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Un giorno come questo, quel 15 ottobre 1943.
Piove a dirotto, sembra dovesse essere un secondo
diluvio.
Al nord si combatte ancora per liberare l'Italia
dai nazifascismi e si sentono ancora struggenti i
morsi della fame. Sono quattro mesi che si è perduto
il sapore del pane. Il nostro cibo: patate e
scatolame; legumi in scatola offerti dagli americani e
polvere di tutti i colori e di tutti i sapori; ma
comunque fosse è sempre salatissima.
Per non perdere l'abitudine di fare il pane (ogni
famiglia se lo fa in casa), pensano di farlo con la
farina di piselli, che chiamano familiarmente
«polvere di piselli». Anche mia madre è presa
dalla stessa mania. Così il paese è invaso da un odore
che non vi dico, ma le mamme sono allegre: finalmente
fanno ritorno ai forni e chiacchierano, mentre gli
uomini (quelli ritornati dopo l'otto settembre)
durante il lavoro (chi ce l'ha) si consola pensando
che forse la moglie sia stata più saggia delle altre,
non sottoponendosi ad una fatica inutile impastando
quella porcheria (che anche i maiali rifiutano di
mangiare), per farne dello schifosissimo pane di
colore verde.
A mezzogiorno, ritornato a casa, ho la sorpresa
di non trovare mia madre. Domando a mia sorella dove
fosse ed ella (l'incosciente!), col più candido dei
sorrisi mi dice che è andata al forno per infornare il
pane. A quella notizia salto di gioia e corro veloce
più della lepre da un forno all'altro per trovarla e
addentare finalmente un pezzo di pane appena sfornato.
Mi tocca girare mezzo paese prima di trovarla. Quando
la trovo mi tuffo sul pane, lo addento con tanto
desiderio, anche se ha il colore verde e odore di
piselli fradici, ma... Dio, mio! Che sapore
schifosissimo ha!
A casa, mamma mi conforta invitandomi a mangiare
almeno la minestra.
- Che si mangia? - Chiedo, illudendomi rispondesse
«pasta e fagioli», invece, con l'aria più angelica di
questo mondo: «Polenta di polvere di piselli».
Reagisco con parolacce e minaccio di andar via di
casa (mio padre non è ancora ritornato e chissà in
quale parte del mondo è prigioniero), mi picchia col
bastone della scopa, tanto l'ho esasperata.
- Me ne vado. – dico scappando via, piangendo.
- Voglio vedere se ne sei capace. – Mi sfida e con
calma serafica, aggiunge. - Sono curiosa di vedere se
riesci ad andare oltre ponte Valentino.
Sa benissimo che oltre non potrei andare, perché
il ponte è stato fatto saltare dai tedeschi in
ritirata verso il nord, secondo perché non so nuotare
ed ho paura dell'acqua, perciò non avrei mai
attraversato il fiume per passare dall'altra sponda.
Ma sono fuori di me e senza farmelo ripetere prendo a
correre per la mulattiera fino al crocevia. In un
batter d'occhio sono a Ravàno. Riprende a piovere, con
più insistenza (nella fretta ho dimenticato la
giacca).
Mi dibatto nel dilemma: «Torno indietro o vado
avanti?», immobile come un palo sotto la pioggia
torrenziale. Ormai l'acqua ha raggiunto la pelle
quando decido di andare avanti. Mi tolgo le scarpe,
per camminare meglio nel fango: nulla mi trattiene!
Fra poco sarei giunto alla stazione e avrei preso il
treno per Napoli. E come se non ho un soldo? Avrei
dovuto andare necessariamente a Benevento e,
ineluttabilmente, avrei dovuto attraversare il fiume:
ho paura, tanta paura!
- Massimo? Dove te ne vai, con questa pioggia? –
Rintrona come un tuono la voce di Oreste, lo studente
zappatore (lo chiamiamo così perché di giorno zappa a
gomito a gomito con suo padre e la sera studia).
- A Napoli.
- Conciato come sei, non arriverai neppure a
Benevento. – Mi viene vicino, mi mette mano sulla
spalla e aggiunge: - Sei bagnato fradicio.Vieni sotto
l'ombrello. - Si toglie la giacca. - Metti questa
sulle spalle intanto.
- Oreste sono commosso dalla tua gentilezza, dalla tua
bontà, ma devo proseguire. Devo allontanarmi il più
presto possibile da questo luogo infame, che non dà
risorse di sorta. Voglio evadere, devo evadere,
capisci? – Parlo con convinzione fermo in mezzo alla
strada come un allampanato, mentre l'acqua cade
copiosa.
- Ragazzo mio, ti buscherai una polmonite. - Dice
Oreste paternamente, guardandomi fisso negli occhi. -
Vieni andiamo alla «masseria» dei Degregorio, mi
conoscono, ti asciugherai e poi se sarai ancora del
parere di partire, partirai. - Consiglia con quella
calma decisa che non ammette repliche.
Lo seguo.
I Degregorio sono molto buoni. Mi fanno indossare
un vestito del loro figlio più piccolo, intanto che si
asciugano i miei.
- Conobbi un ragazzo, tempo addietro che ti somiglia
in modo impressionante… - inizia a raccontare Oreste.
- E' di Paduli?
- Sì.
- Lo conosco?
- Forse. Ma che vale sapere chi è?
Mentre parla, Oreste s’infervora. - Importante è
sapere quello che ha fatto, non ti pare? Poc'anzi
quando ti ho chiesto dove andassi, mi hai risposto a
Napoli. Cosa credi di trovare a Napoli? La ricchezza?
Il lavoro? No, mio caro, a Napoli, come nella maggior
parte del Paese, non troverai che fame e miseria. E
poi tu sei solo un bambino, senza parenti, senza
amici, ti perderesti.
- Ma io non voglio ritornare a casa! Ho detto che
sarei andato via, non posso ritornare indietro. Ti
ripeto sono stanco di lavorare, lavorare, lavorare e
non riuscire a vedere com'è fatto un soldo, perché
nessuno ti da il salario. A Napoli i ragazzi della mia
età guadagnano intorno alle trecento lire alla
settimana, compreso le mance. Ti sembra giusto che qui
dev'essere diverso?
