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Enrico Pietrangeli

Primavera del '44

Un altro giorno, un'altra mosca, per caso...

Ivan il Terribile

L’amica e la puttana

Born to be wild

Un giorno una mosca per caso

dello stesso Autore....Poesie

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PRIMAVERA DEL ’44   

Primavera del quarantaquattro, la giornata è vanamente tiepida e serena, continuano movimenti di truppe tedesche che si susseguono da giorni. Dal fronte adriatico, sotto l’alto comando del generale Kesselring, confluiscono a contrastare le armate alleate su quello tirrenico. Puntuali, da qualche giorno, sfrecciano incursioni di caccia britannici per intercettare linee e rifornimenti del nemico. Roma non è lontana, dista meno di cinquanta chilometri, e qui l’orizzonte è contornato di aperta campagna: per lo più ulivi tra ondulati pendii di colline.

Sento e comprendo quanto sta accadendo, ne conosco i luoghi, lo spazio e persino il tempo. Lo vedo in prima persona, senza neppure essere stato concepito, attraverso gli occhi di mia madre e sotto forma di coscienza astrale. Di primigenia essenza ho facoltà di percepire, disincarnato nell’ovocita quiescente. Un destino sospeso tra ipotalamo ed ipofisi che, in balia di ormoni, mi porta all’infuori del tempo, tra gli eventi di quella stessa visione. Mia madre, giovane donna provata ma forte, gode di un’ottima funzione ciclica dell’ovaio, con mestruazioni regolari impiantate da una buona produzione di ormoni steroidei.

Stamani attraversa i campi, guardinga e ancora un po’ bambina, trasformando l’incombente pericolo in una sorta di gioco, per trovare, nella fantasia, un’ulteriore via di uscita. Porta nel ventre, stretta, una borsa d’acqua calda con dentro olio fresco di molitura. È a pochi passi dalla via Salaria, da più di quindici minuti il fuoco sembra tacere e, tra le retrovie, transitano ancora reparti di SS in scorta a munizioni e rifornimenti. Un camion la nota e si ferma; il sergente Brunner, in uno stentato ma collaudato italiano, la invita, educatamente, offrendole un passaggio. Lei indugia, ma non più di qualche istante, per poi prendere posto tra i commilitoni, sopra casse di proiettili e dinamite.

Il percorso è lungo e, di mezzi civili, all’epoca se ne vedevano davvero pochi. Lui, il sergente, continua di tanto in tanto a sghignazzare raccontando improbabili barzellette tra tedesco ed italiano. Lei, da parte sua, sembra quasi incurante del pericolo di tutto quell’arsenale ma, nondimeno, è rigida e timorosa nel trovarsi sola, in una morsa di uomini a farle contorno. Lo sguardo di Brunner, tra una battuta e l’altra, si lascia distrarre da quel poco di caviglia che fuoriesce dalla gonna. Poi, all’improvviso, un rombo cupo si addensa, ovunque, nello stomaco. Il sergente dà ordine di lasciare il veicolo, tutti corrono lungo la scarpata.

Giallo! Vedo giallo negli occhi di mia madre che fugge, corre via accasciandosi a terra. La scarica di adrenalina si assesta, frazioni di secondi, e la polvere sollevata riprende un grigio, più naturale colore, tra il sangue e le grida soffocate dal rumore dei motori, nel boato della deflagrazione. Fluttuo, a mia volta, terrorizzato, spintonato tra altri ovociti. È una carneficina, diversi non arriveranno ad assestarsi, predisponendosi ad una futura, più feconda vita: nobili ovulazioni pronte a rincorrere il sogno di baciare lucenti getti di spermatozoi e divenire esistenza! Io, con la più paradossale delle fortune, quella del sopravvivere, dal menarca mi assesto nella zona più attiva e prossima alla menopausa. Sarò uno degli ultimi superstiti all’atresia, nonché predestinato a concepimento; uno strano frutto di quel primo “boom economico”, in bianco e nero, ancora in odore di dopoguerra… L’insolito incontro con l’ostinata volontà di un flusso spermatico tardivo ma innamorato del vivere e, soprattutto, di mia madre. Come loro ho conosciuto l’amore, nella strisciante guerra di una protratta pace, attraverso gorghi d’egoismo e solitudine, sentendomi ancora vivo.

