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Vampire

 

The game

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The game


        PROLOGO



"For good or ill,let the wheel turn.
The wheel has been still,and no good.
For ill or good,let the wheel turn.
For who knows the end of good or evil?
Until the grinders cease
and the door shall be shut in the street,
and all the daughters of music shall be brought low".


                                  T.S. Elliot
                                  ("murder in the cathedral").






La testa gli doleva come se gli avessero conficcato degli aghi roventi nei
punti nevralgici delle suture ossee.
Si alzò a sedere e l'operazione, in sé semplice, parve costargli una fatica
immensa.
Non rammentava di essersi mai sentito tanto stanco in tutta la sua vita; non
rammentava ,a dire il vero, di aver mai provato una sensazione di tale
disagio. Non poter contare sulla sua solita efficienza fisica era
un'esperienza che avrebbe gradito non sperimentare.
Poggiò i piedi sul pavimento e fu costretto a reggersi al bordo del comodino
per impedirsi di rovinare sul pavimento.
Si voltò verso il lato opposto del grande letto matrimoniale sfatto.
Martha giaceva immobile, a pancia sotto ,con i capelli arruffati che
ricoprivano per intero il cuscino sul quale era adagiata.
Buffe creature le donne, pensò ,si accontentano di credere a tante
sciocchezze pur di aggrapparsi all'idea stessa dell'amore.
Tra poco sarebbe sorto il sole, doveva svegliarla e mandarla via con una
scusa; alle dieci e mezzo cominciavano le riprese ed aveva ancora molte cose
da preparare, una sbornia da smaltire, un aspetto gradevole da
riconquistare.
Si trascinò in bagno e quando accese la luce la violenza del neon gli fece
lacrimare gli occhi.
"Cristo", imprecò.
Aprì il rubinetto della doccia e si infilò sotto il getto d'acqua fredda
senza insaponarsi, rimase immobile finché i lunghi capelli neri non si
appesantirono impedendogli di muoversi. Jason, il suo fac totum, insisteva
che era proprio giunta l'ora di tagliarli, che era in fine arrivato il
momento giusto per un cambio radicale d'immagine.
Forse aveva ragione.
Forse era davvero il caso di dare un taglio radicale a molte cose.
Uscì gocciolante dalla doccia e prese un asciugamano dal bastone d'ottone
vicino al lavandino, attorcigliandoselo in vita.
"Buon giorno", sussurrò alla sua immagine riflessa nello specchio illuminato
.
Gli scavi neri sotto le palpebre inferiori erano testimonianza della notte
brava appena trascorsa, un po' di correttore e qualche riflettore puntato
nel verso giusto avrebbero posto riparo all'inconveniente.
Tornò in camera da letto. Martha non aveva neppure cambiato posizione, anche
lei portava sulla pelle i segni della notte.
Sorrise.
S'incamminò verso la cucina e vide una pozza traslucida che lambiva appena
lo stipite della porta, doveva aver versato qualcosa la notte precedente,
forse del JD. Avvicinandosi notò che la macchia era di dimensioni
ragguardevoli e di consistenza appiccicosa.
Si chinò dolorante ed intorpidito e sfiorò la superficie con la punta delle
dita .
Rosso.
Gelatinoso.
Animato da un pungente odore di ferro.
Sangue.
Accese la luce della cucina e si trovò dinanzi ad uno spettacolo che
difficilmente sarebbe stato in grado di dimenticare: schizzi di plasma
ricoprivano quasi interamente le pareti bianche, impronte di piedi scalzi
avevano tracciato sul pavimento lunghi solchi; qualcuno era stato
trascinato, qualcuno era stato ferito, qualcuno doveva essere morto là
dentro.
Quando?
Sul tavolo era abbandonato un grosso coltello per affettare il pane e lui
non poté fare a meno di avvicinarsi e prenderlo in mano. Sulla lama erano
rimasti piccoli brandelli rosa, grumi rossi, alcuni capelli biondi.
Restò immobile con l'arma stretta nella mano, gli occhi sbarrati ed un
singolare senso d'euforia.
Avanzò verso il lavabo, rammentava di aver usato il tritarifiuti poco prima
di andare a letto...
Guardò nel bacinetto di acciaio e quello che vi trovò non lo sorprese più di
tanto: un dito ammiccava lascivo dal foro dello scarico, un dito la cui
falange terminava con un'unghia laccata di rosso e fresca di manicure.
Il coltello gli cadde di mano.
Cosa era successo?
Possibile che...
Era confuso, stanco, forse era meglio lasciare tutto così com'era ed andare
sul set. Quando fosse rincasato l'indomani avrebbe sicuramente trovato una
spiegazione logica a ciò che stava vedendo.
Certo una spiegazione, una spiegazione esiste sempre, si ripeteva.
