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Palcoscenico

di Celeste Chiappani Loda

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L'ultimo mio intervento nella rubrica "Sotto questo cielo" è consistito nel porgere Teatro del Pioppo, un racconto tratto dalla mia raccolta edita Nodo scorsoio. Desidero ora proporre un altro racconto sempre imperniato sul teatro, che mostra una realtà opposta: in Teatro del Pioppo abbiamo un attore fallito, mentre in Palcoscenico, c'è l'attore che ha toccato la vetta suprema della fama.

 

Il Grande Vecchio, dopo aver mormorato un meccanico saluto ed avere udito il lieve scatto della comunicazione interrotta, rimase per alcuni secondi a fissare la cornetta del telefono che aveva scostato dall'orecchio. Forse assurdamente sperava che dai forellini del fungo grigio sortisse la formula magica, atta a ridimensionarlo, a riportarlo al suo abituale equilibrio che sentiva, con un acuto senso del dramma, di essere sul punto di perdere.

Un fascio di sentimenti l'aveva assalito proditoriamente, con violenza, lasciandogli l'animo confuso. Rimpianto per i suoi successi e per la dura vita di attore impegnato; struggente malinconia data dalla consapevolezza del tramonto avanzato, foriero di fine ineluttabile, totale; orgoglio ferito.

Ferretti, il grande figlio del suo più intimo amico, era parso sincero. Del resto, sempre gli aveva dato prova di affetto disinteressato, quasi filiale, dimostrandoglielo anche nei modi meno ortodossi, come quando, ad esempio, e nemmeno tanto di rado, dopo la morte del padre Geo che lui aveva tanto amato e stimato, gli batteva una pacca sulla spalla esclamando quasi enfatico: — Mi ricordi maledettamente il mio vecchio, brutta mummia ammuffita! — e lo guardava con il suo sorriso cinico che gli miniaturizzava i lineamenti già tanto affilati, tra la barbetta nera e la zazzera sempre scomposta, di cui due ciuffi ostinati gli ricadevano perennemente sulla fronte bombata e liscia.

Un sorriso cinico che il giovanotto si stampava sulle labbra rosse e sottili ogni volta che voleva nascondere la commozione. E a dire il vero il giochetto riusciva con molta gente, ma non con gli intimi.

Nonostante da quel lato fosse sicuro del ragazzo, per quel suo orgoglio maledetto, sconfinante nell'egocentrismo, il Grande Vecchio, dopo questa telefonata, non riusciva a tacitare l'odioso dubbio che aveva preso a martellarlo. È quasi impossibile separare l'affetto dalla compassione, e il vecchio attore accettava di buon grado solo il primo sfuggendo la seconda come un odioso compromesso. Per tutta la sua lunga vita di uomo e di artista — in questo secondo ruolo purtroppo non sempre era stato possibile — aveva rifiutato il compromesso.

— Pronto? Sei tu, Grande Vecchio? — aveva esordito Nicoletto Ferretti all'altro capo del filo. Lo chiamavano tutti Grande Vecchio non per la sua età ma da quando la parte di King Lear era diventato il suo cavallo di battaglia; da quando tutti, anche gli sprovveduti, vedendolo sulla scena, erano portati a formulare un'ipotesi assurda: forse Shakespeare aveva scritto quella tragedia solo dopo aver conosciuto l'attore Rudolf Valley, all'epoca elisabettiana, Rodolfo Valle in casa nostra, ora, per uno straordinario fenomeno di reincarnazione.

— Sì, sei Nicoletto? —

— Già. Ascolta bene e non preparare scuse che tanto non le accetto. Ho in programma una rappresentazione all'Apollo che dovrebbe tener cartellone per un mese di seguito, come minimo. Si tratta di Re Lear. Metà del ricavato andrà in beneficenza, quindi ho bisogno del tutto esaurito il più a lungo possibile. E chi può attirare il pubblico se non il Grande Vecchio, allievo quasi diretto del genio Stanislavskj? —

— Ma… —

— Sei rauco? Raffreddato? —

— No, ma… —

— Bene. Stasera dopo cena passo da te per i dettagli. Stammi bene e non farti trovare addormentato, vecchia mummia. — E aveva riattaccato.

