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Possono
esistere vari motivi che ci spingono a leggere un
libro: esso ci è stato consigliato caldamente da una
persona che stimiamo; ce lo ha regalato un tizio,
accidenti a lui!, che può permettersi di chiedercene
conto; la sfera mediatica ha battuto la grancassa in
suo favore; ci incuriosisce il fatto di aver
rinvenuto il volume, incuneatosi a nostra insaputa e
che oramai non ricordavamo più di possedere, tra la
parete e il dorso della libreria di casa; ha un
titolo intrigante; lo ha scritto un tale di cui già
leggemmo qualcosa che ci piacque... Di motivi ce ne
possono essere anche altri, ma naturalmente quello
che basta da solo è l'amore per la lettura. Tuttavia
questo amore, per profondo che sia, non è mai
onnicomprensivo: ciascuno ha le sue predilezioni.
Bene, nemmeno io leggo in modo indiscriminato e, per
non sprecare energie, tempo fa confezionai una
formuletta come grossolano spartiacque, tanto per
cominciare, e che fa da mio parametro personale:
costui/costei sa scrivere. È un distinguo utilissimo
che mi dà subito la possibilità di decidere: leggerò
questo libro, non leggerò questo libro. La lettura
di due o tre facciate è bussola idonea per
orientarci in un senso o nell'altro.
Cuore di
cuoio
l'ho
letto tutto. Ciò va inteso in senso assoluto anche
se esiste una piccola riserva. Difatti ne ho
tralasciato alcuni paragrafi, quelli cioè dove
vengono descritti maltrattamenti, crudeltà
episodiche, torture verso gli animali. La violenza,
ogni tipo di violenza, mi sconvolge, soprattutto
quando è consumata a danno di innocenti. E dove sta
un essere più innocente di un animale ‑ dal
moscerino alla balena ‑ che agisce seguendo
meccanicamente i suoi istinti i quali non si è certo
cucito addosso da sé?
Per
quanto riguarda il libro in questione ho usato il
climax ascendente, mantenendomi sulle generali,
poiché, avendo saltato i paragrafi, secondo me
incriminabili, non saprei quali di questi tre
sostantivi dovrebbe essere usato nel caso specifico.
Torniamo
alla mia forse peregrina affermazione sull'innocenza
degli animali: credo di non essere lontana dal vero
figurandomi la faccia di eventuali lettori o
ascoltatori alterata in modo assai evidente da una
di queste tre espressioni (o magari da un amalgama
che ne vede impegnate due o tutte). Esse sono
derisione, sconcerto, disapprovazione schifata; il
tutto, forse, con la colonna sonora di un convinto e
accalorato: "Ma che c'entra? Non si può parlare di
innocenza riferendosi alle bestie: è un offendere la
dignità dell'uomo in quanto essere dotato di
intelligenza e di ragione." Chi poi considera la
vita alla luce dei riflettori fideistici aggiunge il
"suo" assiomatico: "Le bestie sono state create per
essere poste al servizio dell'uomo." Dopo di che il
coro misto riprende compatto:"Questa è la realtà e
bisogna accettarla così come si presenta. Che
bisogno c'è di avvelenarci con tante domande
inutili?"
D'accordo, realtà ineluttabile in cui siamo immersi
e da cui siamo sommersi; condanna senza possibilità
di appello. Io però una domandina continuo a pormela
mio malgrado: Tra i servizi che le bestie sono
obbligate a prestarci, c'è anche quello di mezzo di
sfogo degli istinti sadici di alcuni di noi?
Fine del
pistolotto e ripresa dell'argomento principale.
Ripresa che inizia con un'ipotetica domanda
legittima e con relativa mia risposta. "Come si può
incriminare uno scritto senza averlo letto?" "Molto
semplice: basta scorrere un paio di righe per capire
dove l'autore andrà a parare. Dopo di che si passa
al paragrafo seguente, e all'altro ancora se la
descrizione viene protratta. C'è sempre una parola
chiave che salta all'occhio e che fa da guida per
avvertire che non è ancora tempo di abbassare la
guardia."
