Città nascosta
Se gli autisti dei mezzi pubblici non avessero
proclamato una serie
di scioperi selvaggi senza preavviso, forse non mi
sarei mai avventurata
lungo queste stradine che mi sono ben poco familiari,
ma ora vi sto
camminando di buon passo tenendomi rasente i muri, là
dove soltanto un lieve
rialzo della pavimentazione sconnessa indica un
accenno di marciapiede,
perché i rari veicoli che si azzardano a transitare da
queste parti
rischiano di sfiorare i passanti se non effettuano le
manovre con estrema
precisione.
Di certo queste vie dai nomi antichi non sono state
tracciate per il
traffico del ventunesimo secolo: non potresti
immaginarvi nient'altro che il
passaggio di qualche carretto trainato da un cavallo
solitario, tuttavia
anche le persone che oggi abitano qui sono sicuramente
fornite di moderne
automobili, o avranno talvolta necessità di ricevere
servizi da altri
veicoli ancora più ingombranti. Non riesco proprio a
visualizzare un camion
dei traslochi costretto ad aggirarsi tra questi
edifici, eppure ogni tanto
ne dovrà ben passare qualcuno.
Sono nata e cresciuta in città ed abito soltanto a
poche centinaia di metri
di distanza, eppure conosco pochissimo questo
quartiere. Al mattino salgo
sull'autobus che mi conduce direttamente in centro,
dove si trova l'ufficio
in cui lavoro, e la sera faccio ritorno a casa nello
stesso modo, ma il
mezzo pubblico percorre soltanto le strade
principali: lunghi e larghi
viali pieni di rumori e di confusione, di veicoli
strombazzanti incolonnati
sull'asfalto e di pedoni a loro volta quasi intruppati
sui marciapiedi,
presso le vetrine dei negozi alla moda.
Ieri sono andata in ufficio a piedi e ho rifatto la
stessa strada la sera,
impiegando quasi cinquanta minuti ogni volta e
seguendo per abitudine il
percorso dell'autobus, ma è stata un'esperienza da
incubo: camminare a pochi
passi dalle lunghe file d'automobili imprigionate nel
traffico, impazzito e
perlomeno triplicato a causa della mancanza dei mezzi
pubblici, mi ha
lasciato la sensazione d'aver respirato una dose di
veleni equivalente a
quella inalata in una settimana da un fumatore
accanito che si bruci tre
pacchetti di sigarette al giorno, ed io non fumo
nemmeno!
Ieri sera, dopo aver fatto ritorno a casa, ho
consultato la pianta
topografica cittadina alla ricerca di un percorso
differente che mi
permettesse di evitare le strade di maggior traffico,
e ho scoperto che
sarebbe stato possibile ottenere un tracciato quasi
parallelo a quello
dell'autobus camminando lungo le piccole vie
secondarie.
Pochissimi automobilisti transitano da queste parti
perché le strade sono
molto strette, e quindi quasi sempre a senso unico,
obbligando a percorsi
tortuosi e deviazioni che solo chi conosce molto bene
il quartiere riesce a
sfruttare con efficacia.
Stamattina sono arrivata al lavoro in perfetto orario,
seguendo con
attenzione il tragitto che mi ero segnata su un
foglietto, per il timore di
perdermi nel dedalo di stradine sconosciute, ma adesso
che sto tornando a
casa mi rendo conto che posso anche rallentare il
passo: oggi è venerdì, e
grazie al contratto aziendale sono uscita dall'ufficio
in anticipo rispetto
agli altri giorni, perciò ho ancora a disposizione
parecchio tempo prima che
si avvicini l'ora di cena.
Il sole penetra a fatica in queste stradine così
anguste, lo s'intravede
appena ad illuminare gli ultimi piani di qualche
palazzo, mentre lassù in
alto spiccano brandelli di cielo azzurro. Le vie sono
tutte in ombra, perciò
immagino che le case che le delimitano siano piuttosto
buie e fredde, ma a
quest'ora ci sono parecchi passanti che mancavano del
tutto quando sono
transitata al mattino presto. Ci sono anche negozi
aperti, che non avevo
notato in precedenza, anche se non sono dello stesso
genere che si è
abituati a trovare sulle strade più frequentate: sono
spesso laboratori
d'artigiani, piccole botteghe d'antiquari, talvolta
negozietti d'oggetti
insoliti che si alternano alle tradizionali rivendite
di generi alimentari,
che qui hanno mantenuto però un aspetto vecchiotto, lo
stesso che ricordo
dai tempi in cui accompagnavo mia madre a fare la
spesa quand'ero bambina,
che è del tutto differente da quello dei grandi empori
delle zone
residenziali più moderne dove io sono ormai abituata a
recarmi da diversi
anni.
Il cielo intanto ha cambiato lentamente colore, ed
iniziando ad imbrunire si
accendono qua e là le prime luci. I passi risuonano in
modo particolare sul
selciato sconnesso, la stradina che sto percorrendo in
questo momento è del
tutto deserta ed un suono inatteso mi colpisce
all'improvviso: i lenti
rintocchi di una campana che scandisce le ore.
Mi rendo conto che mi ero dimenticata dell'esistenza
delle campane, in
città, eppure non mancano né chiese né campanili: ma
chi riesce più ad
avvertirne la presenza nel frastuono quotidiano?
Invece qui il loro suono mi
arriva nitidamente, solenne e ritmato.
Arrivando al primo incrocio, intravedo alla mia destra
la chiesa, un antico
edificio rannicchiato in una piazzetta minuscola,
abbellita da un'aiuola con
poche piante ed un paio di panchine: un angolo remoto,
fuori del tempo.
Non resisto alla tentazione di raggiungerla e di
sedermi su una delle
panchine vuote a contemplare il luogo circostante,
godendone la pace
silenziosa.
Niente è più lontano da me in questo momento della
vita frenetica della
metropoli, che pure sta scorrendo come sempre a poche
decine di metri, di là
da quella barriera di palazzi che mi separa dalle
solite strade, intasate
dal convulso rientro serale dei miei concittadini,
oggi sicuramente più
rabbiosi che mai per il prolungarsi dello sciopero dei
mezzi pubblici.
Il pianto improvviso di un bambino, che si agita sul
passeggino spinto da
una donna anziana che mi passa davanti brontolando, mi
riporta alla realtà,
ricordandomi che devo pur tornare a casa, e che la
strada che mi resta da
percorrere è ancora lunga: ma credo che non aspetterò
il prossimo sciopero
dei mezzi pubblici per tornare a fare un giro da
queste parti.
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