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Laura Petrini

Io e nessun altro

 

 

 

 

 

 

Io e nessun altro

...Si sostiene che non si comincia mai a scrivere con i tre puntini. Io
l'ho voluto fare e l'ho fatto, perché a me piace. Sono Laura, una scema
ragazza che tra meno di un mese compie 20 anni e si è rovinata la vita
diventando anoressica. Proprio così: la diagnosi della psichiatra è
"Anoressia nervosa". Dovuta a cosa ancora si deve capire. Per questo mi
sottopongo ogni settimana a delle sedute psichiatriche in cui quella
poverina cerca di capire qualcosa, cerca di trovare qual è quella rotella
del mio cervello che ha voluto cambiar di posto. Mi chiedo se non lo so io
come fa a scoprirlo lei? Non ho nemmeno 20 anni ma ho tanta voglia di
andarmene. La vita non mi piace più, o per lo meno non mi piace più la mia,
non mi diletta quest'inferno in cui sono capitata, è opprimente. Passo ogni
momento delle mie giornate a pensare al cibo, "MANGIA E VOMITA" è l'unico
pensiero che gironzola fra i meandri dell'animo mio. E che animo tempo fa
non ero assolutamente così. Pesavo 70 kg e più, ma erano tanti chili
d'allegria, positività, fantasia, amore, voglia di fare ora ne peso 46 e
sono schifosi. Per me son troppi. Per gli altri sono pochi. E
fondamentalmente non m'importa più di nulla. Sto scrivendo quello che sto
scrivendo non perché non abbia nulla da fare, anzi, ma perché voglio che gli
altri sappiano. So che in giro c'è già una miriade di testi su questo
"disturbo del comportamento" o "disturbo dell'alimentazione" che dir si
voglia, ma io voglio esprimere i miei di pensieri. Una ragazza come me ora
dovrebbe starsene da qualche parte a divertirsi con gli amici, a baciarsi
con il ragazzo o fare tantissime altre cose che se non le fai a questa età
non le fai più; invece sto qui, a condividere la mia esperienza con chi
legge.
L'ultima volta che sono andata in bagno a vomitare è stato stanotte. Cosa mi
sono mangiata? Di tutto di più: tortellini panna e pancetta, mezza filetta
di pane con arista, mozzarella, tonno e patè di olive, frollini, latte e
tanta, tanta acqua gassata per aiutarmi a vomitare. Mentre mi abbuffo penso
a tutto il male che sto creando attorno a me c'è un'aurea di dolore che non
se ne vuole andare. Non appena finito di ingozzarmi mi fiondo in bagno, il
luogo ormai più familiare per me, e comincio il lungo e doloroso processo di
autoinduzione del vomito. Mentre stai li, con la faccia nel water, le dita
in gola e una mano che spinge il petto e la pancia, vorresti morire, ma allo
stesso tempo ti senti nel più alto paradiso che possa esistere. Tutto
diventa magnificamente tremendo e stupendo. Poi le gambe cominciano a
tremare, le lacrime inondarti, la testa scoppiarti, gli occhi scapparti fa
male. Fa male. Fa male. Ma continui a farlo, sempre più spesso, mattino dopo
mattino, pomeriggio dopo pomeriggio. Fino a quando non ti prendono e ti
portano in una clinica in cui ti ingozzano di tranquillanti ed
antidepressivi fino a non farti capire più nulla. Infatti della settimana
che ho trascorso nel reparto di psichiatria non mi ricordo nulla. Vuoto
totale. So solamente le cose che mi sono state riferite dai miei e dal mio
ragazzo.
Io mi sento una totale nullità, uno straccio, uno schifo. I colori piano
piano si stanno dissolvendo attorno a me, e si concentrano sempre più sul
nero. Il calore della coperta che ora mi sta avvolgendo non lo sento. Non
sento più nulla, oltre che il dolore. Mi è rimasto forse solo quell'amore
che mi permette di aggrapparmi a piccoli bagliori di speranza, di amore, di
consapevolezza di essere malata. Perché tutto ruota attorno a questo: essere
consapevoli di essere malati. Ed è complicato rendersene conto. Io me ne
sono accorta, sto cercando di curarmi, ma è ogni cosa sempre più difficile.
