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L'ultimo mio intervento nella rubrica "Sotto
questo cielo" è consistito nel porgere
Teatro
del Pioppo,
un racconto tratto dalla mia raccolta edita
Nodo scorsoio.
Desidero ora proporre un altro racconto sempre
imperniato sul teatro, che mostra una realtà
opposta: in
Teatro
del Pioppo
abbiamo un attore fallito, mentre in Palcoscenico,
c'è l'attore che ha toccato la vetta suprema della
fama.
Il Grande
Vecchio, dopo aver mormorato un meccanico saluto ed
avere udito il lieve scatto della comunicazione
interrotta, rimase per alcuni secondi a fissare la
cornetta del telefono che aveva scostato
dall'orecchio. Forse assurdamente sperava che dai
forellini del fungo grigio sortisse la formula
magica, atta a ridimensionarlo, a riportarlo al suo
abituale equilibrio che sentiva, con un acuto senso
del dramma, di essere sul punto di perdere.
Un fascio di
sentimenti l'aveva assalito proditoriamente, con
violenza, lasciandogli l'animo confuso. Rimpianto
per i suoi successi e per la dura vita di attore
impegnato; struggente malinconia data dalla
consapevolezza del tramonto avanzato, foriero di
fine ineluttabile, totale; orgoglio ferito.
Ferretti, il
grande figlio del suo più intimo amico, era parso
sincero. Del resto, sempre gli aveva dato prova di
affetto disinteressato, quasi filiale,
dimostrandoglielo anche nei modi meno ortodossi,
come quando, ad esempio, e nemmeno tanto di rado,
dopo la morte del padre Geo che lui aveva tanto
amato e stimato, gli batteva una pacca sulla spalla
esclamando quasi enfatico: — Mi ricordi
maledettamente il mio vecchio, brutta mummia
ammuffita! — e lo guardava con il suo sorriso cinico
che gli miniaturizzava i lineamenti già tanto
affilati, tra la barbetta nera e la zazzera sempre
scomposta, di cui due ciuffi ostinati gli ricadevano
perennemente sulla fronte bombata e liscia.
Un sorriso
cinico che il giovanotto si stampava sulle labbra
rosse e sottili ogni volta che voleva nascondere la
commozione. E a dire il vero il giochetto riusciva
con molta gente, ma non con gli intimi.
Nonostante da
quel lato fosse sicuro del ragazzo, per quel suo
orgoglio maledetto, sconfinante nell'egocentrismo,
il Grande Vecchio, dopo questa telefonata, non
riusciva a tacitare l'odioso dubbio che aveva preso
a martellarlo. È quasi impossibile separare
l'affetto dalla compassione, e il vecchio attore
accettava di buon grado solo il primo sfuggendo la
seconda come un odioso compromesso. Per tutta la sua
lunga vita di uomo e di artista — in questo secondo
ruolo purtroppo non sempre era stato possibile —
aveva rifiutato il compromesso.
— Pronto? Sei
tu, Grande Vecchio? — aveva esordito Nicoletto
Ferretti all'altro capo del filo. Lo chiamavano
tutti Grande Vecchio non per la sua età ma da quando
la parte di King Lear era diventato il suo cavallo
di battaglia; da quando tutti, anche gli
sprovveduti, vedendolo sulla scena, erano portati a
formulare un'ipotesi assurda: forse Shakespeare
aveva scritto quella tragedia solo dopo aver
conosciuto l'attore Rudolf Valley, all'epoca
elisabettiana, Rodolfo Valle in casa nostra, ora,
per uno straordinario fenomeno di reincarnazione.
— Sì, sei
Nicoletto? —
— Già. Ascolta
bene e non preparare scuse che tanto non le accetto.
Ho in programma una rappresentazione all'Apollo che
dovrebbe tener cartellone per un mese di seguito,
come minimo. Si tratta di Re Lear. Metà del
ricavato andrà in beneficenza, quindi ho bisogno del
tutto esaurito il più a lungo possibile. E chi può
attirare il pubblico se non il Grande Vecchio,
allievo quasi diretto del genio Stanislavskj? —
— Ma… —
— Sei rauco?
