Home  

 

 

Il poeta

di Celeste Chiappani Loda

http://celesteloda.chiappani.it/

http://www.chiappani.it/nonintruppati.htm

 

Un vecchio sui 75 anni, vestito in modo molto trasandato (maniche del maglione rotte sui gomiti, ciabatte sformate ecc.) siede in una poltrona dalla tappezzeria stinta e sfilacciata alla quale è stato sostituito il piede mancante con alcuni libri messi uno sopra l'altro. Una sola lampadina nuda di forte luminosità e pendente dal soffitto illumina la scena in modo vivido (per eventuali altre fonti di luce ritenute necessarie si deve provvedere a tenerle completamente nascoste).

Sparsi per terra, in gran disordine dovranno essere molti fogli bianchi, fogli scritti per intero, per metà o per poche righe, libri chiusi e libri aperti, biro, matite nuove e matite smozzicate.

Il vecchio, a sipario alzato, resta immobile per una decina di secondi: il mento stretto in una mano e la testa leggermente china in avanti. Alla fine di tale tempo si riscuote con una certa vivacità e si mette a frugare, con entrambe le mani ma restando seduto, chinando solo il corpo, a destra, a sinistra, davanti a sé. Dopo un tempo ragionevole di tale armeggiare si raddrizza e allunga verso il pubblico una mano nella quale stringe alcuni fogli cincischiati, esclamando con tono soddisfatto e un largo sorriso:

– Ecco, ho trovato ciò che cercavo.

Quindi si alza e compie alcuni passi per avvicinarsi alla ribalta. Qui riprende a parlare:

– Vedo che il teatro è pieno, stasera. Ciò mi dà una soddisfazione indescrivibile. Spero solo di non deludere un pubblico tanto cortese.

A questo punto si ode una voce fuori campo che interverrà durante tutto l'atto:

Voce – Non barare. Sai benissimo che non ti trovi su alcun palcoscenico e davanti a te hai solo una finestrucola dai vetri sudici.

Il vecchio durante tutti gli interventi della Voce mantiene la testa alta compiendo di tanto in tanto, con dignitosa misura, un gesto della mano che significa: non date retta a questa rompiscatole; sono tutte fandonie quelle che sta dicendo.

Quando la Voce tace il vecchio riprende il suo discorso sempre rivolto al pubblico:

– Innanzitutto vorrei presentarmi a coloro che, fra questo gradito pubblico, e immagino che rappresentino la stragrande maggioranza, non mi conoscono. Io sono un poeta. Un vero poeta che ha però voluto vivere nell'ombra pago solo di scrivere per se stesso. E quanto ho scritto!

Voce – Non mentire. Oltre essere un pessimo bugiardo sai bene che ti posso sbugiardare. Vuoi negare di esserti abbandonato ad ogni sorta di sogni proibiti? Devo essere onesta: l'unica cosa che non hai osato sognare è stato il Nobel, poi hai fantasticato su tutto: i premi più prestigiosi, riconoscimenti da parte delle più alte autorità della cultura, famose università che ti offrivano la laurea ad honorem, case editrici che ti contendevano a suon di contratti d'oro, e popolarità sconfinata… Sei proprio sicuro di poter negare tutto questo?

Il vecchio, che non s'è mai spostato, riprende la parola:

– Bene, gentili spettatrici e gentili spettatori, ora leggerò alcune mie poesie che nessuno conosce. Confesso di non essere buon dicitore, ma prometto che farò del mio meglio per farvi vivere le emozioni che io provai mentre scrivevo ciò che udrete. È questo il compito della poesia, no?

Il vecchio inizia a leggere. Durante la lettura l'attore passerà sotto agli altri i fogli che ha già letto.

Fuori riga

Uscì dalla fila.
Gli altri proseguirono cantando
l'Inno di Tutti
su prefabbricata melodia.
Ferma la mano che dirige il coro.
Ombre oscure
inghiottirono ogni eco
e lui attese dietro una duna
chiedendosi.

Soldato siberiano

Grande come un mare verdegiallo
la steppa
sotto pigre nubi intorpidite.
– Era un soldato, –
gridò Irina controvento.
Assieme a lei discendo
scarpata di fango
fino al riquadro senza protezioni.
Campo di morti:
fiori finti e veli sbrindellati
dai fieri geli di Siberia.
– Era un soldato. Ecco la stella. –
Irina, indicando pietra povera
tra tombe recintate a basse verghe
di ferro azzurro e bianco
come lettini assurdi
di neonati.
Era un soldato.
Guardo un viso e due date
con troppo breve spazio tra di loro.
Era un soldato come i nostri
come tanti
come tutti.
Ed aveva una madre come le nostre
come tante
come tutte.

