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Il
paradiso come un foglio di giornale
Stamattina presi il primo raggio di sole che trascorre
come un autobus della
SINAI che fa la sua corsa dal centro fino alla
periferia e ritorno - dormo
su un rigo di poesia.
Troppa confusione nella testa. Ormai è sera e sto
scrivendo. Lo sguardo che
sembra assente è rivolto a un cielo pieno di stelle
indecifrabili punti di
sutura. Su un cartello ricordo c'era scritto: Vietato
parlare al conducente.
Ma tanto non avevo niente da dirgli. Se ne stava lì
col suo starsene curvo
nel declino di una corsa. Stranamente lo stomaco del
verme era vuoto. Ma è
più probabile che io fui soltanto il primo boccone.
Così inizia quest'altro
giorno, pensai, come ogni giorno la fame la crisi
degli erbivori e degli
innamorati. Ma che pensieri! Strano modo per iniziare
la giornata, mi feci
eco, e ingranai di un passo alla volta per andarmi a
sedere in un posto
vicino al finestrino. Perché sugli autobus non ci sono
sedie, ci sono posti
numerati vicino ai finestrini e posti innumerabili nel
corridoio di mezzo.
Io mi scelsi un posto dal lato del centro della
strada. Così avrei visto in
faccia - poco di tre quarti ipotenusa di una scala -
io dall'alto del
finestrino dell'autobus mentre guardo fin giù nel
basso parabrezza della
macchina che si avvicina nella corsia opposta al
nostro senso di marcia, chi
si sarebbe pentito e avrebbe fatto ritorno verso casa.
Magari solo per aver
dimenticato qualcosa e avere una scusa per il ritardo.
Ma anche questo non
ha senso. Ciò che io penso non ha mai senso. Il mio
passato è il futuro di
qualcun altro. Lì, dentro le macchine, potevano
decidere benissimo di stare
zitti, oppure di collaborare e dirsi ogni cosa.
Guardando il paesaggio
scorrere con distrazione. Ascoltando una inutile
canzone, il brusio
irritante di una radio che mura i due fianchi
finestrini e ronza come una
mosca dentro a una bottiglia o un fiume tra i due
sessi una spada tra i due
letti. E intanto curvano parole nella chiocciola degli
orecchi.
Non calpestate l'erba del giardino - c'era scritto su
un cartello inchiodato
ad un albero. Su un altro invece l'avviso: Campo
avvelenato. Ma i cui frutti
sanno più di menzogna. E poi: IN·RI - con un vistoso
chiodo piantato in
mezzo. La fine del ciclope. E prima di impazzire del
tutto io mi alzai e, un
poco barcollando (perché l'autista dovette schiacciare
tempestivamente lo
scarafaggio del freno, e col piede giusto, altrimenti
si corre il rischio di
finire sulla cronaca del giorno dopo - è sempre del
giorno dopo - per un
incidente di percorso), persi il rigo della poesia e
nel sonno mi spostai
dall'altra parte. Mi andai a sedere sul fianco destro,
dal lato del
marciapiede. Lì almeno le direzioni sono più confuse.
Ci si insinua come
polvere negli angoli, ci si infiuma come tronchi o
coccodrilli, ci si dripla
come ostacoli o birilli. Sulla stessa linea si può
andare come un rapper
nella tazza, ed è ora che ci vada col suo gergo
menzognero questo stronzo
per davvero. Si va avanti, si torna indietro. Sui
marciapiedi. Timbro e
ritmo. Visto d'imbarco e aerobica vita. Sali scendi di
piedi e di ciglia e
sguardi che si cercano. È una danza di cantiere -
puntellano trincerano
intimità - vietato l'accesso ai non addetti. Altro
cartello. Ci si scopa la
prima puttana che si offre. S'incrociano gli sguardi
di sfida o d'alleanza.
Spalla contro spalla, placcaggio, labbra contro
labbra, sesso contro sesso,
mani contro mani. L'una è l'altra smanettata (il
numero 3 mi ha sempre fatto
pensare a delle manette ancora da occupare come i
posti) per aggiungere un
punto alla partita del giorno, un fuorilegge dietro le
righe delle sbarre. I
pedoni fermi ai semafori. Si guardano obliqui. In
attesa. Ci si affida con
speranza ai dieci passi del duello. Qualcuno da dentro
grida aiuto! come uno
che sta annegando in mare. E sente le voci, ma i
telefoni, quando ci sono,
sono sempre fuori - servizio. (ma non disperdiamoci
oltre).
