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Marco Soriano

Il paradiso come un foglio di giornale

Lettera al mondo

Dietro lontananze azzurre

 

dello stesso Autore... Poesia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il paradiso come un foglio di giornale


Stamattina presi il primo raggio di sole che trascorre come un autobus della
SINAI che fa la sua corsa dal centro fino alla periferia e ritorno - dormo
su un rigo di poesia.
Troppa confusione nella testa. Ormai è sera e sto scrivendo. Lo sguardo che
sembra assente è rivolto a un  cielo pieno di stelle indecifrabili punti di
sutura. Su un cartello ricordo c'era scritto: Vietato parlare al conducente.
Ma tanto non avevo niente da dirgli. Se ne stava lì col suo starsene curvo
nel declino di una corsa. Stranamente lo stomaco del verme era vuoto. Ma è
più probabile che io fui soltanto il primo boccone. Così inizia quest'altro
giorno, pensai, come ogni giorno la fame la crisi degli erbivori e degli
innamorati. Ma che pensieri! Strano modo per iniziare la giornata, mi feci
eco, e ingranai di un passo alla volta per andarmi a sedere in un posto
vicino al finestrino. Perché sugli autobus non ci sono sedie, ci sono posti
numerati vicino ai finestrini e posti innumerabili nel corridoio di mezzo.
Io mi scelsi un posto dal lato del centro della strada. Così avrei visto in
faccia - poco di tre quarti ipotenusa di una scala - io dall'alto del
finestrino dell'autobus mentre guardo fin giù nel basso parabrezza della
macchina che si avvicina nella corsia opposta al nostro senso di marcia, chi
si sarebbe pentito e avrebbe fatto ritorno verso casa. Magari solo per aver
dimenticato qualcosa e avere una scusa per il ritardo. Ma anche questo non
ha senso. Ciò che io penso non ha mai senso. Il mio passato è il futuro di
qualcun altro. Lì, dentro le macchine, potevano decidere benissimo di stare
zitti, oppure di collaborare e dirsi ogni cosa. Guardando il paesaggio
scorrere con distrazione. Ascoltando una inutile canzone, il brusio
irritante di una radio che mura i due fianchi finestrini e ronza come una
mosca dentro a una bottiglia o un fiume tra i due sessi una spada tra i due
letti. E intanto curvano parole nella chiocciola degli orecchi.

Non calpestate l'erba del giardino - c'era scritto su un cartello inchiodato
ad un albero. Su un altro invece l'avviso: Campo avvelenato. Ma i cui frutti
sanno più di menzogna. E poi: IN·RI - con un vistoso chiodo piantato in
mezzo. La fine del ciclope. E prima di impazzire del tutto io mi alzai e, un
poco barcollando (perché l'autista dovette schiacciare tempestivamente lo
scarafaggio del freno, e col piede giusto, altrimenti si corre il rischio di
finire sulla cronaca del giorno dopo - è sempre  del giorno dopo - per un
incidente di percorso), persi il rigo della poesia e nel sonno mi spostai
dall'altra parte. Mi andai a sedere sul fianco destro, dal lato del
marciapiede. Lì almeno le direzioni sono più confuse. Ci si insinua come
polvere negli angoli, ci si infiuma come tronchi o coccodrilli, ci si dripla
come ostacoli o birilli.  Sulla stessa linea si può andare come un rapper
nella tazza, ed è ora che ci vada col suo gergo menzognero questo stronzo
per davvero. Si va avanti, si torna indietro. Sui marciapiedi. Timbro e
ritmo. Visto d'imbarco e aerobica vita. Sali scendi di piedi e di ciglia e
sguardi che si cercano. È una danza di cantiere - puntellano trincerano
intimità - vietato l'accesso ai non addetti. Altro cartello. Ci si scopa la
prima puttana che si offre. S'incrociano gli sguardi di sfida o d'alleanza.
Spalla contro spalla, placcaggio, labbra contro labbra, sesso contro sesso,
mani contro mani. L'una è l'altra smanettata (il numero 3 mi ha sempre fatto
pensare a delle manette ancora da occupare come i posti) per aggiungere un
punto alla partita del giorno, un fuorilegge dietro le righe delle sbarre. I
pedoni fermi ai semafori. Si guardano obliqui. In attesa. Ci si affida con
speranza ai dieci passi del duello. Qualcuno da dentro grida aiuto! come uno
che sta annegando in mare. E sente le voci, ma i telefoni, quando ci sono,
sono sempre fuori - servizio. (ma non disperdiamoci oltre).