Camalli

Cariatide del nulla
in fila coi camalli
attendo.

Katana

Katana d'antico samurai
abilmente celata
da fiori di ciliegio.
Stupide lotte di pensiero
per l'inutile.
Affondo in haiku di dolore
che unisce l'Est e l'Ovest
in sotterranea forza di millenni
dove
essere e non-essere
non trovano risposte.

Non scrivevo versi

Si trasformerà bruco orripilante
leggiadria di farfalla
e il pargolo
in uomo condannato.
Questo sapevo
ma ancora
non scrivevo versi
osservando Prealpi sfumate
in calma vespertina.
Aspiravo aromi variegati
come addendi scomposti di colori
su folli tavolozze
e non sapevo
la fine della strada
sonnolenta di polvere
tra paciosi gelsi
e magre prode.

Avrò amara saggezza
nella mia sera
ma gli anni acerbi
fremono d'irrequiete fole.

"Qual fia…?"

Spoon river di pietre mute.
Ascolto
e non odo confessioni
tra fiori in sfacelo
e piccoli ceri consunti.
Ceneri d'ossa che non han più ombra
da sollevare piano
ad ogni plenilunio
per salutare civette amiche
e cani.
Tu
e tu
e tu
ed io…
in foscoliane ire senza senso.
Né mormorìo d'acque
né voli d'uccelli
né frescura di resinose fronde.
"Qual fia…?"

Concubina

La concubina si tolse il trucco
rimanendo nuda.
Fu lo specchio a ucciderla
ma tutti dissero suicidio.

Ecclesiaste

Mi macera
la miseria della mia sapienza.
Non tenni conto del Predicatore
e vissi cieco nel vento
cercando lumi che si nascondono
come spensierati monelli
che non sanno
la misericordia.

 

Di mano in mano che legge passerà i fogli letti (pochi perché le poesie sono brevi e ce ne possono stare più di una su un solo foglio) sotto gli altri.

Finita la lettura il vecchio s'inchina poi si rialza e ringrazia:

– Sono commosso. Incredibilmente commosso da questi nutriti applausi. Essi mi danno la certezza della vostra approvazione incoraggiandomi a proseguire nella lettura di altri miei componimenti.

Inizia così a leggere e, come prima, durante la lettura l'attore passerà sotto agli altri i fogli che ha già letto.

I ciechi

Il tuo corpo è piagato di vita
e tu cammini curvo
attraverso il tempo che uccide.
Aggrappati a me:
come i "Ciechi" di Bruegel
cadremo insieme.

Assolo di scherma

Accarezzavo
chioma bionda di spadice
ancora acerbo
conversando con le fate.
Mi tagliuzzavano il volto
in un assolo di scherma
silicee foglie dritte
annodate a cauli predestinati
senza sapienza.

Suole da consumare

Seduto sul ciglio polveroso
non conto più le ore
che m'attorcigliano.
Ti seguo con lo sguardo:
ombra vaga
sfumata di riverbero serale
che s'allontana.
Hai ancora suole tu
da consumare in passi grevi.

Non verrò più

Non attendermi:
non verrò domani
e forse mai
a parlare vacuo
prendendo tè in tazze pretenziose
dove tu trovi riscontri.
Non leggo scopi
nelle foglie ora ingiallite,
non lessi scopi
nelle turgide gemme d'aprile.
Parlerò solo a me stesso
specchiandomi nel rovescio del cucchiaio
che non immergo in ciotole di cibo.
Non ho fame.
Non ho sete.
Non attendermi
per favore.

Il cappello di paglia

Appeso al chiodo cappello di paglia
smagrito da sole contadino.
Anche il mio corpo
livido di stagioni
nasconde crepa profonda
a serpentello sul muretto
corroso d'edera morta.
Fisso al suolo
sguardo ostinato:
temo la finestra spalancata
su notte di fantasmi.

La tragedia del secco

Grigio sfumante i monti
oltre cortina di feroce calura
e cielo di latta arroventata
senza speranza di nubi.
Cenere ormai la terra
che ha ucciso l'ultimo filo d'erba
mentre il pozzo
dà melma verdastra.
E il vecchio
con la pipa vuota
nell'angolo della bocca sguernita
cerca invano rassegnazione:
le zolle ai suoi piedi
bevono ingordamente
lacrime di sale.