Tale quale suo padre, quel moccioso talentaccio che riusciva a ricavare dalla sua compagnia di prosa il massimo e ancora un pochino di più. Tale e quale suo padre: entrambi cocciuti, tirannici, fedeli, leali.

Il vecchio attore alto, dal corpo asciutto appena un poco curvo, con una fluente barba candida totalmente contrastante con la calvizie assai pronunciata, strinse le labbra nel suo gesto abituale di quando era molto contrariato, strizzò gli occhi azzurri vivissimi e depose lentamente la cornetta sulla forcella. Poi si incamminò verso la poltrona nel salone, dove era seduto prima che il telefono lo chiamasse. Riprese il libro che gli aveva mandato, mesi addietro, un autore sconosciuto, protestandosi suo appassionato ammiratore. Era una specie di poliziesco, neanche ben condotto che però era riuscito a tenergli la mente occupata per un paio d'ore dopo colazione; fino cioè alla chiamata del ragazzo.

L'uomo aveva lasciato sul sedile il volume aperto con il dorso in su; ed ora, appoggiandosi allo schienale della poltrona di morbida pelle bruno caldo, lo prese. Pensava di rimettersi a leggere. Dov'era rimasto? Ah, sì: il protagonista, incarcerato per un crimine non commesso, stava portando a termine un ottimo piano di evasione, non per guadagnare la libertà tanto discutibile in simili circostanze, ma per riabilitarsi totalmente smascherando il vero colpevole.

Tuttavia, come ebbe ritrovato il segno, Valle si accorse che oramai nessuna lettura avrebbe più potuto tenergli occupata la mente. Si sentiva irrequieto; forse addirittura sconvolto, — anche se non l'avrebbe mai ammesso. Lasciò cadere stizzosamente il volume sul folto tappeto e appoggiò la testa allo schienale chiudendo gli occhi e iniziando a parlare a mezza voce:

"Quel balordo di Nicoletto! ma che crede quello, che io stia qui a piangere dalla mattina alla sera solo perché ho rinunciato spontaneamente al teatro? Figuriamoci! sono già passati quasi due anni: chi si ricorda più di me, ormai?!" "Non dire fesserie, mummia ammuffita, sai benissimo che tutti gli appassionati di teatro si ricordano, eccome; sai benissimo che tu sei il primo a crederlo; così come sai altrettanto bene che la mia proposta t'ha soddisfatto un mucchio." Era la voce fuori campo che subito lo aveva aggredito per spiattellargli la verità. Ma era realmente la verità, quella? Un fastidio unico quella voce sardonica.

Il Grande Vecchio scosse una mano come a scacciare una mosca che gli ronzasse intorno al naso. Poi sporse un poco il busto in avanti per prendere, con la stessa mano, il campanello d'argento posato sul tavolinetto. Lo scosse con foga due, tre volte.

Subito una manciata di note limpide e petulanti corse per ogni dove. L'uomo attese per qualche secondo con gli occhi fissi all'arcata che divideva il salone dalla piccola sala da pranzo. Era questo il suo sistema per far comparire Rosalia nel vano dell'arco a tutto sesto rivestito di lucido noce.

Ma la donna non apparve.

Rosalia era la governante che da vent'anni aveva cura di lui e della casa con grande dedizione. Era una donna ormai sui cinquanta, minuta, non molto alta, dal viso sereno e aperto sul quale le rughe sostenevano la loro battaglia accanita contro i massaggiatori vari e le molte creme. In compenso aveva un corpo da trentenne grazie a crudeli diete e a ginnastiche snervanti che lei si ostinava a seguire con puntiglio rigoroso.