Giunti alla stazione entrai in un bar. Vietato fumare,
c'era scritto. Però
le sigarette le vendevano. Ne comprai un pacchetto e
andai in bagno a
fumare, per non viziare viziarmi d'aria. Riempirmi i
polmoni invece
dell'odore di quello che siamo, che è la vita dal
vero: piscio e candeggina
per dimenticare. Ma questo non è un problema. Qualcuno
potrebbe insinuare
che non occorre andare in nessun luogo bagno segno
pegno l'uomo ha altri
modo di marchiare - semplicemente perché ci siamo già
tutti dentro in questo
cesso di tempo e perciò l'oblio non esiste. Il mio
treno portava mezz'ora di
ritardo. Entrai in sala d'attesa e lì ebbi la
constatazione che nessuno mi
aspettava. Tranne forse un libro seduto su una sedia.
Uno di quei piccioni
senza nome, o di barboni senza casa. (Ne avrete
sentito di certo parlare).
Lo presi in braccio tra le mani e cominciai a
sfogliarne qualche pagina. Su
una trovai incise due rughe o cicatrici sotto le
parole: "si finisce sempre
sulla bocca di domani per essere niente il giorno
dopo."
Intanto che ci penso mi punto l'indice alla tempia, ma
l'unghia è troppo
debole per scalfirmi. La serro tra i denti. Domani
smetteremo. Non è la
fine. Poi lo stesso dito lo schiaccio tra le due
pareti del libro, per
tenere il segno. E ricominciare? Mi alzo e m'avvicino
alla banchina. Vedo
ombre avvicinarsi. Il dito senza peli in nessuna
falange lo tengo sempre
stretto tra le pareti come un sansone tra le colonne.
Ad un tratto una voce
annuncia una prossima partenza, e subito dopo un'altra
mezz'ora di ritardo
al mio ritardo. Così si fanno compagnia, pensai, le
due mezz'ore. Le papille
gustative sulla pelle della luna. E magari trovano
anche il tempo di fare
qualcos'altro. Un diversivo, qualcosa di piacevole.
Togliersi i nomi e le
mutande. Inforcare le lingue nelle bocche, le cosce
nelle cosce. Noi non
siamo mai sicuri di quello che verrà. E poco importa
resistere al gioco
selvaggio dell'amore. Urli che vogliono essere domati.
Sospiri che scivolano
nel sogno, nel boato di una eiaculazione disumana,
lamenti che stridono
catene, spermatozoi che sondano e possiedono come
fantasmi l'utero di casa.
Ma lo spavento dell'orgasmo, il lungo spasmo
dell'addio. addio. addio.
La voce annunciò un'altra ora di ritardo. E si fecero
la seconda. Devono
averci preso gusto. Tra un'ora finisce il gioco e con
esso i tentacoli
d'amore i raggiri di questo sogno fantasma. A
quest'ora quei due avranno
anche esaurito il ridicolo rito della sigaretta.
Condividono un silenzio per
l'incapacità di scambiarsi un solo sguardo due parole.
Spenta la fiamma solo
cenere è il non amore. "si finisce sempre sulla bocca
di domani per essere
niente il giorno dopo."
Alterno gli occhi tre le pagine del libro aperto sulla
mano e la lunga
distesa dei binari che ho davanti. Come in una mappa
geografica. Una scala
verso il nulla. Sotto il libro la scrittura della
mano. Guardo il campo di
gioco, il foglio a righe dei binari. Su un cartello,
il più grande che sia
mai stato scritto, c'era scritto:
VIETATO ATTRAVERSARE I BINARI
Ma io non volevo attraversarli, passargli attraverso
come un fantasma i muri
o i corpi le porte, le parole le bocche. Così
sprofondai nel buio
sottopassaggio come uno spermatozoo tra le labbra
verticali o i desideri di
una donna che si crede il cielo libero e sereno
spoglio delle nuvole bagnate
come vele o mutande.
[...]
Tutto il giorno è passato da un ritardo all'altro come
una pulce dal pelo di
un orecchio a un altro. Alla fine m'avviai alla
banchina, ed anche lì non
c'era nessuno. Consultai l'orologio: dieci minuti a
mezzanotte, e del treno
neanche l'ombra. Pazienza. Ho vegetato per tutto il
giorno in questo giorno
che non ho più voglia di fare niente. Mi misi a
fissare i binari (vuoti) e
una strana idea cominciò a possedermi. Vorrei
poggiarvi l'orecchio ed
ascoltare, come facevano gli indiani, la voce che
annuncia le distanze. Non
c'era nessuno. Nessuno mi avrebbe visto, nessuno me lo
avrebbe impedito.