Raffreddato? —
— No, ma… —
— Bene. Stasera
dopo cena passo da te per i dettagli. Stammi bene e
non farti trovare addormentato, vecchia mummia. — E
aveva riattaccato.
Tale quale suo
padre, quel moccioso talentaccio che riusciva a
ricavare dalla sua compagnia di prosa il massimo e
ancora un pochino di più. Tale e quale suo padre:
entrambi cocciuti, tirannici, fedeli, leali.
Il vecchio
attore alto, dal corpo asciutto appena un poco
curvo, con una fluente barba candida totalmente
contrastante con la calvizie assai pronunciata,
strinse le labbra nel suo gesto abituale di quando
era molto contrariato, strizzò gli occhi azzurri
vivissimi e depose lentamente la cornetta sulla
forcella. Poi si incamminò verso la poltrona nel
salone, dove era seduto prima che il telefono lo
chiamasse. Riprese il libro che gli aveva mandato,
mesi addietro, un autore sconosciuto, protestandosi
suo appassionato ammiratore. Era una specie di
poliziesco, neanche ben condotto che però era
riuscito a tenergli la mente occupata per un paio
d'ore dopo colazione; fino cioè alla chiamata del
ragazzo.
L'uomo aveva
lasciato sul sedile il volume aperto con il dorso in
su; ed ora, appoggiandosi allo schienale della
poltrona di morbida pelle bruno caldo, lo prese.
Pensava di rimettersi a leggere. Dov'era rimasto?
Ah, sì: il protagonista, incarcerato per un crimine
non commesso, stava portando a termine un ottimo
piano di evasione, non per guadagnare la libertà
tanto discutibile in simili circostanze, ma per
riabilitarsi totalmente smascherando il vero
colpevole.
Tuttavia, come
ebbe ritrovato il segno, Valle si accorse che oramai
nessuna lettura avrebbe più potuto tenergli occupata
la mente. Si sentiva irrequieto; forse addirittura
sconvolto, — anche se non l'avrebbe mai ammesso.
Lasciò cadere stizzosamente il volume sul folto
tappeto e appoggiò la testa allo schienale chiudendo
gli occhi e iniziando a parlare a mezza voce:
"Quel balordo di
Nicoletto! ma che crede quello, che io stia qui a
piangere dalla mattina alla sera solo perché ho
rinunciato spontaneamente al teatro? Figuriamoci!
sono già passati quasi due anni: chi si ricorda più
di me, ormai?!" "Non dire fesserie, mummia
ammuffita, sai benissimo che tutti gli appassionati
di teatro si ricordano, eccome; sai benissimo che tu
sei il primo a crederlo; così come sai altrettanto
bene che la mia proposta t'ha soddisfatto un
mucchio." Era la voce fuori campo che subito lo
aveva aggredito per spiattellargli la verità. Ma era
realmente la verità, quella? Un fastidio unico
quella voce sardonica.
Il Grande
Vecchio scosse una mano come a scacciare una mosca
che gli ronzasse intorno al naso. Poi sporse un poco
il busto in avanti per prendere, con la stessa mano,
il campanello d'argento posato sul tavolinetto. Lo
scosse con foga due, tre volte.
Subito una
manciata di note limpide e petulanti corse per ogni
dove. L'uomo attese per qualche secondo con gli
occhi fissi all'arcata che divideva il salone dalla
piccola sala da pranzo. Era questo il suo sistema
per far comparire Rosalia nel vano dell'arco a tutto
sesto rivestito di lucido noce.
Ma la donna non
apparve.
Rosalia era la
governante che da vent'anni aveva cura di lui e
della casa con grande dedizione. Era una donna ormai
sui cinquanta, minuta, non molto alta, dal viso
sereno e aperto sul quale le rughe sostenevano la
loro battaglia accanita contro i massaggiatori vari
e le molte creme. In compenso aveva un corpo da
trentenne grazie a crudeli diete e a ginnastiche
snervanti che lei si ostinava a seguire con
puntiglio rigoroso.
