LA FUGA
L’idea di farlo entrare cinque anni prima nel
seminario di un paesino del Sannio, tutto montagna
e alberi di castagne, l’aveva avuta don Luigi
Lodieri vedendolo d’indole buona e d’intelligenza
vivace, quando veniva a giocare con altri
ragazzini nel sagrato della chiesa.
La madre, Caterina, non se n’era dispiaciuta, anzi
si era tranquillizzata non sapendolo più per
strada e inorgoglita nella previsione di un
avvenire sicuro per lui.
Il padre, Giovanni, imbarcato come macchinista
sulla petroliera “Mare Nostrum” di un armatore di
Napoli, l’aveva saputo dopo alcuni mesi. Non ne
aveva fatto una questione d’autorità paterna lesa:
a casa si fermava pochissimo tra un imbarco e
l’altro, “il tempo di un caffè”, com’egli diceva,
e per questo non poteva che approvare la decisione
della moglie e di don Luigi.
Marco per i primi anni aveva accettato di buon
grado le regole del seminario: la sveglia alle
sei, lo studio, la preghiera, il silenzio; la
breve ricreazione (un quarto d’ora, al massimo) in
un lungo corridoio del pianoterra dopo colazione e
dopo cena, la passeggiatina nell’ampio cortile
alberato dopo pranzo. Non più di un’ora
complessiva al giorno. Mai televisione, mai
cinema. Ma silenzio, studio e preghiera.
Col tempo tutto aveva cominciato a pesargli:
silenzio e preghiera erano diventati ossessione,
la separazione dal mondo pena insopportabile,
perché se lo immaginava fatto di libertà e di
aiuto reciproco, non “un mondo di peccato”, come
si predicava lì dentro.
Specialmente negli ultimi tempi cadeva in
frequenti e lunghi sogni: si vedeva vivere con la
madre, con Elisa, sua sorella, con tanti amici,
con una fidanzata bellissima ed
innamoratissima di lui, con un lavoro. Protratti
anche per ore durante il giorno, quei sogni
rappresentavano la sua libertà, alla quale non
sapeva più sottrarsi.
Elisa aveva un ruolo quasi di comparsa; ma la
madre e Orietta, la fidanzata, erano
ossessivamente sempre presenti in questo suo
fantasticare.
Orietta, bionda e slanciata, dolce e assetata
d’amore, quell’amore che egli credeva di
soddisfare mentre si masturbava prima di
addormentarsi, la sera, con tutta l’irruenza della
raggiunta pubertà.
Per la madre, poi, nutriva un sentimento di
tenerezza profondo e insieme di solidarietà per le
lunghe assenze del marito e per i sacrifici
sopportati da sola. Sperava di tornare presto a
riabbracciarla e ad alleviare, lavorando anche
lui, le sue preoccupazioni.
“Elisa è già ragazza formata e attraente. Io
lavoro in sartoria fino a tarda sera, e con i
tempi che corrono… Sono preoccupata per lei. Sono
costretta a lavorare fino a tardi, le spese di
casa sono tante. Fortuna che per te ci pensa la
parrocchia.”
Era venuta a trovarlo, una delle rarissime volte,
un giorno intorno a Natale.
“Papà non ti manda denaro?”
“Quando capita, una miseria…”
“Come mai?”
“Non so. La paga è misera… Così dice lui quando
torna a casa per un giorno o due.”
Marco aveva colto dell’ironia nella sua voce,
comprendendola come precisa denuncia d’abbandono
da parte del padre, la cui figura di eroe
salgariano alto e forte come quercia, generoso e
leale, aveva subìto una incrinatura difficilmente
riparabile.
S’era invece rafforzato il trasporto verso di lei,
della quale, in quell’occasione, egli aveva notato
segni di deciso invecchiamento negli occhi
infossati, neri come i capelli a caschetto, e
nelle rughe sulla fronte, sulle guance, sul collo.
Truccata più del dovuto, con un rosso vivo sulle
labbra che non gli piaceva, l’aveva comunque più
apprezzata per le preoccupazioni verso Elisa e
compiatita per la sua solitudine.
***
Deciso a lasciare il seminario, scrisse una breve
lettera alla madre e la fece scivolare, mentre gli
altri compagni giocavano a “palla avvelenata”
durante la breve ricreazione del dopopranzo, nella
feritoia della cassetta accanto all’ufficio del
rettore.
Era felice di aver compiuto quel passo, vedeva
finalmente aprirsi la porta della libertà e del
calore familiare, nonostante, pensava, l’iniziale
dispiacere della madre.
A pomeriggio inoltrato venne fatto chiamare dal
rettore. Aveva paura di lui, alto, robusto,
severo, castigatore di ogni pur piccola
trasgressione. Non poteva dimenticare quella sera
di un paio d’anni prima quando, durante
un’ispezione in camerata, pescò il prefetto
(seminarista “anziano” responsabile della
camerata) nei bagni che parlava con un
seminarista, mentre altri, approfittandone,
parlavano fra loro invece di dormire. Divenne una
belva che menava nerbate sui due, senza pietà.