Tra i due, fin dai primi giorni di convivenza, s'era creato un rapporto bellissimo di letto, ma soprattutto una rara intesa intellettuale. Rosalia, intelligente e sensibile, con un'ottima cultura, non aveva im­piegato molto a diventare la confidente e la consigliera del Grande Vecchio. Pure, in una rara dote di modestia e altruismo, restando nell'ombra e lasciando libero l'altro di seguire i suoi impulsi e di sfogarsi in avventure non sempre edificanti. Il suo premio lei lo ricavava dal sentirsi necessaria e dall'avere avuto mille prove che nessuna donna avrebbe mai potuto prendere il suo posto accanto al "gatto selvatico". Anche lei s'era presa la libertà di più di una scappatella, ma per tornare puntualmente senza né rimorsi né rimpianti. In vent'anni la parola matrimonio era stata sussurrata più di una volta, ma mai in sincronia: quando la pronunciava lei inorridiva lui e viceversa.

Valle riprese il campanello deciso a dirne quattro a quell'impudente che osava abbandonarlo in un momento così delicato. Ma nello stesso tempo in cui si accinse a scuoterlo si sovvenne che la donna era uscita dopo averlo informato che sarebbe stata fuori non più di tre ore.

Questo del campanello era un vezzo, una specie di capriccio infantile per cui gli amici lo prendevano in giro bonariamente chiamandolo, di volta in volta, granduca, altezza, sire. Pensando a ciò sorrise e alzò gli occhi alla magnifica pendola appoggiata alla parete di fronte: accidenti! se Rosalia non avesse anticipato il ritorno avrebbe dovuto attendere almeno un'altra ora prima che lei si rannicchiasse nella poltrona dirimpettaia con i piedi privi di scarpe sotto il corpo, i gomiti appoggiati al bracciolo e il viso stretto tra le mani, attenta a tutto quanto lui avrebbe detto. Alla fine lei avrebbe fatto i suoi commenti e dato consigli qualora necessitassero.

Tutt'altro che raramente accadeva che Valle facesse di testa sua, ma oramai si credeva incapace di prendere una decisione qualsiasi prima di aver ascoltato la "sua piccola sibilla".

Si alzò senza poter controllare il tremito che sentiva dentro e andò a scostare le pesanti tende di seta grezza che mascheravano la portafinestra. Appena quattro gradini più in basso il giardino, non grande ma sempre impeccabile, era pronto ad offrire il conforto di piccole aiuole e di un rigoglioso larice profumato di resina.

La casa di Valle era una costruzione fine ottocento che faceva angolo tra un viale alberato e una viuzza privata. L'attore occupava il piano terra con accesso dalla piccola via, mentre gli occupanti il piano superiore avevano un'entrata del tutto autonoma dalla parte del viale. Una posizione felice per una casa appartenente ad una metropoli.

Si era alla fine di ottobre e la nebbia metteva in corpo una profonda malinconia. Il Grande Vecchio la sentì fin nel midollo. Oh, se quella sibilla della malora tornasse presto, almeno! si augurò agitato. Per un lungo minuto fu preso dal panico: sentì come che dentro di sé si accovacciasse una belva addormentata, per destare la quale sarebbe bastato un piccolo soffio, dopo di che essa lo avrebbe dilaniato totalmente senza misericordia.

Chissà se la telefonata del ragazzo era quel soffio! Non riusciva più a stare fermo. Iniziò il giro del salone che conteneva tutti i ricordi della sua lunga carriera, soffermandosi davanti a ciascuno; avrebbe potuto descriverli sin nei minimi particolari, senza nemmeno guardarli: fotografie in costume di scena alle pareti e sui mobili, targhe e medaglie, diplomi, fotografie con dedica autografa dei personaggi più prestigiosi, ninnoli preziosi avuti in dono da ammiratori e da ammiratrici, nove grossi album rilegati in marocchino dove erano raccolti, in rigoroso ordine cronologico, tutti i ritagli di giornale, scritti quasi sempre per incensarlo.

