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LA DECISIONE
Movin'on up.esortava la canzone e le sue note si
diffondevano attraverso la
stanza debolmente illuminata dai primi timidi raggi
del Sole filtranti dagli
spiragli delle persiane. Le nove del mattino.l'alba
per uno che prima di
mezzogiorno non si sarebbe alzato per nulla al mondo.
Tranne per un viaggio:
il giorno dopo avrebbe dovuto prendere l'aereo,
abbandonare nuovamente il
proprio mondo e tornare in quello NUOVO e i
preparativi fervevano in vista
di questa nuova trasferta; praticamente ogni mese
compiva quello che ormai
vedeva quasi come un rito d'iniziazione per entrare a
pieno titolo nel mondo
adulto e per quel giorno aveva scelto come sveglia una
canzone che gli desse
nuova linfa per affrontare una giornata che si
preannunciava campale.
"Chissà se, per svegliarmi, il canto registrato di un
gallo mi potrà essere
utile: l'hanno usato per duemila anni in fondo."
guardava l'orologio: da un
momento all'altro le lancette avevano preso ad
indicare mezzogiorno. E'
sempre mezzogiorno. O le quattro del mattino nel caso
della sera tardi. "E
io continuo a svegliarmi tardi." Mezzogiorno, doveva
fare un sacco di
commissioni e stava perdendo l'ennesima mattina. "Non
credo che riuscirò a
diventare più stupido di così.Quando avrò un attimo
andrò su Internet e
cercherò un diavolo di gallo che canta, speriamo che
funzioni". Dopo, sempre
dopo, tutto a parole viene lasciato al dopo e mai
niente viene realizzato:
la storia della sua vita.
-Oggi avevi intenzione di svegliarti presto?!
-Ma lasciami in pace.- non aveva quasi aperto la porta
che già lo
rimproveravano. "Possibile che ai loro occhi non ne
combini una giusta?
Possibile che non ne combini davvero una giusta?". Le
mattonelle bianche a
rombi rossi della piccola cucina lo salutavano come
tutte le mattine degli
ultimi sette giorni, cioè da quando era tornato
"all'ovile". Choco Krispies,
Chocos e basta, Cornflakes, non doveva che scegliere
tra questi figli del
mondo moderno per una prima colazione saporita e
nutriente, ma si limitò ad
un caffelatte.
-Tutta qua la tua colazione?!
-Ohi.
Quella anziana donna sembrava la voce della sua
coscienza, petulante come il
grillo parlante, però ormai era cresciuto e non doveva
più obbedire ai suoi
"consigli". Quando tornava alla casa materna proprio
la mancanza di libertà
dentro le quattro mura era quello che più lo
tormentava, anche se c'erano
molte più comodità.queste gli mancavano quando invece
viveva nella SUA casa.
"Grande invenzione il microonde" pensava quando dopo
un minuto di radiazioni
il suo caffelatte gli si parò di fronte in tutta la
sua fumante bontà. Dopo
avrebbe voluto fumarsi la sua abituale sigaretta, ma
lì non poteva, perché
sua madre non sapeva che lui fumasse. Le canne sì, le
sigarette no, la brava
genitrice aveva trovato questo compromesso, quando
però ormai si era già
bellamente dato ad ambedue. "Non dovrò arrivare in
ritardo, quando sarò
genitore non dovrò aspettare che ai miei figli le cose
succedano prima di
prendere certe decisioni".
Anche quella mattina ripeteva i gesti meccanici che
accompagnavano ogni
risveglio: le maledizioni alla sveglia e alle solite
cinque/sei ore di sonno
che aveva alle spalle, la colazione, la scelta dei
vestiti (che erano più o
meno gli stessi da due giorni) e la doccia. In seguito
avrebbe dovuto lavare
i denti, indossare le lenti a contatto e pettinare la
chioma fluente; solo
così, lindo bello e profumato, con la barba di due
settimane poteva
affrontare il nuovo giorno. Come sempre le mutande
vecchie fecero visita al
portabiancheria e lui osservava distrattamente il
panorama che si stagliava
all'ORIZZONTE della sua terrazza al primo piano.
-Che è questa schifezza?
-Quale schifezza?
-L'albero! Perché è ridotto così?
Quella meraviglia della natura che da tempo immemore
(per lui) rappresentava
tutto il suo ORIZZONTE era completamente nudo,
maldestramente potato da
qualche imbecille che non aveva avuto voglia di fare
bene il proprio lavoro.