E se non gliene fosse venuta in mente nessuna, allora avrebbe chiamato
Jason: lui avrebbe saputo senz'altro cosa fare.
Martha.
Dovette sedersi sul divano del soggiorno.
Come avrebbe fatto ad occultare tutto in modo che non si accorgesse di
nulla?
Bel problema.
Non era necessario che la facesse entrare in cucina: si sarebbe messa ad
urlare ed era l'ultima cosa di cui aveva bisogno, attirare l'attenzione di
quei bacchettoni dei vicini che non avevano mai accettato la sua presenza in
quel rispettabile condominio .
L'avrebbe elegantemente messa alla porta, senza troppe spiegazioni e senza
ulteriori coinvolgimenti, poi avrebbe ripulito sommariamente la cucina ed
avrebbe lasciato le chiavi dell'appartamento a Miss Wingle, che da brava
colf professionista avrebbe riassettato il resto senza fare domande, anche
perché non avrebbe proprio saputo cosa risponderle.
Entrò in camera da letto con passo pesante:
"Martha" chiamò con voce sostenuta, i capelli ancora bagnati stavano
gocciolando sul lenzuolo sotto di lui.
"Svegliati, devi andare, su...".
Con un rapido gesto scostò il copriletto ed urlò.
Tutto ciò che restava della comparsa di nome Martha Right era una graziosa
testolina riccia reclinata su un cuscino ed una lunga gamba abbronzata con
le dita dei piedi laccate di arancione.
(Che pessimo gusto) pensò mentre l'urlo si spazzava in una fragorosa risata.
Si lasciò cadere sulla sponda del letto, il volto sprofondato fra le mani,
uno stordimento che si avvicinava quasi ad un'estasi mistica e la profonda
consapevolezza che il mondo aveva smesso di girare nella solita direzione.
Lo squillo del telefono gli strappò un grido che trattenne a stento contro
il dorso della mano, si voltò istintivamente nella direzione della donna, o
meglio di ciò che ne restava. Per un assurdo interminabile attimo credette
che quel rumore l'avrebbe fatta sussultare, ma osservando i resti mortali
della ragazza non poté fare a meno di sorridere di quel timore...Strano, non
riusciva a far altro dall'inizio di quella psichedelica avventura.
Rispose.
"Pronto?" la voce era calma, incrinata da un'appena percettibile vena di
isteria.
"David Johansen?".
"Sì".
"Come va bastardo?".
La voce dall'altro capo del filo era maschile e del tutto aliena ad ogni suo
ricordo, ma non fu difficile intuire che il proprietario di quella voce
anonima conoscesse, Dio solo sapeva come, quello che era appena accaduto.
All'improvviso David si sentì sollevato: finalmente lo avrebbe saputo anche
lui.
"Ho visto giorni migliori, e suppongo che lo sappia anche tu".
Dall'altro capo del filo risuonò una risata sottile ed acuta, quasi
femminea.
"Giusto, bastardo. Lo so benissimo".
Silenzio.
"Scommetto che nessuna aveva mai perso la testa così per te...".
Altre risa.
David inarcò le sopracciglia ed imprecò fra i denti.
"Come sei entrato in casa mia?".
"E chi ti dice che lo abbia fatto?".
"C'è un festino a base di sangue nella mia cucina, una testa mozzata nel mio
letto...".
"E un dito nel tuo tritarifiuti".
"Già, l'ho notato." Calmo, si ripeteva mentalmente, stai calmo, non farlo
innervosire, tenta di venire a capo di tutta questa faccenda, potrebbe non
esserci un secondo ciak per questa scena.
"Cosa vuoi da me?".
"Credevo che fosse palese, bastardo, voglio cancellarti dalla faccia della
terra".
(Cristo).
"Perché?".
"Perché sei un miserevole guitto, un attore da quattro soldi che interpreta
eroi neri solo perché ha la stazza per farlo. Sei finto come un biglietto da
tre dollari e prima o poi se ne accorgeranno anche quei pazzi che vanno a
vedere i tuoi film al cinema. Il mostro, il serial killer perfetto...fammi
vedere come sei bravo a salvarti il culo adesso".
Era scioccato.
Per diversi minuti non riuscì a far altro che guardarsi intorno alla
disperata ricerca di un appiglio, di una risposta sagace ed intelligente che
avrebbe messo lo psicotico dall'altro capo del filo in scacco,
costringendolo a raccontargli come erano andati i fatti, ma tutto ciò che fu
capace di emettere fu un misero singulto che fortunatamente risultò muto.
"Sei ancora lì?...Dico a te, bamboccio, sei ancora lì?".
L'urlo perentorio dello sconosciuto lo fece ripiombare a terra con la
violenza di un sacco di sabbia.
