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VeloSolex 3800
VELOSOLEX 3800
MAI 1966.
NOUVEAU VELOSOLEX. NOUVEAU MOTEUR.
50% de surpuissance en côte
vitesse volontairement limité à 30 km/heure
PRIX INCHANGÉ: 373 F
Le bandeau rouge adhésif ainsi que le capot-phare
indiquent le changement
extérieur en mentionnant: 3800
La bambina della classe accanto mi guardava dalla
finestra mentre passavo di
fronte alla sua casa col Solex di mio padre. Lei
abitava in una tettoia
bianca, in Via Cavallotti, non distante da quella che
un tempo era casa mia.
Come tante altre in quella zona, tra Via Puccini e Via
Garibaldi, la sua era
un'abitazione col giardino nell'orto e una piccola
casetta in fondo.
Non avevano bisogno d'affittare la casa d'estate loro,
perché suo padre
lavorava in banca e quindi non si spostavano in fondo
all'orto come facevano
quasi tutti quelli che abitavano dalle mie parti.
I suoi genitori andavano al mare per tutta la stagione
e non avevano
bagnanti in casa a rompere le scatole come invece
capitava a molti che
ospitavano, nei mesi di luglio e di agosto, famiglie
numerose, bisognose di
mare e di sole.
I soldi dell'affitto che pagavano quei bagnanti
servivano per pagare i
debiti fatti durante l'inverno, per poter riuscire a
tirare avanti.
"Smettila di leggere che tuo padre deve svegliarsi
presto domattina" diceva
mia madre quando eravamo costretti a dormire per
qualche mese in quelle due
stanze in fondo all'orto, come le bestie.
Non si stava però così male in quelle due stanze che
erano anche le più
fresche. Non si poteva fare tutto quello che si faceva
prima. Tenere la luce
accesa la notte per leggere. Ascoltare, quasi
sottovoce, un po' di musica
prima di dormire. Insomma non c'era più il tempo per
fare certe cose. Il
tempo e lo spazio che invece d'inverno potevamo usare
abbastanza
liberamente. Per i libri, soprattutto. Da leggere la
notte. Che facevano
sognare altre storie e altre vite al posto delle
nostre.
In compenso dovevamo mangiare nell'orto perchè in
quelle due stanze non
c'era molto posto. E la sera si stava proprio bene in
mezzo a tutti i gerani
rossi di mia madre, appesi sul muro del giardino come
nelle foto delle case
di Spagna, che ci facevano compagnia e rinfrescavano,
insieme alle musiche
delle case accanto, l'aria dell'estate.
Mio padre doveva svegliarsi presto la mattina per
andare a lavorare e il
pomeriggio quando rientrava faceva di tutto per
rendere quella casa un po'
più decente e presentabile.
Tutte le primavere imbiancava quelle stanze e
terminato quel lavoro era la
volta delle biciclette che dovevano essere rimesse in
sesto per la buona
stagione. Pulite e ingrassate. Ogni tanto gli dava
anche qualche mano di
vernice facendole ritornare quasi nuove. Dopo quella
cura potevano fare la
loro figura in compagnia delle altre e restare
parcheggiate al sole caldo di
fronte alla spiaggia. Nell'attesa che passassero
quelle lunghe giornate
piene di novità e di pelle bruciata dal sole e dal
mare.
Mio padre aveva invece un motorino francese che in
quel periodo aveva avuto
una certa celebrità perchè costava meno degli altri.
Inoltre aveva il
vantaggio di poter funzionare anche come un
bicicletta. Bastava tirare una
leva nera posta sopra la testata del motore e tornava
ad essere una
bicicletta.
Quando passavo di fronte alla sua casa con quella
specie di motorino nero
per farmi vedere da lei, sapevo che stava dietro la
tendina bianca della
finestra perchè la luce era accesa e forse mi guardava
dalla sua camera che
non avevo mai visto ma immaginavo piena dei giochi di
quando era bambina.
Senza dividerla con nessuno la sua stanza piena di
segreti.
Erano spesse le tende. Poteva guardare senza essere
vista, e forse si
prendeva un po' gioco di me. Sdraiata sul letto con il
mangiadischi acceso
ad ascoltare la sua musica. Accanto alla sua scatola
dove aveva conservato
certi segreti solo per poter dire alle amiche quanto
era stato
insignificante quel ragazzo sotto la sua finestra che
girava lì intorno
sulla sua bicicletta da quattro soldi. Quanto era
stato stupido. Nonostante
in quella scatola avesse nascosto anche il cuore di
sughero che avevo fatto
per lei e che forse aveva conservato per anni.
Un giorno aveva buttato tutto quella cianfrusaglia in
qualche bidone insieme
agli avanzi della sera prima. Un giorno aveva cambiato
musica. Aveva
cambiato disco. Come quando usava il suo mangiadischi
che portava al mare
con tutti i dischi chiusi dentro il suo contenitore a
fiori gialli e rossi
per poterli cambiare quando voleva.
Io la guardavo che andava con i suoi genitori e con la
sorella, con le borse
e tutte le cose che si portavano dietro.
A quel tempo erano diverse le canzoni. Anche se poi
sono sempre le stesse le
canzoni d'amore e la biondina della classe accanto ne
aveva tanti di 45
giri. Magari ne parlava a scuola con le amiche.
"Ma l'hai sentito ieri sera. com'era quella canzone."
Com'erano quelle strofe ascoltate in televisione, che
lei canticchiava in
bagno. Com'era quella storia. Le carezze che aveva
atteso per quella
canzone.
Sicuramente non erano state le mie mani.