Quindi mi inginocchiai come su un altare inesistente.
Poggiai l'orecchio ed
ascoltai. Niente. Schiacciai più forte come a sentire
voci più profonde. Un
niente più intenso. Tutto è silenzio dove chiediamo di
parlare. Allora mi
sdraiai sul freddo rigo degli anonimi sospiri. I
segnali, le luci, i divieti
dormivano sui loro cartelli. Io sui binari. Le stelle
cadevano nella fossa
dei miei occhi. Cominciai a contare per distrarmi
dall'attesa di una vita.
Poggiai la testa su un rigo di poesia e i piedi sul
gradino
dell'enjambement. Se sarò fortunato prima di domani il
treno suonerà
l'allarme, come la mia sveglia ogni mattina. Col suo
occhio di ciclope cieco
cercherà il monologo sul palco, e tradirà l'evasione
del risveglio.
Al massimo mi raccoglieranno come una notizia sul
giornale. Non avevo nessun
posto dove andare.
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Lettera al
mondo
Finalmente era riuscito a ritornare a casa. Chiuse la
porta alle sue spalle
lasciandosi dietro tutto il caos del mondo per
introdursi in un altro caos
ancora più insopportabile, ma sicuro.
Da sempre gli ha tenuto compagnia, come disfarsene?
In seguito ad una promozione fu trasferito in questa
grande città dove i
delitti non conoscono agguato ma solo volti da
ricordare. E lui, il novello
commissario, doveva cercarli, o cercarli di nuovo,
immergendosi
completamente in un pagliaio di soli spilli.
Affondando le mani in bracieri
colmi di crimine. E come se non bastasse arrivare
sempre dopo a riempirsi
gli occhi di assenze trucidate, le destinate vittime.
Un lieve sorriso gli
spuntò sulle labbra, pure lui, in fin dei conti, si
sentiva come una di
quelle vittime. Pensò che forse più che promozione
avevano voluto punirlo.
Ma per quale ragione? Non ci pensò oltre, tanto era
inutile.
Entrò in camera, e lì, più di ogni altra parte della
casa il delirio
riaffiorava boccheggiando. Si puntò davanti alla
scrivania completamente in
disordine. Tutto quel disordine non riusciva più a
sopportarlo. Disordine
dappertutto, dovunque si voltasse disordine, disordine
dappertutto,
disordine. Doveva cambiare vita. Andarsene di nuovo.
Come se l'avesse deciso
lui di andarsene la prima volta. Prendere lui
l'iniziativa e non farsi
sempre scegliere dagli altri, dai delitti che
pretendono una soluzione. Un
cadavere e un omicida. E in mezzo lui, commissario
novello frustrato da
tutti quei casi irrisolti sparsi sulla scrivania come
nella sua vita. Da
sempre si pretendono risposte e non domande. Guardava
quelle carte sparse
sulla scrivania, di cui non se ne riusciva a scorgere
il minimo pezzetto di
scrivania. Lui sapeva che lì sotto c'era una
scrivania, ma per un altro,
sotto tutti quei fascicoli e carte e penne e foglietti
sparsi ci sarebbe
potuto essere anche qualcos'altro, altri foglietti per
esempio, carte penne
fascicoli e chissà quali segreti, ma mai, mai si
sarebbe potuto sospettare
che lì, proprio lì sotto ci fosse una scrivania, o un
uomo.
Il caso che gli fruttò la promozione era stato un puro
caso. Trovarsi nel
posto giusto al momento giusto. O nel posto sbagliato
al momento sbagliato,
a seconda dei casi. Questo era stato. Si sa come vanno
queste cose,
questioni forse di conoscenze o di abitudini. Ma
sarebbe stato molto meglio
trovarsi nel posto giusto al momento sbagliato, alla
fine, come sempre
succede. Troppa confusione nella testa.