"Sì, ci sono. Hai tutta la mia attenzione".
"Bravo".
"Perché l'hai uccisa?." Pausa:  "L'hai uccisa tu, vero?".
 "Certo che l'ho fatto io, tu non saresti in grado neppure di firmare gli
autografi se non avessi sempre qualcuno pronto a sorreggerti".
"Si può sapere cosa cazzo vuoi da me?".
La comunicazione venne interrotta improvvisamente e si ritrovò a fissare
attonito il ricevitore divenuto sinistramente silenzioso.
Il panico finalmente fece il suo dovere e lo ridusse in  schiavitù. Si
immaginò piccolo e bianco come una di quelle cavie da laboratorio che
corrono all'infinito dentro un cerchio di plexiglas, mentre qualche
scienziato occhialuto osserva la scena con un cronometro in mano calcolando
quanto impiega il cuore di quell'esserino peloso ad esplodere se sottoposto
ad eccessivo sforzo. Il suo quanto avrebbe impiegato a giungere al
traguardo? Improvvisamente fu assalito da un'incontrollabile voglia di bere.
Frugò fra le bottiglie che teneva sparse all'interno dell'elegante mobile
bar che gli aveva regalato il suo agente quattro anni prima, ne estrasse una
a caso e tirò giù una possente e bruciante sorsata di vodka.
Non servì a far sparire il dito dal tritarifiuti, né tanto meno a cancellare
le tracce di sangue che avevano ridipinto metà della casa.
Il telefono trillò di nuovo.
Corse.
Inciampò sul bordo di legno del letto, il dolore lo trafisse improvviso e
crudele, strappandogli un paio di lacrime dagli occhi arrossati ed un
brandello di pelle dallo stinco destro.
"Pronto?", trafelato.
"Spero tu sia maggiormente propenso al dialogo ora".
"Sì, lo sono"
"Ci avrei scommesso. Ho tre  cose da dirti bamboccio, apri bene le orecchie
perché non ho alcuna intenzione di ripetermi".
"Ti ascolto".
"Primo, le domande le faccio solo io, e se mi va fornisco anche le relative
risposte. Non voglio essere interrotto dalle tue insensate suppliche o da
qualunque fetida esalazione effluvi dalle tue labbra".
Si astenne dal replicare.
"Secondo: il resto della ragazza non è affatto andato distrutto, è in casa
tua nascosto e, a dire il vero, neanche troppo bene. Sai, ieri sera avevo una
certa di premura di...abbandonare il luogo del delitto", altre risate, David
cominciava a temere che avrebbe udito l'eco di quei versi  ogni attimo della
sua vita, sempre ammesso che ne avesse ancora una da vivere.
"Terzo: hai esattamente due ore di tempo a partire da ora per rimettere
insieme il puzzle e disfarti del cadavere che sarai riuscito a ricomporre.
Allo scadere del centoventesimo minuto ti avvertirò con uno squillo, sarà il
segnale che ho chiamato la polizia per avvertirla di rumori che provengono
dall'abitazione del famoso attore di cult horror movie David Johansen. Con
tutti i precedenti per rissa ed ubriachezza molesta che hai sulle spalle non
tarderanno a precipitarsi da te e se non sarai riuscito a sbarazzarti della
salma....bhe...temo che la tua carriera di divo subirà un tragico arresto.
Ti saluto buffone".
"Aspetta" quasi gridò.
Silenzio, solo il ronzio della linea , temette che l'uomo avesse nuovamente
interrotto la conversazione.
"Ti ascolto ma fa in fretta".
"Dimmi solo cosa esattamente devo trovare, ti prego, questo me lo devi, non
potrei mai riuscirci altrimenti".
Pausa, stava riflettendo sul da farsi.
"Va bene, questo posso accordartelo...dunque...in tutto ci sono cinque
tronconi che devono essere ritrovati più , ovviamente, le interiora; la
ragazza aveva un intestino quanto mai in disordine, alimentazione sregolata,
sarebbe diventata obesa in pochi anni se avesse continuato a mangiare così,
meglio aver evitato che accadesse. Hai due ore, bamboccio, buona caccia, il
gioco comincia ora".
Il sibilo metallico della linea interrotta si unì con il crepitio elettrico
del corto circuito dei suoi neuroni.
Riagganciò.
Si voltò un'ultima volta in direzione della testa mozzata e non trovò
consolazione nell'espressione assonnata dipinta su quel volto, per la prima
voltò notò che anche i capelli biondi sparsi in ricci scomposti sul cuscino
erano venati in più punti da screziati toni di arancio che si dipartivano in
fili sottili come seta di ragno dal collo reciso, la pelle aveva subito
diverse lacerazioni ed i brandelli tumefatti e quasi anneriti dal sangue che
si era rappreso nei capillari cutanei, protrudevano dall'attaccatura come
sottili tentacoli.
