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Flavia Piccinni

Con applicatore

Treni del Sud

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con applicatore

“La fortuna si accanisce sempre sui più deboli” mi dice Mario. “E?” rispondo, istintivamente come se non ci fosse altro da dire. Come se proprio quel “e?” scandalizzato e arrabbiato fosse l’unica risposta valida: l’unica accettabile. Mario adesso sta zitto e si tocca gli occhiali grandi e con le lenti riflettenti. Hanno un bel graffio sulla lente sinistra, ma lui probabilmente non se ne è ancora accorto. O, semplicemente, non gli interessa.

Fa freddo oggi, anche se è aprile. Fa freddo non come a dicembre quando ti vuoi infilare una giacca e poi un maglione e poi seppellirti sotto il piumone accanto alla stufa. Fa un freddo condito d’imbarazzo. Come quando sei in Chiesa e tutti piangono, per il funerale, e recitano in coro il Padre Nostro mentre tu te ne stai zitta e preghi solo che nessuno si accorga che tu non credi e che la Messa finisca presto. Fa freddo con il sole e con un vento che ti trascina i capelli e tu che parole non ne hai, anche se servirebbero. Eccome se servirebbero. Perché le parole non ti vengono mai nei momenti in cui sono necessarie e inizi a parlare a vanvera solo quando dovresti chiudere la bocca e far parlare gli altri. Ascoltare, insomma.

Fatto sta che oggi fa freddo. Che accanto a me sta Mario. Che Mario ha due occhialoni graffiati e che dice “la fortuna si accanisce sempre sui più deboli” mentre il vento mi stravolge i capelli e quelli dietro di me, lei tacchi a spillo e trucco da Moira Orfei, lui giacca di velluto e capelli ingelatinati come una sanguisuga, bisbigliano. Non capisco cosa si dicano. Ma c’è lui che le tiene una mano sulla schiena e lei che, a tratti, appoggia la sua testa sulla spalla di lui. Poi c’è sempre lei che gli dice qualcosa all’orecchio. Lui che annuisce. Poi, ancora: il silenzio.

Quel silenzio che vorresti quando sei sul mare a guardare le onde. Il silenzio di persone che pensano e che ringraziano che non sia toccato a loro. Che ringraziano di essere solo spettatori, seduti, in piedi. Spettatori paganti. Spettatori che osservano con attenzione il tuo dolore: non è toccato a me – pensano mentre chiudono gli occhi. Mentre abbassano lo sguardo. Mentre sanno che domani tutto sarà passato. Per me, almeno, lo sarà.

“E’ uno spettacolo indecente” mi continua a dire Mario, come se oggi di cazzate ne avesse dette poche. Dice qualche altra idiozia, masticando nervosamente le parole. Poi basta. Si tira su gli occhiali, come a fermare quei brutti capelli crespi che si ritrova, e guarda quelli che chiudono la tomba. In silenzio, anche loro.

La tomba è una di quelle a muro che costano poco. E’ un piccolo buco in un muro alto più o meno quattro metri. Un buco centrale, circondato da altri due loculi già pieni dove le lettere scure con la pioggia hanno lasciato un segno verde che è colato giù. Stanno scritti i nomi, le date di nascita, di morte. Ad una in bella mostra c’è una fotografia: una vecchia con gli occhiali grossi e il sorriso a mezza bocca. Non è bella, la vecchia, ma come dice Zia Marcella non si può parlare male dei morti. Anche se sono i peggiori esseri dell’Universo, secondo lei, una volta morti, meritano il Paradiso. Io al Paradiso non ci credo così finisce che parlo lo stesso male di suo marito, l’abusivo, perché prima di lei aveva sposato una bella negra del Camerun che dopo un paio di mesi lo aveva lasciato per il figlio del concessionario che vende le auto Fiat usate sulla tangenziale. Controllo sempre che lei non mi stia a sentire, la farei soffrire a vuoto e poi non la sopporto quando mi dice che devo portare rispetto ai morti.

Un muratore tossisce e dice all’altro qualcosa. I due stanno infagottati in gilè arancioni, come quelli che portano gli spazzini dell’Amit. Stanno lì non curanti degli sguardi di tutti: noi, poveri scemi, che vediamo mettere davanti ad una bara mattoni e cemento. Cemento e mattoni. Con la figlia e la moglie che guardano la scala appoggiata al muro e quei due avvolti in gilè fosforescenti che, come fosse nulla, gli portano via, per sempre, il compagno. Mario adesso sta zitto. E anche io non ho di che parlare. Sento freddo anche se il sole mi batte in faccia e me la illumina, come fosse giugno. I due dietro di me si abbracciano. Lui la stringe da dietro. Lei si mangiucchia le unghie della mano destra. Le foglie della siepe, quella che separa il cimitero dal mondo, si muovono. Il fruscio è lento, solo a tratti veloce. Il rumore impercettibile, ma continuo.

