte quadrato, e proprio questo foro rappresentava lo sfiato dell’aria dello zufolo; a questo punto introduceva il bastoncino assottigliato dalla estremità opposta in cui aveva praticato il foro e iniziava a farlo scorrere muovendo l’indice e il pollice della mano destra, mentre sorreggeva la corteccia con le dita dell’altra mano. Portava così alla bocca lo zufolo dalla parte in cui aveva praticato il foro e vi soffiava dentro dando un’intonazione al motivo che riproduceva. Il suono che diffondeva lo zufolo era unico e credo che nessuno strumento musicale possa tutt’oggi eguagliare. Non vi erano note da suonare ma le stesse venivano prodotte dallo scorrimento del bastoncino lungo la corteccia e per giunta non c’era bisogno di accordare lo strumento! Ricordo, ancora, che spesso lo zufolo si riempiva di saliva la quale penetrava nello strumento lubrificandolo automaticamente, permettendone il perfetto scorrimento del bastoncino lungo la corteccia.

     Ho tentato varie volte di conservare lo zufolo ma, come per incanto, dopo pochi giorni si autodistruggeva, insomma non era più possibile utilizzarlo poiché la corteccia diveniva scura e seccandosi si spaccava in più punti, mentre il bastoncino diventava secco e si curvava.

     Sono trascorsi oltre 40 anni da quei giorni: mio zio Girolamo non è più tra noi ed io serbo ancora intatto il suo ricordo e dei suoi meravigliosi zufoli.

     A volte mi reco presso quei luoghi di campagna ove risiedono tuttora i miei cugini, i quali hanno abbattuta la casa colonica costruendone una grande villa, progettata da me, con tanti comforts; tra di noi si discute di tante cose, mai però abbiamo accennato a quello zufolo magico dal suono fatato, che credo mai più avrò modo di riascoltare nel corso della mia vita, comunque il suo eco è scolpito indelebile nella mia mente.

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