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L'ALIGHIERI DELLA COMMEDIA DI FRONTE ALLA NATURA

di Celeste Chiappani Loda

http://celesteloda.chiappani.it/

http://www.chiappani.it/nonintruppati.htm

 

Dante ricorre spesso, nel suo poema didascalico-allegorico, a similitudini che hanno per soggetto animali e aspetti della natura nelle sue svariate manifestazioni. Tutti sappiamo della rigorosità di questo grandissimo, della sua attendibilità ove riporti notizie storiche, ove tratti di scienza o di geografia, ove affronti concezioni filosofiche. Ettolitri di inchiostro sono stati versati per scrivere di lui come poeta, come uomo di parte, come essere umano, come prosatore, come credente; ma mentre rileggo il suo ineguagliabile capolavoro, dall'imponente architettura e dal contenuto sempre adeguato, un'idea mi tenta; l'idea, cioè, di un altro aspetto di Dante. Aspetto che forse non ha avuto sufficiente forza d'attrazione per i suoi studiosi perché abbagliati dalle molte facce rutilanti della sua mente poliedrica. Alludo ad un presunto Dante naturalista; un Dante che, se avesse voluto trattare l'argomento, o se il problema ecologico che tormenta il nostro sonno avesse avuto ai suoi tempi la triste priorità che ha oggigiorno, avrebbe potuto agevolmente andare "di pari come buoi che vanno al giogo" con l'amato Virgilio delle Bucoliche e delle Georgiche.

Il Sapegno, in una nota critica al XII Canto dell'Inferno definisce quello di Dante "linguaggio fortemente realistico". Ecco il punto: Dante osserva con occhio attento per trarre poi i suoi paragoni calzanti, suggestivi. Osservare scrupolosamente, quindi descrivere: due momenti necessari e correlati; mentre la simpatia, l'affetto, l'amore sono gli elementi non necessari che si inseriscono solo in alcuni casi; ma io vedo nelle molte similitudini dantesche una tenera partecipazione.

Consideriamo un entomologo, un ornitologo, uno zoologo o un botanico; essi osserveranno attentamente animali e piante, come individui isolati o associati; ne studieranno l'habitat, il ciclo biologico, le reazioni istintive e le consuetudini acquisite, senza mai perdere di vista lo scopo principale delle loro osservazioni che serviranno ad una catalogazione fredda di piante e di animali; e con ogni probabilità capiterà loro di dimenticare di avere tra le mani o sotto gli occhi una piccola o grande creatura che può suscitare tenerezza; un aspetto della natura pieno di poesia. Dunque, tra il cervello dello scienziato e il vetrino del microscopio o il luogo dell'appostamento, non necessariamente il cuore trova spazio.

Ma l'Alighieri, nonostante la sua rigorosità scientifica, non è uno scienziato; egli è un poeta, è un uomo passionale che osserva con occhio attento, non disgiunto da un cuore vibrante. E mentre osserva ecco l'afflato poetico che gli farà dire nel XXIV Canto del Purgatorio: "… I' mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, ed a quel modo /ch'e' ditta dentro, vo significando".

Proviamo ad inoltrarci nel favoloso, complesso mondo dantesco e subito la musica, il ritmo sempre attuali, delle sue meravigliose terzine creeranno intorno a noi un'atmosfera di pura poesia che i secoli non sono ancora riusciti ad ossidare.

Vorrei aggiungere che anche là dove la fluidità di tale poesia ci può apparire meno perfetta perché rallentata dagli intenti moralistici del Poeta, pure sono convinta che questi sono impacci di pochissimo conto se noi li rapportiamo alla maestosa, euritmica mole dell'insieme.