Alzo gli sguardi e vedo le facce intorno a me. I sorrisi di quelli che godono della sfiga altrui e come rapaci aspettano di poter raccontare quanto è umile la tomba e quanto erano maleducati i due becchini Le facce di persone che vorrebbero andare via, a fare le loro cose, e che scocciate si chiedono quando finiranno di mettere cemento e mattoni. Le lacrime di quelli che piangono perché non hanno altre maniere per partecipare alla situazione. Gli occhi fissi, gonfi e tremanti. Gli sguardi, sinceri, di quelli che non sono lì per sbaglio. Ma solo per starti vicino, perché è brutto, cazzo se è brutto, perdere un padre a diciott’anni e renderti conto che non hai nessuno se non un paio di compagne di classe che si fingono amiche e neanche hanno avuto il buon gusto di vestirsi di nero. Simona, quella che crede di essere alternativa, si è presentata con una maglietta rosa che le fascia i chili di troppo. Fa la fila dietro la squadra di pallavolo, mentre finge di trattenere le lacrime. Federica, quella che ci sei andata in Grecia d’estate e non ha trovato uno straccio di ragazzo, benché sia riuscita a fare conquiste anche Anna - ottantadue chili per un metro e sessanta, ha la felpa verde pisello, i jeans bucati e le scarpe con i lacci rossi: neanche dovesse andare ad un rave.

Ma loro sono le amiche, quelle che ti dovrebbero stare vicine e invece non ti seguono neanche in bagno durante l’ora di greco, quando esci piangendo, perché non vogliono smettere di prendere appunti. Perché, la classe è un microcosmo. Con le persone false e bugiarde come nei piccoli borghi, come nelle metropoli: come il cimitero. Dove vai a portare i fiori non perché ti fa piacere, ma perché non è bene che la tomba stia così, senza neanche un fiorellino che la adorni.

“Questo funerale mi fa schifo” esplode Mario adesso. Lo dice a voce alta, mentre la fila per abbracciare la figlia orfana si allunga e le persone iniziano a spazientirsi. In parecchi si girano. Lo guardano male, ma lui sembra non accorgersene. Si mette in disparte, tenendo in mano la giacchina  di camoscio. Appoggia un piede su una tomba dal bell’angelo con le ali che svolazzano e guarda l’orologio. Sono in tanti, quelli che continuano a guardarlo. Qualcuno, lo vedo da come lo fissa, vorrebbe dirgli qualcosa: che no, non si sta così ai funerali, che bisogna portare rispetto ai morti.

“Che rispetto avete voi?” dice poi, mentre mi sto cercando una sigaretta nella borsa. Lui è uno di quelli che non riescono a non fare polemica. Per lui la polemica o c’è o c’è: è obbligatoria. Nessuno risponde, solo sguardi sdegnati. Qualche scossa di testa. Qualche mano passata fra i capelli. Continuo a cercare la sigaretta: il pacchetto è finito sotto il cellulare e si è incastrato con la cerniera della tasca interna.  Mi serve tutta la maestria che possiedo per prenderne una. Adesso non mi resta che rintracciare l’accendino e trovare un nascondiglio per accendere. Mi sto allontanando con disinvoltura quando sento Mario che mi comanda: “Vai da Serena”. Vorrei dirgli che l’abbraccio glielo posso dare dopo ma che la sigaretta è un bisogno impellente, che no, non posso proprio rimandare che se non me ne fumo una ogni mezz’ora svengo, ma lui mi fa cenno con la mano. Non mi resta che infilarla in tasca, sperando che non si spezzi, e abbracciare Serena.

Io Serena in cinque anni di scuola non l’ho mai abbracciata. Non perché mi faccia propriamente schifo, no. Solo perché io abbraccio quelli a cui sono legata con un vincolo affettivo fortissimo. Mamma, papà, fratello (raramente), cugina, il ragazzo del momento: nessun altro. Poi, abbracciare le donne mi fa senso. Soprattutto quando sono comuniste che sembrano sempre sporche e ho paura di prendermi qualche malattia. Fatto sta che Serena mi prende e mi stringe. E allora sento il suo dolore come mio. E non mio per sbaglio, ma mio davvero. Vedo la faccia bianca, senza trucco. Gli occhi rossi e il naso gonfio. Le tasche piene di fazzoletti, che qualcuno gli è pure caduto. Mi passa la mano sulla schiena un paio di volte. Io le dico che se ha bisogno non si deve fare problemi, che io ci sono. Lei dice che lo sa e io mi sento la coscienza a posto. Almeno in parte. Perché, in fondo, è questo quello che vogliamo tutti: fare bella figura, con gli altri come con noi stessi. Tranne Lorenzo che è venuto dieci minuti, ha respirato odore di Chiesa, non si è neanche preoccupato di farsi vedere e se n’è andato. A preso la sua Fiat Punto bianca con impianto stereo da discoteca, ha messo una musica dance ed è andato a Viareggio. Che là c’è sempre il sole. E fa caldo. E non ci pensi che una che è in classe con te adesso non dirà più la parola papà, se non associata a imperfetto e ricordi remoti.  