Tra i due, fin
dai primi giorni di convivenza, s'era creato un
rapporto bellissimo di letto, ma soprattutto una
rara intesa intellettuale. Rosalia, intelligente e
sensibile, con un'ottima cultura, non aveva
impiegato molto a diventare la confidente e la
consigliera del Grande Vecchio. Pure, in una rara
dote di modestia e altruismo, restando nell'ombra e
lasciando libero l'altro di seguire i suoi impulsi e
di sfogarsi in avventure non sempre edificanti. Il
suo premio lei lo ricavava dal sentirsi necessaria e
dall'avere avuto mille prove che nessuna donna
avrebbe mai potuto prendere il suo posto accanto al
"gatto selvatico". Anche lei s'era presa la libertà
di più di una scappatella, ma per tornare
puntualmente senza né rimorsi né rimpianti. In vent'anni
la parola matrimonio era stata sussurrata più di una
volta, ma mai in sincronia: quando la pronunciava
lei inorridiva lui e viceversa.
Valle riprese il
campanello deciso a dirne quattro a quell'impudente
che osava abbandonarlo in un momento così delicato.
Ma nello stesso tempo in cui si accinse a scuoterlo
si sovvenne che la donna era uscita dopo averlo
informato che sarebbe stata fuori non più di tre
ore.
Questo del
campanello era un vezzo, una specie di capriccio
infantile per cui gli amici lo prendevano in giro
bonariamente chiamandolo, di volta in volta,
granduca, altezza, sire. Pensando a ciò sorrise e
alzò gli occhi alla magnifica pendola appoggiata
alla parete di fronte: accidenti! se Rosalia non
avesse anticipato il ritorno avrebbe dovuto
attendere almeno un'altra ora prima che lei si
rannicchiasse nella poltrona dirimpettaia con i
piedi privi di scarpe sotto il corpo, i gomiti
appoggiati al bracciolo e il viso stretto tra le
mani, attenta a tutto quanto lui avrebbe detto. Alla
fine lei avrebbe fatto i suoi commenti e dato
consigli qualora necessitassero.
Tutt'altro che
raramente accadeva che Valle facesse di testa sua,
ma oramai si credeva incapace di prendere una
decisione qualsiasi prima di aver ascoltato la "sua
piccola sibilla".
Si alzò senza
poter controllare il tremito che sentiva dentro e
andò a scostare le pesanti tende di seta grezza che
mascheravano la portafinestra. Appena quattro
gradini più in basso il giardino, non grande ma
sempre impeccabile, era pronto ad offrire il
conforto di piccole aiuole e di un rigoglioso larice
profumato di resina.
La casa di Valle
era una costruzione fine ottocento che faceva angolo
tra un viale alberato e una viuzza privata. L'attore
occupava il piano terra con accesso dalla piccola
via, mentre gli occupanti il piano superiore avevano
un'entrata del tutto autonoma dalla parte del viale.
Una posizione felice per una casa appartenente ad
una metropoli.
Si era alla fine
di ottobre e la nebbia metteva in corpo una profonda
malinconia. Il Grande Vecchio la sentì fin nel
midollo. Oh, se quella sibilla della malora tornasse
presto, almeno! si augurò agitato. Per un lungo
minuto fu preso dal panico: sentì come che dentro di
sé si accovacciasse una belva addormentata, per
destare la quale sarebbe bastato un piccolo soffio,
dopo di che essa lo avrebbe dilaniato totalmente
senza misericordia.
Chissà se la
telefonata del ragazzo era quel soffio! Non riusciva
più a stare fermo. Iniziò il giro del salone che
conteneva tutti i ricordi della sua lunga carriera,
soffermandosi davanti a ciascuno; avrebbe potuto
descriverli sin nei minimi particolari, senza
nemmeno guardarli: fotografie in costume di scena
alle pareti e sui mobili, targhe e medaglie,
diplomi, fotografie con dedica autografa dei
personaggi più prestigiosi, ninnoli preziosi avuti
in dono da ammiratori e da ammiratrici, nove grossi
album rilegati in marocchino dove erano raccolti, in
rigoroso ordine cronologico, tutti i ritagli di
giornale, scritti quasi sempre per incensarlo.
