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Lucifera
Morente
La tenue luce del tramonto mi colpì sul viso,
donandomi una dolce sensazione di tepore mentre uscivo
dalla stazione, solo, in un tardo pomeriggio di fine
estate. Poggiai il mio unico bagaglio a terra e diedi
uno sguardo all'orizzonte, la stazione era nel centro
della cittadina e dalla mia posizione si poteva
scrutare in profondità in ogni direzione, la città era
piccola e il traffico scarso, il luogo perfetto per
riposare e trovare una nuova ispirazione. Mi avvicinai
all'unico taxi parcheggiato davanti alla stazione e,
dopo aver chiesto alcune informazioni, mi feci portare
all'ostello più vicino che, per mia fortuna, era anche
quello più economico. Era una città di provincia
nonché priva di ogni attrattiva turistica per questo i
prezzi erano bassi e, in questo caso, le stanze ampie
e pulite. Presentai uno dei miei documenti e prenotai
la mia permanenza per tutto il mese, avrei rinnovato
più volte, senza dubbio, ma se avessi dimostrato fin
da subito un comportamento anomalo avrei potuto
attirare l'attenzione, un errore da evitare
assolutamente. Entrai quindi nel mio alloggio e mi
cambiai d'abito, mi riposai per qualche minuto e scesi
per cercare un lavoro. Avrei dovuto trovare
un'occupazione che si potesse abbandonare senza
lasciar tracce, che mi impegnasse poche ore il giorno
e che mi permettesse di pagare la permanenza
all'ostello, i pochi mesi in cui mi sarei fermato non
richiedevano altro. La mia ricerca fu breve, davanti
alla porta di una pizzeria d'asporto trovai un
cartello: "Cercasi fattorino"; fui assunto quella sera
stessa.
Ero in mezzo alla campagna, perennemente sotto il
sole, una squallida cittadina soffocata da troppo
cemento. Purtroppo abitando nel centro e non essendo
provvisto di alcun automezzo, mi era impossibile
raggiungere luoghi più piacevoli e, soprattutto, meno
frequentati. Infatti, io non sopporto la folla, non
sopporto la gente, le migliaia di persone che ronzano
per le strade come impazzite, senza meta, parlando
senza sosta inutilmente, l'estate era finita e le
strade si erano riempite procurandomi nuova angoscia e
frustrazione. Dalla mia stanza potevo vedere solo il
parcheggio dell'ostello, ma mi piaceva perché di sera
era molto tranquillo. La notte, ormai vicina, mi
regalava un cielo sgombro, la luna quasi piena di quei
giorni sembrava voler scendere verso la terra per
abbracciarla e le stelle non sembravano altro che
lucciole lontane. La città era piccola e così erano
poche le luci che disturbavano quella visione di pace
così feconda per i miei pensieri, così feconda per le
parole che numerosissime nascevano nella mia mente per
essere impresse nei miei quaderni, i preziosi quaderni
che portavo sempre con me.
Quella mattina mi svegliai presto, le finestre della
mia camera erano rimaste aperte tutta la notte e i
primi raggi del sole mi colpirono in pieno volto.
Faceva troppo caldo persino all'alba, ciononostante,
appena affacciato alla finestra, fui sfiorato da una
brezza fresca che mi convinse a vestirmi e uscire.
Feci una lunga passeggiata per quelle vie quasi
deserte, sotto una luce già così intensa, ma mai
troppo calda. Cercai di allontanarmi dal centro, dove
già qualche sfortunato iniziava faticosamente la sua
giornata, costeggiai il
fiume, seguendo la corrente e presto mi ritrovai in
una periferia inaspettata. Infatti, da sempre abituato
alla vasta pianura, intersecata da strade, ferrovie e
centri d'industria, mi ritrovai davanti a dolci
colline su cui sparse sorgevano capanne e fattorie di
mattoni nudi, rosse e con tetti larghi e quasi piani.
I giorni passavano così piuttosto velocemente, al
lavoro dalle 21 alle 23, la giornata trascorreva
passeggiando o in biblioteca. Cercavo una nuova
ispirazione, qualcosa che caratterizzasse anche questa
cittadina, un segno, uno stimolo che non fosse una
semplice eco del passato. Tornando a casa dopo il
lavoro mi fermavo spesso in un piccolo parco con un
laghetto, in quelle giornate estive il cielo era
limpido e la luna a tre quarti si rispecchiava sulla
superficie dell'acqua appena increspata. Sedendomi
sulla panchina di fronte al laghetto sovente vedevo
passare volti sconosciuti, soli o in coppia, spesso
ragazze o donne sole.
Ragazze o donne sole.
Sotto quella luce debole
potevo appena scorgere i loro tratti, ma il viso e gli
occhi rimanevano ignoti. Penso si possa conoscere
qualcuno anche solo guardandolo negli occhi, uno
sguardo e i più grandi misteri sono intuiti, il
carattere, le prospettive e i sogni. Di nessuna ho
memoria, ora, nonostante tentassi di osservarle bene,
di seguire i loro sguardi, come un investigatore di
anime e dopo tante sere passate a scrutare mi parve
chiaro che in quel modo non avrei trovato la
necessaria ispirazione. Le donne, le donne sono una
vera fonte di risposte. Nella loro debolezza, nella
loro insicurezza che le rende così tremendamente
inaffidabili, così volubili, in loro così tante
risposte affiorano spontaneamente, basta un solo
sguardo e tutto viene chiarito e normalmente non vi è
nulla di nuovo, nulla di bello nelle loro espressioni
vacue, in quegli occhi vuoti, trasparenti. Altre
sembrano essere alla perenne ricerca di qualcosa che
non troveranno mai, perché non esiste. Come cercassero
la perfezione, che va oltre il destino di qualunque
individuo, ma senza far nulla per avvicinarvisi. Così
poche sembrano esistere veramente, ma la corruzione
non le ha comunque risparmiate. Camminano con passo
sicuro, hanno sguardi duri e una voce decisa, ma non
hanno un vero controllo di sé stesse. Continuano a
ignorare l'importanza delle cose del tempo, le
persone, la bellezza e il destino del mondo. E così
alla fine rimangono vuote come tutte le altre, senza
un vero scopo, senza una valida meta, solo i sogni di
qualcun altro e poche speranze, forse illusioni.
