Gli
artigiani del ferro
Osservo
il moncone della chiave spezzata con immancabile
sospetto, lo accuso mentalmente della sua vacuità e
della mancanza di qualità che l’accompagna, poi osservo
la mia mano tremante e provo a cambiare pensiero.
Disturbi
quotidiani di facile risoluzione: s’alza la cornetta e
si comunica il disagio, al diniego però che spesso ne
segue si ci organizza per una visita in presenza.
Così
scendo nell’inferno e conosco l miei carnefici.
Cerco
per ore l’officina del fabbro ma confusa e indispettita
non riesco a scovarla fra i tanti, troppi negozi: tutti
sporchi e grigi dai fumi di città, tutti ugualmente
anonimi e contraddistinti da medesime insegne e non
veritiere promesse.
Il
fabbro era un po’ più giù, basso il suo locale, quasi
interrato, una fucina dall’odore ferroso e dal disordine
imperante; l’ingresso offriva a precipizio una scala
ripida e profonda, tale e quale a quella che dovrebbe
essere stata quella dell’inferno, la paura mi aveva
invasa ma la necessità mi spingeva, così mi incamminai
per la via della scoperta.
Anni fa
trovai un mito nell’Eneide che adesso associo con
indignazione al luogo da me visitato e quella frase,
allora solo memorizzata ma non percepita a pieno,
ritornava nella mente “…di fer ciclopi antri e fucine
son, dà lor fochi affumicati e rosi.”
Come
ciclopi i due uomini che abitavano il locale erano rosi
e sporchi dalla nefasta presenza della solitudine e dal
bisogno di una attività che maggiormente sollecitasse il
loro interesse; bofocchiavano e non capivo, si
lanciavano sguardi e non intendevo.
La carta
geografica trasmessa sul loro corpo attraverso i
tatuaggi mi lasciava presagire una non facile
comunicazione e le scale del mio inferno incontravano il
favore di quei ciclopi; mi fermai a mezza strada
scivolando quasi da un gradino sbrecciato ma l’ampio e
folto giro della mia gonna e dei mie balze fermarono la
mia caduta e acuirono il loro interesse.
Una
donna incontra il favore della sua cerchia quando
risulta idonea e testata ad atteggiamenti compresi nel
gruppo d’appartenenza; una borghese frequenta
intellettuali dalla facile parola ma comunque dagli
istinti radicati, talvolta animaleschi nella intimità.
Dalla
propria cultura si ci può aspettare delle scelte
sensate, razionali e sempre ben ponderate ma, talvolta,
la curiosità sorprende la stessa fantasia ed indica
strade e percorsi non sempre fedeli al proprio stile
composito ed adeguato alla propria personalità: scivolai
sopra quei gradini, intuì le intenzioni ma il mio passo
si fece avanti e s’accostò al seguente gradino.
Colpi di
martello accompagnavano il mio discendere, sfiorire e
degradarsi nella fucina dei ciclopi incontrati un giorno
per caso con un moncherino di chiave spezzato fra le mie
mani.
Una
chiave resiste a tante tantissime trazioni sino al
giorno in cui si spezza e s’incastra in un meccanismo
che non è suo, che non gli appartiene: abduzione della
normalità.
Ero
forse io la chiave spezzata ma il meccanismo, strano ed
intricato, estraneo al mio operato, restava un mistero
da scoprire.
La
presenza dei due operai mi intimoriva ma una strana e
sensuale sensazione s’impossessava di me e del mio
essere; scendendo mutavo aspetto, atteggiamento e modo
di percepire.
Il mio
elegante aspetto ed i raffinati modi divenivano
lentamente trascinati, forzati e sconnessi ed i miei
occhiali Gucci perdevano di significato, si assimilavano
ai comuni occhiali di tartaruga della mia vicina di casa
settantenne e di grave aspetto; quest’ultima inveiva
contro il mondo e faceva del perbenismo un’arma della
morale comune, una epopea di mondanità in lotta con i
culti della sacra distinzione fra donne e mogli, amanti
e prostitute.
La mia
vicina dagli occhiali di tartaruga non prevedeva che la
miscellanea di questi personaggi potesse convivere e
mutarsi al bisogno in una medesima persona; lei era
sposata con un uomo fedele, in un ambiente fedele d’un
sogno genuino: in regola con il condono dell’anima.
Credo mi
mancassero quattro gradini quando cominciai a parlare ai
miei ciclopi; leziosa discesi dicendo che la mia
macchina era rimasta bloccata nel garage per via della
chiave rotta, uno dei due si avvicino cominciò ad
illustrarmi in un’ombra d’italiano mascherato da falsa
comprensione la soluzione che poteva occorrere al mio
problema: non il tono ma la gestualità mi colpì e mi
trascino sino agli ultimi due gradini.
Il
ciclope biondo e alto mi parlò d’un trapano a
percussione e mimandomi l’impulso che avrebbe
determinato l’espulsione del moncone mancante avvicinava
il suo gesto al mio bisogno.
E’
strano pensare che non appartiene al nostro modo di
pensare la normalità: l’impone il costume e la pubblica
morale ma quando si discende la scala del vulcano si
ritorna ad essere naturali come il desiderio ci ha
concepiti e come il perpetuarsi della specie esige.
