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Davide Dispenza

 

Lucifera Morente
Freddo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

Lucifera Morente




La tenue luce del tramonto mi colpì sul viso, donandomi una dolce sensazione di tepore mentre uscivo dalla stazione, solo, in un tardo pomeriggio di fine estate. Poggiai il mio unico bagaglio a terra e diedi uno sguardo all'orizzonte, la stazione era nel centro della cittadina e dalla mia posizione si poteva scrutare in profondità in ogni direzione, la città era piccola e il traffico scarso, il luogo perfetto per riposare e trovare una nuova ispirazione. Mi avvicinai all'unico taxi parcheggiato davanti alla stazione e, dopo aver chiesto alcune informazioni, mi feci portare all'ostello più vicino che, per mia fortuna, era anche quello più economico. Era una città di provincia nonché priva di ogni attrattiva turistica per questo i prezzi erano bassi e, in questo caso, le stanze ampie e pulite. Presentai uno dei miei documenti e prenotai la mia permanenza per tutto il mese, avrei rinnovato più volte, senza dubbio, ma se avessi dimostrato fin da subito un comportamento anomalo avrei potuto attirare l'attenzione, un errore da evitare assolutamente. Entrai quindi nel mio alloggio e mi cambiai d'abito, mi riposai per qualche minuto e scesi per cercare un lavoro. Avrei dovuto trovare un'occupazione che si potesse abbandonare senza lasciar tracce, che mi impegnasse poche ore il giorno e che mi permettesse di pagare la permanenza all'ostello, i pochi mesi in cui mi sarei fermato non richiedevano altro. La mia ricerca fu breve, davanti alla porta di una pizzeria d'asporto trovai un cartello: "Cercasi fattorino"; fui assunto quella sera stessa.

 

Ero in mezzo alla campagna, perennemente sotto il sole, una squallida cittadina soffocata da troppo cemento. Purtroppo abitando nel centro e non essendo provvisto di alcun automezzo, mi era impossibile raggiungere luoghi più piacevoli e, soprattutto, meno frequentati. Infatti, io non sopporto la folla, non sopporto la gente, le migliaia di persone che ronzano per le strade come impazzite, senza meta, parlando senza sosta inutilmente, l'estate era finita e le strade si erano riempite procurandomi nuova angoscia e frustrazione. Dalla mia stanza potevo vedere solo il parcheggio dell'ostello, ma mi piaceva perché di sera era molto tranquillo. La notte, ormai vicina, mi regalava un cielo sgombro, la luna quasi piena di quei giorni sembrava voler scendere verso la terra per abbracciarla e le stelle non sembravano altro che lucciole lontane. La città era piccola e così erano poche le luci che disturbavano quella visione di pace così feconda per i miei pensieri, così feconda per le parole che numerosissime nascevano nella mia mente per essere impresse nei miei quaderni, i preziosi quaderni che portavo sempre con me.

 

Quella mattina mi svegliai presto, le finestre della mia camera erano rimaste aperte tutta la notte e i primi raggi del sole mi colpirono in pieno volto. Faceva troppo caldo persino all'alba, ciononostante, appena affacciato alla finestra, fui sfiorato da una brezza fresca che mi convinse a vestirmi e uscire. Feci una lunga passeggiata per quelle vie quasi deserte, sotto una luce già così intensa, ma mai troppo calda. Cercai di allontanarmi dal centro, dove già qualche sfortunato iniziava faticosamente la sua giornata, costeggiai il fiume, seguendo la corrente e presto mi ritrovai in una periferia inaspettata. Infatti, da sempre abituato alla vasta pianura, intersecata da strade, ferrovie e centri d'industria, mi ritrovai davanti a dolci colline su cui sparse sorgevano capanne e fattorie di mattoni nudi, rosse e con tetti larghi e quasi piani. I giorni passavano così piuttosto velocemente, al lavoro dalle 21 alle 23, la giornata trascorreva passeggiando o in biblioteca. Cercavo una nuova ispirazione, qualcosa che caratterizzasse anche questa cittadina, un segno, uno stimolo che non fosse una semplice eco del passato. Tornando a casa dopo il lavoro mi fermavo spesso in un piccolo parco con un laghetto, in quelle giornate estive il cielo era limpido e la luna a tre quarti si rispecchiava sulla superficie dell'acqua appena increspata. Sedendomi sulla panchina di fronte al laghetto sovente vedevo passare volti sconosciuti, soli o in coppia, spesso ragazze o donne sole.

Ragazze o donne sole.