Giunti alla stazione entrai in un bar. Vietato fumare, c'era scritto. Però
le sigarette le vendevano. Ne comprai un pacchetto e andai in bagno a
fumare, per non viziare viziarmi d'aria. Riempirmi i polmoni invece
dell'odore di quello che siamo, che è la vita dal vero: piscio e candeggina
per dimenticare. Ma questo non è un problema. Qualcuno potrebbe insinuare
che non occorre andare in nessun luogo bagno segno pegno l'uomo ha altri
modo di marchiare - semplicemente perché ci siamo già tutti dentro in questo
cesso di tempo e perciò l'oblio non esiste. Il mio treno portava mezz'ora di
ritardo. Entrai in sala d'attesa e lì ebbi la constatazione che nessuno mi
aspettava. Tranne forse un libro seduto su una sedia. Uno di quei piccioni
senza nome, o di barboni senza casa. (Ne avrete sentito di certo parlare).
Lo presi in braccio tra le mani e cominciai a sfogliarne qualche pagina. Su
una trovai incise due rughe o cicatrici sotto le parole: "si finisce sempre
sulla bocca di domani per essere niente il giorno dopo."

Intanto che ci penso mi punto l'indice alla tempia, ma l'unghia è troppo
debole per scalfirmi. La serro tra i denti. Domani smetteremo. Non è la
fine. Poi lo stesso dito lo schiaccio tra le due pareti del libro, per
tenere il segno. E ricominciare? Mi alzo e m'avvicino alla banchina. Vedo
ombre avvicinarsi. Il dito senza peli in nessuna falange lo tengo sempre
stretto tra le pareti come un sansone tra le colonne. Ad un tratto una voce
annuncia una prossima partenza, e subito dopo un'altra mezz'ora di ritardo
al mio ritardo. Così si fanno compagnia, pensai, le due mezz'ore. Le papille
gustative sulla pelle della luna. E magari trovano anche il tempo di fare
qualcos'altro. Un diversivo, qualcosa di piacevole. Togliersi i nomi e le
mutande. Inforcare le lingue nelle bocche, le cosce nelle cosce. Noi non
siamo mai sicuri di quello che verrà. E poco importa resistere al gioco
selvaggio dell'amore. Urli che vogliono essere domati. Sospiri che scivolano
nel sogno, nel boato di una eiaculazione disumana, lamenti che stridono
catene, spermatozoi che sondano e possiedono come fantasmi l'utero di casa.
Ma lo spavento dell'orgasmo, il lungo spasmo dell'addio.  addio. addio.

La voce annunciò un'altra ora di ritardo. E si fecero la seconda. Devono
averci preso gusto. Tra un'ora finisce il gioco e con esso i tentacoli
d'amore i raggiri di questo sogno fantasma. A quest'ora quei due avranno
anche esaurito il ridicolo rito della sigaretta. Condividono un silenzio per
l'incapacità di scambiarsi un solo sguardo due parole. Spenta la fiamma solo
cenere è il non amore. "si finisce sempre sulla bocca di domani per essere
niente il giorno dopo."

Alterno gli occhi tre le pagine del libro aperto sulla mano e la lunga
distesa dei binari che ho davanti. Come in una mappa geografica. Una scala
verso il nulla. Sotto il libro la scrittura della mano. Guardo il campo di
gioco, il foglio a righe dei binari.  Su un cartello, il più grande che sia
mai stato scritto, c'era scritto:

VIETATO ATTRAVERSARE I BINARI

Ma io non volevo attraversarli, passargli attraverso come un fantasma i muri
o i corpi le porte, le parole le bocche. Così sprofondai nel buio
sottopassaggio come uno spermatozoo tra le labbra verticali o i desideri di
una donna che si crede il cielo libero e sereno spoglio delle nuvole bagnate
come vele  o mutande.

[...]