Portava sempre con sé quel nerbo di bue durante le
ispezioni!… Per i due fu l’allontanamento
immediato dal seminario; per tutti gli altri della
camerata, oltre alle nerbate, fu il digiuno il
giorno appresso, affiancati per tutta la durata
del pranzo contro una parete del refettorio, in
ginocchio e di spalle a quelli delle altre quattro
camerate che mangiavano.
Mentre percorreva i corridoi, con la testa
abbassata e le mani congiunte, si chiedeva cosa
volesse dirgli il rettore e temeva soprattutto
cosa volesse fargli. Era per la lettera?
La lettera era sulla scrivania, aperta; la busta
strappata da un lato; il rettore dietro la
scrivania, seduto; il nerbo di bue appoggiato su
alcuni documenti, lucido e marrone.
Il rettore lo afferrò e con esso indicò la
lettera.
“Non sai che le lettere vanno lasciate aperte per
il controllo?”
Marco sapeva, ma l’aveva chiusa sperando che
sarebbe passata inosservata.
Mosse impercettibilmente il capo, gli occhi sulla
lettera. Un brivido di paura lo percorse.
“Rispondimi!”
Marco sgranò gli occhi, fece spallucce. Temeva di
rispondere, in qualunque modo l’avesse fatto. Si
sentiva le mani umidicce.
Il rettore lasciò perdere, per fortuna.
“Vuoi andare via dal seminario?”
Marco annuì.
“Non hai voce? Perché non rispondi? Hai imparato
molto qui, in seminario!”, disse con ironia.
“Sì, voglio andar via”.
“Non pensi che la chiesa ti ha mantenuto, qui? Che
i soldi spesi per te sarebbero potuti servire per
altro?”
Marco non rispose. A capo chino, non osava
guardarlo.
L’altro aspettava una sua risposta, ma, di più,
voleva che le sue domande penetrassero a fondo
nell’animo del ragazzo.
Poi aggiunse: “Sai quanti soldi ha speso la chiesa
per te in questi cinque anni? Questa è la
gratitudine?”
Tacque ancora, disturbando il silenzio con lo
scricchiolìo del nerbo ch’egli rigirava tra le
mani.
“Questa è la tua gratitudine per la chiesa che ti
ha mantenuto per cinque anni!”
Tacque ancora. Poi toccò con la punta del nerbo il
mento di Marco per fargli sollevare il capo.
“Guardami!”, gli impose, ma con voce quasi
accattivante, ora, “guardami negli occhi e
promettimi che non ci penserai più”.
Marco non rispose, spaventato che quel nerbo
potesse abbattersi sul suo corpo d’improvviso. Gli
pareva che il rosso dei bottoni della tonaca del
rettore si fosse trasferito anche nei suoi occhi,
nonostante lui avesse mutato il timbro della voce.
“Promettimi! Molti, a questa tua età, pensano di
lasciare il seminario, un periodo delicato, di
transizione. Poi ci riflettono e restano.”
Si alzò dalla sedia e si avvicinò a Marco. Si
rifece severo, in atteggiamento d’indubbia
deplorazione.
“Ma tu, non hai da riflettere, hai un obbligo tu,
verso la chiesa! La chiesa ha investito su di te e
non puoi in alcun modo dimenticarlo, tradendo la
fiducia e la speranza del tuo vescovo e del tuo
parroco, don Lodieri. Devi restare!”
Prese la lettera dalla scrivania e la ridusse in
pezzi che gettò nel cestino.
Mauro avvertì un forte desiderio di pianto,
vedendo fatta a pezzi, con la lettera, la sua
stessa speranza di libertà, sconfitto e messo in
croce al posto del Cristo che era sulla parete.
“Tu non puoi andar via!”, riprese il rettore.
“Questa volta ti perdono. Ma vedi questo...?” Gli
agitò il nerbo davanti agli occhi. “Se ti
permetterai ancora, solo Nostro Signore ti potrà
riparare... Sia lodato Gesù Cristo. Va’ ora!”
Mauro, prima di ritornare in quella ch’era aula di
studio e di lezione, s’infilò negli orinatoi del
pianoterra e pianse, addolorato per la speranza
perduta e per la mortificazione subita, atterrito
dalla certezza del tremendo castigo in caso di
ripetuto tentativo.
Non ebbe la calma di studiare quel pomeriggio (ma
già da qualche tempo non vi poneva la
concentrazione dovuta) né di dormire quella notte.
Poi lentamente, a tratti, cominciò a riaversi, a
pensare cosa fare.
***
Il prefetto russava nel suo lettino posto tra una
finestra e la porta dei bagni, dirimpetto agli
altri lettini che si stendevano lungo tutta la
camerata.
Era circa mezzanotte. Poche luci notturne
rompevano appena il buio tutt’intorno.
Con massima cautela, Mauro si vestì, si infilò le
scarpe e il cappotto, prese dall’armadietto la
busta contenente le poche monete che gli aveva
lasciato la madre, a Natale, e che lui aveva
conservato gelosamente, e con la stessa cautela si
diresse verso l’uscita della camerata.
