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Franco Santamaria

LA FUGA

L’INCONTRO

VIGILIA

Dello stesso Autore ....Poesie

 

 

 

 

 

 

LA FUGA
 

L’idea di farlo entrare cinque anni prima nel seminario di un paesino del Sannio, tutto montagna e alberi di castagne, l’aveva avuta don Luigi Lodieri vedendolo d’indole buona e d’intelligenza vivace, quando veniva a giocare con altri ragazzini nel sagrato della chiesa.
La madre, Caterina, non se n’era dispiaciuta, anzi si era tranquillizzata non sapendolo più per strada e inorgoglita nella previsione di un avvenire sicuro per lui.
Il padre, Giovanni, imbarcato come macchinista sulla petroliera “Mare Nostrum” di un armatore di Napoli, l’aveva saputo dopo alcuni mesi. Non ne aveva fatto una questione d’autorità paterna lesa: a casa si fermava pochissimo tra un imbarco e l’altro, “il tempo di un caffè”, com’egli diceva, e per questo non poteva che approvare la decisione della moglie e di don Luigi.
Marco per i primi anni aveva accettato di buon grado le regole del seminario: la sveglia alle sei, lo studio, la preghiera, il silenzio; la breve ricreazione (un quarto d’ora, al massimo) in un lungo corridoio del pianoterra dopo colazione e dopo cena, la passeggiatina nell’ampio cortile alberato dopo pranzo. Non più di un’ora complessiva al giorno. Mai televisione, mai cinema. Ma silenzio, studio e preghiera.
Col tempo tutto aveva cominciato a pesargli: silenzio e preghiera erano diventati ossessione, la separazione dal mondo pena insopportabile, perché se lo immaginava fatto di libertà e di aiuto reciproco, non “un mondo di peccato”, come si predicava lì dentro.
Specialmente negli ultimi tempi cadeva in frequenti e lunghi sogni: si vedeva vivere con la madre, con Elisa, sua sorella, con tanti amici, con una fidanzata bellissima ed innamoratissima di lui, con un lavoro. Protratti anche per ore durante il giorno, quei sogni rappresentavano la sua libertà, alla quale non sapeva più sottrarsi.
Elisa aveva un ruolo quasi di comparsa; ma la madre e Orietta, la fidanzata, erano ossessivamente sempre presenti in questo suo fantasticare.
Orietta, bionda e slanciata, dolce e assetata d’amore, quell’amore che egli credeva di soddisfare mentre si masturbava prima di addormentarsi, la sera, con tutta l’irruenza della raggiunta pubertà.
Per la madre, poi, nutriva un sentimento di tenerezza profondo e insieme di solidarietà per le lunghe assenze del marito e per i sacrifici sopportati da sola. Sperava di tornare presto a riabbracciarla e ad alleviare, lavorando anche lui, le sue preoccupazioni.
“Elisa è già ragazza formata e attraente. Io lavoro in sartoria fino a tarda sera, e con i tempi che corrono… Sono preoccupata per lei. Sono costretta a lavorare fino a tardi, le spese di casa sono tante. Fortuna che per te ci pensa la parrocchia.”
Era venuta a trovarlo, una delle rarissime volte, un giorno intorno a Natale.
“Papà non ti manda denaro?”
“Quando capita, una miseria…”
“Come mai?”
“Non so. La paga è misera… Così dice lui quando torna a casa per un giorno o due.”
Marco aveva colto dell’ironia nella sua voce, comprendendola come precisa denuncia d’abbandono da parte del padre, la cui figura di eroe salgariano alto e forte come quercia, generoso e leale, aveva subìto una incrinatura difficilmente riparabile.
S’era invece rafforzato il trasporto verso di lei, della quale, in quell’occasione, egli aveva notato segni di deciso invecchiamento negli occhi infossati, neri come i capelli a caschetto, e nelle rughe sulla fronte, sulle guance, sul collo.
Truccata più del dovuto, con un rosso vivo sulle labbra che non gli piaceva, l’aveva comunque più apprezzata per le preoccupazioni verso Elisa e compiatita per la sua solitudine.