- Ti capisco! - Dice l'uomo con voce grave. - Non sei
il primo a pensare queste cose, anche altri, prima di
te, hanno pensato le medesime cose e hanno pianto per
l'impossibilità di poterle cambiare. - Si era alza in
piedi e,parlando, misura la stanza, in lungo e in
largo. Improvvisamente si ferma e appoggia le mani
sulla spalliera della sedia dove sono seduto, mi
volto, lo guardo in volto: è addolorato. Lui, prima
guarda in alto, poi abbassa la testa e mi pare, che lo
vedessi per la prima volta: ha un volto aperto e
leale, lineamenti incisivi che denotano una forte
volontà. Si accorge che lo guardo con interesse e
sorride,mi passa una mano nei capelli bagnati e
riprende...
- Qualche anno fa, un ragazzo… come te decide di
fuggire da casa… – Inizia a raccontare Oreste, parla
con voce grave e profonda - per inseguire le sue
chimere. Qualche giorno dopo ritorna con un’immensa
amarezza dentro. Appena terminate le elementari decide
di continuare gli studi, ma le condizioni economiche
della famiglia non lo permettono: braccianti agricoli
che guadagnano soltanto duecentocinquanta lire al
giorno e con quattro figli non possono permettersi il
lusso di farlo studiare. Soffre molto, ma per non far
soffrire i suoi si finge rassegnato:passano quattro
anni! Decide di imparare a fare il barbiere per
guadagnare quel tanto che gli permetta di comprare i
libri: avrebbe studiato da solo. L'illusione muore
presto, lasciandogli l'amaro della sconfitta. Ma se la
fortuna è stata nemica da questo punto di vista, gli è
stata amica dall'altra, perché gli ha fatto conoscere
un grande uomo, Arnaldo, poi diventato suo amico per
la pelle. Arnaldo frequenta il Liceo al Collegio «La
Salle» di Benevento e dà lezioni private ai ripetenti,
così pensa che se avesse avuto forza e volontà avrebbe
potuto riuscire nel suo intento: istruirsi è il suo
sogno! Con Arnaldo vanno subito d'accordo. Lui gli fa
la barba e Arnaldo gli dà lezioni. Adesso ti chiederai
come faceva per comprarsi i libri di testo? Ti
sembrerà inumano, ma ogni sera prega Dio di far morire
le persone più vecchie affinché possa fare il
chierichetto e guadagnare una lira se non porta la
Croce, se la porta due; poi c’è sempre qualche
guadagno extra che racimola andando a lavorare in
campagna. In poco tempo mette da parte quattromila
lire.
Un giorno c’è un funerale di lusso e i chierichetti
diventano dieci, tutti studenti tranne lui. Loro lo
fanno per comprarsi le sigarette. Al ritorno dal
cimitero si parla della scuola e dei programmi
scolastici, Idillio gli domanda che cosa avrebbe
voluto fare da grande; lui con entusiasmo palesa i
suoi sogni e dice che vorrebbe fare il medico.
- E dimmi... - domanda Capresi, uno spilungone che da
tre anni ripete il quinto ginnasio - come farai se non
hai il becco di un quattrino? Chi te li darà i soldi?
- Forse zappando. - Rincara Gaetano, un ragazzo grasso
e grosso come una montagna che, per quanto fosse il
più intelligente della comitiva ha fama di essere il
più stronzo. - Avrà trovato un tesoro, che ne sapete
voi?
- No, che non ho trovato un tesoro, me li sono
guadagnati col lavoro; ho messo da parte già
quattromila lire.
Echeggia una risata ironica e beffarda. Quanto
gli fa male quella risata! Poi, credo, sia stata
proprio quella risata a spronarlo, a non arrendersi.
Il fanciullo di allora ha quasi trent'anni, il
prossimo anno si laureerà in medicina: il suo sogno si
sarà avverato. Perché ti ho narrato questo? Te l'ho
raccontato perché sappia che non è andando lontano da
Paduli che si può realizzare il proprio avvenire.
Anche qui, se si vuole, ci si può realizzare. Basta
avere fede in se stessi, il resto non conta. Massimo,
impara a camminare diritto e non voltarti indietro,
anzi guarda avanti, sempre. Mi viene in mente una
poesia di Li Po, un poeta cinese del sesto secolo
avanti Cristo, che recita su per giù queste parole:
«salivo in cima al colle in groppa a un asino, dinanzi
a me gente ammalata, affamata, sporca e piagata
tendeva la mano per chiedere aiuto. In vetta, quando
feci per scendere dalla groppa mi accorsi di essere
seduto con la faccia verso il posteriore dell'asino».
Tienila sempre a mente, Massimo, e vai per la tua
strada, ricordando sempre che dietro di te ci sono
milioni di persone che soffrono molto più di te.
Segue una lunga pausa, alzando la testa mi pare
di vedere il mio avvenire che mi guarda con un sorriso
cattivo. Apro la bocca per dire qualcosa, ma non esce
alcun suono. Sono terrorizzato. Dopo il primo attimo
di paura emetto un grido acutissimo che sbalordisce il
buon Oreste, mentre riprendo a fuggire sotto la
pioggia incessante, verso il ponte, dimentico di
tutto: un solo pensiero danza nella mia testa: un
terribile pensiero.
Corro, corro tanto; voglio mettere tra me e quei
luoghi una barriera insormontabile. Solo più tardi ho
capito che per dimenticare non esistono barriere.
Oreste mi rincorre chiamandomi, ma non posso
sentirlo, preso come sono da quel pensiero. Arrivato
alla sommità del ponte mi ricordo che è stato demolito
dai nazisti in ritirata verso il nord. Cado nel fiume
in piena, vedendomi venire incontro la morte
rabbrividisco e non capisco più nulla.
Quando riapro gli occhi cerco di ricordare, ma
inutilmente. Nella mia mente è tutto confuso come sono
confusi i volti, che mi guardano con apprensione.
- Come ti senti? – Chiede Oreste.
- Meglio, molto meglio.
- Possiamo ritornare a casa, che ne dici? - Vedendo
che non rispondo, riprende. - Oppure sei ancora deciso
nel tuo proposito di partire? - Continuo a non
rispondergli e lui, imperterrito. - Sai che sto
pensando, Massimo? Tu sei deciso ad andare a Napoli,
ebbene ti prometto che ti porterò con me, la prossima
volta che andrò all'università. Che ne dici?
Lo ringraziavo. La sua bontà è commovente ed io
non merito tanto.