Davanti a
ciascun oggetto l'uomo si fermava guardandolo senza
vederlo e punteggiando la sosta con nenia monotona:
"Stupido Ferretti. Stupidissimo ragazzo, non sai che
i morti non potranno mai essere resuscitati? Non sai
che è dovere dei vivi lasciar marcire i morti in
santa pace, assieme ai loro putridi fiori inutili?…
tutte cose involve l'oblio nella sua notte… "
Il Grande
Vecchio tolse dal taschino della pesante giacca da
casa un immacolato moccichino e si asciugò gli occhi
con gesto furtivo.
L'improvviso
rumore caratteristico di qualcuno che si muova in
casa lo distolse dalle sue funeree considerazioni.
Ah, era tonnata finalmente quella vagabonda d'una
sibilla! Si affrettò ad afferrare il campanello per
scuoterlo due, tre, cinque volte con energia
rabbiosa. Le note si rincorsero allarmate l'una
sull'eco dell'altra.
Subito la voce
di Rosalia, tra lo spazientito e l'allegro, le
sovrastò gridando:
— Vengo, vengo.
Non mi dire che ti si sta bruciando il fondo dei
pantaloni! —
Alla nebbia del
tardo pomeriggio era subentrata una notte
anacronistica, fatta di quel nitido gelo dicembrino
pieno di stelle remote che pungono acerbamente gli
occhi a chi alza lo sguardo su di esse. Nonostante
ciò il Valle le aveva osservate a lungo, al di qua
dei vetri chiusi, nella stanza buia; anche se non si
poteva dire che quella posizione fosse ottimale:
solo una esigua porzione di cielo nero a punti
luminosi. Pace inquietudine, sconforto, commozione
poetica?
L'attore s'era
ritirato subito dopo il congedo di Ferretti
annunciando a Rosalia che avrebbe gradito dormire
solo. Esistevano tre camere da letto, di cui una
matrimoniale; ma i due non avevano una camera fissa;
capitava sovente che decidessero all'ultimo momento
dove dormire e se dormire insieme o separati. Per
quella notte lui aveva scelto la stanza più piccola,
volutamente mantenuta sempre disadorna. Sulla
soglia, dopo aver dato il bacio della buona notte
alla sua compagna, l'uomo l'aveva scostata da sé
tenendola per le braccia al fine di poterle guardare
gli occhi. Così l'aveva fissata a lungo muto, con il
viso chiuso.
Sentendosi molto
a disagio lei aveva tentato la via dell'umorismo ad
ogni costo. Aveva sempre funzionato:
— Ehi, mostro,
"perché mi guardi e non favelli?" —Ma fu come non
avesse parlato. La poveretta sentì un lungo brivido
scuoterle tutto il corpo.
Naturalmente non
era la prima volta che l'uomo la fissava con viso
chiuso, cupo. Capitava soprattutto alla vigilia di
qualche spettacolo, quando era tormentato dal timore
di non riuscire a penetrare fino in fondo un nuovo
personaggio; dal timore di non essere in grado di
creare il "se magico", tanto caro al maestro
Stanislavkj. In queste occasioni Rosalia si
attardava nel corridoio finendo invariabilmente con
1' orecchio incollato alla porta della stanza da
letto dove lui si rinchiudeva, come stavolta. A
lungo lo udiva camminare in su e in giù mentre
andava ripetendo con fonda voce travagliata e a
intervalli piuttosto lunghi, due frasi, sempre le
stesse. Frasi che egli riteneva il cardine
dell'insegnamento del russo e che lei ormai sapeva a
menadito. "Ogni nostro movimento, ogni parola, in
scena, deve essere il risultato della vita
verosimile dell'immaginazione." "Il personaggio deve
essere dotato di una vita interiore e di una
esterna."