Sotto quella luce debole potevo appena scorgere i loro tratti, ma il viso e gli occhi rimanevano ignoti. Penso si possa conoscere qualcuno anche solo guardandolo negli occhi, uno sguardo e i più grandi misteri sono intuiti, il carattere, le prospettive e i sogni. Di nessuna ho memoria, ora, nonostante tentassi di osservarle bene, di seguire i loro sguardi, come un investigatore di anime e dopo tante sere passate a scrutare mi parve chiaro che in quel modo non avrei trovato la necessaria ispirazione. Le donne, le donne sono una vera fonte di risposte. Nella loro debolezza, nella loro insicurezza che le rende così tremendamente inaffidabili, così volubili, in loro così tante risposte affiorano spontaneamente, basta un solo sguardo e tutto viene chiarito e normalmente non vi è nulla di nuovo, nulla di bello nelle loro espressioni vacue, in quegli occhi vuoti, trasparenti. Altre sembrano essere alla perenne ricerca di qualcosa che non troveranno mai, perché non esiste. Come cercassero la perfezione, che va oltre il destino di qualunque individuo, ma senza far nulla per avvicinarvisi. Così poche sembrano esistere veramente, ma la corruzione non le ha comunque risparmiate. Camminano con passo sicuro, hanno sguardi duri e una voce decisa, ma non hanno un vero controllo di sé stesse. Continuano a ignorare l'importanza delle cose del tempo, le persone, la bellezza e il destino del mondo. E così alla fine rimangono vuote come tutte le altre, senza un vero scopo, senza una valida meta, solo i sogni di qualcun altro e poche speranze, forse illusioni. Ingenuità che si trasforma in incosciente malizia, ma certo non meno colpevole, una perversione, una corruzione contagiosa e venefica. E nonostante un vissuto inconsistente e inconcludente dimostrano un attacco alla vita che ha del paradossale, senza alcuna logica, solo istinto. Stavo riflettendo proprio su questo, quando, uscendo di casa per andare al lavoro, in uno dei tanti giorni tutti uguali, mi accorsi che il tempo era cambiato. Il cielo si era coperto di nubi e iniziava a cadere una leggera pioggia. Poco dopo iniziò a sferzare il vento, la pioggia aumentava costringendomi ad aprire un ombrello ormai schiavo della forza dell'aria, fu in quel momento che mi accorsi che qualcosa era accaduto, dentro di me, come una nuova sorgente di entusiasmo ed energia fosse nata improvvisamente nel mio petto. Mi fermai sotto la pioggia ormai martellante per assaporare questo cambiamento, sapevo cosa sarebbe successo ora, sapevo cosa mi aspettava. Un'ispirazione improvvisa così nuova, inaspettata ed intensa da non permettermi di pensare ad altro tutta la giornata. Come se non fosse passato neanche un secondo e al mio riaffiorare da questo turgore di intensa emozione mi ritrovai proprio davanti alla panchina del parco su cui mi ero ormai abituato a sedermi dopo il lavoro, ma ormai non ne sentivo più alcun bisogno, avevo ricevuto un'illuminazione. Una volta tornato nel mio appartamento iniziai a scrivere tali sensazioni nei miei quaderni, seguendo nuovi pensieri, senza fermarmi, per ore. Scrissi, dispiegando ogni ragionamento, ogni istinto fino ad assaporarne l'intima essenza, fino a capire la ragione di questa nuova rinascita e mi addormentai con la penna in mano, con un sorriso di pura soddisfazione accennato sulle labbra. Mi sentivo entusiasta come l'artista che ha creato la sua nuova opera, anche se solo mentalmente e soprattutto spiritualmente, impaziente di vedere la creazione compiuta davanti ai miei avidi occhi. La sera del giorno dopo andai dai padroni della pizzeria per licenziarmi, anche se avrei dovuto lavorare ancora per qualche giorno, dato che non aveva dato preavviso, ma questo non mi disturbava.

 

Nei pomeriggi rimasti liberi iniziai prepararmi comprando il necessario, dato che non porto mai con me più del minimo indispensabile. Ciò che si sente quando ci si prepara a mettere in mostra le proprie opere è un misto di eccitazione e di timore, timore di non piacere o, peggio, di risultare banale. La banalità è antitesi di arte, la quale morirebbe senza freschezza e novità, come una prigione da cui bisogna ingegnarsi a uscire. Fu due giorni dopo il mio licenziamento che la vidi. Era perfetta, veramente perfetta. Bionda, con capelli lunghi e mossi, appena truccata, dal viso dolce e piacevole, vestita di nero con una maglietta bianca e rosa. Così indistinta, quasi impercettibile, una fra tante, per me quanto per il mondo stesso. Perfetta. Mi inumidii le labbra e decisi di seguirla con circospezione, così, per trovare l'occasione giusta. Si muoveva con difficoltà se circondata da molte persone, guardava spesso le vetrine dei negozi più costosi, ma non provava neanche ad entrarci, teneva sempre a testa bassa. Perfetta. Dopo qualche minuto entrò in un negozio di frutta verdura, evidentemente era scesa per fare la spesa, forse quindi abitava da sola. Se fosse stato così avrei avuto tutto il tempo per scomparire senza lasciar traccia. A questo punto dovevo solo aspettare che uscisse con le borse piene di frutta... « Che stupido, scusa... aspetta, ti aiuto. » « Oh, non importa, grazie... » « Chissà dove ho la testa! Come mi dispiace, non avrai delle uova, spero! » « No, no. Non importa, veramente, grazie di avermi aiutata. » « Cavolo, ma quanto pesano, ma ce la fai a portarle da sola? » « Sì, gra... » « Passi di qua? Se sì un pezzo magari te le porto io, per farmi perdonare. » « No, grazie è tutto a pos...» « Su, dai, non ho fretta, posso farlo senza così tanti complimenti, dai, e poi sono veramente molto pesanti! » « Ah ... va bene, penso non si sia nulla di male, tanto solo un pezzo, no? » « Fin dove vuoi. Di qua? Andiamo... » « Ok, lasciamene una, quella che più leggera, non mi va che porti tutto. » « Ok, ecco. » Che sciocca, stupida donna -pensai- e come trema la sua voce, è così ingenua, ah, così facile... « Hai fatto spesa per un mese intero!  » « Beh, no, è che ho comprato anche per la mia coinquilina, che non è mai a casa, è per tutte e due! » « Farete a turno, dev'essere faticoso per te, è un po' che camminiamo. » « Eh, no, purtroppo non ha mai tempo, addirittura mi lascia dei biglietti per la spesa perché non ci incrociamo mai! » Troppo facile... « Quindi anche tu non sei di qua, no perché sono qui da poco anche io. »  « Ci lavoro da un paio d'anni, ti piace la cittadina? »« È carina e c'è un grosso parco veramente molto gradevole. »  Continuando a conversare con lei riuscii ad accompagnarla fino a casa senza insospettirla, ricevendo invece ulteriori ringraziamenti. Durante la conversazione venne fuori l'idea di una possibile uscita insieme ad alcuni colleghi del posto, così da farmi vedere un po' la città. Io accettai e le chiesi il numero, non avendo il cellulare. Così riuscii ad ottenere tutto ciò che mi serviva, in un quarto d'ora al massimo.