***

Deciso a lasciare il seminario, scrisse una breve lettera alla madre e la fece scivolare, mentre gli altri compagni giocavano a “palla avvelenata” durante la breve ricreazione del dopopranzo, nella feritoia della cassetta accanto all’ufficio del rettore.
Era felice di aver compiuto quel passo, vedeva finalmente aprirsi la porta della libertà e del calore familiare, nonostante, pensava, l’iniziale dispiacere della madre.
A pomeriggio inoltrato venne fatto chiamare dal rettore. Aveva paura di lui, alto, robusto, severo, castigatore di ogni pur piccola trasgressione. Non poteva dimenticare quella sera di un paio d’anni prima quando, durante un’ispezione in camerata, pescò il prefetto (seminarista “anziano” responsabile della camerata) nei bagni che parlava con un seminarista, mentre altri, approfittandone, parlavano fra loro invece di dormire. Divenne una belva che menava nerbate sui due, senza pietà. Portava sempre con sé quel nerbo di bue durante le ispezioni!… Per i due fu l’allontanamento immediato dal seminario; per tutti gli altri della camerata, oltre alle nerbate, fu il digiuno il giorno appresso, affiancati per tutta la durata del pranzo contro una parete del refettorio, in ginocchio e di spalle a quelli delle altre quattro camerate che mangiavano.
Mentre percorreva i corridoi, con la testa abbassata e le mani congiunte, si chiedeva cosa volesse dirgli il rettore e temeva soprattutto cosa volesse fargli. Era per la lettera?
La lettera era sulla scrivania, aperta; la busta strappata da un lato; il rettore dietro la scrivania, seduto; il nerbo di bue appoggiato su alcuni documenti, lucido e marrone.
Il rettore lo afferrò e con esso indicò la lettera.
“Non sai che le lettere vanno lasciate aperte per il controllo?”
Marco sapeva, ma l’aveva chiusa sperando che sarebbe passata inosservata.
Mosse impercettibilmente il capo, gli occhi sulla lettera. Un brivido di paura lo percorse.
“Rispondimi!”
Marco sgranò gli occhi, fece spallucce. Temeva di rispondere, in qualunque modo l’avesse fatto. Si sentiva le mani umidicce.
Il rettore lasciò perdere, per fortuna.
“Vuoi andare via dal seminario?”
Marco annuì.
“Non hai voce? Perché non rispondi? Hai imparato molto qui, in seminario!”, disse con ironia.
“Sì, voglio andar via”.
“Non pensi che la chiesa ti ha mantenuto, qui? Che i soldi spesi per te sarebbero potuti servire per altro?”
Marco non rispose. A capo chino, non osava guardarlo.
L’altro aspettava una sua risposta, ma, di più, voleva che le sue domande penetrassero a fondo nell’animo del ragazzo.
Poi aggiunse: “Sai quanti soldi ha speso la chiesa per te in questi cinque anni? Questa è la gratitudine?”
Tacque ancora, disturbando il silenzio con lo scricchiolìo del nerbo ch’egli rigirava tra le mani.
“Questa è la tua gratitudine per la chiesa che ti ha mantenuto per cinque anni!”
Tacque ancora. Poi toccò con la punta del nerbo il mento di Marco per fargli sollevare il capo.
“Guardami!”, gli impose, ma con voce quasi accattivante, ora, “guardami negli occhi e promettimi che non ci penserai più”.
Marco non rispose, spaventato che quel nerbo potesse abbattersi sul suo corpo d’improvviso. Gli pareva che il rosso dei bottoni della tonaca del rettore si fosse trasferito anche nei suoi occhi, nonostante lui avesse mutato il timbro della voce.
“Promettimi! Molti, a questa tua età, pensano di lasciare il seminario, un periodo delicato, di transizione. Poi ci riflettono e restano.”
Si alzò dalla sedia e si avvicinò a Marco. Si rifece severo, in atteggiamento d’indubbia deplorazione.
“Ma tu, non hai da riflettere, hai un obbligo tu, verso la chiesa! La chiesa ha investito su di te e non puoi in alcun modo dimenticarlo, tradendo la fiducia e la speranza del tuo vescovo e del tuo parroco, don Lodieri. Devi restare!”
Prese la lettera dalla scrivania e la ridusse in pezzi che gettò nel cestino.
Mauro avvertì un forte desiderio di pianto, vedendo fatta a pezzi, con la lettera, la sua stessa speranza di libertà, sconfitto e messo in croce al posto del Cristo che era sulla parete.
“Tu non puoi andar via!”, riprese il rettore. “Questa volta ti perdono. Ma vedi questo...?” Gli agitò il nerbo davanti agli occhi. “Se ti permetterai ancora, solo Nostro Signore ti potrà riparare... Sia lodato Gesù Cristo. Va’ ora!”
Mauro, prima di ritornare in quella ch’era aula di studio e di lezione, s’infilò negli orinatoi del pianoterra e pianse, addolorato per la speranza perduta e per la mortificazione subita, atterrito dalla certezza del tremendo castigo in caso di ripetuto tentativo.
Non ebbe la calma di studiare quel pomeriggio (ma già da qualche tempo non vi poneva la concentrazione dovuta) né di dormire quella notte. Poi lentamente, a tratti, cominciò a riaversi, a pensare cosa fare.