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UN ALTRO GIORNO, UN’ALTRA MOSCA, PER CASO…

 

 

Era un’estate torrida, ma mai quanto quella precedente; eppure, da quando alloggiavo presso la piccola Emily, non avevo mai visto una quantità tale di agguerrite zanzare. Ve n’erano ovunque, piccole ed impudenti, sempre pronte a ronzarti addosso anche quando, inutilmente, nella rabbia di una morsa, si scagliava, fulmineo, il palmo richiudendosi.

C’era una vasca con dei pesciolini rossi nel suo fiabesco giardino, contornato, qua e là, di gnomi e folletti adombrati tra la vegetazione. Da qualche mese Romeo e Giulietta, i due pesciolini, avevano prole al seguito, ovvero il piccolo Ughetto. Le condizioni ambientali dovevano, quantomeno per loro, essere più che mai favorevoli. In quanto a cibo, non ne mancava di certo. Larve di fresche e genuine zanzare abbondavano nello sfavillante equilibrio di un ecosistema rigenerato con le sole forze di madre natura.

Emily, proprio quel giorno, mi annunciava, con innocente gioia, che degli stranissimi ed altrettanto sorprendenti funghi erano cresciuti nella padella abbandonata ai bordi del lavello. Lo schermo del computer che utilizzavo era sommerso di carte, sovrapposte a libri, CD, chincaglieria e quant’altro in possibili, inusuali sorprese. Il cattivo odore che si celava oltre il gruppo di memoria fin avantieri, altro non era che del salame casualmente occultato.

Il momento più critico era, comunque, il tramonto. Una sete di sangue cresceva, smisurata ed improvvisa, in quei minuscoli ed avidi insetti. Le livide piaghe dei raschiamenti susseguiti ai salassi seguitavano, puntualmente, ad essere martoriate. Lo schermo era lì, pronto a risplendere di luce propria col favore delle tenebre. Lume nella notte contornato da una miriade d’insetti. Ne avevo sempre osservati, fin da bambino, sotto i lampioni, indaffarati a girovagarvi intorno; talvolta prede di fuggevoli pipistrelli. Da Emily ne avevo un intero e variegato sciame a pochi centimetri, probabilmente e mia insaputa, del tutto presi dalla trama di quanto, versando tributi di sangue, digitavo sulla tastiera. Sarà per il fatto che le notti insonni risultino, spesso, troppo lunghe o, più semplicemente, per qualche lacuna d’ispirazione, tra lo scorrere del ritmo della tastiera, nell’ansia di una presunta solitudine o non so cosa ma, soffermandomi sullo schermo, notavo, da qualche tempo, una strana mosca. Pareva timida; si dava da fare meno delle altre, voglio dire che non si agitava tanto nello svolazzare quanto, metodica ed attenta, esplorava la barra strumenti di “Word” riposta in alto. Sembrava avere uno straordinario rispetto e considerazione per l’insolito ambiente che aveva intorno. Non si spingeva mai, avventatamente, nelle aree più centrali del video. Restava, perlopiù, nel suo bordo in alto e, di tanto in tanto, faceva qualche capatina sul testo per poi, con un saltello, ripiegare verso i suoi margini. Si lasciò andare del tutto, percorrendo l’intero schermo con inaudita audacia e disinvoltura, solo quando, tra un aggiornamento e l’altro del mio sito, comparve la mia home page. Era rimasta fatalmente attratta da un semplice script, che animava un’altra mosca a video. Come si apriva il file in questione perdeva ogni remora e si lasciava andare traversando, incrociando ed infine attorniando il piccolo “GIF” in digitale. Emily era inverosimilmente entusiasta di questa buffa storia e non perdeva più occasione per sedersi al mio fianco invitandomi, ripetutamente, ad aprire la pagina. Ne nacque una specie di fiaba in “reality show”. Insomma, l’irrefrenabile fantasia di Emily, ed io stesso complice, vide principi, principesse ed eterni, sospirati amori prendere forma. Poi, la mamma di Emily, fece ritorno in casa. Sbuffò, nauseata, per tutto quell’inferno di depresso disordine. Chiuse ermeticamente porte e finestre. Spruzzò quanto più insetticida possibile nell’ambiente e, soddisfatta, commentò tra sé:

- Domani potrò finalmente tornare a pulire…- .

