I P a r t e
Aveva da poco compiuto 21 anni quando gli giunse la
notizia che gli toccava partire per la Francia. Doveva
servire la sua patria: l’Italia! Doveva combattere per
liberare la sua terra dagli stranieri invasori! Gli era
stato detto: Aviere Muccio Raffaele, appartenente alle
Truppe di Occupazione dell’aeronautica del Centro
affluenza di Capua matricola 1697, devi partire
unitamente ai tuoi commilitoni alla volta dell’aeroporto
De Luc nei pressi di Cannes (Francia). Mancavano pochi
giorni al Natale del 1942 quando mio padre dovette
partire per il fronte, salutò frettolosamente i suoi
genitori e fratelli, che risiedevano ad Aversa in via
Roma civico 11 e si affrettò a raggiungere il suo
raggruppamento per partire alla volta della Francia.
Arrivò a Cannes il 26 dicembre 1942 e con i suoi
compagni di sventura partecipò a svariate e pericolose
operazioni militari, riuscendo sempre a salvarsi
dall’ostile fuoco nemico, ma non sono le sue imprese che
vi voglio raccontare, di eroi di guerra c’è ne sono
stati fin troppi, gradirei, invece, parlarvi di come
riuscì a gabbare i tedeschi invasori ed in che modo
riuscì a raggiungere l’amata Aversa, per poter
riabbracciare i suoi cari. Tutto ebbe inizio l’8
settembre del 1943 quando il maresciallo Pietro Badoglio
firmò lo storico armistizio con le forze
anglo-americane, con il quale si sanciva la resa degli
italiani, per cui giunse l’ordine al reparto di
appartenenza di mio padre, di fare ritorno al proprio
Centro di affluenza dell’aeronautica. I giovani avieri
raggrupparono frettolosamente le loro poche cose e
abbandonarono l’aeroporto ammassandosi sui camions
militari per la partenza. Arrivati a pochi chilometri
dal confine con l’Italia s’imbatterono in un drappello
di truppe alleate, che informarono i nostri soldati, che
era opportuno abbandonare i mezzi e le arterie
principali e proseguire a piedi attraverso le montagne
onde evitare raggruppamenti di tedeschi, i quali
uccidevano o deportavano in campi di concentramento
tutti i militari e civili che incontravano sul proprio
cammino. I nostri avieri, pertanto, seguirono il saggio
consiglio e proseguirono a piedi attraverso le campagne
e le alture del confine, raggiungendo in circa una
settimana di marcia la città di Cuneo, ove avrebbero
dovuto raggrupparsi con altri reparti e proseguire
successivamente alla volta del Centro affluenza di Capua.
Purtroppo, caddero in un’imboscata e furono catturati
dalla milizia tedesca che li ammassò, unitamente ad
altri prigionieri, in una caserma che, per l’occasione,
fungeva da prigione. Dopo alcuni giorni trascorsi in
condizioni disagiatissime furono condotti alla stazione
di Cuneo e ammassati su vagoni ferroviari adibiti al
trasporto merci e bestiame: destinazione campi di
concentramento della Germania. Lungo il viaggio si
avvertivano di tanto in tanto spari di mitragliatrici:
erano i tedeschi che aprivano il fuoco sui poveri
italiani che si lanciavano dal treno in corsa
nell’intento di sfuggire all’amaro destino! Quindi
quella strategia di fuga, a quanto pare, non era
affidabile poiché non dava buone possibilità di vivere:
se non si moriva battendo con la testa su sassi posti
lungo la strada ferrata, si finiva per essere bersaglio
degli spietati tedeschi. Bisognava escogitare un altro
sistema che offriva più garanzie per salvare la propria
vita! Mio padre decise di aspettare lo sviluppo degli
eventi e di cogliere occasioni più propizie. Giunti alla
stazione di Vercelli il treno si fermò, l’aviere Muccio
Raffaele occupava un vagone merci sbarrato da un grosso
portellone di accesso, che fu momentaneamente aperto per