Come fosse.
tutto regolato da un meccanismo perfetto, a questo
punto la donna sapeva di poter andare a letto
tranquilla, sicura che Rodolfo Valle avrebbe
ottenuto il solito successo scontato per tutti o
quasi, meno che per il diretto interessato. Caro,
sciocco mostro!
— Buona notte,
sibilla — aveva sussurrato alla fine Rodolfo
lasciandole libere le braccia di colpo per
guadagnare la stanza di cui chiuse immediatamente la
porta con determinatezza.
Per qualche
secondo Rosalia si sentì come liberata da un
incantesimo malefico, ma il sollievo del riscatto
durò troppo poco; subito un maledetto nodo le
strinse la gola non permettendo alle parole che
avrebbe voluto pronunciare, di uscire. Con sforzo
riuscì soltanto a mormorare un grazie, altrettanto a
te. Ma ebbe la certezza che lui non l'aveva nemmeno
udita.
Si girò
lentamente incurvando le spalle come sotto l'enorme
improvviso peso di cent'anni di vita già trascorsa,
e si incamminò verso la camera da letto matrimoniale
perché qui solo una parete la divideva da quella di
Rodolfo. Avrebbe inoltre lasciato la sua porta
socchiusa.
Di solito
impiegava un tempo abbastanza lungo a prepararsi per
la notte, ma quella sera ridusse al minimo ogni
operazione. Rannicchiandosi sotto le coperte forse
si sarebbe tolta di dosso l'ansia incalzante,
montante con l'inesorabilità di un'ondata che si
gonfia dismisura per inabissarci.
Con la testa
affondata nel cuscino iniziò un corposo lavoro di
autoconvincimento, tendendo contemporaneamente le
orecchie per captare il benché minimo rumore. Ma la
casa era sprofondata nel silenzio più completo. Era
logico, si ripeteva, che lei avesse visto
nell'atteggiamento di Rodolfo qualcosa di più
drammatico del solito; e perché non vi era più
abituata; e perché, effettivamente, il travaglio
dell'uomo doveva essere ben più acuto di quando il
recitare era il suo lavoro giornaliero. Era così
senz'altro; non poteva essere che così… Oh, povera
sibilla, quanto poco lo sei!, mormorò. Intanto nel
cervello affaticato roteavano pensieri e pensieri in
un pazzo carosello. Con sgomento si accorse di
essere sull'orlo di una crisi isterica. Ricorse
allora ad un rimedio che usava solo in casi estremi:
senza far rumore andò in bagno dove si versò qualche
goccia di Serenase in due dita d'acqua, la trangugiò
d'un fiato e, poco dopo, cadde in un sonno senza
sogni.
Valle intanto
s'era tolto silenziosamente dal suo posto di
osservazione, dove aveva sostato alla fine del suo
andirivieni, lasciando le persiane spalancate e si
era ficcato a letto ancora mezzo vestito, senza
nemmeno accendere la lampada sul tavolino da notte.
I rumori del
traffico gli giungevano piuttosto attutiti, come
sempre, per la felice posizione della casa, ma
stasera lo infastidivano più del dovuto perché
aveva bisogno di sentirsi isolato. Quell'isolamento
totale che lui riusciva a raggiungere con uno sforzo
non eccessivo e che aveva battezzato "la strategia
dell'ovatta". Raggiunto lo stadio perfetto si
sentiva completamente estraneo al suo corpo,
ancorato ad esso soltanto mediante il respiro. Per
il resto diventava immaginazione pura che lo portava
a vivere in una dimensione indescrivibile,
meravigliosa, feconda.
Supino, con le
mani incrociate sotto la nuca e le coperte tirate
fin sopra la bocca s'avvide, con profonda
inquietudine che, nonostante ogni sforzo, il suo
nirvana rimaneva ostinatamente chiuso, lo rifiutava.