Con gli occhi lucidi, Oreste mi accarezza e
afferrandomi per mano, mi accompagna a casa, dove mia
madre mi credeva già a Napoli…
NOTTE DI NATALE
- Ecco la cometa! - Mormora il prigioniero di guerra,
Pietro Grandinelli. - Ed io sono... un altro anno è
passato! Oh, Dio! Quando finisce questo tormento?
Si alza dal cantuccio dov'èra seduto, si dirige
all'altro angolo dell'orribile caverna, e da un buco
nascosto trae tre bastoncelli, uno più lungo
dell'altro. Torna al posto di prima e prende a pensare
ai suoi con nostalgia, e conficcati i tre bastoncelli
nella terra, si rivolge a loro come fossero i suoi
bambini che ha lasciato tredici anni addietro.
Rivolto al più lungo:
«Gianni, ti ricordi ancora di me, vero? Ora sei un
giovanotto, un uomo sei. Certo ti sarai anche sposato,
forse hai dei figli. Eri alto così quando ti ho
lasciato. Avevi soli dodici anni! Anche tu, Carlo, ora
sei un uomo e, forse, come me e Gianni, sei lontano
dalla tua mamma. Maledetta guerra! Gemma, piccola
Gemma! Tu non puoi ricordarti di me, avevi solo due
anni! Chissà che bella signorina sei diventata!
Piccola mia, mi accorgo che è passato un altro anno,
solo in questa notte di Natale. Solo in questa notte
santa ci penso, perché vedo nel cielo la cometa che
indicò la strada ai re Magi, e solo in questa notte ho
un barlume di gioia, e forse... forse, sì. Perché no?
Sento un brivido di felicità perché ti vedo, ti parlo.
Vi vedo tutti intorno al presepio.Sento la voce di
Carlo».
- Papà, ma quando mettiamo il Bambino Gesù, nella
mangiatoia?
- Ma lo vedi che non è ancora mezzanotte? - Interviene
Gianni.
E tu, Gemmina mia, ti alzavi sulla punta dei
piedi per vedere, ed eri felice. Correvi da me e,
balbettando, mi facevi milioni di domande, come una
mitragliatrice.
Vi vedo tutti come in sogno. Dimmi, amore, chi te
lo ha costruito il presepio in questi anni? Di certo
la mamma. Povera Clara, quanto devi aver sofferto!
Dev'essere mezzanotte! La stella scende sulla grotta.
Voi tutti vi raccogliete intorno al presepio. La mamma
fa il giro intorno alla stanza, col Bambinello tra le
coppe delle mani, prima di deporlo nella mangiatoia!
Si cominciano a sentire i primi fuochi
d'artificio, le campane suonano a gloria. Voi uscite
sul balcone per vedere, per accendere i vostri
bengala; la mamma non si muove. E' inginocchiata
davanti al presepio e prega. Lo so perché prega.
Anch'io prego per lo stesso motivo. Prego affinché
tutto finisca al più presto ed io possa rivedervi.
Lacrime copiose bagnano il viso del triste
prigioniero insonne. I guardiani russano.
Ed è sempre così, ogni anno, Come un appuntamento
col destino, Pietro si siede là, prende i tre
bastoncelli, li conficca nella terra e parla loro. Lo
credono impazzito, poverino! Invece spera, spera e si
dice: «Forse il prossimo Natale!»
Così sono passati tredici anni: tredici Natale! e
lui è sempre sotto il cielo freddo, stellato, a
colloquio con tre pezzi di legno: tutta la sua vita in
quelle tre speranze.
Natale, quanti ricordi! Mi lascio trasportare da loro
con lo stesso entusiasmo di un tempo.
Natale! Cerco di soffermarmi ad
uno di essi, ma le birichinate di mio figlio mi
distolgono, per far riprendere al pensiero, ricordi
più recenti.
- Papà, è 'atale, oldi a me,
'iente?
- Cosa ci devi fare con i soldi?
- Compà le cappe!
Mi viene da pensare alla
differenza esistente tra mia e la sua fanciullezza:
lui è più realista, pensa alle scarpe, ai calzoni; io,
invece... oh, no! Perché questi ricordi tristi? Mia
madre mi ripete spesso che già alla sua età avevo
tendenze all'arte, in genere. Franco, come se nulla
fosse accaduto, si è rimesso a giocare con la
sorellina e i ricordi mi assaliscono con prepotenza
indescrivibile: ricordi tristi e lieti.
La guerra è finita. E' il primo
Natale di pace: 1946!
* * *
- Caro, lo sai che devo trovare
il momento buono per uscire, la mamma potrebbe
insospettirsi. - Carletta! La piccola, cara Carletta!
La sua voce! Che voce! Melodiosa, scintillante come un
ruscello di montagna canterino.
Carletta non era bella, fu la
sua voce ad incantarmi. Non ero che un ragazzo:
quindici anni! E fu quella sera del Natale 1946 che,
per la prima volta, prendendole le mani in un impeto
d'amore (lo avevo fatto per trovare il coraggio di
parlare). Provai un tremore in tutto il mio essere,
che ancora oggi mi è difficile dimenticare. Dissi
tutto d'un fiato, per paura che mi mancasse la voce.
- Carletta, sai?... La mia
domanda per frequentare gli studi al Conservatorio di
San Pietro a Majella di Napoli, è stata accettata. Il
sette gennaio dovrò iniziare l'anno scolastico.
- Allora? - M'interruppe tremante. - Vuol dire che
dovrai partire?
- Sì, cara.
Già tutto l'entusiasmo era
scomparso! Mi dispiaceva separarmi da lei, seppure
sapevo che di tanto in tanto sarei potuto ritornare.
Ma sarei ritornato davvero?
- Verrò spesso, la mia famiglia
è qui. - Dissi dopo una pausa. - Devo andare, capisci?
E' per il mio avvenire. Pensa cara, il diploma di
compositore! Io voglio comporre musica. Scriverò
un'opera lirica e tu, amore mio, ne sarai
l'interprete. E poi ne scriverò altre e tutte, tutte
tu le canterai.
- Oh, caro! - Esclamò con voce
sognante. - Sarà bello, lo sento. Mi sembra già di
vedere i manifesti fuori del Teatro San Carlo e la
Scala di Milano, con i nostri nomi, scritti grandi
così. - E fece segno con le mani per farmi capire la
grandezza delle lettere. - La prima opera la
intitoleremo - continuava con fervore - Amore e
volontà. Ed io canterò con tutta l'anima. La gente
dirà: «Che bravi questi Carletta Spini e Mario
Zanelli, cantano al mondo intero il loro amore e la
volontà di riuscire nella vita: lui con la musica, lei
con la voce d'usignuolo, Non sarà bello?»