Veramente troppo facile.

 

Quella sera mangiai sinceramente troppo, appesantito mi ritirai in camera mia e inizia ad ascoltare musica seduto comodamente sul letto. Non passò molto che mi addormentai e iniziai uno strano sogno. Ero in auto e guidavo molto velocemente su una strada che fiancheggiava una scogliera a picco sul mare, fortemente mosso. Era notte e pioveva a dirotto, tanto che la strada si vedeva appena. Ricordo solo una sensazione di estrema angoscia, un ricordo pesante, sinistro. Mi ritrovai quindi a piedi, mentre correvo verso un promontorio roccioso. Inizialmente era tutto buio e confuso, poi di colpo mi apparve la visione di un angelo, una figura femminile, con due grandi ali, posta di schiena rispetto al mare, ma troppo vicino alla cresta. Sembrava essere fatta di pura luce, riuscivo a distinguere la testa e forse un volto che mi guardava. Uno sguardo che mi raggelava in quanto amarissimo, immensamente triste e rassegnato. La mia angoscia aumentava, urlavo parole che non mi riuscii a ricordare e corsi verso questa figura lucente che all'improvviso si lasciò cadere in mare. Una volta svegliatomi quasi mi stupii di essere ancora nella mia stanza, mi sentivo così abbattuto... Solo i sogni riescono a provocarmi qualche sensazione. Qualche emozione, nel mio gelo più totale. Nella mia assoluta immobilità non provo più né gioia né dolore, né piacere né odio né amore. Che si tratti di un'alba, del sorriso di un bambino, di notizie tragiche vicine o lontane, di successi o sconfitte personale, non sento assolutamente nulla. Nei miei rari sogni riaffiorano sentimenti perduti da anni, sensazioni forti, così intense da restare presenti fino al mattino. Ma in questo mondo i sentimenti sono solo un peso, una debolezza e una leva tramite la quale si può essere sfruttati. Quando servono possono essere ben simulati, chiaramente, non vi è uomo o donna sulla terra meritevole della benché minima emozione, ognuno ha uno scopo, a lungo o a breve termine, rilevante o meno, ma che giustifica ogni azione o, perlomeno, serve a giustificare ogni azione. Tale scopo o bisogno infligge dolore, corrompe e chi si corrompe non torna indietro. C'è chi uccide il proprio credo o non lo ha mai trovato ed esso non è altro che morale e amore, c'è chi lo uccide con un bacio in gioventù, chi con il sesso, chi con l'odio, chi con la menzogna, chi col denaro, nessuno si salva, nessuno. La colpa, la corruzione penetra nella propria anima rendendola nera e marcia e le donne, con la loro debolezza, la loro vacuità, ne sono la principale fonte. Nella loro finta innocenza, nel loro scimmiottare tali comportamenti civili che ad esse non appartengono, ne costruiscono un'immagine grottesca se non veramente orrida e storpia in cui il bello diventa brutto e il brutto bello, in cui ogni luce diventa grigia ed ogni ombra acquisisce potere. Tale immonda presenza non è che un cancro seppur necessario per pura questione di sopravvivenza della specie.

 

La sera del giorno dopo le telefonai e capii, senza alcuna sorpresa, che era ben contenta di uscire con me, seppure insieme a dei suoi colleghi. Restammo a parlare ben più del necessario e fui io ad interrompere la conversazione, fissando l'appuntamento per il giorno dopo, presso un locale caratteristico della zona. Così, la sera successiva, dopo aver scelto con cura ogni indumento, mi presentai all'appuntamento perfettamente in orario, incontrandola già sul posto. « Ciao, spero di non essere in ritardo. » « Ciao, no, no, io arrivo sempre un po' prima. » « Chi conoscerò stasera? Mi hai detto che sono dei tuoi colleghi. » « Sì, anche se ormai siamo amici. Sono Alessandro ed Emanuele e c'è anche una ragazza, Michela. » « Ho capito, ah, ma tu sarai già venuta in questo ristorante, cosa mi suggerisci? » « Sì, ma io sono vegetariana e qui più che insalata e verdure grigliate non fanno, mi spiace. »