***

Il prefetto russava nel suo lettino posto tra una finestra e la porta dei bagni, dirimpetto agli altri lettini che si stendevano lungo tutta la camerata.
Era circa mezzanotte. Poche luci notturne rompevano appena il buio tutt’intorno.
Con massima cautela, Mauro si vestì, si infilò le scarpe e il cappotto, prese dall’armadietto la busta contenente le poche monete che gli aveva lasciato la madre, a Natale, e che lui aveva conservato gelosamente, e con la stessa cautela si diresse verso l’uscita della camerata.
Pochi lettini separavano il suo dalla porta.
Mauro trepidava, ma era deciso. Attraversò il primo corridoio, aiutato, per fortuna, dal barlume delle lampadine notturne che gli permettevano con una certa facilità di avanzare, poi scendere al pianoterra e percorrere gli altri corridoi fino al portone.
Un’eternità, ma ce l’aveva fatta, era lì ormai, fuori, a respirare l’inverno ancora presente nel vento gelido della notte.

© Franco Santamaria, da "Passaggi obbligati"

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VIGILIA

 

Una giornata coperta, oggi.

Le nuvole, che ieri si muovevano verso sud senza sosta e lasciavano solo di tanto in tanto trapelare un sole ancora freddo, si sono compattate in un unico lenzuolo grigio-scuro. Primavera è alle porte, l’umidità dei mesi passati resiste ancora sui muri.

Se il tempo si mantiene così, senza pioggia, la festa di stasera potrà ugualmente svolgersi tra la gioia di tutti.

E’ la vigilia di S. Giuseppe; qui, a sera, per le strade di tutto il paese si accendono i falò, gli ‘umminari’. Una gara di fuoco attorno al quale si adunano tutti, quasi a rinsaldare così l’antica amicizia.

Mi sono affacciato alla finestra, richiamato dall’agitazione che giunge dalla strada sottostante.

Sono tanti ragazzi che trascinano a fatica enormi fastelli di rami di pino, di rosmarino, di lentisco, di olivastro. Sono tanti e ognuno trascina il proprio fascione. La fierezza nasconde bene il grande sforzo lungo la salita.

Le donne, accanto alla porta di casa, li incitano, li lodano, li chiamano per nome, conoscendoli; l’una e l’altra, da lontano, si danno la voce.

“Guarda com’è grande il fascio di Giannino, il figlio di comare Concetta Spatara!”

“Sì, è grande, ma male fasciato. Guarda invece quello di Luciano: è ben stretto e lo tira appena!”

“Chi? Quello lì? E chi è?”

“E’ figlio di comare Nina Rivello.”

“Bel ragazzo e bel fascio!”

“E guarda il figlio di comare Assuntina Vilotta, trascina addirittura un ramo di pino, e quant’è grande! Bravo, bravo… Forza!”

Le donne gridano talvolta come se, a trascinarli, quei fascioni, siano loro stesse. Le ragazzine e i bambini strillano più di quelle, saltano, battono le mani, corrono di dietro a strappare qualche rametto e ad indispettire i ragazzi che si gridano l’un l’altro, sbirciano appena ai lati verso le donne, ridono e tirano con più forza sentendosi ammirati, noncuranti del sudore che gocciola dalla fronte. Arriveranno sfiancati al posto del falò del proprio vicinato, specialmente se la loro strada si trova nella parte più alta del paese.

Con atto istintivo allungo lo sguardo sulla collina di fronte, di là del torrente Pescogrosso. C’è una leggera foschia e distinguo appena ragazzi al 'lavoro'. Immagino, come in un ricordo ancora vicino, chi stronca i rami con l’accetta, chi compone il fastello, chi lo trascina già al pendio privo di alberi e di frasche, dal quale lo lascia rotolare giù fino allo strapiombo.

Sento invadermi di un lieve tepore e della voglia di correre anch’io, di correre e di tagliare, di fasciare, di rotolare insieme al mio smisurato fastello, di trascinarlo fin qui davanti, davanti alla casa della povera Rosina, e poi… poi di appiccarvi un fuoco le cui fiamme raggiungessero il cielo, a illuminare a riscaldare la terra.

Il pensiero ritorna indietro nel tempo, e rivedo ancora, rivedo Sandrino, Pinuccio, Tonino e me: un quartetto inseparabile. Uniti nei giochi, nella stessa classe elementare, nelle lotte fisiche per misurare le nostre forze, nelle botte che ci suonavamo a vicenda, talvolta per un niente, causando spesso litigi fra le nostre madri. Ma eravamo sempre lì, poco dopo, insieme, prima che le nostre madri finissero di litigare.

Il più forte era Sandrino e se ne dava l’aria, una volta riconosciuta la sua superiorità.

 

***

 

Quel pomeriggio, vigilia di S. Giuseppe, eravamo a tagliare rami e a fare fasci insieme per l’ultimo viaggio.

Ci eravamo arrampicati, non so spiegarmi ora con quale coraggio (incoscienza!) a quell’età, dieci anni più o meno, sulla costa della montagna di S. Rocco, che strapiomba ad un tratto su un fosso, simile ai cañons americani, profondo circa duecento metri che scorre poco distante dall’area della Cattedrale.

Vi è una folta vegetazione, lassù: rosmarini, ginestre, querce nane e molti pini che, guardandoli dal basso, sembrano chiome, verdi e scompigliate, contro il cielo.