-Cosa gli è successo?
-Era troppo frondoso e l'hanno potato. Che è tutta
'sta meraviglia?
-Niente, niente. - "povero albero che ti hanno fatto?
Il tempo passa anche
per te, spero che questo ti serva a crescere più
rigoglioso" Già il tempo
passa. "Sta passando anche troppo velocemente per
quanto mi riguarda."
Tu.tu.tu. "E che cacchio! Ma perché non
risponde?".tu.tu.
-Pronto?
-Buongiorno!
-Uè!
-Sei pronto?
-Sì.
-Fra quanto passi?
-Sono sotto casa tua.
-Quindi fra quanto sei qua?
-Ci sono già.
L'AMICO lo salutava allegramente giù dal terrazzo. "Ma
tu guarda questo."
-Perché mi fai spendere soldi allora?! Sto arrivando!
Tu.tu.aveva già
chiuso. "Perché sono circondato da esauriti?!"
Il coso mangiaodoredifumo, come lo chiamava l'AMICO in
questione, lo
accoglieva con il suo profumo familiare dentro
l'abitacolo dell'automobile.
-Andiamo a prendere un caffè?
-Prima devo passare dal commercialista a portargli un
libretto da compilare
per l'università.
-Ok, ma poi andiamo a bere il caffè?
-No, poi devo passare a prelevare dei soldi al
bancomat.
-E poi andiamo a prendere il caffè!
-No, devo comprare la ricarica per il telefonino.
-Al che possiamo andare al Bar a prendere il caffè!
-No, perché devo anche prendere un CD a casa di mio
zio.
-Oh ma me lo vuoi far bere questo caffè?
-Sto scherzando, tranquillo. Devo passare soltanto dal
commercialista.
-Ah, volevo ben dire io.
Il viale alberato accompagnava la loro passeggiata in
auto e lui lo guardava
malinconico: avrebbe dovuto salutarlo per tre mesi,
iniziavano gli esami e
prima di quel tempo non sarebbe potuto tornare a casa
per l'estate. "Ma
quale estate! Vivo a cinquanta chilometri da mille
spiagge e non ne potrò
vedere per più di quindici giorni!" Quanto gli mancava
la vita tranquilla da
liceale che aveva perduto l'anno precedente approdando
all'università. Il
distacco non era stato traumatico a quel tempo: si era
iscritto vicino a
casa e vi tornava ogni fine settimana. Ma poi aveva
preso la decisione di
partire e vivere nel Continente anziché nell'Isola e
aveva perso il suo
mondo, la qual cosa non gli sarebbe pesata così tanto
se lì non avesse
trovato una NUOVA VIA che non l'aveva ancora portato
lontano. "Io non ho
pazienza, sono ambizioso, ma non ho la pazienza di
conquistare quello che
voglio!". Forse non si trattava solo di
pazienza.l'indolenza è una gran
brutta gatta da pelare.
E il commercialista era chiuso.
-Beh che ti spettavi: è mezzogiorno e un quarto, mica
sta lì per te!
"Stavolta mi risparmio gli insulti, tanto so quello
che penso di me stesso".
-Andiamo a prendere il caffè?
-E andiamo.
Si sentiva uno stupido. Era uno stupido: ogni giorno
era sempre la stessa
solfa, si alzava a mezzogiorno, ingollava un
caffelatte, usciva a prendere
un caffè, salutava le palme e i pini (?) che
troneggiavano lungo la via
centrale della città, tornava a casa e pranzava, poi
usciva di nuovo, poi
tornava a casa, poi usciva nuovamente, poi ritornava
ancora a casa per
cenare, poi nuovamente si dirigeva verso la sua piazza
familiare, ci
rimaneva fino alle quattro del mattino e poi
finalmente a casa per dormire!
Non sapeva dire se anche in altre città i ragazzi si
comportavano in questo
modo, ma in quella di sicuro erano in tanti. "Stiamo
perdendo tempo!
Perdiamo veramente tanto tempo." Uscire, cercare
almeno per vederle le
abitanti di quel bel posto, parlare poi di esse con
gli amici per rendersi
conto (come sempre) che non avevano nulla
d'interessante: le parole d'ordine
dei suoi ultimi giorni, e di buona parte delle sue
giornate liceali.
