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PRIMAVERA DEL ’44
Primavera del
quarantaquattro, la giornata è vanamente
tiepida e serena, continuano movimenti di
truppe tedesche che si susseguono da giorni.
Dal fronte adriatico, sotto l’alto comando
del generale Kesselring, confluiscono a
contrastare le armate alleate su quello
tirrenico. Puntuali, da qualche giorno,
sfrecciano incursioni di caccia britannici
per intercettare linee e rifornimenti del
nemico. Roma non è lontana, dista meno di
cinquanta chilometri, e qui l’orizzonte è
contornato di aperta campagna: per lo più
ulivi tra ondulati pendii di colline.
Sento e
comprendo quanto sta accadendo, ne conosco i
luoghi, lo spazio e persino il tempo. Lo
vedo in prima persona, senza neppure essere
stato concepito, attraverso gli occhi di mia
madre e sotto forma di coscienza astrale. Di
primigenia essenza ho facoltà di percepire,
disincarnato nell’ovocita quiescente. Un
destino sospeso tra ipotalamo ed ipofisi
che, in balia di ormoni, mi porta
all’infuori del tempo, tra gli eventi di
quella stessa visione. Mia madre, giovane
donna provata ma forte, gode di un’ottima
funzione ciclica dell’ovaio, con
mestruazioni regolari impiantate da una
buona produzione di ormoni steroidei.
Stamani
attraversa i campi, guardinga e ancora un
po’ bambina, trasformando l’incombente
pericolo in una sorta di gioco, per trovare,
nella fantasia, un’ulteriore via di uscita.
Porta nel ventre, stretta, una borsa d’acqua
calda con dentro olio fresco di molitura. È
a pochi passi dalla via Salaria, da più di
quindici minuti il fuoco sembra tacere e,
tra le retrovie, transitano ancora reparti
di SS in scorta a munizioni e rifornimenti.
Un camion la nota e si ferma; il sergente
Brunner, in uno stentato ma collaudato
italiano, la invita, educatamente,
offrendole un passaggio. Lei indugia, ma non
più di qualche istante, per poi prendere
posto tra i commilitoni, sopra casse di
proiettili e dinamite.
Il percorso è
lungo e, di mezzi civili, all’epoca se ne
vedevano davvero pochi. Lui, il sergente,
continua di tanto in tanto a sghignazzare
raccontando improbabili barzellette tra
tedesco ed italiano. Lei, da parte sua,
sembra quasi incurante del pericolo di tutto
quell’arsenale ma, nondimeno, è rigida e
timorosa nel trovarsi sola, in una morsa di
uomini a farle contorno. Lo sguardo di
Brunner, tra una battuta e l’altra, si
lascia distrarre da quel poco di caviglia
che fuoriesce dalla gonna. Poi,
all’improvviso, un rombo cupo si addensa,
ovunque, nello stomaco. Il sergente dà
ordine di lasciare il veicolo, tutti corrono
lungo la scarpata.
Giallo! Vedo
giallo negli occhi di mia madre che fugge,
corre via accasciandosi a terra. La scarica
di adrenalina si assesta, frazioni di
secondi, e la polvere sollevata riprende un
grigio, più naturale colore, tra il sangue e
le grida soffocate dal rumore dei motori,
nel boato della deflagrazione. Fluttuo, a
mia volta, terrorizzato, spintonato tra
altri ovociti. È una carneficina, diversi
non arriveranno ad assestarsi,
predisponendosi ad una futura, più feconda
vita: nobili ovulazioni pronte a rincorrere
il sogno di baciare lucenti getti di
spermatozoi e divenire esistenza! Io, con la
più paradossale delle fortune, quella del
sopravvivere, dal menarca mi assesto nella
zona più attiva e prossima alla menopausa.
Sarò uno degli ultimi superstiti all’atresia,
nonché predestinato a concepimento; uno
strano frutto di quel primo “boom
economico”, in bianco e nero, ancora in
odore di dopoguerra… L’insolito incontro con
l’ostinata volontà di un flusso spermatico
tardivo ma innamorato del vivere e,
soprattutto, di mia madre. Come loro ho
conosciuto l’amore, nella strisciante guerra
di una protratta pace, attraverso gorghi
d’egoismo e solitudine, sentendomi ancora
vivo.
