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Reno Bromuro

La fuga
Notte di Natale
Ricordi di Natale
Cena Maledetta
L'acropoli e la pioggia di stelle
Al Gianicolo, una sera

dello stesso Autore .... Poesie....Teatro....Momenti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

LA FUGA

 

     Un giorno come questo, quel 15 ottobre 1943. Piove a dirotto, sembra dovesse essere un secondo diluvio.

     Al nord si combatte ancora per liberare l'Italia dai nazifascismi e si sentono ancora struggenti i morsi della fame. Sono quattro mesi che si è perduto il sapore del pane. Il nostro cibo: patate e scatolame; legumi in scatola offerti dagli americani e polvere di tutti i colori e di tutti i sapori; ma comunque fosse è sempre salatissima.

     Per non perdere l'abitudine di fare il pane (ogni famiglia se lo fa in casa), pensano di farlo con la farina di piselli, che chiamano familiarmente «polvere di piselli». Anche mia madre è presa dalla stessa mania. Così il paese è invaso da un odore che non vi dico, ma le mamme sono allegre: finalmente fanno ritorno ai forni e chiacchierano, mentre gli uomini (quelli ritornati dopo l'otto settembre) durante il lavoro (chi ce l'ha) si consola pensando che forse la moglie sia stata più saggia delle altre, non sottoponendosi ad una fatica inutile impastando quella porcheria (che anche i maiali rifiutano di mangiare), per farne dello schifosissimo pane di colore verde.

     A mezzogiorno, ritornato a casa, ho la sorpresa di non trovare mia madre. Domando a mia sorella dove fosse ed ella (l'incosciente!), col più candido dei sorrisi mi dice che è andata al forno per infornare il pane. A quella notizia salto di gioia e corro veloce più della lepre da un forno all'altro per trovarla e addentare finalmente un pezzo di pane appena sfornato. Mi tocca girare mezzo paese prima di trovarla. Quando la trovo mi tuffo sul pane, lo addento con tanto desiderio, anche se ha il colore verde e odore di piselli fradici, ma... Dio, mio! Che sapore schifosissimo ha!

     A casa, mamma mi conforta invitandomi a mangiare almeno la minestra.

- Che si mangia? - Chiedo, illudendomi rispondesse «pasta e fagioli», invece, con l'aria più angelica di questo mondo: «Polenta di polvere di piselli».

     Reagisco con parolacce e minaccio di andar via di casa (mio padre non è ancora ritornato e chissà in quale parte del mondo è prigioniero), mi picchia col bastone della scopa, tanto l'ho esasperata.

- Me ne vado. – dico scappando via, piangendo.

- Voglio vedere se ne sei capace. – Mi sfida e con calma serafica, aggiunge. - Sono curiosa di vedere se riesci ad andare oltre ponte Valentino.

     Sa benissimo che oltre non potrei andare, perché il ponte è stato fatto saltare dai tedeschi in ritirata verso il nord, secondo perché non so nuotare ed ho paura dell'acqua, perciò non avrei mai attraversato il fiume per passare dall'altra sponda.

Ma sono fuori di me e senza farmelo ripetere prendo a correre per la mulattiera fino al crocevia. In un batter d'occhio sono a Ravàno. Riprende a piovere, con più insistenza (nella fretta ho dimenticato la giacca).

     Mi dibatto nel dilemma: «Torno indietro o vado avanti?», immobile come un palo sotto la pioggia torrenziale. Ormai l'acqua ha raggiunto la pelle quando decido di andare avanti. Mi tolgo le scarpe, per camminare meglio nel fango: nulla mi trattiene! Fra poco sarei giunto alla stazione e avrei preso il treno per Napoli. E come se non ho un soldo? Avrei dovuto andare necessariamente a Benevento e, ineluttabilmente, avrei dovuto attraversare il fiume: ho paura, tanta paura!

- Massimo? Dove te ne vai, con questa pioggia? – Rintrona come un tuono la voce di Oreste, lo studente zappatore (lo chiamiamo così perché di giorno zappa a gomito a gomito con suo padre e la sera studia).

- A Napoli.

- Conciato come sei, non arriverai neppure a Benevento. – Mi viene vicino, mi mette mano sulla spalla e aggiunge: - Sei bagnato fradicio.Vieni sotto l'ombrello. - Si toglie la giacca. - Metti questa sulle spalle intanto.

- Oreste sono commosso dalla tua gentilezza, dalla tua bontà, ma devo proseguire. Devo allontanarmi il più presto possibile da questo luogo infame, che non dà risorse di sorta. Voglio evadere, devo evadere, capisci? – Parlo con convinzione fermo in mezzo alla strada come un allampanato, mentre l'acqua cade copiosa.

- Ragazzo mio, ti buscherai una polmonite. - Dice Oreste paternamente, guardandomi fisso negli occhi. - Vieni andiamo alla «masseria» dei Degregorio, mi conoscono, ti asciugherai e poi se sarai ancora del parere di partire, partirai. - Consiglia con quella calma decisa che non ammette repliche.

     Lo seguo.

     I Degregorio sono molto buoni. Mi fanno indossare un vestito del loro figlio più piccolo, intanto che si asciugano i miei.

- Conobbi un ragazzo, tempo addietro che ti somiglia in modo impressionante… - inizia a raccontare Oreste.

- E' di Paduli?

- Sì.

- Lo conosco?

- Forse. Ma che vale sapere chi è?

Mentre parla, Oreste s’infervora. - Importante è sapere quello che ha fatto, non ti pare? Poc'anzi quando ti ho chiesto dove andassi, mi hai risposto a Napoli. Cosa credi di trovare a Napoli? La ricchezza? Il lavoro? No, mio caro, a Napoli, come nella maggior parte del Paese, non troverai che fame e miseria. E poi tu sei solo un bambino, senza parenti, senza amici, ti perderesti.

- Ma io non voglio ritornare a casa! Ho detto che sarei andato via, non posso ritornare indietro. Ti ripeto sono stanco di lavorare, lavorare, lavorare e non riuscire a vedere com'è fatto un soldo, perché nessuno ti da il salario. A Napoli i ragazzi della mia età guadagnano intorno alle trecento lire alla settimana, compreso le mance. Ti sembra giusto che qui dev'essere diverso?