“Il nostro deve essere il più grande umminario di tutto il paese!”, gridò Sandrino.

E noi, fermamente decisi a superare tutti, ripetemmo: “Sarà il più grande!”

Adocchiammo tre o quattro pini addossati. “Andremo a tagliare quelli.”

Tonino fece un gesto di gioia, agitando braccia e tronco come una marionetta. “Urrà! Così staremo tutti insieme.”

Sandrino volle lui tagliare i rami. Salì con l’agilità dello scoiattolo su uno dei pini e cominciò a stroncare con l’accetta, lasciando poi cadere i rami giù, vicino ai nostri piedi. Noi li raccoglievamo, li sramavamo maggiormente, li disponevamo l’uno sull’altro, con molta cura, sulla fune distesa che, alla fine, legavamo ben strettamente.

“Quanti fasci abbiamo portato a casa, in questi giorni?”, domandò Sandrino dall’albero.

Per tradizione, si ammucchiava tutto accanto alla casa di Sandrino, dove c’è più spazio, e lì si accendeva il falò, la sera della vigilia.

“Venti!”, risposi io prima degli altri. Poi continuai facendo loro i conti, con pignoleria: “Siamo venuti già due pomeriggi e abbiamo compiuto due viaggi a pomeriggio: sedici fasci; questo pomeriggio già abbiamo fatto il primo viaggio: e sono altri quattro fasci; ora siamo al secondo viaggio: e saranno altri quattro fasci! In tutto saranno ventiquattro fasci.”

“Uhh! Tutto questo per dirci che arriveremo a ventiquattro fasci?”, scherzò Sandrino.

“Già, e intanto non lavora, il signorino!”, osservò sfottendomi Pinuccio. Poi, anche lui e Tonino cominciarono a saltellare canticchiando ‘ventiquattro, ventiquattro!’ e a fare carosello con me attorno al primo fastello già legato strettamente.

“Ehi, ehi, lavorate…”

“Ventiquattro, ventiquattro!”, giravamo attorno al fastello come indiani attorno al palo della tortura, noncuranti degli spuntoni dei rami che ci lasciavano strisce di sangue sulle gambe scoperte (vestivamo pantaloncini, allora).

Anche Sandrino si mise a ritmare con l’accetta sui rami, felice.

Ben presto gli altri pini e rosmarini furono assaliti e ben presto anche gli altri tre fastelli furono pronti.

Era già tardi, quasi buio.

Li trascinammo sul ciglio del fosso della Cattedrale. Gettandoli giù, sarebbe stato facile poi per noi, una volta scesi, recuperarli e trascinarli per il fondo poco accidentato del fosso.

Dal sorteggio toccò a me dare il via. Felice, impressi una forte spinta al mio fastello che ruzzolò brevemente, quindi precipitò nel vuoto. Ne udimmo il tonfo, quasi indistinto, giù, qualche secondo dopo.

“Olé, olé, evviva!”

Seguì Pinuccio. Poi Tonino. Poi… non so, una spinta più forte e incontrollata, un piede in fallo, una scivolata… non so. Paralizzati, privi della coscienza di tutto il nostro essere, come sprofondati in un sonno senza dimensione. Per un attimo o per quanto?

Trovammo Sandrino riverso sul suo fascio di pino e di rosmarino, come ad abbracciarlo e a difenderlo col suo corpo dilaniato dagli spuntoni dei rami più grossi.

 

***

 

Mi sento soffocare dalla tristezza.

Il mio desiderio, ora che sono qui, è di portargli dei fiori appena si fa giorno, domani. E piangere come quando eravamo bambini. Da solo, senza Pinuccio e Tonino, scappati da questa dura terra chissà dove, per trovare lavoro.

 

***

 

Per fortuna, durante il giorno c’è stata un’inversione di rotta del tempo. A sera, si sono aperti ampi squarci di cielo con qualche stella. La festa degli ‘umminari’ è salva.

Nelle piazze, nel corso principale, lungo la lunga catena di strade che dalla Cattedrale si inerpicano e si insinuano come tentacoli tortuosi fino alla Rabatana saracena, s’innalzano centinaia di falò.

Enormi o modesti che siano, ovunque alle fiamme si intrecciano strilli di bambini, e voci e discorsetti di persone adulte.

Gli anziani, figure metafisiche a questa luce che va e viene, paiono immersi nell’adorazione del proprio silenzio.

Ma si scuotono anch’essi, quando le fiamme salgono ancora più in alto o si spostano di qua e di là per una improvvisa folata di vento o per un’altra bracciata di rami gettati a bruciare.

Accanto a me, siedono due vecchi che, al contrario degli altri, mi chiedono dove io viva e cosa io faccia.

Non sanno di me né io mi ricordo di loro.