 

 

Inferno

(Vicino al numero romano, che indica il Canto, il numero arabo indica il primo verso tra quelli riportati; "e segg." è sempre omesso)

 

Quali fioretti dal notturno gelo

chinati e chiusi, poi che '1 sol li 'mbianca

si drizzan tutti aperti in loro stelo (II, 127)

 

... come li stornei ne portan l'ali

nel freddo tempo a schiera larga e piena (V - 40)

 

E come i gru van cantando i loro lai

facendo in aere di sé lunga riga (V -46)

 

Quali colombe dal disio chiamate,

con l'ali alzate e ferme, al dolce nido

vegnon per l'aer dal voler portate (V, 82)

 

sulla marina dove il Po discende

per aver pace co' seguaci sui (V -98)

 

Qual è quel cane ch'abbaiando agugna

e si racqueta poi che il pasto morde

ché solo a divorarlo intende e pugna (VI -28 )

 

Come le rane innanzi alla nemica

biscia per l'acqua si dileguan tutte,

fin ch'alla terra ciascuna s'abbica (IX, 76)

 

Qual è quel toro che si slaccia in quella

ch'a ricevuto già 'l colpo mortale,

che gir non sa ma qua e là saltella (XII, 22)

 

Non han sì aspri sterpi né sì folti

quelle fiere selvagge che in odio hanno

tra Cecina e Corneto i luoghi colti (XIII,7)

 

Come d'un stizzo verde ch'arso sia

da l'un de' capi, che dall'altra geme

e cigola per vento che va via (XIII, 40)

 

Cade in la selva, e non l'è parte scelta;

ma là dove fortuna la balestra,

quivi germoglia come gran di spelta,

surge in vermene ed in pianta silvestra (XIII, 97)

 

... da un rumor sorpresi

similmente a colui che venire

sente il porco e la caccia a la sua parte

ch'ode le bestie e le frasche stormire (XIII, 112)

 

... come cagne bramose e correnti

come veltri ch'uscir di catena (XIII, 125)

 

Piovean di foco dilatate falde

come di neve in alpe senza vento (XIV, 29)

 

non altrimenti fan di state i cani

or col ceffo, or col piè quando son morsi

o da pulci o da mosche o da tafani (XVII, 49)

 

... e di fuor trasse

la lingua come bue che 'l naso lecchi (XVII, 76)

 

Come 'l falcon ch'è stato assai sull'ali

che senza veder logoro od uccello

fa dire al falconiere: "Ohmè, tu cali!"

discende lasso onde si muove snello

per cento rote... (XVII,127)

 

E come all'orlo dell'acqua d'un fosso

stanno i ranocchi pur col muso fori,

sì che celano i piedi e l'altro grosso (XXII, 25)

 

Non altrimenti l'anitra di botto,

quando 'l falcon s'appressa giù s'attuffa (XXII, 130)

 

Non corse mai sì tosto acqua per doccia

a volger ruota di molin terragno (XXIII, 46)

 

Come il ramarro sotto la gran fersa

dei dì canicular, cangiando sepe

folgore par se la via attraversa (XXV, 79)

 

Quante il villan ch'al poggio si riposa,

nel tempo che colui che 'l mondo schiara

la faccia sua a noi tien men ascosa,

come la mosca cede alla zanzara,

vede lucciole giù per la vallea

forse colà dove vendemmia ed ara (XXVI, 25)

 

... correvano in quel modo

che il porco quando del porcil si schiude (XXX, 25)

 

E come gracidar si sta la rana

col muso fuor dell'acqua quando sogna

di spigolar sovente la villana (XXXII, 31)

 

 

Purgatorio

 

Dolce color d'oriental zaffiro

che s'accoglieva nel sereno aspetto (I, 13)

 

L'alba vincea l'ora mattutina

che fuggia innanzi, si che di lontano

conobbi il tremolar della marina (I, 115)

 

... là 've la rugiada

pugna col sole per essere in parte

ad orezza, poco si dirada (I, 121)

 

Come quando cogliendo biada o loglio,

li colombi adunati alla pastura,

queti, senza mostrar l'usato orgoglio

se cosa appare ond'elli abbian paura,

subitamente lasciano star l'esca,

perché assaliti son da maggior cura (II, 124)