L’altro
ciclope, quello moro, osservava la spiegazione e le note
d’interesse che trasparivano dalle mie labbra sempre più
rosse e quasi ormai tumefatte dal mordere continuo;
forse ansimavo ma adesso non ricordo.
I
particolari dell’intervento andarono avanti sino ai
minuscoli dettagli e alla sostituzione di viti e bulloni
e senza immaginarlo mi trovai ad aver percorso tutte le
scale, allo stesso piano dei ciclopi ed in mezzo ai due
uomini che cercavano di spiegarmi con entusiasmo
l’intervento.
Le
parole possono offrire la luce dei pensieri ma i silenzi
dichiarano le autentiche verità: non parlai, non dissi
più nulla lasciai che il mio corpo parlasse per me e nel
silenzio mi sentì veramente donna.
Ricordi
confusi di mani e braccia circondano la mia mente: le
carezze le ricordo come rozze ma efficaci e le mie
ultime due ore li trascorsi nella fucina dei ciclopi, in
loro compagnia.
Mi
chiedo guardando la chiave cosa mi fosse successo e come
dicevo la chiave ero io; mi ero distaccata dalla realtà
sino a desiderare una nuova allocazione per la mia
anima; i dettagli del mio incontro non sono importanti
ma la trasposizione del mio futuro lo è.
Caduti i
veli del perbenismo avevo scoperto quanto la
trasgressione possa incontrare il favore dei desideri,
quelli nascosti e cominciai ad assecondarli ogni volta
ne avessi bisogno.
Oggi
porto quella chiave rotta dentro una collana, appesa al
mio collo e ogni volta che torno a discendere il mio
inferno l’accosto alla porta della fucina e la riprendo
quando tutti i sensi sono appagati.
Nulla
succede mai senza un apparente ma valido motivo: a voi
la ricerca dei vostri eventi.
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Pause di vita
La
sottile ombra sul mio letto balla spettralmente
indicandomi i tempi e i luoghi del mio vivere: è sempre
stata con me ed insieme, ormai lo so, attraverseremo le
vie che da mortale mi condurranno all’eterno.
Da
bambina i suoi occhi mi presero e il suo sorriso mi
afferrò come un morso nella notte: mi attraeva la sua
eleganza, la sua uniforme e la giovane età della sua
morte.
La
lapide di unakite verde e martellata sigillava la sua
giovinezza ed una foto dalla cornice blu, quasi
lapislazzuli, reggeva il suo aspetto da vitale; mi
piaceva e lo sognavo, come anima s’impossessò di me e
del mio orgoglio di vivere.
Quasi
duro a dirlo lo amavo, lo rispettavo ed ogni volta che
pensavo a lui ritornava forte ed impetuoso l’odore di
rosa dove non esistevano fiori, e le ombre allungate si
dilatavano alla luce d’un uomo che tornava alla vita.
Era in
pausa di vita, ne ero certa, ed aveva trovato me, la sua
ragione, dentro un filo di fumo d’un mattino grigio di
primavera, s’era ancorato al mio affetto ed adesso aveva
un motivo per deporre le sue ore di pausa e tornare tra
noi.
Cominciò
a comparire nelle ali di fuoco di un mattino d’inverno
nel mio camino che ballava strano e assumeva sempre più
forme ed animazioni non consuete.
Mi
osservava e mi riscaldava: era incredibile il senso di
protezione che mi proveniva ed in ogni modo voleva
comunicare la sua presenza, il suo risveglio senza
tempo, perché tale poteva essere solo colui che era
finito in pausa di vita precipitando in un volo militare
d’una battaglia alla fine persa.
Mi ha
posseduto in tante fasi della mia vita con segni strani
e cigoli incongrui sino il giorno delle mie nozze,
quando emerse dal nulla per avermi per sempre.
Quella
notte di nozze celebrai l’amore vitalizio e duraturo con
un uomo che era vissuto e morto vent’anni prima della
mia nascita, uno specchio di me che usciva dal suo
anonimato per palesare la sua presenza.
Siamo
nuovamente alla sottile ombra che balla spettralmente
sul mio letto da sposa, allungo gli occhi e a terra vedo
Pietro, mio marito, attonito e pietrificato ed io che da
sempre ho saputo che sarebbe venuto a prendermi lo
aspettavo cauta con il negligé per l’amore pronta ad
essere posseduta per sempre dallo stesso uomo.
Ansioso
s’agitava attorno a letto una fiammella che assumeva
forme e dimensioni talvolta del suo viso ed il suo
passaggio gelava le anime ed inorridiva le coscienze:
urlavo “Non posso” ed il freddo colpiva le mie
mani, gemevo “Vorrei” ed il suo passaggio caldo e
pregnante mi circondava come la plastica circonda un
cadavere, scuotendo l’anima e la mia teatralità.
Non è
facile fare l’amore con un fantasma, ma, ho notato, che
ciò che si prova tra le cosce ed intorno a cuore non
cambia d’intensità: lo volevo, volevo lui per sempre.
Da due
anni sono in coma, o pausa di vita, per un attacco
cardiaco, queste memorie le scrive lui insinuandosi
nella mente di uno scrittore folle e mal pagato ed
attendo che si apre la porta del mio contatto.
Giorno
xx di Noxxxxxxx
Si è
aperta la porta. Sono con lui.
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