Pochi lettini separavano il suo dalla porta.
Mauro trepidava, ma era deciso. Attraversò il
primo corridoio, aiutato, per fortuna, dal barlume
delle lampadine notturne che gli permettevano con
una certa facilità di avanzare, poi scendere al
pianoterra e percorrere gli altri corridoi fino al
portone.
Un’eternità, ma ce l’aveva fatta, era lì ormai,
fuori, a respirare l’inverno ancora presente nel
vento gelido della notte.
© Franco
Santamaria, da "Passaggi obbligati"
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VIGILIA
Una giornata coperta, oggi.
Le nuvole, che ieri si
muovevano verso sud senza sosta e lasciavano solo
di tanto in tanto trapelare un sole ancora freddo,
si sono compattate in un unico lenzuolo
grigio-scuro. Primavera è alle porte, l’umidità
dei mesi passati resiste ancora sui muri.
Se il tempo si mantiene
così, senza pioggia, la festa di stasera potrà
ugualmente svolgersi tra la gioia di tutti.
E’ la vigilia di S.
Giuseppe; qui, a sera, per le strade di tutto il
paese si accendono i falò, gli ‘umminari’.
Una gara di fuoco attorno al quale si adunano
tutti, quasi a rinsaldare così l’antica amicizia.
Mi sono affacciato alla
finestra, richiamato dall’agitazione che giunge
dalla strada sottostante.
Sono tanti ragazzi che
trascinano a fatica enormi fastelli di rami di
pino, di rosmarino, di lentisco, di olivastro.
Sono tanti e ognuno trascina il proprio fascione.
La fierezza nasconde bene il grande sforzo lungo
la salita.
Le donne, accanto alla porta
di casa, li incitano, li lodano, li chiamano per
nome, conoscendoli; l’una e l’altra, da lontano,
si danno la voce.
“Guarda com’è grande il
fascio di Giannino, il figlio di comare Concetta
Spatara!”
“Sì, è grande, ma male
fasciato. Guarda invece quello di Luciano: è ben
stretto e lo tira appena!”
“Chi? Quello lì? E chi è?”
“E’ figlio di comare Nina
Rivello.”
“Bel ragazzo e bel fascio!”
“E guarda il figlio di
comare Assuntina Vilotta, trascina addirittura un
ramo di pino, e quant’è grande! Bravo, bravo…
Forza!”
Le donne gridano talvolta
come se, a trascinarli, quei fascioni, siano loro
stesse. Le ragazzine e i bambini strillano più di
quelle, saltano, battono le mani, corrono di
dietro a strappare qualche rametto e ad
indispettire i ragazzi che si gridano l’un
l’altro, sbirciano appena ai lati verso le donne,
ridono e tirano con più forza sentendosi ammirati,
noncuranti del sudore che gocciola dalla fronte.
Arriveranno sfiancati al posto del falò del
proprio vicinato, specialmente se la loro strada
si trova nella parte più alta del paese.
Con atto istintivo allungo
lo sguardo sulla collina di fronte, di là del
torrente Pescogrosso. C’è una leggera foschia e
distinguo appena ragazzi al 'lavoro'.
Immagino, come in un ricordo ancora vicino, chi
stronca i rami con l’accetta, chi compone il
fastello, chi lo trascina già al pendio privo di
alberi e di frasche, dal quale lo lascia rotolare
giù fino allo strapiombo.
Sento invadermi di un lieve
tepore e della voglia di correre anch’io, di
correre e di tagliare, di fasciare, di rotolare
insieme al mio smisurato fastello, di trascinarlo
fin qui davanti, davanti alla casa della povera
Rosina, e poi… poi di appiccarvi un fuoco le cui
fiamme raggiungessero il cielo, a illuminare a
riscaldare la terra.
Il pensiero ritorna indietro
nel tempo, e rivedo ancora, rivedo Sandrino,
Pinuccio, Tonino e me: un quartetto inseparabile.
Uniti nei giochi, nella stessa classe elementare,
nelle lotte fisiche per misurare le nostre forze,
nelle botte che ci suonavamo a vicenda, talvolta
per un niente, causando spesso litigi fra le
nostre madri. Ma eravamo sempre lì, poco dopo,
insieme, prima che le nostre madri finissero di
litigare.
Il più forte era Sandrino e
se ne dava l’aria, una volta riconosciuta la sua
superiorità.
***
Quel pomeriggio, vigilia di
S. Giuseppe, eravamo a tagliare rami e a fare
fasci insieme per l’ultimo viaggio.
Ci eravamo arrampicati, non
so spiegarmi ora con quale coraggio (incoscienza!)
a quell’età, dieci anni più o meno, sulla costa
della montagna di S. Rocco, che strapiomba ad un
tratto su un fosso, simile ai cañons
americani, profondo circa duecento metri che
scorre poco distante dall’area della Cattedrale.
Vi è una folta vegetazione,
lassù: rosmarini, ginestre, querce nane e molti
pini che, guardandoli dal basso, sembrano chiome,
verdi e scompigliate, contro il cielo.