- Carletta? Carletta?! - La
madre la cercava, chiamandola a squarciagola. Mi baciò
e scappò via.
Il mio primo vero bacio d'amore!
Quel bacio mi accompagnò...
- Papà. Papà! - Franco tutto
gioioso, mi tira per i calzoni.
- Che c'è?
Mi mostra dei soldi che, dice,
gli ha regalato lo zio.
- Carletta! - Sospiro come in
sogno.
* * *
E' tardi, ormai tutto tace,
anche il vento. Forse per non spezzare il corso dei
ricordi: Anna, Carmen, Antonietta. Antonietta! Com'era
bella! Bionda, esile, eterea. Cara Antonietta!
La conobbi la sera del 24 dicembre 1950. Non ci
dicemmo molto. Bastò un giro di valzer per legarci. Ci
guardammo semplicemente e, come un appuntamento col
destino, ci ritrovammo il primo gennaio e ci dicemmo,
solo guardandoci, quello che le parole avrebbero
potuto sciupare.
- Antonietta!
- Mario!
In un lampo, fummo l'una nelle
braccia dell'altro. Mi parve di avere il mondo stretto
a me. Restammo così, quanto tempo? Le stelle e le luci
di Napoli facevano da cornice al nostro sentimento,
mentre nell'aria, come portate dal vento, giungevano
fino a noi i versi di Landolfi Petrone:
«So' 'e stelle scese 'nterra
o so' sagliuto i 'ncielo?»
Natale 1953: il mio debutto.
Suonavo e guardavo la poltrona
dove avrebbe dovuto trovarsi Antonietta, occupata da
una donna piccola, dai capelli corvini: dov'era
Antonietta? Pensavo a lei e piangevo, perché? Il
direttore d'orchestra credette fosse emozione dovuta
alla benevolenza del pubblico, che mi aveva accolto,
con entusiasmo. Non sapeva, non poteva sapere, il caro
direttore, che il mio pianto non era di felicità, ma
di disperazione perché Antonietta non era venuta.
Perché non è venuta? Che cosa
sarà accaduto? Dio mio, perché nel pensare a lei
sentivo quella stretta al cuore? E perché quella
piccola donna bruna, seduta al posto riservato ad
Antonietta, piangeva? Il concerto sembrava non dovesse
più finire. Mi sembrava noioso, eterno. Perché non
finiva tutto, presto? Il tempo sembrava si fosse
fermato.
Finalmente il concerto era
finito. Ma perché la piccola donna bruna non c'era
più? Non mi curai degli applausi, corsi nel mio
camerino. Entrai in fretta per prendere il soprabito e
scappare a casa di Antonietta, per sapere. Nel
camerino, c'era la piccola donna bruna che piangeva
ancora:
- Sono un'amica di Antonietta. -
Disse soffiandosi il naso, come per mandare via le
lacrime.
- Che cosa è accaduto? - Domandai con la morte nel
cuore. - Perché non è venuta?
- Mario mi perdoni, se sono apportatrice di dolore, in
un momento di gioia…
- Dolore, gioia?! Parli per
favore, non vede come soffro? - Vedendo che non si
decideva a parlare, la presi per le spalle e la
scossi. - Mi dica tutto, la prego! Per favore!
- E' morta. - Disse in soffio.
- Morta!? - Non volevo credere.
Era impossibile. Uno scherzo, una bruttissima burla!
- Sì. - Riprese la piccola donna bruna. - E'
inaccettabile, lo so, ma è la verità. Attraversando la
strada, un'auto... Stava venendo a teatro.
* * *
Seguì un periodo in cui vissi
separato dal mondo e la piccola donna bruna non mi
abbandonò un istante: mi fu sempre vicina.
Sono passati tanti anni oramai,
nessuno ricorda più il mio nome. Il pianoforte a casa,
è rimasto chiuso, da quella sera.
Oggi, Natale 1956, mi sono
accorto di essere innamorato di mia moglie, la piccola
donna bruna, la madre dei miei figli; sono innamorato
e sento che, per la difesa di quest'amore e per
l'avvenire dei nostri bambini, aprirò il pianoforte.
Sul piano, l'immagine di
Antonietta mi sorride, come quando era in vita, mentre
nella notte si spandono le note de «Il chiaro di luna»
di Beethoven. Sono le mie mani che scorrono sulla
tastiera.
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all'indice Autore
CENA
MALEDETTA
Lo sentivo, lo presagivo che questa sera non dovevo
andare all'appuntamento;
che c'èra qualcosa nell'aria che non mi piaceva!
Intanto eccomi qui,
braccato come un cane rognoso. Ah, maledetta
Carmencita! Era tutto un
tranello, il tuo amore. Ti faceva gola la mia taglia,
ma hai fatto male i
tuoi calcoli, Pedro Ermendoza non si lascia prendere
tanto facilmente.
«Sangre y muerte!» prima di morire, ne porterò
parecchi al «Creador» e prima
fra tutti, sarai tu, strega! - Grignò tra i denti.
Così dicendo si arrampicò su di un albero che toccava
la veranda della sua
enamorada. Ella era davanti allo specchio e si
pavoneggiava, sfoggiando
l'ultimo regalo di Pedro, pensando tra sé: «Che
stupido!»
Non poté pensare altro perché nel grande specchio
apparve l'atletica sagoma
di Pedro che impugnava una grossa pistola e la
guardava minaccioso.
Carmencita si turbò, ma senza parere impaurita le
corse incontro a braccia
tese, scongiurandolo di fuggire.
- No. - Rispose con veemenza. - Pedro Ermendoza, il
terrore di tutto il
Mexico, non fugge di fronte al pericolo, anche se
architettato da mano
femminile. E se è destino che debba morire questa sera
«Por la Vergine do
Pilar!» tu mi seguirai all'Inferno. - E facendo
seguire il gesto alle
parole, puntò rapido la pistola.
- Se credi di salvarti uccidendomi, uccidimi pure. -
Disse la donna con il
cuore in gola, alzando il tono della voce, tanto, che
le guardie nella
stanza attigua potessero udirla e corressero in suo
aiuto.