Il
giochetto di saltare i paragrafi "scottanti" l'ho
sempre fatto a mia memoria con ogni autore eccelso o
meno eccelso, e continuerò a farlo considerandolo
legittima difesa... anche se sono edotta del fatto
che lo struzzo è ritenuto sprovveduto disprezzabile
vigliacco.
Questa
mia posizione tuttavia non deve trarre in inganno.
Assicuro che riesco sempre a mantenermi obiettiva ‑
non certo con serena noncuranza, confesso ‑ nel
senso che pongo rigidi paletti tra l'uomo e
l'artista. Un uomo, nelle vesti d'artista, quando lo
è veramente, è altri da sé.
Prova
della mia obiettività è che l'argomento trattato da
Argentina rappresenta quanto di più lontano si possa
immaginare dai miei interessi.
Uno
scrittore ha sempre un suo modo di proporsi al
pubblico: tacere o sottintendere, in modo più o meno
velato, il volgare, il brutale, l'erotismo
compiaciuto; adottare la tattica del dire quello e
tacere questo con intento consolatorio; oppure
scrivere dalla a alla zeta, senza velami, tutto
quanto accade in questo strano mondo che fa da
palcoscenico all'uomo sempre nel ruolo di primo
attore. Per quanto riguarda il modo, dunque,
prescindendo dal contenuto che va considerato a
parte, ogni scelta è rispettabile come lo è il fatto
di condividerla o meno. In Cuore di cuoio
l'autore ha optato per il nudo e crudo, senza mezzi
termini, mantenendosi fedele a tale scelta dal
principio alla fine. Serietà dunque, supportata
dalla profonda conoscenza dell'argomento prescelto:
il mondo del calcio.
Le
nozioni tecniche e le notizie di cronaca che
riguardano tale sport fluiscono dalla penna di
Argentina con grande disinvoltura in modo che i
personaggi ne risultano sbalzati, dai calciatori,
alle tifoserie, agli allenatori e a quanti altri
che, con il pallone, abbiano a che fare attivamente.
Si può pensare che l'argomento abbia già insita
garanzia di successo. Quale ragazzo che legga questo
libro non si immedesimerà in Krol facendone un
modello, un idolo? Può essere, ma è altrettanto vero
che, senza la perizia del suo autore, l'opera non
andrebbe molto lontano.
Abbiamo
visto che uno scrittore sceglie parole e frasi con
le quali comunicare accadimenti, stati d'animo,
pensieri e così via; ma ciò non basta:
l'assemblaggio deve essere poi veicolato dalla
pagina scritta al fruitore mediante un ponte.
Argentina ha scelto quello che va sotto il nome
dell'io narrante. Modo questo di comunicare che,
talvolta, cattura chi legge in maniera maggiore che
non quello dello scrittore onnisciente.
Camillo
Marlo è un protagonista solido; egli, per forza di
cose, è sempre in scena e in primo piano,
mantenendosi in tale posizione senza forzature.
Figura a tutto tondo quindi, molto bene accompagnata
dai "compari" coprotagonisti che riescono sempre ad
emergere, ben definiti in tale ruolo, al punto che
quasi non si può immaginare Krol senza di essi.
Anche se il loro spessore psicologico non è corposo
come quello del narratore, pure sono figure
caratterizzate da peculiarità salienti. Una di esse
è la lealtà, collante prezioso che tiene uniti gli
uni agli altri; ma anche un'innocua amoralità li
unisce; quell'amoralità che permette di ricorrere a
sotterfugi, astuzie, bugie che permettono di
defilarsi davanti ai propri doveri o a nascondere
marachelle. Il tutto comunque non sorpassa mai un
certo limite poiché in ciascuno di essi un innato
sano senso della famiglia fa da freno. Famiglie
della cui compagine si sentono parte integrante, le
quali si indovinano alle loro spalle; al massimo si
intravedono più che vedersi; esclusa quella di Marlo,
ben concreta.