Notai con soddisfazione che stava sorridendo, ma dimostrando una certa timidezza. Era carina, vestita con cura e appena truccata, con grazia. Mentre parlava, quasi sottovoce, il contorno delle sue labbra si muoveva appena e mi guardava con i suoi begli occhi aperti, quasi stupita, era veramente piacevole. Ma non riuscivo a provare pietà per lei, nella sua semplice bellezza non potevo non vedere una maschera per nascondere la profonda corruzione. Nei sorrisi apparentemente timidi si nascondeva di certo malizia, lussuria o perlomeno superficialità ed egoismo. Né io né Dio l'avremmo mai risparmiata. Dopo qualche minuto ci raggiunsero i suoi amici, così entrammo e iniziammo a mangiare. La serata non si protrasse molto a lungo, dato che era un giorno di settimana e il mattino successivo dovevano tutti andare a lavorare. Nonostante la scomoda presenza dei colleghi riuscii ad assicurarmi la sua disponibilità per un altro appuntamento, questa volta senza compagnia. Furono i suoi colleghi ad accompagnarla a casa, io ovviamente tornai a piedi, ma non ebbi di che pensare, dovevo solo attendere lo svolgersi degli eventi. Come avevo previsto fu lei a farsi sentire per prima, come conferma per il nostro primo appuntamento da soli, dovevo aver fatto una buona impressione sui suoi colleghi. Niente di più facile. Gente mediocre, priva di interessi significativi, priva di immaginazione, tanto con i piedi per terra da non essere nemmeno in grado di muovere un passo. Ci incontrammo a una fermata del tram, davanti a un parco fuori città, un parco piccolo, a dire il vero, ma caratterizzato dalla presenza di un piccolo lago che, a detta sua, era così limpido da vederci riflesso il cielo intero. Continuai ad atteggiarmi da riservato, per non sbilanciami troppo. Parlammo molto, ma senza dire granché, era una ragazza sola, vedeva i suoi genitori una volta ogni uno o due mesi, i colleghi al mattino ed era sola per il resto della giornata. « Non è tanto male, -diceva- la solitudine di un pomeriggio ti permette di gestire con più respiro il lavoro fuori dall'ufficio, sia quello in casa che tutti quei piccoli problemi che si accavallano giorno dopo giorno. E poi mi permette di riflettere. »

Di riflettere. Ridicolo. Non potevo fare a meno di pensare che, nonostante la sua apparente di iniziale volontà di conoscermi a fondo prima di permettermi di possederla, sarebbe stato fin troppo facile fare di lei ciò che mi proponevo di fare. Le altre erano state ancor più semplici da "sedurre", ma risultavano sveglie, attente ai particolari e, cosa da non sottovalutare, circondate da amici che faticavo a tener lontano. La cosa ovviamente non mi aveva mai scoraggiato. Con lei invece mi sentivo così tranquillo e sicuro di me che non avevo alcuna fretta di concludere. La vedevo lentamente crogiolarsi in una quantomai vana illusione di felicità che mi risultava irresistibile. Quanto sarebbe stato soddisfacente godersi il suo sguardo disperato e le sue inevitabili lacrime una volta scoperta la verità, oltretutto sulla propria pelle, sapendo di non essere la prima né l'ultima, di essere solo un numero fra tanti. Ci sedemmo in riva al lago, da soli. Il sole stava tramontando e soffiava una brezza leggera e tiepida. Eravamo così vicini che non potevo pensare che fosse un caso, così mi voltai e, velocemente, ma delicatamente, la baciai. Non volendo calcare la mano e mi allontanai subito, con gli occhi a terra balbettando uno «scusa » appena accennato. Lei mi guardò con quel suo sguardo innocente e stupito, come se potesse ingannare qualcuno e disse piano: « Oh, non... non ero preparata, non pensavo... » Che ridicola messinscena. « Perdonami, ma scusa se non te l'ho ancora detto, ma sei tanto bella e il lago, il tramonto... I tuoi occhi, mi piaci così tanto... » « Oh... Anche tu mi piaci, veramente. Non mi è dispiaciuto. Oh, ma sembriamo due adolescenti. » « Perché, solo gli adolescenti possono essere sensibili e innocenti? » « O puri? » « Puri. Almeno nel cuore, possiamo essere puri tutta la vita. »

Lei parlava di purezza. Una donna, il suo parlare di innocenza mi faceva venire la nausea, era rivoltante in quel momento sentii di odiarla così tanto, così tanto. Per un momento il mio sguardo si oscurò, i miei pugni si chiusero, per un attimo non potei controllarmi. Ma ebbi fortuna, infatti lei era girata a guardare una nuvola, ignara. Tornammo a casa poco dopo e il bacio non ebbe repliche, la cosa sarebbe andata per le lunghe. La realizzazione dei miei piani avrebbe subito ritardi di settimane, forse di mesi. Così mi dovetti cercare un nuovo lavoro. Non mi conveniva tornare a lavorare di sera, in quanto mi avrebbe rallentato ulteriormente, così girai per i negozi e i grandi magazzini finché non trovai lavoro come commesso in un grosso negozio di scarpe poco fuori città. Lavoravo tutto il giorno per una paga che mi lasciava ben poco tolto il vitto e l'affitto, ma almeno non mi impegnava fino a tardi. Nel frattempo continuavo a uscire con lei e solo dopo una settimana potei baciarla di nuovo. Il suo comportamento mi disgustava forse più di coloro che si lasciano andare immediatamente. Credeva forse di essere migliore delle altre? Di essere superiore alle altre? Dietro al suo atteggiamento serioso si nascondeva la malizia e indubbiamente sadismo. Non c'è posto nelle donne per sentimenti umani come insicurezza, solitudine o disperazione, solo vizio e ipocrisia, la continua ricerca di piacere, certo non per soddisfare un'insicurezza, scuse da psicologi dilettanti, ma per poter avere tutto ciò che desiderano e cioè denaro, lusso, comodità, potere. Non vogliono altro, lo desiderano in continuazione, senza sosta e lei presto avrebbe scoperto le sue carte, forse senza chiedere, ma facendo capire che sarebbe rimasta con me solo se avessi soddisfatto i suoi desideri, desideri che avrebbero richiesto molto denaro. Ma questa è prostituzione, ovviamente. Io sapevo che il denaro era la via più breve per ottenere ciò che volevo, per mettere in atto ciò che ormai da un mese pianificavo. Durante le nostre passeggiate in centro non mancavano le vetrine dei gioiellieri e delle grandi marche di vestiario, ma per quanto tentasse di indirizzarla lei non s'interessava. Non smetteva mai di parlare con me e continuava a camminare. Provai a parlarle di viaggi esotici, ma se ne dimostrò disinteressata, si fermava solo per un gelato o davanti a qualche bancarella di libri usati. Amava la cucina casalinga ed essendo praticamente vegetariana non potevo utilizzare la leva dei ristoranti di lusso. Non riuscivo a trovare in lei alcuna debolezza che mi permettesse di comprarla in fretta. All'inizio credevo che non osasse sbilanciarsi, ma col passare da settimane mi sentivo sempre più disorientato.

