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Con applicatore
“La
fortuna si accanisce sempre sui più deboli” mi dice
Mario. “E?” rispondo, istintivamente come se non ci
fosse altro da dire. Come se proprio quel “e?”
scandalizzato e arrabbiato fosse l’unica risposta
valida: l’unica accettabile. Mario adesso sta zitto e
si tocca gli occhiali grandi e con le lenti
riflettenti. Hanno un bel graffio sulla lente
sinistra, ma lui probabilmente non se ne è ancora
accorto. O, semplicemente, non gli interessa.
Fa freddo oggi, anche se è
aprile. Fa freddo non come a dicembre quando ti vuoi
infilare una giacca e poi un maglione e poi
seppellirti sotto il piumone accanto alla stufa. Fa un
freddo condito d’imbarazzo. Come quando sei in Chiesa
e tutti piangono, per il funerale, e recitano in coro
il Padre Nostro mentre tu te ne stai zitta e preghi
solo che nessuno si accorga che tu non credi e che la
Messa finisca presto. Fa freddo con il sole e con un
vento che ti trascina i capelli e tu che parole non ne
hai, anche se servirebbero. Eccome se servirebbero.
Perché le parole non ti vengono mai nei momenti in cui
sono necessarie e inizi a parlare a vanvera solo
quando dovresti chiudere la bocca e far parlare gli
altri. Ascoltare, insomma.
Fatto sta che oggi fa freddo.
Che accanto a me sta Mario. Che Mario ha due
occhialoni graffiati e che dice “la fortuna si
accanisce sempre sui più deboli” mentre il vento mi
stravolge i capelli e quelli dietro di me, lei tacchi
a spillo e trucco da Moira Orfei, lui giacca di
velluto e capelli ingelatinati come una sanguisuga,
bisbigliano. Non capisco cosa si dicano. Ma c’è lui
che le tiene una mano sulla schiena e lei che, a
tratti, appoggia la sua testa sulla spalla di lui. Poi
c’è sempre lei che gli dice qualcosa all’orecchio. Lui
che annuisce. Poi, ancora: il silenzio.
Quel silenzio che vorresti
quando sei sul mare a guardare le onde. Il silenzio di
persone che pensano e che ringraziano che non sia
toccato a loro. Che ringraziano di essere solo
spettatori, seduti, in piedi. Spettatori paganti.
Spettatori che osservano con attenzione il tuo dolore:
non è toccato a me – pensano mentre chiudono gli
occhi. Mentre abbassano lo sguardo. Mentre sanno che
domani tutto sarà passato. Per me, almeno, lo sarà.
“E’ uno spettacolo indecente” mi
continua a dire Mario, come se oggi di cazzate ne
avesse dette poche. Dice qualche altra idiozia,
masticando nervosamente le parole. Poi basta. Si tira
su gli occhiali, come a fermare quei brutti capelli
crespi che si ritrova, e guarda quelli che chiudono la
tomba. In silenzio, anche loro.
La tomba è una di quelle a muro
che costano poco. E’ un piccolo buco in un muro alto
più o meno quattro metri. Un buco centrale, circondato
da altri due loculi già pieni dove le lettere scure
con la pioggia hanno lasciato un segno verde che è
colato giù. Stanno scritti i nomi, le date di nascita,
di morte. Ad una in bella mostra c’è una fotografia:
una vecchia con gli occhiali grossi e il sorriso a
mezza bocca. Non è bella, la vecchia, ma come dice Zia
Marcella non si può parlare male dei morti. Anche se
sono i peggiori esseri dell’Universo, secondo lei, una
volta morti, meritano il Paradiso. Io al Paradiso non
ci credo così finisce che parlo lo stesso male di suo
marito, l’abusivo, perché prima di lei aveva sposato
una bella negra del Camerun che dopo un paio di mesi
lo aveva lasciato per il figlio del concessionario che
vende le auto Fiat usate sulla tangenziale. Controllo
sempre che lei non mi stia a sentire, la farei
soffrire a vuoto e poi non la sopporto quando mi dice
che devo portare rispetto ai morti.
