“Ogni parola ha un
significato.
Ci sono parole che
negli ultimi mesi sono entrate a far parte di una retorica
fastidiosa. Sono parole che diventano bandiere, simboli. Ed
acquistano significati diversi.
L’undici Settembre del 2001 non è una data del calendario, è
l’inizio della ‘guerra’ al ‘terrorismo’.
Ma cosa è ‘guerra’ e cosa è ‘terrorismo’?
La guerra è un conflitto fra Stati. E’ una definizione pulita,
semplice, chiara.
E’ una bugia.
Non per i dizionari, certo.
Ma la guerra è sangue, è bombe, è morte, è violenza, è uno strumento
di potere.
Eppure stiamo arrivando ad una concezione di guerra del tutto
lontana da queste verità, anzi da queste banalità. Che si danno
talmente per scontate che possono essere anche rimosse,
dimenticate.
Siamo alla guerra legittima, e va bene. Siamo alla guerra giusta,
che una contraddizione in termini. E’ come dire che il bianco è
il nero e che il nero è il bianco.
Perché le prime vittime della guerra sono le persone che non l’hanno
voluta. E dico che non l’hanno voluta neanche le persone prese
in giro dal regime di turno. O dalla democrazia di turno.
No. Ti sbagli, non sono un pacifista. La guerra può essere anche
necessaria. Come quando Churchill combatté Hitler. Non fosse per
Churchill ora porterei l’elmetto. O starei in un campo di
concentramento.
Ma c’è una domanda che sempre ci dobbiamo porre prima di mandare a
morire i nostri figli. Questa guerra è davvero necessaria?
E’ una domanda che mi perseguita da quando Bush, subito dopo
l’attentato alle Torri Gemelle ha lasciato intendere sin troppo
chiaramente che avrebbe bombardato l’Afghanistan.
Io credo che dopo che i pompieri e i volontari hanno scavato sulle
macerie di New York alla ricerca anche di una sola persona
rimasta viva, dopo che hanno continuato a scavare alla ricerca
di una persona rimasta anche solamente intera, di un brandello
umano, bisognava continuare a scavare. Scavare per scoprire le
cause (le cause, non le ragioni. Un simile atto non può avere
ragioni) di una simile tragedia. E sotto le macerie di New York
io vedo tanta miseria, vedo l’assenza delle medicine, delle
coperte, vedo decenni di guerra, vedo tante, abissali,
differenze economiche. Le bombe, forse, Bush le avrebbe dovute
sganciare sulle banche che custodiscono i miliardi delle
organizzazioni terroristiche mondiali. Ed i miliardi dei
miliardari.
No. Ti sbagli. Non sono dalla parte dei terroristi.
Sono dei criminali. Un uomo che uccide un uomo è un assassino. Un
uomo che uccide 3000 persone resta un assassino, non diventa un
eroe.
I terroristi vanno puniti.
Ma anche gli Stati uccidono. E se un uomo uccide 3000 persone resta
un assassino, non diventa un capo di Stato. A dispetto di chi
vuole assomigliare a Giulio Cesare, a Crispi, a Mussolini.
E, se si scoprisse che questa guerra non era necessaria, chi punirà
gli Stati?
E poi cos’è il terrorismo?
Era un terrorista Mazzini, Lenin, Gramsci, Che Guevara? Era un
terrorista chi metteva le bombe nella Grecia dei colonnelli?
Loro sì, sono dei criminali che combattono gli Stati. E’ un
terrorista un uomo che si fa esplodere nella città santa di
Gerusalemme. Chi spaccia droga e vende armi per finanziare lotte
di liberazione e di potere personale. Chi spara ad un uomo
convinto di colpire un simbolo.
Ed è terrorismo se Pinochet trasforma i ragazzi in desaparecidos?
Sono terrorismo le bombe al napalm lanciate sui villaggi
vietnamiti? E’ terrorismo se in Turchia un uomo resta in galera
per due mesi senza processo, sotto le torture della polizia? E’
terrorismo mandare i carri armati nei villaggi dei profughi
palestinesi? Loro no, sono gli Stati.
‘Terrorismo’ non è un termine neutro, è un termine spregiativo, non
serve per individuare un concetto ma per qualificarlo
negativamente.
E la guerra? Cos’è veramente la guerra?
Cosa è la guerra?”
11 Dicembre 2001
Una parola
Sulla scena: un divano, una televisione posizionata a sinistra (per
quest’ultima è sufficiente anche una scatola di cartone dipinta,
all’interno si potrebbe mettere una luce a variazione
d’intensità che simuli le trasmissioni televisive), una pianta,
quanto sufficiente per far vedere che si tratta dell’interno di
una casa. Il resto della scena, che rappresenta l’esterno, è
vuoto: deve esserci solo l’idea, la percezione dell’esterno. Ciò
che sta fuori è identificato per contrasto ed ha un contenuto
vago, indefinito, viene riconosciuto solo in quanto non interno.