Ripensandoci forse il liceo non era stato così
soddisfacente come credeva.
-Quando torno qua sono sempre in giro, quando sono
dall'altra parte del mare
non esco mai di casa. Perché?- domandava all'AMICO di
fronte al caffè
fumante che lui sorseggiava con soddisfazione.
-Boh.
-E figurati.
-Che vuoi che ti dica? Che ne so io?
-Forse sono diventato così asociale che riesco a
trovarmi a mio agio
soltanto qua. Per questo non riesco a socializzare
quando sono da solo.
-Sarà così.
-E poi.
-.fermo, fermo, guarda chi c'è!
L'ennesima ragazza per la quale stravedeva.
-Non so cosa darei per farmela!- esclamava irretito
l'AMICO.
-Ma non ti fa sentire vuoto il fatto che ogni nostro
discorso sia
concentrato solo sulle ragazze?
-E di che altro parlo in questo posto?!
Una domanda agghiacciante che non aveva risposta
perché ai suoi occhi quella
era una verità incontestabile: di che altro poteva
parlare in una città
morta come quella, i locali erano pochi e chiudevano
presto, i ragazzi per
la maggior parte non erano per niente interessanti e
giocavano a fare i
bulli dovunque e a qualunque ora; le ragazze volevano
diventare VELINE, la
vita culturale era praticamente nulla. una tristezza.
Tutto gli appariva
come una tristezza. Non vedeva l'ora che fosse la
mattina seguente per
sparire da lì e tornare ad essere uno dei milioni di
abitanti della
CAPITALE.
-.di cose serie parlo solo quando sono fatto!-
continuava l'AMICO.
-Ok, ritiro la domanda.
I negozi erano sempre uguali, cambiassero almeno le
vetrine, un insegna,
qualcosa insomma che non rendesse sempre uguali quei
portici! Perché
qualcuno non creava qualcosa di divertente (poteva
essere lui? No non sapeva
esporsi, era completamente estraneo al mondo.)? O
perlomeno di diverso.
aveva voglia di diversità, anelava la diversità, e
dovunque andasse non
incontrava che gente piatta, insipida, per niente
stimolante. "Anche i miei
amici sono piatti, ma almeno mi danno qualche spunto -
e poi sono i miei
amici - per fare qualcosa, ma questi proprio nulla."
-Le veline. perché le ragazze vogliono diventare
veline? Ora m'impongo e tu
mi spieghi perché le ragazze vogliono diventare
veline! Non scienziate,
giornaliste, scrittrici, attrici.veline! Ma tu dimmi
se devo stare in un
paese in cui il novanta per cento delle nuove leve
vogliono diventare
veline! - sbottava irritato davanti alla caserma dei
Carabinieri.
-E io che ne so? Perché sono stupide presumo.
-Invece tu sei intelligente.
-Almeno non voglio fare la velina!- rispondeva l'AMICO
aprendo la macchina.
-Da quando ci siamo visti non hai ancora pronunciato
una frase di senso
compiuto.
-Non ne ho voglia.
-Per farlo ci vuole la voglia?
-Certo, perché per dare una risposta sensata devo
prima ragionarci su, e
siccome ho sonno non ho voglia di ragionare ma di
farmi trascinare dagli
eventi.
Un'illuminazione! Quella frase era un'illuminazione
perché racchiudeva tutto
l'essere del protagonista: divorato dalla pigrizia e
dalla non-voglia di
fare qualcosa della sua vita, si lasciava sempre
trascinare da ciò che lo
circondava senza cercare di incidervi o di provare a
darsi una spiegazione.
Una decisione! Chiedeva soltanto questo a sé stesso:
la forza di prendere
una decisione vera e di portarla avanti. Ma per il
momento erano ancora
parole che cadevano nel vuoto, nel nulla, nella
SPIRALE che troneggiava in
ogni racconto che iniziava a scrivere. E che poi non
concludeva. Perché?
Perché non ne aveva voglia, e quando essa tornava non
sapeva più come andare
avanti. "Che genio! Un vero genio!".
-E' l'una meno venti, Cristo Santo, come fai ad avere
sonno?
-Perché? Tu non ne hai?
-In effetti.