Fermo davanti a quel disordine sparso si sentì
trincerato da una parte,
messo da parte, disorientato. Non si capacitava più
dove fosse il pericolo e
dove il riparo. Attorno a un fuoco in una calda notte
d'estate, o in un
bosco, dove i piedi da soli lo portarono, aveva
sognato, tanti anni
addietro, di spegnersi combattendo e di non aspettare
che il famelico
delitto si fosse compiuto. Arrivare in orario agli
appuntamenti e non farsi
mai desiderare. Ma nessuno lo desiderava veramente,
non era lui la vittima
prescelta, così era libero di prendersela comoda che
tanto nessuno l'avrebbe
aspettato. Così proliferavano i morti e gli assassini
vivevano e i
commissari impazzivano. Si ripromise di non prendere
mai più decisioni in
calde notti d'estate o in un bosco dove i piedi da
soli lo avevano portato,
l'avevano sognato.
Aveva scritto per uso strettamente personale qualche
pagina di criminologia.
Sfumati ormai erano i sogni in cui viveva per
raccontarsi alla vita. Non
riusciva a convincersi come si potessero inventare
delle storie per
mestiere. Così, invece di scriverle tentò di viverle
quelle storie gialle,
più che gialle rosse, e di tutti i colori che aveva
visto, ma non ne poteva
proprio più. <<Se si sa quel che un uomo sta per fare,
lo si precede; ma se
si vuole indovinare ciò che farà bisogna tenergli
dietro, andare a passo con
lui. Allora si può vedere quello che egli ha veduto e
si può agire come egli
ha agito. Il meglio che si possa fare è di tenere gli
occhi ben aperti, in
attesa di qualche avvenimento imprevisto>>. Tutti quei
fogli lo lasciavano
fuori. fuori. bisogna che si cambi vita. si cambi
vita. urlava dentro di sé.
Si cambi vita.
Sugli autobus, in vestiti da civile, non riusciva a
tenersi fermo in una
posizione. Non gli piaceva incutere la diffidenza che
gli altri avrebbero
attribuito alla divisa e non a lui, chiamandola
"rispetto" oppure "fascino".
Stupidaggini. Comunque, camuffato in mezzo agli altri,
non riusciva a
tenersi fermo in una posizione. Anche da ragazzo,
ricordò, sempre lo stesso.
La gente sale non ti chiede nemmeno permesso, o se lo
fa è per comando, una
formalità idiomatica. Ti urta per sbaglio o anche con
determinazione per
lasciarti scivolare dal posto dove ti trovi, in piedi,
perché i sedili sono
sempre occupati e anche se fossero vuoti è
un'illusione, una voce uscita da
chissà quale caverna ti urlerebbe: Ehi! Che sei cieco,
non vedi che il posto
è occupato? Cose da pazzi. E tu costretto a chiedere
scusa e passare avanti.
Tanto avanti c'è sempre posto. Ti lasci dietro una
strana risata di
conquista. Riesci ad aggrapparti con fatica a un'altra
sbarra e non vedi
l'ora di uscirne da questo forno che va sempre
riempiendosi di pugni e di
carezze. C'è sempre qualcuno a strofinarsi al sedere
di qualcun altro e non
ti spieghi perché devi essere sempre tu ad
accorgertene. Un borseggiatore
fruga nella borsetta di una donna più avanti. Nessuno
sembra accorgersene.
Due seni morbidi s'appoggiano alla tua schiena. Sì,
alla tua.
S'irrigidiscono i capezzoli, puoi sentirli martellare
alla tua schiena,
t'inchiodano i polmoni, il respiro, e tu vorresti
invece che ti bucassero le
mani. Ma ad un'altra fermata vieni ancora catapultato
in avanti e costretto
a lasciare spazio. S'incrementano i corpi, si riducono
i vuoti, ci si
strofina fraternamente col primo che capita. Ma avanti
non durerà per
sempre. Avanti prima o poi finisce. Cosa c'è avanti?
Avanti! Sempre andare
avanti, esiste solo un andare avanti. Ma perché?
Vorresti rimanere dove ti
trovi e non puoi. La folla s'accalca da tutte le
parti, non hai più nessun
appiglio. Ti trovi incastrato tra di loro. Gli stessi
seni di prima sembrano
guardarti, poi si voltano e vorrebbero sedersi su di
te. Ma non c'è posto.
Un po' ti dispiace. Ma uno dei vantaggi è rassicurato
da una specie di
sostenimento globale. Se svieni rimani in piedi.