La mia presenza li incuriosisce e li fa partecipi. Mi ricordano esempi di paesani che hanno onorato il paese, ma anche esempi di altri che, pur avendone la possibilità, non hanno mai mosso né muovono un dito per aiutare la nostra povera gente, i giovani soprattutto, costretti a lasciare la famiglia per trovare lavoro e vita altrove.

“Anch’io sono tra questi!”

Tra le donne vi è anche Rosina, la madre di Sandrino. E’ già vecchia per le rughe sul viso e sulle mani, non per età. E’ già vedova da tempo.

La sua figura esile, vestita di nero, non si ferma per un attimo. Afferra grosse bracciate di frasche, quando le fiamme sono basse, e le lancia nel mezzo per nuove fiamme più alte. Attizza, avvicinando i rami non bruciati. E il falò crepita ininterrotto e violento.

La lasciano fare: la catasta delle frasche da bruciare è ancora altissima; durerà passata mezzanotte. Ma soprattutto comprendono la sua smania, che ricorda Sandrino.

Una giostra di luce e di calore. L’amore fra gli uomini che si ritrova attorno al sacro fuoco. Veicolo del sentimento più antico ed esteso, e del rito che lo realizza.

I bambini girano lungo il cerchio del fuoco, saltellano e scoppiettano come i rami. I più grandi si cimentano compiendo salti attraverso le fiamme.

Di continuo arrivano ragazzi e giovani a verificare la consistenza del nostro falò, anche i nostri vanno e vengono, dandosi il cambio.

Domani parleranno di quello che crederanno il più grande del paese.

La povera Rosina ravviva, afferra altre frasche, le getta tra le fiamme. Chiusa nel silenzio. Poi caccia un urlo altissimo e corre verso la porta di casa, come inseguita dal fuoco che lei stessa ha senza sosta alimentato.

 

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L’INCONTRO
 

Mario Conte e Lello Scillano si erano conosciuti al CAR di Siena. Per un caso più unico che raro, dal primo giorno di leva fino all’ultimo, per quindici lunghi mesi, erano stati sempre insieme per essere passati poi entrambi, dopo il CAR, anche al 1° RAM di Roma. Avevano diviso finanche lo stesso letto a castello, occupando l’uno (Mario) la brandina di sopra, l’altro la brandina di sotto.
Tutt’e due lucani e con diploma di scuola superiore, avevano dichiarato subito una buona intesa nel modo di vedere la vita, nel modo di sentire il servizio militare, perfettamente inutile in un mondo che dovrebbe solo amare la pace, e nel modo di affrontarlo con senso di sopportazione, visto che c’era.
A Roma, anche i compiti assegnatigli coincidevano, solo che, questa volta, li svolgevano in uffici diversi: l’uno (Mario) presso lo Stato Maggiore della Difesa, l’altro presso il Ministero dell’Esercito.
Si può facilmente indovinare che non c’era avventura, piccola o grande, che non li vedesse insieme e, possibilmente, protagonisti affiatati.
A ferma ultimata, giunti alla stazione di Napoli e dovendo qui separarsi, l’uno (Lello) per far visita ad una sua zia residente in questa città, l’altro per proseguire per il suo paese, in Basilicata, si erano abbracciati con l’impegno di non perdersi di vista.
Invece, si erano scritti solo un paio di volte in sette/otto mesi, presi entrambi dal lavoro che non gli lasciava respiro.
Mario aveva ripreso a fare l’agricoltore, nonostante il diploma di liceo classico in corpo, che non poteva in nessun modo sfruttare non andando all’università. Come poteva andarci, all’università, per quel che costava, se la sua famiglia alla men peggio tirava avanti la vita? Le tasse, i libri, il fitto, il vitto per frequentarla a Bari o a Napoli o in altra città: come li avrebbe sostenuti?
Perciò, appena assolto il dovere verso la Patria (‘ma’, si rammaricava, ‘la Patria pensa a risolvere i problemi della gente, della gente bisognosa, secondo la Costituzione?’), con la stessa divisa con la quale s’era congedato aveva ripreso la via dei campi.
Lello, invece, seguitando anche lui a tenere sotto ‘naftalina’ il suo diploma di geometra, aveva trovato lavoro come piazzista di tessuti, dopo aver fatto amicizia con la figlia di un commerciante all’ingrosso.
Nelle due lettere scritte a Mario dichiarava di essere stato fortunato d’aver incontrato Evelina sulla sua strada, altrimenti…