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Ivan il Terribile

 di Enrico Pietrangeli ã 2004

Una pugnalata dritta sullo stomaco, inferta con inaudita violenza: un gesto efferato e tuttavia vero… Rabbia, amore e disperazione. Ivan sosteneva ancora il corpo con l’avambraccio sinistro mentre, con la mano destra, restava irrigidito nell’impugnare il manico del coltello. Aveva occhi azzurri,  lucidi e spaventati, da sempre persi in una schizoide follia che rantolava nel buio dei meandri della sua mente. In bocca, a suggellare un possibile contorno di un rituale come tanti altri, il mozzicone della sigaretta che continuava a consumarsi, inesorabile, bruciando fino alla carta pressata nel filtro. Quante volte, al bagno, sfogliando pigramente riviste, si era ritrovato con quello stesso filtro che, prossimo alla combustione, produce un orribile olezzo…Luisa, ormai senza vita, rigurgitò un breve conato di sangue dalla bocca ed Ivan, con pacata compostezza, stette ad osservalo, fin quando, deciso, le prese la testa, riversa su di un lato dal suo stesso peso, ed iniziò a baciarla per poi, avidamente, leccare ogni residuo che le colava oltre il mento. Era un’ambrosia, l’ultimo nettare scorso in un’incontenibile passione a coronare l’eros in morte. Tolse la mano, a rilento, dalla testa di lei per accostarla alla sua bocca; compì la sua abluzione sfregandola per tre volte e sporcandola dello stesso sangue. Il sibilo seguito da un greve tremolio del pavimento annunciò il passaggio di una corsa della sottostante metropolitana: il tempo sembrò, a questo modo, sentenziare il suo implacabile scorrere in avanti. Non c’era più tempo…tutto era accaduto e la paura, sotto forma di adrenalina, improvvisa saliva ed inondava ogni sentimento in un inconsapevole, e del tutto nuovo, istinto a salvaguardarsi. In quel momento Ivan meditava come ovviare, nascondere, disfarsi di quel cadavere. Mille pensieri ed altrettante associazioni piovvero, improvvisi, nella sua mente per appianare la situazione. Nulla garantiva certezze e, sempre più urgente, incombeva la spinta all’azione sollecitata dalla paura. Adagiò, in tutta fretta, il corpo di Luisa in terra e corse in cucina agguantando quanta più carta scottex possibile…Nel giro di pochi minuti sfregò ovunque il pavimento e, con l’ausilio di alcuni sacchetti dei rifiuti, avvolse il cadavere sigillandolo con del nastro adesivo da pacchi. Prese le chiavi della macchina, nell’intento di effettuare un primo sopralluogo e, proprio in quell’istante, trillò il telefono innescando un profondo sobbalzo nel suo cuore. Attese, impietrito, due squilli poi, d’istinto, strappò il filo dalla presa ed uscì in una contenuta fretta. Aveva gli occhi di fuori ed il suo viso era di un pallido prossimo al diafano. Procedeva, tuttavia, sicuro, anestetizzato da quello stesso dolore nel coinvolgimento provato precedentemente. Non impiegò più di tre minuti nel prendere l’ascensore, scendere in garage e predisporre l’auto a portata di mano guardandosi discretamente intorno. Agguantò, rapido, il pacco contenente il corpo senza vita. Il pensiero era svanito, sostituito da un implacabile agire. Si voltò indietro, per non più di una manciata di secondi, il tempo di effettuare un ultimo controllo. Chiamò di nuovo l’ascensore e, sgattaiolando, dopo essersi accertato del suo arrivo, mise il pacco dentro. Nei pochi secondi scorsi per scendere, provò ancora un gelido senso di panico: si aprirono le porte e, riaprendo anche lui le palpebre tenute socchiuse, corse al vano bagagli dell’auto per inserirvi il corpo di Luisa all’interno. Prese posto alla guida; tirò giù un grosso sospiro nell’introdurre la chiave nel cruscotto per avviare il motore. Emergeva un’inaspettata euforia, la soglia di una compiuta liberazione. Prese dritto il viale che puntava alla tangenziale, tragitto di tante giornate di lavoro, diretto verso un inconsapevole percorso e noncurante di non avere ancora una meta. Gli occhi, contratti tra due profonde occhiaie, si riflessero nello specchietto retrovisore, colmi della propria immagine. Il piede, di colpo, s’irrigidì sull’acceleratore. Il cuore smise di pulsare e l’anima, in un vortice, iniziò ad ululare: impazzita.

