|
Dante ricorre spesso, nel suo poema
didascalico-allegorico, a similitudini che hanno per
soggetto animali e aspetti della natura nelle sue
svariate manifestazioni. Tutti sappiamo della rigorosità
di questo grandissimo, della sua attendibilità ove
riporti notizie storiche, ove tratti di scienza o di
geografia, ove affronti concezioni filosofiche.
Ettolitri di inchiostro sono stati versati per scrivere
di lui come poeta, come uomo di parte, come essere
umano, come prosatore, come credente; ma mentre rileggo
il suo ineguagliabile capolavoro, dall'imponente
architettura e dal contenuto sempre adeguato, un'idea mi
tenta; l'idea, cioè, di un altro aspetto di Dante.
Aspetto che forse non ha avuto sufficiente forza
d'attrazione per i suoi studiosi perché abbagliati dalle
molte facce rutilanti della sua mente poliedrica. Alludo
ad un presunto Dante naturalista; un Dante che, se
avesse voluto trattare l'argomento, o se il problema
ecologico che tormenta il nostro sonno avesse avuto ai
suoi tempi la triste priorità che ha oggigiorno, avrebbe
potuto agevolmente andare "di pari come buoi che vanno
al giogo" con l'amato Virgilio delle Bucoliche e
delle Georgiche.
Il Sapegno, in una nota critica al XII Canto dell'Inferno
definisce quello di Dante "linguaggio fortemente
realistico". Ecco il punto: Dante osserva con occhio
attento per trarre poi i suoi paragoni calzanti,
suggestivi. Osservare scrupolosamente, quindi
descrivere: due momenti necessari e correlati; mentre la
simpatia, l'affetto, l'amore sono gli elementi non
necessari che si inseriscono solo in alcuni casi; ma io
vedo nelle molte similitudini dantesche una tenera
partecipazione.
Consideriamo un entomologo, un ornitologo, uno zoologo o
un botanico; essi osserveranno attentamente animali e
piante, come individui isolati o associati; ne
studieranno l'habitat, il ciclo biologico, le reazioni
istintive e le consuetudini acquisite, senza mai perdere
di vista lo scopo principale delle loro osservazioni che
serviranno ad una catalogazione fredda di piante e di
animali; e con ogni probabilità capiterà loro di
dimenticare di avere tra le mani o sotto gli occhi una
piccola o grande creatura che può suscitare tenerezza;
un aspetto della natura pieno di poesia. Dunque, tra il
cervello dello scienziato e il vetrino del microscopio o
il luogo dell'appostamento, non necessariamente il cuore
trova spazio.
Ma l'Alighieri, nonostante la sua rigorosità
scientifica, non è uno scienziato; egli è un poeta, è un
uomo passionale che osserva con occhio attento, non
disgiunto da un cuore vibrante. E mentre osserva ecco
l'afflato poetico che gli farà dire nel XXIV Canto del
Purgatorio: "… I' mi son un che, quando / Amor mi
spira, noto, ed a quel modo /ch'e' ditta dentro, vo
significando".
Proviamo ad inoltrarci nel favoloso, complesso mondo
dantesco e subito la musica, il ritmo sempre attuali,
delle sue meravigliose terzine creeranno intorno a noi
un'atmosfera di pura poesia che i secoli non sono ancora
riusciti ad ossidare.
Vorrei aggiungere che anche là dove la fluidità di tale
poesia ci può apparire meno perfetta perché rallentata
dagli intenti moralistici del Poeta, pure sono convinta
che questi sono impacci di pochissimo conto se noi li
rapportiamo alla maestosa, euritmica mole dell'insieme.