“Il nostro deve essere il
più grande umminario di tutto il paese!”,
gridò Sandrino.
E noi, fermamente decisi a
superare tutti, ripetemmo: “Sarà il più grande!”
Adocchiammo tre o quattro
pini addossati. “Andremo a tagliare quelli.”
Tonino fece un gesto di
gioia, agitando braccia e tronco come una
marionetta. “Urrà! Così staremo tutti insieme.”
Sandrino volle lui tagliare
i rami. Salì con l’agilità dello scoiattolo su uno
dei pini e cominciò a stroncare con l’accetta,
lasciando poi cadere i rami giù, vicino ai nostri
piedi. Noi li raccoglievamo, li sramavamo
maggiormente, li disponevamo l’uno sull’altro, con
molta cura, sulla fune distesa che, alla fine,
legavamo ben strettamente.
“Quanti fasci abbiamo
portato a casa, in questi giorni?”, domandò
Sandrino dall’albero.
Per tradizione, si
ammucchiava tutto accanto alla casa di Sandrino,
dove c’è più spazio, e lì si accendeva il falò, la
sera della vigilia.
“Venti!”, risposi io prima
degli altri. Poi continuai facendo loro i conti,
con pignoleria: “Siamo venuti già due pomeriggi e
abbiamo compiuto due viaggi a pomeriggio: sedici
fasci; questo pomeriggio già abbiamo fatto il
primo viaggio: e sono altri quattro fasci; ora
siamo al secondo viaggio: e saranno altri quattro
fasci! In tutto saranno ventiquattro fasci.”
“Uhh! Tutto questo per dirci
che arriveremo a ventiquattro fasci?”, scherzò
Sandrino.
“Già, e intanto non lavora,
il signorino!”, osservò sfottendomi Pinuccio. Poi,
anche lui e Tonino cominciarono a saltellare
canticchiando ‘ventiquattro, ventiquattro!’ e a
fare carosello con me attorno al primo fastello
già legato strettamente.
“Ehi, ehi, lavorate…”
“Ventiquattro,
ventiquattro!”, giravamo attorno al fastello come
indiani attorno al palo della tortura, noncuranti
degli spuntoni dei rami che ci lasciavano strisce
di sangue sulle gambe scoperte (vestivamo
pantaloncini, allora).
Anche Sandrino si mise a
ritmare con l’accetta sui rami, felice.
Ben presto gli altri pini e
rosmarini furono assaliti e ben presto anche gli
altri tre fastelli furono pronti.
Era già tardi, quasi buio.
Li trascinammo sul ciglio
del fosso della Cattedrale. Gettandoli giù,
sarebbe stato facile poi per noi, una volta scesi,
recuperarli e trascinarli per il fondo poco
accidentato del fosso.
Dal sorteggio toccò a me
dare il via. Felice, impressi una forte spinta al
mio fastello che ruzzolò brevemente, quindi
precipitò nel vuoto. Ne udimmo il tonfo, quasi
indistinto, giù, qualche secondo dopo.
“Olé, olé, evviva!”
Seguì Pinuccio. Poi Tonino.
Poi… non so, una spinta più forte e incontrollata,
un piede in fallo, una scivolata… non so.
Paralizzati, privi della coscienza di tutto il
nostro essere, come sprofondati in un sonno senza
dimensione. Per un attimo o per quanto?
Trovammo Sandrino riverso
sul suo fascio di pino e di rosmarino, come ad
abbracciarlo e a difenderlo col suo corpo
dilaniato dagli spuntoni dei rami più grossi.
***
Mi sento soffocare dalla
tristezza.
Il mio desiderio, ora che
sono qui, è di portargli dei fiori appena si fa
giorno, domani. E piangere come quando eravamo
bambini. Da solo, senza Pinuccio e Tonino,
scappati da questa dura terra chissà dove, per
trovare lavoro.
***
Per fortuna, durante il
giorno c’è stata un’inversione di rotta del tempo.
A sera, si sono aperti ampi squarci di cielo con
qualche stella. La festa degli ‘umminari’ è
salva.
Nelle piazze, nel corso
principale, lungo la lunga catena di strade che
dalla Cattedrale si inerpicano e si insinuano come
tentacoli tortuosi fino alla Rabatana saracena,
s’innalzano centinaia di falò.
Enormi o modesti che siano,
ovunque alle fiamme si intrecciano strilli di
bambini, e voci e discorsetti di persone adulte.
Gli anziani, figure
metafisiche a questa luce che va e viene, paiono
immersi nell’adorazione del proprio silenzio.
Ma si scuotono anch’essi,
quando le fiamme salgono ancora più in alto o si
spostano di qua e di là per una improvvisa folata
di vento o per un’altra bracciata di rami gettati
a bruciare.
Accanto a me, siedono due
vecchi che, al contrario degli altri, mi chiedono
dove io viva e cosa io faccia.
Non sanno di me né io mi
ricordo di loro.