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L’amica e la puttana

 

di Enrico Pietrangeli ã 2002

 

C’è un’amica, gentile e discreta, che una sera mi ha invitato a cena, ma non è stata una  sprovveduta: trattasi del gesto più pulito mai visto dietro una semplice apertura. Siamo finiti a letto, come previsto, senza ingombranti protocolli di giochi, per il gusto di esserci: spoglio di apparenti motivazioni. Mi ha ascoltato, attenta, il mattino seguente, quando anticipando la mia fuoriuscita dal letto, mi versava del caffè caldo sorridente. Aveva cura nel trattenere le mie parole: grandi inquietudini esternate tra una caparbia voglia di vivere.

- Non tutti gli uomini sanno mettersi in discussione – commentava, misurata, trasmettendomi nel suo tono quel di più di tenere certezze. Abbozzavo, a mia volta, un contratto riso, prima di lasciarla, congedandomi mentre ancora sorseggiavo l’ultimo sorso, macchiandomi i pantaloni.

- Fa nulla – le dico in fretta, mentre afferro il giaccone in mano per infilarmelo. Mi accompagna alla porta dove, cordialmente, le sorrido ancora baciandola fraternamente sulle gote. Poi mi volto, scendo la prima rampa delle scale dove, lei, di nuovo compare, in vestaglia, sulla soglia della porta. Rallento, le dico che fa freddo e la invito a rientrare cadenzando inesorabile il passo fino alla fine della tromba delle scale. Mi fermo e ci ripenso sopra. Mi scopro un volgare avventore notturno che puzza di vino. Un uomo solo, nella strada, che inciampa e sosta, d’inconsolabile languore, nei pressi di un consumato lampione. Un uomo che sogna, tra memorie e presente, uno sconsiderato gesto d’amore. Dall’altra parte della strada, un gran via vai di lucciole e signori, per lo più tutti ben ordinati e seduti in confortevoli automobili. Fanno la fila, poco più avanti a sinistra, attendono Lola, la più carina. Sghignazza, soddisfatto, il dottor Lamberti, stasera ce l’ha fatta. L’ha messa su e se la tromberà contento per pochi svenevoli minuti.

- E’ roba mia!..- commenta risentito al vecchio Brosi che, accostandosi, se la vede portar via. Dovrà accontentarsi d’altro perché stasera sarà più che mai puntuale con Gloria, sua moglie, e tutta la relativa famiglia.

Annaspo dal lampione e, trascinandomi, proseguo a penzoloni. Da un’auto in corsa, mentre attraverso la strada, percepisco appena lo stridere di una sterzata e poi uno strombazzamento di clacson con l’eco di un probabile “vaffanculo”. Cado, infine, proprio nel metter piede sopra il rialzo del marciapiede opposto. Un braccio, silenzioso, mi afferra e china sul lato. E’ pietoso ma alieno, tanto da farmi coraggio ed iniziare a parlarle. Le getto tutto fuori, lì, in pochi minuti. Amori ed illusioni svanite, le misere ansie che animano quel mio vago andare, tutta la voglia di mendicare un po’ d’amore…

- Ma no, non qui, per l’amore del cielo…ti pagherò comunque, per abbracciarti e lasciarti sentire quel bambino tenero e offeso che è in me. Salderò il conto, domattina, ma sarà dolce e diverso. Un caffè in fretta: io e te, guardandoci negli occhi, mentre ti racconto inquietudini sopra una caparbia voglia di vivere.

Avanti un altro! - .

