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Io e nessun altro
...Si sostiene che non si
comincia mai a scrivere con i tre puntini. Io
l'ho voluto fare e l'ho fatto, perché a me piace. Sono
Laura, una scema
ragazza che tra meno di un mese compie 20 anni e si è
rovinata la vita
diventando anoressica. Proprio così: la diagnosi della
psichiatra è
"Anoressia nervosa". Dovuta a cosa ancora si deve
capire. Per questo mi
sottopongo ogni settimana a delle sedute psichiatriche
in cui quella
poverina cerca di capire qualcosa, cerca di trovare
qual è quella rotella
del mio cervello che ha voluto cambiar di posto. Mi
chiedo se non lo so io
come fa a scoprirlo lei? Non ho nemmeno 20 anni ma ho
tanta voglia di
andarmene. La vita non mi piace più, o per lo meno non
mi piace più la mia,
non mi diletta quest'inferno in cui sono capitata, è
opprimente. Passo ogni
momento delle mie giornate a pensare al cibo, "MANGIA
E VOMITA" è l'unico
pensiero che gironzola fra i meandri dell'animo mio. E
che animo tempo fa
non ero assolutamente così. Pesavo 70 kg e più, ma
erano tanti chili
d'allegria, positività, fantasia, amore, voglia di
fare ora ne peso 46 e
sono schifosi. Per me son troppi. Per gli altri sono
pochi. E
fondamentalmente non m'importa più di nulla. Sto
scrivendo quello che sto
scrivendo non perché non abbia nulla da fare, anzi, ma
perché voglio che gli
altri sappiano. So che in giro c'è già una miriade di
testi su questo
"disturbo del comportamento" o "disturbo
dell'alimentazione" che dir si
voglia, ma io voglio esprimere i miei di pensieri. Una
ragazza come me ora
dovrebbe starsene da qualche parte a divertirsi con
gli amici, a baciarsi
con il ragazzo o fare tantissime altre cose che se non
le fai a questa età
non le fai più; invece sto qui, a condividere la mia
esperienza con chi
legge.
L'ultima volta che sono andata in bagno a vomitare è
stato stanotte. Cosa mi
sono mangiata? Di tutto di più: tortellini panna e
pancetta, mezza filetta
di pane con arista, mozzarella, tonno e patè di olive,
frollini, latte e
tanta, tanta acqua gassata per aiutarmi a vomitare.
Mentre mi abbuffo penso
a tutto il male che sto creando attorno a me c'è
un'aurea di dolore che non
se ne vuole andare. Non appena finito di ingozzarmi mi
fiondo in bagno, il
luogo ormai più familiare per me, e comincio il lungo
e doloroso processo di
autoinduzione del vomito. Mentre stai li, con la
faccia nel water, le dita
in gola e una mano che spinge il petto e la pancia,
vorresti morire, ma allo
stesso tempo ti senti nel più alto paradiso che possa
esistere. Tutto
diventa magnificamente tremendo e stupendo. Poi le
gambe cominciano a
tremare, le lacrime inondarti, la testa scoppiarti,
gli occhi scapparti fa
male. Fa male. Fa male. Ma continui a farlo, sempre
più spesso, mattino dopo
mattino, pomeriggio dopo pomeriggio. Fino a quando non
ti prendono e ti
portano in una clinica in cui ti ingozzano di
tranquillanti ed
antidepressivi fino a non farti capire più nulla.
Infatti della settimana
che ho trascorso nel reparto di psichiatria non mi
ricordo nulla. Vuoto
totale. So solamente le cose che mi sono state
riferite dai miei e dal mio
ragazzo.
Io mi sento una totale nullità, uno straccio, uno
schifo. I colori piano
piano si stanno dissolvendo attorno a me, e si
concentrano sempre più sul
nero. Il calore della coperta che ora mi sta
avvolgendo non lo sento. Non
sento più nulla, oltre che il dolore. Mi è rimasto
forse solo quell'amore
che mi permette di aggrapparmi a piccoli bagliori di
speranza, di amore, di
consapevolezza di essere malata. Perché tutto ruota
attorno a questo: essere
consapevoli di essere malati. Ed è complicato
rendersene conto. Io me ne
sono accorta, sto cercando di curarmi, ma è ogni cosa
sempre più difficile.