Solo per un istante c'era da credere d'aver superato
le distanze. Ma non era
così.
Quando passano le stagioni con loro cambiano i colori
degli alberi. Quando
il colore sembra sempre lo stesso ma è sempre nuovo,
diverso da quello
dell'anno precedente. Anche se non sembra. È sempre lo
stesso verde ma
diverso.
Le carezze avute senza quella canzone e le promesse
fatte senza quella
canzone che è rimasta per anni ad aspettare il momento
giusto per trovare un
varco e dare una spiegazione. Come il Solex pulito di
mio padre con le gomme
gonfiate a puntino per far colpo. Ad aspettare il
momento giusto che
qualcuno apra la finestra. Finalmente. Per farsi
vedere dietro le tendine
bianche.
Sebbene lei avesse capito che ero lì di fronte e che
aspettavo solo lei, non
apriva mica quella finestra e non l'aveva più aperta
perlomeno per me la sua
finestra. Le sue gambe andavano in un'altra direzione.
Le sue gambe sotto le
gonne blu o bianche, abbronzate l'estate, erano una
specie di bussola che
indicava la direzione. Erano come un compasso che
misura le distanze e i
percorsi ancora da fare. La voglia di esserci
finalmente nel presente. Nel
presente plurale. Finito il presente singolare. Chiuso
nel bagno magari a
fumare. Anche quella, la nicotina, assunta di
nascosto. La nicotina, come le
donne solo immaginate, erano ancora una cosa da fare
di nascosto e da soli.
Era partita con sua madre, la famiglia, la macchina e
tutto quanto. Suo
padre doveva andare a lavorare in una nuova filiale e
mi aveva lasciato con
il mio motorino nero ad aspettarla ancora per qualche
giorno. Ma non avevo
abbandonato il presidio. Ancora per qualche giorno
sono rimasto lì ad
aspettare che magari tornasse. Ancora qualche notte ad
immaginarla e a
sognarla mentre stava sdraiata con me che mi guardava
e mi parlava con i
suoi occhietti azzurri.
Poi mi svegliavo sudato con qualcosa e con qualcuno
che non c'era. Le prime
volte non lo capivo che era quello che avevo sognato e
immaginato che
improvvisamente mi mancava.
"Dove sei stata tutto questo tempo" le avevo chiesto
quando l'avevo rivista
qualche anno dopo.
L'avevo incontrata quasi per caso di fronte a quella
che era stata casa sua.
Era con la sua amica del cuore che la guardava mentre
mi parlava e aveva
capito tutto. Aveva capito come sarebbe andata a
finire. Io invece non
capivo perchè sorrideva lievemente quando lei parlava
con me.
"Dove sono stata tutto questo tempo? Non lo so nemmeno
io dove sono rimasta
tutto questo tempo. Ma tu chi sei?. E cosa vuoi da me?
Non mi ricordo
nemmeno chi sei. come ti chiami."
Li avevo immaginati soltanto quegli incontri di fronte
alla casa rimasta
semivuota col campanello che ancora porta il nome dei
suoi genitori. Li
avevo davvero soltanto immaginati quegli incontri. Non
c'erano stati per
davvero.
Com'era possibile che avessi immaginato quella casa di
Via Cavallotti, con i
nonni rimasti a godersi l'aria di mare. Ancora per
qualche anno. Prima di
morire e lasciare vuota la casa. Una casa da vendere
magari a qualche
famiglia che ama questi posti ed è quindi disposta a
pagare quello che ci
vuole per avere una casa da quelle parti.
Li avevo immaginati soltanto quegli incontri nella mia
camera quando la luce
era spenta e allora tutto poteva accadere. Anche
quello che ancora non avevo
immaginato. Come carezzarle le gambe per vedere
l'effetto che fa su di lei.
Su di me. Allora le apre le gambe e portano lontano.
Al contrario di quello
che lei aveva fatto, era come partire senza bagagli e
tornare solo qualche
attimo dopo.
Loro non sono tornati. Nemmeno per le feste. Nemmeno
l'estate. Chissà dove
andavano.
Ancora per qualche anno quando passavo di fronte a
quella casa mi tremavano
le gambe temendo che qualcuno avrebbe aperto la porta
e magari mi avrebbe
chiesto che ci facevo lì. Chi stavo aspettando.
"Mi scusi passavo di qui."
Che ci facevo lì. Chi stavo aspettando.
"Non sto aspettando nessuno mi creda. non sto
aspettando nessuno mi scusi."
Il Solex che mio padre aveva verniciato di nero
l'estate precedente dopo
averle dato un mano di antiruggine, non era stato in
grado di fare nessun
effetto.
Un giorno, mentre dormiva, avevo provato a fare un
giro con il suo Solex e
lui, forse, non si era accorto di nulla.
L'avevo rimesso al solito posto e non si era accorto
della piccola
ammaccatura sul parafango che avevo fatto cadendo.
Perché la difficoltà era
trovare un equilibrio. Il motore davanti quando facevi
le curve poteva
squilibrare il conducente. E allora era successo che
quell'arnese mi era
scivolato via dalle mani. Quasi di fronte alla casa
della bambina della
classe accanto. Ma mi ero rialzato subito. Avevo fatto
finta di nulla e
nessuno si era accorto di me.
Ho sempre pensato che portasse un po' sfortuna quel
colore. Non mi era mia
piaciuto. Forse per via della biondina che se n'era
andata quasi subito dopo
averle fatto vedere quella specie di motorino che
insieme alle mie prodezze
motocicliste e al mio cuore di sughero e non erano
stati sufficienti a
tenerla a galla.
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