Tutto il giorno è passato da un ritardo all'altro come una pulce dal pelo di
un orecchio a un altro. Alla fine m'avviai alla banchina, ed anche lì non
c'era nessuno. Consultai l'orologio: dieci minuti a mezzanotte, e del treno
neanche l'ombra. Pazienza. Ho vegetato per tutto il giorno in questo giorno
che non ho più voglia di fare niente. Mi misi a fissare i binari (vuoti) e
una strana idea cominciò a possedermi. Vorrei poggiarvi l'orecchio ed
ascoltare, come facevano gli indiani, la voce che annuncia le distanze.  Non
c'era nessuno. Nessuno mi avrebbe visto, nessuno me lo avrebbe impedito.
Quindi mi inginocchiai come su un altare inesistente. Poggiai l'orecchio ed
ascoltai. Niente. Schiacciai più forte come a sentire voci più profonde. Un
niente più intenso. Tutto è silenzio dove chiediamo di parlare. Allora mi
sdraiai sul freddo rigo degli anonimi sospiri. I segnali, le luci, i divieti
dormivano sui loro cartelli. Io sui binari. Le stelle cadevano nella fossa
dei miei occhi. Cominciai a contare per distrarmi dall'attesa di una vita.
Poggiai la testa su un rigo di poesia e i piedi sul gradino
dell'enjambement. Se sarò fortunato prima di domani il treno suonerà
l'allarme, come la mia sveglia ogni mattina. Col suo occhio di ciclope cieco
cercherà il monologo sul palco, e tradirà l'evasione del risveglio.

Al massimo mi raccoglieranno come una notizia sul giornale. Non avevo nessun
posto dove andare.
 

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Lettera al mondo



Finalmente era riuscito a ritornare a casa. Chiuse la porta alle sue spalle
lasciandosi dietro tutto il caos del mondo per introdursi in un altro caos
ancora più insopportabile, ma sicuro.
Da sempre gli ha tenuto compagnia, come disfarsene?

In seguito ad una promozione fu trasferito in questa grande città dove i
delitti non conoscono agguato ma solo volti da ricordare. E lui, il novello
commissario, doveva cercarli, o cercarli di nuovo,  immergendosi
completamente in un pagliaio di soli spilli. Affondando le mani in bracieri
colmi di crimine. E come se non bastasse arrivare sempre dopo a riempirsi
gli occhi di assenze trucidate, le destinate vittime. Un lieve sorriso gli
spuntò sulle labbra, pure lui, in fin dei conti, si sentiva come una di
quelle vittime. Pensò che forse più che promozione avevano voluto punirlo.
Ma per quale ragione? Non ci pensò oltre, tanto era inutile.

Entrò in camera, e lì, più di ogni altra parte della casa il delirio
riaffiorava boccheggiando. Si puntò davanti alla scrivania completamente in
disordine. Tutto quel disordine non riusciva più a sopportarlo. Disordine
dappertutto, dovunque si voltasse disordine, disordine dappertutto,
disordine. Doveva cambiare vita. Andarsene di nuovo. Come se l'avesse deciso
lui di andarsene la prima volta. Prendere lui l'iniziativa e non farsi
sempre scegliere dagli altri, dai delitti che pretendono una soluzione. Un
cadavere e un omicida. E in mezzo lui, commissario novello frustrato da
tutti quei casi irrisolti sparsi sulla scrivania come nella sua vita. Da
sempre si pretendono risposte e non domande. Guardava quelle carte sparse
sulla scrivania, di cui non se ne riusciva a scorgere il minimo pezzetto di
scrivania. Lui sapeva che lì sotto c'era una scrivania, ma per un altro,
sotto tutti quei fascicoli e carte e penne e foglietti sparsi ci sarebbe
potuto essere anche qualcos'altro, altri foglietti per esempio, carte penne
fascicoli e chissà quali segreti, ma mai, mai si sarebbe potuto sospettare
che lì, proprio lì sotto ci fosse una scrivania, o un uomo.

Il caso che gli fruttò la promozione era stato un puro caso. Trovarsi nel
posto giusto al momento giusto. O nel posto sbagliato al momento sbagliato,
a seconda dei casi. Questo era stato. Si sa come vanno queste cose,
questioni forse di conoscenze o di abitudini. Ma sarebbe stato molto meglio
trovarsi nel posto giusto al momento sbagliato, alla fine, come sempre
succede. Troppa confusione nella testa.