***

A Mario capitò di recarsi a Matera un giorno di marzo, per far visita ad un caro amico finito in ospedale per una brutta caduta da un arancio mentre lo potava. Perso l’equilibrio, era precipitato insieme alla pesante motosega, provocandosi fratture multiple al bacino e al braccio destro.
Lo trovò tutto ingessato, da capo a piedi quasi, in situazione che prometteva poco di buono. Se ne dispiacque sinceramente.
Prima di ripartire per il paese, volle però far visita ai Sassi, visti una sola volta in precedenza, di sfuggita.
Fiancheggiò con la sua 1100D il Castello Tramontano, opera incompiuta degli inizi del 1500, mai abitato, del quale erano ben visibili dalla strada i torrioni e parte della cinta muraria.
Parcheggiò l’auto nel piazzale della stazione calabro-lucana e raggiunse a piedi il belvedere del Duomo. Da qui si poteva guardare in basso gran parte del sito dei Sassi, formato da un ammasso caotico di grotte addossate o anche sovrapposte le une alle altre fino a raggiungere talvolta i dieci piani scavati, collegati da ripidissime e strettissime rampe.
Uno spettacolo incredibile di migliaia di abitazioni trogloditiche, individuabili solo dall’entrata, dove per millenni nulla è mai cambiato se non nella presenza di molte chiese rupestri e in qualche strada rifatta. Uno spettacolo metafisico, senza tempo, dove si sente ancora il respiro degli uomini di migliaia di anni fa che si insediarono sui dirupi della Gravina, il lungo canyon percorso da un torrente. Uno spettacolo unico al mondo.
Mario ricordò la descrizione che Carlo Levi ne aveva fatto in “Cristo si è fermato ad Eboli”.
Ricordò anche che molti cineasti, tra cui Alberto Lattuada, Lina Wertmuller e Pier Paolo Pasolini si erano serviti di questo paesaggio per ambientarvi le loro storie, quasi sempre estraneandolo però dal suo contesto reale.
Mario, mentre s’intrigava tra le viuzze sconnesse e caotiche, osservando quanto silenzioso fosse quel luogo (tranne in alcuni punti, dove pochi bambini giocavano e qualche donna si affacciava sulla porta), avvertiva un senso di smarrimento, di immersione in una dimensione lontana e surreale, maggiormente accentuata da una nuvolosità che si faceva man mano più densa e bassa.
Risalendo per riportarsi nella zona moderna della città, tutta distesa su un pianoro, si soffermò davanti alla Cattedrale, risalente alla fine del Duecento, e ne ammirò la bella facciata in stile romanico-pugliese, con la statua della Madonna della Bruna sulla porta centrale affiancata dalle statue dei Santi Pietro e Paolo.
Poi si avviò verso il centro per conoscere la città, visto che c’era.
Più volte aveva pensato a Lello e ogni volta era caduto nella sfiducia di incontrarlo, sapendo che l’amico era sempre in giro per i paesi a piazzare i suoi tessuti.
Fece Via del Corso, raggiunse Piazza San Francesco. Qui, si fermò a comprare delle sigarette e rimase stupito dall’abilità del tabaccaio di servire contemporaneamente più fumatori: chiedeva a cinque/sei persone e poi “a te, a te, a te…” distribuiva le sigarette, senza fermarsi e senza sbagliare.
Fu qui che, mentre usciva dal tabacchino, rivide Lello e ne gioì maggiormente perché non sperava affatto d’incontrarlo.
Lo abbracciò con calore, lo invitò a prendere un caffè. Ma notò freddezza nell’atteggiamento e nelle parole di Lello. Ci rimase molto male. Poi pensò che l’amico stesse poco bene e glielo chiese, attribuendo il forte rossore all’orecchio sinistro a febbre da raffreddore.
Lello scosse il capo e confermò il gesto con un diniego stentato: “Sto bene… sto bene.”
“E, allora?” Anche la voce di Mauro ora era priva d’interesse. La contentezza di averlo rivisto aveva lasciato il posto ad una mortificante delusione.
Seduti al tavolino di un bar, in attesa del caffè, il tempo sembrava interminabile e imbarazzante.
Mario notò un piccolo grumo di sangue dietro l’orecchio arrossato e la preoccupazione per la salute dell’amico tornò a farsi viva.
“Hai del sangue dietro l’orecchio.”
Lello si portò la mano all’orecchio e con quel gesto scoprì forti lividure attorno al polso.
“Vuoi dirmi cosa ti è successo?”
Gli prese la mano per osservare meglio le lividure.
Lello glielo impedì con decisione. “Non è niente!”
“Sei ferito. Non può essere niente!”
“Non è niente…” Poi gli chiese: “Hai bisogno di donne?”
“Che vuoi dire?”
“Solo se hai bisogno di donne.”
“Vuoi portarmi a puttane?”
“Sì”, disse Lello con sarcasmo.
“Non mi sembra il momento. Devo ripartire subito.”
Lello rise forte, tanto da richiamare l’attenzione di altri avventori. Mentre rideva, i suoi occhi chiari tendevano ad aprirsi liberando indecifrabilità e freddezza, nello stesso tempo.