Ingenuità che si trasforma in incosciente malizia, ma
certo non meno colpevole, una perversione, una
corruzione contagiosa e venefica. E nonostante un
vissuto inconsistente e inconcludente dimostrano un
attacco alla vita che ha del paradossale, senza alcuna
logica, solo istinto. Stavo riflettendo proprio su
questo, quando, uscendo di casa per andare al lavoro,
in uno dei tanti giorni tutti uguali, mi accorsi che
il tempo era cambiato. Il cielo si era coperto di nubi
e iniziava a cadere una leggera pioggia. Poco dopo
iniziò a sferzare il vento, la pioggia aumentava
costringendomi ad aprire un ombrello ormai schiavo
della forza dell'aria, fu in quel momento che mi
accorsi che qualcosa era accaduto, dentro di me, come
una nuova sorgente di entusiasmo ed energia fosse nata
improvvisamente nel mio petto. Mi fermai sotto la
pioggia ormai martellante per assaporare questo
cambiamento, sapevo cosa sarebbe successo ora, sapevo
cosa mi aspettava. Un'ispirazione improvvisa così
nuova, inaspettata ed intensa da non permettermi di
pensare ad altro tutta la giornata. Come se non fosse
passato neanche un secondo e al mio riaffiorare da
questo turgore di intensa emozione mi ritrovai proprio
davanti alla panchina del parco su cui mi ero ormai
abituato a sedermi dopo il lavoro, ma ormai non ne
sentivo più alcun bisogno, avevo ricevuto
un'illuminazione. Una volta tornato nel mio
appartamento iniziai a scrivere tali sensazioni nei
miei quaderni, seguendo nuovi pensieri, senza
fermarmi, per ore. Scrissi, dispiegando ogni
ragionamento, ogni istinto fino ad assaporarne
l'intima essenza, fino a capire la ragione di questa
nuova rinascita e mi addormentai con la penna in mano,
con un sorriso di pura soddisfazione accennato sulle
labbra. Mi sentivo entusiasta come l'artista che ha
creato la sua nuova opera, anche se solo mentalmente e
soprattutto spiritualmente, impaziente di vedere la
creazione compiuta davanti ai miei avidi occhi. La
sera del giorno dopo andai dai padroni della pizzeria
per licenziarmi, anche se avrei dovuto lavorare ancora
per qualche giorno, dato che non aveva dato preavviso,
ma questo non mi disturbava.
Nei pomeriggi rimasti liberi
iniziai prepararmi comprando il necessario, dato che
non porto mai con me più del minimo indispensabile.
Ciò che si sente quando ci si prepara a mettere in
mostra le proprie opere è un misto di eccitazione e di
timore, timore di non piacere o, peggio, di risultare
banale. La banalità è antitesi di arte, la quale
morirebbe senza freschezza e novità, come una prigione
da cui bisogna ingegnarsi a uscire. Fu due giorni dopo
il mio licenziamento che la vidi. Era perfetta,
veramente perfetta. Bionda, con capelli lunghi e
mossi, appena truccata, dal viso dolce e piacevole,
vestita di nero con una maglietta bianca e rosa. Così
indistinta, quasi impercettibile, una fra tante, per
me quanto per il mondo stesso. Perfetta. Mi inumidii
le labbra e decisi di seguirla con circospezione,
così, per trovare l'occasione giusta. Si muoveva con
difficoltà se circondata da molte persone, guardava
spesso le vetrine dei negozi più costosi, ma non
provava neanche ad entrarci, teneva sempre a testa
bassa. Perfetta. Dopo qualche minuto entrò in un
negozio di frutta verdura, evidentemente era scesa per
fare la spesa, forse quindi abitava da sola. Se fosse
stato così avrei avuto tutto il tempo per scomparire
senza lasciar traccia. A questo punto dovevo solo
aspettare che uscisse con le borse piene di frutta...
« Che stupido, scusa... aspetta, ti aiuto. » « Oh, non
importa, grazie... » « Chissà dove ho la testa! Come
mi dispiace, non avrai delle uova, spero! » « No, no.
Non importa, veramente, grazie di avermi aiutata. » «
Cavolo, ma quanto pesano, ma ce la fai a portarle da
sola? » « Sì, gra... » « Passi di qua? Se sì un pezzo
magari te le porto io, per farmi perdonare. » « No,
grazie è tutto a pos...» « Su, dai, non ho fretta,
posso farlo senza così tanti complimenti, dai, e poi
sono veramente molto pesanti! » « Ah ... va bene,
penso non si sia nulla di male, tanto solo un pezzo,
no? » « Fin dove vuoi. Di qua? Andiamo... » « Ok,
lasciamene una, quella che più leggera, non mi va che
porti tutto. » « Ok, ecco. » Che sciocca, stupida
donna -pensai- e come trema la sua voce, è così
ingenua, ah, così facile... « Hai fatto spesa per un
mese intero! » « Beh, no, è che ho comprato anche per
la mia coinquilina, che non è mai a casa, è per tutte
e due! » « Farete a turno, dev'essere faticoso per te,
è un po' che camminiamo. » « Eh, no, purtroppo non ha
mai tempo, addirittura mi lascia dei biglietti per la
spesa perché non ci incrociamo mai! » Troppo facile...