Studiare è oramai impossibile, rispondere non è più cortesia, sei giudicata,
guardata con occhi diversi, strani, ammiccanti, colpevolizzanti. Perché è
questo che gli altri fanno, ti rendono colpevole.
Ma colpevole di cosa? Bisogna proprio essere dei veri folli per cadere
volontariamente in questa malattia. Chiamarla malattia a me suona strano,
perché ormai lei è parte di me. Sono io, non è una malattia. Io, Laura, me
stessa. Nessuno può capirmi se non io. E per adesso non mi capisco.
Quando entri in questo incubo, ai tuoi occhi appare tutto velato, semplice,
facile, ma non è così. Si ha la stessa dipendenza che un altro può avere con
le droghe. E quando si avverte il bisogno di mangiare e sai che non puoi
farlo, perché lì con te c'è qualcuno, perché ormai i genitori stanno per
tornare, e per tanti altri motivi, allora comincia una vera e propria
agonia le mani sudano, il cuore assume ritmi da tachicardia, fuoriesce
l'astio che si ha dentro, l'ansia, il dolore, la cattiveria, l'impulsività è
come una crisi di astinenza, proprio come un drogato che cerca di
disintossicarsi.
In giro si sentono tante persone che sono state in questa mia situazione per
anni, anche otto o nove, e quando ci penso mi si "rizzano" tutti i peli. Il
solo pensiero che la mia sofferenza potrà protrarsi per così tanto tempo mi
crea un muro in cui vado a battere la testa. Per me non è passato nemmeno un
anno, e sto di merda. Pensa un po' loro.
Quando si è anoressici cambiano anche le cose più futili, cambia l'amore, il
modo di vedere ed interpretare la vita, cambiano i propri pensieri ed
aspettative, cambia il modo di essere e di non essere. O per lo  meno questo
è successo a me.
Tante volte mi pongo interrogativi la cui risposta rimane incerta, vaga,
vana. Mi chiedo ad esempio ora cosa sia l'amore per me... uno stimolo, uno
spiraglio di luce, una speranza? Non lo so, prima per me era tutto. Era come
un'aurora boreale, era ciò in cui mi rifugiavo nei momenti tremendi ma anche
in quelli migliori, anche perché è proprio grazie ad esso che ho vissuto i
momenti più belli ma anche quelli più brutti della mia vita. Ora che sono
anoressica, il mio ragazzo non mi ha abbandonata, ma non riesce a capire il
perché delle mie abbuffate, del mio vomito, del mio  atteggiamento astioso.
Non riesce a capire perché non è più lui al primo posto della piramide della
mia vita. Abbiamo pianto insieme, litigato e fatto pace, abbiamo parlato
della malattia, di me, di come si sente lui, ma non riesce a capire. E
questo, secondo me, non perché lui sia stupido, bada bene, ma perché se non
ci sei dentro, se no la vivi in prima persona, se non è la tua pelle
l'anoressia non la puoi capire. Come tante altre cose del resto. E dunque
non gli faccio una colpa se continua a rimproverarmi perché mi abbuffo. A
lui come a tutti quelli che non riescono a comprendermi.
L'anoressia, così come la bulimia o milioni di altre cose al mondo, è una
cosa veramente orrenda. Ti svuota, ti sfinisce, ti rende inerte, apatico,
svogliato, è un tuono incessante nelle membra del cervello. Ciò che io ho
ancora voglia di fare è lo sport, ma purtroppo mi vietano di farlo. Ecco,
una delle poche cose che hai ancora voglia di fare non hai il permesso di
farle. Lo stesso vale per lo shopping, dato che su consiglio della
psichiatra mi è stato tolto il bancomat. E' purtroppo una dura lotta contro
te stessa, contro il cibo, contro chi ti giudica contro tutto e tutti. Ti
dicono che non sei sola, ma in fondo lo sei. Si, non sono i familiari, il
ragazzo, la psichiatra o la dietista che devono prendersi a pugni per non
abbuffarsi o per mangiare decentemente a pranzo o a cena, sono io,
l'imbecille ventenne che deve farlo. Io e nessun altro. Per questo prima ho
detto che è una dura lotta contro se stessi.

 

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