La mia presenza li
incuriosisce e li fa partecipi. Mi ricordano
esempi di paesani che hanno onorato il paese, ma
anche esempi di altri che, pur avendone la
possibilità, non hanno mai mosso né muovono un
dito per aiutare la nostra povera gente, i giovani
soprattutto, costretti a lasciare la famiglia per
trovare lavoro e vita altrove.
“Anch’io sono tra questi!”
Tra le donne vi è anche
Rosina, la madre di Sandrino. E’ già vecchia per
le rughe sul viso e sulle mani, non per età. E’
già vedova da tempo.
La sua figura esile, vestita
di nero, non si ferma per un attimo. Afferra
grosse bracciate di frasche, quando le fiamme sono
basse, e le lancia nel mezzo per nuove fiamme più
alte. Attizza, avvicinando i rami non bruciati. E
il falò crepita ininterrotto e violento.
La lasciano fare: la catasta
delle frasche da bruciare è ancora altissima;
durerà passata mezzanotte. Ma soprattutto
comprendono la sua smania, che ricorda Sandrino.
Una giostra di luce e di
calore. L’amore fra gli uomini che si ritrova
attorno al sacro fuoco. Veicolo del sentimento più
antico ed esteso, e del rito che lo realizza.
I bambini girano lungo il
cerchio del fuoco, saltellano e scoppiettano come
i rami. I più grandi si cimentano compiendo salti
attraverso le fiamme.
Di continuo arrivano ragazzi
e giovani a verificare la consistenza del nostro
falò, anche i nostri vanno e vengono, dandosi il
cambio.
Domani parleranno di quello
che crederanno il più grande del paese.
La povera Rosina ravviva,
afferra altre frasche, le getta tra le fiamme.
Chiusa nel silenzio. Poi caccia un urlo altissimo
e corre verso la porta di casa, come inseguita dal
fuoco che lei stessa ha senza sosta alimentato.
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L’INCONTRO
Mario Conte
e Lello Scillano si erano conosciuti al CAR di Siena. Per un
caso più unico che raro, dal primo giorno di leva fino
all’ultimo, per quindici lunghi mesi, erano stati sempre
insieme per essere passati poi entrambi, dopo il CAR, anche
al 1° RAM di Roma. Avevano diviso finanche lo stesso letto a
castello, occupando l’uno (Mario) la brandina di sopra,
l’altro la brandina di sotto.
Tutt’e due lucani e con diploma di scuola superiore, avevano
dichiarato subito una buona intesa nel modo di vedere la
vita, nel modo di sentire il servizio militare,
perfettamente inutile in un mondo che dovrebbe solo amare la
pace, e nel modo di affrontarlo con senso di sopportazione,
visto che c’era.
A Roma, anche i compiti assegnatigli coincidevano, solo che,
questa volta, li svolgevano in uffici diversi: l’uno (Mario)
presso lo Stato Maggiore della Difesa, l’altro presso il
Ministero dell’Esercito.
Si può facilmente indovinare che non c’era avventura,
piccola o grande, che non li vedesse insieme e,
possibilmente, protagonisti affiatati.
A ferma ultimata, giunti alla stazione di Napoli e dovendo
qui separarsi, l’uno (Lello) per far visita ad una sua zia
residente in questa città, l’altro per proseguire per il suo
paese, in Basilicata, si erano abbracciati con l’impegno di
non perdersi di vista.
Invece, si erano scritti solo un paio di volte in sette/otto
mesi, presi entrambi dal lavoro che non gli lasciava
respiro.
Mario aveva ripreso a fare l’agricoltore, nonostante il
diploma di liceo classico in corpo, che non poteva in nessun
modo sfruttare non andando all’università. Come poteva
andarci, all’università, per quel che costava, se la sua
famiglia alla men peggio tirava avanti la vita? Le tasse, i
libri, il fitto, il vitto per frequentarla a Bari o a Napoli
o in altra città: come li avrebbe sostenuti?
Perciò, appena assolto il dovere verso la Patria
(‘ma’, si rammaricava, ‘la Patria pensa a risolvere i
problemi della gente, della gente bisognosa, secondo la
Costituzione?’), con la stessa divisa con la quale s’era
congedato aveva ripreso la via dei campi.
Lello, invece, seguitando anche lui a tenere sotto ‘naftalina’
il suo diploma di geometra, aveva trovato lavoro come
piazzista di tessuti, dopo aver fatto amicizia con la figlia
di un commerciante all’ingrosso.
Nelle due lettere scritte a Mario dichiarava di essere stato
fortunato d’aver incontrato Evelina sulla sua strada,
altrimenti…
***
A Mario capitò di recarsi a Matera un giorno di marzo, per
far visita ad un caro amico finito in ospedale per una
brutta caduta da un arancio mentre lo potava. Perso
l’equilibrio, era precipitato insieme alla pesante motosega,
provocandosi fratture multiple al bacino e al braccio
destro.
Lo trovò tutto ingessato, da capo a piedi quasi, in
situazione che prometteva poco di buono. Se ne dispiacque
sinceramente.
Prima di ripartire per il paese, volle però far visita ai
Sassi, visti una sola volta in precedenza, di sfuggita.