« Quindi anche tu non sei di qua, no perché sono qui
da poco anche io. » « Ci lavoro da un paio d'anni, ti
piace la cittadina? »« È carina e c'è un grosso parco
veramente molto gradevole. »
Continuando a conversare con
lei riuscii ad accompagnarla fino a casa senza
insospettirla, ricevendo invece ulteriori
ringraziamenti. Durante la conversazione venne fuori
l'idea di una possibile uscita insieme ad alcuni
colleghi del posto, così da farmi vedere un po' la
città. Io accettai e le chiesi il numero, non avendo
il cellulare. Così riuscii ad ottenere tutto ciò che
mi serviva, in un quarto d'ora al massimo.
Veramente troppo facile.
Quella sera mangiai
sinceramente troppo, appesantito mi ritirai in camera
mia e inizia ad ascoltare musica seduto comodamente
sul letto. Non passò molto che mi addormentai e
iniziai uno strano sogno. Ero in auto e guidavo molto
velocemente su una strada che fiancheggiava una
scogliera a picco sul mare, fortemente mosso. Era
notte e pioveva a dirotto, tanto che la strada si
vedeva appena. Ricordo solo una sensazione di estrema
angoscia, un ricordo pesante, sinistro. Mi ritrovai
quindi a piedi, mentre correvo verso un promontorio
roccioso. Inizialmente era tutto buio e confuso, poi
di colpo mi apparve la visione di un angelo, una
figura femminile, con due grandi ali, posta di schiena
rispetto al mare, ma troppo vicino alla cresta.
Sembrava essere fatta di pura luce, riuscivo a
distinguere la testa e forse un volto che mi guardava.
Uno sguardo che mi raggelava in quanto amarissimo,
immensamente triste e rassegnato. La mia angoscia
aumentava, urlavo parole che non mi riuscii a
ricordare e corsi verso questa figura lucente che
all'improvviso si lasciò cadere in mare. Una volta
svegliatomi quasi mi stupii di essere ancora nella mia
stanza, mi sentivo così abbattuto... Solo i sogni
riescono a provocarmi qualche sensazione. Qualche
emozione, nel mio gelo più totale. Nella mia assoluta
immobilità non provo più né gioia né dolore, né
piacere né odio né amore. Che si tratti di un'alba,
del sorriso di un bambino, di notizie tragiche vicine
o lontane, di successi o sconfitte personale, non
sento assolutamente nulla. Nei miei rari sogni
riaffiorano sentimenti perduti da anni, sensazioni
forti, così intense da restare presenti fino al
mattino. Ma in questo mondo i sentimenti sono solo un
peso, una debolezza e una leva tramite la quale si può
essere sfruttati. Quando servono possono essere ben
simulati, chiaramente, non vi è uomo o donna sulla
terra meritevole della benché minima emozione, ognuno
ha uno scopo, a lungo o a breve termine, rilevante o
meno, ma che giustifica ogni azione o, perlomeno,
serve a giustificare ogni azione. Tale scopo o bisogno
infligge dolore, corrompe e chi si corrompe non torna
indietro. C'è chi uccide il proprio credo o non lo ha
mai trovato ed esso non è altro che morale e amore,
c'è chi lo uccide con un bacio in gioventù, chi con il
sesso, chi con l'odio, chi con la menzogna, chi col
denaro, nessuno si salva, nessuno. La colpa, la
corruzione penetra nella propria anima rendendola nera
e marcia e le donne, con la loro debolezza, la loro
vacuità, ne sono la principale fonte. Nella loro finta
innocenza, nel loro scimmiottare tali comportamenti
civili che ad esse non appartengono, ne costruiscono
un'immagine grottesca se non veramente orrida e
storpia in cui il bello diventa brutto e il brutto
bello, in cui ogni luce diventa grigia ed ogni ombra
acquisisce potere. Tale immonda presenza non è che un
cancro seppur necessario per pura questione di
sopravvivenza della specie.
La sera del giorno dopo le
telefonai e capii, senza alcuna sorpresa, che era ben
contenta di uscire con me, seppure insieme a dei suoi
colleghi. Restammo a parlare ben più del necessario e
fui io ad interrompere la conversazione, fissando
l'appuntamento per il giorno dopo, presso un locale
caratteristico della zona. Così, la sera successiva,
dopo aver scelto con cura ogni indumento, mi presentai
all'appuntamento perfettamente in orario,
incontrandola già sul posto. « Ciao, spero di non
essere in ritardo. » « Ciao, no, no, io arrivo sempre
un po' prima. » « Chi conoscerò stasera? Mi hai detto
che sono dei tuoi colleghi. » « Sì, anche se ormai
siamo amici. Sono Alessandro ed Emanuele e c'è anche
una ragazza, Michela. » « Ho capito, ah, ma tu sarai
già venuta in questo ristorante, cosa mi suggerisci? »
« Sì, ma io sono vegetariana e qui più che insalata e
verdure grigliate non fanno, mi spiace. »
Notai con soddisfazione che
stava sorridendo, ma dimostrando una certa timidezza.