C'è
ancora una scelta che deve compiere lo scrittore che
si accinge a produrre: puntare prevalentemente sui
dialoghi tra i personaggi o dare maggior spazio alla
descrizione di sentimenti, atmosfere, luoghi,
sensazioni?
Argentina
riserva buono spazio ai dialoghi che fa svelti,
lineari, senza intenti dialettici, proprio come si
addice ai personaggi che li sostengono, al gruppo di
questi adolescenti non ancora battezzato da incisive
esperienze che possono affinare capacità
speculative. Ragazzi ancora tutti totalmente immersi
nel presente, da cui si lasciano fagocitare, tesi
come sono a scoprire quello che il mondo è pronto a
dare ‑ anzi, è tenuto a dare ‑ e non ancora
interessati ad ipotecare il futuro con progetti
definiti.
Abbiamo
detto che l'autore di Cuore di cuoio riserva
buono spazio ai dialoghi non certo a detrimento
delle descrizioni che incontriamo snelle e puntuali
in modo da raggiungere quell'equilibrio che fa della
narrativa qualcosa di godibile. Il tutto è poi
condito da un misurato e piacevole senso
dell'umorismo. Gli sfottò, i paragoni, i doppi
sensi, gli insulti bonari, gli intercalari quasi
sempre molto sboccati (il linguaggio scurrile fa
parte della scelta espressiva dell'autore),
interrotti di tanto in tanto dalle uscite eleganti,
dal parlare forbito del "saputo Panzerotto", il
colto della compagnia, formano un mondo compatto che
conferisce patina di verosimiglianza all'utopico
"uno per tutti e tutti per uno", bandiera e forza
coesiva di questa decina di "ragazzini [...] tutti
fatti di lingua". "[Essi] Sono assurdi, sfegatati,
monomaniaci, duri, grandiosi" (Giulio Mozzi).
Si è
parlato di umorismo che serpeggia durante tutto il
libro. Facciamo qualche esempio: "Carlomagno doveva
spararsi un altro paio di guerre piuttosto di
mettersi in testa 'sta storia della scuola." È il
lamento di Krol nel cui cervello non c'è il benché
minimo spazio che non sia per una sfera di cuoio ed
uno stadio con la dovuta, colorata turbolenta
scenografia. Troviamo anche il povero Leopardi
ridotto a Jack Leopard e a The Gob, mentre al
Pascoli si accolla una cavallina storpia.
Qui
Argentina dimostra una buona conoscenza degli
studenti: è di tutti il desiderio di dissacrazione,
sia che amino sia che non amino... Carlomagno. Che
dire poi della povera insegnante Nanettabella? Si
potrebbe continuare.
Purtroppo, come sta scritto nelle ferree leggi che
regolano le cose terrene, anche la storia del nostro
protagonista finisce. Ma si sa: la linea che
congiunge l'alfa e l'omega di ciascun individuo non
è né piana né retta: essa presenta continui ostacoli
da superare e svolte obbligate. La vita bastona
sempre e ogni volta ne usciamo meno agguerriti, più
vulnerabili, più pavidi. E più frastornati, quando
siamo costretti a constatare che abbiamo superato
una svolta senza ritorno.
Per il
povero Krol il primo impatto lacerante con la realtà
è la caduta rovinosa dall'alto di un sogno ardito
che pure fu lì lì per realizzarsi: entrare nella
Juventus. E noi assistiamo partecipi alla patente
caduta e morte del SOGNO, di quella chimera che
Marlo stesso ci aveva invitato a condividere nei
suoi "Sogni ultrà" uno, due e tre.
Oramai il
ginocchio è andato. È facile immaginare come il
poveretto si trovi in preda a disperazione, rabbia,
amarezza. "Verrà un'altra occasione," lo rincuora
frettolosamente mister Cavallo, e poi sparisce." Non
"se ne va" o "esce", ma sparisce: verbo che
inchioda, che sembra risucchiare e distruggere ogni
speranza di rinascita. Ciononostante il ragazzo
spera ancora. E chi non nutre fino al tragicomico
questa dea? A maggior ragione lo può fare un
sedicenne. Ma tra un fiotto di speranza e l'altro
s'insinua il fatto che egli sa "di un casino di
cristiani che, per i legamenti, hanno lasciato il
pallone e qualcuno è rimasto pure zoppo."