Si sorprese dell'innumerevole mole di particolari per lo più inutili che la
mente è in grado di captare quando è sollecitata e fortemente sovraeccitata.
Dubitava che alcuno dei pensieri che lo stavano distraendo in quel frangente
gli sarebbe risultato di una qualunque utilità, il tempo correva via
inesorabile...tic...toc...tic...toc...
Balzò in piedi e si precipitò in cucina, certamente la mattanza doveva aver
avuto luogo lì, rimaneva solo da accertare come l'estraneo si fosse
introdotto in casa e sua e per quale gioco del destino lui non si fosse
accorto assolutamente di nulla. Probabilmente l'uomo lo aveva drogato, ma
perché?
Ora non aveva alcuna importanza, ci sarebbe stato modo e luogo di appurare
la meccanica dell'accaduto, adesso doveva solo riuscire ad uscire integro ed
innocente da quella paranoica versione de "Ai confini della realtà".
Sorrise, una parte di lui non aveva nessuna remora nell'ammettere che non si
divertiva così da anni.
Cinque  parti anatomiche.
Una gamba.
Due braccia, di cui una priva della rispettiva mano.
Il tronco....
Ne mancava uno.
Ma...
Era meglio iniziare la caccia.
Cominciò a canticchiare un vecchio pezzo dei Rolling Stones, non li amava
particolarmente ma quel ritornello gli affiorò alle labbra arse in maniera
autonoma, scevro da ogni controllo.
"...if you start me  up...".
Ispezionò la cucina millimetro per millimetro ripetendo a bassa voce sempre
il medesimo ritornello.
Nulla, a parte i cinque litri di sangue versati in ogni dove.
Il frigo.
Era immacolato.
Lo spalancò e...bingo...prego passi a ritirare il premio alla cassa .
Preferisce un orso di pezza o un  papero di gomma?
"Mi accontento anche di questo, grandissimo figlio di..".
Trasse il braccio mutilato della rispettiva mano senza batter ciglio, era
stato gettato in fretta sopra un paio di contenitori termici per gli avanzi
che a quanto rammentava dovevano essere colmi di lasagne precotte.
Osservò la sottile traccia traslucida di brina che si era formata lungo la
pelle abbronzata, l'intero avambraccio era costellato di piccole ecchimosi a
forma di stella, sicuramente traumi inflitti alla parte dopo che era stata
asportata.
Tornò in camera da letto e lo gettò accanto alla testa che rotolò
sinistramente in direzione della parte di sè che era stata così
irrispettosamente lanciata.
"Non temere, tesoro "mormorò "fra poco ti porterò anche il resto".
Entrò in salotto.
Sembrava tutto perfettamente in ordine, la tv era in stand by, lo stereo
spento, il tavolino ingombro delle solite cartacce ....
Si avvicinò al piccolo tavolo a bacheca, si accucciò  fino a sfiorare la
superficie liscia e fredda del cristallo con la guancia ispida della barba
di due giorni.
C'era qualcosa che attirava la sua attenzione, o meglio i suoi sensi acuiti
dalla tensione avevano captato qualcosa che i suoi occhi faticavano a
scorgere.
Restò così per un tempo che parve infinito...tic...toc.
"Andiamo....concentrati".
Riflesso sul poco spazio sgombro del tavolo d'appoggio riusciva ad
intravedere una forma arcana, quasi un archetipo che somigliava a...
Si alzò e salì sulla spalliera del divano rischiando di rovinare
precipitosamente sul pavimento di marmo nero.
Adagiata sul lampadario con lasciva voluttà faceva bella mostra di sé
l'altra gamba di Martha, con il medesimo smalto arancione ad imbrattarle le
dita del piede.
Non fu facile disincastrare l'arto irrigidito dal rigor mortis dal braccio
d'ottone del lampadario che oppose una ferrea resistenza costringendolo ad
afferrarlo con entrambe le mani strattonandolo ripetutamente fino a quando
non ebbe la meglio piombando sul suo fondoschiena, che produsse uno rumore
spiacevolmente simile a quello di cocci infranti quando urtò con violenza il
tavolino mandandolo in frantumi.
Si tirò su infarcendo lo sforzo fisico di una certa dose di inutili ed
artificiosi improperi. Fece ritorno in camera da letto e buttò la gamba
nelle immediate vicinanze degli altri resti.
"Se tutto procede bene, tesoro, fra poco ti porto a fare un giro in
macchina, vedrai ci divertiremo".
Scoprì che parlare con Martha era rilassante.
O.k., due pezzi anatomici erano stati ritrovati...ed ora?
Il tronco.