Così fu. Un attimo! Dieci, dodici uomini piombarono
alle spalle di Pedro che
fu costretto a tentare il tutto per tutto, saltando
dalla finestra.
Precipitando a terra, gridò: «Adios Carmencita, ci
rivedremo!» E scomparve
nell'oscurità della notte, invano inseguito da un
tambureggiare di spari.
* * *
Erano passati ormai due anni e Pedro s'èra portato
quell'odio nel cuore,
come un pugnale avvelenato. Una sera mentre cenava con
la sua banda alla
«Estancia de don Garcia» vide apparire Carmencita
nello specchio di fronte a
lui. Si voltò di colpo. Era proprio lei, accompagnata
da un uomo. «Valgame
Dios!» lo conosceva bene quel tizio! Sì, era don
Alvaro Sevilla! Dunque i
due complici erano assieme?! La vendetta sarebbe stata
completa. Masticando
amaro, brontolò: «Cena maledetta, bene di vendetta!»
Attese che i due prendessero posto nel locale e che
don Garcia portasse loro
il pranzo, si alzò e si diresse deciso verso di loro,
che non lo avevano, lì
per lì, riconosciuto e con scherno sprezzante domandò:
- Permettono? No, donna Carmencita, non vi muovete! -
Aggiunse, vedendo che
la donna si stava alzando per scappare. - Non vi
conviene! E voi, don
Alvaro, usatemi la cortesia di darmi quel gingillo,
che nelle vostre mani
non sta troppo sicuro, potrebbero tremare e... «Adios
Pedrito!» Non tentate
colpi di testa - rilevò truce - perché questi uomini
che vedete sono i miei
«gringos». Dunque, vi dicevo. - Parlava con voce
tagliente come lama di
rasoio. Ogni suono che usciva dalla sua bocca era
doccia gelata per i due
malcapitati. - Permettete? - E si sedette, senza che
la coppia nemica
reagisse. Poi pacatamente riprese. - Donna Carmencita,
ricordate quella
certa storia della cena maledetta? No? Ve la ricorderò
io. Miguel, -
chiamò - vieni qui.
Un uomo armato fino ai denti, dondolandosi come un
pachiderma, si diresse
verso di lui e chiese, col suo vocino stridente in una
grossa mole.
- Che c'è capo?
- Ricordi, Miguel, la storia della cena maledetta?
- Si segñor!
- Raccontala alla señora.
Il bandito dandosi delle arie, si sedette all'altro
lato del tavolo e narrò.
Quando ebbe finito, Carmencita aveva perso tutta la
sua spavalderia.
- Ma allora?... - Balbettò. - hai deciso, Pedro?
- Pedro Ermendoza non dimentica. L'ora è giunta. -
Disse con un ghigno da
far gelare, di più, il sangue ai due disgraziati. E
proseguì implacabile. -
Al contrario dell'eroina della storia che hai intesa,
non morrai subito. A
Pedro Ermendoza, il terrore del Mexico, non la si fa.
Questa cena alla
«Estancia de don Garcia» la ricorderai, anche
all'Inferno.
- Ma io che c'entro? - Balbettò don Alvaro, bianco
come la neve. - Io che
c'entro?
- Vigliacco! - Ribadì Pedro, sferrandogli un ceffone.
Poi emise un fischio
convenzionale.
Carmencita e don Alvaro furono prelevati, issati sui
cavalli e portati
lontano.
* * *
Sotto la luna, nel grande bosco di «Armadillo» don
Alvaro si contorceva tra
le fiamme. Carmencita era stata condannata ad
assistere, sul rogo non ancora
acceso per lei.
La fedifraga non svenne, non chiese altro che una
sigaretta e attese la sua
fine.
E la sua fine venne! Finì fra le braccia di Pedro,
ammirato dal suo
coraggio, e l'indomani passò a far parte
dell'imprendibile banda.
- Stavamo bene insieme,
vero, traditore che non sei altro?
- Andai via per
importunarvi e poi... la tua amica non mi digeriva…
- Bella scusa!
- Sai che a volte
ripenso con nostalgia a quella notte passata
insieme, nella stessa camera?
- Io non riuscii a dormire!
- Avevi paura di chi?
Non di me spero!
- Quella donna, la
cameriera o la padrona del ristorante con la quale
filavi?
- Sì, Valentine: che amore di
donna! L'anno successivo ritornai in Grecia solo per
lei. Mi propose di vivere con lei: accettai, stavo
bene con lei. Mi chiese in quale città della Grecia
avrei preferito vivere; scelsi Patrasso.
Molte città della
Grecia le avevo visitate, perciò decisi
di vivere a Patrasso.
Patrasso, lo sapete è un agglomerato urbano e
non ha più di duecentoquaranta- duemila abitanti, si
trova a soli centottanta chilometri da
Atene, sul golfo omonimo.
Fondata dagli
Achei, fu una delle dodici città che
seguirono le sorti dell'Acaia e della
Lega Achea. In decadenza già
dopo la battaglia di Azio
nel 31 avanti Cristo, divenne colonia romana per
volontà di Augusto e ben presto
rifiorì. Fu occupata dai Turchi e
dopo alterne vicende fu conquistata da
Venezia, che l'amministrò fino al 1715.
Le condizioni climatiche sono ottimali.
La casa di
Valentine, era dall'altra parte della
strada, che scende verso il mare e dopo un
dislivello nella grande piazza dell'arenile, che
ospita la "Taverna greca sul mare".
Mi ero alzato molto presto, come accadeva da qualche
tempo. Mi svegliavo e stanco di stare a letto mi
vestivo in silenzio e più silenziosamente andavo
incontro al mare. Seduto sulla chiglia di una barca
capovolta, per comodità, le mani sul manico del
bastone, che portavo per civetteria e il mento sopra
le mani, sembrava contassi il passaggio dei pesci
nello specchio d'acqua che lambiva lo scoglio al
centro del mare.
Quel tratto di mare che idealmente mi univa alla
patria lontana, era di una limpidezza!… Il mare
Jonio, almeno nel
Golfo di Patrasso, era ancora
limpido; in più nei giorni in cui la foschia andava
in vacanza, mi permetteva di vedere la costa
pugliese.
Patrasso è poco più grande
del mio paese natio, e poi, mi bastava poco per
ritrovarmi a casa; andavo a passeggio nei pressi
dell'acquedotto romano e vedere il Kastro,
una cittadella veneziana situata dove sorgeva l'Acropoli.