Lo sfondo del palco è nero.
Si apre il sipario e diverse persone attraversano il palco da
sinistra a destra e da destra a sinistra, una sola volta, con
molta fretta.
Tra la folla un uomo sbuca da sinistra e subito dopo accende la tv.
Si siede un po’ annoiato sul divano, poggiandosi con tutta la
schiena, una mano sul bracciolo.
Vede in tv qualcosa che lo inquieta, stacca la schiena e si porta le
mani alla bocca, coprendo anche il naso. Scuote leggermente la
testa.
Da destra esce una donna, vestita di chiaro, muove passi veloci ed
arriva quasi sino alla fine del palco, quindi si ferma
bruscamente. Si gira e torna piano indietro, con passo incerto.
Arriva sino a metà del palco dove si trova un immaginario
chiosco di giornali, dà le spalle al pubblico e guarda in basso
a sinistra (la locandina di un giornale). Paga il giornale e ne
prende una copia (immaginaria), osserva preoccupata la prima
pagina per qualche secondo, girandosi molto lentamente verso il
pubblico. Tiene il giornale sollevato all’altezza degli occhi,
in modo da fissare gli spettatori. Tace ancora qualche istante e
si chiede incredula: “Guerra?” (deve sembrare che la domanda sia
posta al pubblico e non a se stessa. La domanda significa allo
stesso tempo ‘possibile che sia guerra?’ e ‘che cosa è la
guerra?’)
Dopo aver pronunciato questa parola non parla più, ma continua a
tenere sollevato il giornale fissando il pubblico (come
continuando a chiedere cosa sia la guerra). Gira una pagina
immaginaria ogni qualche minuto.
L’uomo sul divano (che non guarda mai il pubblico, in modo da
esaltare il contrasto con la donna) si porta la mano sulla
fronte e sui capelli, si lascia andare sul divano, stanco,
nauseato. Cerca di cambiare canale, senza riuscire a trovare un
argomento differente: ad ogni gesto con il telecomando si sente
da fuori campo un frammento della parola ‘guerra’ (‘RRA’, ‘UERR’,
‘GU’, ‘ERRA’, ‘GUER’) subito interrotta da un nuovo gesto con il
telecomando. Le voci fuori campo appartengono a più persone, con
un tono di voce il più possibile differente l’uno dall’altro.
Non riuscendo a trovare un canale dove non si parli di guerra,
l’uomo è esasperato. Scaglia a terra il telecomando, dopo di che
si alza bruscamente e con rabbia dal divano e sbatte a terra la
televisione calpestandola più volte come per voler cancellare
con le notizie della guerra la guerra stessa. E’ un po’
ansimante (dietro c’è sempre, impassibile, la donna che tiene
alzato il giornale).
Dopo qualche istante si siede di nuovo sul divano, portandosi le
mani sulle orecchie, la testa china, lo sguardo basso.
La donna gira una pagina. Silenzio. Si sente da fuori campo una
voce, piuttosto bassa: “Guerra!” (deve sembrare la voce di un
fantasma nella mente dell’uomo). L’uomo alza la testa di scatto
e si guarda attorno spaventato, per vedere chi ha parlato.
S’accorge che non c’è nessuno e non è più tranquillo. Fruga lo
spazio con lo sguardo, senza guardare il pubblico. (Si potrebbe
posizionare un faro anche sotto i resti del televisore in modo
che continui a lampeggiare di tanto in tanto: le notizie,
ripetitive, simili a se stesse continuano ad essere diffuse,
senza aggiungere sostanza a una parola che resta in realtà
vuota, anche a causa della chiusura delle frontiere ai mezzi
d’informazione). “Guerra!” (questa volta la voce è più alta, ma
non minacciosa). L’uomo gira la resta di scatto ed ancora non
vede nessuno. Si alza in piedi.
Aumenta il numero delle voci, ma l’uomo continua a non vedere
nessuno:
“Guerra!”, “Guerra”, “Guerra!!”, “Guerra…”. L’uomo cammina avanti e
indietro ed attorno alla sua stanza (immaginaria) senza vedere
nessuno e senza riuscire a cacciare le voci. Esausto e disperato
si siede nuovamente nel divano tappandosi le orecchie per non
sentire ed agitando la testa come per dire no, ma sempre più
piano (per non accentrare troppo l’attenzione degli spettatori,
distogliendo il loro interesse dalle scene successive). Da
destra e sinistra escono le ‘voci’ e si riuniscono in gruppi,
chiacchierando e discutendo della guerra come fosse un argomento
qualsiasi. Sono vestiti di scuro e nei loro rumorosi e
logorroici discorsi usano solo la parola guerra (svuotata di
ogni particolare significato). Sono sufficienti tre gruppi, due
di due persone ed uno di tre. La donna vestita di bianco, al
centro della scena continua a tenere le braccia alzate ed a
fissare il pubblico. Ad una ad una e molto lentamente le voci si
staccano dal gruppo, andandosi a posizionare in fondo al
palcoscenico, dando le spalle al pubblico.