Egli rimaneva, in tutto il suo essere umano,
immerso, in modo drammatico, nella realtà terrena e
brutale. Per questo, senza che la sua volontà
intervenisse, si scopri a riandare la visita del
Ferretti di poche ore prima. Fuor di ogni dubbio che
la visita del ragazzo era avvenuta per un affettuoso
riguardo verso il grande amico. Infatti tutto quello
che era stato detto avrebbe potuto essere comunicato
per telefono: la data della prima, le prove che lui,
Rodolfo Valle, sarebbe stato meglio seguisse, non
foss'altro che per amalgamarsi con gli altri attori
i quali, nemmeno a dirlo, lo conoscevano tutti, o di
persona o di fama; e tutti lo ammiravano
naturalmente.
Stupido,
stupidissimo ragazzo, colmo del provvidenziale e
logico ottimismo dei giovani! non riusciva a
mettersi in testa che i morti non si possono
risuscitare; e soprattutto non immaginava nemmeno
che si può essere morti anche da vivi. E quell'altra
sciocca che faceva il paio. Sibilla: ecco un
nomignolo molto male applicato; solo adesso se ne
rendeva conto. O era maledettamente ingiusto verso
quella splendida donna?
Valle raggricciò
il viso in un sogghigno ricordando fin l'intonazione
della voce di loro tre.
— Mi raccomando,
Rosalia, — aveva pregato con fervore il giovane. —
Conto su di te perché Rodolfo non innesti la retro
all'ultimo momento. Lo sai meglio di me che qualche
capriccetto se lo permette, sia pure di rado. E poi,
di' la verità, ci tieni un mondo anche tu a questo
rientro. O sbaglio? — Ferretti, sicuro di non
ingannarsi sul conto della donna, l'aveva
affettuosamente presa per il ganascino. Lei lo aveva
ricambiato con un caldo sorriso e con
l'assicurazione:
— Vai
tranquillo, hombre, e conta su Rosalia. — Era stata
così categorica, poveretta. Poi l'aveva accompagnato
alla porta e qui, i due, s'erano fermati almeno
cinque o sei minuti a confabulare.
Valle sogghignò
nuovamente ricordando che durante tutta la
conversazione aveva emesso qualche anodino mmm,
tutti quelli cioè cui la gola serrata dava il
permesso di uscire.
Si era a metà
gennaio. Il freddo era intenso ma asciutto. La
nevicata natalizia, piuttosto abbondante, era stata
mangiata dalla pioggia successiva in modo che tutto
ora era pulito, purificato dalla rigidità dell'aria
in un cielo terso.
L'Apollo era un
teatro ricavato da alcuni locali siti in uno dei
corsi più battuti del centro città, non più di un
lustro addietro. Non era eccessivamente capiente, ma
elegantissimo. La sera della prima le insegne
luminose sfavillavano vincendo di gran lunga fanali
stradali e plenilunio. Le locandine, molto
appariscenti, racchiuse in bacheche illuminate
anch'esse, una su ogni fianco dell'entrata,
portavano come sopratitolo, in ampie lettere d'un
verde fosforescente, IL GRANDE VECCHIO RITORNA. Uno
striscioncino di cartone annunciava il tutto
esaurito. Non si poteva desiderare di meglio. In
altri tempi Valle avrebbe dimostrato, senza modestia
e senza albagìa, la sua piena soddisfazione, la sua
esuberante gioia. Ma quella sera no, non poteva.
Oltre allo stretto necessario non riuscì a
spiccicare una parola.
È molto
emozionato, poveretto, sussurravano tra di loro
quelli che gli stavano d'attorno. Ma l'attore non
vedeva nulla e nessuno se non ciò che sarebbe
accaduto tra poco, come vi avesse già assistito.
Ripassò per l'ultima volta i tempi che aveva
accuratamente studiato durante le prove. Tutto era
perfetto.
Atto quinto,
scena terza e ultima. La tragedia che si stava
consumando. Il che aveva sempre significato per
l'attore chiamate a non finire da parte di un
pubblico in delirio. Ma a soffocare questi ricordi
struggenti, un freddo calcolo veloce: dalla sua
ultima uscita alla sua ultima entrata in
palcoscenico sarebbero trascorsi ventisette minuti,
secondo la regia di Ferretti. Si sarebbe iniettato
il Flectadol, per lui sicuramente letale, data la
provata allergia al farmaco, un ventitré minuti
prima di entrare in scena. La medicina avrebbe agito
entro mezz'ora: shock anafilattico con conseguente
edema della glottide, quindi morte per asfissia.