Fermo davanti a quel disordine sparso si sentì trincerato da una parte,
messo da parte, disorientato. Non si capacitava più dove fosse il pericolo e
dove il riparo. Attorno a un fuoco in una calda notte d'estate, o in un
bosco, dove i piedi da soli lo portarono, aveva sognato, tanti anni
addietro, di spegnersi combattendo e di non aspettare che il famelico
delitto si fosse compiuto. Arrivare in orario agli appuntamenti e non farsi
mai desiderare. Ma nessuno lo desiderava veramente, non era lui la vittima
prescelta, così era libero di prendersela comoda che tanto nessuno l'avrebbe
aspettato. Così proliferavano i morti e gli assassini vivevano e i
commissari impazzivano. Si ripromise di non prendere mai più decisioni in
calde notti d'estate o in un bosco dove i piedi da soli lo avevano portato,
l'avevano sognato.

Aveva scritto per uso strettamente personale qualche pagina di criminologia.
Sfumati ormai erano i sogni in cui viveva per raccontarsi alla vita. Non
riusciva a convincersi come si potessero inventare delle storie per
mestiere. Così, invece di scriverle tentò di viverle quelle storie gialle,
più che gialle rosse, e di tutti i colori che aveva visto, ma non ne poteva
proprio più. <<Se si sa quel che un uomo sta per fare, lo si precede; ma se
si vuole indovinare ciò che farà bisogna tenergli dietro, andare a passo con
lui. Allora si può vedere quello che egli ha veduto e si può agire come egli
ha agito. Il meglio che si possa fare è di tenere gli occhi ben aperti, in
attesa di qualche avvenimento imprevisto>>. Tutti quei fogli lo lasciavano
fuori. fuori. bisogna che si cambi vita. si cambi vita. urlava dentro di sé.
Si cambi vita.

Sugli autobus, in vestiti da civile, non riusciva a tenersi fermo in una
posizione. Non gli piaceva incutere la diffidenza che gli altri avrebbero
attribuito alla divisa e non a lui, chiamandola "rispetto" oppure "fascino".
Stupidaggini. Comunque, camuffato in mezzo agli altri, non riusciva a
tenersi fermo in una posizione. Anche da ragazzo, ricordò, sempre lo stesso.
La gente sale non ti chiede nemmeno permesso, o se lo fa è per comando, una
formalità idiomatica. Ti urta per sbaglio o anche con determinazione per
lasciarti scivolare dal posto dove ti trovi, in piedi, perché i sedili sono
sempre occupati e anche se fossero vuoti è un'illusione, una voce uscita da
chissà quale caverna ti urlerebbe: Ehi! Che sei cieco, non vedi che il posto
è occupato? Cose da pazzi. E tu costretto a chiedere scusa e passare avanti.
Tanto avanti c'è sempre posto. Ti lasci dietro una strana risata di
conquista. Riesci ad aggrapparti con fatica a un'altra sbarra e non vedi
l'ora di uscirne da questo forno che va sempre riempiendosi di pugni e di
carezze. C'è sempre qualcuno a strofinarsi al sedere di qualcun altro e non
ti spieghi perché devi essere sempre tu ad accorgertene. Un borseggiatore
fruga nella borsetta di una donna più avanti. Nessuno sembra accorgersene.
Due seni morbidi s'appoggiano alla tua schiena. Sì, alla tua.
S'irrigidiscono i capezzoli, puoi sentirli martellare alla tua schiena,
t'inchiodano i polmoni, il respiro, e tu vorresti invece che ti bucassero le
mani. Ma ad un'altra fermata vieni ancora catapultato in avanti e costretto
a lasciare spazio. S'incrementano i corpi, si riducono i vuoti, ci si
strofina fraternamente col primo che capita. Ma avanti non durerà per
sempre. Avanti prima o poi finisce. Cosa c'è avanti? Avanti! Sempre andare
avanti, esiste solo un andare avanti. Ma perché? Vorresti rimanere dove ti
trovi e non puoi. La folla s'accalca da tutte le parti, non hai più nessun
appiglio. Ti trovi incastrato tra di loro. Gli stessi seni di prima sembrano
guardarti, poi si voltano e vorrebbero sedersi su di te. Ma non c'è posto.
Un po' ti dispiace. Ma uno dei vantaggi è rassicurato da una specie di
sostenimento globale. Se svieni rimani in piedi. Perché nessuno se ne
accorgerebbe. Tutti ti sosterrebbero. Poi l'autobus curva d'improvviso. Ti
trasferisci d'un colpo in un altro luogo. Quasi spiaccicato sul parabrezza
interno, salvato dalle sbarre che ingabbiano l'autista. Qualche costola
lesionata, non importa. La porta s'apre ed altri hanno bisogno d'entrare, di
tornare a casa ch'è tardi. Qualche fortunato deve scendere perché è arrivato
alla sua fermata. Sei costretto a precederlo, a lasciare libero il varco. Ma
non preoccuparti non appena sarà sceso potrai risalire. Però questo non
accade e ti ritrovi costretto ad aspettare un altro autobus.
Tutto questo disordine sul tavolo. bisogna che lo elimini.