Davanti a ciascun oggetto l'uomo si fermava guardandolo senza vederlo e punteggiando la sosta con nenia monotona: "Stupido Ferretti. Stupidissimo ragazzo, non sai che i morti non potranno mai essere resuscitati? Non sai che è dovere dei vivi lasciar marcire i morti in santa pace, assieme ai loro putridi fiori inutili?… tutte cose involve l'oblio nella sua notte… "

Il Grande Vecchio tolse dal taschino della pesante giacca da casa un immacolato moccichino e si asciugò gli occhi con gesto furtivo.

L'improvviso rumore caratteristico di qualcuno che si muova in casa lo distolse dalle sue funeree considerazioni. Ah, era tonnata finalmente quella vagabonda d'una sibilla! Si affrettò ad afferrare il campanello per scuoterlo due, tre, cinque volte con energia rabbiosa. Le note si rincorsero allarmate l'una sull'eco dell'altra.

Subito la voce di Rosalia, tra lo spazientito e l'allegro, le sovrastò gridando:

— Vengo, vengo. Non mi dire che ti si sta bruciando il fondo dei pantaloni! —

Alla nebbia del tardo pomeriggio era subentrata una notte anacronistica, fatta di quel nitido gelo dicembrino pieno di stelle remote che pungono acerbamente gli occhi a chi alza lo sguardo su di esse. Nonostante ciò il Valle le aveva osservate a lungo, al di qua dei vetri chiusi, nella stanza buia; anche se non si poteva dire che quella posizione fosse ottimale: solo una esigua porzione di cielo nero a punti luminosi. Pace inquietudine, sconforto, commozione poetica?

L'attore s'era ritirato subito dopo il congedo di Ferretti annunciando a Rosalia che avrebbe gradito dormire solo. Esistevano tre camere da letto, di cui una matrimoniale; ma i due non avevano una camera fissa; capitava sovente che decidessero all'ultimo momento dove dormire e se dormire insieme o separati. Per quella notte lui aveva scelto la stanza più piccola, volutamente mantenuta sempre disadorna. Sulla soglia, dopo aver dato il bacio della buona notte alla sua compagna, l'uomo l'aveva scostata da sé tenendola per le braccia al fine di poterle guardare gli occhi. Così l'aveva fissata a lungo muto, con il viso chiuso.

Sentendosi molto a disagio lei aveva tentato la via dell'umorismo ad ogni costo. Aveva sempre funzionato:

— Ehi, mostro, "perché mi guardi e non favelli?" —Ma fu come non avesse parlato. La poveretta sentì un lungo brivido scuoterle tutto il corpo.

Naturalmente non era la prima volta che l'uomo la fissava con viso chiuso, cupo. Capitava soprattutto alla vigilia di qualche spettacolo, quando era tormentato dal timore di non riuscire a penetrare fino in fondo un nuovo personaggio; dal timore di non essere in grado di creare il "se magico", tanto caro al maestro Stanislavkj. In queste occasioni Rosalia si attardava nel corridoio finendo invariabilmente con 1' orecchio incollato alla porta della stanza da letto dove lui si rinchiudeva, come stavolta. A lungo lo udiva camminare in su e in giù mentre andava ripetendo con fonda voce travagliata e a intervalli piuttosto lunghi, due frasi, sempre le stesse. Frasi che egli riteneva il cardine dell'insegnamento del russo e che lei ormai sapeva a menadito. "Ogni nostro movimento, ogni parola, in scena, deve essere il risultato della vita verosimile dell'immaginazione." "Il personaggio deve essere dotato di una vita interiore e di una esterna."