poter permettere agli occupanti, ammassati come bestie,
di prendere un po’ d’aria davanti al quale si posizionò
un tedesco di spalle con il mitra in pugno pronto a far
fuoco su eventuali fuggiaschi. Lungo i binari della
stazione vi erano alcuni civili che sorreggevano ceste
e/o cassette di frutta nella speranza di vendere la
propria mercanzia. Mio padre si affacciò al portellone
del vagone merci ed intravide una giovane donna, la
quale sorreggeva una cassetta con dei pomodori. Lei lo
osservò ed anche il giovane aviere la fissò negli occhi:
tra di loro scoppiò una fortuita intesa finalizzata alla
fuga! I loro sguardi si tramutarono in parole! Il
movimento dei loro occhi celavano un pericoloso ed
improvvisato piano di fuga! Il minimo battere delle loro
labbra svelavano i gesti da intraprendere! Mio padre,
approfittando di un attimo di distrazione del suo
aguzzino guardiano tedesco, scese felpatamente dal
vagone sotto gli occhi attoniti e impauriti dei suoi
commilitoni e agguantò la cassetta con i pomodori, che
la donna gli passò repentinamente. Il giovane aviere
aveva il cuore che pulsava a ritmi indiavolati e le sue
gambe riuscivano appena a sorreggerlo! Il benché minimo
passo falso lo avrebbe spacciato! La donna lo avvinghiò
ad un braccio ed insieme s’incamminarono verso l’uscita,
osservati dalla stessa guardia tedesca, che non aveva
intuito l’astuzia italiana. A questo punto sarete
curiosi di conoscere la fine della storia! Chi era
quella donna, dove lo condusse e cosa accadde
successivamente? Ebbene, sarò ben lieto di illustrarvi
il seguito nella seconda parte del racconto.
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L O Z U F O L O M A G I C O
Ero alto poco più di un soldo di cacio, avevo
pressappoco 6 o 7 anni era, dunque, il favoloso periodo
degli anni ’60. Amavo la natura e prediligevo vivere
all’aria aperta per cui frequentemente mi inventavo
pretesti e creavo circostanze per potermi recare in
campagna da mio zio Girolamo. Io tuttora abito ad Aversa,
media cittadina in provincia di Caserta, e proprio
nell’estrema periferia sud, contrada Cappuccini,
chiamata così per la presenza di un diroccato e
fatiscente monastero appartenuto ai monaci Cappuccini,
mio zio possedeva degli appezzamenti di terreno, era
quindi un agricoltore dedito alla terra e a tutto ciò
che se ne poteva ricavare. Proprio in queste zone dell’aversano
vi erano grossi vigneti di una speciale qualità di uva
detta “asprina o asprinia”, famosa un po’ in tutta
l’Italia e credo anche oltre i confini. Detta uva si
presenta in piccolissimi chicchi appiccicati l’uno
all’altro, tanto che è impossibile mangiarla ad acini ma
va fatto dando dei morsi sul raspo, un po’ come si
mangiano le pannocchie di grano. Altra peculiarità di
questo tipo d’uva è che si presenta in filari che
crescono all’altezza di circa 8 – 12 metri dal suolo.
Come fare, quindi, per sorreggere detti alti filari? E
qui che entra in ballo l’arte e si manifesta l’astuzia e
la scienza del contadino! In occasione della nascita di
un figlio i contadini della mia zona, almeno un tempo,
erano soliti piantare alberi di pioppo alla distanza di
10 – 15 metri l’uno dall’altro, questi ultimi hanno la
caratteristica di assorbire scarsa manutenzione e, nel
contempo, una volta divenuti alti si poteva stendere tra
loro vari fili di acciaio orizzontali sui quali,
appunto, far avvinghiare i filari di uva asprina. Che
arte però! Tutto questo giro di parole raccontato
minuziosamente per arrivare a questi benedetti alberi di
pioppo che rappresentano il punto cardine del racconto.