Perché nessuno se ne
accorgerebbe. Tutti ti sosterrebbero. Poi l'autobus
curva d'improvviso. Ti
trasferisci d'un colpo in un altro luogo. Quasi
spiaccicato sul parabrezza
interno, salvato dalle sbarre che ingabbiano
l'autista. Qualche costola
lesionata, non importa. La porta s'apre ed altri hanno
bisogno d'entrare, di
tornare a casa ch'è tardi. Qualche fortunato deve
scendere perché è arrivato
alla sua fermata. Sei costretto a precederlo, a
lasciare libero il varco. Ma
non preoccuparti non appena sarà sceso potrai
risalire. Però questo non
accade e ti ritrovi costretto ad aspettare un altro
autobus.
Tutto questo disordine sul tavolo. bisogna che lo
elimini.
Una volta, quando mi capitò di rimanere a terra e di
rivedere l'autobus
ripartire senza di me, è stato l'inizio o il
pre-inizio del mio attuale
domicilio.
Rimasto sul marciapiede non mi rimase altro da fare
che aspettare un altro
autobus. Non me la presi perché tanto ci avevo fatto
l'abitudine. Però
quella volta faceva davvero un caldo da fornace, tanto
più che erano le
prime ore del pomeriggio di un'estate africana.
Fortunatamente poco distante
alla fermata vi cresceva l'ombra di un Ficus secolare
sotto al quale avevano
alloggiato una panchina su cui riparasi dall'evidente
pioggia di fuoco che
imperversava fuori dai propri margini. Lì mi ci
sdraiai come su una
spiaggia, a gambe aperte e testa reclinata a sorbirmi
l'ombra. Me ne stavo
lì tranquillo e all'erta per gli autobus che sempre
più rari continuavano a
passare. Tutti tranne quello che mi avrebbe riportato
a casa. C'era poca
gente che a poco a poco le bocche degli autobus
inghiottivano. Passarono
credo tre quarti d'ora ed io ero ancora lì, solo,
ultimo relitto.
Si fermò un altro autobus dalla cui confusione interna
fui particolarmente
attratto. Era colmo come quello che mi aveva
abbandonato su quest'isola
d'ombra. Mi accorsi che ad un altro stava toccando la
mia stessa sorte. Era
sceso dalla porta anteriore, e per non essere
d'intralcio ad alcuni
passeggeri che più che scendere sembravano
precipitarsi come frutti sulla
strada, aspettava di risalire e continuare la sua
corsa. Guardavo quel
poveretto pensando: non preoccuparti quando tutti si
saranno precipitati
sulla strada potrai risalire a bordo, oppure verrai
qui a farmi compagnia,
ed insieme ci sarà più facile ammazzare il tempo. Lo
fissavo stranamente con
una strana apprensione e allo stesso tempo con una
lieve riga di speranza
che lo colpisse la mia stessa sorte. Ma sapevo che vi
erano poche
possibilità. Nessuno poteva essere più scalognato di
me. Fuori dalla mia
ombra lo continuavo a fissare indifeso in quella
pioggia di fuoco.
(Naturalmente metaforico, tanto per dire che faceva
davvero un caldo
infernale, ma più che infernale, da apocalisse, almeno
per la sua). Perché,
scrutando più attentamente la sua momentanea, avrebbe
voluto dire breve,
fulminante attesa, mi sembrò di vedere, per una strana
coincidenza o gioco
di luci, il riflesso di un filo proprio sopra la sua
testa. Brillava un filo
invisibile, del quale insospettabilmente seguendone
l'origine, la
traiettoria, si poteva essere certi che stava per
essere tagliato, senza che
nessuno potesse accorgersene, ed io non avrei potuto
farci niente.
Niente. -Abolire il tempo, il frangente di un attimo
in cui tutto si
risolve. Uno sparo da un'ombra lontana e il mio
ipotetico consigliere
stramazzato a terra.
Finalmente a casa inchiodato al tuo posto. È questo
che ti aspettavi di
trovare. Non poteva essere che questo. Il mondo cambia
sempre là fuori, è
dentro che resta sempre uguale. (Ma pure fuori).
Stavolta decidi di alterare la quotidianità diventando
l'eccezione. Spazzi
via tutte la carte. Spolveri la superficie ritrovata
amata scrivania nera
notturna incancellabile malinconia. Ti metti comodo
davanti a un foglio
nuovo.