Inferno
(Vicino al numero romano, che indica il Canto, il numero
arabo indica il primo verso tra quelli riportati; "e
segg." è sempre omesso)
Quali fioretti dal
notturno gelo
chinati e chiusi,
poi che '1 sol li 'mbianca
si drizzan tutti
aperti in loro stelo (II, 127)
... come li stornei
ne portan l'ali
nel freddo tempo a
schiera larga e piena (V - 40)
E come i gru van
cantando i loro lai
facendo in aere di
sé lunga riga (V -46)
Quali colombe dal
disio chiamate,
con l'ali alzate e
ferme, al dolce nido
vegnon per l'aer dal
voler portate (V, 82)
sulla marina dove il
Po discende
per aver pace co'
seguaci sui (V -98)
Qual è quel cane
ch'abbaiando agugna
e si racqueta poi
che il pasto morde
ché solo a divorarlo
intende e pugna (VI -28 )
Come le rane innanzi
alla nemica
biscia per l'acqua
si dileguan tutte,
fin ch'alla terra
ciascuna s'abbica (IX, 76)
Qual è quel toro che
si slaccia in quella
ch'a ricevuto già 'l
colpo mortale,
che gir non sa ma
qua e là saltella (XII, 22)
Non han sì aspri
sterpi né sì folti
quelle fiere
selvagge che in odio hanno
tra Cecina e Corneto
i luoghi colti (XIII,7)
Come d'un stizzo
verde ch'arso sia
da l'un de' capi,
che dall'altra geme
e cigola per vento
che va via (XIII, 40)
Cade in la selva, e
non l'è parte scelta;
ma là dove fortuna
la balestra,
quivi germoglia come
gran di spelta,
surge in vermene ed
in pianta silvestra (XIII, 97)
... da un rumor
sorpresi
similmente a colui
che venire
sente il porco e la
caccia a la sua parte
ch'ode le bestie e
le frasche stormire (XIII, 112)
... come cagne
bramose e correnti
come veltri ch'uscir
di catena (XIII, 125)
Piovean di foco
dilatate falde
come di neve in alpe
senza vento (XIV, 29)
non altrimenti fan
di state i cani
or col ceffo, or col
piè quando son morsi
o da pulci o da
mosche o da tafani (XVII, 49)
... e di fuor trasse
la lingua come bue
che 'l naso lecchi (XVII, 76)
Come 'l falcon ch'è
stato assai sull'ali
che senza veder
logoro od uccello
fa dire al
falconiere: "Ohmè, tu cali!"
discende lasso onde
si muove snello
per cento rote...
(XVII,127)
E come all'orlo
dell'acqua d'un fosso
stanno i ranocchi
pur col muso fori,
sì che celano i
piedi e l'altro grosso (XXII, 25)
Non altrimenti
l'anitra di botto,
quando 'l falcon
s'appressa giù s'attuffa (XXII, 130)
Non corse mai sì
tosto acqua per doccia
a volger ruota di
molin terragno (XXIII, 46)
Come il ramarro
sotto la gran fersa
dei dì canicular,
cangiando sepe
folgore par se la
via attraversa (XXV, 79)
Quante il villan
ch'al poggio si riposa,
nel tempo che colui
che 'l mondo schiara
la faccia sua a noi
tien men ascosa,
come la mosca cede
alla zanzara,
vede lucciole giù
per la vallea
forse colà dove
vendemmia ed ara (XXVI, 25)
... correvano in
quel modo
che il porco quando
del porcil si schiude (XXX, 25)
E come gracidar si
sta la rana
col muso fuor
dell'acqua quando sogna
di spigolar sovente
la villana (XXXII, 31)
Purgatorio
Dolce color
d'oriental zaffiro
che s'accoglieva nel
sereno aspetto (I, 13)
L'alba vincea l'ora
mattutina
che fuggia innanzi,
si che di lontano
conobbi il tremolar
della marina (I, 115)
... là 've
la rugiada
pugna col sole per
essere in parte
ad orezza, poco si
dirada (I, 121)
Come quando
cogliendo biada o loglio,
li colombi adunati
alla pastura,
queti, senza mostrar
l'usato orgoglio
se cosa appare
ond'elli abbian paura,
subitamente lasciano
star l'esca,
perché assaliti son
da maggior cura (II, 124)
Come le pecorelle
escon dal chiuso
ad una, a due, a
tre; e l'altre stanno