Da questa posizione
devono essere il meno visibili possibile dal pubblico (per
questo sono vestite di scuro, oltre che per far contrasto con la
donna). Man mano che le voci si posizionano con la faccia al
muro iniziano a dire ‘Guerra’, con un tono più cattivo, più
rabbioso, più gridato, ma mai in coro. Dopo che tutte le voci si
sono posizionate con la faccia al muro il grido ‘Guerra’ diventa
più imponente, spaventoso, caotico, le voci con questa sola
parola imitano i rumori della guerra: le bombe, le
mitragliatrici, le grida. L’uomo del divano ricomincia a correre
da una parte e dall’altra, come per fuggire dalle bombe e dalle
pallottole. Per le mitragliatrici, un gruppo di tre o quattro
voci può gridare in coro ‘gue-rà-rà-rà-rà!’ ‘guer-rà-rà-rà-rà!’.
Per le bombe un altro gruppo può gridare con un tono via via
crescente ‘Gueeeeeeeeeeeee’ ed alla fine si deve sentire il
boato della bomba. Nella scena bisognerebbe utilizzare anche
delle casse acustiche per i boati delle bombe (e per gli altri
rumori della guerra) e delle luci che ne imitino i lampi
abbaglianti. Dalla destra un soldato (ma non in divisa, per
mettere in evidenza che potrebbe essere chiunque, anche un
semplice civile) va verso il centro del palcoscenico camminando
faticosamente sui gomiti, come fosse in una guerra di trincea e
sotto il tiro del nemico. Man mano che il soldato avanza, la
donna indietreggia, per cedergli la scena e come avendo il
presentimento di star per trovare la risposta alla sua domanda
‘cosa è la guerra’. Per questo motivo abbassa, molto lentamente,
le braccia, come per smettere di chiederlo al pubblico e come
per invitare il pubblico a vedere cosa sia la guerra.
Il gruppo di voci che imita la bomba lancia il suo grido, mentre
all’istante tutti gli altri stanno zitti, cosicché si senta solo
il fischio terribile e molto lungo dell’ordigno (Gueeeeeeeeeeeeeeeeeeeee…).
L’uomo porta le mani alla testa in un inutile tentativo di
difesa. Segue un boato ed il lampo. Dopo, il buio completo per
un secondo o due. In parte per esaltare la drammaticità della
scena, in parte per dare il tempo all’uomo, magari con l’aiuto
di una delle voci, resa invisibile dal buio (e deve riandare
insieme alle altre voci prima che la luce si riaccenda), di
rovesciare il divano in modo che il pubblico ne veda il fondo
(sono le macerie di
una città) e di buttarsi a terra ucciso ed a faccia in su (è
importante che i pubblico ne veda la faccia affinché non sia solo
un cadavere, ma continui ad essere un uomo). Le voci non devono
smettere di gridare neanche durante i secondi di buio, per
aumentare l’impressione del pubblico (deve quasi sentirsi sotto le
bombe esso stesso, diventando un’unica scena con il palcoscenico
grazie al buio che li unisce e li rende indifesi entrambi) e per
sottolineare l’indifferenza di chi vuole la guerra di fronte ai
morti.
Le voci si fanno via più cupe, più lugubri, più basse, smettono di
imitare il rumore della guerra ed iniziando a cantare una specie
di canto di morte. Nel mentre il soldato ha raggiunto il centro
della scena e si sta accovacciando su se stesso in una posizione
fetale. La donna ha le mani completamente abbassate e dà le spalle
al muro, sulla stessa linea delle voci ma più visibile di esse
perché indossa il vestito bianco.
Il soldato inizia a dire, prima con voce appena percettibile, poi
più forte, la parola ‘guerra’, ma come implorando pietà, come per
dire ‘basta guerra’, come un pianto infantile (questo per
sottolinearne l’innocenza).
Un proiettore illumina con un fascio di luce il soldato dalla
sinistra, mentre le voci di morte piano piano ed una ad una
tacciono.
Dopo qualche secondo che le voci hanno smesso di cantare il soldato
si mette faticosamente in ginocchio, sollevando impercettibilmente
il gomito destro (quello meno visibile dal pubblico) e fissando il
fascio di luce. Resta in questa specie di preghiera una decina di
secondi.
Silenzio. Il soldato china la testa. Silenzio. Cade con la faccia
verso terra senza vita, come colpito da un colpo di pistola alla
nuca (non si deve sentire nessun colpo di pistola perché la guerra
non ha un volto, un’anima. Ed anche perché è invisibile alla gente
che non la vive, che non la sente né col cuore né con l’udito. Ed
il soldato morto resta solo un cadavere, non un uomo).
La luce si spegne. Il sipario si chiude.
|