Era carina, vestita con cura e appena truccata, con
grazia. Mentre parlava, quasi sottovoce, il contorno
delle sue labbra si muoveva appena e mi guardava con i
suoi begli occhi aperti, quasi stupita, era veramente
piacevole. Ma non riuscivo a provare pietà per lei,
nella sua semplice bellezza non potevo non vedere una
maschera per nascondere la profonda corruzione. Nei
sorrisi apparentemente timidi si nascondeva di certo
malizia, lussuria o perlomeno superficialità ed
egoismo. Né io né Dio l'avremmo mai risparmiata. Dopo
qualche minuto ci raggiunsero i suoi amici, così
entrammo e iniziammo a mangiare. La serata non si
protrasse molto a lungo, dato che era un giorno di
settimana e il mattino successivo dovevano tutti
andare a lavorare. Nonostante la scomoda presenza dei
colleghi riuscii ad assicurarmi la sua disponibilità
per un altro appuntamento, questa volta senza
compagnia. Furono i suoi colleghi ad accompagnarla a
casa, io ovviamente tornai a piedi, ma non ebbi di che
pensare, dovevo solo attendere lo svolgersi degli
eventi. Come avevo previsto fu lei a farsi sentire per
prima, come conferma per il nostro primo appuntamento
da soli, dovevo aver fatto una buona impressione sui
suoi colleghi. Niente di più facile. Gente mediocre,
priva di interessi significativi, priva di
immaginazione, tanto con i piedi per terra da non
essere nemmeno in grado di muovere un passo. Ci
incontrammo a una fermata del tram, davanti a un parco
fuori città, un parco piccolo, a dire il vero, ma
caratterizzato dalla presenza di un piccolo lago che,
a detta sua, era così limpido da vederci riflesso il
cielo intero. Continuai ad atteggiarmi da riservato,
per non sbilanciami troppo. Parlammo molto, ma senza
dire granché, era una ragazza sola, vedeva i suoi
genitori una volta ogni uno o due mesi, i colleghi al
mattino ed era sola per il resto della giornata. « Non
è tanto male, -diceva- la solitudine di un pomeriggio
ti permette di gestire con più respiro il lavoro fuori
dall'ufficio, sia quello in casa che tutti quei
piccoli problemi che si accavallano giorno dopo
giorno. E poi mi permette di riflettere. »
Di riflettere. Ridicolo. Non potevo fare a meno di
pensare che, nonostante la sua apparente di iniziale
volontà di conoscermi a fondo prima di permettermi di
possederla, sarebbe stato fin troppo facile fare di
lei ciò che mi proponevo di fare. Le altre erano state
ancor più semplici da "sedurre", ma risultavano
sveglie, attente ai particolari e, cosa da non
sottovalutare, circondate da amici che faticavo a
tener lontano. La cosa ovviamente non mi aveva mai
scoraggiato. Con lei invece mi sentivo così tranquillo
e sicuro di me che non avevo alcuna fretta di
concludere. La vedevo lentamente crogiolarsi in una
quantomai vana illusione di felicità che mi risultava
irresistibile. Quanto sarebbe stato soddisfacente
godersi il suo sguardo disperato e le sue inevitabili
lacrime una volta scoperta la verità, oltretutto sulla
propria pelle, sapendo di non essere la prima né
l'ultima, di essere solo un numero fra tanti. Ci
sedemmo in riva al lago, da soli. Il sole stava
tramontando e soffiava una brezza leggera e tiepida.
Eravamo così vicini che non potevo pensare che fosse
un caso, così mi voltai e, velocemente, ma
delicatamente, la baciai. Non volendo calcare la mano
e mi allontanai subito, con gli occhi a terra
balbettando uno «scusa » appena accennato. Lei mi
guardò con quel suo sguardo innocente e stupito, come
se potesse ingannare qualcuno e disse piano: « Oh,
non... non ero preparata, non pensavo... » Che
ridicola messinscena. « Perdonami, ma scusa se non te
l'ho ancora detto, ma sei tanto bella e il lago, il
tramonto... I tuoi occhi, mi piaci così tanto... » «
Oh... Anche tu mi piaci, veramente. Non mi è
dispiaciuto. Oh, ma sembriamo due adolescenti. » «
Perché, solo gli adolescenti possono essere sensibili
e innocenti? » « O puri? » « Puri. Almeno nel cuore,
possiamo essere puri tutta la vita. »
Lei parlava di purezza. Una donna, il suo parlare di
innocenza mi faceva venire la nausea, era rivoltante
in quel momento sentii di odiarla così tanto, così
tanto. Per un momento il mio sguardo si oscurò, i miei
pugni si chiusero, per un attimo non potei
controllarmi. Ma ebbi fortuna, infatti lei era girata
a guardare una nuvola, ignara. Tornammo a casa poco
dopo e il bacio non ebbe repliche, la cosa sarebbe
andata per le lunghe. La realizzazione dei miei piani
avrebbe subito ritardi di settimane, forse di mesi.
Così mi dovetti cercare un nuovo lavoro. Non mi
conveniva tornare a lavorare di sera, in quanto mi
avrebbe rallentato ulteriormente, così girai per i
negozi e i grandi magazzini finché non trovai lavoro
come commesso in un grosso negozio di scarpe poco
fuori città. Lavoravo tutto il giorno per una paga che
mi lasciava ben poco tolto il vitto e l'affitto, ma
almeno non mi impegnava fino a tardi. Nel frattempo
continuavo a uscire con lei e solo dopo una settimana
potei baciarla di nuovo. Il suo comportamento mi
disgustava forse più di coloro che si lasciano andare
immediatamente. Credeva forse
di essere migliore delle
altre? Di essere superiore alle altre? Dietro al suo
atteggiamento serioso si nascondeva la malizia e
indubbiamente sadismo. Non c'è posto nelle donne per
sentimenti umani come insicurezza, solitudine o
disperazione, solo vizio e ipocrisia, la continua
ricerca di piacere, certo non per soddisfare
un'insicurezza, scuse da psicologi dilettanti, ma per
poter avere tutto ciò che desiderano e cioè denaro,
lusso, comodità, potere. Non vogliono altro, lo
desiderano in continuazione, senza sosta e lei presto
avrebbe scoperto le sue carte, forse senza chiedere,
ma facendo capire che sarebbe rimasta con me solo se
avessi soddisfatto i suoi desideri, desideri che
avrebbero richiesto molto denaro. Ma questa è
prostituzione, ovviamente. Io sapevo che il denaro era
la via più breve per ottenere ciò che volevo, per
mettere in atto ciò che ormai da un mese pianificavo.