Un muratore tossisce e dice
all’altro qualcosa. I due stanno infagottati in gilè
arancioni, come quelli che portano gli spazzini
dell’Amit. Stanno lì non curanti degli sguardi di
tutti: noi, poveri scemi, che vediamo mettere davanti
ad una bara mattoni e cemento. Cemento e mattoni. Con
la figlia e la moglie che guardano la scala appoggiata
al muro e quei due avvolti in gilè fosforescenti che,
come fosse nulla, gli portano via, per sempre, il
compagno. Mario adesso sta zitto. E anche io non ho di
che parlare. Sento freddo anche se il sole mi batte in
faccia e me la illumina, come fosse giugno. I due
dietro di me si abbracciano. Lui la stringe da dietro.
Lei si mangiucchia le unghie della mano destra. Le
foglie della siepe, quella che separa il cimitero dal
mondo, si muovono. Il fruscio è lento, solo a tratti
veloce. Il rumore impercettibile, ma continuo.
Alzo gli sguardi e vedo le facce
intorno a me. I sorrisi di quelli che godono della
sfiga altrui e come rapaci aspettano di poter
raccontare quanto è umile la tomba e quanto erano
maleducati i due becchini Le facce di persone che
vorrebbero andare via, a fare le loro cose, e che
scocciate si chiedono quando finiranno di mettere
cemento e mattoni. Le lacrime di quelli che piangono
perché non hanno altre maniere per partecipare alla
situazione. Gli occhi fissi, gonfi e tremanti. Gli
sguardi, sinceri, di quelli che non sono lì per
sbaglio. Ma solo per starti vicino, perché è brutto,
cazzo se è brutto, perdere un padre a diciott’anni e
renderti conto che non hai nessuno se non un paio di
compagne di classe che si fingono amiche e neanche
hanno avuto il buon gusto di vestirsi di nero. Simona,
quella che crede di essere alternativa, si è
presentata con una maglietta rosa che le fascia i
chili di troppo. Fa la fila dietro la squadra di
pallavolo, mentre finge di trattenere le lacrime.
Federica, quella che ci sei andata in Grecia d’estate
e non ha trovato uno straccio di ragazzo, benché sia
riuscita a fare conquiste anche Anna - ottantadue
chili per un metro e sessanta, ha la felpa verde
pisello, i jeans bucati e le scarpe con i lacci rossi:
neanche dovesse andare ad un rave.
Ma loro sono le amiche, quelle
che ti dovrebbero stare vicine e invece non ti seguono
neanche in bagno durante l’ora di greco, quando esci
piangendo, perché non vogliono smettere di prendere
appunti. Perché, la classe è un microcosmo. Con le
persone false e bugiarde come nei piccoli borghi, come
nelle metropoli: come il cimitero. Dove vai a portare
i fiori non perché ti fa piacere, ma perché non è bene
che la tomba stia così, senza neanche un fiorellino
che la adorni.
“Questo funerale mi fa schifo”
esplode Mario adesso. Lo dice a voce alta, mentre la
fila per abbracciare la figlia orfana si allunga e le
persone iniziano a spazientirsi. In parecchi si
girano. Lo guardano male, ma lui sembra non
accorgersene. Si mette in disparte, tenendo in mano la
giacchina di camoscio. Appoggia un piede su una tomba
dal bell’angelo con le ali che svolazzano e guarda
l’orologio. Sono in tanti, quelli che continuano a
guardarlo. Qualcuno, lo vedo da come lo fissa,
vorrebbe dirgli qualcosa: che no, non si sta così ai
funerali, che bisogna portare rispetto ai morti.
“Che rispetto avete voi?” dice
poi, mentre mi sto cercando una sigaretta nella borsa.