- Ti capisco! - Dice l'uomo con voce grave. - Non sei il primo a pensare queste cose, anche altri, prima di te, hanno pensato le medesime cose e hanno pianto per l'impossibilità di poterle cambiare. - Si era alza in piedi e,parlando, misura la stanza, in lungo e in largo. Improvvisamente si ferma e appoggia le mani sulla spalliera della sedia dove sono seduto, mi volto, lo guardo in volto: è addolorato. Lui, prima guarda in alto, poi abbassa la testa e mi pare, che lo vedessi per la prima volta: ha un volto aperto e leale, lineamenti incisivi che denotano una forte volontà. Si accorge che lo guardo con interesse e sorride,mi passa una mano nei capelli bagnati e riprende...

- Qualche anno fa, un ragazzo… come te decide di fuggire da casa… – Inizia a raccontare Oreste, parla con voce grave e profonda - per inseguire le sue chimere. Qualche giorno dopo ritorna con un’immensa amarezza dentro. Appena terminate le elementari decide di continuare gli studi, ma le condizioni economiche della famiglia non lo permettono: braccianti agricoli che guadagnano soltanto duecentocinquanta lire al giorno e con quattro figli non possono permettersi il lusso di farlo studiare. Soffre molto, ma per non far soffrire i suoi si finge rassegnato:passano quattro anni! Decide di imparare a fare il barbiere per guadagnare quel tanto che gli permetta di comprare i libri: avrebbe studiato da solo. L'illusione muore presto, lasciandogli l'amaro della sconfitta. Ma se la fortuna è stata nemica da questo punto di vista, gli è stata amica dall'altra, perché gli ha fatto conoscere un grande uomo, Arnaldo, poi diventato suo amico per la pelle. Arnaldo frequenta il Liceo al Collegio «La Salle» di Benevento e dà lezioni private ai ripetenti, così pensa che se avesse avuto forza e volontà avrebbe potuto riuscire nel suo intento: istruirsi è il suo sogno! Con Arnaldo vanno subito d'accordo. Lui gli fa la barba e Arnaldo gli dà lezioni. Adesso ti chiederai come faceva per comprarsi i libri di testo? Ti sembrerà inumano, ma ogni sera prega Dio di far morire le persone più vecchie affinché possa fare il chierichetto e guadagnare una lira se non porta la Croce, se la porta due; poi c’è sempre qualche guadagno extra che racimola andando a lavorare in campagna. In poco tempo mette da parte quattromila lire.

Un giorno c’è un funerale di lusso e i chierichetti diventano dieci, tutti studenti tranne lui. Loro lo fanno per comprarsi le sigarette. Al ritorno dal cimitero si parla della scuola e dei programmi scolastici, Idillio gli domanda che cosa avrebbe voluto fare da grande; lui con entusiasmo palesa i suoi sogni e dice che vorrebbe fare il medico.

- E dimmi... - domanda Capresi, uno spilungone che da tre anni ripete il quinto ginnasio - come farai se non hai il becco di un quattrino? Chi te li darà i soldi?

- Forse zappando. - Rincara Gaetano, un ragazzo grasso e grosso come una montagna che, per quanto fosse il più intelligente della comitiva ha fama di essere il più stronzo. - Avrà trovato un tesoro, che ne sapete voi?

- No, che non ho trovato un tesoro, me li sono guadagnati col lavoro; ho messo da parte già quattromila lire.

     Echeggia una risata ironica e beffarda. Quanto gli fa male quella risata! Poi, credo, sia stata proprio quella risata a spronarlo, a non arrendersi.

     Il fanciullo di allora ha quasi trent'anni, il prossimo anno si laureerà in medicina: il suo sogno si sarà avverato. Perché ti ho narrato questo? Te l'ho raccontato perché sappia che non è andando lontano da Paduli che si può realizzare il proprio avvenire. Anche qui, se si vuole, ci si può realizzare. Basta avere fede in se stessi, il resto non conta. Massimo, impara a camminare diritto e non voltarti indietro, anzi guarda avanti, sempre. Mi viene in mente una poesia di Li Po, un poeta cinese del sesto secolo avanti Cristo, che recita su per giù queste parole: «salivo in cima al colle in groppa a un asino, dinanzi a me gente ammalata, affamata, sporca e piagata tendeva la mano per chiedere aiuto. In vetta, quando feci per scendere dalla groppa mi accorsi di essere seduto con la faccia verso il posteriore dell'asino». Tienila sempre a mente, Massimo, e vai per la tua strada, ricordando sempre che dietro di te ci sono milioni di persone che soffrono molto più di te.

     Segue una lunga pausa, alzando la testa mi pare di vedere il mio avvenire che mi guarda con un sorriso cattivo. Apro la bocca per dire qualcosa, ma non esce alcun suono. Sono terrorizzato. Dopo il primo attimo di paura emetto un grido acutissimo che sbalordisce il buon Oreste, mentre riprendo a fuggire sotto la pioggia incessante, verso il ponte, dimentico di tutto: un solo pensiero danza nella mia testa: un terribile pensiero.

     Corro, corro tanto; voglio mettere tra me e quei luoghi una barriera insormontabile. Solo più tardi ho capito che per dimenticare non esistono barriere.

     Oreste mi rincorre chiamandomi, ma non posso sentirlo, preso come sono da quel pensiero. Arrivato alla sommità del ponte mi ricordo che è stato demolito dai nazisti in ritirata verso il nord. Cado nel fiume in piena, vedendomi venire incontro la morte rabbrividisco e non capisco più nulla.

     Quando riapro gli occhi cerco di ricordare, ma inutilmente. Nella mia mente è tutto confuso come sono confusi i volti, che mi guardano con apprensione.

- Come ti senti? – Chiede Oreste.

- Meglio, molto meglio.

- Possiamo ritornare a casa, che ne dici? - Vedendo che non rispondo, riprende. - Oppure sei ancora deciso nel tuo proposito di partire? - Continuo a non rispondergli e lui, imperterrito. - Sai che sto pensando, Massimo? Tu sei deciso ad andare a Napoli, ebbene ti prometto che ti porterò con me, la prossima volta che andrò all'università. Che ne dici?