Quattro minuti dedicati al suo canto del cigno.
Quella sera avrebbe offerto agli spettatori
dell'Apollo uno spettacolo irripetibile forse: Re
Lear sarebbe morto contemporaneamente due volte.
Peccato, veramente peccato non potersi godere le
reazioni alla sua più grande esibizione.
Ferretti, come
regista, non concedeva molto a scenografie
avanguardistiche, rivoluzionarie. Tuttavia su
suggerimento ("ordine" lo definiva) del Valle, aveva
disposto per l'ultima scena, il palcoscenico
completamente vuoto, con fondali blu notte; un
intelligente ed elaborato gioco di luci bianche e
rosse, dislocate in punti strategici, riuscivano a
creare un'atmosfera di fato incombente,
ineluttabile.
—Dài, tocca a
te. Mi raccomando, fa' in modo che non crolli il
soffitto per gli applausi! — Nicoletto Ferretti era
tesissimo, ma anche raggiante, quasi euforico come
avesse bevuto frizzantino fino a quel momento. Il
vecchio non lo vide nemmeno: maestoso nella sua
tunica bianca che lo copriva fino ai piedi nudi,
stretta in vita da un'alta cintura a disegni d'oro,
uscì sul palcoscenico reggendo sulle braccia il
cadavere di Cordelia. Si muoveva con fatica palese e
il pubblico non gli toglieva gli occhi di dosso
pensando che, da sommo attore, non si smentiva mai.
Ecco, ora Valle
aveva raggiunto il centro del palco, ma le parole
che tutti si aspettavano di udire, non vennero:
Urla! Urla! Urla!…
Ma chi era quel
Lear muto, enigmatico?
Il Grande
Vecchio si inginocchiò depositando ai suoi piedi
Cordelia.
Subito un gioco
di riflettori lo illuminò in modo da scavargli nel
corpo, soprattutto nel viso, ombre arcane, paurose;
mentre la figura veniva proiettata in modo che la
sagoma, prima tutta nera poi rossastra, sui fondali
guizzasse a tratti, come animata di vita propria.
Follia unita a disperazione: due poteri malefici e
invincibili avevano preso possesso di tutta la
Terra.
Il Grande
Vecchio staccò il suo sguardo remoto dalla ragazza
stesa ai suoi piedi per portarlo sulla voragine nera
che si apriva appena oltre la ribalta, mentre il
pubblico iniziava a dare segno di perplessità e di
disagio. Tutto sembrava sospeso, proiettato al di
fuori del tempo. Alcuni secondi soltanto erano
trascorsi dalla comparsa del re pazzo, ma il suo
mutismo assurdo e ostinato li aveva dilatati fino a
farli diventare lunghissimi minuti, forse ore.
Voragine nera là
davanti, completamente vuota o popolata di mostri.
Ma che importava? Una cosa sola era certa e
importante per Rodolfo Valle: in quel buco d'inferi,
seduta su una poltrona di prima fila, stava Rosalia.
Povera, povera
sibilla!
L'uomo sentì una
punta di rimorso penetrargli nel cuore come una lama
fredda. Cercò di scacciarla con forza: nulla doveva
distrarlo dal pensiero della sua scena imminente.
Tuttavia la figura della sua compagna non
l'abbandonò subito. In un lampo rivisse gli ultimi
momenti.
Erano già pronti
per uscire e soltanto ora lei gli aveva permesso di
guardarla. Doveva essere una sorpresa — gli aveva
gridato gioiosamente da dietro la porta della stanza
dove si stava preparando — quindi doveva vederla
solo quando fosse "cotta a puntino". Così, al
momento giusto, l'aveva raggiunto nel salone.
Quando Valle se
la vide davanti rimase senza fiato. Sì, era
veramente una sorpresa, una crudele sorpresa.