Valentine
mi accompagnava spesso nei viaggi, insieme siamo
stati ad Atene, dove già ero stato con
voi, con te e Isabella, e vi ritornai molto
volentieri. Vedi?… disse guardando fisso il volto
della ragazza seduta sul predellino, che guardava le
sue labbra quando parlava, quel giorno raccolsi
tutti i ricordi con te ed Isabella,
in Grecia.
- Specialmente l'incontro all'Acropoli,
dopo la litigata del ristorante… - risero entrambi,
mentre Anna sembrava godere di questi
racconti perché l'avvicinavano ai sogni fatti per
tanti anni.
Giovanni,
scende dall'auto, fa qualche passo per sgranchirsi
le gambe, poi ritorna, prende una sigaretta
l'accende e parla guardando il cielo stellato di
quella notte di San Lorenzo.
Da quella sera al
ristorante, non ci eravamo più visti… poi quella
mattina avevo deciso di ritornare per l'ennesima
volta a guardare il Partenone. Ero in
cima all'Acropoli e dall'alto dei
sessanta metri sopra la piccola e arida pianura,
vedevo la rupe calcarea e i turisti che si
arrampicavano affannosamente, vidi voi due e mi
fermai, quasi senza respirare per apparire come una
statua. Quando giungeste a pochi metri dal
Partenone, dissi quasi in un
sussurro, dietro le vostre spalle:
- Secondo la leggenda l'Acropoli fu
fondata dal fenicio Cecrope e
ampliata in seguito da Eretteo, che
è sepolto nell'Eretteo, e che atterrì
con la sua coda di serpente gli attendenti reali che
si buttarono giù dalla rupe. Anche il re
Egeo si gettò in mare appena vide la nave
di suo figlio Teseo.
Isabella
si girò di colpo e avrebbe voluto cavarmi gli occhi,
ma scivolò sopra una piccola roccia calcarea e si
"sbucciò" un ginocchio…
- Oh, sì! Ancora rido
quando ci penso. La tragedia greca che seguì: tutti
i turisti imbambolati a guardare lei che sembrava
Elettra che diffondeva alla folla
il suo amore e la sua paura…
- Eravate bricconcelli,
allora? - Intervenne Anna.
- Non è vero, era lui
che si divertiva alle nostre spalle.
- Si divertiva?
- Sì. Tutto ebbe inizio
con quel passaggio in auto, lui sul predellino e poi
la macchina che non vuole più andare. E lui?… che ci
lascia nel momento del bisogno, sole sulla
via Vassilissis…
- Poi vi ritrovaste mi
sembra di aver capito? E vi aiutò!
- Sì, ci ritrovammo
dove l'autobus ci aveva preso a bordo per riportarci
al posto di partenza sulla strada di Rafina.
- Per farsi perdonare
vi portò a cena e vi riempi la testa, com'è il suo
temperamento logorroico; ma voi l'ascoltavate?
- Certo. - Rispose
Silva. - In poche parole, ci disse
tutto dell'Acropoli.
Giovanni
incuriosito e vinto dalla nostalgia, si siede per
terra, accanto all'auto, mentre Silva,
imitando, il suo modo di parlare inizia a
raccontare:
«L'Acropoli, la
città alta, rimase un luogo sicuro, pronto a servire
da rifugio, intorno al palazzo reale fortificato.
Era una cittadella eccezionalmente sicura perché era
non solo una rupe a picco inespugnabile ma aveva una
propria sorgente d'acqua. In epoca micenea fu la
residenza del sovrano e in tutta la sua storia è
stata destinata alla funzione difensiva: per i duchi
fiorentini contro i turchi, per i turchi contro i
veneziani, perfino per gli inglesi contro i
comunisti nel 1944. Ma è rimasta semplicemente una
fortezza fino al Sesto secolo avanti Cristo, quando
il tiranno Pisistrato costruì i primi
Propilei, cioè la porta monumentale; la
costruzione del primo tempio dedicato ad Atena
diede inizio alla trasformazione della fortezza in
un santuario dove la bellezza aveva la precedenza
sulle divinità.
Dopo la distruzione
totale da parte dei persiani nel 480 avanti Cristo,
la combinazione del genio politico di Temistocle
e del valore militare di Cimone portò
Atene al vertice della ricchezza e della
potenza. Ciò permise a Pericle, che abusò in
maniera meravigliosa dei fondi della Lega di Delo
trasferiti dall'isola, di finanziare la costruzione
del più perfetto complesso architettonico
dell'antichità in Europa. Va ricordato che
l'intero glorioso complesso di costruzione sull'Acropoli
era dipinto, secondo l'usanza dell'epoca, con vivaci
colori rossi, blu e oro, cosa che potrebbe sembrare
un po' barbara secondo i nostri gusti. D'altra
parte, il marmo bianco lucente avrebbe potuto
produrre un effetto freddo, monotono e addirittura
sepolcrale, a giudicare dalle moderne imitazioni.
Invece il tempo e lo stato di abbandono hanno
aggiunto una delicata patina dorata che ora si sta
inesorabilmente cancellando a causa degli acidi che
l'inquinamento del ventesimo secolo ha mescolato
alla pioggia».
- Mi state risvegliando
il desiderio di vedere la Grecia.
Vogliamo andarci insieme?
- L'ala Sud… -
interviene Giovanni - è molto accorciata, per
permettere un facile accesso al bastione Ovest dell'Acropoli,
dove sorge il tempio di Atena Nike,
chiamata anche Nike Apteros
cioè «Vittoria senza Ali»,
poiché si pensa che Fidia le abbia
tolto le ali per paura che potesse volare via. Il
Partenone fu costruito tra
il 447 e il 432 avanti Cristo sulle fondamenta di
templi precedenti. L'architetto fu Ictino,
il capomastro Callicrate e
Fidia lo scultore.
Il Partenone
era allo stesso tempo un luogo di culto e la
tesoreria dello Stato, e la statua aveva un mantello
staccabile d'oro massiccio.
- Non ho capito, perché
non volesti ritornare in Italia?
- Perché lasciare il
paradiso per l'inferno? Stavo bene con Valentine,
ogni settimana si andava in giro per la
Grecia e, sembrava leggesse i miei
pensieri, preveniva i miei desideri.