     Lo ringraziavo. La sua bontà è commovente ed io non merito tanto.

     Con gli occhi lucidi, Oreste mi accarezza e afferrandomi per mano, mi accompagna a casa, dove mia madre mi credeva già a Napoli…

 

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NOTTE DI NATALE

 

- Ecco la cometa! - Mormora il prigioniero di guerra, Pietro Grandinelli. - Ed io sono... un altro anno è passato! Oh, Dio! Quando finisce questo tormento?

     Si alza dal cantuccio dov'èra seduto, si dirige all'altro angolo dell'orribile caverna, e da un buco nascosto trae tre bastoncelli, uno più lungo dell'altro. Torna al posto di prima e prende a pensare ai suoi con nostalgia, e conficcati i tre bastoncelli nella terra, si rivolge a loro come fossero i suoi bambini che ha lasciato tredici anni addietro.

Rivolto al più lungo:

«Gianni, ti ricordi ancora di me, vero? Ora sei un giovanotto, un uomo sei. Certo ti sarai anche sposato, forse hai dei figli. Eri alto così quando ti ho lasciato. Avevi soli dodici anni! Anche tu, Carlo, ora sei un uomo e, forse, come me e Gianni, sei lontano dalla tua mamma. Maledetta guerra! Gemma, piccola Gemma! Tu non puoi ricordarti di me, avevi solo due anni! Chissà che bella signorina sei diventata! Piccola mia, mi accorgo che è passato un altro anno, solo in questa notte di Natale. Solo in questa notte santa ci penso, perché vedo nel cielo la cometa che indicò la strada ai re Magi, e solo in questa notte ho un barlume di gioia, e forse... forse, sì. Perché no? Sento un brivido di felicità perché ti vedo, ti parlo. Vi vedo tutti intorno al presepio.Sento la voce di Carlo».

- Papà, ma quando mettiamo il Bambino Gesù, nella mangiatoia?

- Ma lo vedi che non è ancora mezzanotte? - Interviene Gianni.

     E tu, Gemmina mia, ti alzavi sulla punta dei piedi per vedere, ed eri felice. Correvi da me e, balbettando, mi facevi milioni di domande, come una mitragliatrice.

     Vi vedo tutti come in sogno. Dimmi, amore, chi te lo ha costruito il presepio in questi anni? Di certo la mamma. Povera Clara, quanto devi aver sofferto! Dev'essere mezzanotte! La stella scende sulla grotta. Voi tutti vi raccogliete intorno al presepio. La mamma fa il giro intorno alla stanza, col Bambinello tra le coppe delle mani, prima di deporlo nella mangiatoia!

     Si cominciano a sentire i primi fuochi d'artificio, le campane suonano a gloria. Voi uscite sul balcone per vedere, per accendere i vostri bengala; la mamma non si muove. E' inginocchiata davanti al presepio e prega. Lo so perché prega. Anch'io prego per lo stesso motivo. Prego affinché tutto finisca al più presto ed io possa rivedervi.

     Lacrime copiose bagnano il viso del triste prigioniero insonne. I guardiani russano.

     Ed è sempre così, ogni anno, Come un appuntamento col destino, Pietro si siede là, prende i tre bastoncelli, li conficca nella terra e parla loro. Lo credono impazzito, poverino! Invece spera, spera e si dice: «Forse il prossimo Natale!»

     Così sono passati tredici anni: tredici Natale! e lui è sempre sotto il cielo freddo, stellato, a colloquio con tre pezzi di legno: tutta la sua vita in quelle tre speranze.



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RICORDI DI NATALE


Natale, quanti ricordi! Mi lascio trasportare da loro con lo stesso entusiasmo di un tempo.

Natale! Cerco di soffermarmi ad uno di essi, ma le birichinate di mio figlio mi distolgono, per far riprendere al pensiero, ricordi più recenti.

- Papà, è 'atale, oldi a me, 'iente?

- Cosa ci devi fare con i soldi?

- Compà le cappe!

 Mi viene da pensare alla differenza esistente tra mia e la sua fanciullezza: lui è più realista, pensa alle scarpe, ai calzoni; io, invece... oh, no! Perché questi ricordi tristi? Mia madre mi ripete spesso che già alla sua età avevo tendenze all'arte, in genere. Franco, come se nulla fosse accaduto, si è rimesso a giocare con la sorellina e i ricordi mi assaliscono con prepotenza indescrivibile: ricordi tristi e lieti.

La guerra è finita. E' il primo Natale di pace: 1946!

                                    * * *

- Caro, lo sai che devo trovare il momento buono per uscire, la mamma potrebbe insospettirsi. - Carletta! La piccola, cara Carletta! La sua voce! Che voce! Melodiosa, scintillante come un ruscello di montagna canterino.

Carletta non era bella, fu la sua voce ad incantarmi. Non ero che un ragazzo: quindici anni! E fu quella sera del Natale 1946 che, per la prima volta, prendendole le mani in un impeto d'amore (lo avevo fatto per trovare il coraggio di parlare). Provai un tremore in tutto il mio essere, che ancora oggi mi è difficile dimenticare. Dissi tutto d'un fiato, per paura che mi mancasse la voce.

- Carletta, sai?... La mia domanda per frequentare gli studi al Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli, è stata accettata. Il sette gennaio dovrò iniziare l'anno scolastico.
- Allora? - M'interruppe tremante. - Vuol dire che dovrai partire?

- Sì, cara.

Già tutto l'entusiasmo era scomparso! Mi dispiaceva separarmi da lei, seppure sapevo che di tanto in tanto sarei potuto ritornare. Ma sarei ritornato davvero?

- Verrò spesso, la mia famiglia è qui. - Dissi dopo una pausa. - Devo andare, capisci? E' per il mio avvenire. Pensa cara, il diploma di compositore! Io voglio comporre musica. Scriverò un'opera lirica e tu, amore mio, ne sarai l'interprete. E poi ne scriverò altre e tutte, tutte tu le canterai.