Come fosse. tutto regolato da un meccanismo perfetto, a questo punto la donna sapeva di poter andare a letto tranquilla, sicura che Rodolfo Valle avrebbe ottenuto il solito successo scontato per tutti o quasi, meno che per il diretto interessato. Caro, sciocco mostro!

— Buona notte, sibilla — aveva sussurrato alla fine Rodolfo lasciandole libere le braccia di colpo per guadagnare la stanza di cui chiuse immediatamente la porta con determinatezza.

Per qualche secondo Rosalia si sentì come liberata da un incantesimo malefico, ma il sollievo del riscatto durò troppo poco; subito un maledetto nodo le strinse la gola non permettendo alle parole che avrebbe voluto pronunciare, di uscire. Con sforzo riuscì soltanto a mormorare un grazie, altrettanto a te. Ma ebbe la certezza che lui non l'aveva nemmeno udita.

Si girò lentamente incurvando le spalle come sotto l'enorme improvviso peso di cent'anni di vita già trascorsa, e si incamminò verso la camera da letto matrimoniale perché qui solo una parete la divideva da quella di Rodolfo. Avrebbe inoltre lasciato la sua porta socchiusa.

Di solito impiegava un tempo abbastanza lungo a prepararsi per la notte, ma quella sera ridusse al minimo ogni operazione. Rannicchiandosi sotto le coperte forse si sarebbe tolta di dosso l'ansia incalzante, montante con l'inesorabilità di un'ondata che si gonfia dismisura per inabissarci.

Con la testa affondata nel cuscino iniziò un corposo lavoro di autoconvincimento, tendendo contemporaneamente le orecchie per captare il benché minimo rumore. Ma la casa era sprofondata nel silenzio più completo. Era logico, si ripeteva, che lei avesse visto nell'atteggiamento di Rodolfo qualcosa di più drammatico del solito; e perché non vi era più abituata; e perché, effettivamente, il travaglio dell'uomo doveva essere ben più acuto di quando il recitare era il suo lavoro giornaliero. Era così senz'altro; non poteva essere che così… Oh, povera sibilla, quanto poco lo sei!, mormorò. Intanto nel cervello affaticato roteavano pensieri e pensieri in un pazzo carosello. Con sgomento si accorse di essere sull'orlo di una crisi isterica. Ricorse allora ad un rimedio che usava solo in casi estremi: senza far rumore andò in bagno dove si versò qualche goccia di Serenase in due dita d'acqua, la trangugiò d'un fiato e, poco dopo, cadde in un sonno senza sogni.

Valle intanto s'era tolto silenziosamente dal suo posto di osservazione, dove aveva sostato alla fine del suo andirivieni, lasciando le persiane spalancate e si era ficcato a letto ancora mezzo vestito, senza nemmeno accendere la lampada sul tavolino da notte.

I rumori del traffico gli giungevano piuttosto attutiti, come sempre, per la felice posizione della casa, ma stasera lo infastidivano più del dovuto per­ché aveva bisogno di sentirsi isolato. Quell'isolamento totale che lui riusciva a raggiungere con uno sforzo non eccessivo e che aveva battezzato "la strategia dell'ovatta". Raggiunto lo stadio perfetto si sentiva completamente estraneo al suo corpo, ancorato ad esso soltanto mediante il respiro. Per il resto diventava immaginazione pura che lo portava a vivere in una dimensione indescrivibile, meravigliosa, feconda.

Supino, con le mani incrociate sotto la nuca e le coperte tirate fin sopra la bocca s'avvide, con profonda inquietudine che, nonostante ogni sforzo, il suo nirvana rimaneva ostinatamente chiuso, lo rifiutava. Egli rimaneva, in tutto il suo essere umano, immerso, in modo drammatico, nella realtà terrena e brutale. Per questo, senza che la sua volontà intervenisse, si scopri a riandare la visita del Ferretti di poche ore prima. Fuor di ogni dubbio che la visita del ragazzo era avvenuta per un affettuoso riguardo verso il grande amico. Infatti tutto quello che era stato detto avrebbe potuto essere comunicato per telefono: la data della prima, le prove che lui, Rodolfo Valle, sarebbe stato meglio seguisse, non foss'altro che per amalgamarsi con gli altri attori i quali, nemmeno a dirlo, lo conoscevano tutti, o di persona o di fama; e tutti lo ammiravano naturalmente.