“Ma, cos’hai? Non riesco a comprenderti. Non sei il Lello che ho conosciuto durante il servizio militare.”
Con il quale aveva trascorso i momenti del dovere e dell’allegria, della tristezza e della accettazione obbligata di situazioni senza senso, per loro. Mario rivisse in istantanei flash tali momenti, soprattutto quelli legati alla loro forte vitalità e spensieratezza per le vie prima di Siena e poi di Roma.
“Non so cosa pensare di preciso”, disse ancora a Lello. “Intuisco che ti è capitato qualcosa e tu mi proponi di andare a puttane! Invece di dirmi che ti succede… Il tuo comportamento mi offende”.
Si alzò per andare via.
Lello scosse il capo guardandolo fisso. “No, no”, disse soltanto e non fece nulla per trattenerlo.
Nel bar c’era gente vicino al bancone e seduta ai tavolini che prendeva il caffè o faceva colazione con brioscia e caffelatte. Probabilmente gente di passaggio, questa.
Mario era ormai deciso ad andarsene, pensando che Lello si stesse beffando di lui. Inspiegabilmente, ma si stava prendendo beffa di lui.
Si alzò, lasciò cadere della moneta sul tavolino e, senza che Lello si scomponesse, uscì dal bar.
Il cielo s’era annuvolato quasi del tutto e il freddo si avvertiva maggiormente, lasciato il caldo del bar. C’era stata neve sulla città una settimana prima, ma il freddo si sentiva ancora pungente. O forse erano il forte nervosismo e l’irritazione a mettergli addosso quel freddo.
Soprappensiero e irritato per il comportamento di Lello, dispiaciuto per le condizioni critiche dell’amico in ospedale, (‘due congiunture spiacevoli nella stessa mattinata!’, andava pensando), Mario era ormai nei pressi della stazione per riprendere l’auto e far ritorno al paese.
Sentì una mano decisa sulla spalla, si girò di soprassalto e si ritrovò Lello di fronte, ansante e supplichevole, ora.
“No, non dovevi andartene… non dovevi…”, abbracciandolo.
Mario ne rimase stupito, poi preoccupato, ancor più fortemente di prima.
“Continuo a non capirti. Che ti succede?”
“Avevo paura… ho paura...”
“Calmati. Di cosa hai paura? Perché non parli?”
Una folata di vento si levò, improvvisa e gelida, che scompigliò i capelli dei due giovani e fece svolazzare un lembo del cappotto di Mario.
Il viso di Lello era pallido, l’orecchio più viola. Le sue mani tremavano.
“Vieni!”, disse.
Pur ansimante, sembrò che fosse, d’improvviso, ritornato in possesso della sicurezza che Mario gli sapeva.
Spinto dalla volontà di venire a capo del mistero che l’amico insisteva a tenere per sé, Mario dimenticò che doveva far ritorno al paese.
Si trovò a seguire Lello che procedeva a passo affrettato, noncurante d’essere travolto dalle auto che gli passavano vicinissime, fino in piazza Vittorio Veneto, e poi si trovò su una Giulietta sprint che correva veloce verso la periferia della città, e ancora fuori, in direzione di Altamura.
La strada asfaltata in alcuni punti serpeggiava, altalenava per i dossi, era limitata da lunghi muretti di pietre delle Murge.
Nessuno dei due parlava.
Lello poggiava soltanto una mano sul volante e teneva l’altra ferma sul pomello del cambio, lo sguardo in avanti, quasi immobile e teso.
Neppure nelle curve si scomponeva né riduceva la velocità incrociando altre auto.
Mario non l’aveva mai visto guidare, non poteva sapere se quella fosse abilità incosciente o vera pazzia. Brividi lo attraversavano in certi sorpassi azzardati, rendendogli la bocca secca. Talvolta si voltava verso di lui, come a dirgli: ‘Ma che fai!?’
Lello ad un tratto gli chiese: “Hai paura?”
“Di cosa?”
“Del mio modo di guidare… oppure di me.”
“Perché di te?”
Lello attese qualche secondo prima di rispondere.
“Mi hai trovato strano, diverso dal Lello che conoscevi.”
“Certo. E non ho capito ancora il perché del cambiamento. Forse quelle ferite…”
Lello lo interruppe. “Anche qui ce l’ho!” e gli mostrò l’altro polso.
“Dio santo, sono segni di legacci!”, esclamò Mario.
“E… se sono diventato pazzo in questi mesi?”
Mario lo guardò ancora. “Ma va’!”, gli fece, incredulo.
Lello scoppiò a ridere, una risata convulsa e interminabile.
“Lo vedrai tra poco”, disse poi. Frenò bruscamente accelerando e la Giulietta si indirizzò verso una strada ghiaiosa, stretta da due muretti paralleli di pietre, per arrestarsi qualche centinaia di metri più in là, scivolando prima e serpeggiando poi sulla breccia.
Nascosta tra alberi, olivi soprattutto, e fitte siepi ornamentali, una palazzina ad un solo piano pareva come schiacciata dalla forte nuvolosità, bassa e minacciosa di pioggia.