Era senza ombra di dubbio la parte più difficile da occultare; le dimensioni
non avrebbero consentito a "lui"( il pazzo era diventato semplicemente "lui"
nella sua testa, credeva che spersonalizzandolo sarebbe stato più semplice
non farsi prendere dal panico e continuare solamente a giocare) di lasciarlo
in giro con altrettanta semplicità.
Ripercorse interamente passo dopo passo l'area dell'appartamento: il bagno,
la camera da letto, il salotto, la cucina, la sala del telefono (come
amabilmente aveva ribattezzato il disimpegno che si trovava fra le prime due
stanze del corridoio, ribattezzato così per la banale ragione che
generalmente era tramite quel telefono che interloquiva con il suo agente.
Scaramanzie da divo).
La stanza degli ospiti era ancora chiusa a chiave e quando vi entrò fu colto
dall'odore pungente del lucido per i mobili che la sua domestica tutto fare
non lesinava nella vana speranza che prima o poi quella stanza venisse
occupata, David negli ultimi tempi era diventato l'equivalente di un
'eremita misogino e misantropo sulla cui scala personale da uno a dieci il
suo interesse per il genere umano si arrestava attorno alla posizione uno,
di qualche amico aveva pur bisogno.
Tornò al punto di partenza, seduto accanto al corpo in via di ricomposizione
che giaceva come una bambola di pezza scucita sul letto matrimoniale recante
impresse le tracce di differenti liquidi corporei che risultava difficile
distinguere.
Non aveva giardino e questo, almeno, restringeva le ipotesi.
Non aveva solaio, l'appartamento era sito al terzo piano di un'elegante
palazzina abitata per lo più da anziani liberi professionisti in meritata
pensione che avevano visto l'arrivo della star degli horror di serie b nel
loro delizioso e tranquillo condominio come una manciata di sabbia negli
occhi.
Ma  aveva una cantina. O meglio un box di media grandezza dove aveva
trasferito metà dei suoi effetti personali e scenici.
Corse verso il corridoio dove un enorme porta di legno scuro si spalancava
su un lungo andito alle cui pareti erano saldamente infissi due lunghi
bastoni d'ottone dai quali pendevano vestiti e soprabiti e cappotti, un
guardaroba degno di un gentleman inglese, attrezzato per ogni esigenza e
ricorrenza, l'ultima custodia in fondo a destra celava un costosissimo
completo di raso nero, sotto alla giacca avvitata era ben riposta e
perfettamente stirata una camicia di seta bianca con ampi polsini di pizzo,
l'abito con il quale sarebbe stato sepolto.
Cercò nella cassettiera che era posta a destra dell'entrata e nell'ultimo
cassetto trovò un mazzo di chiavi tenute insieme da un laccio di cuoio.
Erano all'incirca una quindicina ed appartenevano alle serrature di tutte le
porte d'ingresso delle case che aveva cambiato negli ultimi sedici anni,
bella media di fughe precipitose, rifletté divertito.
Pescò quella più lucida e pulita che recava impresso il numero 6 in rosso
scarlatto, uscì dall'appartamento stando ben attento a non suscitare
l'interesse dei vicini e sgattaiolò fino al semi interrato. Infilò la chiave
nella toppa con il cuore che aveva preso all'improvviso a battergli con
rinnovato vigore ed inaspettato tumulto, sentiva il pulsare ritmico del
sangue gonfiargli ad intermittenza la vena sulla tempia destra ed uno sciame
di farfalle impazzite pareva danzare una macumba africana alla sommità del
suo esofago. Era eccitato, come non gli capitava da tempo.
L'odore di muffa vecchia e di nuova polvere lo fece starnutire, trovò a
tentoni l'interruttore della luce  sulla sinistra della parete e qualcosa di
leggero ed agile gli sfiorò le dita della mano facendogliele ritrarre alla
svelta. Non era la prima volta che scendeva in quello scantinato e non era
la prima volta che la vista dei suoi costumi di scena e delle parrucche gli
provocava un'impercettibile ma persistente senso d'irritazione alla base del
collo. Passò accanto ad un paio di bauli accatastati, ingombri di vecchie
sceneggiature accettate e rifiutate, urtò un manichino sul quale erano
ammonticchiati almeno tre diversi mantelli da vampiro, ed in fine scorse ciò
che cercava.
Stavolta "lui" era stato non solo sadicamente macabro, ma drammaticamente
divertente: il tronco della povera Martha con indosso un delicato completo
intimo rosa, era comodamente assiso su una vecchia poltrona di pelle,
cimelio del primo film che Johansen aveva girato all'incirca vent'anni
prima, uno splatter che aveva per protagonista uno psicanalista cannibale,
una versione analoga, ma meglio interpretata, aveva valso ad uno scialbo
inglese di nome Anthony Hopkins la statuetta d'oro.