 

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Born to be wild

 

di Enrico Pietrangeli © 2003

 

 

 

Nico esibiva orgoglioso una cicatrice sull'avambraccio destro alla piccola Ketty: un evidente fregio da lama che appariva come una virgola di carne tumefatta e rattrappita; lei, non sembrava affatto inorridita da quanto, stando sulla strada, ribadiva dure certezze per un selvaggio vivere. Ketty, con i suoi lineamenti da minuta ragazzina, finiva sempre col rannicchiarsi tra le possenti braccia di Nico, un muscoloso eroe da fumetto con cui condivideva i resti di una costruzione occupata. Era un luogo lontano e notoriamente malfamato dove, tra rifiuti e quant'altro, in un costante raffermo olezzo si guarniva qua e là il paesaggio di anfratti bui, silenziosi della sola desolazione rotta dallo scricchiolio di soffici tappeti di preservativi e siringhe in cui s'incorreva al passaggio. Nico, quella sera, si acquietò presto, nonostante il freddo, mentre, stanco, stringeva a sé le esili forme di Ketty, proprio in un angolo di quelle disfatte cavità in cemento armato; trattenendo ancora, con gli occhi socchiusi, il mozzicone della sigaretta: un moncone irto di cenere che, nel sopraggiungere del torpore, pendeva sempre più vistosamente dal labbro inferiore. Un vento, cupo e gelido, sussurrava le ultime parole non dette mentre loro, avvinghiati, caddero presto nell'agognato sonno intiepidendosi del calore dei soli corpi. La notte, a dire il vero, sembra non aver mai abbandonato certi posti…ma quella, oltre a un tempo da lupi, aveva il sapore di una disfatta stanchezza…Giorni su giorni consumati in un vivere ai margini, fatto di espedienti e furti ma anche di forzati digiuni ed altri intrugli: droghe sporche, di quelle con l’etichetta e che si trovano anche in farmacia. Più tardi, nel cuore delle tenebre (così come sarebbe opportuno dire solo se si vivesse, come loro, bivaccando in qualche sperduto ed informe tugurio all’inferno) al sibilo del vento si aggiunse il rombo più greve di una potente moto. Seguirono passi incerti, costellati di un vociferare alticcio; quello che, all’apparenza, parrebbe l’abituale andirivieni dei soliti quattro ubriaconi. Tutt’intorno il nulla, di tutti senza appartenere a nessuno: una terra senza regole e frontiere dove Nico e Ketty dormivano dividendo lo stesso spazio con tossici e prostitute durante il giorno. Non c’erano ragioni per venirsi a bucare come sorci rintanati durante la notte e, il clan delle nigeriane, si sa, la sera scende giù, sulla statale. Il rumore del motore tornò di nuovo a rombare e, subito dopo, si udì ancora la sola voce del vento. Nessuno, oltre la notte, sembrava presenziare ancora. Scorse in fretta quell’ultimo lasso di oscurità, di verosimile quiete, lasciando addentrare ancora i chiarori di un nuovo giorno, quasi a confortarci della presenza di un Dio persino in quel posto. Non si poteva dire che fosse ancora spuntato il sole quando una pattuglia della polizia costeggiò quella specie di fabbrica dimessa, l’agente Mazzi bloccò immediatamente l’auto richiamando l’attenzione del brigadiere sul del fumo, di quello nero, messo in risalto dal bagliore delle sottostanti fiamme che s’intravedevano dalla fessura di uno sfiatatoio. Il brigadiere Orlandi, senza indugiare, dette ordine a Mazzi di chiamare alla radio e, insieme al  terzo agente che sedeva sul retro, non tardò un istante a discendere dal veicolo per dirigersi, nella dovuta cautela, ad effettuare un primo sopralluogo. Mazzi agguantò subito la radio comunicando coordinate ed eventi alla centrale poi, lanciando un altro sguardo attraverso il finestrino, afferrò una mela dal suo tascapane per morderla con un evidente senso di eccitazione. Sputò infine buona parte della buccia, ma solo dopo averla per un po’ nervosamente masticata, quindi tirò fuori un auricolare dalla tasca, socchiuse gli occhi sistemandoselo nel suo orecchio destro e, con determinazione, pigiò il dito sul sensore del play collocando il volume al massimo:

- Born to be wild!…- .