- Oh, caro! - Esclamò con voce sognante. - Sarà bello, lo sento. Mi sembra già di vedere i manifesti fuori del Teatro San Carlo e la Scala di Milano, con i nostri nomi, scritti grandi così. - E fece segno con le mani per farmi capire la grandezza delle lettere. - La prima opera la intitoleremo - continuava con fervore - Amore e volontà. Ed io canterò con tutta l'anima. La gente dirà: «Che bravi questi Carletta Spini e Mario Zanelli, cantano al mondo intero il loro amore e la volontà di riuscire nella vita: lui con la musica, lei con la voce d'usignuolo, Non sarà bello?»

- Carletta? Carletta?! - La madre la cercava, chiamandola a squarciagola. Mi baciò e scappò via.

Il mio primo vero bacio d'amore! Quel bacio mi accompagnò...

- Papà. Papà! - Franco tutto gioioso, mi tira per i calzoni.

- Che c'è?

Mi mostra dei soldi che, dice, gli ha regalato lo zio.

- Carletta! - Sospiro come in sogno.

                                                 * * *

E' tardi, ormai tutto tace, anche il vento. Forse per non spezzare il corso dei ricordi: Anna, Carmen, Antonietta. Antonietta! Com'era bella! Bionda, esile, eterea. Cara Antonietta!
La conobbi la sera del 24 dicembre 1950. Non ci dicemmo molto. Bastò un giro di valzer per legarci. Ci guardammo semplicemente e, come un appuntamento col destino, ci ritrovammo il primo gennaio e ci dicemmo, solo guardandoci, quello che le parole avrebbero potuto sciupare.

- Antonietta!

- Mario!

In un lampo, fummo l'una nelle braccia dell'altro. Mi parve di avere il mondo stretto a me. Restammo così, quanto tempo? Le stelle e le luci di Napoli facevano da cornice al nostro sentimento, mentre nell'aria, come portate dal vento, giungevano fino a noi i versi di Landolfi Petrone:

«So' 'e stelle scese 'nterra

o so' sagliuto i 'ncielo?»

Natale 1953: il mio debutto.

Suonavo e guardavo la poltrona dove avrebbe dovuto trovarsi Antonietta, occupata da una donna piccola, dai capelli corvini: dov'era Antonietta? Pensavo a lei e piangevo, perché? Il direttore d'orchestra credette fosse emozione dovuta alla benevolenza del pubblico, che mi aveva accolto, con entusiasmo. Non sapeva, non poteva sapere, il caro direttore, che il mio pianto non era di felicità, ma di disperazione perché Antonietta non era venuta.

Perché non è venuta? Che cosa sarà accaduto? Dio mio, perché nel pensare a lei sentivo quella stretta al cuore? E perché quella piccola donna bruna, seduta al posto riservato ad Antonietta, piangeva? Il concerto sembrava non dovesse più finire. Mi sembrava noioso, eterno. Perché non finiva tutto, presto? Il tempo sembrava si fosse fermato.

Finalmente il concerto era finito. Ma perché la piccola donna bruna non c'era più? Non mi curai degli applausi, corsi nel mio camerino. Entrai in fretta per prendere il soprabito e scappare a casa di Antonietta, per sapere. Nel camerino, c'era la piccola donna bruna che piangeva ancora:

- Sono un'amica di Antonietta. - Disse soffiandosi il naso, come per mandare via le lacrime.
- Che cosa è accaduto? - Domandai con la morte nel cuore. - Perché non è venuta?
- Mario mi perdoni, se sono apportatrice di dolore, in un momento di gioia…

- Dolore, gioia?! Parli per favore, non vede come soffro? - Vedendo che non si decideva a parlare, la presi per le spalle e la scossi. - Mi dica tutto, la prego! Per favore!
- E' morta. - Disse in soffio.

- Morta!? - Non volevo credere. Era impossibile. Uno scherzo, una bruttissima burla!
 - Sì. - Riprese la piccola donna bruna. - E' inaccettabile, lo so, ma è la verità. Attraversando la strada, un'auto... Stava venendo a teatro.

                                                 * * *

Seguì un periodo in cui vissi separato dal mondo e la piccola donna bruna non mi abbandonò un istante: mi fu sempre vicina.

Sono passati tanti anni oramai, nessuno ricorda più il mio nome. Il pianoforte a casa, è rimasto chiuso, da quella sera.

Oggi, Natale 1956, mi sono accorto di essere innamorato di mia moglie, la piccola donna bruna, la madre dei miei figli; sono innamorato e sento che, per la difesa di quest'amore e per l'avvenire dei nostri bambini, aprirò il pianoforte.

Sul piano, l'immagine di Antonietta mi sorride, come quando era in vita, mentre nella notte si spandono le note de «Il chiaro di luna» di Beethoven. Sono le mie mani che scorrono sulla tastiera.

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CENA MALEDETTA


Lo sentivo, lo presagivo che questa sera non dovevo andare all'appuntamento;
che c'èra qualcosa nell'aria che non mi piaceva! Intanto eccomi qui,
braccato come un cane rognoso. Ah, maledetta Carmencita! Era tutto un
tranello, il tuo amore. Ti faceva gola la mia taglia, ma hai fatto male i
tuoi calcoli, Pedro Ermendoza non si lascia prendere tanto facilmente.
«Sangre y muerte!» prima di morire, ne porterò parecchi al «Creador» e prima
fra tutti, sarai tu, strega! - Grignò tra i denti.

Così dicendo si arrampicò su di un albero che toccava la veranda della sua
enamorada. Ella era davanti allo specchio e si pavoneggiava, sfoggiando
l'ultimo regalo di Pedro, pensando tra sé: «Che stupido!»

Non poté pensare altro perché nel grande specchio apparve l'atletica sagoma
di Pedro che impugnava una grossa pistola e la guardava minaccioso.
Carmencita si turbò, ma senza parere impaurita le corse incontro a braccia
tese, scongiurandolo di fuggire.

- No. - Rispose con veemenza. - Pedro Ermendoza, il terrore di tutto il
Mexico, non fugge di fronte al pericolo, anche se architettato da mano
femminile. E se è destino che debba morire questa sera «Por la Vergine do
Pilar!» tu mi seguirai all'Inferno. - E facendo seguire il gesto alle
parole, puntò rapido la pistola.

- Se credi di salvarti uccidendomi, uccidimi pure. - Disse la donna con il
cuore in gola, alzando il tono della voce, tanto, che le guardie nella
stanza attigua potessero udirla e corressero in suo aiuto.