L'enorme foro irregolare che coincideva al tavolato degli addominali, faceva
vedere con chiarezza i muscoli della fascia renale e gli ultimi corpi
vertebrali del tratto dorsale. L'assassino doveva aver avuto veramente un
mucchio di tempo per poter compiere un'eviscerazione degna di un cuoco
cinese.
L'assenza del capo e degli arti rendevano la visione sensualmente oscena.
Bene.
Ora era necessario portarla di sopra.
Diede una fugace occhiata all'orologio: quasi le undici del mattino. Fra
poco più di un'ora la sua caccia al tesoro si sarebbe forzatamente conclusa
ed anche la sua vita, probabilmente.
Prese una cesta di vimini vuota che giaceva abbandonata in un angolo, vi
spinse dentro il tronco della ragazza e coprì il tutto con uno dei mantelli
che aveva urtato poco prima.
Uscì dal box chiudendosi la porta alle spalle. Si voltò con la cesta stretta
fra le braccia ed una voce lo fece sobbalzare:
"Facciamo pulizie mr.Johansen?".
Era la megera del piano di sopra, consorte di un vecchio medico in pensione
che per tutta la sua miserrima vita si era occupato di scaldare ed inserire
clisteri, forse per questo aveva finito con lo sposare una donna il cui
fondoschiena era difficilmente distinguibile dalla faccia.
"Già" replicò vago.
"Senta, forse non dovrei metterla in guardia, ma credo che alla prossima
riunione i condomini vogliano chiederle di abbandonare lo stabile,
sa...questo è un complesso residenziale in maggioranza abitato da
gente...comune...ecco. e quel continuo va e vieni di donne ...bhe...".
(Se sapessi come le donne perdono la testa per me vecchia bastarda
esiteresti dal pronunciarti oltre).
David prese a risalire agilmente le scale senza neppure replicare, e la
signora Moore, così si appellava, continuò a sbraitare le sue proteste con
il tono di voce che diveniva man a mano più stridulo e starnazzante.
Solo nell'appartamento vuoto si rese conto del tanfo che stava pervadendo
l'ambiente: la donna era morta, probabilmente, lottando ed il quantitativo
di adrenalina liberata mista alle catecolamine endogene aveva  esacerbato
l'odore della sua carne che ora iniziava a virare verso quel caratteristico
e pungente sentore  acido e dolciastro che chiunque abbia soggiornato anche
per un breve periodo in una sala settoria riesce difficilmente a rimuovere
dalla memoria delle sue terminazioni olfattive.
Vuotò il contenuto della cesta sul letto: l'immagine che si sarebbe parata
dinnanzi agli occhi di un qualunque mal capitato sarebbe apparsa troppo
irragionevole e distorta per sembrare solo vagamente reale, ma il tanfo, e
lo strano colore verde arancio che impregnava gli slip della ragazza dove
plasma e bile avevano creato uno cocktail inconsueto e difficilmente
ripetibile, conferivano alla  visione un che di soprannaturale.
I visceri.
Se "lui" fosse stato di origine egizia avrebbe iniziato a fracassare tutti i
vasi dell'appartamento, ma dubitava che la fortuna, dio o chi per loro lo
avrebbe assistito in un tale frangente.
Visceri.
Frattaglie.
Interiora.
Tic...toc...
Meno sessanta minuti all'ora x.
Mancavano all'appello 12 metri di intestino ed un braccio, poi restava da
rassettare la cucina e far sparire le tracce di sangue che praticamente si
annidavano in ogni angolo della casa.
Interiora.
Una volta durante le riprese di un noir di dubbio gusto, ma di grosso
ritorno economico, aveva dovuto soggiornare per circa una settimana in uno
squallido alberghetto sperso e dimenticato nella campagna inglese, non
rammentava neppure il nome del punto nero sulla carta geografica che avrebbe
in teoria dovuto essere una città e che al loro arrivo aveva svelato tutto
l'antico fascino di un cimitero abbandonato anche dagli spettri.
Nella prima sera di permanenza in quel tugurio la proprietaria, nonché unica
cuoca dello stabile, aveva preparato una sorta di spezzatino immerso in una
salsa piccante e speziata, la cosa peggiore che avesse mai avuto la
disgrazia di ingurgitare, quando aveva chiesto cosa fosse, si era sentito
replicare che si trattava di un'antica ricetta locale a base,
essenzialmente, di frattaglie di pecora. Imparò una lezione fondamentale
quella sera: non domandare mai troppo, si può sempre correre il rischio di
trovare la soluzione ai propri quesiti, l'ignoranza, a volte, è un gran
rifugio.
Ma cosa diavolo aveva a che fare quello stupido albergo con...
Accidenti.
Gesùdivino, Mazinga Z, Daitan 3 e tutti i signori dell'universo...
Si precipitò in cucina notando che la pozza di sangue che rivestiva più o
meno uniformemente il linoleum un tempo verde, aveva perso la fluidità
assumendo una consistenza gelatinosa ed appiccicaticcia.