 

Così passò molto tempo. Erano mesi ormai che uscivamo assieme in quella che dall'esterno poteva essere definita come una perfetta armonia. Lei sembrava veramente felice, eppure non le avevo fatto neanche un regalo, non una cena offerta o un solo gioiello. Ci vedevamo molto spesso e sembrava esistessi solo io per lei. Non si era mai avvicinata a me con intenzioni puramente lussuriose, si manifestava come affettuosa, quasi passionale in certi momenti e non sembrava risentire della mia, per me incredibile, mancanza di iniziative in tal senso. Mi chiese solamente se avessimo voluto considerarci come una coppia, ma quasi scherzando, anche se vedevo nei i suoi occhi innocenti come la mia risposta assumesse una genuina importanza. In me vi era solamente confusione, ma i miei istinti più brutali erano rimasti vivi e forti e sapevo che se lei avesse dimostrato il suo lato più ferale tutto sarebbe diventato improvvisamente chiaro. Ma il nostro apporto continuava quasi come in un sogno, come in una lunga, interminabile passeggiata in una giornata illuminata da un sole caldo e intenso. Mi sentivo sempre più rilassato, i miei pensieri si facevano più rari e meno opprimenti. Solo quando tornavo nella mia abitazione sentivo il bisogno di scrivere, come se i miei pensieri, che parevano affievolirsi, si scatenassero improvvisamente costringendomi a riempire pagine e pagine dei miei quaderni "segreti". Non di rado venivo preso da forti emicranie dopo aver scritto per ore, ma fino ad allora non ci eravamo ancora avvicinati completamente, non ne avevamo mai neanche parlato, io non ci avevo nemmeno pensato. Per me era sempre stato quello il momento scatenante, in cui i miei piani prendevano forma ed era successo così tante volte che non avrei saputo elencarle senza i miei appunti e ogni volta, dopo aver finito, tutto appariva così puro, così candido. Come se finalmente la donna sporca e viziosa che mi aveva desiderato fosse tornata ad una purezza d'infanzia, erano dei veri capolavori. I loro occhi, oh, il loro occhi erano così dolci, veramente dolci, semplicemente, senza secondi fini. Come i suoi occhi, così trasparenti, a volte persi nella ricerca di un orizzonte infinitamente lontano, a volte così presenti, ma liberi e sorridenti. Era come se per una volta fossi io nel bisogno, nel bisogno di bagnarmi in quella fonte che sembrava così splendidamente incontaminata. Un giorno mi disse che le sembrava di svegliarsi da un lungo sonno, al mio fianco, solo per accorgersi che stava vivendo il sogno appena terminato. Così le risposi che invece per me era come sognare, finalmente, dopo troppe ore di veglia. Lo dissi spontaneamente, ma queste parole mi rimasero in mente e mi diedero molto a cui pensare. Succedeva ogni tanto che, accarezzandole il collo, mi accadesse di stringerlo forte, aveva un collo così esile e morbido, così fragile. L'emozione stessa di averlo fra le mie dita, stretto nella mia mano, mi faceva agire senza pensare. E così io stringevo. Ma lei non diceva nulla, mi toccava la mano e io la lasciavo, quindi mi scusavo scherzando un poco, sperando non si accorgesse che le mie azioni anticipavano il pensiero. Evitavo così il suo sguardo, i suoi occhi che sembrava trapassarmi penetrandomi fino alla parte più nascosta della mente. Sembrava in quegli attimi capace di leggermi il pensiero e non avrei certo voluto che una smorfia di paura mi compromettesse. Solo una volta incontrai quello sguardo penetrante, formatosi in un attimo e scomparso subito dopo. E quella notte feci di nuovo quel sogno. C'erano i suoi occhi che mi guardavano terrorizzati e la cosa non mi dava piacere, anzi mi faceva piangere di sincera disperazione. Poi di nuovo in auto sotto la pioggia fitta. La strada, la scogliera a picco sul mare, l'angelo. Nel momento della scomparsa della figura luminosa mi svegliai e per diverso tempo non potei riaddormentarmi. Nonostante quegli episodi tra di noi andava bene. Il mio continuo tormentarmi non traspariva e lei sembrava spensieratamente felice, si stava aprendo con me come un fiore all'avvicinarsi della primavera. Era ogni giorno più sorridente, più spensierata, sembrava che quei pensieri tristi che la rendevano così tanto riservata si stessero dissolvendo, come le nuvole nere dopo una notte di pioggia. E io ne rimanevo ammaliato, catturato dalla purezza del suo sorriso, dalla totale mancanza di malizia dei suoi gesti o delle sue parole. Era così naturalmente controllata, come se certi aspetti della vita non la toccassero neppure. Si dimostrava in tutta la sua semplicità e modestia, circondata da un'aurea di grazia e dolcezza. Ormai quasi non prendevo più in mano i miei quaderni, almeno non dall'ultima volta che ebbi quel sogno. Ogni giorno mi sentivo sempre meno spaesato, ogni giorno sempre di più percepivo il bisogno di darle quella fiducia che per me aveva ormai perso ogni significato. Il tempo, prima così pesante, era diventato leggero come l'aria.

