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Un
vecchio sui 75 anni, vestito in modo molto
trasandato (maniche del maglione rotte sui gomiti,
ciabatte sformate ecc.) siede in una poltrona dalla
tappezzeria stinta e sfilacciata alla quale è stato
sostituito il piede mancante con alcuni libri messi
uno sopra l'altro. Una sola lampadina nuda di forte
luminosità e pendente dal soffitto illumina la scena
in modo vivido (per eventuali altre fonti di luce
ritenute necessarie si deve provvedere a tenerle
completamente nascoste).
Sparsi
per terra, in gran disordine dovranno essere molti
fogli bianchi, fogli scritti per intero, per metà o
per poche righe, libri chiusi e libri aperti, biro,
matite nuove e matite smozzicate.
Il
vecchio, a sipario alzato, resta immobile per una
decina di secondi: il mento stretto in una mano e la
testa leggermente china in avanti. Alla fine di tale
tempo si riscuote con una certa vivacità e si mette
a frugare, con entrambe le mani ma restando seduto,
chinando solo il corpo, a destra, a sinistra,
davanti a sé. Dopo un tempo ragionevole di tale
armeggiare si raddrizza e allunga verso il pubblico
una mano nella quale stringe alcuni fogli
cincischiati, esclamando con tono soddisfatto e un
largo sorriso:
– Ecco,
ho trovato ciò che cercavo.
Quindi
si alza e compie alcuni passi per avvicinarsi alla
ribalta. Qui riprende a parlare:
– Vedo
che il teatro è pieno, stasera. Ciò mi dà una
soddisfazione indescrivibile. Spero solo di non
deludere un pubblico tanto cortese.
A
questo punto si ode una voce fuori campo che
interverrà durante tutto l'atto:
Voce
– Non barare. Sai benissimo che non ti trovi su
alcun palcoscenico e davanti a te hai solo una
finestrucola dai vetri sudici.
Il
vecchio durante tutti gli interventi della Voce
mantiene la testa alta compiendo di tanto in tanto,
con dignitosa misura, un gesto della mano che
significa: non date retta a questa rompiscatole;
sono tutte fandonie quelle che sta dicendo.
Quando
la Voce tace il vecchio riprende il suo discorso
sempre rivolto al pubblico:
–
Innanzitutto vorrei presentarmi a coloro che, fra
questo gradito pubblico, e immagino che
rappresentino la stragrande maggioranza, non mi
conoscono. Io sono un poeta. Un vero poeta che ha
però voluto vivere nell'ombra pago solo di scrivere
per se stesso. E quanto ho scritto!
Voce
– Non mentire. Oltre essere un pessimo bugiardo sai
bene che ti posso sbugiardare. Vuoi negare di
esserti abbandonato ad ogni sorta di sogni proibiti?
Devo essere onesta: l'unica cosa che non hai osato
sognare è stato il Nobel, poi hai fantasticato su
tutto: i premi più prestigiosi, riconoscimenti da
parte delle più alte autorità della cultura, famose
università che ti offrivano la laurea ad honorem,
case editrici che ti contendevano a suon di
contratti d'oro, e popolarità sconfinata… Sei
proprio sicuro di poter negare tutto questo?
Il
vecchio, che non s'è mai spostato, riprende la
parola:
– Bene,
gentili spettatrici e gentili spettatori, ora
leggerò alcune mie poesie che nessuno conosce.
Confesso di non essere buon dicitore, ma prometto
che farò del mio meglio per farvi vivere le emozioni
che io provai mentre scrivevo ciò che udrete. È
questo il compito della poesia, no?
Il
vecchio inizia a leggere. Durante la lettura
l'attore passerà sotto agli altri i fogli che ha già
letto.
Uscì dalla fila.
Gli altri proseguirono cantando
l'Inno di Tutti
su prefabbricata melodia.
Ferma la mano che dirige il coro.
Ombre oscure
inghiottirono ogni eco
e lui attese dietro una duna
chiedendosi.
Grande come un mare
verdegiallo
la steppa
sotto pigre nubi intorpidite.
– Era un soldato, –
gridò Irina controvento.
Assieme a lei discendo
scarpata di fango
fino al riquadro senza protezioni.
Campo di morti:
fiori finti e veli sbrindellati
dai fieri geli di Siberia.