Stupido, stupidissimo ragazzo, colmo del provvidenziale e logico ottimismo dei giovani! non riusciva a mettersi in testa che i morti non si possono risuscitare; e soprattutto non immaginava nemmeno che si può essere morti anche da vivi. E quell'altra sciocca che faceva il paio. Sibilla: ecco un nomignolo molto male applicato; solo adesso se ne rendeva conto. O era maledettamente ingiusto verso quella splendida donna?

Valle raggricciò il viso in un sogghigno ricordando fin l'intonazione della voce di loro tre.

— Mi raccomando, Rosalia, — aveva pregato con fervore il giovane. — Conto su di te perché Rodolfo non in­nesti la retro all'ultimo momento. Lo sai meglio di me che qualche capriccetto se lo permette, sia pure di rado. E poi, di' la verità, ci tieni un mondo anche tu a questo rientro. O sbaglio? — Ferretti, sicuro di non ingannarsi sul conto della donna, l'aveva affettuosamente presa per il ganascino. Lei lo aveva ricambiato con un caldo sorriso e con l'assicurazione:

— Vai tranquillo, hombre, e conta su Rosalia. — Era stata così categorica, poveretta. Poi l'aveva accompagnato alla porta e qui, i due, s'erano fermati almeno cinque o sei minuti a confabulare.

Valle sogghignò nuovamente ricordando che durante tutta la conversazione aveva emesso qualche anodino mmm, tutti quelli cioè cui la gola serrata dava il permesso di uscire.

Si era a metà gennaio. Il freddo era intenso ma asciutto. La nevicata natalizia, piuttosto abbondante, era stata mangiata dalla pioggia successiva in modo che tutto ora era pulito, purificato dalla rigidità dell'aria in un cielo terso.

L'Apollo era un teatro ricavato da alcuni locali siti in uno dei corsi più battuti del centro città, non più di un lustro addietro. Non era eccessivamente capiente, ma elegantissimo. La sera della prima le insegne luminose sfavillavano vincendo di gran lunga  fanali stradali e plenilunio. Le locandine, molto appariscenti, racchiuse in bacheche illuminate anch'esse, una su ogni fianco dell'entrata, portavano come sopratitolo, in ampie lettere d'un verde fosforescente, IL GRANDE VECCHIO RITORNA. Uno striscioncino di cartone annunciava il tutto esaurito. Non si poteva desiderare di meglio. In altri tempi Valle avrebbe dimostrato, senza modestia e senza albagìa, la sua piena soddisfazione, la sua esuberante gioia. Ma quella sera no, non poteva. Oltre allo stretto necessario non riuscì a spiccicare una parola.

È molto emozionato, poveretto, sussurravano tra di loro quelli che gli stavano d'attorno. Ma l'attore non vedeva nulla e nessuno se non ciò che sarebbe accaduto tra poco, come vi avesse già assistito. Ripassò per l'ultima volta i tempi che aveva accuratamente studiato durante le prove. Tutto era perfetto.

Atto quinto, scena terza e ultima. La tragedia che si stava consumando. Il che aveva sempre significato per l'attore chiamate a non finire da parte di un pubblico in delirio. Ma a soffocare questi ricordi struggenti, un freddo calcolo veloce: dalla sua ultima uscita alla sua ultima entrata in palcoscenico sarebbero trascorsi ventisette minuti, secondo la regia di Ferretti. Si sarebbe iniettato il Flectadol, per lui sicuramente letale, data la provata allergia al farmaco, un ventitré minuti prima di entrare in scena. La medicina avrebbe agito entro mezz'ora: shock anafilattico con conseguente edema della glottide, quindi morte per asfissia. Quattro minuti dedicati al suo canto del cigno. Quella sera avrebbe offerto agli spettatori dell'Apollo uno spettacolo irripetibile forse: Re Lear sarebbe morto contemporaneamente due volte. Peccato, veramente peccato non potersi godere le reazioni alla sua più grande esibizione.