Ricordo a
Zante dove, perché fossi al riparo
dalla calura estiva, mi fece sostare all'ombra di un
folto pergolato, affinché potessi leggerle «I
Sepolcri», in omaggio a
Foscolo.
- Quanti piedi hanno
calpestato questa bella terra! - Le dissi quel
giorno. - Ci pensi? Ho la sensazione di stare a
Napoli, al Capo
di Posillipo e ascoltare le pietre che
parlano del passaggio dei diversi padroni, poi
cacciati da altri padroni più crudeli. Così
Zante, ha sopportato gli Achei,per
cinquantuno anni,gli Spartani
dal 217 al 191 avanti Cristo, i Romani
per oltre un millennio, i Bizantini
e da questi a Margheritone da Brindisi,
agli Orsini, ai Tocco,
a Venezia. Come se non
bastasse, col trattato di Campoformio,
alla Francia, sotto il
protettorato russo e a quello britannico. E quanto
dovette lottare per vedere accettata la richiesta di
voler appartenere alla Grecia.
Il pensiero ritornò a
quella bella mattina di settembre, mentre era seduto
sulla chiglia della barca. Valentine, come
evocata dal suo pensiero, era giunta in punta di
piedi, gli aveva cinto il collo e poggiato la testa
sulla sua. Al contrario dell'uomo, Valentine,
portava scritto sul volto e sul corpo il segno degli
anni. Aveva solo quarantanove anni, ma sembrava
n'avesse molti di più.
- Ciao! - Disse. -
Buongiorno, mio caro. Come mai sei uscito senza
salutarmi, qualcosa non va?
- Ho sognato mia madre!
La donna sciolse
l'abbraccio e si sedette ai suoi piedi appoggiando
la testa sulle ginocchia, senza parlare. Non
chiedeva mai, non aveva mai forzato gli eventi, né
voleva farlo ora. Aveva imparato che se Giovanni
voleva esternare i suoi pensieri, non era necessario
fare domande. Rimasero in silenzio a guardare il
mare. Le piaceva che lui si sentisse libero.
- Hai preso il caffè? -
Domandò.
- No.
- Non vuoi fare
colazione?
- Sto cercando di
interpretare il sogno. Non lo capisco. "Mi sono
trovato improvvisamente, con due amici, di cui non
ricordo i volti né i nomi, ma sento che erano amici,
dinanzi ad un'edicola di giornali e come se avessi
saputo che li c'era mia madre, l'ho chiamata e le ho
detto che con me c'era il suo primo amore che voleva
salutarla. Ella mi ha guardato interrogativa come
per dire, chi lo conosce? Ha sussurrato: il mio...
primo amore? Poi, maledetta prostata, mi ha
costretto ad andare al bagno. Mi sono svegliato e
non ho potuto più dormire". Che può voler dire?
- Penso che tua madre voglia tu vada al cimitero a
trovarla, non sei andato neanche ai suoi funerali.
Oppure che vada all'edicola di giornali e comprare
qualche quotidiano per aggiornarti. Sono vent'anni,
amico mio, che non vuoi sapere notizie di nessun
genere. A volte ho la sensazione che voglia vivere
solo di ricordi, ma vivere di ricordi è come
vegetare. A Creta, come a
Cipro, a Zante,
ad Atene, non hai fatto
altro che rincorrere il passato, non ti ho visto mai
proteso verso il futuro.
- Ma che giorno è oggi? Anche tu, adesso? Ho capito,
il sole è sorto coperto dalle pagina di storia della
mia vita. Valentine... Nell'anima ho rughe
profonde, cicatrici che credevo rimarginate e mia
madre, venendomi in sogno, le ha riaperte e fatto
più profonde.
- Vuoi ritornare?
- Non ci penso neppure!
- Allora andiamo a fare
colazione.
- Ecco un pioggia di
stelle! - Gridò felice Anna,
seguita dal salto di pantera di Silva
per vedere almeno la scia…
L'autunno a Roma è sempre mite
e spettacolare. La campagna s'indora, le foglie gialle non danno
malinconia e quando si staccano dai rami per posarsi, ormai
morte, sul terreno profumato sembrano alianti in planata.
Era mezzanotte, il Gianicolo
era ancora popolato, proprio come una serata estiva. Giovani
pittori, sopra sgabelli rudimentali, esponevano le loro opere,
offrendole al visitatore distratto per quattro soldi. Giovani
"hippies" lavoravano a coppie, con un filo di ferro e pinze
costruivano dei piccoli capolavori.
Marco, passava da una coppia
all'altra, oziando, fingendo di ammirare quei capolavori, ma in
realtà cercava, in quel mondo reale, un avvicinamento al suo
mondo interiore.
Stanco della sua inutile
ricerca si avvicinò al parapetto e la sua fantasia cominciò a
spaziare tra i tetti dell'eterna città. Gli occhi della sua
fantasia attraversarono le mura di una vecchia casa: un puntino,
un granello di sabbia nel mare di cemento e di mattoni. Due
esseri sperduti nei marosi della vita si parlavano dicendosi
parole di conforto e d'incoraggiamento.
Che scherzi fa la fantasia! La
realtà è più bella. Sospirò profondamente, accese una sigaretta,
ingoiò fumo e saliva.
Il pomeriggio aveva ricevuto
l'incarico di fare una telefonata. L'aveva fatta e la voce di
donna triste e velata di pianto, all'altro capo gli aveva messo
addosso una malinconia inesprimibile:
- Sto male, tanto male! - Aveva
implorato la voce di donna all'altro capo.
- Vuole che passi a prenderla in
albergo? - Aveva domandato d'impulso.
- Sì, vieni presto. Sto male e...
mi sento tanto sola!
Ripensando a quella telefonata
si dava del vile. Perché non era andato? Perché aveva lasciato
che quella donna soffrisse da sola?
Una voce argentina e
zampillante come pura acqua di fonte, suonò e s'intromise nei
suoi pensieri.
- Finalmente sei venuto! Sono
secoli che t'aspetto.
Alzò la testa e rimase con la
sigaretta a mezz'aria. Dinanzi a lui, sospesa nel vuoto,
dall'altra parte del parapetto, c'èra una fanciulla
meravigliosa: alta come una vichinga, bionda come il grano
maturo; due occhi splenditi e raggianti, un sorriso abbagliante
come il sole. Il suo sguardo scese lentamente dal volto ai
piedi: che bel corpo!