Così fu. Un attimo! Dieci, dodici uomini piombarono alle spalle di Pedro che
fu costretto a tentare il tutto per tutto, saltando dalla finestra.
Precipitando a terra, gridò: «Adios Carmencita, ci rivedremo!»  E scomparve
nell'oscurità della notte, invano inseguito da un tambureggiare di spari.

                                                            * * *

Erano passati ormai due anni e Pedro s'èra portato quell'odio nel cuore,
come un pugnale avvelenato. Una sera mentre cenava con la sua banda alla
«Estancia de don Garcia» vide apparire Carmencita nello specchio di fronte a
lui. Si voltò di colpo. Era proprio lei, accompagnata da un uomo. «Valgame
Dios!» lo conosceva bene quel tizio! Sì, era don Alvaro Sevilla! Dunque i
due complici erano assieme?! La vendetta sarebbe stata completa. Masticando
amaro, brontolò: «Cena maledetta, bene di vendetta!»

Attese che i due prendessero posto nel locale e che don Garcia portasse loro
il pranzo, si alzò e si diresse deciso verso di loro, che non lo avevano, lì
per lì, riconosciuto e con scherno sprezzante domandò:

- Permettono? No, donna Carmencita, non vi muovete! - Aggiunse, vedendo che
la donna si stava alzando per scappare. -  Non vi conviene! E voi, don
Alvaro, usatemi la cortesia di darmi quel gingillo, che nelle vostre mani
non sta troppo sicuro, potrebbero tremare e... «Adios Pedrito!» Non tentate
colpi di testa - rilevò truce - perché questi uomini che vedete sono i miei
«gringos». Dunque, vi dicevo. - Parlava con voce tagliente come lama di
rasoio. Ogni suono che usciva dalla sua bocca era doccia gelata per i due
malcapitati. - Permettete? - E si sedette, senza che la coppia nemica
reagisse. Poi pacatamente riprese. - Donna Carmencita, ricordate quella
certa storia della cena maledetta? No? Ve la ricorderò io. Miguel, -
chiamò - vieni qui.

Un uomo armato fino ai denti, dondolandosi come un pachiderma, si diresse
verso di lui e chiese, col suo vocino stridente in una grossa mole.

- Che c'è capo?

- Ricordi, Miguel, la storia della cena maledetta?

- Si segñor!

- Raccontala alla señora.

Il bandito dandosi delle arie, si sedette all'altro lato del tavolo e narrò.
Quando ebbe finito, Carmencita aveva perso tutta la sua spavalderia.

- Ma allora?... - Balbettò. - hai deciso, Pedro?

- Pedro Ermendoza non dimentica. L'ora è giunta. - Disse con un ghigno da
far gelare, di più, il sangue ai due disgraziati. E proseguì implacabile. -
Al contrario dell'eroina della storia che hai intesa, non morrai subito. A
Pedro Ermendoza, il terrore del Mexico, non la si fa. Questa cena alla
«Estancia de don Garcia» la ricorderai, anche all'Inferno.

- Ma io che c'entro? - Balbettò don Alvaro, bianco come la neve. - Io che
c'entro?

- Vigliacco! - Ribadì Pedro, sferrandogli un ceffone. Poi emise un fischio
convenzionale.

Carmencita e don Alvaro furono prelevati, issati sui cavalli e portati
lontano.

                                                             * * *

Sotto la luna, nel grande bosco di «Armadillo» don Alvaro si contorceva tra
le fiamme. Carmencita era stata condannata ad assistere, sul rogo non ancora
acceso per lei.

La fedifraga non svenne, non chiese altro che una sigaretta e attese la sua
fine.

E la sua fine venne! Finì fra le braccia di Pedro, ammirato dal suo
coraggio, e l'indomani passò a far parte dell'imprendibile banda.

 

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L'ACROPOLI E LA PIOGGIA DI STELLE

 

- Stavamo bene insieme, vero, traditore che non sei altro?

- Andai via per importunarvi e poi... la tua amica non mi digeriva…

- Bella scusa!

- Sai che a volte ripenso con nostalgia a quella notte passata insieme, nella stessa camera?
- Io non riuscii a dormire!

- Avevi paura di chi? Non di me spero!

- Quella donna, la cameriera o la padrona del ristorante con la quale filavi?
- Sì, Valentine: che amore di donna! L'anno successivo ritornai in Grecia solo per lei. Mi propose di vivere con lei: accettai, stavo bene con lei. Mi chiese in quale città della Grecia avrei preferito vivere; scelsi Patrasso.

Molte città della Grecia le avevo visitate, perciò decisi di vivere a Patrasso.
Patrasso, lo sapete è un agglomerato urbano e non ha più di duecentoquaranta- duemila abitanti, si trova a soli centottanta chilometri da Atene, sul golfo omonimo.

Fondata dagli Achei, fu una delle dodici città che seguirono le sorti dell'Acaia e della Lega Achea. In decadenza già dopo la battaglia di Azio nel 31 avanti Cristo, divenne colonia romana per volontà di Augusto e ben presto rifiorì. Fu occupata dai Turchi e dopo alterne vicende fu conquistata da Venezia, che l'amministrò fino al 1715. Le condizioni climatiche sono ottimali.

La casa di Valentine, era dall'altra parte della strada, che scende verso il mare e dopo un dislivello nella grande piazza dell'arenile, che ospita la "Taverna greca sul mare".
Mi ero alzato molto presto, come accadeva da qualche tempo. Mi svegliavo e stanco di stare a letto mi vestivo in silenzio e più silenziosamente andavo incontro al mare. Seduto sulla chiglia di una barca capovolta, per comodità, le mani sul manico del bastone, che portavo per civetteria e il mento sopra le mani, sembrava contassi il passaggio dei pesci nello specchio d'acqua che lambiva lo scoglio al centro del mare.
Quel tratto di mare che idealmente mi univa alla patria lontana, era di una limpidezza!… Il mare Jonio, almeno nel Golfo di Patrasso, era ancora limpido; in più nei giorni in cui la foschia andava in vacanza, mi permetteva di vedere la costa pugliese.
Patrasso è poco più grande del mio paese natio, e poi, mi bastava poco per ritrovarmi a casa; andavo a passeggio nei pressi dell'acquedotto romano e vedere il Kastro, una cittadella veneziana situata dove sorgeva l'Acropoli.