Una volta, quando mi capitò di rimanere a terra e di rivedere l'autobus
ripartire senza di me, è stato l'inizio o il pre-inizio del mio attuale
domicilio.
Rimasto sul marciapiede non mi rimase altro da fare che aspettare un altro
autobus. Non me la presi perché tanto ci avevo fatto l'abitudine. Però
quella volta faceva davvero un caldo da fornace, tanto più che erano le
prime ore del pomeriggio di un'estate africana. Fortunatamente poco distante
alla fermata vi cresceva l'ombra di un Ficus secolare sotto al quale avevano
alloggiato una panchina su cui riparasi dall'evidente pioggia di fuoco che
imperversava fuori dai propri margini. Lì mi ci sdraiai come su una
spiaggia, a gambe aperte e testa reclinata a sorbirmi l'ombra. Me ne stavo
lì tranquillo e all'erta per gli autobus che sempre più rari continuavano a
passare. Tutti tranne quello che mi avrebbe riportato a casa. C'era poca
gente che a poco a poco le bocche degli autobus inghiottivano. Passarono
credo tre quarti d'ora ed io ero ancora lì, solo, ultimo relitto.
Si fermò un altro autobus dalla cui confusione interna fui particolarmente
attratto. Era colmo come quello che mi aveva abbandonato su quest'isola
d'ombra. Mi accorsi che ad un altro stava toccando la mia stessa sorte. Era
sceso dalla porta anteriore, e per non essere d'intralcio ad alcuni
passeggeri che più che scendere sembravano precipitarsi come frutti sulla
strada, aspettava di risalire e continuare la sua corsa. Guardavo quel
poveretto pensando: non preoccuparti quando tutti si saranno precipitati
sulla strada potrai risalire a bordo, oppure verrai qui a farmi compagnia,
ed insieme ci sarà più facile ammazzare il tempo. Lo fissavo stranamente con
una strana apprensione e allo stesso tempo con una lieve riga di speranza
che lo colpisse la mia stessa sorte. Ma sapevo che vi erano poche
possibilità. Nessuno poteva essere più scalognato di me. Fuori dalla mia
ombra lo continuavo a fissare indifeso in quella pioggia di fuoco.
(Naturalmente metaforico, tanto per dire che faceva davvero un caldo
infernale, ma più che infernale, da apocalisse, almeno per la sua). Perché,
scrutando più attentamente la sua momentanea, avrebbe voluto dire breve,
fulminante attesa, mi sembrò di vedere, per una strana coincidenza o gioco
di luci, il riflesso di un filo proprio sopra la sua testa. Brillava un filo
invisibile, del quale insospettabilmente seguendone l'origine, la
traiettoria, si poteva essere certi che stava per essere tagliato, senza che
nessuno potesse accorgersene, ed io non avrei potuto farci niente.
Niente. -Abolire il tempo, il frangente di un attimo in cui tutto si
risolve. Uno sparo da un'ombra lontana e il mio ipotetico consigliere
stramazzato a terra.

Finalmente a casa inchiodato al tuo posto. È questo che ti aspettavi di
trovare. Non poteva essere che questo. Il mondo cambia sempre là fuori, è
dentro che resta sempre uguale. (Ma pure fuori).
Stavolta decidi di alterare la quotidianità diventando l'eccezione. Spazzi
via tutte la carte. Spolveri la superficie ritrovata amata scrivania nera
notturna incancellabile malinconia. Ti metti comodo davanti a un foglio
nuovo.
Vuoi scrivere, adesso è l'ora, vuoi scrivere, scrivere una lettera, una
lettera al mondo. Ci rifletti un po' su. Troppo ci rifletti. Scavi nella
memoria in cerca di parole, parole convenevoli, (formali se solo esistesse.)
come si conviene in una lettera scritta. Scavi e non le trovi, e più scavi e
più il vuoto s'allarga, t'allontana dal tuo posto. All'infinito T
i lascia scivolare.