Vuoi scrivere, adesso è l'ora, vuoi scrivere, scrivere
una lettera, una
lettera al mondo. Ci rifletti un po' su. Troppo ci
rifletti. Scavi nella
memoria in cerca di parole, parole convenevoli,
(formali se solo esistesse.)
come si conviene in una lettera scritta. Scavi e non
le trovi, e più scavi e
più il vuoto s'allarga, t'allontana dal tuo posto.
All'infinito T
i lascia scivolare.
Gentile, Popolo ( l'aggettivo è una convenzione alla
cospirazione)
Io vi annienterò tutti in un colpo solo.
Il Pazzo.
Già, proprio così si firmò. Il Pazzo. Poi prese la
pistola d'ordinanza e
senza esitare, ho motivo di credere, mirò dritto alla
fonte di tutto questo
mistero.
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Dietro lontananze azzurre
Un mirabile verso di Neruda: le mie creature nascono
da un lungo rifiuto.
Sembra sia il mare a parlare. Quale verso o ponte ci
separa? Lei ormai è sull'altra sponda, viva.
Io non la vidi sdraiata sulla spiaggia. Guarda quella
come fa bene il morto sulla riva, disse Manu alzando
gli occhi apatici sull'orlo di un destino.
Ironizzo perché è meglio non pensarci agli scherzi che
la sorte ci riserva.
Non avrei voluto vederla e non la vidi infatti, me ne
parlarono giorni dopo alcuni amici, fra cui anche
Manu. Ci ritrovammo seduti sul muretto delle nostre
intemperanze, o riunioni, dopo un periodo di tempo
decisamente lungo per me a rincorrere le assenze degli
incontri, a disintossicarmi.
L'argomento cadde per caso, come tutte le cose, sul
ritrovamento di questo corpo palleggiato dal mare a
bordo campo. Ma ormai la partita era terminata.
Rimaneva forse soltanto in sospeso il fischio a
determinarne la fine. L'innocenza azzurra a cullare
una sua creatura.
Una donna di appena ventisette anni. Nessuno la
conosceva. Nessuno la ricorderà. Nemmeno le due
bambine che non ho conosciuto rimaste a letto quella
notte a piangere nel sogno, in silenzio.
Le mie creature nascono da un lungo rifiuto. Mentre
cerco il senso di una frase che forse non ha senso.
Cerco. Non la trovo. L'attraverso nuotando a braccia
tese nella stanza. Non mi accorgo di inghiottire una
pronuncia tronca. Affondo nel notturno sacrificio di
marmo.
Non se l'aspettava nessuno. Fu un bicchiere a cadere
di mano. Fu un distillato d'acquavite a minacciare il
pavimento come nuvole grigie in cielo in pieno giorno.
Ti sei aperta un varco nella memoria, riaffiori
singhiozzando fra le onde incerta se restare oppure
andare (entri ed esci dalla stanza). Ti affacci sul
terrazzo fronte al mare. Vedi fra le onde la sorella
luna come una zattera nuotare. Improvvisi una
preghiera. Vorresti stancarti e affondare la vittoria
nel tuo letto.Vai cercando il conforto nella mano
stretta. Un ricordo. Il trionfo di un arco sagomato
tra le lenzuola sotto di te.
Mentre il mondo fuori muore dentro il tempo non
invecchia. Forse è morto e non lo sa. È come se un
relitto si fosse arenato su un fondale colmo di
silenzio. Nessuno se ne accorge quando passa di là,
dalla cucina al bagno a vomitare la vita intera.
Cala la notte senza memoria. S'accendono uno dopo
l'altro i fari di tabacco perché il fumo conosce la
strada del cielo, e a noi piacerebbe impararla. Ma è
un inganno degli dèi a chiederci qualcosa da fumare
perché per la verità è noi che vogliono e piangono il
giocattolo strappato di mano. Ma chi li ascolterà?
Dev'esserci di certo qualcuno sopra gli dèi. Le stelle
sono sempre là (dietro lontananze azzurre) a pungerci
gli occhi come i cocci di vetro su cui a testa alta e
a piedi nudi c'incamminiamo.
Il mare imita il cielo nell'erotica tempesta.
Le sue creature riemergono dal liquido pavimento come
da un'altra vita.
La voce è sommersa dispiegata sulla rena senza pianto.
Ti sei addormentata nella memoria, come un demone nel
cristallo non fuggono i colori all'inganno urtando la
testa contro i vetri. Mi aspetterai nel tuo risveglio?
Non so adesso se sono stanco, se ho voglia di dormire,
o di andare a fare una nuotata fino a raggiungere la
luna.
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