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UN ALTRO GIORNO, UN’ALTRA MOSCA, PER CASO…
Era un’estate torrida,
ma mai quanto quella precedente; eppure, da
quando alloggiavo presso la piccola Emily,
non avevo mai visto una quantità tale di
agguerrite zanzare. Ve n’erano ovunque,
piccole ed impudenti, sempre pronte a
ronzarti addosso anche quando, inutilmente,
nella rabbia di una morsa, si scagliava,
fulmineo, il palmo richiudendosi.
C’era una vasca con
dei pesciolini rossi nel suo fiabesco
giardino, contornato, qua e là, di gnomi e
folletti adombrati tra la vegetazione. Da
qualche mese Romeo e Giulietta, i due
pesciolini, avevano prole al seguito, ovvero
il piccolo Ughetto. Le condizioni ambientali
dovevano, quantomeno per loro, essere più
che mai favorevoli. In quanto a cibo, non ne
mancava di certo. Larve di fresche e genuine
zanzare abbondavano nello sfavillante
equilibrio di un ecosistema rigenerato con
le sole forze di madre natura.
Emily, proprio quel
giorno, mi annunciava, con innocente gioia,
che degli stranissimi ed altrettanto
sorprendenti funghi erano cresciuti nella
padella abbandonata ai bordi del lavello. Lo
schermo del computer che utilizzavo era
sommerso di carte, sovrapposte a libri, CD,
chincaglieria e quant’altro in possibili,
inusuali sorprese. Il cattivo odore che si
celava oltre il gruppo di memoria fin
avantieri, altro non era che del salame
casualmente occultato.
Il momento più critico
era, comunque, il tramonto. Una sete di
sangue cresceva, smisurata ed improvvisa, in
quei minuscoli ed avidi insetti. Le livide
piaghe dei raschiamenti susseguiti ai
salassi seguitavano, puntualmente, ad essere
martoriate. Lo schermo era lì, pronto a
risplendere di luce propria col favore delle
tenebre. Lume nella notte contornato da una
miriade d’insetti. Ne avevo sempre
osservati, fin da bambino, sotto i lampioni,
indaffarati a girovagarvi intorno; talvolta
prede di fuggevoli pipistrelli. Da Emily ne
avevo un intero e variegato sciame a pochi
centimetri, probabilmente e mia insaputa,
del tutto presi dalla trama di quanto,
versando tributi di sangue, digitavo sulla
tastiera. Sarà per il fatto che le notti
insonni risultino, spesso, troppo lunghe o,
più semplicemente, per qualche lacuna
d’ispirazione, tra lo scorrere del ritmo
della tastiera, nell’ansia di una presunta
solitudine o non so cosa ma, soffermandomi
sullo schermo, notavo, da qualche tempo, una
strana mosca. Pareva timida; si dava da fare
meno delle altre, voglio dire che non si
agitava tanto nello svolazzare quanto,
metodica ed attenta, esplorava la barra
strumenti di “Word” riposta in alto.
Sembrava avere uno straordinario rispetto e
considerazione per l’insolito ambiente che
aveva intorno. Non si spingeva mai,
avventatamente, nelle aree più centrali del
video. Restava, perlopiù, nel suo bordo in
alto e, di tanto in tanto, faceva qualche
capatina sul testo per poi, con un saltello,
ripiegare verso i suoi margini. Si lasciò
andare del tutto, percorrendo l’intero
schermo con inaudita audacia e disinvoltura,
solo quando, tra un aggiornamento e l’altro
del mio sito, comparve la mia home page. Era
rimasta fatalmente attratta da un semplice
script, che animava un’altra mosca a video.
Come si apriva il file in questione perdeva
ogni remora e si lasciava andare
traversando, incrociando ed infine
attorniando il piccolo “GIF” in digitale.
Emily era inverosimilmente entusiasta di
questa buffa storia e non perdeva più
occasione per sedersi al mio fianco
invitandomi, ripetutamente, ad aprire la
pagina. Ne nacque una specie di fiaba in
“reality show”. Insomma, l’irrefrenabile
fantasia di Emily, ed io stesso complice,
vide principi, principesse ed eterni,
sospirati amori prendere forma. Poi, la
mamma di Emily, fece ritorno in casa.
Sbuffò, nauseata, per tutto quell’inferno di
depresso disordine. Chiuse ermeticamente
porte e finestre. Spruzzò quanto più
insetticida possibile nell’ambiente e,
soddisfatta, commentò tra sé:
- Domani potrò
finalmente tornare a pulire…- .