Gentile, Popolo ( l'aggettivo è una convenzione alla cospirazione)
            Io vi annienterò tutti in un colpo solo.

Il Pazzo.



Già, proprio così si firmò. Il Pazzo. Poi prese la pistola d'ordinanza e
senza esitare, ho motivo di credere, mirò dritto alla fonte di tutto questo
mistero.
 

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Dietro lontananze azzurre


 


Un mirabile verso di Neruda: le mie creature nascono da un lungo rifiuto.
 
Sembra sia il mare a parlare. Quale verso o ponte ci separa? Lei ormai è sull'altra sponda, viva.

Io non la vidi sdraiata sulla spiaggia. Guarda quella come fa bene il morto sulla riva, disse Manu alzando gli occhi apatici sull'orlo di un destino.
Ironizzo perché è meglio non pensarci agli scherzi che la sorte ci riserva.
Non avrei voluto vederla e non la vidi infatti, me ne parlarono giorni dopo alcuni amici, fra cui anche Manu. Ci ritrovammo seduti sul muretto delle nostre intemperanze, o riunioni, dopo un periodo di tempo decisamente lungo per me a rincorrere le assenze degli incontri, a disintossicarmi.
L'argomento cadde per caso, come tutte le cose, sul ritrovamento di questo corpo palleggiato dal mare a bordo campo. Ma ormai la partita era terminata. Rimaneva forse soltanto in sospeso il fischio a determinarne la fine. L'innocenza azzurra a cullare una sua creatura.

Una donna di appena ventisette anni. Nessuno la conosceva. Nessuno la ricorderà. Nemmeno le due bambine che non ho conosciuto rimaste a letto quella notte a piangere nel sogno, in silenzio.

Le mie creature nascono da un lungo rifiuto. Mentre cerco il senso di una frase che forse non ha senso. Cerco. Non la trovo. L'attraverso nuotando a braccia tese nella stanza. Non mi accorgo di inghiottire una pronuncia tronca. Affondo nel notturno sacrificio di marmo.

Non se l'aspettava nessuno. Fu un bicchiere a cadere di mano. Fu un distillato d'acquavite a minacciare il pavimento come nuvole grigie in cielo in pieno giorno.

Ti sei aperta un varco nella memoria, riaffiori singhiozzando fra le onde incerta se restare oppure andare (entri ed esci dalla stanza). Ti affacci sul terrazzo fronte al mare. Vedi fra le onde la sorella luna come una zattera nuotare. Improvvisi una preghiera. Vorresti stancarti e affondare la vittoria nel tuo letto.Vai cercando il conforto nella mano stretta. Un ricordo. Il trionfo di un arco sagomato tra le lenzuola sotto di te.

Mentre il mondo fuori muore dentro il tempo non invecchia. Forse è morto e non lo sa. È come se un relitto si fosse arenato su un fondale colmo di silenzio. Nessuno se ne accorge quando passa di là, dalla cucina al bagno a vomitare la vita intera.

Cala la notte senza memoria. S'accendono uno dopo l'altro i fari di tabacco perché il  fumo conosce la strada del cielo, e a noi piacerebbe impararla. Ma è un inganno degli dèi a chiederci qualcosa da fumare perché per la verità è noi che vogliono e piangono il giocattolo strappato di mano. Ma chi li ascolterà? Dev'esserci di certo qualcuno sopra gli dèi. Le stelle sono sempre là (dietro lontananze azzurre) a pungerci gli occhi come i cocci di vetro su cui a testa alta e a piedi nudi c'incamminiamo.
Il mare imita il cielo nell'erotica tempesta.
Le sue creature riemergono dal liquido pavimento come da un'altra vita. 
La voce è sommersa dispiegata sulla rena senza pianto.

Ti sei addormentata nella memoria, come un demone nel cristallo non fuggono i colori all'inganno urtando la testa contro i vetri. Mi aspetterai nel tuo risveglio?
Non so adesso se sono stanco, se ho voglia di dormire, o di andare a fare una nuotata fino a raggiungere la luna.

 

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