GENERAZIONE ZERO: due parole che racchiudevano la
fiducia che nutriva in sé
stesso e nei propri coetanei, la generazione che
avrebbe subito passivamente
la globalizzazione e i suoi problemi, che nascondeva
la testa sotto la
sabbia, che quando l'alzava lo faceva solo perché
qualcuno glielo diceva e
che era scossa da un desiderio fortissimo, pressante,
impellente di evadere,
con ogni mezzo, dalla realtà che non sopportava. Ma
che non aveva la forza o
la capacità, forse, di cambiare. "O forse sono solo
mie costruzioni, magari
non è così dovunque, magari è soltanto il mortorio di
questo posto che mi
spinge a pensare queste cose".
-Sì, ma è l'una meno venti come è possibile che
abbiamo sonno. Prima ci si
alzava con il canto del gallo, all'alba.
-Soltanto perché non avevano la scusa della TV per
fare tardi.
-Dobbiamo fare qualcosa per cambiare.
-Eh sì.- annuiva gravemente l'AMICO, per niente
convinto della propria
risposta.
Schopenauer sosteneva che le azioni dell'uomo siano
schiave della propria
incessante VOLONTA' di soddisfare i propri bisogni, e
dalla NOIA che
sopraggiunge quando l'appagamento è a portata di mano;
ma la sua vita era
espressione della noia che porta alla pigrizia, quella
che impedisce di
evolvere la propria persona, che per anni gli aveva
ottenebrato il cervello
opponendosi ad ogni forma d'insegnamento altrui in una
mera convinzione di
essere migliore degli altri. Quando, meglio tardi che
mai, questo gli era
apparso chiaro in tutta la sua semplicità era mancata
la volontà di porre
rimedio: immeritatamente si sentiva in grado di
scostare il VELO che
impedisce all'uomo di raggiungere quell'agognato
momento di contemplazione
del vero, ma era ancora troppo legato all'inoperosità
che aveva
contrassegnato i suoi anni adolescenziali per
riuscirvi. "Non è troppo
tardi" si ripeteva, ma il tempo che perdeva nel
compiere questa sua azione
di ripetizione di concetti ai quali era già arrivato
gli sfuggiva
inesorabilmente di mano e si sommava a quello che già
allora non sarebbe più
tornato.
-In certi momenti non hai come la sensazione di aver
buttato questi anni nel
cesso?
-Un po' sì.
-E cosa vuoi fare per cambiare?
-Niente.
-Perché?
-Fondamentalmente mi sta bene così. Ormai dove credi
che possa andare? Sono
stato bocciato tre volte e non mi sono ancora
diplomato, di questo passo
credo che non ci riuscirò mai. Dovrò arruolarmi per
trovare qualcosa da fare
nella vita.
-Non credo che le bocciature compromettano così tanto
il tuo futuro.
-Forse no, ma non riesco più ad uscire da questa vita:
quando ci ho provato
hai visto com'è andata a finire.
Alcune caratteristiche sono tipiche dell'essere umano:
l'egoismo e
l'empatia, la paura e il tentativo di porvi rimedio in
qualche modo,
superstizioso o scientifico che sia; ma se avesse
dovuto scegliere una
peculiarità universale che accomunasse chiunque
avrebbe scelto, senza ombra
di dubbio, la pigrizia. Tanto quanto l'operosità ha
saputo rendere migliori
le condizioni di vita, la pigrizia ne ha ostacolato i
progressi,
manifestandosi in ogni sua forma, fisica e mentale.