timidette atterrando
l'occhio e 'l muso;
e ciò che fa la
prima, l'altre fanno,
addossandosi a lei,
s'ella s'arresta
semplici e quiete, e
lo 'mperché non sanno (III, 79)
Maggiore aperta
molte volte impruna
con una forcatella
di sue spine
l'uom della villa
quando l'uva imbruna (IV, 19)
... nell'aer si
raccoglie
quell'umido vapor
che in acqua riede
tosto che sale dove
'l freddo il coglie (V, 109)
ma lasciavane gir
solo sguardando
a guisa di leon
quando si posa (VI, 65)
Verdi come fogliette
pur mo nate (VIII, 28)
... se mai nell'alpe
ti colse nebbia per
la qual vedessi
non altrimenti che
per pelle talpe;
come quando i vapori
umidi e spessi
a diradar
cominciassi, la spera
del sol debilemente
entra con essi (XVII, 2)
Nell'ora che non può
il calor diurno
intiepidar più il
freddo della luna (XIX, 1)
Quale falcon che
prima a' piè si mira
indi si volge al
grido e si protende
per lo disìo del
pasto che là il tira (XIX, 64)
... antica lupa
che più di tutte le
altre bestie hai preda
per la tua fame,
senza fine, cupa (XX, 10)
e come abete in alto
si digrada
di ramo in ramo...
(XXII,133)
Come gli augei che
vernano verso 'l Nilo,
alcuna volta in aere
fanno schiera
poi volan più in
fretta e vanno a filo (XXIV, 64)
... mi scossi
come fan bestie
spaventate e poltre (XXIV, 134)
E quale
annunziatrice degli albori
l'aura di maggio
muovesi ed olezza
tutta impregnata
dall'erba e da' fiori (XXIV, 145)
E quale 'l cicognin
che leva l'ala
per voglia di volar
e non s'attenta
d'abbandonar lo nido
e giù la cala (XXV, 10)
... il calor del sol
che si fa vino
giunto all'omor che
della vite cola (XXV, 77)
Così per entro loro
schiera bruna
s'ammusa l'una con
l'altra formica,
forse a spiar lor
via e lor fortuna (XXVI, 34)
... disparve...
come per l'acqua il
pesce andando a fondo (XXVI, 134)
Quali si fanno
ruminando manse
le capre, state
rapide e proterve
sopra le cime avante
che sìen pranse
tacite all'ombra
mentre che 'l sol ferve
guardate dal pastor,
che 'n su la verga
poggiato s'è e loro
poggiato serve;
e quale il mandrian
che fuori alberga
lungo 'l peculio suo
queto pernotta
guardando perché
fiera non lo sperga (XXVII, 76)
Si come neve tra le
vive travi
per lo dorso
d'Italia si congela
soffiata e stretta
dalli venti Schiavi;
poi liquefatta in se
stessa trapela
pur che la terra,
che perde ombra, spiri
sì che par foco
fonder la candela (XXX, 85)
Ma tanto più maligno
e più silvestro
si fa 'l terren col
mal seme e non colto,
quant'egli ha più di
buon vigor terrestro (XXX, 118)
Novo augelletto due
o tre aspetta,
ma dinanzi dalli
occhi di pennuti
rete si spiega
indarno e si saetta (XXXI, 61)
E come vespa che
ritragge l'ago (XXXII, 133)
Paradiso
...
fossi assiso
com'a terra quete in
foco vivo
... com'acqua recepe
raggio di luce
permanendo unita (II, 35)
... come ai colpi de
li caldi rai
della neve riman
nudo 'l suggetto
e dal colore e dal
freddo primai (II, 106)
Quali per vetri
trasparenti e tersi,
over per acque
nitide e tranquille,
tornan di nostri
visi le postille
debili sì che perla
in bianca fronte (III, 10)
... e cantando vanìo
come per acqua cupa
cosa grave (III, 122)
Come agnel che
lascia il latte
della sua madre e
semplice e lascivo
seco medesmo a suo
piacer combatte (V, 82)
Come 'n peschiera
ch'è tranquilla e pura
traggono i pesci a
ciò che vien di fuori
per modo che lo
stimin lor pastura (V, 100)
... surge ad aprire
zefiro dolce le
novelle fronde (XII, 46)
... sì come quei che
stima
le biade in campo
pria che sien mature.