Nel
frattempo intorno a lui si salda un anello d'amore,
d'affetto. Persino il padre-padrone, "che con gli
altri è sempre gentile", "quasi quasi" l'abbraccia;
esce dal suo carapace, s'intenerisce e, con scarne
parole, dimostra che a questo figlio lui ha sempre
voluto bene; mentre la madre, tenera e complice,
colma d'amore come tutte le madri, ma succuba del
suo uomo, intensifica il significato della sua
presenza. Ci sono i "compari" che non l'abbandonano;
infine c'è Twente che da questo momento assumerà un
ruolo assai importante. Ella l'accompagna a vedere
giocare gli altri, gli telefona premurosa, sopporta
il suo umore nero; in poche parole si annulla per
lui. Ci troviamo di fronte ad un ragazzo che ha
svoltato l'angolo per la prima volta. Quella che
fino a pochissimo tempo prima era stata la cosa più
importante della sua vita incomincia a sfaldarsi
fino a che gli cadrà ai piedi come una pelle di
muta. Senza rendersi conto che il gesto verrà a
suggellare il cambiamento, sacrifica il suo
pallone-icona ritagliandone un cuore intorno al
sacro autografo di Erasmo Jacovone (Jacogol) per
regalarlo alla ragazza che lo ama. Nel contempo farà
una scoperta importante: si accorgerà che il pallone
e gli amici vengono dopo l'amore che rimane il perno
incontrastato intorno al quale ruota la vita.
"Indicativo presente" è il titolo della collana che
ospita Cuore di cuoio. Indicativo = modo
della realtà; presente = tempo attuale.
Significativo. Argentina infatti si cala d'autorità
nel mondo adolescenziale, si può dire dei nostri
giorni, anche se sono passati vari anni; mondo dove
premono curiosità, pulsioni, fermenti, che sono gli
stigmi che ci si aspetta di trovare. Non vicinissimo
a, ma nemmeno lontanissimo da questo particolare
territorio, si ha l'impressione (forse per la
consapevolezza che nessuno scrittore è immune
dall'autobiografismo) che Argentina abbia vissuto
direttamente le vicende che narra, quanto meno che
altri sotto i suoi occhi lo abbia fatto. È come che
il ricordo di quel vissuto, ammiccanti complici
l'allora con l'adesso, susciti una catena di
immagini limpide, coinvolgenti, ricreando il clima
di una irreversibile primavera.
Tale
completa adesione fa sì che, in quest'opera, la
cultura di vita prevalga su quella libresca.
Veniamo
ora all'uso che Argentina fa del dialetto tarantino.
Già si vede questa commistione in Gadda e in
Camilleri, aggiungerei anche Stefano D'Arrigo, pure
se forse l'uso della lingua frammista al vernacolo
nel suo Horcynus Orca è così audacemente
innovativo da farne un caso sui generis.
Ecco, a differenza di costoro, il nostro autore
risulta meno intelligibile perché per il vernacolo
si prende uno spazio così grande da costringere la
comprensione in un ambito notevolmente inferiore
all'angolo giro. In più "il dialetto di tutti"
convive con "il gergo dei ragazzini" (Giulio Mozzi).
A questo
punto è d'obbligo una precisazione. Personalmente
non ho proprio nulla contro i dialetti, considerato
poi che in Italia non si può parlare di dialetti
regionali o provinciali, ma si deve tener conto che
ogni comune ne ha uno proprio il quale si
differenzia, sia pure per una sola vocale in alcune
parole, da quello del comune confinante. Di dialetti
ne ho sentiti moltissimi, subendo di ciascuno il
fascino e ritengo che tutti possiedano una loro
dignità; la dignità conseguente all'importanza di un
genuino mezzo di comunicazione interpersonale.