In determinati periodi dell’anno, non so dirvi
quali, ma ricordo che i pioppi incominciavano a perdere
quel tipico fiore che svolazza nell’aria sotto forma di
peluria volante, forse aprile-maggio, mio zio Girolamo
all’imbrunire era solito sedere sull’uscio della sua
casa colonica a manipolare dei rametti di pioppo. Io lo
sapevo bene cosa stesse facendo, perché quel lavoro era
destinato a me, bambino degli anni ’60 con pochi
giocattoli a disposizione e, quell’arnese che stava
costruendo mi avrebbe arrecato una immensa felicità.
Ebbene stava creando uno strumento musicale sui
generis: uno zufolo di canna. Io lo osservavo con
attenzione cercando di apprendere la sua magica arte e
ho tuttora, davanti ai miei occhi, quelle scene
singolari ed uniche. Tagliava un bastoncino, che doveva
essere perfettamente dritto e senza nodi, dell’altezza
di circa 25 centimetri e del diametro di 2 o 3; poi lo
manipolava con le sue mani scure, ruvide e rugose
facendone fuoriuscire il bastoncino di legno dalla
corteccia, lasciando la stessa intatta senza tagli o
ammaccature: era un’arte davvero unica che in pochi
conoscevano e che veniva tramandata da padre in figlio.
Il bastoncino che aveva estratto dalla corteccia lo
assottigliava un po’ con il suo coltello a serramanico,
che portava sempre con se, lasciandone cadere per terra
lunghi ricci di legno sottilissimi, con i quali io ci
giocavo. Perché tale operazione? Ma perché lo stesso
bastoncino, successivamente, doveva essere rinfilato
nella corteccia ove doveva scorrere senza alcun attrito.
Dunque … ad un’estremità della corteccia, e ad una
distanza di 3 centimetri circa, praticava un foro, a
volte tondo a volte quadrato, e proprio questo foro
rappresentava lo sfiato dell’aria dello zufolo; a questo
punto introduceva il bastoncino assottigliato dalla
estremità opposta in cui aveva praticato il foro e
iniziava a farlo scorrere muovendo l’indice e il pollice
della mano destra, mentre sorreggeva la corteccia con le
dita dell’altra mano. Portava così alla bocca lo zufolo
dalla parte in cui aveva praticato il foro e vi soffiava
dentro dando un’intonazione al motivo che riproduceva.
Il suono che diffondeva lo zufolo era unico e credo che
nessuno strumento musicale possa tutt’oggi eguagliare.
Non vi erano note da suonare ma le stesse venivano
prodotte dallo scorrimento del bastoncino lungo la
corteccia e per giunta non c’era bisogno di accordare lo
strumento! Ricordo, ancora, che spesso lo zufolo si
riempiva di saliva la quale penetrava nello strumento
lubrificandolo automaticamente, permettendone il
perfetto scorrimento del bastoncino lungo la corteccia.
Ho tentato varie volte di conservare lo zufolo ma,
come per incanto, dopo pochi giorni si autodistruggeva,
insomma non era più possibile utilizzarlo poiché la
corteccia diveniva scura e seccandosi si spaccava in più
punti, mentre il bastoncino diventava secco e si
curvava.
Sono trascorsi oltre 40 anni da quei giorni: mio
zio Girolamo non è più tra noi ed io serbo ancora
intatto il suo ricordo e dei suoi meravigliosi zufoli.
A volte mi reco presso quei luoghi di campagna ove
risiedono tuttora i miei cugini, i quali hanno abbattuta
la casa colonica costruendone una grande villa,
progettata da me, con tanti comforts; tra di noi si
discute di tante cose, mai però abbiamo accennato a
quello zufolo magico dal suono fatato, che credo mai più
avrò modo di riascoltare nel corso della mia vita,
comunque il suo eco è scolpito indelebile nella mia
mente.