Ch'io ho veduto
tutto il verno prima
lo prun mostrarsi
rigido e feroce,
poscia portar le
rose in sulla cima (XIII, 131)
A guisa d'orizzonte
che rischiari
e sì come al salir
di prima sera
comincian per lo
ciel nove parvenze
sì che la cosa pare
e non par vera (XIV, 69)
E pare stella che
tramuti loco
se non che dalla
parte ond'el s'accende
nulla sen perde ed
esso dura poco (XV, 16)
E come augelli surti
di rivera
quasi congratulando
a lor pasture
fanno di sé or tonda
or lunga schiera (XVIII, 73)
Quasi falcone
ch'esce di cappello,
move la testa e con
l'ali si plaude
voglia mostrando e
faccendosi bello (XIX, 34)
Quale sovresso il
nido si rigira,
poi ch'ha pasciuto
la cicogna i figli,
e come quel ch'è
pasto, la rimira (XIX, 91)
Quando colui che
tutto 'l mondo alluma,
dell'emisperio
nostro sì discende,
e il giorno da ogni
parte si consuma;
lo ciel, che sol di
lui prima s'accende,
subitamente si rifà
parvente
per molte luci in
che una risplende (XX, 1)
Udir mi parve un
mormorar di fiume
che scende chiaro
giù di pietra in pietra
mostrando l'ubertà
del suo cacume (XX, 19)
Quale allodetta che
'n aere spazia,
prima cantando, e
poi tace contenta
dell'ultima dolcezza
che la sazia (XX, 73)
E come per lo
natural costume
le pole insieme a
cominciar lo giorno,
si muovono a scaldar
le fredde piume,
poi altre vanno via
senza ritorno
altre rivolgon sé
onde son mosse,
e altre roteando fan
soggiorno (XXI, 34)
Come l'augello intra
l'amate fronde
posato al nido de'
suoi dolci nati,
la notte che le cose
ci nasconde,
che, per veder gli
aspetti desiati
e per trovar lo cibo
onde li pasca,
in che gravi labor
gli sono aggrati
previene 'l tempo in
su l'aperta frasca,
e con ardente
affetto il sole aspetta,
fiso guardando pur
che l'alba nasca (XXIII, 1)
Sì come quando il
colombo si pone
presso al compagno,
l'uno all'altro pande,
girando e mormorando
l'affezione (XXV, 19)
Come la fronda che
flette la cima
nel transito del
vento e poi si leva
per la propria virtù
che la sublima (XXVI, 85)
Di quel color che
per lo sole avverso
nube dipinge da sera
e da mane
vid'io allora tutto
il ciel cosperso (XXVII, 28)
... la pioggia
continua converte
in bozzacchioni le
susine vere (XXVII, 125)
Sì che le pecorelle
che non sanno,
tornan dal pasco
pasciute di vento
e non le scusa non
veder lo danno (XXIX, 106)
E come clivo in
acqua di suo imo
si specchia quasi
per vedersi adorno
quando è nel verde e
ne' fioretti opimo (XXX, 109)
Sì come schiera
d'api che s'infiora
una fiata, e una si
ritorna
là dove il suo
laboro s'insapora (XXXI, 7)
... e come di
mattina
la parte oriental
dell'orizzonte
soverchia quella
dove 'l sol declina (XXXI, 118)
(L'ALIGHIERI DELLA COMMEDIA DI FRONTE
ALLA NATURA:
pubblicato
sulla rivista Pro Natura)

|