Ferretti, come regista, non concedeva molto a scenografie avanguardistiche, rivoluzionarie. Tuttavia su suggerimento ("ordine" lo definiva) del Valle, aveva disposto per l'ultima scena, il palcoscenico completamente vuoto, con fondali blu notte; un intelligente ed elaborato gioco di luci bianche e rosse, dislocate in punti strategici, riuscivano a creare un'atmosfera di fato incombente, ineluttabile.

—Dài, tocca a te. Mi raccomando, fa' in modo che non crolli il soffitto per gli applausi! — Nicoletto Ferretti era tesissimo, ma anche raggiante, quasi euforico come avesse bevuto frizzantino fino a quel momento. Il vecchio non lo vide nemmeno: maestoso nella sua tunica bianca che lo copriva fino ai piedi nudi, stretta in vita da un'alta cintura a disegni d'oro, uscì sul palcoscenico reggendo sulle braccia il cadavere di Cordelia. Si muoveva con fatica palese e il pubblico non gli toglieva gli occhi di dosso pensando che, da sommo attore, non si smentiva mai.

Ecco, ora Valle aveva raggiunto il centro del palco, ma le parole che tutti si aspettavano di udire, non vennero: Urla! Urla! Urla!…

Ma chi era quel Lear muto, enigmatico?

Il Grande Vecchio si inginocchiò depositando ai suoi piedi Cordelia.

Subito un gioco di riflettori lo illuminò in modo da scavargli nel corpo, soprattutto nel viso, ombre arcane, paurose; mentre la figura veniva proiettata in modo che la sagoma, prima tutta nera poi rossastra, sui fondali guizzasse a tratti, come animata di vita propria. Follia unita a disperazione: due poteri malefici e invincibili avevano preso possesso di tutta la Terra.

Il Grande Vecchio staccò il suo sguardo remoto dalla ragazza stesa ai suoi piedi per portarlo sulla voragine nera che si apriva appena oltre la ribalta, mentre il pubblico iniziava a dare segno di perplessità e di disagio. Tutto sembrava sospeso, proiettato al di fuori del tempo. Alcuni secondi soltanto erano trascorsi dalla comparsa del re pazzo, ma il suo mutismo assurdo e ostinato li aveva dilatati fino a farli diventare lunghissimi minuti, forse ore.

Voragine nera là davanti, completamente vuota o popolata di mostri. Ma che importava? Una cosa sola era certa e importante per Rodolfo Valle: in quel buco d'inferi, seduta su una poltrona di prima fila, stava Rosalia.

Povera, povera sibilla!

L'uomo sentì una punta di rimorso penetrargli nel cuore come una lama fredda. Cercò di scacciarla con forza: nulla doveva distrarlo dal pensiero della sua scena imminente. Tuttavia la figura della sua compagna non l'abbandonò subito. In un lampo rivisse gli ultimi momenti.

Erano già pronti per uscire e soltanto ora lei gli aveva permesso di guardarla. Doveva essere una sorpresa — gli aveva gridato gioiosamente da dietro la porta della stanza dove si stava preparando — quindi doveva vederla solo quando fosse "cotta a puntino". Così, al momento giusto, l'aveva raggiunto nel salone.

Quando Valle se la vide davanti rimase senza fiato. Sì, era veramente una sorpresa, una crudele sorpresa.