Fiancheggiò con la sua 1100D il Castello Tramontano, opera
incompiuta degli inizi del 1500, mai abitato, del quale
erano ben visibili dalla strada i torrioni e parte della
cinta muraria.
Parcheggiò l’auto nel piazzale della stazione calabro-lucana
e raggiunse a piedi il belvedere del Duomo. Da qui si poteva
guardare in basso gran parte del sito dei Sassi, formato da
un ammasso caotico di grotte addossate o anche sovrapposte
le une alle altre fino a raggiungere talvolta i dieci piani
scavati, collegati da ripidissime e strettissime rampe.
Uno spettacolo incredibile di migliaia di abitazioni
trogloditiche, individuabili solo dall’entrata, dove per
millenni nulla è mai cambiato se non nella presenza di molte
chiese rupestri e in qualche strada rifatta. Uno spettacolo
metafisico, senza tempo, dove si sente ancora il respiro
degli uomini di migliaia di anni fa che si insediarono sui
dirupi della Gravina, il lungo canyon percorso da un
torrente. Uno spettacolo unico al mondo.
Mario ricordò la descrizione che Carlo Levi ne aveva fatto
in “Cristo si è fermato ad Eboli”.
Ricordò anche che molti cineasti, tra cui Alberto Lattuada,
Lina Wertmuller e Pier Paolo Pasolini si erano serviti di
questo paesaggio per ambientarvi le loro storie, quasi
sempre estraneandolo però dal suo contesto reale.
Mario, mentre s’intrigava tra le viuzze sconnesse e
caotiche, osservando quanto silenzioso fosse quel luogo
(tranne in alcuni punti, dove pochi bambini giocavano e
qualche donna si affacciava sulla porta), avvertiva un senso
di smarrimento, di immersione in una dimensione lontana e
surreale, maggiormente accentuata da una nuvolosità che si
faceva man mano più densa e bassa.
Risalendo per riportarsi nella zona moderna della città,
tutta distesa su un pianoro, si soffermò davanti alla
Cattedrale, risalente alla fine del Duecento, e ne ammirò la
bella facciata in stile romanico-pugliese, con la statua
della Madonna della Bruna sulla porta centrale affiancata
dalle statue dei Santi Pietro e Paolo.
Poi si avviò verso il centro per conoscere la città, visto
che c’era.
Più volte aveva pensato a Lello e ogni volta era caduto
nella sfiducia di incontrarlo, sapendo che l’amico era
sempre in giro per i paesi a piazzare i suoi tessuti.
Fece Via del Corso, raggiunse Piazza San Francesco. Qui, si
fermò a comprare delle sigarette e rimase stupito
dall’abilità del tabaccaio di servire contemporaneamente più
fumatori: chiedeva a cinque/sei persone e poi “a te, a te, a
te…” distribuiva le sigarette, senza fermarsi e senza
sbagliare.
Fu qui che, mentre usciva dal tabacchino, rivide Lello e ne
gioì maggiormente perché non sperava affatto d’incontrarlo.
Lo abbracciò con calore, lo invitò a prendere un caffè. Ma
notò freddezza nell’atteggiamento e nelle parole di Lello.
Ci rimase molto male. Poi pensò che l’amico stesse poco bene
e glielo chiese, attribuendo il forte rossore all’orecchio
sinistro a febbre da raffreddore.
Lello scosse il capo e confermò il gesto con un diniego
stentato: “Sto bene… sto bene.”
“E, allora?” Anche la voce di Mauro ora era priva
d’interesse. La contentezza di averlo rivisto aveva lasciato
il posto ad una mortificante delusione.
Seduti al tavolino di un bar, in attesa del caffè, il tempo
sembrava interminabile e imbarazzante.
Mario notò un piccolo grumo di sangue dietro l’orecchio
arrossato e la preoccupazione per la salute dell’amico tornò
a farsi viva.
“Hai del sangue dietro l’orecchio.”
Lello si portò la mano all’orecchio e con quel gesto scoprì
forti lividure attorno al polso.
“Vuoi dirmi cosa ti è successo?”
Gli prese la mano per osservare meglio le lividure.
Lello glielo impedì con decisione. “Non è niente!”
“Sei ferito. Non può essere niente!”
“Non è niente…” Poi gli chiese: “Hai bisogno di donne?”
“Che vuoi dire?”
“Solo se hai bisogno di donne.”
“Vuoi portarmi a puttane?”
“Sì”, disse Lello con sarcasmo.
“Non mi sembra il momento. Devo ripartire subito.”
Lello rise forte, tanto da richiamare l’attenzione di altri
avventori. Mentre rideva, i suoi occhi chiari tendevano ad
aprirsi liberando indecifrabilità e freddezza, nello stesso
tempo.
“Ma, cos’hai? Non riesco a comprenderti. Non sei il Lello
che ho conosciuto durante il servizio militare.”