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Ivan il Terribile
di
Enrico Pietrangeli
ã
2004
Una pugnalata dritta
sullo stomaco, inferta con inaudita violenza: un
gesto efferato e tuttavia vero… Rabbia, amore e
disperazione. Ivan sosteneva ancora il corpo con
l’avambraccio sinistro mentre, con la mano destra,
restava irrigidito nell’impugnare il manico del
coltello. Aveva occhi azzurri, lucidi e spaventati,
da sempre persi in una schizoide follia che
rantolava nel buio dei meandri della sua mente. In
bocca, a suggellare un possibile contorno di un
rituale come tanti altri, il mozzicone della
sigaretta che continuava a consumarsi, inesorabile,
bruciando fino alla carta pressata nel filtro.
Quante volte, al bagno, sfogliando pigramente
riviste, si era ritrovato con quello stesso filtro
che, prossimo alla combustione, produce un orribile
olezzo…Luisa, ormai senza vita, rigurgitò un breve
conato di sangue dalla bocca ed Ivan, con pacata
compostezza, stette ad osservalo, fin quando,
deciso, le prese la testa, riversa su di un lato dal
suo stesso peso, ed iniziò a baciarla per poi,
avidamente, leccare ogni residuo che le colava oltre
il mento. Era un’ambrosia, l’ultimo nettare scorso
in un’incontenibile passione a coronare l’eros in
morte. Tolse la mano, a rilento, dalla testa di lei
per accostarla alla sua bocca; compì la sua
abluzione sfregandola per tre volte e sporcandola
dello stesso sangue. Il sibilo seguito da un greve
tremolio del pavimento annunciò il passaggio di una
corsa della sottostante metropolitana: il tempo
sembrò, a questo modo, sentenziare il suo
implacabile scorrere in avanti. Non c’era più
tempo…tutto era accaduto e la paura, sotto forma di
adrenalina, improvvisa saliva ed inondava ogni
sentimento in un inconsapevole, e del tutto nuovo,
istinto a salvaguardarsi. In quel momento Ivan
meditava come ovviare, nascondere, disfarsi di quel
cadavere. Mille pensieri ed altrettante associazioni
piovvero, improvvisi, nella sua mente per appianare
la situazione. Nulla garantiva certezze e, sempre
più urgente, incombeva la spinta all’azione
sollecitata dalla paura. Adagiò, in tutta fretta, il
corpo di Luisa in terra e corse in cucina
agguantando quanta più carta scottex possibile…Nel
giro di pochi minuti sfregò ovunque il pavimento e,
con l’ausilio di alcuni sacchetti dei rifiuti,
avvolse il cadavere sigillandolo con del nastro
adesivo da pacchi. Prese le chiavi della macchina,
nell’intento di effettuare un primo sopralluogo e,
proprio in quell’istante, trillò il telefono
innescando un profondo sobbalzo nel suo cuore.
Attese, impietrito, due squilli poi, d’istinto,
strappò il filo dalla presa ed uscì in una contenuta
fretta. Aveva gli occhi di fuori ed il suo viso era
di un pallido prossimo al diafano. Procedeva,
tuttavia, sicuro, anestetizzato da quello stesso
dolore nel coinvolgimento provato precedentemente.
Non impiegò più di tre minuti nel prendere
l’ascensore, scendere in garage e predisporre l’auto
a portata di mano guardandosi discretamente intorno.
Agguantò, rapido, il pacco contenente il corpo senza
vita. Il pensiero era svanito, sostituito da un
implacabile agire. Si voltò indietro, per non più di
una manciata di secondi, il tempo di effettuare un
ultimo controllo. Chiamò di nuovo l’ascensore e,
sgattaiolando, dopo essersi accertato del suo
arrivo, mise il pacco dentro. Nei pochi secondi
scorsi per scendere, provò ancora un gelido senso di
panico: si aprirono le porte e, riaprendo anche lui
le palpebre tenute socchiuse, corse al vano bagagli
dell’auto per inserirvi il corpo di Luisa
all’interno. Prese posto alla guida; tirò giù un
grosso sospiro nell’introdurre la chiave nel
cruscotto per avviare il motore. Emergeva
un’inaspettata euforia, la soglia di una compiuta
liberazione. Prese dritto il viale che puntava alla
tangenziale, tragitto di tante giornate di lavoro,
diretto verso un inconsapevole percorso e noncurante
di non avere ancora una meta. Gli occhi, contratti
tra due profonde occhiaie, si riflessero nello
specchietto retrovisore, colmi della propria
immagine. Il piede, di colpo, s’irrigidì
sull’acceleratore. Il cuore smise di pulsare e
l’anima, in un vortice, iniziò ad ululare:
impazzita.