Durante le nostre passeggiate in centro non mancavano
le vetrine dei gioiellieri e delle grandi marche di
vestiario, ma per quanto tentasse di indirizzarla lei
non s'interessava. Non smetteva mai di parlare con me
e continuava a camminare. Provai a parlarle di viaggi
esotici, ma se ne dimostrò disinteressata, si fermava
solo per un gelato o davanti a qualche bancarella di
libri usati. Amava la cucina casalinga ed essendo
praticamente vegetariana non potevo utilizzare la leva
dei ristoranti di lusso. Non riuscivo a trovare in lei
alcuna debolezza che mi permettesse di comprarla in
fretta. All'inizio credevo che non osasse
sbilanciarsi, ma col passare da settimane mi sentivo
sempre più disorientato.
Così passò molto tempo.
Erano mesi ormai che uscivamo assieme in quella che
dall'esterno poteva essere definita come una perfetta
armonia. Lei sembrava veramente felice, eppure non le
avevo fatto neanche un regalo, non una cena offerta o
un solo gioiello. Ci vedevamo molto spesso e sembrava
esistessi solo io per lei. Non si era mai avvicinata a
me con intenzioni puramente lussuriose, si manifestava
come affettuosa, quasi passionale in certi momenti e
non sembrava risentire della mia, per me incredibile,
mancanza di iniziative in tal senso. Mi chiese
solamente se avessimo voluto considerarci come una
coppia, ma quasi scherzando, anche se vedevo nei i
suoi occhi innocenti come la mia risposta assumesse
una genuina importanza. In me vi era solamente
confusione, ma i miei istinti più brutali erano
rimasti vivi e forti e sapevo che se lei avesse
dimostrato il suo lato più ferale tutto sarebbe
diventato improvvisamente chiaro. Ma il nostro apporto
continuava quasi come in un sogno, come in una lunga,
interminabile passeggiata in una giornata illuminata
da un sole caldo e intenso. Mi sentivo sempre più
rilassato, i miei pensieri si facevano più rari e meno
opprimenti. Solo quando tornavo nella mia abitazione
sentivo il bisogno di scrivere, come se i miei
pensieri, che parevano affievolirsi, si scatenassero
improvvisamente costringendomi a riempire pagine e
pagine dei miei quaderni "segreti". Non di rado venivo
preso da forti emicranie dopo aver scritto per ore, ma
fino ad allora non ci eravamo ancora avvicinati
completamente, non ne avevamo mai neanche parlato, io
non ci avevo nemmeno pensato. Per me era sempre stato
quello il momento scatenante, in cui i miei piani
prendevano forma ed era successo così tante volte che
non avrei saputo elencarle senza i miei appunti e ogni
volta, dopo aver finito, tutto appariva così puro,
così candido. Come se finalmente la donna sporca e
viziosa che mi aveva desiderato fosse tornata ad una
purezza d'infanzia, erano dei veri capolavori. I loro
occhi, oh, il loro occhi erano così dolci, veramente
dolci, semplicemente, senza secondi fini. Come i suoi
occhi, così trasparenti, a volte persi nella ricerca
di un orizzonte infinitamente lontano, a volte così
presenti, ma liberi e sorridenti. Era come se per una
volta fossi io nel bisogno, nel bisogno di bagnarmi in
quella fonte che sembrava così splendidamente
incontaminata. Un giorno mi disse che le sembrava di
svegliarsi da un lungo sonno, al mio fianco, solo per
accorgersi che stava vivendo il sogno appena
terminato. Così le risposi che invece per me era come
sognare, finalmente, dopo troppe ore di veglia. Lo
dissi spontaneamente, ma queste parole mi rimasero in
mente e mi diedero molto a cui pensare. Succedeva ogni
tanto che, accarezzandole il collo, mi accadesse di
stringerlo forte, aveva un collo così esile e morbido,
così fragile. L'emozione stessa di averlo fra le mie
dita, stretto nella mia mano, mi faceva agire senza
pensare. E così io stringevo. Ma lei non diceva nulla,
mi toccava la mano e io la lasciavo, quindi mi scusavo
scherzando un poco, sperando non si accorgesse che le
mie azioni anticipavano il pensiero. Evitavo così il
suo sguardo, i suoi occhi che sembrava trapassarmi
penetrandomi fino alla parte più nascosta della mente.
Sembrava in quegli attimi capace di leggermi il
pensiero e non avrei certo voluto che una smorfia di
paura mi compromettesse. Solo una volta incontrai
quello sguardo penetrante, formatosi in un attimo e
scomparso subito dopo. E quella notte feci di nuovo
quel sogno. C'erano i suoi occhi che mi guardavano
terrorizzati e la cosa non mi dava piacere, anzi mi
faceva piangere di sincera disperazione. Poi di nuovo
in auto sotto la pioggia fitta. La strada, la
scogliera a picco sul mare, l'angelo. Nel momento
della scomparsa della figura luminosa mi svegliai e
per diverso tempo non potei riaddormentarmi.
Nonostante quegli episodi tra di noi andava bene. Il
mio continuo tormentarmi non traspariva e lei sembrava
spensieratamente felice, si stava aprendo con me come
un fiore all'avvicinarsi della primavera. Era ogni
giorno più sorridente, più spensierata, sembrava che
quei pensieri tristi che la rendevano così tanto
riservata si stessero dissolvendo, come le nuvole nere
dopo una notte di pioggia. E io ne rimanevo ammaliato,
catturato dalla purezza del suo sorriso, dalla totale
mancanza di malizia dei suoi gesti o delle sue parole.