 

Come le pecorelle escon dal chiuso

ad una, a due, a tre; e l'altre stanno

timidette atterrando l'occhio e 'l muso;

e ciò che fa la prima, l'altre fanno,

addossandosi a lei, s'ella s'arresta

semplici e quiete, e lo 'mperché non sanno (III, 79)

 

Maggiore aperta molte volte impruna

con una forcatella di sue spine

l'uom della villa quando l'uva imbruna (IV, 19)

 

... nell'aer si raccoglie

quell'umido vapor che in acqua riede

tosto che sale dove 'l freddo il coglie (V, 109)

 

ma lasciavane gir solo sguardando

a guisa di leon quando si posa (VI, 65)

 

Verdi come fogliette pur mo nate (VIII, 28)

 

... se mai nell'alpe

ti colse nebbia per la qual vedessi

non altrimenti che per pelle talpe;

come quando i vapori umidi e spessi

a diradar cominciassi, la spera

del sol debilemente entra con essi (XVII, 2)

 

Nell'ora che non può il calor diurno

intiepidar più il freddo della luna (XIX, 1)

 

Quale falcon che prima a' piè si mira

indi si volge al grido e si protende

per lo disìo del pasto che là il tira (XIX, 64)

 

... antica lupa

che più di tutte le altre bestie hai preda

per la tua fame, senza fine, cupa (XX, 10)

 

e come abete in alto si digrada

di ramo in ramo... (XXII,133)

 

Come gli augei che vernano verso 'l Nilo,

alcuna volta in aere fanno schiera

poi volan più in fretta e vanno a filo (XXIV, 64)

 

... mi scossi

come fan bestie spaventate e poltre (XXIV, 134)

 

E quale annunziatrice degli albori

l'aura di maggio muovesi ed olezza

tutta impregnata dall'erba e da' fiori (XXIV, 145)

 

E quale 'l cicognin che leva l'ala

per voglia di volar e non s'attenta

d'abbandonar lo nido e giù la cala (XXV, 10)

 

... il calor del sol che si fa vino

giunto all'omor che della vite cola (XXV, 77)

 

Così per entro loro schiera bruna

s'ammusa l'una con l'altra formica,

forse a spiar lor via e lor fortuna (XXVI, 34)

 

... disparve...

come per l'acqua il pesce andando a fondo (XXVI, 134)

 

Quali si fanno ruminando manse

le capre, state rapide e proterve

sopra le cime avante che sìen pranse

tacite all'ombra mentre che 'l sol ferve

guardate dal pastor, che 'n su la verga

poggiato s'è e loro poggiato serve;

e quale il mandrian che fuori alberga

lungo 'l peculio suo queto pernotta

guardando perché fiera non lo sperga (XXVII, 76)

 

Si come neve tra le vive travi

per lo dorso d'Italia si congela

soffiata e stretta dalli venti Schiavi;

poi liquefatta in se stessa trapela

pur che la terra, che perde ombra, spiri

sì che par foco fonder la candela (XXX, 85)

 

Ma tanto più maligno e più silvestro

si fa 'l terren col mal seme e non colto,

quant'egli ha più di buon vigor terrestro (XXX, 118)

 

Novo augelletto due o tre aspetta,

ma dinanzi dalli occhi di pennuti

rete si spiega indarno e si saetta (XXXI, 61)

 

E come vespa che ritragge l'ago (XXXII, 133)

 

 

Paradiso

 

... fossi assiso

com'a terra quete in foco vivo

 

... com'acqua recepe

raggio di luce permanendo unita (II, 35)

 

... come ai colpi de li caldi rai

della neve riman nudo 'l suggetto

e dal colore e dal freddo primai (II, 106)

 

Quali per vetri trasparenti e tersi,

over per acque nitide e tranquille,

tornan di nostri visi le postille

debili sì che perla in bianca fronte (III, 10)

 

... e cantando vanìo

come per acqua cupa cosa grave (III, 122)

 

Come agnel che lascia il latte

della sua madre e semplice e lascivo

seco medesmo a suo piacer combatte (V, 82)

 

Come 'n peschiera ch'è tranquilla e pura

traggono i pesci a ciò che vien di fuori

per modo che lo stimin lor pastura (V, 100)

 

... surge ad aprire

zefiro dolce le novelle fronde (XII, 46)

 

... sì come quei che stima

le biade in campo pria che sien mature.