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L’amica e la puttana
di Enrico
Pietrangeli
ã 2002
C’è un’amica, gentile e
discreta, che una sera mi ha invitato a cena, ma non è
stata una sprovveduta: trattasi del gesto più pulito
mai visto dietro una semplice apertura. Siamo finiti a
letto, come previsto, senza ingombranti protocolli di
giochi, per il gusto di esserci: spoglio di apparenti
motivazioni. Mi ha ascoltato, attenta, il mattino
seguente, quando anticipando la mia fuoriuscita dal
letto, mi versava del caffè caldo sorridente. Aveva
cura nel trattenere le mie parole: grandi inquietudini
esternate tra una caparbia voglia di vivere.
- Non tutti gli uomini sanno
mettersi in discussione – commentava, misurata,
trasmettendomi nel suo tono quel di più di tenere
certezze. Abbozzavo, a mia volta, un contratto riso,
prima di lasciarla, congedandomi mentre ancora
sorseggiavo l’ultimo sorso, macchiandomi i pantaloni.
- Fa nulla – le dico in fretta,
mentre afferro il giaccone in mano per infilarmelo. Mi
accompagna alla porta dove, cordialmente, le sorrido
ancora baciandola fraternamente sulle gote. Poi mi
volto, scendo la prima rampa delle scale dove, lei, di
nuovo compare, in vestaglia, sulla soglia della porta.
Rallento, le dico che fa freddo e la invito a
rientrare cadenzando inesorabile il passo fino alla
fine della tromba delle scale. Mi fermo e ci ripenso
sopra. Mi scopro un volgare avventore notturno che
puzza di vino. Un uomo solo, nella strada, che
inciampa e sosta, d’inconsolabile languore, nei pressi
di un consumato lampione. Un uomo che sogna, tra
memorie e presente, uno sconsiderato gesto d’amore.
Dall’altra parte della strada, un gran via vai di
lucciole e signori, per lo più tutti ben ordinati e
seduti in confortevoli automobili. Fanno la fila, poco
più avanti a sinistra, attendono Lola, la più carina.
Sghignazza, soddisfatto, il dottor Lamberti, stasera
ce l’ha fatta. L’ha messa su e se la tromberà contento
per pochi svenevoli minuti.
- E’ roba mia!..- commenta
risentito al vecchio Brosi che, accostandosi, se la
vede portar via. Dovrà accontentarsi d’altro perché
stasera sarà più che mai puntuale con Gloria, sua
moglie, e tutta la relativa famiglia.
Annaspo dal lampione e,
trascinandomi, proseguo a penzoloni. Da un’auto in
corsa, mentre attraverso la strada, percepisco appena
lo stridere di una sterzata e poi uno strombazzamento
di clacson con l’eco di un probabile “vaffanculo”.
Cado, infine, proprio nel metter piede sopra il rialzo
del marciapiede opposto. Un braccio, silenzioso, mi
afferra e china sul lato. E’ pietoso ma alieno, tanto
da farmi coraggio ed iniziare a parlarle. Le getto
tutto fuori, lì, in pochi minuti. Amori ed illusioni
svanite, le misere ansie che animano quel mio vago
andare, tutta la voglia di mendicare un po’ d’amore…
- Ma no, non qui, per l’amore
del cielo…ti pagherò comunque, per abbracciarti e
lasciarti sentire quel bambino tenero e offeso che è
in me. Salderò il conto, domattina, ma sarà dolce e
diverso. Un caffè in fretta: io e te, guardandoci
negli occhi, mentre ti racconto inquietudini sopra una
caparbia voglia di vivere.
Avanti un altro! - .