Assistiamo in questi ultimi anni ad una
rivisitazione, più che ad una rivalutazione, dei
dialetti; ciò purtroppo è il segnale, su cui non
possiamo equivocare, che essi ormai sono sulla via
inarrestabile dell'estinzione.
Per
chiarire ulteriormente il mio rapporto con i
dialetti, dirò che io stessa conosco così a fondo
quello di un comune della Bassa bresciana che ho
potuto portare a termine, su di esso, uno studio
talmente articolato che mi vide impegnata per oltre
un ventennio. Per tornare ad Argentina, appunto per
la varietà di dialetti di cui ho detto sopra, non si
può negare che un milanese è impossibilitato ad
intendersi con un napoletano se entrambi non
ricorrono alla lingua nazionale. E così dalle Alpi
alla Sicilia.
Forse
questa considerazione scaturisce dalla mia fiducia
cieca nel valore universale della scrittura
(narrativa, poesia, saggio), perciò ritengo che ogni
scrittore (e Argentina lo è), nel momento stesso in
cui decide di darsi allo scrivere, si vincoli con
doveri precisi verso il prossimo, in primis
quello di farsi capire, non tanto rifuggendo dal
concettoso, dall'avanguardistico, quanto facendo uso
di un linguaggio che qualsiasi connazionale possa
intendere. Un'opinione, del resto, che cade davanti
al riconoscimento del diritto alla libera scelta.
Così come
libera scelta è anche l'uso che Argentina fa della
grafia "c'ho", "c'hanno" e via coniugando, dando
alla "c'", di volta in volta valore di avverbio di
luogo (ridondante) o di pronome personale
complemento. In lui troviamo addirittura un "sedic'anni"
che ci lascia perplessi.
Già nel
secondo dopoguerra alcuni autori usano "ci" come
avverbio di luogo nella forma ridondate per
avvicinarsi di più, in un contesto di democrazia
emergente, al parlato quotidiano dell'uomo della
strada, onde acculturarlo; a quell'uomo che fa da
base anonima alla Storia. Oggi si va oltre
eliminando la "i" senza preamboli per sostituirla
con l'apostrofo. Lo ascoltiamo anche dai nostri
presentatori televisivi, del resto; senonché l'orale
ha sullo scritto il vantaggio del sonoro. Io odo
"ciò", "ciai", eccetera, mentre leggo "cò", "cai"
eccetera. Una discrepanza che può (o deve ormai)
essere vanificata dalla prassi del parlato la quale
porta automaticamente a trasformare l'apostrofo
in"i"? In effetti non viene difficile farlo perché
il ragionamento richiede tempo mentre l'empirismo
cammina più sveltamente.
Per la
mia piena adesione al pensiero dei puristi (se si
vuole diciamo pure retrogrado conservatorismo in
questo campo), davanti a siffatte forme mi viene da
arricciare il naso. D'accordo, sono pronta ad
ammettere che le regole ortografiche, grammaticali e
sintattiche sulle quali si basa una lingua sono
convenzioni; d'altro canto indispensabili per poter
comunicare, non tanto tra connazionali che si
capirebbero anche senza l'uso corretto delle parti
del discorso, ma tra popoli diversi, proprio perché
tali convenzioni sono ben ordinate in dizionari e
grammatiche, unici mezzi per studiare gli uni la
lingua degli altri, visto il fallimento
dell'esperanto.
C'è chi
sostiene che la lingua è un bene mobile (povero
Basilio Puoti, chissà che scricchiolamento di ossa a
furia di girarsi e rigirarsi nella tomba!) e
ricorrono al grande tra i grandi per formulare una
domanda retorica, la quale, secondo loro, è
risolutiva data la risposta scontata: "Potremmo
oggigiorno servirci della lingua usata da Dante?" A
mia volta rispondo con un'altra domanda pur sapendo
che questo non è il modo per dirimere una
controversia: "Previa l'indispensabile aggiunta dei
numerosissimi neologismi e italianizzando il più
possibile i termini stranieri (soprattutto inglesi),
sull'esempio della Francia che francesizza molto,
perché no?"

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