– Era un soldato. Ecco la stella. –
Irina, indicando pietra povera
tra tombe recintate a basse verghe
di ferro azzurro e bianco
come lettini assurdi
di neonati.
Era un soldato.
Guardo un viso e due date
con troppo breve spazio tra di loro.
Era un soldato come i nostri
come tanti
come tutti.
Ed aveva una madre come le nostre
come tante
come tutte.
Cariatide del nulla
in fila coi camalli
attendo.
Katana d'antico samurai
abilmente celata
da fiori di ciliegio.
Stupide lotte di pensiero
per l'inutile.
Affondo in haiku di dolore
che unisce l'Est e l'Ovest
in sotterranea forza di millenni
dove
essere e non-essere
non trovano risposte.
Si trasformerà bruco
orripilante
leggiadria di farfalla
e il pargolo
in uomo condannato.
Questo sapevo
ma ancora
non scrivevo versi
osservando Prealpi sfumate
in calma vespertina.
Aspiravo aromi variegati
come addendi scomposti di colori
su folli tavolozze
e non sapevo
la fine della strada
sonnolenta di polvere
tra paciosi gelsi
e magre prode.
Avrò amara saggezza
nella mia sera
ma gli anni acerbi
fremono d'irrequiete fole.
Spoon river di pietre mute.
Ascolto
e non odo confessioni
tra fiori in sfacelo
e piccoli ceri consunti.
Ceneri d'ossa che non han più ombra
da sollevare piano
ad ogni plenilunio
per salutare civette amiche
e cani.
Tu
e tu
e tu
ed io…
in foscoliane ire senza senso.
Né mormorìo d'acque
né voli d'uccelli
né frescura di resinose fronde.
"Qual fia…?"
La concubina si tolse il
trucco
rimanendo nuda.
Fu lo specchio a ucciderla
ma tutti dissero suicidio.
Mi macera
la miseria della mia sapienza.
Non tenni conto del Predicatore
e vissi cieco nel vento
cercando lumi che si nascondono
come spensierati monelli
che non sanno
la misericordia.
Di mano in mano che legge
passerà i fogli letti (pochi perché le poesie sono
brevi e ce ne possono stare più di una su un solo
foglio) sotto gli altri.
Finita la lettura il
vecchio s'inchina poi si rialza e ringrazia:
– Sono commosso.
Incredibilmente commosso da questi nutriti applausi.
Essi mi danno la certezza della vostra approvazione
incoraggiandomi a proseguire nella lettura di altri
miei componimenti.
Inizia così a leggere e,
come prima, durante la lettura l'attore passerà
sotto agli altri i fogli che ha già letto.
Il tuo corpo
è piagato di vita
e tu cammini curvo
attraverso il tempo che uccide.
Aggrappati a me:
come i "Ciechi" di Bruegel
cadremo insieme.
Accarezzavo
chioma bionda di spadice
ancora acerbo
conversando con le fate.
Mi tagliuzzavano il volto
in un assolo di scherma
silicee foglie dritte
annodate a cauli predestinati
senza sapienza.
Seduto sul
ciglio polveroso
non conto più le ore
che m'attorcigliano.
Ti seguo con lo sguardo:
ombra vaga
sfumata di riverbero serale
che s'allontana.
Hai ancora suole tu
da consumare in passi grevi.
Non
attendermi:
non verrò domani
e forse mai
a parlare vacuo
prendendo tè in tazze pretenziose
dove tu trovi riscontri.
Non leggo scopi
nelle foglie ora ingiallite,
non lessi scopi
nelle turgide gemme d'aprile.
Parlerò solo a me stesso
specchiandomi nel rovescio del cucchiaio
che non immergo in ciotole di cibo.
Non ho fame.
Non ho sete.
Non attendermi
per favore.
Appeso al
chiodo cappello di paglia
smagrito da sole contadino.
Anche il mio corpo
livido di stagioni
nasconde crepa profonda
a serpentello sul muretto
corroso d'edera morta.
Fisso al suolo
sguardo ostinato:
temo la finestra spalancata
su notte di fantasmi.
Grigio
sfumante i monti
oltre cortina di feroce calura
e cielo di latta arroventata
senza speranza di nubi.
Cenere ormai la terra
che ha ucciso l'ultimo filo d'erba
mentre il pozzo
dà melma verdastra.