Il vento s’era rafforzato e, se fosse venuta la pioggia, sarebbe stata una tempesta violenta e rovinosa.
Ma per ora il vento traduceva solo strani lamenti umani tra gli alberi e le siepi, confusi e irreali.
Mario si sentì violentemente eccitato e predisposto a far fronte a qualsiasi ipotesi, rafforzando in sé la freddezza che gli veniva spontanea nei momenti difficili.
Cosciente della forza fisica di chi si è temprato nei lavori più duri e della lucidità mentale di chi vive in comunione con la natura libera, avrebbe recitato la sua parte senza né paura né esclusione di colpi, occorrendo.
Pensava che qualcosa di grave, di molto grave, stesse per accadere.
Nello spazio semicircolare e ristretto sul davanti della palazzina c’erano cocci di vaso cinese.
“Sono andati via!”, esclamò Lello notando che la moto di grossa cilindrata non c’era più.
A Mario parve inutile chiedergli chi.
“Seguimi!” La voce di Lello coprì l’altalenante lamento del vento. “Evelina!”
I due salirono al primo piano per una scala esterna quasi del tutto coperta da rampicanti.
La porta sul ballatotio era accostata e Lello, guardingo, entrò nella stanza semplicemente spingendola.
Il lamento era distinto, ora (“Evelina, Evelina, mio Dio!”) e localizzabile nella stanza attigua.
Evelina era legata con braccia e gambe divaricate, nuda, il capo reclinato sul pavimento. Gemeva e non rispose alle parole, alle carezze e al gesto di Lello di sollevarle il capo.
Mario la coprì con il suo cappotto. Prese poi a slegarle i polsi.
Anche Lello cominciò a slegarle le caviglie, in preda ad intensissimo rimorso di averla abbandonata per paura. Il suo pianto si fondeva ai gemiti di Evelina.
Comparvero due uomini sulla porta. Uno di loro impugnava una pistola, l’altro una grossa catena.
“Sei tornato”, disse quest’ultimo con un sorriso beffardo. “In compagnia, anche!” e indirizzò la mano che impugnava la catena verso Mario.
“Vogliamo soldi e oro”, disse l’altro. “Non vi faremo del male, se ci date soldi e oro. Promesso…”
Il suo sguardo era minaccioso, nient’affatto credibile.
Lello già conosceva quella promessa: lo stesso uomo, le stesse parole…
Né lui né Evelina avevano soldi e oro, né sapevano se ci fossero e dove fossero nascosti nella villa. I genitori di Evelina erano partiti per una vacanza sulle nevi di Courmayeur.
Avevano tentato di rabbonirli offrendogli tutto il denaro che si trovavano addosso, Evelina anche l’orologio e un anellino d’oro.
“No, questa è elemosina, stronzi fottuti!”
Lo avevano tramortito con un colpo alla nuca, poi trascinato nella stanza che dava sul ballatoio e legato ad una sedia.
Da qui, riavutosi, aveva udito le grida di aiuto e di terrore di Evelina che veniva legata e poi stuprata, senza poter far nulla, senza avere il coraggio di far nulla per lei.
Era riuscito, però, a rompere la sedia e a liberarsi e a fuggire, in preda al terrore.
Ora quell’uomo, con quei suoi occhi malvagi, con quella sua mano armata di pistola, con quella sua bocca spavalda, ripeteva lo stesso comando e rifaceva la stessa beffarda promessa.
“D’accordo, d’accordo”, lo rassicurò Lello. Aveva liberato le caviglie di Evelina, ma era rimasto in ginocchio accanto a lei.
“Alzati e non fare sciocchezze… Non fate sciocchezze!”
Mario stava immobile, ma pronto ad agire se ne avesse avuto il tempo e il modo. Si sentiva straordinariamente lucido.
Lello si alzò, dopo aver carezzato il piede dell’amata, per sentirne forse per l’ultima volta il calore.
Si mosse lentamente verso i due. “Sono di là”, disse.
“Bene! Vieni avanti molto lentamente, tenendo le mani alzate.”
“Non fare scherzi!”, ammonì quello con la catena e si fece da parte per permettere a Lello di passare tra loro due, lasciandogli però poco spazio.
Fu un lampo. Lello abbassò velocissimamente una mano sulla mano con la pistola, che cadde sparando e scivolando accanto a Mario.
Mario sparò un colpo, due colpi, tre colpi sull’uomo che piombò a terra pesantemente.
Lello era stato colpito alla gola con la catena ed era finito in ginocchio boccheggiando. Un altro colpo stava per abbattersi su di lui.
Mario sparò ancora e la catena cadde dalle mani dell’ uomo ferito.

***

Due auto della polizia e l’autoambulanza arrivarono subito dopo la telefonata di Mario.
Evelina e Lello furono fatti salire sulla Giulietta, guidata da Mario; i due delinquenti sull’autoambulanza.
Li seguiva una delle auto della polizia.
Per la seconda volta, Mario andava in ospedale, quel giorno.
Pioveva a dirotto.
 

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