Era così naturalmente controllata, come se certi
aspetti della vita non la toccassero neppure. Si
dimostrava in tutta la sua semplicità e modestia,
circondata da un'aurea di grazia e dolcezza. Ormai
quasi non prendevo più in mano i miei quaderni, almeno
non dall'ultima volta che ebbi quel sogno. Ogni giorno
mi sentivo sempre meno spaesato, ogni giorno sempre di
più percepivo il bisogno di darle quella fiducia che
per me aveva ormai perso ogni significato. Il tempo,
prima così pesante, era diventato leggero come l'aria.
Passarono tre anni, leggeri
come il battito d'ali di una farfalla. Molte cose
cambiarono e molte altre rimasero immutate; il nostro
legame si faceva sempre più stretto, sempre più
naturale, forse sempre più normale. Ma ciò non
riusciva a soddisfarmi completamente, non riuscivo a
smettere di pensare e di sentirmi saltuariamente
confuso e poi infuriato, così dovevo scrivere con mano
crudele sui miei quaderni, per prevenire le forti
emicranie che in quei casi non mi lasciavano
facilmente. Esse un tempo erano per me fonte di
ispirazione, accudite e accresciute per restituire al
mondo tutto quel dolore che avevo sopportato, ora
erano un fastidio e nulla di più. Decidemmo quindi di
iniziare una convivenza. Preparai la valigia che
utilizzavo per i miei frequenti viaggi, ma dopo più di
tre anni di permanenza nella stessa città mi ritrovai
nella necessità di preparare un buon numero di
scatoloni, mettendoci tanto indumenti quanto libri,
suppellettili e ovviamente i miei quaderni,
all'interno di un grosso volume. Non so perché li
sistemai negli scatoloni invece che in qualche grossa
tasca della valigia. Forse erano ormai diventati per
me come una parte dell'arredamento, forse sentivo
inconsciamente il desiderio di liberarmi di quella
mole così densa di confessioni e tragici pensieri.
Forse con lei mi sentivo così al sicuro da
dimenticarmi di una precauzione tanto banale. Fatto
sta che, giunto il giorno del trasloco, presa tutta la
mia roba, la trasportammo nella nuova modesta
abitazione. Avevamo una camera per noi, una più
piccola per gli ospiti, un bagno e da cucina
abitabile, non era particolarmente grande, ma era
nostra e ci andava bene così. Con molta calma, già
montati i mobili, iniziammo a riempirli un poco alla
volta. Prima gli armadi, uno a testa, poi sistemammo
il bagno e la cucina. Avevamo una piccola libreria
appoggiata su una parete della cucina, che riempimmo
per ultima, diversi giorni dopo il trasloco. Ciò che
accadde in quel momento fu una terribile sorpresa
tanto per lei quanto per me. Preso lo scatolone dove
avevo messo i miei pochi libri, lo iniziò a svuotare,
un poco alla volta, ponendoli in ordine sugli scaffali
della libreria. Dai miei pochi classici fino
all'atlante, fatto che sul momento non mi allarmò.
Purtroppo improvvisamente le scivolò di mano proprio
quel grosso volume che, cadendo, si aprì sparpagliando
a terra un bel mucchio di fogli. Attirato dal tonfo mi
girai e, con orrore, li riconobbi subito: erano i miei
diari, i diari che ormai da tre anni non aggiornavo
più, i diari che contenevano tutti i miei pensieri e i
ricordi dei miei tremendi delitti. Non feci in tempo a
raccogliere tutti i fogli che lei, istintivamente,
presone uno, lo iniziò a leggere. Ero paralizzato dal
terrore, dalla folle paura che avrei perso tutto, di
nuovo, che avrei dovuto ricominciare da capo. Ogni mia
speranza svaniva mentre vedevo il suo volto
trasformarsi, da un'espressione di sorpresa, al
dubbio, per arrivare infine all'orrore. Non sentivo
più il battito del cuore, sembrava che improvvisamente
ogni rumore si fosse spento, che ogni corrente d'aria
si fosse attenuata fino a scomparire del tutto. Mi
guardò con un'espressione mista di terrore e angoscia.
Passarono istanti interminabili prima che mi dicesse:
« E questi... cosa sono? » « Io... » -non avevo più la
forza di parlare. Ormai lei sapeva, sapeva chi ero e
di certo non le sarebbe importato che le dicessi che
proprio lei mi aveva cambiato, che mi aveva calmato e
forse salvato. Non potevo dire nulla perché non vi era
alcun malinteso. Ero stato io e sapevo perfettamente
quanto erano gravi i delitti di cui mi ero macchiato.«
È tutto vero? Perché se è uno scherzo... un
racconto... devi dirlo! Dammi quegli altri fogli! »
Così dicendomi mi strappò di mano i pochi fogli che
ero riuscito a toglierle e iniziò precipitosamente a
scorrerli per poi gettarli furiosamente dove capitava.
« Tutti quegli omicidi senza un colpevole, senza
movente, che si sono interrotti... tre anni fa... i
nomi, i luoghi, le date, combacia, non è possibile...
O forse sei solo... una specie di fan! Parla, cosa
significa tutto questo? » Non riusciva più a pensare e
così le dissi, istintivamente: « Mi dispiace... non
avrei mai voluto...che tutto ciò accadesse, mi
dispiace. » « Ti ... dispiace? Cioè tu... tu sei il
serial killer... Sei tu che le uccidevi e le straziavi
in quel modo... da macellaio... Oh mio Dio, sei tu...