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Born to
be wild
di Enrico Pietrangeli © 2003
Nico
esibiva orgoglioso una cicatrice sull'avambraccio
destro alla piccola Ketty: un evidente fregio da lama
che appariva come una virgola di carne tumefatta e
rattrappita; lei, non sembrava affatto inorridita da
quanto, stando sulla strada, ribadiva dure certezze
per un selvaggio vivere. Ketty, con i suoi lineamenti
da minuta ragazzina, finiva sempre col rannicchiarsi
tra le possenti braccia di Nico, un muscoloso eroe da
fumetto con cui condivideva i resti di una costruzione
occupata. Era un luogo lontano e notoriamente
malfamato dove, tra rifiuti e quant'altro, in un
costante raffermo olezzo si guarniva qua e là il
paesaggio di anfratti bui, silenziosi della sola
desolazione rotta dallo scricchiolio di soffici
tappeti di preservativi e siringhe in cui s'incorreva
al passaggio. Nico, quella sera, si acquietò presto,
nonostante il freddo, mentre, stanco, stringeva a sé
le esili forme di Ketty, proprio in un angolo di
quelle disfatte cavità in cemento armato; trattenendo
ancora, con gli occhi socchiusi, il mozzicone della
sigaretta: un moncone irto di cenere che, nel
sopraggiungere del torpore, pendeva sempre più
vistosamente dal labbro inferiore. Un vento, cupo e
gelido, sussurrava le ultime parole non dette mentre
loro, avvinghiati, caddero presto nell'agognato sonno
intiepidendosi del calore dei soli corpi. La notte, a
dire il vero, sembra non aver mai abbandonato certi
posti…ma quella, oltre a un tempo da lupi, aveva il
sapore di una disfatta stanchezza…Giorni su giorni
consumati in un vivere ai margini, fatto di espedienti
e furti ma anche di forzati digiuni ed altri intrugli:
droghe sporche, di quelle con l’etichetta e che si
trovano anche in farmacia. Più tardi, nel cuore delle
tenebre (così come sarebbe opportuno dire solo se si
vivesse, come loro, bivaccando in qualche sperduto ed
informe tugurio all’inferno) al sibilo del vento si
aggiunse il rombo più greve di una potente moto.
Seguirono passi incerti, costellati di un vociferare
alticcio; quello che, all’apparenza, parrebbe
l’abituale andirivieni dei soliti quattro ubriaconi.
Tutt’intorno il nulla, di tutti senza appartenere a
nessuno: una terra senza regole e frontiere dove Nico
e Ketty dormivano dividendo lo stesso spazio con
tossici e prostitute durante il giorno. Non c’erano
ragioni per venirsi a bucare come sorci rintanati
durante la notte e, il clan delle nigeriane, si sa, la
sera scende giù, sulla statale. Il rumore del motore
tornò di nuovo a rombare e, subito dopo, si udì ancora
la sola voce del vento. Nessuno, oltre la notte,
sembrava presenziare ancora. Scorse in fretta quell’ultimo
lasso di oscurità, di verosimile quiete, lasciando
addentrare ancora i chiarori di un nuovo giorno, quasi
a confortarci della presenza di un Dio persino in quel
posto. Non si poteva dire che fosse ancora spuntato il
sole quando una pattuglia della polizia costeggiò
quella specie di fabbrica dimessa, l’agente Mazzi
bloccò immediatamente l’auto richiamando l’attenzione
del brigadiere sul del fumo, di quello nero, messo in
risalto dal bagliore delle sottostanti fiamme che
s’intravedevano dalla fessura di uno sfiatatoio. Il
brigadiere Orlandi, senza indugiare, dette ordine a
Mazzi di chiamare alla radio e, insieme al terzo
agente che sedeva sul retro, non tardò un istante a
discendere dal veicolo per dirigersi, nella dovuta
cautela, ad effettuare un primo sopralluogo. Mazzi
agguantò subito la radio comunicando coordinate ed
eventi alla centrale poi, lanciando un altro sguardo
attraverso il finestrino, afferrò una mela dal suo
tascapane per morderla con un evidente senso di
eccitazione. Sputò infine buona parte della buccia, ma
solo dopo averla per un po’ nervosamente masticata,
quindi tirò fuori un auricolare dalla tasca, socchiuse
gli occhi sistemandoselo nel suo orecchio destro e,
con determinazione, pigiò il dito sul sensore del play
collocando il volume al massimo:
- Born to be wild!…- .