 

Passarono tre anni, leggeri come il battito d'ali di una farfalla. Molte cose cambiarono e molte altre rimasero immutate; il nostro legame si faceva sempre più stretto, sempre più naturale, forse sempre più normale. Ma ciò non riusciva a soddisfarmi completamente, non riuscivo a smettere di pensare e di sentirmi saltuariamente confuso e poi infuriato, così dovevo scrivere con mano crudele sui miei quaderni, per prevenire le forti emicranie che in quei casi non mi lasciavano facilmente. Esse un tempo erano per me fonte di ispirazione, accudite e accresciute per restituire al mondo tutto quel dolore che avevo sopportato, ora erano un fastidio e nulla di più. Decidemmo quindi di iniziare una convivenza. Preparai la valigia che utilizzavo per i miei frequenti viaggi, ma dopo più di tre anni di permanenza nella stessa città mi ritrovai nella necessità di preparare un buon numero di scatoloni, mettendoci tanto indumenti quanto libri, suppellettili e ovviamente i miei quaderni, all'interno di un grosso volume. Non so perché li sistemai negli scatoloni invece che in qualche grossa tasca della valigia. Forse erano ormai diventati per me come una parte dell'arredamento, forse sentivo inconsciamente il desiderio di liberarmi di quella mole così densa di confessioni e tragici pensieri. Forse con lei mi sentivo così al sicuro da dimenticarmi di una precauzione tanto banale. Fatto sta che, giunto il giorno del trasloco, presa tutta la mia roba, la trasportammo nella nuova modesta abitazione. Avevamo una camera per noi, una più piccola per gli ospiti, un bagno e da cucina abitabile, non era particolarmente grande, ma era nostra e ci andava bene così. Con molta calma, già montati i mobili, iniziammo a riempirli un poco alla volta. Prima gli armadi, uno a testa, poi sistemammo il bagno e la cucina. Avevamo una piccola libreria appoggiata su una parete della cucina, che riempimmo per ultima, diversi giorni dopo il trasloco. Ciò che accadde in quel momento fu una terribile sorpresa tanto per lei quanto per me. Preso lo scatolone dove avevo messo i miei pochi libri, lo iniziò a svuotare, un poco alla volta, ponendoli in ordine sugli scaffali della libreria. Dai miei pochi classici fino all'atlante, fatto che sul momento non mi allarmò. Purtroppo improvvisamente le scivolò di mano proprio quel grosso volume che, cadendo, si aprì sparpagliando a terra un bel mucchio di fogli. Attirato dal tonfo mi girai e, con orrore, li riconobbi subito: erano i miei diari, i diari che ormai da tre anni non aggiornavo più, i diari che contenevano tutti i miei pensieri e i ricordi dei miei tremendi delitti. Non feci in tempo a raccogliere tutti i fogli che lei, istintivamente, presone uno, lo iniziò a leggere. Ero paralizzato dal terrore, dalla folle paura che avrei perso tutto, di nuovo, che avrei dovuto ricominciare da capo. Ogni mia speranza svaniva mentre vedevo il suo volto trasformarsi, da un'espressione di sorpresa, al dubbio, per arrivare infine all'orrore. Non sentivo più il battito del cuore, sembrava che improvvisamente ogni rumore si fosse spento, che ogni corrente d'aria si fosse attenuata fino a scomparire del tutto. Mi guardò con un'espressione mista di terrore e angoscia. Passarono istanti interminabili prima che mi dicesse: « E questi... cosa sono? » « Io... » -non avevo più la forza di parlare. Ormai lei sapeva, sapeva chi ero e di certo non le sarebbe importato che le dicessi che proprio lei mi aveva cambiato, che mi aveva calmato e forse salvato. Non potevo dire nulla perché non vi era alcun malinteso. Ero stato io e sapevo perfettamente quanto erano gravi i delitti di cui mi ero macchiato.« È tutto vero? Perché se è uno scherzo... un racconto... devi dirlo! Dammi quegli altri fogli! » Così dicendomi mi strappò di mano i pochi fogli che ero riuscito a toglierle e iniziò precipitosamente a scorrerli per poi gettarli furiosamente dove capitava. « Tutti quegli omicidi senza un colpevole, senza movente, che si sono interrotti... tre anni fa... i nomi, i luoghi, le date, combacia, non è possibile... O forse sei solo... una specie di fan! Parla, cosa significa tutto questo? » Non riusciva più a pensare e così le dissi, istintivamente: « Mi dispiace... non avrei mai voluto...che tutto ciò accadesse, mi dispiace. » « Ti ... dispiace? Cioè tu... tu sei il serial killer... Sei tu che le uccidevi e le straziavi in quel modo... da macellaio... Oh mio Dio, sei tu... Perché sei stato tu?... Chi sei... Chi diavolo se? Sei un mostro!» Non riuscivo più a pensare. La mia mente bloccata su un unico pensiero: che tutto era perduto, per sempre. Ero come stordito. Eppure sarebbe stato così facile per me allungare la mano e stringere il suo esile collo, non avrebbe emesso neanche un suono e in poco tempo ogni mio problema si sarebbe risolto. Io, uomo senza passato, lei, donna in cui io ero l'unico presente, avrei avuto tutto il tempo di scomparire, di nuovo. Eppure non mi venne neanche in mente, come se fossi veramente disperato, come se la mia natura più vera ed intima si fosse spenta del tutto. La mia mente era bloccata, avevo perso persino il contatto con la realtà, col momento in cui stavo vivendo. Improvvisamente era tutto offuscato e confuso, le sue parole si perdevano nell'aria, le sue azione erano per me indecifrabili. So soltanto che pianse, continuando a leggere le centinaia di pagine dei quaderni che avevo sventatamente conservato. Percepivo appena la sua disperazione. Io rimasi fermo, fissando le mie mani e a poco a poco cominciai a ricordare. Ricordai la mia ferocia e dal sangue tornò il ricordo del sentimento originario. Il disprezzo e l'odio che mi avevano reso così forte. Alzai gli occhi, il mio cuore batteva regolare, le mani erano salde, lo sguardo nero, duro, forte. Proprio in quell'attimo ella si girò e mi guardò. La disperazione si tramutò in terrore, forse solo in quel momento prese coscienza di cosa volessero dire tutte quelle pagine, tutte quelle parole, mi alzai di scatto per afferrarla, ma mi sfuggì e iniziò a scappare verso la porta di casa. Lo sbattere della porta fu come il suono di una sveglia per la mia mente, mi risvegliai e capii finalmente che cos'era successo. Così tante sensazioni in così poco tempo, il peso di tali ricordi, la pace degli ultimi tre anni, quest'avvenimento improvviso mi avevano reso come privo di volontà, come se avessi vissuto in un sogno. Ero solo ora e l'unica donna che avevo risparmiato e con cui avevo iniziato una nuova vita, se n'era andata. Sentii una terribile angoscia, una sensazione che avevo percepito una sola volta, anni prima, anche se non avrei saputo dire quando o perché, anche se in quel momento non riuscivo a pensare che a lei. L'avevo terrorizzata a morte, l'avevo delusa, resa disperata, l'avevo ferita profondamente, anche se non lo avrei mai voluto e ciò era veramente terribile. Volevo raggiungerla, ad ogni costo, io dovevo raggiungerla.