Ch'io ho veduto tutto il verno prima

lo prun mostrarsi rigido e feroce,

poscia portar le rose in sulla cima (XIII, 131)

 

A guisa d'orizzonte che rischiari

e sì come al salir di prima sera

comincian per lo ciel nove parvenze

sì che la cosa pare e non par vera (XIV, 69)

 

E pare stella che tramuti loco

se non che dalla parte ond'el s'accende

nulla sen perde ed esso dura poco (XV, 16)

 

E come augelli surti di rivera

quasi congratulando a lor pasture

fanno di sé or tonda or lunga schiera (XVIII, 73)

 

Quasi falcone ch'esce di cappello,

move la testa e con l'ali si plaude

voglia mostrando e faccendosi bello (XIX, 34)

 

Quale sovresso il nido si rigira,

poi ch'ha pasciuto la cicogna i figli,

e come quel ch'è pasto, la rimira (XIX, 91)

 

Quando colui che tutto 'l mondo alluma,

dell'emisperio nostro sì discende,

e il giorno da ogni parte si consuma;

lo ciel, che sol di lui prima s'accende,

subitamente si rifà parvente

per molte luci in che una risplende (XX, 1)

 

Udir mi parve un mormorar di fiume

che scende chiaro giù di pietra in pietra

mostrando l'ubertà del suo cacume (XX, 19)

 

Quale allodetta che 'n aere spazia,

prima cantando, e poi tace contenta

dell'ultima dolcezza che la sazia (XX, 73)

 

E come per lo natural costume

le pole insieme a cominciar lo giorno,

si muovono a scaldar le fredde piume,

poi altre vanno via senza ritorno

altre rivolgon sé onde son mosse,

e altre roteando fan soggiorno (XXI, 34)

 

Come l'augello intra l'amate fronde

posato al nido de' suoi dolci nati,

la notte che le cose ci nasconde,

che, per veder gli aspetti desiati

e per trovar lo cibo onde li pasca,

in che gravi labor gli sono aggrati

previene 'l tempo in su l'aperta frasca,

e con ardente affetto il sole aspetta,

fiso guardando pur che l'alba nasca (XXIII, 1)

 

Sì come quando il colombo si pone

presso al compagno, l'uno all'altro pande,

girando e mormorando l'affezione (XXV, 19)

 

Come la fronda che flette la cima

nel transito del vento e poi si leva

per la propria virtù che la sublima (XXVI, 85)

 

Di quel color che per lo sole avverso

nube dipinge da sera e da mane

vid'io allora tutto il ciel cosperso (XXVII, 28)

 

... la pioggia continua converte

in bozzacchioni le susine vere (XXVII, 125)

 

Sì che le pecorelle che non sanno,

tornan dal pasco pasciute di vento

e non le scusa non veder lo danno (XXIX, 106)

 

E come clivo in acqua di suo imo

si specchia quasi per vedersi adorno

quando è nel verde e ne' fioretti opimo (XXX, 109)

 

Sì come schiera d'api che s'infiora

una fiata, e una si ritorna

là dove il suo laboro s'insapora (XXXI, 7)

 

... e come di mattina

la parte oriental dell'orizzonte

soverchia quella dove 'l sol declina (XXXI, 118)

 

(L'ALIGHIERI DELLA COMMEDIA DI FRONTE ALLA NATURA: pubblicato sulla rivista Pro Natura)
 

   

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pubblicato il 02 Marzo 2001

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