Valentine mi accompagnava spesso nei viaggi, insieme siamo stati ad Atene, dove già ero stato con voi, con te e Isabella, e vi ritornai molto volentieri. Vedi?… disse guardando fisso il volto della ragazza seduta sul predellino, che guardava le sue labbra quando parlava, quel giorno raccolsi tutti i ricordi con te ed Isabella, in Grecia.
- Specialmente l'incontro all'Acropoli, dopo la litigata del ristorante… - risero entrambi, mentre Anna sembrava godere di questi racconti perché l'avvicinavano ai sogni fatti per tanti anni.

Giovanni, scende dall'auto, fa qualche passo per sgranchirsi le gambe, poi ritorna, prende una sigaretta l'accende e parla guardando il cielo stellato di quella notte di San Lorenzo.

Da quella sera al ristorante, non ci eravamo più visti… poi quella mattina avevo deciso di ritornare per l'ennesima volta a guardare il Partenone. Ero in cima all'Acropoli e dall'alto dei sessanta metri sopra la piccola e arida pianura, vedevo la rupe calcarea e i turisti che si arrampicavano affannosamente, vidi voi due e mi fermai, quasi senza respirare per apparire come una statua. Quando giungeste a pochi metri dal Partenone, dissi quasi in un sussurro, dietro le vostre spalle:
- Secondo la leggenda l'Acropoli fu fondata dal fenicio Cecrope e ampliata in seguito da Eretteo, che è sepolto nell'Eretteo, e che atterrì con la sua coda di serpente gli attendenti reali che si buttarono giù dalla rupe. Anche il re Egeo si gettò in mare appena vide la nave di suo figlio Teseo.

Isabella si girò di colpo e avrebbe voluto cavarmi gli occhi, ma scivolò sopra una piccola roccia calcarea e si "sbucciò" un ginocchio…

- Oh, sì! Ancora rido quando ci penso. La tragedia greca che seguì: tutti i turisti imbambolati a guardare lei che sembrava Elettra che diffondeva alla folla il suo amore e la sua paura…

- Eravate bricconcelli, allora? - Intervenne Anna.

- Non è vero, era lui che si divertiva alle nostre spalle.

- Si divertiva?

- Sì. Tutto ebbe inizio con quel passaggio in auto, lui sul predellino e poi la macchina che non vuole più andare. E lui?… che ci lascia nel momento del bisogno, sole sulla via Vassilissis

- Poi vi ritrovaste mi sembra di aver capito? E vi aiutò!

- Sì, ci ritrovammo dove l'autobus ci aveva preso a bordo per riportarci al posto di partenza sulla strada di Rafina.

- Per farsi perdonare vi portò a cena e vi riempi la testa, com'è il suo temperamento logorroico; ma voi l'ascoltavate?

- Certo. - Rispose Silva. - In poche parole, ci disse tutto dell'Acropoli.

Giovanni incuriosito e vinto dalla nostalgia, si siede per terra, accanto all'auto, mentre Silva, imitando, il suo modo di parlare inizia a raccontare:

«L'Acropoli, la città alta, rimase un luogo sicuro, pronto a servire da rifugio, intorno al palazzo reale fortificato. Era una cittadella eccezionalmente sicura perché era non solo una rupe a picco inespugnabile ma aveva una propria sorgente d'acqua. In epoca micenea fu la residenza del sovrano e in tutta la sua storia è stata destinata alla funzione difensiva: per i duchi fiorentini contro i turchi, per i turchi contro i veneziani, perfino per gli inglesi contro i comunisti nel 1944. Ma è rimasta semplicemente una fortezza fino al Sesto secolo avanti Cristo, quando il tiranno Pisistrato costruì i primi Propilei, cioè la porta monumentale; la costruzione del primo tempio dedicato ad Atena diede inizio alla trasformazione della fortezza in un santuario dove la bellezza aveva la precedenza sulle divinità.

Dopo la distruzione totale da parte dei persiani nel 480 avanti Cristo, la combinazione del genio politico di Temistocle e del valore militare di Cimone portò Atene al vertice della ricchezza e della potenza. Ciò permise a Pericle, che abusò in maniera meravigliosa dei fondi della Lega di Delo trasferiti dall'isola, di finanziare la costruzione del più perfetto complesso architettonico dell'antichità in Europa. Va ricordato che l'intero glorioso complesso di costruzione sull'Acropoli era dipinto, secondo l'usanza dell'epoca, con vivaci colori rossi, blu e oro, cosa che potrebbe sembrare un po' barbara secondo i nostri gusti. D'altra parte, il marmo bianco lucente avrebbe potuto produrre un effetto freddo, monotono e addirittura sepolcrale, a giudicare dalle moderne imitazioni. Invece il tempo e lo stato di abbandono hanno aggiunto una delicata patina dorata che ora si sta inesorabilmente cancellando a causa degli acidi che l'inquinamento del ventesimo secolo ha mescolato alla pioggia».

- Mi state risvegliando il desiderio di vedere la Grecia. Vogliamo andarci insieme?

- L'ala Sud… - interviene Giovanni - è molto accorciata, per permettere un facile accesso al bastione Ovest dell'Acropoli, dove sorge il tempio di Atena Nike, chiamata anche Nike Apteros cioè «Vittoria senza Ali», poiché si pensa che Fidia le abbia tolto le ali per paura che potesse volare via. Il Partenone fu costruito tra il 447 e il 432 avanti Cristo sulle fondamenta di templi precedenti. L'architetto fu Ictino, il capomastro Callicrate e Fidia lo scultore.

Il Partenone era allo stesso tempo un luogo di culto e la tesoreria dello Stato, e la statua aveva un mantello staccabile d'oro massiccio.

- Non ho capito, perché non volesti ritornare in Italia?

- Perché lasciare il paradiso per l'inferno? Stavo bene con Valentine, ogni settimana si andava in giro per la Grecia e, sembrava leggesse i miei pensieri, preveniva i miei desideri.