Con il quale aveva trascorso i momenti del dovere e
dell’allegria, della tristezza e della accettazione
obbligata di situazioni senza senso, per loro. Mario rivisse
in istantanei flash tali momenti, soprattutto quelli legati
alla loro forte vitalità e spensieratezza per le vie prima
di Siena e poi di Roma.
“Non so cosa pensare di preciso”, disse ancora a Lello.
“Intuisco che ti è capitato qualcosa e tu mi proponi di
andare a puttane! Invece di dirmi che ti succede… Il tuo
comportamento mi offende”.
Si alzò per andare via.
Lello scosse il capo guardandolo fisso. “No, no”, disse
soltanto e non fece nulla per trattenerlo.
Nel bar c’era gente vicino al bancone e seduta ai tavolini
che prendeva il caffè o faceva colazione con brioscia e
caffelatte. Probabilmente gente di passaggio, questa.
Mario era ormai deciso ad andarsene, pensando che Lello si
stesse beffando di lui. Inspiegabilmente, ma si stava
prendendo beffa di lui.
Si alzò, lasciò cadere della moneta sul tavolino e, senza
che Lello si scomponesse, uscì dal bar.
Il cielo s’era annuvolato quasi del tutto e il freddo si
avvertiva maggiormente, lasciato il caldo del bar. C’era
stata neve sulla città una settimana prima, ma il freddo si
sentiva ancora pungente. O forse erano il forte nervosismo e
l’irritazione a mettergli addosso quel freddo.
Soprappensiero e irritato per il comportamento di Lello,
dispiaciuto per le condizioni critiche dell’amico in
ospedale, (‘due congiunture spiacevoli nella stessa
mattinata!’, andava pensando), Mario era ormai nei pressi
della stazione per riprendere l’auto e far ritorno al paese.
Sentì una mano decisa sulla spalla, si girò di soprassalto e
si ritrovò Lello di fronte, ansante e supplichevole, ora.
“No, non dovevi andartene… non dovevi…”, abbracciandolo.
Mario ne rimase stupito, poi preoccupato, ancor più
fortemente di prima.
“Continuo a non capirti. Che ti succede?”
“Avevo paura… ho paura...”
“Calmati. Di cosa hai paura? Perché non parli?”
Una folata di vento si levò, improvvisa e gelida, che
scompigliò i capelli dei due giovani e fece svolazzare un
lembo del cappotto di Mario.
Il viso di Lello era pallido, l’orecchio più viola. Le sue
mani tremavano.
“Vieni!”, disse.
Pur ansimante, sembrò che fosse, d’improvviso, ritornato in
possesso della sicurezza che Mario gli sapeva.
Spinto dalla volontà di venire a capo del mistero che
l’amico insisteva a tenere per sé, Mario dimenticò che
doveva far ritorno al paese.
Si trovò a seguire Lello che procedeva a passo affrettato,
noncurante d’essere travolto dalle auto che gli passavano
vicinissime, fino in piazza Vittorio Veneto, e poi si trovò
su una Giulietta sprint che correva veloce verso la
periferia della città, e ancora fuori, in direzione di
Altamura.
La strada asfaltata in alcuni punti serpeggiava, altalenava
per i dossi, era limitata da lunghi muretti di pietre delle
Murge.
Nessuno dei due parlava.
Lello poggiava soltanto una mano sul volante e teneva
l’altra ferma sul pomello del cambio, lo sguardo in avanti,
quasi immobile e teso.
Neppure nelle curve si scomponeva né riduceva la velocità
incrociando altre auto.
Mario non l’aveva mai visto guidare, non poteva sapere se
quella fosse abilità incosciente o vera pazzia. Brividi lo
attraversavano in certi sorpassi azzardati, rendendogli la
bocca secca. Talvolta si voltava verso di lui, come a
dirgli: ‘Ma che fai!?’
Lello ad un tratto gli chiese: “Hai paura?”
“Di cosa?”
“Del mio modo di guidare… oppure di me.”
“Perché di te?”
Lello attese qualche secondo prima di rispondere.
“Mi hai trovato strano, diverso dal Lello che conoscevi.”
“Certo. E non ho capito ancora il perché del cambiamento.
Forse quelle ferite…”
Lello lo interruppe. “Anche qui ce l’ho!” e gli mostrò
l’altro polso.
“Dio santo, sono segni di legacci!”, esclamò Mario.
“E… se sono diventato pazzo in questi mesi?”
Mario lo guardò ancora. “Ma va’!”, gli fece, incredulo.
Lello scoppiò a ridere, una risata convulsa e interminabile.
“Lo vedrai tra poco”, disse poi. Frenò bruscamente
accelerando e la Giulietta si indirizzò verso una strada
ghiaiosa, stretta da due muretti paralleli di pietre, per
arrestarsi qualche centinaia di metri più in là, scivolando
prima e serpeggiando poi sulla breccia.
Nascosta tra alberi, olivi soprattutto, e fitte siepi
ornamentali, una palazzina ad un solo piano pareva come
schiacciata dalla forte nuvolosità, bassa e minacciosa di
pioggia.
Il vento s’era rafforzato e, se fosse venuta la pioggia,
sarebbe stata una tempesta violenta e rovinosa.