Perché sei stato tu?... Chi sei... Chi diavolo se? Sei
un mostro!» Non riuscivo più a pensare. La mia mente
bloccata su un unico pensiero: che tutto era perduto,
per sempre. Ero come stordito. Eppure sarebbe stato
così facile per me allungare la mano e stringere il
suo esile collo, non avrebbe emesso neanche un suono e
in poco tempo ogni mio problema si sarebbe risolto.
Io, uomo senza passato, lei, donna in cui io ero
l'unico presente, avrei avuto tutto il tempo di
scomparire, di nuovo. Eppure non mi venne neanche in
mente, come se fossi veramente disperato, come se la
mia natura più vera ed intima si fosse spenta del
tutto. La mia mente era bloccata, avevo perso persino
il contatto con la realtà, col momento in cui stavo
vivendo. Improvvisamente era tutto offuscato e
confuso, le sue parole si perdevano nell'aria, le sue
azione erano per me indecifrabili. So soltanto che
pianse, continuando a leggere le centinaia di pagine
dei quaderni che avevo sventatamente conservato.
Percepivo appena la sua disperazione. Io rimasi fermo,
fissando le mie mani e a poco a poco cominciai a
ricordare. Ricordai la mia ferocia e dal sangue tornò
il ricordo del sentimento originario. Il disprezzo e
l'odio che mi avevano reso così forte. Alzai gli
occhi, il mio cuore batteva regolare, le mani erano
salde, lo sguardo nero, duro, forte. Proprio in
quell'attimo ella si girò e mi guardò. La disperazione
si tramutò in terrore, forse solo in quel momento
prese coscienza di cosa volessero dire tutte quelle
pagine, tutte quelle parole, mi alzai di scatto per
afferrarla, ma mi sfuggì e iniziò a scappare verso la
porta di casa. Lo sbattere della porta fu come il
suono di una sveglia per la mia mente, mi risvegliai e
capii finalmente che cos'era successo. Così tante
sensazioni in così poco tempo, il peso di tali
ricordi, la pace degli ultimi tre anni, quest'avvenimento
improvviso mi avevano reso come privo di volontà, come
se avessi vissuto in un sogno. Ero solo ora e l'unica
donna che avevo risparmiato e con cui avevo iniziato
una nuova vita, se n'era andata. Sentii una terribile
angoscia, una sensazione che avevo percepito una sola
volta, anni prima, anche se non avrei saputo dire
quando o perché, anche se in quel momento non riuscivo
a pensare che a lei. L'avevo terrorizzata a morte,
l'avevo delusa, resa disperata, l'avevo ferita
profondamente, anche se non lo avrei mai voluto e ciò
era veramente terribile. Volevo raggiungerla, ad ogni
costo, io dovevo raggiungerla.
Corsi fuori
dall'appartamento e scesi in strada. Pioveva forte ed
era buio, lei era scomparsa dalla vista, forse aveva
preso la sua auto, ma no, perché era lì davanti a me.
Forse era andata da qualche suo collega, ma abitavano
tutti fuori città. Era disperata, sola, sotto la
pioggia, non mi venne in mente nulla e così corsi
verso la mia auto, l'unica possibilità era cercarla
verso il mare, in discesa, l'unica possibilità che
avevo era che istintivamente avesse preso la strada
più facile da seguire. Così mi diressi verso la costa,
sulla strada lungo la scogliera e proseguii sempre in
discesa. La pioggia sembrava non smettere mai, c'erano
vento e fulmini, vedevo appena e così dovetti
procedere lentamente. Dopo poca strada un fulmine
illuminò un breve promontorio roccioso, a picco sul
mare. Lo notai appena, ma mi dovetti fermare: c'era
qualcosa sulla punta del costone, una figura, bianca.
A questo punto scesi dall'auto e un secondo fulmine
illuminò di nuovo la scogliera. Fu in quel momento che
vidi un angelo, bianco, sul bordo, che dispiegava le
ali. Ricordai immediatamente che quando ella uscì di
casa era vestita di bianco, un largo vestito bianco.
Iniziai a correre verso di lei, annaspando nel fango,
combattuto dal vento. Provai a chiamarla, ma il rumore
del temporale mi ammutiva. Così corsi e, arrivato al
promontorio, la chiamai ancora, ma un fulmine seguito
da un tuono terribile mi zittirono facendomi assistere
a una scena terribile, quell'angelo bianco davanti a
me, quell'angelo senz'ali, scomparve. Mi gettai sullo
strapiombo appena in tempo per vedere una macchia
bianca scomparire nella schiuma del mare che si
infrangeva su gli scogli. Mi sentii morire. Rimasto
disteso per ore, martellato dalla pioggia,
completamente sfinito, mi addormentai. Quando mi
svegliai era tornato il sole. Mi alzai piano,
dolorante a causa del freddo preso durante la notte.
Mi tolsi di dosso il fango rimasto appiccicato ai
vestiti e mi guardai attorno. Ero solo. Sbadigliai,
piegando indietro la schiena, ancora un po' rigida.
Poi mi girai verso l'auto e me ne andai senza
voltarmi. Quello spiacevole incidente mi aveva fatto
perdere tre anni e tutto ciò non era stato che un mio
disdicevole errore. Come avevo solo potuto immaginare
che fosse diversa dalle altre. Debole, schiava delle
emozioni, sostanzialmente inferiore. Cosa potevo
aspettarmi. Per fortuna non pioveva più, era una bella
giornata.
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Freddo
Respirava piano, cercando di apparire rilassato e
appena pensieroso, ma
dentro il suo petto il cuore batteva furiosamente e
la sua mente era un
turbinio incessante di pensieri sovrapposti,
monchi, ma tutti forti, come
urlati. Aveva appena scorto la donna che aveva
amato per tanti anni. Non
avrebbe mai potuto incrociare di nuovo i suoi occhi
né vedere le sue labbra
muoversi né sentire la sua voce chiamarlo.