Ricordo a Zante dove, perché fossi al riparo dalla calura estiva, mi fece sostare all'ombra di un folto pergolato, affinché potessi leggerle «I Sepolcri», in omaggio a Foscolo.

- Quanti piedi hanno calpestato questa bella terra! - Le dissi quel giorno. - Ci pensi? Ho la sensazione di stare a Napoli, al Capo di Posillipo e ascoltare le pietre che parlano del passaggio dei diversi padroni, poi cacciati da altri padroni più crudeli. Così Zante, ha sopportato gli Achei,per cinquantuno anni,gli Spartani dal 217 al 191 avanti Cristo, i Romani per oltre un millennio, i Bizantini e da questi a Margheritone da Brindisi, agli Orsini, ai Tocco, a Venezia. Come se non bastasse, col trattato di Campoformio, alla Francia, sotto il protettorato russo e a quello britannico. E quanto dovette lottare per vedere accettata la richiesta di voler appartenere alla Grecia.

Il pensiero ritornò a quella bella mattina di settembre, mentre era seduto sulla chiglia della barca. Valentine, come evocata dal suo pensiero, era giunta in punta di piedi, gli aveva cinto il collo e poggiato la testa sulla sua. Al contrario dell'uomo, Valentine, portava scritto sul volto e sul corpo il segno degli anni. Aveva solo quarantanove anni, ma sembrava n'avesse molti di più.

- Ciao! - Disse. - Buongiorno, mio caro. Come mai sei uscito senza salutarmi, qualcosa non va?

- Ho sognato mia madre!

La donna sciolse l'abbraccio e si sedette ai suoi piedi appoggiando la testa sulle ginocchia, senza parlare. Non chiedeva mai, non aveva mai forzato gli eventi, né voleva farlo ora. Aveva imparato che se Giovanni voleva esternare i suoi pensieri, non era necessario fare domande. Rimasero in silenzio a guardare il mare. Le piaceva che lui si sentisse libero.

- Hai preso il caffè? - Domandò.

- No.

- Non vuoi fare colazione?

- Sto cercando di interpretare il sogno. Non lo capisco. "Mi sono trovato improvvisamente, con due amici, di cui non ricordo i volti né i nomi, ma sento che erano amici, dinanzi ad un'edicola di giornali e come se avessi saputo che li c'era mia madre, l'ho chiamata e le ho detto che con me c'era il suo primo amore che voleva salutarla. Ella mi ha guardato interrogativa come per dire, chi lo conosce? Ha sussurrato: il mio... primo amore? Poi, maledetta prostata, mi ha costretto ad andare al bagno. Mi sono svegliato e non ho potuto più dormire". Che può voler dire?
- Penso che tua madre voglia tu vada al cimitero a trovarla, non sei andato neanche ai suoi funerali. Oppure che vada all'edicola di giornali e comprare qualche quotidiano per aggiornarti. Sono vent'anni, amico mio, che non vuoi sapere notizie di nessun genere. A volte ho la sensazione che voglia vivere solo di ricordi, ma vivere di ricordi è come vegetare. A Creta, come a Cipro, a Zante, ad Atene, non hai fatto altro che rincorrere il passato, non ti ho visto mai proteso verso il futuro.
- Ma che giorno è oggi? Anche tu, adesso? Ho capito, il sole è sorto coperto dalle pagina di storia della mia vita. Valentine... Nell'anima ho rughe profonde, cicatrici che credevo rimarginate e mia madre, venendomi in sogno, le ha riaperte e fatto più profonde.
- Vuoi ritornare?

- Non ci penso neppure!

- Allora andiamo a fare colazione.

- Ecco un pioggia di stelle! - Gridò felice Anna, seguita dal salto di pantera di Silva per vedere almeno la scia…

 

 

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AL GIANICOLO, UNA SERA

 

 

 

     L'autunno a Roma è sempre mite e spettacolare. La campagna s'indora, le foglie gialle non danno malinconia e quando si staccano dai rami per posarsi, ormai morte, sul terreno profumato sembrano alianti in planata.

     Era mezzanotte, il Gianicolo era ancora popolato, proprio come una serata estiva. Giovani pittori, sopra sgabelli rudimentali, esponevano le loro opere, offrendole al visitatore distratto per quattro soldi. Giovani "hippies" lavoravano a coppie, con un filo di ferro e pinze costruivano dei piccoli capolavori.

     Marco, passava da una coppia all'altra, oziando, fingendo di ammirare quei capolavori, ma in realtà cercava, in quel mondo reale, un avvicinamento al suo mondo interiore.

     Stanco della sua inutile ricerca si avvicinò al parapetto e la sua fantasia cominciò a spaziare tra i tetti dell'eterna città. Gli occhi della sua fantasia attraversarono le mura di una vecchia casa: un puntino, un granello di sabbia nel mare di cemento e di mattoni. Due esseri sperduti nei marosi della vita si parlavano dicendosi parole di conforto e d'incoraggiamento.

     Che scherzi fa la fantasia! La realtà è più bella. Sospirò profondamente, accese una sigaretta, ingoiò fumo e saliva.

     Il pomeriggio aveva ricevuto l'incarico di fare una telefonata. L'aveva fatta e la voce di donna triste e velata di pianto, all'altro capo gli aveva messo addosso una malinconia inesprimibile:

- Sto male, tanto male! - Aveva implorato la voce di donna all'altro capo.

- Vuole che passi a prenderla in albergo? - Aveva domandato d'impulso.

- Sì, vieni presto. Sto male e... mi sento tanto sola!

     Ripensando a quella telefonata si dava del vile. Perché non era andato? Perché aveva lasciato che quella donna soffrisse da sola?

     Una voce argentina e zampillante come pura acqua di fonte, suonò e s'intromise nei suoi pensieri.

- Finalmente sei venuto! Sono secoli che t'aspetto.

     Alzò la testa e rimase con la sigaretta a mezz'aria. Dinanzi a lui, sospesa nel vuoto, dall'altra parte del parapetto, c'èra una fanciulla meravigliosa: alta come una vichinga, bionda come il grano maturo; due occhi splenditi e raggianti, un sorriso abbagliante come il sole. Il suo sguardo scese lentamente dal volto ai piedi: che bel corpo!