 

Corsi fuori dall'appartamento e scesi in strada. Pioveva forte ed era buio, lei era scomparsa dalla vista, forse aveva preso la sua auto, ma no, perché era lì davanti a me. Forse era andata da qualche suo collega, ma abitavano tutti fuori città. Era disperata, sola, sotto la pioggia, non mi venne in mente nulla e così corsi verso la mia auto, l'unica possibilità era cercarla verso il mare, in discesa, l'unica possibilità che avevo era che istintivamente avesse preso la strada più facile da seguire. Così mi diressi verso la costa, sulla strada lungo la scogliera e proseguii sempre in discesa. La pioggia sembrava non smettere mai, c'erano vento e fulmini, vedevo appena e così dovetti procedere lentamente. Dopo poca strada un fulmine illuminò un breve promontorio roccioso, a picco sul mare. Lo notai appena, ma mi dovetti fermare: c'era qualcosa sulla punta del costone, una figura, bianca. A questo punto scesi dall'auto e un secondo fulmine illuminò di nuovo la scogliera. Fu in quel momento che vidi un angelo, bianco, sul bordo, che dispiegava le ali. Ricordai immediatamente che quando ella uscì di casa era vestita di bianco, un largo vestito bianco. Iniziai a correre verso di lei, annaspando nel fango, combattuto dal vento. Provai a chiamarla, ma il rumore del temporale mi ammutiva. Così corsi e, arrivato al promontorio, la chiamai ancora, ma un fulmine seguito da un tuono terribile mi zittirono facendomi assistere a una scena terribile, quell'angelo bianco davanti a me, quell'angelo senz'ali, scomparve. Mi gettai sullo strapiombo appena in tempo per vedere una macchia bianca scomparire nella schiuma del mare che si infrangeva su gli scogli. Mi sentii morire. Rimasto disteso per ore, martellato dalla pioggia, completamente sfinito, mi addormentai. Quando mi svegliai era tornato il sole. Mi alzai piano, dolorante a causa del freddo preso durante la notte. Mi tolsi di dosso il fango rimasto appiccicato ai vestiti e mi guardai attorno. Ero solo. Sbadigliai, piegando indietro la schiena, ancora un po' rigida. Poi mi girai verso l'auto e me ne andai senza voltarmi. Quello spiacevole incidente mi aveva fatto perdere tre anni e tutto ciò non era stato che un mio disdicevole errore. Come avevo solo potuto immaginare che fosse diversa dalle altre. Debole, schiava delle emozioni, sostanzialmente inferiore. Cosa potevo aspettarmi. Per fortuna non pioveva più, era una bella giornata.