Aprì il forno ed esultando trasse da esso una pirofila trasparente che non
rammentava neppure di possedere dove erano stati pazientemente arrotolati
gli intestini di Martha, per ovviare all'odore di fluidi e solidi organici
che senza ombra di dubbio si annidavano al suo interno "lui"  aveva
innaffiato la pietanza con abbondante aceto tanto che ora non si sarebbe
potuto discernere esattamente da un esame approssimativo se si trattasse o
meno di residui di natura umana.
Accese il forno, tolse la griglia forata di protezione e rovesciò il
contenuto della pentola sulle fiamme blu aranciate originate dalla
combustione del gas metano, chiuse prima che un refolo d'aria potesse
fiaccare lo sfavillio del fuoco.
Il braccio.
Meno quaranta minuti all'ora x.
Improvvisamente si rese conto che non ce l'avrebbe mai fatta, avvertiva una
spiacevole  sensazione di tensione al centro della testa ed un rumore sordo,
come una vibrazione lontana gli solleticava entrambi i timpani;
probabilmente stava per restare stroncato da un ictus.
Pazienza.
Sempre  meglio della galera.
Il completo per la sepoltura era pronto e ben riposto nel guardaroba, al
resto avrebbe pensato Jason...
Il guardaroba.
Entrò, gettò tutti gli abiti sul pavimento, vuotò le scatole che contenevano
scarpe e stivali, scaraventò giù dal soppalco i bauli e le valige, nulla.
Possibile che...prese il telo che copriva il suo ricercatissimo completo
funebre, quello che migliaia di fotografi avrebbero immortalato quando
sarebbe stato esposto, giovane e bellissimo suicida in uno splendido
sarcofago di cristallo.
Il rumore della cerniera lampo lo assordò, ma eccolo lì far capolino come un
singolare serpente marino dal collo slacciato della camicia di candida seta
ora macchiata di sangue rappreso.
La mano ammiccava con un esplicito gesto di sfida che "lui" aveva ricavato
incastrando il primo e le ultime due falangi contro il ferro della stampella
e poggiando il medio ritto contro il gancio della medesima.
"Figlio di puttana" imprecò David.
Venti minuti.
Tic.Toc.
Il puzzle era stato ricomposto, ogni tessera del mosaico aveva trovato al
fine giusta collocazione, restava un unico piccolo irrisorio problema: come
sbarazzarsi del corpo e cancellare le tracce che lo avrebbero reso
apertamente reo dinnanzi ai piccoli uomini in divisa blu che fra poco
avrebbero fatto irruzione nell'appartamento?
"Pensa, maledizione" si obbligò.
E come un rosa che sboccia fra la neve così un'idea balzana germogliò fra i
suoi pensieri sconnessi.
Vendetta.
Prese un sacco di tela da sotto il lavabo della cucina, ne aveva una scorta
imbarazzante, la sua colf li usava per portar fuori l'immondizia e
scherzando sovente aveva fatto allusione che erano talmente capienti che
avrebbero potuto ospitare un cadavere, non aveva il più vago sentore di
quanto avesse avuto dannatamente ragione.
Infilò i pezzi anatomici di Martha nel sacco, lo annodò saldamente con un
pezzo di corda e si mise il tutto in spalla.
Scese rapidamente le scale, il tempo a sua disposizione era praticamente
quasi scaduto, non poteva permettersi il lusso di guardarsi furtivamente
alle spalle. Giunse trafelato, gli anni cominciavano a farsi sentire, al
parcheggio interno dello stabile, aprì non senza difficoltà il cofano della
sua auto e vi scaraventò il pacco natalizio dentro.
Chiuse, si guardò finalmente intorno per accertarsi di non essere stato
visto da nessuno e quando ne fu quasi matematicamente certo fece
precipitosamente ritorno in casa.
Entrò nel bagno e prese un flacone di alcool etilico che teneva nella
cassetta del pronto soccorso e lo versò interamente sulla coperta intrisa
del sangue di Martha.
Si recò nel salotto vuoto e silenzioso ora inondato di sole caldo e denso di
odori estivi, prese dal mobile bar la bottiglia di vodka ed alcuni altri
liquori e cominciò a schizzare in giro per le stanze il loro contenuto,
riservando il quantitativo maggiore per la cucina, ovviamente.
Pescò l'accendino dalla tasca posteriore dei pantaloni (quando se li era
infilati? Non lo rammentava, doveva averlo fatto in un momento imprecisato
di quella folle corsa), lo accese ed avvicinò la fiammella alla scia di
liquido alcolico che faceva capolino dalla soglia della cucina, come nel
trailer del "Corvo" il fuoco si propagò seguendo la scia che egli stesso
aveva tracciato, solo che invece delle  ali di un uccello lui vide apparire
il miraggio della fine di un incubo.