Vecchio con pipa

Tabacco riciclato
e cicche raccolte
nella pipa nera
di vizio innocente.
Stolido stupore
segue biancastre volute di fumo
che deride domande taciute
lette in occhi socchiusi.

Tra i pinguini

Ti attendo
seduto tra i pinguini:
ci incontreremo all'alba
del sole di Hiroshima.

 

Dopo finito s'inchina, si rialza e ringrazia di nuovo.

– Oh, è molto, molto di più di quanto immaginassi. Spero che non mi si giudichi troppo male, ma confesso che faccio fatica a trattenere le lacrime. Questi ripetuti bis, da tutti gridati in modo così spontaneo! Non posso certo negarmi ignorandoli. Allora concluderò con una piccola serie di brevi poesie a tema, ossia il Tempo. Chi non ha mai parlato, non ha mai scritto, non ha mai meditato sul tempo? Su questa entità astratta, inconsistente; su questo ectoplasma fluido e vischioso, che noi consideriamo veloce o lento sopraffatti dalla nostra soggettività. Tempo come convezione che condiziona rigidamente la nostra esistenza governandola sul ritmo di scansioni dall'aspetto esteriore vario, mutevole, ma in realtà implacabilmente immutabile; esso ci avvolge e sconvolge in un ristretto alfa e omega. Giunto che sia ciascuno di noi al suo omega il tempo scivola via senza nemmeno una piccola sosta e senza che il nostro passaggio lo scalfisca. Macchina feroce dunque, autogenerante l'energia che la fa muovere, il cui compito implacabile è quello di trasformare tutto quanto vive in osceno rimescolìo senza senso, in assurdi, inutili avvicendamenti. Ecco:

Si sfascia

Si sfascia il tempo
davanti a me
ridendo.

Sapori

Mi volgerò ancora indietro
forse
anche se i sapori
non sono più uguali
annacquati di tempo.

Alchimia

Alchimia di foglie morte
coinvolge i sensi
seppellendo il tempo.

Ego

Si nutre di Tempo la Morte
e di malaccorti ego
che si dibattono
in tentativi di sopravvivenza
lacrimando sangue.

Inchiostro d'ebano

Ha tanti colori il mio silenzio.
In esso calerò le membra
scrivendo il tempo
con inchiostro d'ebano.

 

Non si è ancora spento il suono dell'ultima sillaba che la Voce interviene.

– Adesso veramente basta. E lo grido: BASTA! Non puoi umiliarti fino a questo punto. Abbi il coraggio di ammettere la sconfitta. Quanti, magari migliori di te, sono morti nell'anonimato. Quanti, che pure sono riusciti a farsi conoscere, durante la vita, in un ambito esiguo, dopo la loro morte più nessuno ricorda. E anche i grandi, in fondo, che cosa ci guadagnano ad essere amati, ammirati, ricordati. Hai detto bene ricorrendo al Foscolo, non certo uomo felice: "Qual fia?" Però non avrei immaginato che ti riducessi così male.

Da questo momento la luce va scemando con una certa velocità, mentre il vecchio, silenzioso e barcollante, si gira per tornare vicino alla poltrona. Qui giunto si inginocchia e, preso da improvvisa energia, afferra a manciate i fogli sparsi intorno a lui, li accartoccia scagliandoli poi il più lontano possibile. La luce ora è completamente spenta. Rimarrà soltanto una penombra che permetta di vedere la sagoma del vecchio, il quale, sempre in ginocchio, si china fino a toccare il suolo con la fronte che tiene immobile, mentre le braccia battono ritmicamente, con foga, i pugni chiusi davanti alla sua testa. Si deve udire un rumore sordo ogni qualvolta i pugni battono le tavole del palcoscenico, ma esso non deve sopraffare la voce rabbiosa e acuta con la quale il vecchio urla:

– Non è vero, non è assolutamente vero che scrivere solo per se stessi può bastare.

cala il sipario

 

L'atto unico Il poeta è tratto dalla mia pubblicazione In scena - dieci atti unici (Torino, 2003).

 

Home  

redazione@raccontare.com  | 

pubblicato il 02 Marzo 2001

Copyright 2001-2006 © Raccontare.com