- Ce l'hai proprio con me? - Disse, dopo che i suoi occhi ebbero spaziato per la piazza, scrutando i volti anonimi che l'affollavano.

- Ciao, come stai? - Domandò la fanciulla apparsa dal nulla. Senza parlare strinse la mano che gli si tendeva e un brivido le percorse il corpo, come il serpentello di un fulmine. Deglutendo, esclamò: - Finalmente tocco le tue mani!

- Sì, amore mio! Finalmente le lancette si sono bloccate e noi ci siamo incontrati. - Disse la ragazza con voce flautata.

     Poi si sedettero sopra una panchina e ricordarono le peripezie vissute nei secoli, note a entrambi.      

     Per secoli si erano rincorsi come le lancette sul quadrante di un orologio. Ora una mano pietosa aveva bloccato le lancette sul dodici e loro si erano incontrati, si erano parlati, si erano toccati. La luna scansò una nube e li illuminò. I loro sguardi s’incrociarono e fu il silenzio. Un silenzio fatto di ricordi e di speranze, e le loro bocche si unirono. In quel bacio era racchiusa la gioia di essersi finalmente trovati.

     Marco non seppe mai il suo nome. La chiamò Sincera, per il modo franco di espressione, per la sua sincerità.

     Si ritrovarono il giorno dopo e gli altri giorni a venire. I loro corpi erano attratti irresistibilmente uno verso l'altro da una forza ignota.

     Un giorno si ritrovarono soli, con i loro desideri, con il loro amore. Ed era un amore puro. Quell'amore che fa donare senza chiedere nulla, in cambio. E Sincera donò il suo corpo (unica ricchezza) a Marco e Marco donò il suo a Sincera.

     A Marco pareva di non aver vissuto che per quell'amore. A Sincera lo stesso.

     Era bello l'inverno, ora, per entrambi. Per Marco, che era stato sempre un'inguaribile romantico, quell'incontro gli era parso il segno del destino. Si dedicò a Sincera con tutta l'anima. Passavano le giornate a guardarsi negli occhi, a cibarsi di quell'amore che celavano gelosamente, tenendo presente, sempre, nella loro mente le parole di Catullo: "Dammi tanti baci e tanti ancora. Poi li mescoleremo affinché le malelingue non possano contarli e  farci il malocchio". E ridevano, ridevano felici di essere giovani e di amarsi.

- Siamo gli unici innamorati al mondo! - Esclamava Sincera, a volte senza una ragione.

- Se tutti si amassero come noi... - Concludeva Marco. - Il mondo sarebbe più bello e gli uomini più buoni.

- Io non voglio che gli altri si amino come noi. - Ribatteva la ragazza, imbronciata. - Se ciò si avverasse che gusto avrei ad amarti così tanto? Il nostro diventerebbe un amore logico.

- Forse hai ragione tu. - L'incoraggiava Marco. - Noi ci amiamo così perché siamo illogici.

- Sì. Dev'essere così, amore mio! - Diceva con fervore Sincera. - Altrimenti non ci ameremmo più. Che gusto c'è ripetere fino alla noia le cose che fanno tutti? Amarsi come gli altri!? Noi facciamo quello che sentiamo di fare. Facciamo l'amore quando ci va...

- Un po' troppo spesso. - Interrompeva Marco, per farla arrabbiare un poco e per gustare poi, la gioia della pace.

- Quanto sei!... - Rispondeva la fanciulla imbronciata. - Sei uno scemo, ecco cosa sei. Mi fai arrabbiare!

- Avanti, continua. - La calmava amorosamente. - Andiamo a spasso quando lo vogliamo... - Ripeteva Marco che aveva ormai imparato a memoria la tiritera di Sincera. - Mangiamo quando lo stomaco lo reclama...

- E lo reclama quando è diventato una cosa sola con i reni. - Continuava la fanciulla, rasserenata.

     E ridevano come due idioti, facendo capriole sul letto disfatto, strofinando i corpi uno contro l'altro per riscaldarsi. Fino a quando, ansanti, si guardavano negli occhi e le palpebre si abbassavano celianti e timide, per nascondere lo splendore del desiderio. Guardandosi con una dolcezza inimmaginabile i corpi si univano, le gambe s’intrecciavano le braccia fondeva i corpi in uno solo e l’amore, lo vivevano fino in fondo ebbri e lievitanti in quella nuvola senza odore e senza colore che avvolge gli amanti nell’atto del coito: Sincera lievitava, Marco volava. Passavano le ore, le giornate in questo languore che nessun altro avrebbe saputo vivere come loro. Dopo l’unione dell’anima e del corpo in quel volo pindarico, aprivano gli occhi, guardandosi nelle pupille pulite e chiacchierone, per godere appieno il piacere del dono che si erano scambiati.

     Ella, non ancora paga chiedeva, movendosi come una pantera sul corpo sudato, ma non domo dell’uomo:

"Mi amerai sempre, quando sarò vecchia

e il tempo tiranno avrà scavato

la sua penna sul mio volto?

Tu sarai sempre bambina - rispondeva lui baciandola dolcemente. -

Ora con questo bacio

fermo i tuoi anni".

     E ridevano consci della gioia che dava l'amore che vivevano, riprendendo ad amarsi anima e corpo freneticamente, come se non lo facessero da tempo o fosse la  prima volta.

     Una sera a Marco salirono alle labbra altre parole: "Com'è bello l'inverno! Come sarà meravigliosa la primavera, domani. Ma l'estate? Ella pianse. Marco amorosamente le asciugò le lagrime e la consolò chiedendo:

- Che cosa ho detto mai, che ti ha rattristato?

- Olé, Marco! - Disse una voce robusta di contralto, dandogli una pacca sulle spalle, tanto forte da mandargli in gola, la cicca spenta della sigaretta che gli era rimasta appiccicata al labbro inferiore. - Da quando, hai preso l'abitudine, di parlare da solo?

     Marco si girò lentamente su se stesso, guardò la donna bassa e grassa come una botte; la guardò con uno sguardo da incenerire una città intera. Avrebbe voluto afferrare la mano di quella... botte con le sembianze di donna e stritolarla: mano che aveva avuto il potere di distaccare le lancette che, imperturbabili ripresero a girare: a girare come lui e Sincera.

 

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