Lui è uno di quelli che non riescono a non fare
polemica. Per lui la polemica o c’è o c’è: è
obbligatoria. Nessuno risponde, solo sguardi sdegnati.
Qualche scossa di testa. Qualche mano passata fra i
capelli. Continuo a cercare la sigaretta: il pacchetto
è finito sotto il cellulare e si è incastrato con la
cerniera della tasca interna. Mi serve tutta la
maestria che possiedo per prenderne una. Adesso non mi
resta che rintracciare l’accendino e trovare un
nascondiglio per accendere. Mi sto allontanando con
disinvoltura quando sento Mario che mi comanda: “Vai
da Serena”. Vorrei dirgli che l’abbraccio glielo posso
dare dopo ma che la sigaretta è un bisogno impellente,
che no, non posso proprio rimandare che se non me ne
fumo una ogni mezz’ora svengo, ma lui mi fa cenno con
la mano. Non mi resta che infilarla in tasca, sperando
che non si spezzi, e abbracciare Serena.
Io Serena in cinque anni di
scuola non l’ho mai abbracciata. Non perché mi faccia
propriamente schifo, no. Solo perché io abbraccio
quelli a cui sono legata con un vincolo affettivo
fortissimo. Mamma, papà, fratello (raramente), cugina,
il ragazzo del momento: nessun altro. Poi, abbracciare
le donne mi fa senso. Soprattutto quando sono
comuniste che sembrano sempre sporche e ho paura di
prendermi qualche malattia. Fatto sta che Serena mi
prende e mi stringe. E allora sento il suo dolore come
mio. E non mio per sbaglio, ma mio davvero. Vedo la
faccia bianca, senza trucco. Gli occhi rossi e il naso
gonfio. Le tasche piene di fazzoletti, che qualcuno
gli è pure caduto. Mi passa la mano sulla schiena un
paio di volte. Io le dico che se ha bisogno non si
deve fare problemi, che io ci sono. Lei dice che lo sa
e io mi sento la coscienza a posto. Almeno in parte.
Perché, in fondo, è questo quello che vogliamo tutti:
fare bella figura, con gli altri come con noi stessi.
Tranne Lorenzo che è venuto dieci minuti, ha respirato
odore di Chiesa, non si è neanche preoccupato di farsi
vedere e se n’è andato. A preso la sua Fiat Punto
bianca con impianto stereo da discoteca, ha messo una
musica dance ed è andato a Viareggio. Che là c’è
sempre il sole. E fa caldo. E non ci pensi che una che
è in classe con te adesso non dirà più la parola papà,
se non associata a imperfetto e ricordi remoti.
Poi Mario. La stringe. Le tocca
i capelli, vedo che gli annusa. Dovrei essere gelosa,
ma non lo sono. Un ricciolo gli si infila fra le
vitine degli occhiali. Quando si separano un paio di
capelli rimangono intrappolati e lei sorride. Lui
maldestramente si toglie gli occhiali: le tira i
capelli. Si salutano e lei dice, come un automa,
grazie. Lui inclina la testa poi si avvicina a me
e:
-
Ma infondo, a noi che ci frega?
-
Come che ci frega?
-
Sì, che ci frega?
Io allora me ne sto zitta.
Queste sono quelle domande che non vanno mai fatte,
perché non hanno risposta. Cerco un aforisma da
utilizzare per non sembrare imbarazzata e ignorante.
Per non sembrare come sono. Missione impossibile. Mi
prendo la sigaretta dalla tasca: è spezzata. Prendo la
parte con il filtro e l’accendo. Dura un paio di
aspirate. Poi la tiro per terra, fra i sassi e le
erbacce. La pesto. Sento un sapore amaro in bocca e la
gola raschiata.
Devo smettere di fumare mi dico,
mentre mi viene in mente che quello è morto di
cancro ai polmoni.