Poi Mario. La stringe. Le tocca i capelli, vedo che gli annusa. Dovrei essere gelosa, ma non lo sono. Un ricciolo gli si infila fra le vitine degli occhiali. Quando si separano un paio di capelli rimangono intrappolati e lei sorride. Lui maldestramente si toglie gli occhiali: le tira i capelli. Si salutano e lei dice, come un automa, grazie. Lui inclina la testa poi si avvicina a me e:

-         Ma infondo, a noi che ci frega?

-         Come che ci frega?

-         Sì, che ci frega?

Io allora me ne sto zitta. Queste sono quelle domande che non vanno mai fatte, perché non hanno risposta. Cerco un aforisma da utilizzare per non sembrare imbarazzata e ignorante. Per non sembrare come sono. Missione impossibile. Mi prendo la sigaretta dalla tasca: è spezzata. Prendo la parte con il filtro e l’accendo. Dura un paio di aspirate. Poi la tiro per terra, fra i sassi e le erbacce. La pesto. Sento un sapore amaro in bocca e la gola raschiata.

Devo smettere di fumare mi dico, mentre mi viene in mente che quello è morto di cancro ai polmoni.

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Treni del Sud

Piove e sento le gocce che si schiantano contro il vetro del vagone. Contro il vagone stesso. Sulle rotaie. Ping tic ping tac. Le gocce come schiaffi nell’aria tagliano il paesaggio: lo squarciano in mille pezzi. Il mio sguardo lo ricompone, dopo attimi di esitazione. E alberi tornano ad unirsi, verdi e numerosi. E papaveri spuntano fra i binari, radi e rossi. A tratti, quando volto lo sguardo, vedo poi macchine bianche e blu parcheggiate in campi sterrati. Vedo l’entrata della galleria. Vedo il buio.

Sento il sudore sulla mia pelle. Fa caldo, anche se piove. Ti guardo riflessa nel vetro, mentre il treno attraversa il vuoto: occhi grandi, con quelle pupille dilatate, capelli lunghi e chiari, mani chiuse, a pugno. Ti guardo ma tu non mi vedi, forse pensi che oggi fa caldo anche se piove. Forse pensi che questo treno fa schifo. Accanto a me un ragazzo che ascolta la musica, poi un vecchio che guarda fuori dal finestrino, ancora un ragazzo che legge un libro. Di nuovo tu. In sei in questo scompartimento, pieno di valigie di persone che aspettano fuori, nel corridoio, in piedi. “Scusate, non è che posso lasciare qui la valigia che posto non ne sta più?” aveva detto uno. E altri, dopo, lo avevano ripetuto. Così siamo in sei, adesso, con tredici borsoni sopra le teste. In sei a guardare fuori dal finestrino, ad ascoltare musica, a pensare: che caldo che fa, anche se piove.

-         Questi treni fanno schifo.

-         Sono sporchissimi e non si può respirare. Non è un viaggio, ma un incubo.

Parole, a tratti, mi arrivano dal corridoio. Gente che si lamenta: troppo affollati, troppo caldo, troppo sudore: troppo. Una madre e una figlia stanno appoggiate al vetro dello scompartimento. Vedo le loro schiene schiacciate contro la porta a vetro. Vedo i loro vestiti, appiccicati e sporchi. Guardano il treno che avanza, fra i campi e il mare, che ogni tanto compare. Aspettano e parlano. Poi: “L’Eurostar era tutta un’altra cosa. Completamente diverso. Non si sognavano manco per idea di mettere una carretta del genere al centro-nord. Questo treno va a Napoli e si vede proprio”. E rivedo il treno, come quando ci sono salita: puzzolente e stanco. Con un foglio dove, scritto a penna, c’era la destinazione: Napoli: senza ritorno. In tanti annuiscono e dicono che il degrado è iniziato. Io continuo a guardarti riflessa nel vetro, fra le gocce e il paesaggio. Mi sembri bella. Vorrei dirti qualcosa ma rimango zitta. Poi ancora parole dal corridoio, c’è un ragazzo che litiga con la fidanzata. “Strunz a me?” lo sento che dice, adesso tossisce e attacca. Mette il cellulare nella tasca del jeans e si accovaccia.