Essa porta a perdere
interesse e fiducia nella vita, in uno stadio di noia
perenne. A volte
provava ad osservare il mondo come fosse un alieno
voyeurista in cerca di
qualcosa di nuovo da conoscere e, forse era
semplicemente una sua ossessione
personale, forse no, ma vedeva la pigrizia dominare
l'essere umano: gli
impediva di essere aperto verso nuove esperienze, gli
toglieva la fiducia
nell'intervenire per cambiare ciò che non gli andava
bene, lo allontanava da
ogni forma di cultura gli avesse richiesto uno sforzo
più forte del normale
per comprenderla. La sua nazione era l'emblema di
questa nuova forma di
pigrizia che l'uomo si era autoimposto: la cultura
dell'immagine, che per
sua stessa concezione distrae l'uomo dall'essenza per
concentrarsi soltanto
sull'esteriorità, sulla lamina dorata che spesso
soffoca lo spirito
d'osservazione e di critica sul quale si fonda
l'evoluzione. Lui si
considerava figlio di questa condizione di perenne
indolenza. Anche l'AMICO
lo era, incapace ad apportare un cambiamento che gli
avrebbe procurato uno
sforzo eccessivo e uno sconvolgimento delle sue
certezze. Al liceo la vita
ruota attorno alle solite quattro cose: ragazza,
amici, famiglia e
divertimento. L'università gli aveva insegnato la
reale dimensione occupata
nella vita d'adulto dal vivere quotidiano, dai gesti
più elementari di cura
per se stesso a quelli per la casa. Inoltre era
cambiata la prospettiva del
suo agire: prima era tutto fine a se stesso, volto
esclusivamente al
divertimento, alle serate con gli amici; poi, in poco
tempo, le sue azioni
avevano cominciato con il diventare più decisive per
il suo futuro, le
amicizie erano diventate meno genuine in taluni casi,
era ossessionato dalla
sensazione che da quel momento in poi le sue decisioni
sarebbero andate
verso una precisa direzione. Per questo si sentiva un
pesce fuor d'acqua:
non era ancora pronto per tutto ciò e rischiava, come
tanti, di venirne
travolto.
-Perché hai deciso di andare via?
-Beh. ora ci sono.
-Però domani no.
-Questa Città mi andava stretta, sentivo che avrei
perso qualcosa
d'importante se fossi rimasto qua.
-E questo "qualcosa d'importante" l'hai trovato?
-No.
-E non ti manca tutto questo?
-Ci stavo pensando ora: sì, mi manca, ma non tornerei
indietro.
-Perché?
-Te l'ho detto, mi sta stretto. Ho bisogno di
reclamare il mio spazio nel
mondo, voglio essere ascoltato da tutti quelli che
vorranno e devo mettermi
nelle condizioni di poterlo fare.
-E questo spazio l'hai trovato?
-No.
-Credi sia facile?
-No.
-Perché lo fai allora?
-Forse è soltanto per ambizione.
-E se non ci riuscirai?
-Forse mi sarò realizzato in altri campi, forse sarò
uno dei tanti falliti
frustrati, ricolmi di sentimenti di odio e rivalsa
verso la società che li
opprime, che non sono capaci di rendersi felici.
-E' una bella prospettiva secondo te?
-No per niente.
-E tu cosa diventerai?
-Un fallito.
-Tu credi?
-Sì.
-Io non penso.
-Perché?
-Lo spazio è lì che ti aspetta, devi saperlo cogliere,
devi vivere l'attimo
in cui capirai di averlo colto. Il mio spazio è questo
e il mio destino sarà
sempre legato a questo posto, non ho la forza di dare
un taglio netto. Ma tu
no: tu hai l'ambizione. Io no, tu sì. E credo che tu
abbia molto da dire per
cui sia giusto ascoltarti.
-Devo prima entrare nel mondo adulto, nelle sue leggi
per riuscirci e ora
non ne sono in grado: non voglio crescere.
-Non devi crescere infatti. O perlomeno non in tutti i
sensi.
-Spiegati meglio.
-L'entusiasmo. Quando diventa adulto l'uomo perde
l'entusiasmo verso la
vita.
-Non bisogna diventare adulti per perderlo.
-Io credo di sì: non è l'età a fare l'uomo adulto, ma
il momento in cui
perde l'entusiasmo, la forza propulsiva del suo modo
d'essere. Poi questo
può avvenire a sedici, diciassette, diciotto, venti,
venticinque o
trent'anni, ma non importa. E' un mio pensiero questo,
bada bene, non
prenderlo come una grande verità, però credo che la
felicità consista in
questo: anche quando il peso degli anni si fa
pressante guardare il mondo
con gli occhi di un bambino, quasi vivendo tutta la
vita in uno stato di
trance che ti colloca a metà dello spartiacque tra
mondo dei bambini e degli
adulti: non sei un bambino, ma non sei un adulto, non
sei arido. Crescere
secondo me significa diventare aridi. Anche sposarsi,
per quanto sia una
decisione presa con entusiasmo, porta a diventare
aridi quando la monotonia
la fa da padrona. Da ragazzino si vivono con
entusiasmo i grandi
sconvolgimenti: la perdita della prima fidanzata, il
primo litigio serio con
un amico, i piccoli drammi che sembrano delle grandi
catastrofi. Da adulto
la vita si ferma, si fossilizza, e l'uomo si trova di
fronte a due strade:
fossilizzarsi anch'esso e rinunciare a vivere oppure
rivolgersi verso le
piccole cose del quotidiano: badare ai figli ad
esempio. Cosa distingue un
buon padre da uno cattivo? L'entusiasmo che ci mette
nel crescerlo ed
educarlo. Un professore bravo da uno scarso?