Studiare è oramai impossibile, rispondere non è più
cortesia, sei giudicata,
guardata con occhi diversi, strani, ammiccanti,
colpevolizzanti. Perché è
questo che gli altri fanno, ti rendono colpevole.
Ma colpevole di cosa? Bisogna proprio essere dei veri
folli per cadere
volontariamente in questa malattia. Chiamarla malattia
a me suona strano,
perché ormai lei è parte di me. Sono io, non è una
malattia. Io, Laura, me
stessa. Nessuno può capirmi se non io. E per adesso
non mi capisco.
Quando entri in questo incubo, ai tuoi occhi appare
tutto velato, semplice,
facile, ma non è così. Si ha la stessa dipendenza che
un altro può avere con
le droghe. E quando si avverte il bisogno di mangiare
e sai che non puoi
farlo, perché lì con te c'è qualcuno, perché ormai i
genitori stanno per
tornare, e per tanti altri motivi, allora comincia una
vera e propria
agonia le mani sudano, il cuore assume ritmi da
tachicardia, fuoriesce
l'astio che si ha dentro, l'ansia, il dolore, la
cattiveria, l'impulsività è
come una crisi di astinenza, proprio come un drogato
che cerca di
disintossicarsi.
In giro si sentono tante persone che sono state in
questa mia situazione per
anni, anche otto o nove, e quando ci penso mi si
"rizzano" tutti i peli. Il
solo pensiero che la mia sofferenza potrà protrarsi
per così tanto tempo mi
crea un muro in cui vado a battere la testa. Per me
non è passato nemmeno un
anno, e sto di merda. Pensa un po' loro.
Quando si è anoressici cambiano anche le cose più
futili, cambia l'amore, il
modo di vedere ed interpretare la vita, cambiano i
propri pensieri ed
aspettative, cambia il modo di essere e di non essere.
O per lo meno questo
è successo a me.
Tante volte mi pongo interrogativi la cui risposta
rimane incerta, vaga,
vana. Mi chiedo ad esempio ora cosa sia l'amore per
me... uno stimolo, uno
spiraglio di luce, una speranza? Non lo so, prima per
me era tutto. Era come
un'aurora boreale, era ciò in cui mi rifugiavo nei
momenti tremendi ma anche
in quelli migliori, anche perché è proprio grazie ad
esso che ho vissuto i
momenti più belli ma anche quelli più brutti della mia
vita. Ora che sono
anoressica, il mio ragazzo non mi ha abbandonata, ma
non riesce a capire il
perché delle mie abbuffate, del mio vomito, del mio
atteggiamento astioso.
Non riesce a capire perché non è più lui al primo
posto della piramide della
mia vita. Abbiamo pianto insieme, litigato e fatto
pace, abbiamo parlato
della malattia, di me, di come si sente lui, ma non
riesce a capire. E
questo, secondo me, non perché lui sia stupido, bada
bene, ma perché se non
ci sei dentro, se no la vivi in prima persona, se non
è la tua pelle
l'anoressia non la puoi capire. Come tante altre cose
del resto. E dunque
non gli faccio una colpa se continua a rimproverarmi
perché mi abbuffo. A
lui come a tutti quelli che non riescono a
comprendermi.
L'anoressia, così come la bulimia o milioni di altre
cose al mondo, è una
cosa veramente orrenda. Ti svuota, ti sfinisce, ti
rende inerte, apatico,
svogliato, è un tuono incessante nelle membra del
cervello. Ciò che io ho
ancora voglia di fare è lo sport, ma purtroppo mi
vietano di farlo. Ecco,
una delle poche cose che hai ancora voglia di fare non
hai il permesso di
farle. Lo stesso vale per lo shopping, dato che su
consiglio della
psichiatra mi è stato tolto il bancomat. E' purtroppo
una dura lotta contro
te stessa, contro il cibo, contro chi ti giudica
contro tutto e tutti. Ti
dicono che non sei sola, ma in fondo lo sei. Si, non
sono i familiari, il
ragazzo, la psichiatra o la dietista che devono
prendersi a pugni per non
abbuffarsi o per mangiare decentemente a pranzo o a
cena, sono io,
l'imbecille ventenne che deve farlo. Io e nessun
altro. Per questo prima ho
detto che è una dura lotta contro se stessi.
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