Nonostante i mesi, gli anni
trascorsi dall'ultima volta che l'aveva vista non
pensava che a lei. Sapeva
che nel rivederla avrebbe fatto qualche pazzia e
sapeva che lei lo avrebbe
ferito, di nuovo. Ma ora era troppo debole per
poter sopportare anche solo
un altro colpo. Da quando era rimasto solo il peso
della sua solitudine e la
disperazione nell'essere stato rifiutato dalla
persona che aveva tanto amato
lo aveva portato più volte sull'orlo
dell'autodistruzione. Aveva odiato,
aveva sofferto ogni dolore, anche nei propri
confronti non aveva mai cessato
di migliorarsi, tentando di perdonarla per averlo
dimenticato, tentando di
superare la sofferenza che la sua sola esistenza
gli procurava. Tentando di
scomparire. Ma il legame che aveva con lei era
troppo forte, la sua stessa
vita aveva perso da tempo il suo significato.
Mentre tornava a casa, nella sua piccola casa
vuota, respirava a fatica e si
muoveva lentamente, sopraffatto dalle emozioni.
Entrato nell'appartamento si
lasciò cadere sul letto, esausto. Non erano che le
4 del pomeriggio. Ed egli
dormì un sonno breve, agitato e pieni d'incubi.
Si svegliò 5 ore dopo e poté finalmente riprendere
fiato. Il suo sonno
agitato lo aveva reso madido di sudore e gli incubi
avevano teso i suoi
muscoli. Così entrò nel bagno, da poco
ristrutturato, ed iniziò a riempire
la sua nuova vasca da bagno. Ascoltava i rumori
della sua casa e sentiva
solo il fluire dell'acqua dal rubinetto. La casa
era vuota ed egli era solo.
Eppure tutto ciò che avrebbe voluto era una voce di
donna o il rumore dei
suo passi o anche solo il suo respiro, mai aveva
pensato durante tutta la
sua vita che quel suo desiderio sarebbe stato tanto
difficile da realizzare.
L'amore che da lungo tempo cercava non era altro
che il realizzarsi del
destino. Perché non c'è parola o azione tanto
nobile o sentita che possa far
nascere tale sentimento, esso nasce spontaneamente
e non lascia spazio alle
buone intenzioni. E il destino e un dio, vero o
immaginario che fosse, non
avevano avuto pietà di lui. Non gli era rimasto che
dolore e disillusione. E
il peso dei giorni che continuavano a passare.
Chiuse il rubinetto e si chinò per sentire il
calore dell'acqua, era
tiepida. Accese l'hi-fi per ascoltare di nuovo
l'album che ormai raramente
lasciava il lettore. La musica più triste che
avesse mai ascoltato per il
giorno più triste che fosse mai stato costretto a
vivere. I suoi pensieri lo
tormentavano, senza sosta, dal momento della veglia
fino alla notte, quel
turbinio incessante in certi casi lo confondeva,
altre volte gli portava
tristezza, il più delle volte rancore.
Aveva freddo, nonostante l'estate fosse ormai alle
porte , il calore del
mondo esterno non poteva penetrare il duro carapace
di disperazione che lo
avvolgeva completamente, succhiando inevitabilmente
il calore delle sua
stessa vita. Per ogni secondo che passava egli si
avvolgeva sempre più in
tale gelido sudario, la sua percezione del mondo si
annebbiava, la musica
che stava ascoltando cominciava a prendere forma,
compenetrando la realtà,
emergendo dai movimenti dell'aria e delle ombre. Il
freddo lo faceva
tremare, così si avvicinò alla vasca, ormai piena,
e chiuse il rubinetto. La
testa, la sua stessa mente gli doleva, le pareti
della sua casa sembravano
così lontane, cadde e dovette appoggiarsi al
pavimento, convincendosi che
fosse abbastanza solido da sostenerlo. Sapeva cosa
doveva fare, ma era
confuso e disorientato da ombre , suoni e tempo di
cui ormai aveva perso
ogni riferimento. Quasi non si accorse di essere
entrato nella cucina e di
aver preso un coltello da carne. Trascinandosi
pesantemente, schiacciato dal
peso delle sue emozioni, raggiunse il bagno e si
immerse nella vasca ancora
vestito. L'acqua, bollente, gli apparve fredda e
tagliente come ghiaccio,
tremava ormai senza controllo, sentiva il bisogno
di liberarsi da un tale
orribile incubo, gli dolevano le braccia, percepiva
il bruciante scorrere
del sangue nelle sue vene, come essere graffiato ed
ustionato dall'interno,
doveva liberarsene, senza esitazione, solo così,
forse, tutto quel dolore
sarebbe cessato. Si recise le vene del polso con
due tagli profondi. Non
sentì alcun dolore, ma provò un gran sollievo.
In quel momento una luce penetrò nella sua mente,
acquietando il furibondo
caos dei suoi pensieri, dandogli una forte
sensazione di calma. Non tremava
più e riusciva a percepire ora il tepore dell'acqua
in cui era immerso.
Piangeva senza singhiozzare, la luce era scomparsa
ed al suo posto tornavano
ricordi lontani di volti sorridenti. Era una donna
e una sola. Ormai privo
di forze era completamente rilassato all'interno
della sua nuova vasca, le
lacrime si stavano asciugando e quel volto non
sorrideva più.
Il buio della morte aveva ormai chiuso i suoi occhi
e, poco prima della
fine, respirò e nel suo respiro quel volto ebbe un
nome, ma nessuno poté
sentire, egli era solo.
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