 

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UN GIORNO UNA MOSCA PER CASO   

 

 

Giselle non era ancora morta, giaceva sul selciato, agonizzante, mentre si dissanguava lentamente, quando mia madre, una vecchia ma saggia mosca, deponeva, una ad una, le sue ultime uova  feconde tra le feritoie delle piaghe ancora fresche. Il sole bruciava sul punto di liquefare l’asfalto, ma non sarebbe mai stato abbastanza caloroso da essiccare il sangue arrestando quella fatale emorragia; per mia fortuna la carne permaneva umida, ancora quel tanto che basta, assecondando con la temperatura un precoce e plurimo sviluppo delle future larve. Non ci furono corse all’ospedale, di quelle a sirene spiegate e che, troppo spesso, sembra che compromettano per sempre lo sviluppo del senso d’orientamento delle mosche. Tutto avvenne con la consueta solerte, cinica prassi dei becchini, senza troppi rumori ma, soprattutto, senza incorrere nel più temibile dei pericoli: bombardamenti attraverso flebo di agguerriti antibiotici. Più tardi, all’obitorio, somministrarono un qualche intruglio ritardante dei processi di decomposizione, ma, simili espedienti, garantiscono migliori possibilità di sviluppo e sopravvivenza per quelle larve che sanno aspettare e fiorire, senza troppa ingordigia, solo nel momento in cui, la carne, trasformandosi, degenera. Lunghe e noiose ore trascorse nelle celle frigorifere, ad aspettare visite e riconoscimenti, firme e snervanti burocrazie. Poi, il giorno fatale, quello più lungo e atteso: l’autopsia. Guai a capitare tra quei frammenti di carne immersi nei reagenti! Occhi curiosi che spiano ogni anfratto della pelle e scavano, scavano…affondando bisturi e sonde…Dio! Che orrida invadenza hanno questi umani, sempre pronti a curiosare oltre la loro natura per attestare la propria. Un sospiro, si fa per dire, lo si può tirare giù solo il giorno del funerale. Anche lì, a rendere tutto più complicato, ci sono sempre loro: gli umani. Capita, non di rado, che molti cadaveri finiscano per esser cremati. Vi lascio immaginare il piacere di finire, senza ancora essere neppure nati, condannati tra le fiamme di un imponente rogo. Per mia fortuna, nel paesino di Giselle, dove venne celebrato il rito e tumulato il feretro, le cose andarono né più né meno come nelle vecchie consuetudini. Trascorsi alcuni giorni dalla sepoltura, saltai fuori, vispo e determinato a divorare quanta più poltiglia possibile. Ero deciso a rendere onore a quella anziana ed energica mosca di mia madre, volevo, in fretta e furia, assumere le sembianze di una vigorosa larva pronta a trasformarsi e volare verso una nuova vita. Furono sufficienti pochi giorni di quel lauto banchetto per raggiungere adeguati connotati e dimensioni. Ero pronto, finalmente, per la grande impresa, ma un’altra prova mi attendeva: il fuoriuscire da tutta quella melma. Il punto più gravoso consistette nel superare quante ermetiche zincature circoscrivevano la bara. Trascorsi interminabili ore, che per gli insetti potrebbero essere mesi, facendo qua e là capolino alla ricerca di un possibile varco. Niente sembrava penetrare oltre e quando, disperato, mi ero quasi rassegnato a morire lì, nel buio di un anfratto, scorsi, salvifico, un rivolo di umida e percorribile terra. Strisciai in tutta fretta, con le ultime forze della disperazione, ascendendo tra quelle cavità più prossime alla luce del sole. Giunsi, non so neppure io dove e come, laddove mi condusse l’istinto. Ero pallido e morente, di quella comunque apparente, pronto per quell’ultima alchimia che mi avrebbe, di lì a poco, trasformato in un giovane e possente moscone. Uscii fuori, lo ricordo bene, che era un giorno soleggiato, proprio come quello in cui mia madre mi aveva concepito. Non c’erano molte persone al cimitero, anzi, a dire il vero, ce n’era una sola: la sorella di Giselle, raccolta, con pochi fiori in mano, sulla tomba. Fui subito attratto dall’odore penetrante della sudorazione della pelle che emanava quella giovane creatura. Non stentai, inebriato, un solo attimo, nell’approssimarmi cercando un possibile angolo dove posarmi e, nella sua distrazione, approfittarne per suggere un po’ di quella profumata ambrosia. Destino volle che, nel voltarsi, mi vide, scaraventandomi, infastidita, la mano contro. Caddi imbambolato a terra, capovolto e, lentamente, persi i sensi, ruotando sempre più a rilento le ancora gracili zampette. Il sole ha fatto tutto il resto, dissecandomi in poche ore; la sorella di Giselle, probabilmente, non si rese neppure conto di tutto questo: era lì che continuava a sostare raccolta sulla lapide, assorta in tutt’altri pensieri.

 

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