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Annamaria Trevale

Città nascosta

 

 

 

 

 


 

Città nascosta


Se gli autisti dei mezzi pubblici non avessero proclamato una serie
di scioperi selvaggi senza preavviso, forse non mi sarei mai avventurata
lungo queste stradine che mi sono ben poco familiari, ma ora vi sto
camminando di buon passo tenendomi rasente i muri, là dove soltanto un lieve
rialzo della pavimentazione sconnessa indica un accenno di marciapiede,
perché i rari veicoli che si azzardano a transitare da queste parti
rischiano di sfiorare i passanti se non effettuano le manovre con estrema
precisione.
Di certo queste vie dai nomi antichi non sono state tracciate per il
traffico del ventunesimo secolo: non potresti immaginarvi nient'altro che il
passaggio di qualche carretto trainato da un cavallo solitario, tuttavia
anche le persone che oggi abitano qui sono sicuramente fornite di moderne
automobili, o avranno talvolta necessità di ricevere servizi da altri
veicoli ancora più ingombranti. Non riesco proprio a visualizzare un camion
dei traslochi costretto ad aggirarsi tra questi edifici, eppure ogni tanto
ne dovrà ben passare qualcuno.
Sono nata e cresciuta in città ed abito soltanto a poche centinaia di metri
di distanza, eppure conosco pochissimo questo quartiere. Al mattino salgo
sull'autobus che mi conduce direttamente in centro, dove si trova l'ufficio
in cui lavoro, e la sera faccio ritorno a casa nello stesso modo, ma il
mezzo pubblico percorre  soltanto le strade principali: lunghi e larghi
viali pieni di rumori e di confusione, di veicoli strombazzanti incolonnati
sull'asfalto e di pedoni a loro volta quasi intruppati sui marciapiedi,
presso le vetrine dei negozi alla moda.
Ieri sono andata in ufficio a piedi e ho rifatto la stessa strada la sera,
impiegando quasi cinquanta minuti ogni volta e seguendo per abitudine il
percorso dell'autobus, ma è stata un'esperienza da incubo: camminare a pochi
passi dalle lunghe file d'automobili imprigionate nel traffico, impazzito e
perlomeno triplicato a causa della mancanza dei mezzi pubblici, mi ha
lasciato la sensazione d'aver respirato una dose di veleni equivalente a
quella inalata in una settimana da un fumatore accanito che si bruci tre
pacchetti di sigarette al giorno, ed io non fumo nemmeno!
Ieri sera, dopo aver fatto ritorno a casa, ho consultato la pianta
topografica cittadina alla ricerca di un percorso differente che mi
permettesse di evitare le strade di maggior traffico, e ho scoperto che
sarebbe stato possibile ottenere un tracciato quasi parallelo a quello
dell'autobus camminando lungo le piccole vie secondarie.
Pochissimi automobilisti transitano da queste parti perché le strade sono
molto strette, e quindi quasi sempre a senso unico, obbligando a percorsi
tortuosi e deviazioni che solo chi conosce molto bene il quartiere riesce a
sfruttare con efficacia.
Stamattina sono arrivata al lavoro in perfetto orario, seguendo con
attenzione il tragitto che mi ero segnata su un foglietto, per il timore di
perdermi nel dedalo di stradine sconosciute, ma adesso che sto tornando a
casa mi rendo conto che posso anche rallentare il passo: oggi è venerdì, e
grazie al contratto aziendale sono uscita dall'ufficio in anticipo rispetto
agli altri giorni, perciò ho ancora a disposizione parecchio tempo prima che
si avvicini l'ora di cena.
Il sole penetra a fatica in queste stradine così anguste, lo s'intravede
appena ad illuminare gli ultimi piani di qualche palazzo, mentre lassù in
alto spiccano brandelli di cielo azzurro. Le vie sono tutte in ombra, perciò
immagino che le case che le delimitano siano piuttosto buie e fredde, ma a
quest'ora ci sono parecchi passanti che mancavano del tutto quando sono
transitata al mattino presto. Ci sono anche negozi aperti, che non avevo
notato in precedenza, anche se non sono dello stesso genere che si è
abituati a trovare sulle strade più frequentate: sono spesso laboratori
d'artigiani, piccole botteghe d'antiquari, talvolta negozietti d'oggetti
insoliti che si alternano alle tradizionali rivendite di generi alimentari,
che qui hanno mantenuto però un aspetto vecchiotto, lo stesso che ricordo
dai tempi in cui accompagnavo mia madre a fare la spesa quand'ero bambina,
che è del tutto differente da quello dei grandi empori delle zone
residenziali più moderne dove io sono ormai abituata a recarmi da diversi
anni.
Il cielo intanto ha cambiato lentamente colore, ed iniziando ad imbrunire si
accendono qua e là le prime luci. I passi risuonano in modo particolare sul
selciato sconnesso, la stradina che sto percorrendo in questo momento è del
tutto deserta ed un suono inatteso mi colpisce all'improvviso: i lenti
rintocchi di una campana che scandisce le ore.
Mi rendo conto che mi ero dimenticata dell'esistenza delle campane, in
città, eppure non mancano né chiese né campanili: ma chi riesce più ad
avvertirne la presenza nel frastuono quotidiano? Invece qui il loro suono mi
arriva nitidamente, solenne e ritmato.
Arrivando al primo incrocio, intravedo alla mia destra la chiesa, un antico
edificio rannicchiato in una piazzetta minuscola, abbellita da un'aiuola con
poche piante ed un paio di panchine: un angolo remoto, fuori del tempo.
Non resisto alla tentazione di raggiungerla e di sedermi su una delle
panchine vuote a contemplare il luogo circostante, godendone la pace
silenziosa.
Niente è più lontano da me in questo momento della vita frenetica della
metropoli, che pure sta scorrendo come sempre a poche decine di metri, di là
da quella barriera di palazzi che mi separa dalle solite strade, intasate
dal convulso rientro serale dei miei concittadini, oggi sicuramente più
rabbiosi che mai per il prolungarsi dello sciopero dei mezzi pubblici.
Il pianto improvviso di un bambino, che si agita sul passeggino spinto da
una donna anziana che mi passa davanti brontolando, mi riporta alla realtà,
ricordandomi che devo pur tornare a casa, e che la strada che mi resta da
percorrere è ancora lunga: ma credo che non aspetterò il prossimo sciopero
dei mezzi pubblici per tornare a fare un giro da queste parti.

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