“Deve prendere l’Eurostar fino a Roma poi cambia e prende l’Intercity per Napoli. Ha capito?”. Diciassette parole, quelle dell’impiegata alla biglietteria: verbi, nomi, articoli, congiunzioni; un nome di città. Un nome con sei lettere: tre vocali, tre consonanti. Un nome non troppo lungo ma con mille modi diversi di essere letto. “Ha capito Signorina?” aveva poi chiesto ancora, vedendomi imbambolata davanti alla sua totale bruttezza. “Sì, sì, scusi sa stavo pensando” avevo detto io, prima di scansarmi ché quello dietro di me aveva fretta e aveva iniziato a sbuffare.

Quando mi parlano spesso mi rendo conto che non ascolto. Mi perdo rincorrendo i miei pensieri, quelli che vorrei dire ma non riesco, quello che vorrei fare solo se. Mi perdo anche quando guardo le persone e spesso mi commuovo. Non credo sia normale, ma preferisco crederlo. Stamattina però ho fatto proprio come mi ha detto quella chiattona della biglietteria: Eurostar fino a Roma poi Intercity per Napoli. Ho fatto come diceva lei e adesso mi trovo in uno scompartimento pieno di gente e borsoni, con un caldo che sa di sudore, con due ore di ritardo. Fuori piove e i capelli si sono arricciati. Davanti a me c’è una bella ragazza ma non riesco a parlarle. Mi vergogno. È troppo bella, con i suoi occhi neri inondati di sangue. Accanto a me la schiena di madre e figlia, appiccicate alla parete. Il treno che corre, a singhiozzo, fra pioggia e gallerie. Ancora persone che parlano. Quella che va dalla madre che si sposa con uno che ha un negozio di cravatte in mezzo a Via Chiaia. Questa che torna a casa per il fine settimana, ché studia a Roma veterinaria ma non ce la fa a stare senza il fidanzato e allora approfitta delle promozioni super scontate del fine settimana. Quella ancora che deve arrivare fino a Bari per una maratona e doveva partire con il fratello ma lui, lo scemo, si è sentito male e allora va da sola. Storie che si intrecciano: bugie che si scontrano. In Via Chiaia non ce ne sono negozi di cravatte, a Roma non c’è veterinaria, a Bari non ne fanno maratone ad aprile. Bugie che si intrecciano: storie che si incontrano. Perché, come diceva Zio Ninì, non c’è una verità assoluta ma mille verità diverse che si urtano e confondono, come il paesaggio tagliato dalla pioggia.

“Scusa ma che guardi?” mi dice quella. Quella che sta davanti a me. Scuoto la testa: la fissavo. Fissavo i suoi occhi e il suo sguardo: che ebete. Fissavo le sue labbra, le mani chiuse a pugno. “Scusa è che a volte mi incanto” rispondo di getto, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Lei mi sorride e dice che anche a lei, ogni tanto, succede, specie quando è molto stanca.

Poi dice che fa caldo e si sventola un pezzo di carta davanti al seno. Il ragazzo che legge il libro alza lo sguardo, con disapprovazione. Poi torna immerso nella lettura: Pulp, Bukowski. Io mi immagino di baciarla, la ragazza. Di stringerle la mano, la sinistra, tanto da fargliela aprire. Immagino di trovarci un anello, casomai un regalo di un vecchio fidanzato. Di leccarle il collo. “Ci sei? Mi sa che ti sei incantata ancora” dice. Scuoto ancora la testa e dico, di nuovo, che a volte mi capita. Lei dice che oggi fa sempre più caldo e che non è giusto che quelli stiano nel corridoio quando hanno pagato il biglietto intero e che queste cose capitano solo appena passata Roma. Io annuisco e penso che mi piacerebbe dirle che è bella, giusto per vedere se arrossisce. Giusto per vedere che effetto fa. Mi racconta che va a Napoli da sua nonna e che lì non conosce nessuno. Le dico che mi piacerebbe se ci vedessimo. Lei annuisce e continuiamo a parlare mentre il treno divide la campagna laziale per entrare in quella campana. Mentre il treno divide in scompartimenti l’Italia e la pioggia si affievolisce, leggera leggera, sui finestrini. Allora distolgo lo sguardo per un attimo dalle sue mani e vedo il mare, sbucare. Vedo il suo sorriso confondersi con le onde. E mi sento felice.

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