Rosalia
indossava un abito di raso nero opaco, lungo e
liscio che le fasciava morbidamente il magnifico
corpo. Unica sofisticheria le ampie maniche di velo,
nero anch'esso, fitte di piegoline raccolte
all'attaccatura e subito sciolte fino al polso; ad
ogni movimento delle braccia parevano due ali
tenebrose, pronte a prendere il volo. Un'ampia
sciarpa dello stesso tessuto delle maniche girava
allentata intorno al collo scendendo, con il lembo
più lungo, sul dorso della donna, mentre il lembo
anteriore era fermato, appena sotto la spalla
sinistra, dalla "spilla".
Rosalia non
portava altro gioiello, altro ornamento; i capelli,
fulvo artificiale ma ancora tanto folti, erano
raccolti in una crocchia elaborata alla sommità del
capo in modo da mettere in risalto la linea
elegantissima del collo. Tutto questo era stato
notato da Valle in modo confuso essendo la sua
attenzione totalmente concentrata sulla "spilla".
— Proprio quel
gioiello, sibilla… — aveva constatato con un fil di
voce.
— Ommioddio! Se
vuoi la cambio.— La donna era sbiancata. — Pensavo
che fosse una scelta indovinata per questa sera
speciale, specialissima, anzi.—
— No, no. Non
devi cambiarla assolutamente. Non immagini quanto
sia adatta alla circostanza. Ti assicuro che non
potevi scegliere di meglio, cara. —
A quella spilla
era legata una semplice storia che i due avevano
gonfiato per divertimento. L'aveva disegnata lui a
Parigi, dopo una lunga serie di recite fortunate, e
l'aveva fatta eseguire da un bravo orefice,
portandogliela in dono al suo rientro in Italia. Il
gioiello rappresentava una stella alpina a grandezza
naturale, in platino, con qualche piccolo brillante
nei petali ed il cuore fatto di rubini. Al momento
di incartarla all'attore era venuta in mente una
frase che gli era molto piaciuta, così aveva pregato
il gioielliere di fargliela scrivere per includerla
nel pacchettino: "Cresco sulle vette impervie come
gli ideali. A 'Valle' non resisto".
Rosalia aveva
preteso che le rivelasse il significato recondito,
perché un significato doveva esserci, secondo lei;
ma l'uomo l'aveva assicurata che era solo un gioco
di parole, venutogli in mente in modo del tutto
estemporaneo. E tale era stato infatti, fino a che
la paura del declino aveva fatto prendere all'attore
l'eroica decisione di ritirarsi dalle scene. Allora
quella frase innocente aveva assunto per lui il
drammatico significato di una previsione.
Questo non
l'aveva mai rivelato a nessuno, nemmeno a lei.
Rosalia,
comunque, era andata in visibilio, sia per il
gioiello sia per il motto; e subito, per gioco aveva
prospettato l'idea che, quando fossero diventati
nobili, avrebbero scelto un blasone con una stella
alpina dai petali bianchi e dal cuore scarlatto in
campo nero. Quella meravigliosa frase sarebbe stata
la loro divisa…
Valle avvertì un
senso di vertigine; la testa gli si stava
appesantendo insopportabilmente. Doveva affrettarsi.
Con voce sorda, discontinua, saltò diverse battute.
— Me l'hanno
strangolata la mia povera pazzerella. Portate uno
specchio. No, non portate nulla. Niente può vincere
la morte. Cordelia, piccola pazzerella mia, anche tu
hai voluto cogliere la tua stella alpina… ed ora sei
già in mezzo alla valle buia… Io ho vissuto molto
più a lungo di te… Tanto a lungo… è giusto che
stasera … passi la mia stella alpina… agli altri… a
tutti coloro che…
All'improvviso
il Grande Vecchio sbarrò gli occhi portandosi
entrambe le mani alla gola, frenetico, mentre suoni
inarticolati gli uscivano dalla bocca spalancata
alla ricerca spasmodica di aria.
Fu questione di
attimi; poi, piegandosi da un lato, cadde sulle
tavole con un tonfo sinistro e vi giacque immobile.

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