Compì il giro completo dell'appartamento e quando fu certo che ogni stanza
avesse preso a bruciare afferrò il cellulare e corse sul pianerottolo.
Compose il numero della polizia.
Una voce stanca e professionale dalla sessualità indefinita gli rispose:
"Qui distretto di polizia, posso esserle d'aiuto?".
"Mi trovo al 110 di Prospect Place, la mia casa sta andando a fuoco" disse
gridando "credo sia doloso, vi prego mandate qualcuno immediatamente".
"Esca subito ed attenda fuori, i pompieri giungeranno in breve".
"Vi prego sbrigatevi!".
"Non si preoccupi, faremo il prima possibile, ma lei mantenga la calma e non
si avvicini alle fiamme".
Chiuse la comunicazione e fischiettando scese le tre rampe di scale che lo
separavano dalla strada sottostante. Una volta giunto di fronte al portone
d'entrata si appoggiò con le spalle ad un furgone addetto al trasporto di
mobili, si accese una sigaretta, inalò profondamente e ricominciò a
canticchiare quella vecchia e noiosa canzone degli Stones.
I pompieri giunsero in modo realmente tempestivo, neppure il tempo di
fumarsi in pace una meritata sigaretta, pensò.
L'incendio si dimostrò più ostico del previsto, l'appartamento era
interamento arredato in legno e l'abbondante tappezzeria aveva alimentato
generosamente le fiamme rendendo l'intervento della squadra più complicato
di quanto si potesse in origine prevedere, gli enunciò il capo dei vigili
del fuoco, quasi a giustificare il fatto che l'intera dimora fosse andata
irrimediabilmente distrutta nel rogo. Il rossore che gli animava le guance
quando gli chiese l'autografo lo fece rabbrividire.
Due ore dopo era tutto finito.
Gli uomini in tuta arancione se ne erano andati, i poliziotti dopo aver
fatto i rilevamenti del caso non erano stati in grado di affermare con
certezza che l'incendio fosse di origine dolosa, ma certamente era
un'ipotesi che non poteva essere scartata in prima istanza, sarebbe stata
una pista da battere, sa-gli aveva sussurrato l'agente Scanner-lei è una
persona famosa-aveva enfatizzato quella parola come se si fosse trattato di
una formula magica-è naturale che possa diventare il bersaglio di qualche
esaltato a cui piacciono troppo i suoi film.
Rimasto solo montò in macchina ed appoggiò la testa contro le mani
intrecciate sul volante, attento a non far suonare il clacson.
Improvvisamente la portiera dal lato del passeggero si aprì e Jason Collins,
manager, amico e fac totum del grande attore David Johansen, fece il suo
ingresso sorridendo.
"Non male David, questa volta hai trovato veramente un'ottima soluzione".
David lo guardò perplesso, poi scoppiò in una fragorosa risata.
Gli mollò una sonora pacca sulla spalla e disse:
"Con cosa diavolo mi hai narcotizzato? Ho la testa sul punto di esplodere".
"Cloruro di etilene, una variante del comune cloroformio".
"E lei?".
"Ho reso innocua anche la ragazza, con una dose più massiccia. L'ho
strangolata e poi ho proceduto con la dissezione".
"E' meno divertente quando sono già morte".
"Lo so, cosa credi. Ma abitavi in un condominio, non potevo permetterle di
fare troppo baccano o la polizia l'avrebbero chiamata sul serio i tuoi
vicini. Quando abitavi in quella sperduta villa nei pressi della brughiera
non avevamo problemi del genere, quelle galline potevano urlare fino a
perdere la voce".
"E non solo quella" aggiunse David, risero entrambi.
"Credo che la prossima casa sarà in un luogo più isolato "continuò
"altrimenti dovremo smetterla di giocare".
"Non te ne devi preoccupare domani stesso prenderò contatto con la solita
agenzia immobiliare e vedrò di accontentarti".
"D'accordo".
"Cosa vuoi farne ora di lei?" aggiunse Jason additando con il pollice il
retro dell'auto.
"Stanotte la porteremo a casa di Friedriksen".
"Il regista?".
"Proprio lui. Tu nasconderai i pezzi di ...".
"Martha".
"Sì, di Martha, nel suo giardino ed io lo avvertirò che ha due ore di tempo
per trovarli ricomporli e disfarsene, prima che la polizia sia avvertita
degli strani rumori che provengono dalla sua villa".
"Vuoi portare anche lui nel gioco?".
"No, voglio solo che l'arrestino".
"Perché?".
"E' un pessimo regista, tutti i film che mi ha fatto interpretare erano dei
colossali fiaschi, è ora che la smetta di nuocere al cinema".

 

 

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