- Ce l'hai proprio con me? - Disse,
dopo che i suoi occhi ebbero spaziato per la piazza, scrutando i
volti anonimi che l'affollavano.
- Ciao, come stai? - Domandò la
fanciulla apparsa dal nulla. Senza parlare strinse la mano che
gli si tendeva e un brivido le percorse il corpo, come il
serpentello di un fulmine. Deglutendo, esclamò: - Finalmente
tocco le tue mani!
- Sì, amore mio! Finalmente le
lancette si sono bloccate e noi ci siamo incontrati. - Disse la
ragazza con voce flautata.
Poi si sedettero sopra una
panchina e ricordarono le peripezie vissute nei secoli, note a
entrambi.
Per secoli si erano rincorsi
come le lancette sul quadrante di un orologio. Ora una mano
pietosa aveva bloccato le lancette sul dodici e loro si erano
incontrati, si erano parlati, si erano toccati. La luna scansò
una nube e li illuminò. I loro sguardi s’incrociarono e fu il
silenzio. Un silenzio fatto di ricordi e di speranze, e le loro
bocche si unirono. In quel bacio era racchiusa la gioia di
essersi finalmente trovati.
Marco non seppe mai il suo
nome. La chiamò Sincera, per il modo franco di espressione, per
la sua sincerità.
Si ritrovarono il giorno dopo
e gli altri giorni a venire. I loro corpi erano attratti
irresistibilmente uno verso l'altro da una forza ignota.
Un giorno si ritrovarono soli,
con i loro desideri, con il loro amore. Ed era un amore puro.
Quell'amore che fa donare senza chiedere nulla, in cambio. E
Sincera donò il suo corpo (unica ricchezza) a Marco e Marco donò
il suo a Sincera.
A Marco pareva di non aver
vissuto che per quell'amore. A Sincera lo stesso.
Era bello l'inverno, ora, per
entrambi. Per Marco, che era stato sempre un'inguaribile
romantico, quell'incontro gli era parso il segno del destino. Si
dedicò a Sincera con tutta l'anima. Passavano le giornate a
guardarsi negli occhi, a cibarsi di quell'amore che celavano
gelosamente, tenendo presente, sempre, nella loro mente le
parole di Catullo: "Dammi tanti baci e tanti ancora. Poi li
mescoleremo affinché le malelingue non possano contarli e farci
il malocchio". E ridevano, ridevano felici di essere giovani
e di amarsi.
- Siamo gli unici innamorati al
mondo! - Esclamava Sincera, a volte senza una ragione.
- Se tutti si amassero come noi...
- Concludeva Marco. - Il mondo sarebbe più bello e gli uomini
più buoni.
- Io non voglio che gli altri si
amino come noi. - Ribatteva la ragazza, imbronciata. - Se ciò si
avverasse che gusto avrei ad amarti così tanto? Il nostro
diventerebbe un amore logico.
- Forse hai ragione tu. -
L'incoraggiava Marco. - Noi ci amiamo così perché siamo
illogici.
- Sì. Dev'essere così, amore mio! -
Diceva con fervore Sincera. - Altrimenti non ci ameremmo più.
Che gusto c'è ripetere fino alla noia le cose che fanno tutti?
Amarsi come gli altri!? Noi facciamo quello che sentiamo di
fare. Facciamo l'amore quando ci va...
- Un po' troppo spesso. -
Interrompeva Marco, per farla arrabbiare un poco e per gustare
poi, la gioia della pace.
- Quanto sei!... - Rispondeva la
fanciulla imbronciata. - Sei uno scemo, ecco cosa sei. Mi fai
arrabbiare!
- Avanti, continua. - La calmava
amorosamente. - Andiamo a spasso quando lo vogliamo... -
Ripeteva Marco che aveva ormai imparato a memoria la tiritera di
Sincera. - Mangiamo quando lo stomaco lo reclama...
- E lo reclama quando è diventato
una cosa sola con i reni. - Continuava la fanciulla,
rasserenata.
E ridevano come due idioti,
facendo capriole sul letto disfatto, strofinando i corpi uno
contro l'altro per riscaldarsi. Fino a quando, ansanti, si
guardavano negli occhi e le palpebre si abbassavano celianti e
timide, per nascondere lo splendore del desiderio. Guardandosi
con una dolcezza inimmaginabile i corpi si univano, le gambe
s’intrecciavano le braccia fondeva i corpi in uno solo e
l’amore, lo vivevano fino in fondo ebbri e lievitanti in quella
nuvola senza odore e senza colore che avvolge gli amanti
nell’atto del coito: Sincera lievitava, Marco volava. Passavano
le ore, le giornate in questo languore che nessun altro avrebbe
saputo vivere come loro. Dopo l’unione dell’anima e del corpo in
quel volo pindarico, aprivano gli occhi, guardandosi nelle
pupille pulite e chiacchierone, per godere appieno il piacere
del dono che si erano scambiati.
Ella, non ancora paga
chiedeva, movendosi come una pantera sul corpo sudato, ma non
domo dell’uomo:
"Mi amerai sempre, quando sarò
vecchia
e il tempo tiranno avrà scavato
la sua penna sul mio volto?
Tu sarai sempre bambina
- rispondeva lui baciandola
dolcemente. -
Ora con questo bacio
fermo i tuoi anni".
E ridevano consci della gioia
che dava l'amore che vivevano, riprendendo ad amarsi anima e
corpo freneticamente, come se non lo facessero da tempo o fosse
la prima volta.
Una sera a Marco salirono alle
labbra altre parole: "Com'è bello l'inverno! Come sarà
meravigliosa la primavera, domani. Ma l'estate? Ella pianse.
Marco amorosamente le asciugò le lagrime e la consolò chiedendo:
- Che cosa ho detto mai, che ti ha
rattristato?
- Olé, Marco! - Disse una voce
robusta di contralto, dandogli una pacca sulle spalle, tanto
forte da mandargli in gola, la cicca spenta della sigaretta che
gli era rimasta appiccicata al labbro inferiore. - Da quando,
hai preso l'abitudine, di parlare da solo?
Marco si girò lentamente su se
stesso, guardò la donna bassa e grassa come una botte; la guardò
con uno sguardo da incenerire una città intera. Avrebbe voluto
afferrare la mano di quella... botte con le sembianze di donna e
stritolarla: mano che aveva avuto il potere di distaccare le
lancette che, imperturbabili ripresero a girare: a girare come
lui e Sincera.
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