E il vecchio
con la pipa vuota
nell'angolo della bocca sguernita
cerca invano rassegnazione:
le zolle ai suoi piedi
bevono ingordamente
lacrime di sale.
Tabacco
riciclato
e cicche raccolte
nella pipa nera
di vizio innocente.
Stolido stupore
segue biancastre volute di fumo
che deride domande taciute
lette in occhi socchiusi.
Ti attendo
seduto tra i pinguini:
ci incontreremo all'alba
del sole di Hiroshima.
Dopo finito s'inchina, si
rialza e ringrazia di nuovo.
– Oh, è molto, molto di più di
quanto immaginassi. Spero che non mi si giudichi
troppo male, ma confesso che faccio fatica a
trattenere le lacrime. Questi ripetuti bis, da tutti
gridati in modo così spontaneo! Non posso certo
negarmi ignorandoli. Allora concluderò con una
piccola serie di brevi poesie a tema, ossia il
Tempo. Chi non ha mai parlato, non ha mai scritto,
non ha mai meditato sul tempo? Su questa entità
astratta, inconsistente; su questo ectoplasma fluido
e vischioso, che noi consideriamo veloce o lento
sopraffatti dalla nostra soggettività. Tempo come
convezione che condiziona rigidamente la nostra
esistenza governandola sul ritmo di scansioni
dall'aspetto esteriore vario, mutevole, ma in realtà
implacabilmente immutabile; esso ci avvolge e
sconvolge in un ristretto alfa e omega. Giunto che
sia ciascuno di noi al suo omega il tempo scivola
via senza nemmeno una piccola sosta e senza che il
nostro passaggio lo scalfisca. Macchina feroce
dunque, autogenerante l'energia che la fa muovere,
il cui compito implacabile è quello di trasformare
tutto quanto vive in osceno rimescolìo senza senso,
in assurdi, inutili avvicendamenti. Ecco:
Si sfascia
Si sfascia il tempo
davanti a me
ridendo.
Sapori
Mi volgerò ancora indietro
forse
anche se i sapori
non sono più uguali
annacquati di tempo.
Alchimia
Alchimia di foglie morte
coinvolge i sensi
seppellendo il tempo.
Ego
Si nutre di Tempo la Morte
e di malaccorti ego
che si dibattono
in tentativi di sopravvivenza
lacrimando sangue.
Inchiostro d'ebano
Ha tanti colori il mio
silenzio.
In esso calerò le membra
scrivendo il tempo
con inchiostro d'ebano.
Non si è ancora spento il
suono dell'ultima sillaba che la Voce interviene.
– Adesso veramente basta. E lo
grido: BASTA! Non puoi umiliarti fino a questo
punto. Abbi il coraggio di ammettere la sconfitta.
Quanti, magari migliori di te, sono morti
nell'anonimato. Quanti, che pure sono riusciti a
farsi conoscere, durante la vita, in un ambito
esiguo, dopo la loro morte più nessuno ricorda. E
anche i grandi, in fondo, che cosa ci guadagnano ad
essere amati, ammirati, ricordati. Hai detto bene
ricorrendo al Foscolo, non certo uomo felice: "Qual
fia?" Però non avrei immaginato che ti riducessi
così male.
Da questo momento la luce
va scemando con una certa velocità, mentre il
vecchio, silenzioso e barcollante, si gira per
tornare vicino alla poltrona. Qui giunto si
inginocchia e, preso da improvvisa energia, afferra
a manciate i fogli sparsi intorno a lui, li
accartoccia scagliandoli poi il più lontano
possibile. La luce ora è completamente spenta.
Rimarrà soltanto una penombra che permetta di vedere
la sagoma del vecchio, il quale, sempre in
ginocchio, si china fino a toccare il suolo con la
fronte che tiene immobile, mentre le braccia battono
ritmicamente, con foga, i pugni chiusi davanti alla
sua testa. Si deve udire un rumore sordo ogni
qualvolta i pugni battono le tavole del
palcoscenico, ma esso non deve sopraffare la voce
rabbiosa e acuta con la quale il vecchio urla:
– Non è vero, non è
assolutamente vero che scrivere solo per se stessi
può bastare.
cala il sipario
L'atto unico Il poeta è
tratto dalla mia pubblicazione
In scena - dieci atti unici (Torino, 2003).

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