Rosalia indossava un abito di raso nero opaco, lungo e liscio che le fasciava morbidamente il magnifico corpo. Unica sofisticheria le ampie maniche di velo, nero anch'esso, fitte di piegoline raccolte all'attaccatura e subito sciolte fino al polso; ad ogni movimento delle braccia parevano due ali tenebrose, pronte a prendere il volo. Un'ampia sciarpa dello stesso tessuto delle maniche girava allentata intorno al collo scendendo, con il lembo più lungo, sul dorso della donna, mentre il lembo anteriore era fermato, appena sotto la spalla sinistra, dalla "spilla".

Rosalia non portava altro gioiello, altro ornamento; i capelli, fulvo artificiale ma ancora tanto folti, erano raccolti in una crocchia elaborata alla sommità del capo in modo da mettere in risalto la linea elegantissima del collo. Tutto questo era stato notato da Valle in modo confuso essendo la sua attenzione totalmente concentrata sulla "spilla".

— Proprio quel gioiello, sibilla… — aveva constatato con un fil di voce.

— Ommioddio! Se vuoi la cambio.— La donna era sbiancata. — Pensavo che fosse una scelta indovinata per questa sera speciale, specialissima, anzi.—

— No, no. Non devi cambiarla assolutamente. Non immagini quanto sia adatta alla circostanza. Ti assicuro che non potevi scegliere di meglio, cara. —

A quella spilla era legata una semplice storia che i due avevano gonfiato per divertimento. L'aveva disegnata lui a Parigi, dopo una lunga serie di recite fortunate, e l'aveva fatta eseguire da un bravo orefice, portandogliela in dono al suo rientro in Italia. Il gioiello rappresentava una stella alpina a grandezza naturale, in platino, con qualche piccolo brillante nei petali ed il cuore fatto di rubini. Al momento di incartarla all'attore era venuta in mente una frase che gli era molto piaciuta, così aveva pregato il gioielliere di fargliela scrivere per includerla nel pacchettino: "Cresco sulle vette impervie come gli ideali. A 'Valle' non resisto".

Rosalia aveva preteso che le rivelasse il significato recondito, perché un significato doveva esserci, secondo lei; ma l'uomo l'aveva assicurata che era solo un gioco di parole, venutogli in mente in modo del tutto estemporaneo. E tale era stato infatti, fino a che la paura del declino aveva fatto prendere all'attore l'eroica decisione di ritirarsi dalle scene. Allora quella frase innocente aveva assunto per lui il drammatico significato di una previsione.

Questo non l'aveva mai rivelato a nessuno, nemmeno a lei.

Rosalia, comunque, era andata in visibilio, sia per il gioiello sia per il motto; e subito, per gioco aveva prospettato l'idea che, quando fossero diventati nobili, avrebbero scelto un blasone con una stella alpina dai petali bianchi e dal cuore scarlatto in campo nero. Quella meravigliosa frase sarebbe stata la loro divisa…

Valle avvertì un senso di vertigine; la testa gli si stava appesantendo insopportabilmente. Doveva affrettarsi. Con voce sorda, discontinua, saltò diverse battute.

— Me l'hanno strangolata la mia povera pazzerella. Portate uno specchio. No, non portate nulla. Niente può vincere la morte. Cordelia, piccola pazzerella mia, anche tu hai voluto cogliere la tua stella alpina… ed ora sei già in mezzo alla valle buia… Io ho vissuto molto più a lungo di te… Tanto a lungo… è giusto che stasera … passi la mia stella alpina… agli altri… a tutti coloro che…

All'improvviso il Grande Vecchio sbarrò gli occhi portandosi entrambe le mani alla gola, frenetico, mentre suoni inarticolati gli uscivano dalla bocca spalancata alla ricerca spasmodica di aria.

Fu questione di attimi; poi, piegandosi da un lato, cadde sulle tavole con un tonfo sinistro e vi giacque immobile.

 

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pubblicato il 02 Marzo 2001

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