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Treni del Sud
Piove e sento le gocce che si
schiantano contro il vetro del vagone. Contro il
vagone stesso. Sulle rotaie. Ping
tic ping tac. Le gocce come schiaffi nell’aria
tagliano il paesaggio: lo squarciano in mille pezzi.
Il mio sguardo lo ricompone, dopo attimi di
esitazione. E alberi tornano ad unirsi, verdi e
numerosi. E papaveri spuntano fra i binari, radi e
rossi. A tratti, quando volto lo sguardo, vedo poi
macchine bianche e blu parcheggiate in campi sterrati.
Vedo l’entrata della galleria. Vedo il buio.
Sento il sudore sulla mia pelle.
Fa caldo, anche se piove. Ti guardo riflessa nel
vetro, mentre il treno attraversa il vuoto: occhi
grandi, con quelle pupille dilatate, capelli lunghi e
chiari, mani chiuse, a pugno. Ti guardo ma tu non mi
vedi, forse pensi che oggi fa caldo anche se piove.
Forse pensi che questo treno fa schifo. Accanto a me
un ragazzo che ascolta la musica, poi un vecchio che
guarda fuori dal finestrino, ancora un ragazzo che
legge un libro. Di nuovo tu. In sei in questo
scompartimento, pieno di valigie di persone che
aspettano fuori, nel corridoio, in piedi. “Scusate,
non è che posso lasciare qui la valigia che posto non
ne sta più?” aveva detto uno. E altri, dopo, lo
avevano ripetuto. Così siamo in sei, adesso, con
tredici borsoni sopra le teste. In sei a guardare
fuori dal finestrino, ad ascoltare musica, a pensare:
che caldo che fa, anche se piove.
-
Questi treni fanno schifo.
-
Sono sporchissimi e non si può respirare. Non è
un viaggio, ma un incubo.
Parole, a tratti, mi arrivano
dal corridoio. Gente che si lamenta: troppo affollati,
troppo caldo, troppo sudore: troppo. Una madre e una
figlia stanno appoggiate al vetro dello
scompartimento. Vedo le loro schiene schiacciate
contro la porta a vetro. Vedo i loro vestiti,
appiccicati e sporchi. Guardano il treno che avanza,
fra i campi e il mare, che ogni tanto compare.
Aspettano e parlano. Poi: “L’Eurostar era tutta
un’altra cosa. Completamente diverso. Non si sognavano
manco per idea di mettere una carretta del genere al
centro-nord. Questo treno va a Napoli e si vede
proprio”. E rivedo il treno, come quando ci sono
salita: puzzolente e stanco. Con un foglio dove,
scritto a penna, c’era la destinazione: Napoli: senza
ritorno. In tanti annuiscono e dicono che il degrado è
iniziato. Io continuo a guardarti riflessa nel vetro,
fra le gocce e il paesaggio. Mi sembri bella. Vorrei
dirti qualcosa ma rimango zitta. Poi ancora parole dal
corridoio, c’è un ragazzo che litiga con la fidanzata.
“Strunz a me?” lo sento che dice, adesso tossisce e
attacca. Mette il cellulare nella tasca del jeans e si
accovaccia.
“Deve prendere l’Eurostar fino a
Roma poi cambia e prende l’Intercity per Napoli. Ha
capito?”. Diciassette parole, quelle dell’impiegata
alla biglietteria: verbi, nomi, articoli,
congiunzioni; un nome di città. Un nome con sei
lettere: tre vocali, tre consonanti. Un nome non
troppo lungo ma con mille modi diversi di essere
letto. “Ha capito Signorina?” aveva poi chiesto
ancora, vedendomi imbambolata davanti alla sua totale
bruttezza. “Sì, sì, scusi sa stavo pensando” avevo
detto io, prima di scansarmi ché quello dietro di me
aveva fretta e aveva iniziato a sbuffare.