Ma per ora il vento traduceva solo strani lamenti umani tra
gli alberi e le siepi, confusi e irreali.
Mario si sentì violentemente eccitato e predisposto a far
fronte a qualsiasi ipotesi, rafforzando in sé la freddezza
che gli veniva spontanea nei momenti difficili.
Cosciente della forza fisica di chi si è temprato nei lavori
più duri e della lucidità mentale di chi vive in comunione
con la natura libera, avrebbe recitato la sua parte senza né
paura né esclusione di colpi, occorrendo.
Pensava che qualcosa di grave, di molto grave, stesse per
accadere.
Nello spazio semicircolare e ristretto sul davanti della
palazzina c’erano cocci di vaso cinese.
“Sono andati via!”, esclamò Lello notando che la moto di
grossa cilindrata non c’era più.
A Mario parve inutile chiedergli chi.
“Seguimi!” La voce di Lello coprì l’altalenante lamento del
vento. “Evelina!”
I due salirono al primo piano per una scala esterna quasi
del tutto coperta da rampicanti.
La porta sul ballatotio era accostata e Lello, guardingo,
entrò nella stanza semplicemente spingendola.
Il lamento era distinto, ora (“Evelina, Evelina, mio Dio!”)
e localizzabile nella stanza attigua.
Evelina era legata con braccia e gambe divaricate, nuda, il
capo reclinato sul pavimento. Gemeva e non rispose alle
parole, alle carezze e al gesto di Lello di sollevarle il
capo.
Mario la coprì con il suo cappotto. Prese poi a slegarle i
polsi.
Anche Lello cominciò a slegarle le caviglie, in preda ad
intensissimo rimorso di averla abbandonata per paura. Il suo
pianto si fondeva ai gemiti di Evelina.
Comparvero due uomini sulla porta. Uno di loro impugnava una
pistola, l’altro una grossa catena.
“Sei tornato”, disse quest’ultimo con un sorriso beffardo.
“In compagnia, anche!” e indirizzò la mano che impugnava la
catena verso Mario.
“Vogliamo soldi e oro”, disse l’altro. “Non vi faremo del
male, se ci date soldi e oro. Promesso…”
Il suo sguardo era minaccioso, nient’affatto credibile.
Lello già conosceva quella promessa: lo stesso uomo, le
stesse parole…
Né lui né Evelina avevano soldi e oro, né sapevano se ci
fossero e dove fossero nascosti nella villa. I genitori di
Evelina erano partiti per una vacanza sulle nevi di
Courmayeur.
Avevano tentato di rabbonirli offrendogli tutto il denaro
che si trovavano addosso, Evelina anche l’orologio e un
anellino d’oro.
“No, questa è elemosina, stronzi fottuti!”
Lo avevano tramortito con un colpo alla nuca, poi trascinato
nella stanza che dava sul ballatoio e legato ad una sedia.
Da qui, riavutosi, aveva udito le grida di aiuto e di
terrore di Evelina che veniva legata e poi stuprata, senza
poter far nulla, senza avere il coraggio di far nulla per
lei.
Era riuscito, però, a rompere la sedia e a liberarsi e a
fuggire, in preda al terrore.
Ora quell’uomo, con quei suoi occhi malvagi, con quella sua
mano armata di pistola, con quella sua bocca spavalda,
ripeteva lo stesso comando e rifaceva la stessa beffarda
promessa.
“D’accordo, d’accordo”, lo rassicurò Lello. Aveva liberato
le caviglie di Evelina, ma era rimasto in ginocchio accanto
a lei.
“Alzati e non fare sciocchezze… Non fate sciocchezze!”
Mario stava immobile, ma pronto ad agire se ne avesse avuto
il tempo e il modo. Si sentiva straordinariamente lucido.
Lello si alzò, dopo aver carezzato il piede dell’amata, per
sentirne forse per l’ultima volta il calore.
Si mosse lentamente verso i due. “Sono di là”, disse.
“Bene! Vieni avanti molto lentamente, tenendo le mani
alzate.”
“Non fare scherzi!”, ammonì quello con la catena e si fece
da parte per permettere a Lello di passare tra loro due,
lasciandogli però poco spazio.
Fu un lampo. Lello abbassò velocissimamente una mano sulla
mano con la pistola, che cadde sparando e scivolando accanto
a Mario.
Mario sparò un colpo, due colpi, tre colpi sull’uomo che
piombò a terra pesantemente.
Lello era stato colpito alla gola con la catena ed era
finito in ginocchio boccheggiando. Un altro colpo stava per
abbattersi su di lui.
Mario sparò ancora e la catena cadde dalle mani dell’ uomo
ferito.
***
Due auto della polizia e l’autoambulanza arrivarono subito
dopo la telefonata di Mario.
Evelina e Lello furono fatti salire sulla Giulietta, guidata
da Mario; i due delinquenti sull’autoambulanza.
Li seguiva una delle auto della polizia.
Per la seconda volta, Mario andava in ospedale, quel giorno.
Pioveva a dirotto.
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