L'entusiasmo che riesce a
trasmettere ai propri alunni facendoli entrare nel
proprio mondo,
all'interno della propria luce che si accende negli
occhi quando spiega
l'argomento che gli sta a cuore. Poi questo si
riflette in ogni discorso: in
fin dei conti in ogni discussione fra amici finisce
per attirare
l'attenzione quello che suscita più emozioni negli
ascoltatori. Se mai un
giorno riuscirai ad ottenere il tuo spazio non perdere
mai l'entusiasmo.
Specialmente dato che vuoi fare lo scrittore.
-.
-.
-.hai ragione sotto ogni punto di vista. Non sarai
Nietsche o Schopenauer ma
secondo me hai appena esposto una verità
inconfutabile.
-Credi di aver perso l'entusiasmo?
In quel momento si vide come di fronte ad uno
specchio. Di fronte aveva
solamente sé stesso. Pigrizia o entusiasmo, dei mezzi
per esercitare la
VOLONTA', per non cadere nella NOIA. L'AMICO aveva
ragione in fondo, il suo
messaggio era chiaro: l'ORIZZONTE per lui ora era
cambiato, non più un
albero ma una foresta, nella quale però quell'albero
sarebbe sempre stato un
punto di riferimento. Era pronto per avere una
famiglia? Assolutamente no,
si sarebbe sparato piuttosto che perdere la propria
libertà. Era pronto per
affrontare nuovamente questo viaggio? Intimamente non
era convinto. Per
niente.
Uno stormo di rondini si librava nel cielo azzurro,
scambiandosi posizione
in un moto perpetuo, gli ultimi diventavano i primi,
ma insieme, tutti uniti
affrontavano tra i raggi del sole le correnti che li
volevano frenare. Il
Sole, il Vento non erano maligni, semplicemente
svolgevano il loro compito,
ma quelle, infinitamente più piccole e fragili, la
spuntavano sempre e
riuscivano ad allontanarsi dietro il colle. In quel
momento lui era l'ultima
rondine, quella che di lì a poco avrebbe guidato gli
altri in una nuova
sfida e che si domandava se ne fosse stata in grado,
intimorita dall'aspetto
grandioso del Sole. "Il Sole non è malvagio, il Sole
mi vuole bene, lui mi
dà la vita, lui decide di togliermela, ma lui non può
sottrarsi da questo
processo, forse vorrebbe ma non può, e non mi aiuterà,
però io sono più
forte e ci riuscirò da solo" si faceva forza risalendo
i ranghi. "Anche il
Vento non mi è ostile, lui vuole soltanto soffiare
libero i suoi lamenti, e
io voglio cavalcarli e guidare le mie compagne".
Quando la testa era ormai
vicina si ripeté per l'ultima volta "Sono io che
decido il mio destino" e
con gioia diede l'ultimo colpo d'ala.
Ora il cielo gli sorrideva. Forse gli voleva bene. E
il cuore era più
leggero, più libero: la società in fondo è come il
Sole, non gli importa che
lui viva, anzi ne farebbe volentieri a meno, però non
è un corpo unico
maligno per natura, ma un infinito insieme di piccole
parti in movimento,
agitate da un Vento che subiscono passivamente, e che
obbedisce
esclusivamente a delle leggi statiche. La differenza
tra lui e quelle parti
l'avrebbe fatta la VOLONTA'. Quel luogo che gli andava
stretto, ma che al
tempo stesso gli mancava sarebbe sempre rimasto lì ad
aspettarlo, ad
accoglierlo, con le sue certezze che non sarebbero mai
crollate, come le
rondini. Ora toccava a lui guidarlo dentro una nicchia
nascosta nel cuore e
conservarlo, in fondo alla SPIRALE. Realizzare che la
sua vita era cambiata
non era stato così difficile, ma traumatico e doveva
intervenire per
incidervi sopra qualcosa. La NUOVA VIA non appariva
poi così terribile.
-No. Forse non ancora. - rispose sorridendo.
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