Quando mi parlano spesso mi
rendo conto che non ascolto. Mi perdo rincorrendo i
miei pensieri, quelli che vorrei dire ma non riesco,
quello che vorrei fare solo se. Mi perdo anche quando
guardo le persone e spesso mi commuovo. Non credo sia
normale, ma preferisco crederlo. Stamattina però ho
fatto proprio come mi ha detto quella chiattona della
biglietteria: Eurostar fino a Roma poi Intercity per
Napoli. Ho fatto come diceva lei e adesso mi trovo in
uno scompartimento pieno di gente e borsoni, con un
caldo che sa di sudore, con due ore di ritardo. Fuori
piove e i capelli si sono arricciati. Davanti a me c’è
una bella ragazza ma non riesco a parlarle. Mi
vergogno. È troppo bella, con i suoi occhi neri
inondati di sangue. Accanto a me la schiena di madre e
figlia, appiccicate alla parete. Il treno che corre, a
singhiozzo, fra pioggia e gallerie. Ancora persone che
parlano. Quella che va dalla madre che si sposa con
uno che ha un negozio di cravatte in mezzo a Via
Chiaia. Questa che torna a casa per il fine settimana,
ché studia a Roma veterinaria ma non ce la fa a stare
senza il fidanzato e allora approfitta delle
promozioni super scontate del fine settimana. Quella
ancora che deve arrivare fino a Bari per una maratona
e doveva partire con il fratello ma lui, lo scemo, si
è sentito male e allora va da sola. Storie che si
intrecciano: bugie che si scontrano. In Via Chiaia non
ce ne sono negozi di cravatte, a Roma non c’è
veterinaria, a Bari non ne fanno maratone ad aprile.
Bugie che si intrecciano: storie che si incontrano.
Perché, come diceva Zio Ninì, non c’è una verità
assoluta ma mille verità diverse che si urtano e
confondono, come il paesaggio tagliato dalla pioggia.
“Scusa ma che guardi?” mi dice
quella. Quella che sta davanti a me. Scuoto la testa:
la fissavo. Fissavo i suoi occhi e il suo sguardo: che
ebete. Fissavo le sue labbra, le mani chiuse a pugno.
“Scusa è che a volte mi incanto” rispondo di getto,
come se fosse la cosa più naturale del mondo. Lei mi
sorride e dice che anche a lei, ogni tanto, succede,
specie quando è molto stanca.
Poi dice che fa caldo e si
sventola un pezzo di carta davanti al seno. Il ragazzo
che legge il libro alza lo sguardo, con
disapprovazione. Poi torna immerso nella lettura: Pulp,
Bukowski. Io mi immagino di baciarla, la ragazza. Di
stringerle la mano, la sinistra, tanto da fargliela
aprire. Immagino di trovarci un anello, casomai un
regalo di un vecchio fidanzato. Di leccarle il collo.
“Ci sei? Mi sa che ti sei incantata ancora” dice.
Scuoto ancora la testa e dico, di nuovo, che a volte
mi capita. Lei dice che oggi fa sempre più caldo e che
non è giusto che quelli stiano nel corridoio quando
hanno pagato il biglietto intero e che queste cose
capitano solo appena passata Roma. Io annuisco e penso
che mi piacerebbe dirle che è bella, giusto per vedere
se arrossisce. Giusto per vedere che effetto fa. Mi
racconta che va a Napoli da sua nonna e che lì non
conosce nessuno. Le dico che mi piacerebbe se ci
vedessimo. Lei annuisce e continuiamo a parlare mentre
il treno divide la campagna laziale per entrare in
quella campana. Mentre il treno divide in
scompartimenti l’Italia e la pioggia si affievolisce,
leggera leggera, sui finestrini. Allora distolgo lo
sguardo per un attimo dalle sue mani e vedo il mare,
sbucare. Vedo il suo sorriso confondersi con le onde.
E mi sento felice.
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