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UN GIORNO UNA
MOSCA PER CASO
Giselle non
era ancora morta, giaceva sul selciato, agonizzante,
mentre si dissanguava lentamente, quando mia madre,
una vecchia ma saggia mosca, deponeva, una ad una, le
sue ultime uova feconde tra le feritoie delle piaghe
ancora fresche. Il sole bruciava sul punto di
liquefare l’asfalto, ma non sarebbe mai stato
abbastanza caloroso da essiccare il sangue arrestando
quella fatale emorragia; per mia fortuna la carne
permaneva umida, ancora quel tanto che basta,
assecondando con la temperatura un precoce e plurimo
sviluppo delle future larve. Non ci furono corse
all’ospedale, di quelle a sirene spiegate e che,
troppo spesso, sembra che compromettano per sempre lo
sviluppo del senso d’orientamento delle mosche. Tutto
avvenne con la consueta solerte, cinica prassi dei
becchini, senza troppi rumori ma, soprattutto, senza
incorrere nel più temibile dei pericoli: bombardamenti
attraverso flebo di agguerriti antibiotici. Più tardi,
all’obitorio, somministrarono un qualche intruglio
ritardante dei processi di decomposizione, ma, simili
espedienti, garantiscono migliori possibilità di
sviluppo e sopravvivenza per quelle larve che sanno
aspettare e fiorire, senza troppa ingordigia, solo nel
momento in cui, la carne, trasformandosi, degenera.
Lunghe e noiose ore trascorse nelle celle frigorifere,
ad aspettare visite e riconoscimenti, firme e
snervanti burocrazie. Poi, il giorno fatale, quello
più lungo e atteso: l’autopsia. Guai a capitare tra
quei frammenti di carne immersi nei reagenti! Occhi
curiosi che spiano ogni anfratto della pelle e
scavano, scavano…affondando bisturi e sonde…Dio! Che
orrida invadenza hanno questi umani, sempre pronti a
curiosare oltre la loro natura per attestare la
propria. Un sospiro, si fa per dire, lo si può tirare
giù solo il giorno del funerale. Anche lì, a rendere
tutto più complicato, ci sono sempre loro: gli umani.
Capita, non di rado, che molti cadaveri finiscano per
esser cremati. Vi lascio immaginare il piacere di
finire, senza ancora essere neppure nati, condannati
tra le fiamme di un imponente rogo. Per mia fortuna,
nel paesino di Giselle, dove venne celebrato il rito e
tumulato il feretro, le cose andarono né più né meno
come nelle vecchie consuetudini. Trascorsi alcuni
giorni dalla sepoltura, saltai fuori, vispo e
determinato a divorare quanta più poltiglia possibile.
Ero deciso a rendere onore a quella anziana ed
energica mosca di mia madre, volevo, in fretta e
furia, assumere le sembianze di una vigorosa larva
pronta a trasformarsi e volare verso una nuova vita.
Furono sufficienti pochi giorni di quel lauto
banchetto per raggiungere adeguati connotati e
dimensioni. Ero pronto, finalmente, per la grande
impresa, ma un’altra prova mi attendeva: il
fuoriuscire da tutta quella melma. Il punto più
gravoso consistette nel superare quante ermetiche
zincature circoscrivevano la bara. Trascorsi
interminabili ore, che per gli insetti potrebbero
essere mesi, facendo qua e là capolino alla ricerca di
un possibile varco. Niente sembrava penetrare oltre e
quando, disperato, mi ero quasi rassegnato a morire
lì, nel buio di un anfratto, scorsi, salvifico, un
rivolo di umida e percorribile terra. Strisciai in
tutta fretta, con le ultime forze della disperazione,
ascendendo tra quelle cavità più prossime alla luce
del sole. Giunsi, non so neppure io dove e come,
laddove mi condusse l’istinto. Ero pallido e morente,
di quella comunque apparente, pronto per quell’ultima
alchimia che mi avrebbe, di lì a poco, trasformato in
un giovane e possente moscone. Uscii fuori, lo ricordo
bene, che era un giorno soleggiato, proprio come
quello in cui mia madre mi aveva concepito. Non
c’erano molte persone al cimitero, anzi, a dire il
vero, ce n’era una sola: la sorella di Giselle,
raccolta, con pochi fiori in mano, sulla tomba. Fui
subito attratto dall’odore penetrante della
sudorazione della pelle che emanava quella giovane
creatura. Non stentai, inebriato, un solo attimo,
nell’approssimarmi cercando un possibile angolo dove
posarmi e, nella sua distrazione, approfittarne per
suggere un po’ di quella profumata ambrosia. Destino
volle che, nel voltarsi, mi vide, scaraventandomi,
infastidita, la mano contro. Caddi imbambolato a
terra, capovolto e, lentamente, persi i sensi,
ruotando sempre più a rilento le ancora gracili
zampette. Il sole ha fatto tutto il resto,
dissecandomi in poche ore; la sorella di Giselle,
probabilmente, non si rese neppure conto di tutto
questo: era lì che continuava a sostare raccolta sulla
lapide, assorta in tutt’altri pensieri.
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