 

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Freddo

Respirava piano, cercando di apparire rilassato e appena pensieroso, ma
 dentro il suo petto il cuore batteva furiosamente e la sua mente era un
 turbinio incessante di pensieri sovrapposti, monchi, ma tutti forti, come
 urlati. Aveva appena scorto la donna che aveva amato per tanti anni. Non
 avrebbe mai potuto incrociare di nuovo i suoi occhi né vedere le sue labbra
 muoversi né sentire la sua voce chiamarlo. Nonostante i mesi, gli anni
 trascorsi dall'ultima volta che l'aveva vista non pensava che a lei. Sapeva
 che nel rivederla avrebbe fatto qualche pazzia e sapeva che lei lo avrebbe
 ferito, di nuovo. Ma ora era troppo debole per poter sopportare anche solo
 un altro colpo. Da quando era rimasto solo il peso della sua solitudine e la
 disperazione nell'essere stato rifiutato dalla persona che aveva tanto amato
 lo aveva portato più volte sull'orlo dell'autodistruzione. Aveva odiato,
 aveva sofferto ogni dolore, anche nei propri confronti non aveva mai cessato
 di migliorarsi, tentando di perdonarla per averlo dimenticato, tentando di
 superare la sofferenza che la sua sola esistenza gli procurava. Tentando di
 scomparire. Ma il legame che aveva con lei era troppo forte, la sua stessa
 vita aveva perso da tempo il suo significato.
 Mentre tornava a casa, nella sua piccola casa vuota, respirava a fatica e si
 muoveva lentamente, sopraffatto dalle emozioni. Entrato nell'appartamento si
 lasciò cadere sul letto, esausto. Non erano che le 4 del pomeriggio. Ed egli
 dormì un sonno breve, agitato e pieni d'incubi.
 Si svegliò 5 ore dopo e poté finalmente riprendere fiato. Il suo sonno
 agitato lo aveva reso madido di sudore e gli incubi avevano teso i suoi
 muscoli. Così entrò nel bagno, da poco ristrutturato, ed iniziò a riempire
 la sua nuova vasca da bagno. Ascoltava i rumori della sua casa e sentiva
 solo il fluire dell'acqua dal rubinetto. La casa era vuota ed egli era solo.
 Eppure tutto ciò che avrebbe voluto era una voce di donna o il rumore dei
 suo passi o anche solo il suo respiro, mai aveva pensato durante tutta la
 sua vita che quel suo desiderio sarebbe stato tanto difficile da realizzare.
 L'amore che da lungo tempo cercava non era altro che il realizzarsi del
 destino. Perché non c'è parola o azione tanto nobile o sentita che possa far
 nascere tale sentimento, esso nasce spontaneamente e non lascia spazio alle
 buone intenzioni. E il destino e un dio, vero o immaginario che fosse, non
 avevano avuto pietà di lui. Non gli era rimasto che dolore e disillusione. E
 il peso dei giorni che continuavano a passare.
 Chiuse il rubinetto e si chinò per sentire il calore dell'acqua, era
 tiepida. Accese l'hi-fi per ascoltare di nuovo l'album che ormai raramente
 lasciava il lettore. La musica più triste che avesse mai ascoltato per il
 giorno più triste che fosse mai stato costretto a vivere. I suoi pensieri lo
 tormentavano, senza sosta, dal momento della veglia fino alla notte, quel
 turbinio incessante in certi casi lo confondeva, altre volte gli portava
 tristezza, il più delle volte rancore.
 Aveva freddo, nonostante l'estate fosse ormai alle porte , il calore del
 mondo esterno non poteva penetrare il duro carapace di disperazione che lo
 avvolgeva completamente, succhiando inevitabilmente il calore delle sua
 stessa vita. Per ogni secondo che passava egli si avvolgeva sempre più in
 tale gelido sudario, la sua percezione del mondo si annebbiava, la musica
 che stava ascoltando cominciava a prendere forma, compenetrando la realtà,
 emergendo dai movimenti dell'aria e delle ombre. Il freddo  lo faceva
 tremare, così si avvicinò alla vasca, ormai piena, e chiuse il rubinetto. La
 testa, la sua stessa mente gli doleva, le pareti della sua casa sembravano
 così lontane, cadde e dovette appoggiarsi al pavimento, convincendosi che
 fosse abbastanza solido da sostenerlo. Sapeva cosa doveva fare, ma era
 confuso e disorientato da ombre , suoni e tempo di cui ormai aveva perso
 ogni riferimento. Quasi non si accorse di essere entrato nella cucina e di
 aver preso un coltello da carne. Trascinandosi pesantemente, schiacciato dal
 peso delle sue emozioni, raggiunse il bagno e si immerse nella vasca ancora
 vestito. L'acqua, bollente, gli apparve fredda e tagliente come ghiaccio,
 tremava ormai senza controllo, sentiva il bisogno di liberarsi da un tale
 orribile incubo, gli dolevano le braccia, percepiva il bruciante scorrere
 del sangue nelle sue vene, come essere graffiato ed ustionato dall'interno,
 doveva liberarsene, senza esitazione, solo così, forse, tutto quel dolore
 sarebbe cessato. Si recise le vene del polso con due tagli profondi. Non
 sentì alcun dolore, ma provò un gran sollievo.
 In quel momento una luce penetrò nella sua mente, acquietando il furibondo
 caos dei suoi pensieri, dandogli una forte sensazione di calma. Non tremava
 più e riusciva a percepire ora il tepore dell'acqua in cui era immerso.
 Piangeva senza singhiozzare, la luce era scomparsa ed al suo posto tornavano
 ricordi lontani di volti sorridenti. Era una donna e una sola. Ormai privo
 di forze era completamente rilassato all'interno della sua nuova vasca, le
 lacrime si stavano asciugando e quel volto non sorrideva più.
 Il buio della morte aveva ormai chiuso i suoi occhi e, poco prima della
 fine, respirò e nel suo respiro quel volto ebbe un nome, ma nessuno poté
 sentire, egli era solo.


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